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Full text of "Archivio glottologico italiano"

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ARCHIVIO 

GLOTTOLOGICO  ITALIANO, 


DIRETTO 


DA 


Gr.  I.  ASCOXjI. 


VOLUME  DECIMOQUINTO. 


TORINO, 
CASA  'editrice 

ERMANNO    LOESCHER. 

1901. 


Riservato   ogni  diritto  di   proprietà 
e   di   tradu5?;ione. 


TC 


mila;,'o,  tip.  bernardoni  di  c.  rebkschini  e  c. 


AGLI  AMICI  BELU ARCHIVIO. 


Il  presente  volume,  l'ultimo  affidato  alla  mia  direzione,  che 
anche  poteva  esser  l'ultimo  della  Raccolta,  doveva  avere  un 
Proemio  per  cui  si  continuasse,  così  intorno  alla  storia  della 
disciplina,  come  intorno  alle  ragioni  dottrinali  e  tecniche,  il  di- 
scorso, non  ampio  ma  non  limitato  all'indagine  neolatina,  che 
sta  in  fronte  all'undecime  volume.  S'aggiungeva  l'intenzione  e 
quasi  il  dovere  di  non  lasciar  senza  risposta  alcune  osserva- 
zioni benevole,  che  furon  mosse,  qua  e  colà,  alle  mie  scritture, 
nel  giro  degli  ultimi  decennj.  L'assunto  s'era  fatto,  man  mano, 
abbastanza  largo,  e  il  lavoro  procedeva  tra  quelle  angustie  che 
sono  inerenti  a  ogni  trattazione  in  cui  è  inevitabile  il  parlare, 
più  0  meno  a  lungo,  delle  proprie  cose.  Sennonché,  due  avve- 
nimenti, quasi  simultanei,  m'inducono,  non  già  a  smettere  il 
proponimento  al  quale  mi  permetto  di  qui  alludere,  ma  a  in- 
tonar diversamente  codesto  mio  saggiuolo  e  a  diffei'irne  la 
stampa. 

Era  il  mio  un  discorso  che  inevitabilmente  assumeva  le  ap- 
parenze di  un  commiato,  forse  un  po'  querulo  in  qualche  punto, 
che  io  domandassi  ai  compagni  di  studio,  giunta  come  sentivo 
l'ora  melanconica  di  rallentare  la  scarsa  operosità  che  potesse 
più  restarmi.  Ma  ecco  all'incontro  sopraggiungere  una  doppia 
ricorrenza,  molto  amorosamente  ricordata,  dalla  quale  i  com- 
pagni di  studio  prendono  essi,  in  qualche  modo,  l'occasione  di 
prevenire  il  mio  commiato.  In  una  cosi  larga  manifestazione  di 
simpatie  tanto  ambite,  com'è  stata  questa,  vedo  io  bene  quanta 
parte  ne  deva  andare  attribuita  al  gentile  sentimento  di  coloro 
che  vi  si  son  voluti  associare.  Ma  ridotta,  con  ogni  rigor  di 
critica,  l'importanza  effettiva  di  codesta  manifestazione,  ne  ri- 
mane pur  sempre  un  riconoscimento  cosi  largo  delle  mie  pre- 


stazioni,  un  premio  di  altezza  cosi  cospicua,  da  rimutare  in  me 
la  spinta  o  il  modo  della  propria  mia  critica  intorno  all'opera 
cui  mi  fu  dato  consacrare  la  mia  modesta  esistenza. 

V  Archivio,  alla  sua  volta,  ben  lungi  dal  morire,  ecco  accin- 
gersi a  vita  più  che  mai  florida,  sotto  la  sapiente  direzione  di 
Carlo  Salvioni,  da  me  stesso  invocata  presso  la  'Casa  Editrice 
Ermanno  Loescher';  e  arridermi  perciò  la  speranza,  che  ancora 
in  questa  medesima  Raccolta  io  possa,  quando  che  sia,  far  sen- 
tire, con  tranquilla  esposizione,  qualche  parte  di  ciò  che  s'era 
venuto  affollando  nel  mio  pensiero  intorno  alle  vicende  e  agli 
avanzamenti  di  alcune  sezioni  della  nostra  tanto  superba  e  tanto 
ardua  disciplina. 

Così,  nella  tarda  sera  della  mia  povera  giornata,  il  fato  e  la 
bontà  degli  uomini  hanno  voluto  che  io  assaporassi  l'ineffabile 
conforto  di  una  rimunerazione  spontanea,  sincera  e  generosa. 
E  io  ripenso,  in  quest'ora  per  me  solenne,  a  Giovanni  Flechia, 
il  solo  e  l'incomparabile  compagno  in  cui  potessi  fidare  quando 
scrivevo  il  proemio  a  ({xxq'&ì' Archivio]  agli  altri  collaboratori, 
la  cui  perdita  ho  ancora  pianto  lungo  il  viaggio  scabroso;  alla 
salda  amicizia  di  quanti  mi  si  sono  onestamente  accompagnati. 
E  ringrazio  tutti  dal  fondo  dell'animo,  non  immemore  pur  di 
quella  cooperazione  fidente  e  cortese,  della  quale  vo  debitore 
alla  Casa  rinomata,  che  s'è  fatta  editrice  àeW Archivio,  e  alla 
rinomata  Officina,  in  cui  V Archivio  s'è  stampato. 

Milano,  2  aprile  1891. 

G.  I.  Ascoli. 


SOMMARIO. 


Ascoli,  Agli  amici  deWArchivio P.  in 

Parodi,  Studj  liguri  (continuazione) »  1 

ZiNGARELLi,  Il  dialetto  di  Cerignola  (continua) »  83 

NiGRA,  Note  etimologiche  e  lessicali  (terza  serie) »  97 

NiGRA,  froge     .     , »  129 

Salvioni,  pazzo »  130 

Pieri,  Gli  omeótropi  italiani »  131 

Pieri,  Note  etimologiche »  214 

Ascoli,  Appendice  all'Articolo  'Un  problema  di  sintassi  compa- 
rata dialettale' »  221 

ZiNGAEELLi,  Il  dialetto  di  Cerignola  (continuaz.  e  fine)  ....  »  226 

Pieri,  Intorno  a  un  Articolo  di  toponomastica  elbana    ....  »  23G 

De  Bartholomaeis,    Spoglio   del  'Codex  diplomaticus   cavensis' 

(continua) »  247 

NiGRA,  Note  etimologiche  e  lessicali  (quarta  serie) »  275 

Ascoli,  Intorno  ai  continuatori  neolatini  del  lat.  ipsu-  .     .     .     .  »  303 

Ascoli,  Dell'ital.  sano,  in  quanto  risponde  a  'intiero';  ecc.     .     .  >->  317 

De  Bartholomaeis,  Spoglio   del   'Codex   diplomaticus   cavensis' 

(continuazione  e  fine) »  327 

Salyioni,  lomb.  sherpa  ed  altro »  363 

Pieri,  I  riflessi  italiani  delle  esplosive  sorde  tra  vocali      ...  »  369 

Flechia  Giov.  e  Gius.,  Note  diverse s     .     .  »  389 


VI 

Ascoli,  Appendice  alle  pag.  303-326 P.  3f>5 

Giacomino,  La  lingua  dell'Alione  (continua) *  403 

Salvioni,  Le  basi  alnus  alneus  nei  dialetti  italiani  e  ladini-  .  »  440 

Pieri,  La  vocal  tonica  alterata  dal  contatto  d'una  consonante  la- 
biale    »  457 

Ascoli,  Osservazioni  al  procedente  lavoro »  476 

NiGRA,  Postille  lessicali  sarde »  481 

NiGRA,  Note  etimologiche  e  lessicali  (quinta  serie) »  494 

Salvioni,  Indici  del  volume »  511 


STXJI3J    XjIGhXJi^I. 


DI 

E.  G.  PARODI. 


[Continuazione;  v.  voi.  XIV  1-110.] 


Vocali  atone. 

16.  -  A.  Iniziale:  evegnimento  mu.  93,  30,  dotto,  estinentia  rp  3,  15,  cfr. 
esmarria  ecc.,  nm.  17?  Protonico:  cade  se  segue  il  dittongo  wi,  poira  *pa- 
vorja  mu.  46,  29;  49,  28,  ali.  a  paeira  53  r,  104  v,  oA.  pio'ia;  ambaxoy  tr.  6, 
div.  1471,  governai  div.  1468,  ali.  a  governaoi  mu.  58,  1  ecc.,  accnssaoi,  ecc., 
nm.  48.  —  In  e:  devanti  dc^  19  (?  davanti  ib.,  20),  stremoì-tia  mu.  38  r,  per 
incrociaraenti;  creveaoi  mu.  48,  15  (?  craveaoi  AS,  22),  rnetheria  96,  31,  ape- 
rejie  Ig  2,  3,  per  assimilazione;  zezunij  Ig  4,  53,  antico?  Normale  dissimi- 
lazione in  comperai-  mu.  66,  16,  comperaciom  66,  3,  e  nei  futuri  di  1^,  anderà, 
ecc.  Altrimenti  -ar-  persiste:  marinarla,  cavalaria,  margarite,  ecc.  Per 
Bernabas  mu.  194  v,  e  per  Berthome,  che  vive  sempre,  cfr.  nm.  2  e  §  3. 

L' a,  riuscita  in  iato  davanti  ad  i,  passa  in  e,  donde  il  dittongo  ei  :  meij- 
stro  mu.  127 V,  reijxe  Ì55w,  pareyso  39,  38;  40,  12,  ecc.;  Doneynus  Dona- 
tine div.  1381,  1398,  1399;  per  cheite  cadde  rau.  54  r,  schegto  de''  37,  cfr. 
nm.  68''  17.  Passa  in  ei  anche  il  dittongo  ai,  già  formato,  se  atono:  meistae 
mu.  157  V,  cfr.  gli  odierni  Icete  letta  lattajo  *.  Uà  passa  in  e,  nelle  mede- 
sime condizioni,  anche  davanti  ad  il,  donde  il  dittongo  eù,  e  poi  ó:  limeura 
limatura  mu.  26r,  iaceura  56,  50,  andeura  90,  12,  e  cosi  in  tr.,  troveura  6, 
in  de*  4,  meuro.  Ma  ri,  rp,  ps  restano  in  entrambi  i  casi  alla  fase  origi- 
naria :  paraiso  ri  1,  36  ;  37,  1 18  (  :  viso),  raixe  6,  58  (:  dixe),  ecc.,  cfr.  nm.  6  ;- 
visaura  16,  97  {:  brut  ara),  restaure  36,  31  (:  restrenzeore,  1.  -ure);  spesso, 
del  resto,  ancora  in  mu.,  maistro,  inffiaura,  ecc. 

Postonico:  resta  davanti  a  r,  sucaro  mu.  68,  9;  ma  non  se  segua  un 
altro  a,  segera   segale  116r,  due  volte.   E  il  riflesso  e  predomina:  basemo 


*   É  molto  sospetto  eira,  ann.  43,  che  ci  darebbe  un  dittongo  ai  tonico 
in  ei. 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  1 


2  Parodi, 

balsemo  mu.  123  v,  295  r,  e  in  unione  con  enclitiche,  no  se  poreivelo  non 
Io  si  potrebbe  mu.  38  r,  apareiemela  48,  12,  vedi  nm.  61.  Si  confronti  la 
posizione  di  sdrucciolo  rovescio:  consegreij  mu.  144  r,  se  non  è  dotto,  so- 
vermontam,  1.  sovrem.,  mu.  87,  41,  e  la  proclisi:  som-e  ti  rp  3,  295,  sovre 
luto  5,  102,  soure  le  aigoe  mu.  38,  3,  e  spesso;  inoltre  sote,  nm.  20.  —  Ri- 
cordo infine  sabao  mu.,  ali.  a  sabo,  oggi  sabu. 

Sono  -a  finali  analogici:  poa  poi  rp  8,  347,  mu.  39,  42,  ecc.,  soia  rp  8, 
74.  316,  susa  suso  rp  9,  308,  donclia  mu.  57,  55,  ecc.,  echa  ps  35,  38,  ecc., 
cfr.  nm.  20  e  'Avverbi'. 

17.  -  E.  Iniziale,  talvolta  in  a,  arra  errare,  array,  arror,  arrossa  mu.  55, 
36;  73,  25,  ecc.  (onde  anche  arra  errat  179  v);  di  varia  ragione,  abraico  mu. 
28  V,  alimento  39,  35;  40,  6,  ecc.  ;  ano ffanto  73,  lì;  asjmnesse  152  r,  acepto 
eccetto  43  V,  assatao  esaltato  91,  24,  axaminarlo  ps  36,  29,  astimar  28,  4. 
Hanno  un  singolare  e  prostetico,  esmarria  ps  32,  42,  excusava  34,  14,  eschu- 
sar  34,  15,  escuxi  34,  38,  essugarse  34,  26. 

Protonico,  per  lo  più  inalterato:  delletaua  mu.  52,  15,  ecc.,  dellicie 
72,  28,  deffender  ps  32,  8,  segurtae  dc^  8,  10,  ali.  a  sigurtae  24,  refresca- 
inento  dc"  7,  12,  ecc.  ecc.,  ed  anche  in  demandar  devei  deman,  che  ora 
hanno  z<,  inoltre  talvolta  in  remase  ps  30,  4,  remagno  32,  15,  remasa  32, 
30,  ma  più  spesso  romagna  mu.  44,  20,  romaze  43,  41;  44,  28;  48,  5,  ro- 
maneir  81,  6,  ecc.  —  In  i:  niguna  rp  3,  199,  cfr.  nixun  2,  58;  3,  262, 
mu.  59,  7,  ecc.,  od.  nistin,  ove  ha  influito  la  palatina,  come  in  dixirera  rp  5, 
106,  sisanta  mu.  44,  4.  15,  gilloxia  50,  31,  dixisepte  39  r,  43  r,  od.  d'isete  da 
dix's.,  fors' anche  in  scrinio  scrinir  1.  skrin-,  rp  2,  42.  52,  oggi  skrinus'u; 
dinai  rp  3,  102,  mu.  63,  11,  es.  comune,  limosena  rp  3,  283,  od.  liyìiòzina, 
confìssiom  6,  3,  disnar  nm.  40;  e  non  ser^a  influenze  assimilative:  nigli- 
gente  rp  9,  5,  strimir  3,  219,  binixi  mu.  49,  9,  isolato,  vendimiar  57,  42, 
dillicie  68,  26,  distinaciom  87,  38.  42,  caristria  li  r.  —  In  a:  davanti  r,  il 
solito  marce  dc^  24,  mu.  86,  2,  Ig  10,  4,  venardi  mu.  85  r;  ed  anche  per 
assimilazione,  Valariam  mu.  250  v,  251  v,  Valarianus  div.  1399,  più  volte, 
sovaranna  mu.  298  v;  davanti  n,  splandente  mu.  21  r,  115r,  123  r,  Sansiom 
83  V,  84  V,  nm.  37.  Per  assimilazione,  Sabastianiis  div.  1398.  Infine  terramoto 
mu.  129  V,  od.  taramótu.  —  In  u,  oltreché  nel  cit.  romaneir:  sodutor  mu.  70  v, 
sudutor  103  r,  somenao  dc^  39,  cfr.  1' od.  siime'nsa,  malofficio,  per  commi- 
stione di  temi,  cfr.  C. 

Postonico:  davanti  r  dovrebbe  mutarsi  in  a,  ove  non  segua  altro  a: 
regolari  sono,  oltre  a  soxaro  mu.  42  v,  46  r,  tenera  rp  8,  357,  camera  mu.  44, 
16,  overa;  analogico  sul  feminile,  povero  rp  7,  154,  ecc.;  rifatti  sui  temi 
in  -ulu,  soxoro  mu.  67  v,  soxora  \\1  \,  ora  sò'lwa,  vesporo  80  v,  passora 
90  v,  391  r,  od.  pasica.  Cfr.  §  3. 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfei.  3 

Finale  resta,  tranne  clie  negli  avverbi  in  -mente.  L'oscillazione  tra 
-ae  -ai  significa  solo  che  i  due  dittonghi  si  fondevano  ornai  nell'unico  -ce\ 
ret  sarà  da  rex,  e  così  lei  da  lex,  nm.  47.  —  Epitesi  :  -mie  mu.  8  r,  34  v, 
tie  17  V,  He  20  r,  27  r,  code  'qui'  18  r. 

18.  I:  in-  oscilla  in  rp  tra  en-  in-;  negli  altri  testi  più  tardi  sempre 
«n-,  tranne  rare  eccezioni:  envrio  mu.  68,  36.  —  In  ti:  uverno  rp  5,  2, 
mu.  56,  36,  ali.  ad  iverno  rp  9,  161,  l  undeman  mu.  10  v,  182  r. 

Protonico,  talvolta  intatto,  specie  se  risponde  a  un  t  tonico,  e  talvolta 
per  influenza  di  palatina  contigua  o  per  assimilazione:  ìiorigarte  rp  3,  50. 
54,  eniquitae  ecc.;  semiiente  rp  8,  419,  atoxigao  6,  16,  dignitae  mu.  63,  40, 
consignao  112v,  consignallo  285  v,  ora  solo  ih  kunsinu;  sÌ7nplicitae  mu.  95, 
9,  e  anche  simplessa  74,  3,  tctilitae,  ecc.;  inoltre  mister  rp  3,  55.  193,  ali. 
al  più  solito  mesler  1,  32;  3,  238.  341,  virine  virtute  rp  8,  161,  mu.  61,  38 
e  spesso  altrove,  ali.  a  veì-tue  rp  8,  198.  207,  ps  32,  25;  33,  3;  36,  5,  mu.  57, 
4,  ecc.,  ditar  mu.  52,  2,  traissom  51,  34,  ecc.  Notevoli:  limasse  mu.  17  r, 
17  V,  p2^;i«tó  22  r,  28  r,  70  v,  pignatar  70  v,  che  ora  hanno  il.  —  Più  spesso 
e:  descrition  discrezione  rp  8,  256,  deluvio  mu.  44,  21,  desposto  dc^  44,  me- 
nazando  rp  6,  86,  cfr.  mu.  54,  14;  .59,  13;  63,  6,  vetuperao  rp  6,  189,  lexia 
6,  194,  vivo,  vexin  3,  328;  7,  63.  221,  mu.  68,  22,  vivo,  vekmie  rp  7,  194, 
sengifìca  8,  170,  letanie  9,  282,  crestianitae  ào}  49,  veelo  mu.  24  v,  ferma- 
mento  39,  2  (ali.  a  fìrm.  39,  4.  5.  7),  certo  per  commistione  di  temi,  menor 
39,  16,  semeianti  40,  33,  Cepriam  55,  1,  vivo,  meravegia  87,  6;  88,  29.  34; 
89,  30,  ecc.,  pegricie  90,  40; —  promesion  rp  3,  99,  perdetion  3,  325,  sospe- 
zom  dc^  17,  18,  pestelentia  rp  7,  120,  penetentia  8,  54,  veretaeA,  Al  (?),  omecio 
G,  63,  navegar  8,  167,  zuegar  mu.  63,  41  ecc.;  alumenai  rp  3,  7,  ordena- 
mento  8,  52,  ordenao  ordenaa  dc^  5,  ps  29,  8;  incontenente  rp  7,  30  ecc., 
nobellessa  mu.  72,  7.  —  In  a:  il  solito  zagante  mu.  45,  6,  trabuto  Al  r,  71  r, 
140  V,  atanzea  73  r,  d'onde  anche  atanze  84  v.  —  In  o  (?<):  asombiai  mu. 
2')  v  'radunati',  e  qui  vada  pure  involupai  83,  14;  48  v.  —  In  k  (m):  Zm- 
minai  mu.  18  v  'liminari',  e  il  solito  prumer,  ali.  a.  pirimer. 

Postonico,  in  e:  limosena  rp  6,  259;  8,  253.  258;  9,  297,  ali.  a  limo- 
mna  mu.  57  r,  163  r,  227  v,  alumena  rp  7,  74,  ordena  8,  269,  femena  ps  28, 
16.  22;  mu.  39,  40;  40,  10,  ep.  356,  axena  mu.  98  v,  lagreme  ig  13,  25,  sta- 
remo mu.  37  V,  speraverno  87  r;  iuexe  ps  35,  42,  ali.  a  zuixi  mu.  29r,  ecc. 

19.  0.  Iniziale  in  a,  nel  vb.  asscurisse  mu.  87,  18,  se  asscuri  80  v,  nm.  94. 

Protonico.  È  probabilmente  un  o  in  nozlie  rp  8,  18,  e  in  conmento  8, 
21  ,  od.  kdmentu,  cfr.  §  3.  —  In  m:  cugnao  mu.  69  r,  213  v,  donde  l'od. 
kiììóio.  —  In  e:  Bergogna  div.  1467,  per  qualche  commistione  di  temi, 
e  cosi  dicasi  di  temperalitai  mu.  40,  6,  per  tempor.,  se  esatto;  per  assi- 
milazione: besegnoso   rp  9,   87.    163;    in  iato,  e    per   scambio   di   prefisso: 


4  Parodi, 

reondo  mu.  38,  3;  96,  20.  —  In  a:  Saramon  Salam.  rp  3,  157,  rnu.  41,  5, 
valarozo  45  v,  46  r,  per  assimilazione  ;  e  qui  vada  un  esempio  di  postonica, 
Cristoffam  nm.  26,  cfr.  nm.  20. 

Aggiungo  alcuni  casi  di  -jo-  passato  in  i,  forse  non  in  tutto  letterarj  : 
fyrim  de*  21,  div.  1466,  1479,  1497,  Firenza  1468,  1477,  Firentini  1468,  1477. 

20.  TJ.  Iniziale:  osiira  rp  5,  9;  6,  102;  7,  155,  che  par  da  leggere  us'ìlra, 
se  non  òs'.  —  Il  noto  inguento  ps  28,  9. 

La  pronuncia  u  è  di  solito  resa  con  o:  soperbia  rp  5,  9.  75;  7,  135,  oggi 
Slip.,  ci  lascia  dubbj,  e  forse  va  proprio  letto  con  u;  acosao  rp  6,  57  sarà 
invece  un  errore,  nm.  1  o.  Spesso  anche  u:  repusar  rp  5,  42,  utioso  9,  161, 
specie  all'uscita,  tropu  rp  1,  43;  4,  41;  6,  152;  7,  21.  98,  voiu  2,  11,  lesoru 
3,  26,  iicrnu  3,  79,  tortu  3,  226,  lu  6,  15;  7,  104;  morsu  6,  19,  siroìm  6,  65, 
pointu  7,  85,  corpu  7,  54.  186,  reu  8,  113,  pochu  9,  348. 

Protonico,  per  lo  più  rimane.  Talvolta  in  e:  remor  rp  3,  216,  ps  3.5, 
20,  volentay  mu.  39,  39,  vorentay  tr.  4,  due  volte,  su  'volente',  sotemissa 
mu.  63,  39;  87,  39,  e  anche  nella  proclisi,  sole  lor  pe  rp  1,  57,  e  cosi  8, 
409  e  spesso,  cfr.  nm.  16.  —  Anche  i:  cominigandosse  mu.  Ili  r,  cominiom 
114r,  cominigd  310  r,   oggi  kuminigd  (donde  humìniija),  con  assimilazione. 

Postonico,  in  a,  davanti  n:  sorfane  mu.  38  v,  cfr.  nm.  19.  Per  echame 
ps.31,  34;  36,  31,  mu.  83r,  ed  echa,  cfr.  nm.  16. 

21.  Dittonghi:  AU  passa  in  5,  ihossura  mu.  57,  28,  1.  cosura  e  cfr. 
nmm,  19,  25;  il  cit.  repusar  rp  5,  43  è  una  posteriore  estrazione  da  riposu, 
e  si  ha  tuttora  riposa  ali.  al  meno  popolare  ripiis'd.  —  L'o«  romanzo  da 
AULT  ecc.,  dà  nell' atona  o:  scotrio  ann.  21,  otar  mu.  47,  34,  cfr.  nm.  24*. 


Consonanti. 

J.  22.  iustixia  ào}  29,  iuxe  ps  34,  4,  iiiexe  35,  42,  cfr.  C,  ali.  a  zuexe  zuxiy 
meglio  assimilati,  jaxeir  mu.  112  v;-  zue  rp  6,  133,  Zohanne  ps  29,  6.  9.  11. 
1.5,  ecc.,  zobia  nm.  23,  zoar  389  v,  ecc.  Secondario:  zoi  gioie  rp  9,  219.  — 
Caduto  regolarmente  in  protonica  mediana:  maor  rp  1,  60;  3,  317;  9,  08; 
mu.  39,  16;  43,  41;  46,  32,  viaoi  mu.  28  r;  ma  pezor  rp  7,  203  è  su  pès'u. 
—  Per  influenze  esterne:  Bengiamin  Beg.  mu.  12  r,  29  v,  stranger  -gera 
rp  1,21,  mu.  41,  18,  fors' anche  magiestaij  mu.  134  r.  Curioso,  ma  non  molto 
attendibile,  destruie  ep.  354,  se  non  è  da  legger  destriuje,  che  sarebbe  un 
italianesimo.  —  Cfr.  DJ. 


*  Ma  non  mai  nella  tonica,  e  oto  per  auto  alto,  citato  dal  Flechia,  ann.  15, 
non  può  essere  che  un  errore. 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  raorfol.  5 

23.  LJ  in  ij:  assagio  rp  3,  217,  sul  presente,  e  noto  anche  un  curioso 
caoegi  mu.  170  v,  171  r.  —  In  Ip,  ps,  mu.^,  invece  di  {/  si  ha  gì,  ossia  ì, 
ed  è  caratteristica  provinciale,  cfr.  §  4:  figlor  Ip  1,  4.  25.  30.  33.  38,  pigiai 
1,  8,  piglavmn  1,  1,3,  despoglavam  1,  33,  gli  1,  23,  gle  1,  36;  2,  13.  lo;  4, 
17;  5,  6;  8,  6,  e  qui  pure  cauegli  1,  19;  togla  ps  27,  9,  meglo  28,  17,  fgloì^ 
fglo  28,  39;  34,  43;  29,  1,  meraveglosa  28,  44,  voglo  28,  5,  dogla  29,  14, 
semegla  29,  41,  batagla  31,  22,  ^fr^rZa  32,  5,  ecc.,  ali.  ai  più  rari  ftgio  fi- 
gior  ftgioy  30,  6.  25;  36,  16.  24;  fglo  figlor  m\\^  1  v,  ali.  a  figio,  meglo  1  v, 
2  r,  voglando  2  r,  gli  5  v.  Anche  qui  potrebbe  sollevarsi  il  dubbio,  se  in  ps 
il  gì  non  devasi  ad  influenza  letteraria,  ma  non  credo  sarebbe  molto  fon- 
dato; e  così  per  mu.^'  certe  particolarità  rendono  ben  probabile  che  ri- 
sponda alla  reale  pronunzia.  Di  Ip  non  è  nemmeno  possibile  dubitare,  e 
l'odierna  pronunzia  di  Pietra  Ligure  s'accorda  assai  bene  colla  scrizione 
del  manoscritto.  Cfr.  nm.  25.  —  Risoluzione  meno  popolare  è  in  veria  rp  7, 
94,  velia  9,  336  'vigilia',  miria  9,  332. 

MJ  in  n,  ma  originariamente  solo  in  protonica,  cfr.  §  3  :  Bagnaniis  div. 
1380,  più  volte,  1381,  più  volte,  ali.  a  Damianus,  Bagnaniì%us  1381,  donde 
certo  proviene  il  cognome  odierno  Danìn. 

VJ  BJ  in  gx  gagieta  mu.  69,  18,  ma  con  ortografia  etimologica  zobia 
ps  28,  38,  mu.  46,  4,  piobia  mu.  (30,  17,  cfr.  pobia  nm.  25. 

PJ  in  e:  despazhar  rp  1,  20,  che  io  trarrei  da  -pappjare,  Rom.  XVII 
71,  fondandomi  anche  su  questo  riflesso  genovese;  sapia  rp  2,  52,  ecc., 
come  zobia. 

CJ  in  s  :  viazo  rp  2,  33,  viassa  mu.  59,  19,  viazamenti  86  r;  viaiamenti 
34  r,  pare  un  errore  ;  fassa  46,  24. 

TJ  in  s  nella  postonica,  z  nella  protonica;  necheza  ecc.,  nm.  8;  benixium 
mu.  49,  1.  11.  13.  23,  ecc.,  (ali.  al  dotto  benissium  48,  14.  20.  42),  marixom 
48,  20,  sono  analogici,  ma  regolari  goarixom  52,  10;  58,  9,  norixom  78,  15, 
staxom  stazione  30  v.  —  Abbiam  già  detto  al  nm.  8  che  -itia  si  riflette 
pure  per  -i:a,  prestixin  ecc.;  così  in  Yenexia  de' 34;  zuixio  juexio,  cfr.  C, 
su  zuexe,  piuttosto  che  da  *juditium. 

PTJ  in  s:  cassao  mu.  41,  14;  aconzo  dc^  13. 

DJ,  perde  il  d  e  quindi  si  dilegua  nella  protonica:  aiar  e  simili  ps  33, 
9,  mu.  53,  44,  ecc,,  ìneitae  de-  27,  inved  mu.  42,  7,  sul  quale  anche  invéa 
55,  27,  come  covea  su  covear;-  ma  pozo  mu.  47,  27,  s'apozam  73,  II.  Pu- 
ramente ortografico,  radio  radii  mu.  193  v,  240  r.  —  In  omecio,  nm.  18,  la 
formola  idj  è  trattata  come  fosse  protonica,  su  omeciarì;  ancoi,  od.  ankfj', 
risalirà  ad  ankodji  (o  ankodl?).  Per  iao  rp  3,  159,  cfr.  l'ant.  it.  ghiado; 
forestiero  glago  ps  32,  38. 

SS.I  in   s',  abaxando  rp  6,  87,  od.  asbasa. 


6  Parodi, 

L.  24.  Confuso  con  R,  cioè:  tra  vocali,  dove  era  senza  dubbio  /•,  cfr. 
§  3;  davanti  a  consonante,  dove  probabilmente  suonava  r  scliietto,  car- 
chao  rp  1,  26,  vorpe  9,  188,  ecc.,  sebbene  si  possa  anche  supporre  che  la 
pronunzia  r  sia  moderna,  e  in  origine  ivi  pure  si  sentisse  un  r,  come 
tuttora  in  qualche  parte  della  Liguria.  —  All'uscita,  la  stessa  fusione,  ma 
l'unico  riflesso  -r  (-ri)  perdurava  vivissimo  al  tempo  dell'Anonimo,  come, 
la  rima  ci  ha  dimostrato.  Invece  in  tr.  non  se  ne  ha  più  vestigio,  j^ovo 
4,  5,  6,  fdé  5,  ecc. 

ALT  ecc.  si  riduce  nella  tonica  ad  aut  at,  e  la  forma  più  moderna  non 
ò  men  bene  rappresentata  della  più  antica,  perfino  in  rp  ;  il  che  significa 
che  al  tempo  del  copista  la  riduzione  di  au  ad  a  era  compiuta,  mentre  pel 
tempo  del  poeta  un  po'  diversamente  ci  fa  giudicare  la  rima,  nm.  P  iv.  Nel- 
l'atona  si  riduce  ad  u,  nm.  21:  otar  citato,  leotae  rp  3,  1I6,*  forme  come 
fazitae  9,  218,  sono  analogiche.  —  OLT  ecc.  si  riduce  ad  ot  ecc.,  vota  rp  9, 
250,  straoota  9,  252,  assoto  mu.  76  r,  dessota  182  r,  voze  53,  8,  revozo  60, 
14,  vosse  volle  nm.  68^  10;  ò  anche  nell'atona,  sodae  div.  1469.  —  Per  ULT 
ULC:  otra  rp  1,  33,  doze  dolce,  vivo,  ascota  -an  6,  199;  7,  82,  ma  non  è 
chiaro  se  nell'atona  si  pronunziasse  -m- od  -o-;  certo  o  all'iniziale,  otragij 
mu.  51,  10.  Inoltre  il  trovare,  ali.  ad  ascoterei  rp  3,  5,  docitae  4,  48,  catello 
ps  32,  6.  7,  mu.  47,  36,  anche  coutello  ps  32,  4.  38,  rende  probabile  che  la 
fase  intermedia  fra  il  primitivo  koutelu  e  il  posteriore  kìitelu  fosse  proprio 
hòtelu.  Del  resto  l'od.  kìitelu  è  poco  regolare  per  1'»,  e  il  colitelo  di  ps  sarà 
di  qualche  varietà  dialettale,  meglio  conservata.  —  Per  ILT  ho  viotae  mu.  55, 
10;  61,  11;  62,  1;  axevotae  div.  1470,  se  non  risponde  a  un  ar/evoltate, 
anziché  ad  ^agibil'tate.  —  Non  è  regolare  pover  mu.  26  r,  povre  ib,  e  la 
caduta  del  l  (r)  si  dovrà  certo  a  dissimilazione:  *purvere  jmv.,  od.  piivie. 

Due  casi  di  l  in  n:  il  solito  monto  e  anoffanto  nm.  17. 

25.  CL.  Anche  qui  variamente  cexia  rp  3,  41,  zesia  -xia  9,  279,  mu.  55, 
6.  37,  e  il  primo  è  l'esito  regolare  di  un  klesja,  il  secondo  forse  è  un 
esito  secondario  di  f/lesia,  ossia  di  gexia  mu.  95  r,  140  v  (od.  geza).  0  è 
da  un  dissimilato  *gesia.ì  Cfr.  PL.  —  In  nozhe  rp  8,  18,  nozherezao  8,  199 
io  vedo  ora  noe-,  nm.  19,  in  cui  l'o,  proveniente  da  AU,  avrebbe  impedito, 
come  suole,  il  digradamento  della  consonante  sorda.  —  In  ps  anche  CL  si 
riduce  a  gì,  apareglar  ecc.  28,  37;  29,  27.  39,  oregla  32,  5;  invece  Ip  ci  dà 
ogi  1,41,  0  sì  l'uno  che  l'altro  testo  possono  rappresentarci  condizioni 
reali,  cfr.  §  4. 

GL.  Ricordo  solo  veglar  devegla  desvegla  di  ps  31,  9.  10.  13.  —  Un  ne- 
grigente  in  rp  3,  305. 

PL,  in  C-:  zahi  1.  zhai  rp  3,  320  piati,  zho  1.  zhao  3,  324,  ali.  a  piaezar 
3,  330,  pmeiancio  331,  ihaza  oà.  casa  *plagea,  ihastre  piastre  mu.  245v; 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  7 

coniheta  275  r  'compieta',  inihetao  311  r  comprato.  —  Il  l  è  caduto  in.  pu 
rp  I,  27  ecc.,  dc^  3,  13,  ps  30,  15,  mu.  39,  35.  36;  40,  8,  ecc.,  pusor  pussor 
rp  3,  210,  dc^  15,  mu.  51,  20,  ecc.;  v'è  però  accanto,  sebben  più  raro,  jjuj, 
che  risponde  all' od.  cil,  cfr.  less.  s.  zhu.  Io  vedo  in  pu  una  dissimila- 
zione, *^MÌ  da  *piu'i,  e  così  spiegherei  il  pohia  di  ri,  pel  quale  però  i 
miei  testi  danno  piohia  iogia  mu.  41  v;  60,  17.  Cfr.  less.  e  XII  421. 

BL.  iaiia  ps  27,  6,  mu.  193  v,  ali.  a  biava  mu.  57,  37,  che  è  la  forma 
odierna,  iastema  ps  34,  45,  iastemando  rp  6,  86,  iassma  mu.  166  r,  ali.  a 
biassma  53,  43;  stabio  48,  15,  od.  stàyu;  assetnbiam  54,  4,  sembia  55,  13. 
24,  sembravi  67,  10,  del  quale  può  dubitarsi  se  fosse  pronunciato  proprio 
con  bi;  pubicha  54,  1,  1.  pubricaì  Notiamo  ancora  brandi  mu.  35  v,  che 
ricorre  pure  nel  sec.  xvi,  brasniao  div.  1469. 

FL.  xonchi  rp  8,  100  fìonchi,  axeverir  7,  98;  ma  spesso  con  grafia  eti- 
mologica, fieioi  mu.  54,  30,  ecc.  In  fr:  f ronza  mu.  34  r,  fronzora  33  v,  cfr. 
l'it.  [tonda  e  il  prov.  fronda,  fragellao  ps  36,  19. 

R.  26.  Passa  non  di  rado  in  l,  e  almeno  in  parte,  io  credo,  per  lo  sforzo 
di  rendere  il  suono  r:  pallea  mu.  140  v,  143  v,  paleam  149  r,  portigiolla 
143  V,  Catallinna  244  r,  melletrisse  286  v;  anche  davanti  a  consonante:  al- 
bori, alchangelo  170  v,  altifficio  243  v,  (o  dopo,  fablicar  312  v),  ma  qui  non 
oserei  attribuirgli  uno  speciale  significato,  pur  riiiiandando  alle  osserva- 
zioni del  nm.  24. 

Il  dileguo  tra  vocali  naturalmente  non  appare  affatto,  non  essendo  più 
antico  del  sec.  xvii;  né  la  declinazione  dimostra  nulla  in  contrario,  nra.  48. 
Quanto  ad  apartidrai  apartuio  e  simili,  mu.  3r,  7r;  40,  11,  risaliremo  a 
un  dissimilato  partudire,  air.  puir  rp  6,  198,  caso  analogo,  seppur  non  è 
un  errore.  Dissimilazioni  di  genere  diverso:  tnosteran  rp  3,  103,  entera  8, 
334,  matesdi  mu.  1 18  v,  od.  mntesdt,  ali.  a  martesdi  59  r,  (ma  solo  mar  cordi 
rp  9,  104,  mu.^  1  v,  sebbene  ora  sia  makurdì),  aberga  abergar  mu.  53  v, 
285  V,  da  arb.,  propocioim  74,  45,  sepolco  30  v,  (teresto  39,  39;  42,  2).  —  Ca- 
duto anche  davanti  s,  in  fossa  forse  mu.  62  r,  267  v,  ecc.,  cfr.  'Avverbj',  od. 
fosa;  la  forma  più  antica  si  mostra  pure,  forssa  farsa  niu.^  2  r,  279  r,  div. 
1466,  1468,  ecc.  —  Per  l'Inserzione,  num.  38.  —  Passato  in  n:  sorfane  mu.  38  v, 
sorffano  170  v,  171  v,  172  r,  257  r,  cfr.  l'od.  sufranin,  Cristoffano  230  v,  Cri- 
stoffam  230  v,  più  volte,  231  r,  od.  Kristòfa. 

All'uscita,  le  stesse  condizioni  che  per  l.  Si  notino  le  rime:  acordarte: 
carte  rp  3,  227,  marnarne  :  carne  5,  74,  intero garte  :  arte  6,  221,  sarvarne: 
carne  9,  174,  cfr.  ri  16,  461;  112,  4,  ecc.  In  tr.  nessuna  traccia  di  r  finale: 
acresse  4,  consejé  4,  segnò  5,  vegni  5,  inte  5,  ecc.  Cadendo  il  -r  (Z)  s'al- 
lunga la  vocale  se  tonica:  ostee  rp  8,  31,  criidce  mu.  67 r,  sam  Pee  85  v,  ecc. 

V.  27.  Cadde  ben  presto  nella  protonlca,  ma  si  conservava  intatto  nella 


8  Parodi, 

postonica:  viazo  rp  2,  33,  zoar  8,  141,  toagie  mu.  19  v,  vianda  49,  1.  8, 
proavi  53,  8,  proao  71,  14,  proero  76,  44,  ali.  a  provai-  59,  35,  su  próuM, 
mentre  proa  de*  42  rappresenta  l'analogia  inversa,  ^wor  56,  18,  paoira  poira 
nm.  16,  ecc.  ;  lavi  mu.  65,  40,  vescJiovo  68  r,  94  r,  ali.  a  vescìio  94  v,  veschi  68  r, 
ove  è  da  considerare  lo  sdrucciolo  e  il  susseguirsi  di  due  u,  cfr.  §  3,  ove  :  nove 
rp  9,  81,  move  9,  157  ecc.;  nota  Icxia  rp  6,  194,  vivo.  —  Come  estirpatore 
d'iato,  raro:  possevuo  mu.  108  v,  consevuo  160 r,  div.  1475,  consevua  mu.  161  r, 
procevuy  220  v,  {avolterio  41,  18).  —  In  (7:  il  vivo  uga  mu.  33  r.  —  Il  W 
germanico   ò  v  nel  tuttor  vivo  varda  mu.  34,  19,  avardavi  Ip  9,  16. 

N.  28.  Frequente  la  scrizione  nn,  per  rendere  il  suono  faucale  »n,  cfr.  nm. 
1  m:  ponnan  rp  1,  53,  imna  3,  3,  cfr.  una  mu.  30  r,  30  v  ecc.,  bonna  rp  3, 
39.  40.  48.  64  ecc.,  anche  in  annima  mu.  41,  16.  21;  43,  18,  od.  aimirna, 
monneghe  div.  1467,  innimixi  de*  31,  mu.  56,  1  ecc.,  Spinnora  tv.  6,  stran- 
ìiie  mu.  79,  36,  demonnij  80,  13,  cfr.  §  3.  —  Di  n  davanti  a  labiale,  tocca 
il  nm.  1  n.  —  Per  dissimilazione,  in  l,  r;  nomeranza  rp  6,  81,  morimento 
5,  71;  9,  195,  mu.  46,  6,  (noranta  mu.  45,  18;  47,  12.  19);  callonego  281  r.  E 
caduta  per  dissimilazione,  in  Yicencio  mu.  106  r,  div.  1380,  od.  Visehsu;  men- 
tre nelle  forme  di  coven  covenir  rp  3,  190,  ps  27,  2,  mu.  51,  18;  62,  29;  75, 
43;  76.  1,  dc^  sempre,  è  caduta  latina.  Casi  meno  sicuri:  coviar  rp  1,  13, 
coverti  mu.  64,  29,  cossollaciom  52,  9,  coffessar  55,  15,  cojfbrte  58,  47,  cof- 
finiao  198  V,  isolati,  comezar  rp  1,  51;  4,  23;  8,  94,  comezamento  8,  296;  9, 
199,  incomezaiga  9,  110,  strezeminto  8,  346,  che  sarà  un  errore,  come  in- 
cotenenie  5,  58,  senza  neppur  dire  di  usaza  3,  175,  modan  9,  218.  Cfr.  i 
casi  inversi:  sonbranzar  rp  1,  55,  damaninndo  2,  35,  recongerai  3,  260.  Per 
Domenende  ann.  47.  In  loitan  loitanna  mu.  47,  31;  93.  12,  s' aloitanna  83, 
33;  88,  2,  la  caduta  del  n  par  dovuta  al  dittongo  precedente,  cfr.  §  3  e 
qui  nm.  32;  e  nello  stesso  modo  spiegherei  la  caduta  nei  plurali,  nm.  48. 
—  Non  chiaro  il  solito  n  di  agni  rp,  9,  332,  ps  30,  36,  de-  29,  30,  mu.  40, 
18;  42,  22  ecc. 

Finale  di  sdrucciolo  originario,  par  si  sentisse  ancora  nelle  'Rime',  cfr. 
nm.  !*•  Ili;  anche  ne' testi  più  tardi  è  per  lo  più  scritto,  serviludem  mu. 
41,  11;  59,  13,  vergem  45,  32;  46,  3,  azem  47,  24;  54,  20,  forinen  54,  13, 
ordem  de*  6,  mu,  54,  24,  termen  lo,  33,  div.  1470,  beatitudem  mu.  62,  34; 
73,  20,  cfr.  Moysen  ps  36,  36;  ma  è  grafia  arcaizzante  come  mostra  terme 
div.  1479,  termi  mu.  27  v,  e  zoveno  ::TOveni  mu.  61,  36,  div.  1466,  già  ri- 
costituito sull'analogia  del  feminile.  Scrizioni  a  rovescio:  vergam  mu.  14  v, 
remenbransam  15  r. 

C.  29.  conduga  rp  2,  72,  segorar  2,  21,  nigum  mu.  57,  46;  92,  22,  ecc. 
Curioso  agabar  mu.  26  v,  da  *ad-  capare,  ma  è  forestiero.  —  CR:  sa- 
gramento   rp   3,   313,  ps  28,  42,  sagramentnr  mu.  57,  9,  consegrcy  144  r, 


Studj  ligufi.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  9 

aagrao  41,  13.  —  Resta  dopo  AU:  podio  mu.  47,  30  ecc.;  ma.  preicar  pricar 
non  è  chiaro,  cfr.  nm.  44*". 

29''.  QV.  Per  la  teoria,  vedi  §  3;  qui  rilevo  solo  Pascila  ps  28,  37,  che 
sarà  un  latinismo,  e  chesto  de*  8,  ch'io  credo  sia  per  questo,  e  ho  già  col- 
locato fra  gli  eserapj  del  nm.  1  e.  L'a  di  dioica  ognunca  non  è  originario; 
ca  devesi  alla  costante  proclisia. 

G.  30.  Non  rilevo  se  non  che  cognosce  conserva  sempre  il  suo  g,  rp  2, 
38;  6,  132.  136  ecc.;  per  contro,  sempre  linagio,  da  linagu:  per  dissimila- 
zione, come  in  kuìiiiseì  Per  GV:  sangonao  sangonenta  -i  mu.  81  r,  274  r; 
86,  23,  Ig  25,  203. 

CE,  CI.  31.  Caduta  antica  in  zaìii  zho  nm.  25,  pino  mu,  54,  36,  piaezar 
piaezando  rp  3,  330.  331,  rau.  59,  34,  che  rappresentano  l'evoluzione  le- 
gittima di  placitu,  di  fronte  al  semi  francese  caitu  di  ri,  od.  ccetn:  cfr. 
Rom.  XIX  486.  Per  * frec-ina  nm.  6;  pei  riflessi  di  facere  ecc.,  nm.  Q'S*^. 

GÈ,  Gì.  32.  Iniziale:  zermam  ps  29,  41,  zirà  41,  32,  zeme  64,  27,  {za- 
gante  nm.  18],  ecc.  Caduta  antica  in  maistro  ecc.,  inoltre  in  ceelà  seellao 
mu.  44  r,  171  v,  suggellata -to,  scello  scellerey  153  v,  un  po' sospetti  ;  loitan 
sarà  piuttosto  da  *lonctanu. 

T,  D.  33.  Caduti  fra  vocali  :  invio  rp  3,  218,  caramia  8,  292,  meer  mu.  164  v 
mietere,  meyva  164  v  mieteva,  comiao  niu.^  5  r,  ingrao  mu.  390  r,  prestey  de* 
27  prestiti,  scoa  div.  1473,  scoe  1477  riscuotere;  piaezar  ecc.  nm.  31,  refuar 
rp  8,  224,  veelo  mu.  24  v ,  ^3rt/r  213  v,  cavear  280  v,  chaum;  ma  conservato  per 
dissimilazione:  citde  servitue  e  simili,  cfr.  maitinaa  rp  3,  39  *ma[t]iliti-.  — 
grao  7,  39,  conseo  ma.  165  v  concedo,  dai  280  v  dadi,  raer  300  v,  veoa  ve- 
dova 90  r,  livio  48,  18,  rancee  de*  28  rancide;  guagni  rp  1,  11,  guierdon  2, 
70  e  spesso,  conzeuo  6,  181,  creenza  de*  19,  traymenio  ps  28,  26,  abaia 
mu.  Ì04r,  posseyva  147  r,  impeijmento  160  v,  alapiar  166  v,  creente  160  r, 
faiga  41,  25,  marixisse  41,  39,  peanne  42,  31,  Roam  Rodano  240  r.  — 
AV  impedisce  al  solito  il  digradamento  del  /,  maroto  mu.  52,  35;  pel 
•Gabbiamo  esempj  contradittorii  :  odo  rp  1,  65,  odi  3,  136,  ps  34,  37,  ma.  oy 
mu.  72,  24,  ode  50,  6,  o'i  rp  9,  25  udii,  oim  9,  28,  ma  odi  mu.  45.  6,  oir 
rp  1,  44;  2,  12;  3,  141.  143;  7,68,  ecc.,  mu.  79,  13,  ali.  a  odir  ps  28,  44, 
mu.  45,  28,  e  odirei  mu.  45,  27;  46,  7,  de*  6,  oio  oyo  oya  rp  7,  30;  8,  122, 
ps  32,  42,  mu.  72,  30,  e  odio  ps  34,  31.  45,  mu.  40,  3;  43,  28.  40;  46, 
11  ;  inoltre  odando  rp  9,  27,  mu.  80,  22;  [szhoi  ri  101,  20,  od.  coi];  goe  rp  8, 
185,  goer  9,  85,  loar  mu.  64,  1,  loao  66,  8;  72,  3,  loan  72,  2.  Gli  esempj  di 
oir  odir  ci  farebbero  propensi  a  credere  che  in  origine  il  d  permanesse 
nella  postonica,  cadesse  nella  protonica,  donde  poi  un  generale  congua- 
gliamento; ma  s'oppone  cou  coi.  Gli  altri  dittonghi  non  esercitano  alcuna 
azione.  —  TR,  DR:  paire  maire,  lairo  e  laero  div.  1466;  quaira  mu.   160  r; 


10  Parodi, 

ma  nella  protonica:  guiarixe  rp  8,  306,  lavarixe  mu.  29  v,  amarixe  126  v,. 
perciirarixe  237  v,  albergarixe  ib.,  aitoriarixe  387  r,  cantarixe  59,  2,  men- 
tre Vi  di  lairom  rp  6,  101,  o  di  mairinna  mu.  281  r,  proviene  dalla  forma  con 
à  tonico;  -  Pero  ps  29.  8.  19.  21.  23,  mu.  65,  29,  e  Per  ps  29,  13;  30.  46, 
nm.  41;  vreao  C,  servirixe  mu.  29  v,  norigamento  rp  3,  156,  norige  mu.  39,  27,. 
noriva  61,  8,  ecc.;  probabilm.  dexiri  rp  3,  33,  dexirava  1,  63.  Ma  cedro  mu.  43,, 
35.  36  non  è  indigeno.  —  NT:  brondoravam  mu.  28  v,  in  protonica.  Qui 
ricorderò  anche  TM:  rissmar  mu.  52,  6,  rixma  rismae  52,  38;  89,  40.  —  Si 
notino  pure:  per  D'  T,  seto  .57,  18,  asetar  ecc.,  v.  less. ;  B'  T.  dotasse  mu.  48, 
28,  dotava  60,  15,  esempj  che  indicano  come  si  deva  incendere  la  norma  po- 
sta dal  Picchia  Arch.  II  325  sg.,  in  nota;  P'  T,  creta  rp  3,  120;  cadcUa  mu.  69, 
43,  non  indigeno;  D'  C  sozo  -a  rp  3,  218;  5,  71,  ma  ct'r.  Schuchardt,  Ro- 
man, etym,  I  43  e  passim. 

P.  34.  Se  interno,  le  stesse  condizioni  che  pel  v.  In  a  lo  bostuto  de*  25 
è  forse  commistione  con  bis-.  —  PR:  avrir  ps  35,  12;  66,  21,  avrì  64,  26, 
levroso  ps  28,  7,  dessovra  mu.  59,  28. 

B.  35.  Come  P.  Noto  revellava  mu.  186  r  ribellava,  trivolli  ib.,  cobear 
QQ>,  6,  ali.  a  covey  63,  33.  Dopo  consonante,  par  passato  in  u,  nell'isolato 
xorver  rp  7,  123  sorbire,  se  è  esatto:  oggi  siirbì.  —  RR:  envria  rp  7,  183,. 
envrio  mu.  68,  36,  ep.  358,  envrieza.  358. 

36.  11  nesso  CT.  —  Già  in  rp  s'oscilla:  aspeile  rp  9,  86:  delecte,  aspeta 
9,  321:  sospeta;  noyte  ps  30,  7,  raro  note  35,  37;  di  solito  in  in  il,  ma 
fruito  ps  27,  8,  mu.  43,  25  ali.  a  fritto  43,  39,  conduyto  ps  27,  6.  Per  rp 
tuttavia  attribuiremo  l'oscillamento  al  copista.  Si  noti  che  l'i  cade  sola 
nella  formola  -ect-  e  non  già  nelle  formolo  -ect- -Tct-,  cioè  in  -iéit-  e  non 
in  -éit-,  od.  aspftu,  ma  stre'itu,  Rom.  XIX  485.  —  NCT  :  saynta  satiynta  ps  27, 
5;  28,  38,  saincti  mu.  134  v,  2^oi>ìto  rp  9,  228,  ointi  mu.  125  r  unti,  zointe 
76j  32,  conzointi  94,  4;  ma  zonta  rp  6,  54,  ponto  6,  229,  santo  spesso. 

S.  37.  Tra  vocali  digrada  in  s\  ma  non  dopo  AV:  cosse:  ose  rp  3,  65  ecc.» 
nm.  l''  I.  Rimane  anche  in  coci,  od.  limi,  vedi  'Avverbj'.  —  Davanti  /  è 
di  regola  i:  Genoeixi:  preisi  rp  1,  55,  e  numerosi  esempj  potrebbero 
trarsi  da  ri;  vergognoxi  mu.  52,  36,  lacrimoxi  ib.,  aventuroxi  56,  13;  58,  lì,. 
coveoxi  60,  28,  precioxi  60,  29,  inffoxi  60,  32,  orgoioxi  66,  32,  conffuxi  68,. 
26,  incluxi  73,  2,  divixi  74,  15,  preixi  54,  32,  vixitar  53,  2,  vivo,  dexiri  59, 
.5,  nm.  33,  muxicha  59,  2;  60,  40,  vivo,  dispoxiciom  67,  37,  fixicianìia  71,. 
45,  ftxichi  SS,  30,  vivo,  come  propoxito  81,  23  e  caa^i  dc^  47,  (donde  poi  il 
sng.  kazu),  e  quaxi,  frequento.  —  Un  s  prostetico  in  storbee  mu.  88,  18, 
oggi  sturbiti,  sprecioso  ps  28,  9,  sgotava  31,  24;  per  stramontar  mu.  23  v, 
strapassara  ps  32,  38,  strapasay  de'  34,  nm.  94,  —  Infine  noterò  un  caso 
di  se,  dissimilato  in  s:  Sansiom  Ascensione,  od.  Sansuh,  cfr.  nmm.  17,  .39. 


Studj  liguri,  §  2.  Spoglio  fonet.  e  inori',  11 

Accidenti  generali, 

38.  Epentesi  di  e,  libero  rp  8,  399,  mu.  38,  1;  41,  4,  ecc.,  leveroso  58  v, 
ali.  a  levroso  59  r,  soveram  83,  18,  cfr.  sovaranna  nm,  17;  -  di  n,  lenger 
rp  3,  139,  lengermnenti  de-  14,  zinzanie  dc^  39,  deslengoa  mu.  57,  51  (cfr. 
rit.  sdilinquirsi),  sempre  vivi;  per  scambio  col  prefisso  in-,  ensir  insir,  in- 
(jiiar,  envrio;  -di  r,  incrosto  rp  7,  178,  cfr.  l'it.  inchiostro,  caristria  mu.  11  r, 
sam  Sistro  219  v,  più  volte,  refrittorio  282  v;  -  vernardA  mu.^  1  v,  4  r,  saia 
un  errore  (cfr.  l'od,  venardi  rp  9,  17.  53,  mu.^  2  r,  6  r). 

39.  Aferesi  d'a:  guza'ì  mu.  57,  40,  Sansioìn  nm.  37;  -  di  e,  temitele  mu. 
66,  16.  20;  95,  12,  loquencia  61,  7,  piffania  270  r;  -  d'una  sillaba,  fermarla 
mu.  275  r,  cfr.  §  1  A  nm.  53. 

40.  Sincope  di  vocale:  ovra  2,  20;  3,  215;  6,  128  ecc.,  ermito  -iti  mu.  133  r, 
171  r,  sempre  vivo,  (vraxe  mu.^  3  v,  6  r,  arcordando  arcorde  arcordao  div. 
1469,  1474),  ìTiesmo  mu.^  1  v;  39,  32;  85,  29.  31,  meysmo  ps  28,  10,  nm.  44\ 
santismo  mu,  38  v,  sapientismo  43  r,  disnar  rp  7,  97,  ps  28,  10,  sempre 
vivo;  inoltre  in  verrà  terrà  porrà  vorrà  varrà  parrà  morrà,  ecc.,  nm.  60. 
Probabili  errori:  Yenciaìi  rp  1,  50.  67,  tenbroso  rp  8,  385,  ancresmento  9, 
197,  —  Perla  caduta  di  r,  nm.  26;  di  n,  nm.  28. 

41.  Apocope.  Per  le  questioni,  non  poche  né  lievi,  che  suscita  l'apocope 
di  vocali  nel  genovese,  è  da  vedere  il  §  3;  qui  mi  limito  a  raccogliere 
i  fatti.  Dopo  n  cadono  tutte  le  vocali,  tranne  a;  dopo  r,  tranne  a  ed  inoltre  7, 
ossia  i  romanzo,  cfr.  anche  §  1  A  nm.  12.  Notevole  guari  rp  3,  321,  ecc., 
nm.  44,  ma  for  rp  1,  36,  ecc.,  dovrà  attribuirsi  a  fonetica  sintattica,  cfr. 
for  forse,  for  che  mu.  295  r  forse  che.  In  paire  maire  persiste  V  e,  perchè 
era  preceduto  originariamente  da  tr;  per  frai  nm.  2n.;  Per  Pietro,  ali.  a 
Pero,  nm.  33,  e  cosi  -derer,  rp  8,  93;  9,  304,  paiono  da  spiegare  come  for. 
Gli  aggettivi  parossitoni  di  2.^  perdevano  V-u:  car  rp  4,  1;  9,  79,  avar  7, 
33,  dar  mu.  61,  25,  fer  rp  7,  108,  mu.  80,  18,  plurale  86,  21,  soì-  solo,  rp 

2,  59;  8,  208,  del  40,  mu.  66,  4,  dur  rp  5,  95,  segur  9,  234,  dc^  18,  mu.  71, 
27,  ali.  al  plur.  segur i  dc^  10,  mu.  54,  6;  64,  3,  sperzur  rp  6,  59;  ora,  sul 
plurale  e  il  femminile,  kàu,  féu,  ecc.  Nei  sostantivi,  identiche  condizioni,  ma 
queste  di  solito  si  mantengono  nell'od.  dialetto:  cel  rp  7,  140,  mu.  02,  14, 
od.  sf,  Pero  e  Per,  od.  Péli  e  San  Pe~,  veir  mu.  222  v,  od.  dave'j,  davvero, 
cor  .33  V  cuojo,  sor  44  r  suolo,  par  44,  19  pajo,  od.  pia,  e  par  65,  37  palo,  zer 
60,  11,  (ora  s'éu),  agur,  vedi  G:  però  oro  rp  3,  25,  mu.  64,  3.  27;  65,  44;  77, 
18,  thessoro  tesoru  rp  3,  26,  mu.  70,  12;  71,  2;  79,  2,  ecc.,  od.  óu,  tres'óu, 
sam  Poro  41,   11.  La  caduta  dell'^  è  generale  nei  parossitoni  di  3.^:  lear  rp 

3,  244,  plur,  7,  171,  par  7,  138,  mortar  7,  144,  vii  8,  262,  mu.  74,  12,  plur. 
63,  38;  80,  2,  ecc.,  cruder  51,  30;  mar  39,  9  mare,  moier  44,  22,  od.  murlà, 


12  Parodi, 

ma,  mugé.  —  Nei  proparossitoni  1'  oscillamento  è  maggiore  e  più  diflicile 
a  spiegare.  L'è  cadde  sempre  negli  aggettivi  in  -eive,  proffeieioer  mu.  51, 
24,  semegieiver  51,  8,  desemegieioi  54,  2,  seyvi  51,  41,  parlicipeiver  56,  10, 
raxoneiver  58,  7,  dellecteioer  60,  11,  aveneiver  62,  37;  86,  31,  maneiver  62, 

38,  piaxeiver  63,  27,  covegneiver  64,  4,  convegneivi  78,  9,  ecc.,-  serie  quasi 
completamente  scomparsa;  in  -abile  afabel  de-  11,  intend.aber  mu.  51, 
18.  39,  dwaber  52,  28,  muabei-  61,  30,  staber  87,  38;  in  -ibi le,  orribel  rp 
5,  81,  ps  30,  38,  mu.  60,  12,  terribel(e)  rp  5,  82,  senssiber,  plur.,  mu.  51,  23.  38, 
possiber  93,  19;  in  -ile,  z<^e^  rp  6,  166,  plur.,  e  9,  316,  sng.,  ?</er  mu.  204  v, 
sng.,  389  r,  plur.,  de*  44,  hiimel  rp  6,  253,  plur.,  ali.  ad  humeri  mu.  179  v, 
deber  52,  12;  312  v;  nober  48,  25,  plur.,  51,  41;  76,  6,  sng.  La  lingua  letteraria 
ha  trionfato  di  tutti.  Ma  nei  sostantivi  proparossitoni  di  2.^  l'incertezza  è 
glande:  datari  mu.  231  y; .scandaro  rp  6,  82;  angero  mu.  42,  18;  43,  13; 
47,  36,  angeli  ps  32,  9,  mu.  38,  6;  40,  19.  20,  ma  anger  mu.  66,  34;  asperi 
mu.  257  V  aspidi;  vespero  53  r,  vesporo  80  v,  203  r,  ma  vespo  85  r,  293  v; 
44,  35;  zenero  46  a"",  117  v,  zener  117v,  due  volte;  apostoro  spessissimo  in 
mu.,  ma  aposto  177  r;  arbore  170  r,  erboro  40,  15.  24;  42,  27,  erbori  39,  10; 
40,  12,  ma  erbo  40,  14;  diavoro  rp  8,  246,  diavollo  mu.  255  v,  ma  dÀavo 

39,  37;  40,  25.  39;  41,  17;  discipo  290  r;  consoro  tr.  4;  folguro  mu.  174  v, 
follgori  200  r;  marmar o  224  v,  marmori  176  r,  224  v;  martori  203  v;  p«-i- 
goro  rp  8,  105.  275.  396,  perigo  dc^  17,  mu.  55,  30;  63,  30,  jìerigi  54,  33; 
71,  14;  lìovol  ps  33,  27;  34,  5,  povo  tr.  4,  5,  6,  mu.  51,  33;  56,  14,  ecc.  — 
Infine:  zener  cener  rp  9,  307,  mu.  173  r,  241  r,  cene  43  v  cenere,  ora  senie; 
piover  povre  nni.  24,  ova.  pùoie.  41.''  U -i(  d'uscita,  in  iato  originario  con  e 
tonica,  cade,  e  la  vocale  rimasta  scoperta  s'allunga:  e  io  nm.  50,  De  Dee  rp 
1,  58;  2,  5.  16,  ecc.,  mu.  39,  2,  ecc.,  me  mee  Ip  1,  4.  30,  mu.  41,  29;  48,  38, 
re  rp  2,  32.  56,  allato  a  un  letterario  reu  8,  113,  Berthome  nm.  16,  Sani 
Mathee  mu.  42  r,  172  v,  Thadee  196  r,  Sam  Trope  170  v.  Il  fenomeno  si 
compiè  prima  che  si  fognassero  iM  e  il  d,  cfr.  axéo  od.  azóio,  e  qui  sotto 
-ée.  —  Cade  anche  -i,  dopo  é,  ò\  u,  sia  o  no  antico  l'iato,  e  la  tonica  s' al- 
lunga: me  rp  9,  11,  mu.  53,  35,  ali.  a  mei  rp  9,  90,  mu.  52,  27  e  sempre 
in  Ip,  pee  ali.  a  pei  nm.  48,  re  rp  8,  203  rei,  e  cosi  zue  farise  ali.  a  farixey 
nm.  48,  le  nm.  50,  ali.  a  lei  ip,  tó  tieni  nmm.  l'M,  68''  15,  ve  vieni,  forse  anche 
de  rp  8,  88  devi  [ri  12,  490,  cfr.  vei  16,  172,  in  rima  con  me,  e  quindi  da 
leggersi  ve];  pei  futuri  odire  avere  nm.  00;  e  sei,  nm.  V>  1,  ali.  ad  ei  nm.  68'^ 
1,  se  cento  mu.  45,  4.  14.  17  [se  ioì-ni  ri  14,  220].  In  Ip  la  caduta  dell'?  dopo  é 
non  appare;  in  rp  (e  ri)  doveva  esser  mono  frequente  che  nel  ms.  Nel  nu- 
merale tréi,  nelle  forme  verbali  lezéi  menci  e  simili,  nm.  3,  fu  impedita  dal- 
l'analogia di  altre  forme,  e  cosi  dicasi  dei  futuri  ave)-éi  ecc.,  ma  cfr.  nm.  44''. 
Dopo  ci':  vo  rp  9,  61  vuoi,  vota?  mu.  272  v,  di  solito  voi  nm.  6S''  10.  [noi,  ecc., 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  13 

nm.  48,  toi  soi,  nm.  51  ;  dopo  ù':  atru  rp  3,  71.  172,  ali.  ad  atrui  3,  166.  201. 
268.  —  Anche  e  cade  dopo  é,  ma  la  tonica,  a  quanto  pare,  resta  breve  :  fé 
fede  nm.  P  I,  ve  vede,  de  deve  nm.  P  I,  68''  13.  E  però  più  probabile  si  tratti 
di  veri  troncamenti,  come  sono  in  italiano  città,  fé;  ere  sarebbe  allora  re- 
golare, e  cosi  see,  nm.  7.  Ma  re  re,  nmm.  l''!,  47,  forse  da  *rée,  abbreviato 
nel  nesso  re  de.  In  tree  rp  6,  26,  femminile  di  tres,  l'iato  è  originario,  quindi 
forse  la  pronunzia  era  trcee,  e  V-e  rimase,  come  segno  del  femminile,  al  modo 
stesso  che  V-i  nel  masch.  tréi;  oggi  trce  tre'j.  —  Mena  importanti:  quax  tuto 
rp  2,  23,  certo  erroneo,  tu  rp  6,  50,  mu.  57,  5;  96,  29  'tutto',  aotom  57,  44,  fran- 
cesismo, loham  de  Meom  50,  20,  cfr.  l'od.  G'uan,  dovuto  a  fonetica  sintattica. 

42.  Metatesi.  Anzitutto  di  r:  spraver  mu.  99  r,  acc.  a  sparve  rp  3,  56, 
frevor  rp  4,  59,  mu.  201  v,  frevente  218  v,  240  v,  crovo  211  r,  277  v,  ali.  a 
corvo,  od.  króu,  grilanda  115v,  tromento  233  v,  273  r,  tromentao  120  v.  Sarà 
Trope  nm.  41'',  destrobar  185  v  disturbare,  irond  44,  35  tornò,  tronai  11  v^ 
ma  altrove  sempre  tornava  e  simili;-  craston  29  v,  crastao  185  v,  crava  309  v, 
freve73,  18,  freoar  99  v,  intrege  lo,  46,  ali.  a  integro  rp  3,  19,  integramente  6, 
245,  ^rea  rp  8,  304,  tutti  sopravissuti,  crastd,  pria,  ecc;  ma  sempre  dvri  rp  3, 
86,  avrl  mu.  11  r,  havrise  div.  1476,  e  avri  mu.  203  r  'aprile',  oggi  arvl'  per 
l'uno  e  per  l'altro;-  tipo  meno  comune:  burtessi  (?)  mu.  99  r  brutture,  sj'^er- 
cioxi  125  r,  spermessar  C,  scorsi  C,  pordomo  -i  72,  3;  82,  34,  ecc.  —  Di  5: 
d.espoto  mu.  32  r  'deposto',  e  più  curioso  egispiaim  mu.  9  v,  llv;  4.5,  26.  — 
Di  n,  solo  apparente.  Nella  3^  pi.  di  verbi  uniti  con  enclitiche,  passa  dal- 
l'uscita del  verbo  all'uscita  del  vocabolo;  certo  perchè  si  parte  dal  singo- 
lare, cedendo  all'illusione  che  esso  formi  un  tutto  coU'enclitica,  e  che  la 
desinenza  propria  del  numero  vada  collocata  in  fine  di  tale  complesso  : 
disse-li-m  53  v,  82  r  'gli  dissero',  su  disse-li,  misse-la-m  85  r  'la  misero', 
ocivalem  47,  27  per  ocievan-le,  partissem  23  r  per  partin-sse.  Dello  stesso  ge- 
nere è  guielam  ri  17,  11,  non  bene  spiegato  in  ann.  43;  cfr.  .§  3  e  l'odierno 
dév'-fsah  per  devah-ese  devono  essere.  E  come  un  caso  d'incorporamento. 
Pare  erroneo  trenssella  mu.  245  r  per  trassen-la.  —  Metatesi  d'un' intera  sil- 
laba: ìnazagem  mu.  llr,  ali.  a  rnagazem,  —  Di  grado  fra  due  consonanti: 
rnbito  223  v,  rabita  276  v,  e  rabita  ripida  ho  udito  anch'io  da  qualche  vecchio. 

44.  Effetti  d'un  i  finale  e  attrazione.  E  notevole  che  rp  si  accosta  ai  dia- 
letti lombardo-veneti,  per  l'azione  esercitata  da  un  -i  d'uscita  sull' e  tonico^ 
anzitutto  nella  desinenza  -enti:  ordenaminti  rp  3,  154,  entregaminti  3,  271» 
spesaininti  3,  314,  siibitaminti  5,  55,  greveminti  6,  155,  primeraminti  8,  15, 
spccialminti  8,  25.  398,  fermaminti  8,  68,  saviaminti  8,  71.  128,  ali.  a  non 
pochi  in  -enti,  3,  315;  8,  140.  320.  359,  ecc.  Sostantivi:  conmoveminti  8,  7 
{•.venti),  strezemìnto  8,  346  {-.vento),  certo  erroneo,  ma  pur  significativo. 
Inoltre:  farisi  3,  72,  in  rima  con  prendesi,  che  ha  allato  faresi  8,  387,  in 


14  Parodi, 

rima  con  'paresi,  ma  anche  averisi  8,  160  (:  avesi).  Non  chiaro  e  non  sicuro 
lingni  7,  197,  ali.  a  lengni  8,  77;  meno  ancora  deifisi  8,  290,  in  rima  con 
bachanesi.  Il  fut.  navegeri  8,231  (:  averei)  par  confermato  da  averi  mu.^  2  r, 
e  nota  pure  speri  rp  8,  48  speriate;  inoltre  nram.  57,  61.  D'altro  genere  sa- 
rebbero orie  8,  300,  che  rima  con  meravie,  apariemose  8,  187,  ma  saranno 
errori,  cfr.  oreie  8,  414,  ecc.  I  fatti  raccolti  fin  qui  non  dubito  sieno  da 
attribuirsi  al  copista  di  rp,  o  meglio  alla  varietà  dialettale  cui  egli  appar- 
teneva, e  un  piccolo  riscontro  abbiam  trovato  anche  in  mu.^;  cosicché  pos- 
siamo con  molta  verosimiglianza  concludere,  che  qualche  parte  della  Li- 
guria si  accostava  per  l'estensione  dei  fenomeni  metafonetici  ai  dialetti 
lombardi.  Se  anche  in  certi  altri  fatti  sia  da  vedere  l'azione  dell'  i  finale,  è 
anche  più  dubbio.  Alludo  alle  seconde  persone  dei  perfetti  di  dare  fare,  ecc., 
faisti  rp  6,  53  (loisti),  faesti  6,  170  {-.consentisti),  fisti  6,  80,  ofendisti  6,  155 
{•.devesti),  caisti  6,  71  {:  f alisti).  Qui  la  rima  impedisce  di  solito  di  pensare 
ad  alterazioni  degli  amanuensi,  e  s'aggiunge  che  anche  ri  conserva  traccie 
de' medesimi  fatti:  daesti  1,  38,  in  rima  con  enxisti,  e  56,  121,  in  rima  con 
vestisti,  faesse  126,  15,  in  rima  con  falisse,  ali.  a  faesse  43,  83  {-.morese), 
75,  47  (-.sostenese),  fessi  82,  15  (lofenderesi).  E  v'  è  di  più,  che  le  forme 
posteriori  feisti  deisti  treisti,  nm.  6S^\  accennano  propriamente  a  faisti,  an- 
ziché a  faesti  e  simili,  nm.  16.  Sorge  quindi  spontanea  la  domanda:  siffatte 
seconde  persone  di  perfetto  dovettero  il  passaggio  dell' e  tonico  in  i  alla 
metafonesi  o  a  qualche  fenomeno  d'analogia?  Nel  primo  caso  converrebbe 
ammettere  che  la  forma  con  (?'  sia  schiettamente  genovese,  la  forma  con  i 
invece  provinciale,  e  solo  col  tempo  riuscisse  a  sopraff"are  anche  in  Genova 
il  riflesso  primitivo.  Qualche  aiuto  verrebbe  da  un  dei  testi  lombardi  del 
Salvioni,  A,  Arch.  XIV  217,  nm.  1.  Cfr.  per  la  seconda  ipotesi  il  nm.  59.  — 
Attrazione.  L'i  di  plurale  si  risentì  nella  sillaba  tonica  dei  nomi  in  -no  -ne: 
main  boin,  da  *7naini  *buini:  se  la  vocale  accentata  era  e,  u,  Vi  fu  come  as- 
sorbito dalla  nasale,  ben  beni,  arcum  alcuni;  tuttavia  ho  beim  de*  17,  alcuim 
div.  1466,  due  casi  che  non  so  quanto  valgano.  L' i  fu  attratto,  pur  rima- 
nendo anche  all'uscita,  nei  nomi  in  -ante  -ande:  il  noto  fainti,  mercanjnti 
de'  5,  graindi  mu.  42,  24;  82,  4,  graym  91,  15,  onde  per  analogia  anche  i 
fem.  pi.  grainde  mu.  95r  ;  66,  28,  oA,  grehde,  tainte  118  r,  quainte  16  r,  cfr. 
nm.  48.  Sul  sg.  spainto  mu.  3  v,  60  v,  spainta  rp  7,  136  (sebben  qui  da  leggere 
spanta),  più  tardi  spuento,  deve  avere  influito  anche  l'analogia  di  sainto  ecc. 
D'altro  genere:  goairi  mu.  113  r  [cfr.  ri  132,  6J,  od.  guce'i,  nm.  41 ,  coirate 
1 13 r,  cuojai,  feirar  22  v  feriare,  feiram  288  v;  cfr.  mainerà,  camairera  nm.  4. 
In  moire  Ig  17,  20  muojo,  se  esatto,  è  da  veder  l'azione  del  cong.  moira.  Per 
raina  rana,  da  *ranea,  nm.  2.  —  Cito  ancora,  per  abondanza:  spregssa 
ps  36,  26,  che  può  esser  puramente  ortografico,  per  sprrsa,  ma  può  anche 


Studj  liguri  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  15 

offrirci  un  esempio  di  i  svoltosi  da  s,  come  in  scesu,  di  qualche  varietà  ligure; 
tuite  or  rp  8,  274,  che  è  certo  un  errore,  nonostante  le  analogie  straniere. 
44.''  Contrazione  e  simili.  Nella  desinenza  -ài  de'  verbi  di  H  con.,  seguiti 
da  enclitica,  Y-l  può  cadere,  sebbene  le  influenze  analogiche  lo  abbiano  poi 
ristabilito  ovunque.  La  caduta  è  anteriore  alla  fusione  in  dittongo  di  -ài. 
Es.:  trala  rp  3,  220,  per  'traggi-la'  {tra-me  ri  6,  108  traggimi],  percasàve 
rp  8,  15  {-.nave),  ^qv  percazài-ve,  pensave  8,  50  [cfr.  ri  71,  41  e  42],  che 
demanda-voi?  mu.  66  r,  che  porta-voi  70  v,  ve  conturba-voi?  74  v,  anda-voiì 
102  V,  167  r;  86,  16,  che  fa-voi?  104  v,  ossa-voi?  106  v,  ve  lamenta-voi? 
130  V,  nega-voi'i  152  v,  ali.  a  demandai/ -voi ?  85  v,  ve  maravegiai  voi? 
89  r,  ecc.  Dubbi  assa  rp  8,  155,  zama  8,  335.  Anche  qualche  esempio  della 
caduta  nella  desinenza  -ei:  ve-ve  mu.  39,  43  'vedete-vi',  se  è  esatto,  se-voi 
nm.  68*^  1.  Gfr.  §  3.  Sono  in  fondo  dello  stesso  genere:  ocirlo  per  ocierlo 
mu.  47,  39,  ocirà  per  oderà  41,  20,  ocirea  18  v  condune  Ip  3,  41,  Ig  9,  81, 
per  condùe-ne  condurci,  conduceteci,  ztcxe  mu.  85,  29.  42,  per  znexe  iayró 
pr.  57,  3,  per  aieró  aiuterò].  —  Nella  contrazione  di  ee,  ei  non  tutto  è  chiaro. 
Non  popolare  tu  prichi  mu.  252  v,  pricar  rp  3,  348,  pricaor  7,  78,  pricazion 
•6,  139,  con  ei  mutato  in  i,  mentre  forse  dovrebbe  rimanere;  ma  si  potrebbe 
supporre,  pensando  alla  forma  pre'iche  ri  6,  110  (:  drite),  che  Ve  cadesse 
davanti  ad  un  i  originario,  atono  e  in  iato.  Gfr.  XII  423,  XIV  218,  nm.  6. 
E  in  modo  simile,  nei  composti  benixirte  mu.  48,  12,  benixi  49,  10,  benixio 
48,  39,  tu  binixi  mu.  49,  9,  marixisse  41,  39,  marixom  48,  20,  ove  si  potrebbe 
attendere  beneizir  ecc.  (cfr.  meizina,  àdreitil'a);  oggi  solo  il  cong.  bentf/e. 
Infine  citar  rp  8,  281,  zitavi  Ip  9,  15,  zitassi  mu.  53,  18,  può  esser  nuovam. 
estratto  da  zeta  mu.  53,  30;  ma  questo  sarà  da  pronunciar  s'fia  come  da 
*s'ieita,  mentre  il  sostant.  od.  superstite  s'è  tu  gettito,  sarà  a  sua  volta  rifatto 
su  s'ita.  Normale  sembra  la  contrazione  di  ee  atono  in  Freyrigo  de-  2, 
mu.  184  r  [cfr.  ri  127,  32],  meixina  less.,  vivo,  e  non  è  caso  molto  diverso  da 
ne  in  ui,  Poiste  div.  1472  'Podestà',  Poistarie  1470,  1471.  Nei  verbi  si  oscilla: 
veirà  proveirà  da  veerà,  sebbene  possa  esser  rifatto  su  veivavei;  creerò  cree- 
ram  su  creo  creer,  allato  a  creirarn;  concerà  mu.  151  v,  per  conseerà  conce- 
pirà, proceessem  mu.  75,  43,  su  conceer  proceer  e  simili.  Per  ìnegstno  ps  28, 
10.  42,  cfr.  spreyssa,  nm.  44?  —  Di  ae  ai  toccammo  al  nm.  2;  ae  si  contrae 
normalmente  in  ce,  ma  passò  prima  per  aiì  II  solito  aire,  che  rima  con  jjmre 
ecc.,  e  la  desinenza  -aigu  da  -àfdjegu,  saloaigu  ecc.,  inducono  a  risposta  af- 
fermativa, per  ae  interno  con  accento  suU'a;  e  Ve  sarebbe  passato  in  i,  quando 
le  due  vocali  erano  ancora  divise  da  un  iato.  Curioso  aglio  mu.  168  r,  per 
àelu  'egli  ha'.  Invece  aé  ed  -àe  d'uscita  non  subirono  altra  modificazione, 
che  di  unirsi  insieme  sempre  più  strettamente;  e  ad  essi  s'accostò  a  poco 
a  poco,  ma  certo  in  tempo  posteriore  all'Anonimo,  anche  ài  interno  ed  ài 


16  Parodi, 

d'uscita;  cfr.  le  scrizioni  paere  ecc.,  nm.  2,  che  rappresentano  la  fase  in- 
termedia, tuttora  viva  nei  dintorni  di  Genova.  —  11  trittongo  uei  in  ui,  tardi  : 
poi  potere,  poiurt  ecc.,  div.  1467,  1472,  nm.  68*^  9.  —  Una  vera  contrazione  è 
quella  di  aa  in  «,  guagni  rp  1,  11,  vivo,  e  di  -ii  in  -7:  vi  mu.  53,  .39  vidi, 
e  cosi  sempre.  La  lunghezza  dell'i  risulta  dalla  rima:  sepelii  ri  12,  566:  voi 
di(r),  cioè  dì,  consenti  79,  135  'consentii':  vi  'vidi  ';  mentre  -ì"  rima  solo  con 
-i,  vi  12,  186.  648;  16,  74;  49,  357.  361;  56,  97,  ecc.;  rp  3,  294;  8,  424;  9 
45.  53.  [Un  -ie  in  7:  se  De  v' ay  ri  45,  61,  in  rima  con  di  dite].  —  Per  -jo- 
in  -/,  nm.  19;  per  GV,  nm.  30. 

44°.  Scambio  di  prefìssi  e  suffissi.  Oltre  i  casi  già  citati  qua  e  là:  af- 
fiamao  mu.  61,  18;  perfondo  rp  4,  8;  5,  21,  perposo  9,  85  proposto,  per- 
curao  mu.  86  v  'procuratore';  preco.zàr  8,  192;  9,  200, ^rewemV  rp  8,  188  per- 
venire; disvolgaa  mu.  86  v,  e  per  contro  deihavao  81  v;  reposta  97  r,  144  r, 
vivo  nel  contado,  ma  il  s  potè  cadere  per  dissimilazione,  cfr.  resposo  175  v; 
e  citerò  anche  recreseagi  42,  22,  invece  dell'od.  rinkreèe,  cfi*.  incresse  42,. 
35,  regracià  44,  36,  invece  dell'od.  ringr.,  remendar  95  v  emendare;  secorr& 
51,  32.  — cimitorio  mu.  211  v    3  volte,  213  r. 


d.  Morfologia. 

Flessione  nominale. 


45.  Metaplasmi.  I.  Di  maschili  della  terza  alla  seconda:  arhoro  er- 
boro, folguro,  marmaro,  vespero,  nm.  41,  fola  rp  2,  39;  3,  333,  in  rima 
con  molo,  grando  3,  59,  es.  unico,  calexo  ps  28,  41  ;  31,  7,  pontifficho 
33,  35.  44,  teresto  mu.  83  v,  sorffano  170  v,  171  v,  257  r,  ali.  a  sorfane 
nm.  20,  sam  demento  223  v,  ali.  a  Clemente,  e  elemento  165  v,  due 
volte,  ramo  224  v,  sempre  vivo,  abao  259  v,  oggi  solo  in  Mese  Labòiv, 
hereo  41  v,  116  v,  sacerdoto  4",  15,  anoffanto  nm.  17,  dollento  dolento 
mu.  59,  32,  Ig  6,  2  [dolenta  ps  33,  17,  Ig  15,  27]  ;  inoltre  ermito  nm.  40. 
Ma  sempre  veraxe  contro  l'od.  viàhi,  e  per  contro  fumo  rp  9,  44,  con- 
tro l'od.  fìime.  ~  Es.  a  sé,  Sam  Luco  mu.  55  r,  57  r,  vivo  nel  nome 
d'una  via.  —  li.  Di  fem.  della  terza  alla  prima:  sea  sete  nm.  7,  ali.  a 
see,  progenia  mu.  24  v,  parea  135  v  'paréte',  due  volte,  fornaxa  170  v, 
vivo,  sorta  201  v,  voxia  200  v  'fama',  noriza  53,  41,  forestiero,  cri«- 
dera  ps  31,  4,  mu.  55,  8,  comunna  mu.  61,  6;  75,  49;  notisi  pure:  la 
dia  'il  dì'  Ig  21,  8.  20.  Sempre  in  -e  il  fem.  plur.  di  3*:  famolente 
rp  6,  142,  tremolente  Q,  143,  ecc.  —  Si  ricordi  ancora:  malvaxe,  sem- 
pre, tranne  un  malvaxo  ps  35.  33;  e  dalla  5"*  declinazione,  iacia 
mu.  170  V,  vivo,  gasa. 


StQclj  liguri.  §  2.  Spog-lio  fonet.  e  morfei.  17 

Un  nuovo  singolare  di  fui  ó  fiae  fiay  ps  31,  7.  19;  32,  12,  mu.  89,  8, 
dovuto  sia  all'epitesi  di  -e,  resa  più  facile  dall'analogia  di  citàe  e  si- 
mili, sia  all'estensione  del  plurale.  Ma  la  seconda  ipotesi  non  conviene 
a  stràe  stray  mu.  105  r,  231  r,  che  fu  nel  sec.  XVI  strè;  cfr.  §  1  nm.  48, 
0  §  3.  —  Per  -ities,  nm.  8. 

46.  Cambiamento  di  genere:  la  ventre  rp  7,  87;  9,  300,  la  fel  8, 
319,  la  barri  mu.  30  v,  vivo,  vestimenta  52,  28,  pr.  97,  8,  ecc.  ;  masch. 
tribic  C.  Dal  neutro  plurale:  castele  rp  1,  33,  arme  8,  34,  iazengne 
8,328,  testemonnie  testimonnie  mu.  68  r  'testimoni',  miracolle  151  r, 
nieire  314  v,  osse  39,  42,  legne  47,  35,  come  47,  40,  mure  54,  6,  con- 
fjìnnie  55,  4.  38,  frule  63,  21,  tnenòre  75,  13;  76,  37,  ali.  a  menbri 

76,  33,  in  parte  vivi  ;  anche  fastidie  386  v.  Ma  con  V-a  conservato,  e 
talvolta  in  sembianza  di  fémm.  sng.  :  monta  via  rp  2 ,  1 ,  pusor  via 
3,  210;  8,  82,  quatro  o  cinque  via  7,  126,  spesa  via  8,  270,  doa  fia 
mu.  278  r,  trea  fìa  216  r,  ali.  a  trea  fiae  62  v,  quanta  via  rp  6,  214, 
quanta  fìa  o  fìaa  mu.  54,  29.  31,  trea  vota  VÒ2v,puzoi  volta  div.  1475, 
cento  miia  rp  1,  28,  vivo,  doa  tanta  mu.  22  v,  98  v,  per  doa  tanta  tempo 
46  V,  trea  tanta  46  r,  pu  de  doze  tanta  cha  164  v. 

47.  Casi.  Mi  pajono  due  nominativi  rei  dc^  4,  12,  19  ecc.,  dc^  1,  5, 
6,  ps  31,  27,  mu.  71,  12,  ali.  a  re  nmm.  l'^  1,  41"^,  e  ley  lei  mu.  57,  27; 
59, 14;  69,  3,  ali.  a  leze  ps  34,  19;  60,  23,  ecc.,  nm.  17.  Permane  il  s  del 
genitivo  in  niartesdi  mu.  59  r,  ora  ììidtesdi,  su  cui  lunesdi  mu.  58  v,  vivo. 

48.  Plurali.  L'  -i  desinenziale  dei  plurali  in  -ai  -oi,  ecc.,  è  studiato 
nel  §  3;  qui  basti  dire  che  cotali  forme  non  presuppongono  affatto 
la  caduta  d'un  r  intervocalico.  L'oscillazione  fra  -dr  -ór  (cioè  -iir)  e 
-di  -ài  (cioè  -là)  diminuisce  dai  testi  più  antichi  ai  più  recenti,  perché 
V -i  si  estende;  invece  per  -e'i  -ó'i  -ù'i  il  moderno  dialetto  non  co- 
nosce che  le  forme  prive  di  desinenza,  -e~,  ecc.,  ma  queste  devono 
essere,  secondo  il  nm.  4P,  una  nuova  riduzione  fonetica  di  quelle  col- 
^-^■  ricostituito,  che  troviamo  ancora  nel  sec.  XV:  fìdey  mu.  128  r, 
148  V,  166  r,  allato  a  vertadee  220  r,  overer  56,  16,  cavaller  71,  22, 
cel  74,  34;  fìioi  44,  23;  72,  32,  ali.  a  fìjor  62,  8,  cor  58,  46;  67,  7; 

77,  16,  ecc.;  muy  53  r  muli.  La  desinenza  scomparve  per  ragioni  fo- 
netiche anche  in  pe  pee  rp  1,  57,  mu.  41,  39;  81,  41;  97,  3,  re  rei 
82,  27;  83,  30,  Zue  ps  28,  28.  36;  36,  28,  ecc.,  Ig  18,  36;  20,  11. 
48,  ecc.,  ali.  a  pei  Ig  4,  63;  5,  62,  farixey  ps  36,  28,  che  sono  però 
abbastanza  rari,  tranne  in  Ip,  che  conserva  sempre  intatto  V-i  finale, 
nm.  41''.  In  questo  testo,  e  fors' anche  in  ps,  Ig,  sarà  un  carattere 
provinciale.  —  L'oscillazione  è  pur  continua  fra  -an  e  -am,  -on  e  -oin 
(cioè  -un  ecc.),  sebbene  a  poco  a  poco  le  forme  con  -i  internato  trion- 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  2 


18  Parodi, 

fino  di  quelle  uguali  al  singolare,  che  io  credo  conservate  per  analogia 
dei  tipi  in  -r.  Notisi  che  non  può  trattarsi  di  semplice  scrizione  eti- 
mologica, perchè  è  escluso  dalla  rima:  sng.  fornicatiom  ri  14,  317: 
cinque  ieneraciom  ;  sng.  san  60,  29  :  man  plur.  ;  fani  rp  6,  174  :  faozi 
Crìstiam,  cfr.  3,  290,  ecc.  —  Plurali  con  -n  caduto,  probabilmente 
provinciali  :  rasoi  rp  9,  186,  dubbio,  bastoy  ps  35,  8,  raxoe  mu.^  2  v, 
3  r,  mae  mani  6  r,  anche  un  mai  mu.  37  r  ;  cfr.  nm.  28,  ann.  48.  — 
Dell' -i  internato  di  fainti  graindi  ho  già  accennato,  nm.  44,  che  lo 
credo  normale.  Esso  non  appare  oggidì  che  in  questi  due  casi,  poi- 
ché è  rimasta  preponderante  l'attrazione  del  singolare;  ma  per  gli 
antichi  testi  non  si  tratterà  di  grafìe  etimologiche?  Ci  inducono  a 
sospettarlo  e  le  grafie  come  mercaninti  dc^  5,  ecc.,  e  le  rime:  comandi 
ri  14,  234:  grandi  (cioè  graindi'?),  canti  16,  388:  pianti  (cioè  piaintiì 
od.  centi),  cfr.  rp  7,  173;  8,  125;  9,  245;  forse  anche  monte  (ms.  monto) 
ri  16,  78:  pointe,  cfr.  134,  371.  Notisi  che  pianti  è  sempre  scritto  senza 
Vi  propagginato,  e  che  V -i-  è  sovente  omesso,  anche  nei  riflessi  di 
NCT,  cfr.  nm.  36.  Analogico  grainde  pr.  25,  4,  quainte  mu.  46, 12.  — 
I  plur.  amhaxoy  ecc.,  nm.  16,  mostrano  la  caduta  di  a  davanti  al  dit- 
tongo nuovamente  formatosi,  anhas{a)vn  da  ahbasaùi^  onde  il  tipo  od. 
halwéj  (ballatoi)  pianerottoli,  con  -icèj  svoltosi  da  -to'i,  tipo  già  rap- 
presentato, nonostante  la  strana  ortografia,  da  coìifessaoi  ecc.,  nm.  15. 
La  somiglianza  del  singolare,  in  -ów,  di  anbasòw,  da  anbasaù,  e  di 
azòto,  da  azèu,  nm.  15,  portò  ad  uguagliare  i  plurali,  onde  gameaoi,  ecc., 
ib.  —  Plurali  in  -ci,  ann.  48:  oltre  ad  amixi,  inimixi,  sempre  vivi, 
ho  ancora:  Grexi  mu.  51,  31;  91,  2,  antixi  64,  7,  mexi  86,  5,  monnexi 
104  r,  276  v,  canonexi  274  v.  —  Restano  :  li  proffecta  mu.  133  r,  202  r, 
li  Evangelista  46,  9,  li  doi  turista  div.  1476;  ma  legiste  decretaliste 
profete,  ecc.,  pr.  8,  9.  10;  87,  38.  Infine  zoi  rp  9,  219  o  non  esatto 
o  non  indigeno.  Cfr.  nm.  56. 

49.  Articolo:  lo  li,  la  le,  anche  davanti  a  vocale,  li  atri  rp  6,  163;  7, 
111,  {l  amixi  S,  241),  le  atre  7,  194;  davanti  avocale,  anche  iogi  3,  86,  i 
atri  7, 19,  forma  schiettissima  e  la  sola  vìva,  anche  davanti  a  consonante, 
sebbene  bandita,  per  influenza  letteraria,  dagli  altri  testi  meno  antichi  ^ 
—  Metto  qui:  lombrissallo  bellico  mu.  171  r,  lamo  amo  318  v,  vivo. 


'  hiccrto  a  morte  pr.  12,  17,  inamora-o  42,  7.  Con  preposizioni,  sempre 
de  lo,  da  lo,  in  lo,  ecc.,  {da  ra  ri  39,  79,  cfr.  131,  20;  133,  10;  138,  71,  ecc.]; 
plur.  de  li,  da  li,  in  li,  [ma  son  da  notare,  in  ri,  dei  atri  12,  120;  45,  69; 
49,  234,  da  i  enemixi  71,  44,  en  i  atri  46,  79,  ecc.].  Si  direbbe  che  la  caduta 
sia  cominciata   davanti  a   vocale,    per  via   di  li,  rj-,  j-  (se  non  si  voglia 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfei.  19 

50.  Pronome  personale:  e  io,  die  far-éì  mu.^  3  v,  cfr.  pr.  44,  31.  32, 
donee  36  v,  300  r,  soae  desso  60  r,  ^-terche  e  no  te  possee  aora  seguir  ? 
62  r;  cfr.  §  3.  —  Ui,  che  demandi  tuì  43,  1,  ecc.;  enclitico  in  e  tuì 
rp  0,  41,  mu.  53,  42,  cfr.  fae-toì  pr.  42,  2,  e  §  3.  Anche  gli  obliqui 
enfatici  w«,  ti  servono  già  come  soggetto  :  mi  e  ine  fijo  mu.  47,  29,  mi 
lo  seguiva  296  v,  toa  maire  e  mi  42,  28  ;  ti  sempre  te  consumi  rp  3, 
167,  ti  mesmo  ps  29,  6,  tu  serai  marcito,  ti  e  tuta  la  toa  semensa 
mu.  41,  35,  ti  chi  eri  cum  noi  56,  3;  sempre  comò  mi^  corno  ti.  — 
Pel  plurale,  oltre  un  no  rp  8,  232,  rileverò  vo,  che  è  talvolta  encli- 
tico: no  savèivoì  mu.  87  r,  corno  crereivoì  130  r,  cfr.  §  3;  e  il  fre- 
quente 0,  rp  8,  10.  14.  32.  142,  Ip  1,  8,  e  fuor  di  verso  mu^  2  r,  2v, 
3  r,  4  V,  dc^  36,  ecc.  —  Obliqui:  mi  ti^  enfatici;  me  te;  ne  ci,  ve  vi. 

Terza  persona:  elo  elio  rp  8,  375;  9,  113.  115,  ps  29,  8,  mu.  40, 
34,  35,  ecc.,  e  neutro:  elio  e  tempo  ps  29,  36,  ecc.;  isolato  sili 
mu.  47,  18  ^;  che  fin  el  a  rp  9,  314,  unde  el  e  to  frac  AheU  mu.  42,  12, 
e  neutro  rp  3,  138.  209;  unde  lo  va  rp  5,  70,  lo  deia  6,  3,  lo  no  a 

7,  28.  33,  cfr.  mu.  55,  19,  ecc.,  e  neutro  rp  9,  181,  ecc.  ;  se  l  e  bon 
rp  9,  148,  e  neutro  7,  65;  9,  257,  mu.  58,  29;  o  fo  mu.  45,  7;  57, 
11,  ecc.,  neutro  62,  10.  29,  ecc.:  questa  è  la  sola  forma  oggi  usata 
davanti  a  consonante.  —  Obliqui:  accus.  lo  V,  rp  9,  127.  205.  303,  ecc., 
in  enclisi;  altrimenti  lui:  contra  lui  rp  9,  35,  mu.  55,  20;  de  elio  mu.  39, 
41  ;  in  elio  39, 38;  a  lui,  in  lui,  ape  de  lui  rp  3,  62  ;  6,  204,  mu.  62, 12,  ecc.  ; 
ma  vedi  più  sotto  le  confusioni  di  lui  con  si.  Pel  dativo  atono,  nm.  50^. 

eia  ella  rp  2,  55,  mu.  44,  21,  ecc.  ;  de  chi  el  e  rp  4,  56,  el  e  reina  Ip  4, 

8,  e^  e  porto  A,  Q;  la  no  sea  rp  3,  338,  la  sea  Ip  4,  26,  coyno  la  pò 
mu.  78,  14,  ecc.;  Ve  la  reina  rp  8,  308,  oggi  a  l'  e'  a  regina;  a  no 
sera  rp  3,  339,  quelli  che  a  voi  inganar  mu.  58,  40,  e  cosi  61,  9;  62, 
35;  70,  24,  ecc.,  sola  forma  adoperata  oggidì  davanti  a  consonante. 
Obliquo:  se  o  no  la  pò  mendar  mu.  74,  20;  [^prega  lid  ri  12,  153]; 
coni  ella  ps  33,  4,  in  ella  35,  28,  de  ella  35,  29;  de  lui,  da  lui  rp  2, 
58,  mu.  60,  39,  cfr.  ri  12,  262.  468;  39,  150.  155;  79,  42. 

Altro  pronome  di  numero  singolare ,  ma  d' ambi  i  generi,  è  lei  le. 
In  origine  sarà  stato  femminile,  come  lui  maschile,  ma  presto  invasero 
scambievolmente  l'uno  il  campo  dell'altro;  da  ultimo  lui  scomparve. 
Rari  esempj  di  nominativo,  né  per  l'obliquo  son  troppo  numerosi:  le. 


pensare  a  Ij-  J-).  Resta  però  sempre  la  grave  difficoltà  dell'antico  o,  a, 
§  1  nm.  59.  I  pronomi,  o  (cioè  u),  a,  nm.  50,  stanno  da  sé.  —  Per  enter 
nm.  97. 

*  Sarà  un  errore  egì  ri  14,  88,  cfr.  ann.  50;  corr.  e  [si]  gi  dà. 


20  Parodi, 

nom.,  ri  134,  385,  accus.  rp  2,  34,  a  le  6,  218,  a  Ile  \g  25,  184.  212, 
a  lee  mu.  14  r,  cantra  le  mu,  47,  8;  de  leij  mu.  89  v,  tutti  ma- 
schili; femm.  le  mensma  mu."  1  v,  rum  lee  125  v,  da  le  Ig  5,  63,  a 
lei  Ip  4,  28,  en  lei  ib.,  cfr.  nm.  4P.  —  Per  l'uso  di  si,  vedi  più 
sotto. 

Plurali:  eli  rp  3,  36.  175;  8,  211,  elli  ps  29,  30.  44  e  sempre, 
mu.  62,  6.  7.  9;  63,  11.  12,  ecc.;  li  te  defendan  rp  3,  47,  che  li  san 
far  8,  120,  e  così  9,  28.  246,  di  rado  in  mu.:  li  deveream  86,  7;  i, 
ch'i  fazam  dc^  15,  i  no  pom  mu.  62,  4,  y  duram  pocho  62,  5,  cfr.  68, 
27;  70,  31;  72,  9,  ecc.  —  Obliquo:  lor,  a  lor  e  simili,  enfatico,  é  si 
noti:  ahiaìido  lor  fatto  ciano...  a  Monsegnor  dc^  15;  accus.  atono  li 
[l',  che  l  aye  rp  9,  284);  dat.  li,  nm.  50**. 

elle  mu.  60,  41;  63,  17;  77,  33,  ecc.;  le,  corno  le  son  rp  6,  226; 
8,  136.  Obliquo:  lor,  a  lor,  ecc.;  atono  le;  dativo,  nm.  50*". 

In  mu.  non  è  raro  un  pronome  e,  che  serve  per  tutte  le  persone  e 
numeri:  coìno  e  sero  memu.*  4  v  (ove  si  confonderebbe  con  e  io);  se  lo 
poeir  e  gì  fosse  togìuo  84,  31,  perso  che  e  l'era  freido  67  v,  es.  dubbio, 
ma  che  sembra  indicarci  quale  ne  sia  Torigine  ;  quando  e  saremo  mu."  1 
V,  e  no  averemo  2  r,  de  lo  qua  e  vivemo  3  v,  che  a  lo  meni  e  pren- 
damo  comtao  5  r,  in  che  e  senio  5  v,  e  no  possemo  5  v,  e  no  te  tro- 
vamo  mu.  55  r,  che  e  te  dagemo  59  v  ;  e  ve  dixe^n  mu."  2  v,  corno  e 
la  vini  5  V,  e  ne  an  dito  5  v.  In  Ip  trovo  :  donde,  doce  Maria,  e  sono 
descazai  3,  41,  e  in  Ig:  fortementi  e  (cioè  ella)  criava  22,  13.  Cfr.  §  3. 

Riflessivo:  enfatico  si,  atono  se.  Ma  si  è  talvolta  confuso  con  lui: 
ben  era  per  si  ps  29,  2  'per  lui';  tosto  te  troverai  con  si  rp  4,  28 
'con  lei',  tanto  e  de  hem  in  si  mu.  72,  9  sg.  'in  lei';  cfr.  ri  12,  67. 
515;  39,  3;  99,  12.  E  per  converso:  De...  da  lui  le  goerre  deschassa 
mu.  90,  5,  cioè  'da  sé',  cfr.  ri  12,  1.55.  La  tendenza  di  lui  ad  esten- 
dersi a  spese  del  riflessivo  enfatico,  ha  prodotto  dapprima  un  oscilla- 
mento, poi  la  totale  perdita  del  si,  che  nell'od.  dialetto  è  sostituito  da  Ic^ 

50''.  Pronome  dativo  atono;  avverbio  gè.  Forma  di  dativo  non  molto 
frequente  è  li,  e  la  maggior  parte  degli  esempj  è  fornita  da  mu.: 
fe-lli  39,  39  'a  lui',  tr asse-Ili  ib.,  disseli  42,  26,  si  li  disse  41,  22,  cfr. 
42,  3.  14;  43,  1;  46,  30,  Ig  24,  22,  e  anche  ri  111,  7;  li  caitem  mu.  45, 
35  'a  lei',  cfr.  46,  25;  69,  6;  so  he  De  li  avea  dao  rp  7,  213  'a  loro', 
e  così  ps  33,  7,  ep.  357,  mu.  51,  2,  ti  li  mostrasti  25  v  'ti  mostrasti 
loro'.  Si  confonde  per  la  forma  coll'avverbio:  no  li  romaze  arcunna 
mu.  46,  22  'non  vi',  no  li  ossai  intrar  46,  27. 

i:  li  sol  pei  i  an  haxao  Ig  5,  68  'a  lui',  clere  i  andava  22,  12,  e 
così  25,  92,  cfr.  ri  21,  6;  56,  110.  174;  94,  34;  133,  127;  che  De  i  a 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  21 

dao  rp  1,  48  'a  lei',  cfr.  ri  57,  36;  129,  62;  la  soci  stella  i  andava 
avanti  Ig  3,  35  'a  loro',  cfr.  ri  97,  16.  In  pr.  29,  1  trovo:  ye  inu- 
mine li  lor  cor:  è  esatto?  Per  l'avv.  i  ivi,  ri  133,  138;  138,  104. 

Ma  la  forma  più  comune  e  più  diffusa  è  gi  :  gi  convene  rp  1,  19  '  a 
lui',  dissegi  9,  37;  o  gi  farea  torto  mu.  59,  15  'a  lei';  chi  gi  ronpe 
lo  coverihu  rp  1,  10  'a  loro',  e  cosi  dagi  3,  279  'dà  loro';  cfr.  in 
genere  rp  3,  76.  88.  223.  224;  8,  121,  de'  48,  mu.  42,  18.  22;  43, 
2.  19.  20;  62,  12,  ecc.,  Ig  3,  36.  57;  4,  9;  5,  62;  25,  107,  ecc.,  dc^  14. 
Senza  paragone  più  raro  è  gè:  rp  7,  70;  8,  256,  cfr.  ri  12,  85.  86; 
14,  577.  704;  talvolta  in  Ig,  2,  60;  24,  12.  33;  piuttosto  frequente 
in  mu.,  40,  24.  30;  42,  2;  43,  4.  26;  46,  24.  26,  ecc.;  sempre  in  ps, 
ove  però  è  di  solito  gue,  e  solo  talvolta  gè,  per  es.  34,  7.  8.  In  Ip 
qualche  volta  gli,  1,  23.  43,  ma  di  solito  gle:  gle  correa  fini  ali  j)ei  1, 
36,  la  barba  gle  strepavam  1,  42,  cfr.  2,  13.  15;  7,  6  e  nm.  23.  L'av- 
verbio è  di  solito  gè:  rp  3,  208.  211;  4,  32,  mu.  44,  16.  18.  22,  ecc., 
Ig  1,  35;  7,  40;  10,  15;  gue  rp  3,  104,  e  sempre  in  ps;  ben  di  rado 
gi:  rp  9,  277,  ove  potrebb'essere  anche  pronome,  ma  cfr.  ri  14,  602, 
mu.  44,  23;  30  r.  In  Ip  gle  gì'  :  no  gì  era  1,  39,  e  così  1,  45,  tu  gle 
fosti  vivo  e  morto  6,  8.  Abbiamo  dunque  due  forme  originarie:  gi  pel 
pronome,  gè  o  gue  per  l'avverbio,  e  la  distinzione  è  ben  conservata 
nelle  'Rime',  ove  le  poche  eccezioni  possono  attribuirsi  al  copista, 
e  in  Ig,  che  invece  rispecchierà  le  condizioni  del  testo  primitivo.  Il 
pronome  gi  deriva  senza  dubbio  da  [i]gi,  come  i  da  i[gi],  e  quindi 
la  pronuncia  non  può  esserne  dubbia;  per  l'avverbio  invece  non  man- 
cano le  difficoltà.  L'etimologia  c'induce  naturalmente  a  tenerci  alla 
forma  §e,  che  è  l'odierna;  ma  d'altra  parte  e  la  solita  grafìa  gè  e 
il  gle  di  Ip  dimostrano  che  esistette  pure  gè,  pronome  in  origine 
e  svoltosi  da  gi,  per  attrazione  di  me  te  se  ne  ve.  Cosi  crebbe  la 
somiglianza  coli' avverbio  e  si  facilitò  la  confusione,  alla  quale  il  dia- 
letto era  già  tratto,  oltreché  da  motivi  generali,  anche  dal  paralle- 
lismo di  li  e  di  i,  adoperati  in  entrambe  le  funzioni.  Che  però  il  mo- 
vimento non  fosse  in  tutta  la  Liguria  contemporaneo,  dimostrano  Ip 
e  ps.  Per  gi  gè  vèneti,  cfr.  Arch.  X  243,  al  nm.  41  e. 

50".  Forme  congiuntive;  enclisi.  Per  Demerode  dc^  12,  cfr.  §  1  A 
nm.  63;  lo  gue  tnostra  ps  36,  18  potrebbe  essere  letterario,  che  altrove 
l'antica  collocazione  non  occorre;  d'altro  genere  restituir  te  la  convenga 
rp  3,  190.  —  Enclitici:  seréa-llo  mu.  85,  3,  2ìossd-llo  40,  8,  tornassene 
48,  3,  zensene  48,  3,  portdìicllo  140  r;  e  l'accento  doveva  essere  sul 
verbo  anche  in:  che  aveivelo  faito?  li  sanavelo  67  r,  no  fareivello  166  v, 
sereivello  265  v,  avereivello  305  r  (o  avéive-lu  ali.  ad  aveiv-élu  ?)  ;  cfr.  §  3. 


22  Parodi, 

51.  Pronome  e  aggettivo  possessivo:  me  mei  e  me,  méa  mteo  (e 
mcGÌ),  nmm.  4,  4P;  to  ió'i,  so  sói  nm.  10,  e  pel  plurale  notisi  che  rima 
con  voi  vuoi,  poi  puoi,  /yoi  figliuoli  ecc.,  ri  14,  101;  16,  458;  53,  221; 
70,  60;  101,  35;  129,  .38;  136,  15  sg.;  rp  3,  109.  267.  292.  .302;  5. 
65;  6,  164;  tua  tue,  sua  sue  nm.  13.  Ancora  in  div.  1466:  la  vita  soa, 
terre  soe,  ma  un  esempio  di  mu.  53,  44,  la  to  innocencia,  mostrerebbe 
già  il  masch.  sng.  to  so  esteso  ai  due  generi,  e  forse  ai  due  numeri, 
come  nel  dialetto  odierno.  Infatti  sò'i,  sue,  si  riferiscono  anche  a  sog- 
getto plurale,  com'è  oggi  sempre,  cfr.  de' 40,  rau.  72,  31,  ecc.;  ma 
lor  mu.  39,  23;  43,  12;  70,  21;  72,  10  e  altrove. 

52.  Dimostrativo.  In  dc^  2  este  per  esto  è  forse  un  errore;  desso 
è  frequente  in  ps  29,  4.  5;  32,  14,  e  pare  un  italianesimo,  cfr.  elio  chi 
mu.  70,  6,  esso  chi  Ig  5,  35,  s  o  fosti  eso  ri  57,  3.  —  ti  mestesso  ecc. 
rp  3,  245;  6,  123.  255,  lo  so  mestesso   mu.  82  r. 

53.  Relativo.  In  origine  sempre  cJti  pel  nominativo  dei  due  numeri, 
che  per  l'accusativo  ;  e  la  distinzione  è  ben  mantenuta  in  rp  e  ps,  no- 
nostante non  rare  eccezioni,  e  meglio  ancora  in  mu.  e  specialmente 
in  Ig,  dove  non  apparisce  ancora  alcun  oscillamento.  Pel  chi  nom.  sng. 
cfr.  rp  1,  10.  36;  2,  5.  38.  52;  3,  4.  55.  142.  192;  8,  427.  428.  431, 
ps  27,  2.  12;  28,  13.  17.  22,  ecc.,  mu.  41,  1.  20;  42,  27;  46,  30; 
51,  1;  52,  36,  ecc.,  Ig  1,  19.  25.  29.  48.  59;  2,  18.  30  e  sempre;  cM 
nom.  pi.:  rp  1,  24.  30.  34.  54;  3,  211,  ecc.,  ps  27,  6;  28,  21,  ecc., 
mu.  42,  31;  44,  11.  27;  52,  5,  ecc.,  ig  5,  1.  40;  6,  76  e  sempre;  che 
accus.  sng.:  rp  1,  48;  3,  190,  ps  27,  16;  28,  1.  11.  16,  mu.  48, 
12;  49,  17;  54,  32,  ecc.,  Ig  5,  19;  8,  24;  9,  50;  che  accus.  pi.: 
rp  1,  63,  ps  27,  11,  mu.  52,  7;  63,  38;  67,  38.  Eccezioni:  che  nom. 
sng.:  rp  2,  3;  9,  82,  ps  33,  18;  e  nom.  pi:  rp  3,  9.  145,  ps  28,  3, 
mu.  72,  2;  93,  18;  chi  accus.  sng.:  mu.  47,  25;  53,  49;  76,  24  (forse 
cJt'i);  e  accus.  pi.:  mu.  77,  14.  Gli  esempj  di  eccezioni,  che  ho  citato 
da  mu.,  sono  a  un  dipresso  tutti  quelli  che  occorrono  nella  parte  edita, 
ben  pochi  di  fronte  agli  innumerevoli  casi,  ove  la  norma  è  rispettata; 
di  ep.  non  ho  ricordato  le  frequenti  irregolarità,  perchè  la  maggior 
parte  non  sono  che  sviste  dell'editore.  Noto  qualclie  caso  di  neutro: 
so  chi  e  dentro  mu,  64,  2,  cfr.  69,  46;  76,  43,  se  possanssa  assende..., 
chi  avem  de  rairo  64,  35,  chi  e  contra  le  raxoim  94,  8  'quod  est', 
e  nell'obliquo:  quello  chi  la  providencia  aprovista  vegnir  92,  4;  ma: 
die  noi  amo  proao  82,  31  'la  qual  cosa'.  In  unione  con  prepo- 
sizioni, di  solito  cid,  per  l'it.  cui:  a  chi  rp  8,  2,  mu.  53,  18,  in  la 
maxom  de  chi  mu.  53,  41,  de  lo  crimen  de  chi  elli  acussam  Albim  55, 
29,  doe  cosse  sum,  da  chi  81,  24,  in  chi  72,  20,  per  chi  ps  29,  1,  ecc.; 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  23 

ma  lu  pecao  de  che  rp  6,  10,  lo  imigo  in  che  mu.  55,  30,  e  così  58, 
9.  40;  70,  23;  75,  47.  Nota:  in  chi  servixo  mu.  61,  39,  de  chi  reame 
80,  55.  D'altro  genere:  chi  parea  chi  pianz esse  43,  16,  fo  amonio  lo 
ducha,  chi...  no  bevesse  84,  15  sg. 

54.  Pronomi  indeterminati  e  aggettivi  pronominali:  qualche  confecti 
rp  7,  102,  cfr,  9,  247,  ecc.;  ognunca  ognuncana  ognunchena  rp  1, 
25;  3,  30;  5,  104;  6,  4.  25,  ecc.,  ps  31,  30,  ecc.,  quallonchena  ora 
mu.  108  r,  chiumchena  homo  140  r.  Cfr.  in  che  magnerà  se  sea  tr.  5, 
inoltre  rp  7,  39,  ecc. 

56. -Numeri  cardinali:  masch.  trei  rp  6,  31,  fem.  ùrèe  6,  2u,  ma 
anche  treg  ps  27,  15;  30,  14;  sexe  sei  mu.  23  v,  div.  1469,  1480,  qua- 
tuordexe  sedexe  div.  1471,  1480,  dixisepte  nm.  17,  sisanta  mu.  44,  15, 
■noranta  nm.  28,  dux'enti  rp  1,  40,  mu.  45,  21.  23,  duxenti  fantinne 
188  r,  trexenti  44,  4;  49,  28,  goa  trexenti  44,  15,  se  cento  45,  4.  — 
Ordinali:  sexem  mu.  40,  3;  41,  15,  sezenna  389  v,  oitenna  18  r,  no- 
venna  17  r,  dexena  ps  23,  13,  unzenna  18  r,  dozem  12  v,  trezem  51  r, 
quatorzem  19  r,  diseptenna  389  v,  centen  rp  1,  46. 

Flessione  verbale. 

Indicativo.  57.  Presente.  Sng.,  1^  p. :  cfon  'io  devo'  rp  9,  258, 
ps  29,  5;  36,  42,  mu.  42,  30  '.  I  noti  dago  stago  vago  vego^  nm.  68'', 
sono  da  confrontare  coi  presenti  ital.  traggo  seggo,  né  può  bastare  a 
spiegarli  l'analogia  di  digo,  il  quale  anzi  per  identico  fenomeno  passò 
da  dì^u  [ri  14,  ?>94;  134,  :>11]  a  dWju:  cfr.  §  3.  Dove  la  consonante 
della  2.^  pers.  e  dell'infinito  era  differente  da  quella  della  L*  pers. , 
questa  si  rifoggiò  su  quelle:  cognosso  fuzo  piaxo  vozo,  ecc.;  rimasero 
i  cit.  dago  ecc.,  perchè  le  2.*^  persone  erano  dai  e  simili,  nm.  68''. 
L'-o  (cioè  -u)  rimasto  nella  1.^  p.  dopo  r,  n,  è  analogico.  —  2."^  p.: 
per  la  caduta  dell'/,  nm.  4P,  inoltre  sor  suoli  rp  6,  89.  —  3.*  p. : 
quer  mu.  74,  18;  77,  1,  acc.  al  letterario  quere  ps  27,  10,  mu.  76,  45, 
fer  rp  7,  54.  233,  mu.  73,  24,  ali.  a  fere  ps  32,  37  e  al  notevole  ore 
olet  rp  9,  99.  —  Plur.,  1."^  p.:  tipi  soliti,  demandetno  ps  31,  45;  32, 
13;  avemo  de'  4,  15,  20;  redugamo  dc^  1,  referamo  dc^  10;  odamo  ri 
89,  17,  ecc.,  acc.  a  partimo.  Ma  adoramo  mu.  41  r;  per  cremo  e 
creammo,  fassemo  e  fassamo,  ecc.,  nm.  68''.  —  2.'*  p.:  notevoli  rendi 


^  I  riflessi  genovesi  di  'habeo'  'sapio'  non  furono  se  non  ó,  so,  q  dei 
due  esempj  in  contrario,  citati  in  ann.  57,  il  primo,  cioè  he  ri  71,  84,  va 
senza  dubbio  inteso  'est',  il  secondo,  cioè  se  ri  12,  572,  fu  già  corretto  in 
so  dall'editore.  Basta  osservare  che  nelle  'Rime'  non  si  ha  ancora  e  da  ai. 


24  Parodi, 

Ig  23,  36,  forse  sull'imperativo,  cfr.  vivi  ri  57,  10,  no  cogaosime  voi? 
mu.  12  V,  intendi  div.  1467,  —  3.''  p.:  -paren  rp  1,  4.  6,  aduxen  3, 
325,  6;e^ew  4,  22,  perixem  9,  298. 

58.  Imperfetto.  Nella  1.""  e  3.''  p.  sag.  e  3.''  pi,  della  2,'''  e  3,^  con., 
le  due  forme  parallele  -ea,  cioè  -cba,  ed  -eiva,  -ean^  cioè  -cean,  ed 
-eivan,  nm.  3;  talvolta  anche  nella  4  ^  con.  -ia,  dormia  mu.  39,  40.  Più 
di  rado  si  mostra  la  forma  senza  v  nella  1.^  p.  pi.:  sezeamo  mu.  9  v, 
dixeamo  voleamo  20  v,  odiamo  294  r.  Su  conteneam  55,  11  e  simili, 
anche  dormeam  ps  31,  8.  32,  con  scambio  di  coniugazione.  Contratti 
sembrano  Uranio  mu.  222  r,  aveimo  12  r,  div,  1469,  1477,  poteimo  div, 
1477.  Dubbio  l'accento  di  ligavamo  mu.  9  v,  marnavamo  21  v,  cercha- 
vam,o  55  r,  stavamo  134  r,  dormivamo  37  v,  ed  anche  di  eramo  55  r, 
130  r,  div.  1477;  ma  essi  hanno  accanto  èremo  mu.  134  r,  sperdvemo 
87  V,  stdvemo  37  v,  267  r,  creiveyno  267  r,  inoltre  érivi  nm.  68'*  1,  ove 
non  può  vedersi  se  non  la  fase  immediatamente  posteriore ,  identica 
a  quella  degli  odierni  anddvimu  e  simili.  L'accento  sarà  dunque  sfato 
ivi  pure  sulla  radice;  cfr.  i  toscani  anddvimo  leggévimo,  ecc. 

59.  Perfetto.  Desinenze  comuni:  in  mu.  fa  capolino  la  desinenza  -si 
di  2.^  sng.  e  pi,,  certo  presa  ad  imprestito  dall'impf.  congiuntivo:  tu 
ne  mandassi  189  v,  treisi  23  r  traesti,  restasi  mu.*  5v  restaste,  cfr. 
demandasemo  mu.  32  r.  Alcuni  casi  di  -isti,  per  -esti,  nm.  44:  faisti 
feisti,  ali.  a  faesti,  traisti  treisti,  ecc.,  ofendisti  rp  6,  155,  e  potrebbero 
essere  stati  attratti,  coli' aiuto  della  4.*  con.,  da  foisti  nm.  68'' 1,  da 
'^veisii  visti,  che  è  rifoggiato  sulla  1*  p.  vii  vi  e  sulla  3,''  vi;  fors'anche 
da  caisti,  nm,  68''  17.  Si  ha  pure  deisti  per  dièsti,  pr,  68,  3,  che  è  as- 
sicurato dall'impf.  cong.  deisse  pr.  87,  16,  deissem  81,  19;  95,  24,  e 
anch'esso  sarebbe  su  dixi  disse;  —  plur.,  l.^p.:  -amo,  -emo  {scrivamo 
mu.  53,  46,  pres.  ?),  -imo.  —  I,  Tipi  forti:  sng.  l."*  p.:  foi  rp  9,  351, 
mu.  57,  54,  avi  11  r,  fei  rp  9,  350,  dei  mu.  22  v,  31  r,  sapi  mu.  309  r, 
creti  123  v,  297  r,  vi  53,  39,  trassi  mu.  54,  37,  dixi  dissi  ri  43,  189, 
mu.  53,  41,  vossi  55,  14,  preixi  53,  39,  imprexi  52,  7,  me  azesi  rp  9, 
349,  missi  mu.  55,  30;  -  3.=^  p.:  fo  mu.  42,  19,  ave  39,  38;  41,  22, 
siete  44,  36,  de  rp  4,  55,  mu.  46,  24;  51,  25,  sape  55,  6;  84,  11,  calte 
ps  29,  22,  mu.  80,40  e  cheite  mu.  51,  28;  155  v,  crete  40,  38,  vi  38, 
7,  vcgne  rp  5,  3,  mu.  41,  22;  42,  18,  disse  38,  5;  39,  6,  misse  mise 
39,  17.  38;  41,  19,  comisse  41,  18,  inpromisse  43,  3,  s  etremise  rp  9, 
196,  ocisse  mu.  42,  10;  64,  45,  circoncixe  Al,  12,  romaze  46,  22  o  re- 
m,ase  ps  30,  4,  preize  preisse  mu.  40,  30  ;  84,  6,  apeize  46,  25,  inteize 
48,  27,  posse  pose  42,  19;  45,  9,  respoze  respoxe  ps  31,  46,  mu.  40, 
32,  adusse  mu.  49,  1,  aparse  47,  3,  parce  52,  25,  averse  139  v,  corse 


Stadj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  25 

ps  28,  8,  valsse  mu.  71,  24,  volse  42,  16  e  vosse  ps  29,  19,  mu.  42,  10; 

44,  38  'volle',  voze  ps  28,  20;  29,  4,  o  vosse  mu.  80,  37  'volse',  non 
sicuro  {vose,  ali.  avós'èì),  piansse  mu.  60,  18;  91,  13,  spansse  ps  28, 
9.  14,  mu.  59  r,  constrensse  71,  20,  inspensse  84,  7;  —  plur.  1.^  p.: 
stetemo  mu.  294  r,  cheitemo  294  v,  dissemo  294  v,  missemo  293  v,  294  v, 
ocisemo  316 r,  inteisemo  dc^  11,  corsemo  295  r,  vossemo  65,  50  'vo- 
lemmo ',  sonssemo  294  v,  pervegnemo  294  r,  295  r  ;  anche  vimo  dc^  o 
può  star  qui,  ed  ó  rifatto  sulla  1.^  e  3.*  p.,  come  sono  probabilmente 
anche  gli  altri  esempj  addotti  ;  poemo  ri  16,  206.  —  3.^  p.  :  fon  rp  9, 
32,  mu.  45,  31,  avem  40,  40,  fem  45,  11,  sapem  80,  24,  cheitem  40,  20, 
cretem  53,  49;  68,  35,  vin  rp  3,  174;  9,  26,  vegnem  mu.  45,  33, 
clissem  46,  8,  ecc.,  cfr.  disselim  53  v,  nm.  42,  missem  55,  5,  impromis- 
seìu  ps  28,  35,  assisem  316 r  assediarono,  requesem  169  v,  preisseni 
preocem  ps  32,  16,  mu.  60,  45,  possem  143  r,  respoocem  ps  28,  33, 
aversseni  mu.  294  r,  corsem  ps  31,  43;  32,  17,  vossem  mu.  39,  34;  53, 
48  'vollero',  ìnorssem  morirono  52  v.  —  li.  Tipi  deboli;  sng.,  1.*  p. : 
ossai  mu.  46,  27,  maniae  49,  8;  nassei  272  v,  cognossei  57,  24;  ìiory 
60,  3,  henixi  49,  8;  —  3.*  p.:  sempre  -ci  nella  1.^  con.,  tranne  un 
'mandò  div.  1470,  letterario  ^  ;  nasce  mu.  42,  20.  21.  34,  cognoscé  mu. 
43,  12,  recogié  44,  22;  più  incerti  piove  44,  24,  visque  mu.  46,  35  o 
vische  139  v,  ma  vive  mu.  46,  36,  poé  59,  7,  mefé  ps  32,  4;  fuzi  mu. 

45,  35,  henixi  39,  24,  o/feH  45,  28  ;  —  3."*  p.  :  tirdm  mu.  53,  49  ;  poém 
71,  25,  nassètn  40,  46;  inss'im  52,  35,  offerim  45,  33. 

60.  Futuro.  In  rp  non  di  rado  -ar-  nella  1.^  con.:  armara  1,  40, 
perdonara  3,  76,  guardava  3,  144,  andar  a  5,  34,  pensar  ai  6,  40,  e 
cosi  talvolta  in  ps:  arrenavo  28,  32,  renegaray  30,  14,  lavaray  30, 
21,  allegrarey  30,  29;  cfr.  nm.  16.  Per  contro  qualche  -er-  nella  4.^: 
fazera  rp  3,  282,  mu.  68,  15,  oderan  Ig  6,  53.  Per  mosteran  nm.  26. 
Hanno  in  tutti  i  testi  r  raddoppiato,  ossia  r  schietto,  i  fut.  terrà  verrà 
parrà  varrà  vorrà  porrà  morrà,  nm.  68''.  Per  la  2.^  pers.  plur.  avere 
ps  28,  24;  30,  28.  41,  odiré  mu.  45,  29,  veyré  ps  30,  27,  nm.  41^; 
apartuire  mu.  47,  7  'partorirai',  avrà  -ce  da  -ai;  per  averi  nm.  44. 

61.  Imperativo.  La  2.^  p.  pi.  di  3.*  con.  è  spesso  in  -i,  o  per 
metafonesi,  nm.  44,  o  forse  per  attrazione  delle  forme  corrispondenti 
di  4.^:  zerni  rp  8,  11,  cfr.  ri  16,  55;  43,  109;  79,  182;  114,  37; 
133,  32.  126,  no  temi  mu.  32  r,  meti  80  v;  57,  20,  ponni  119  v,  pianzi 
spandi  119  v,  eressi  39,  24,  prendi  ps  29,  46,  mu.  43,  'ÒO,  pianzi  Ig  15, 


*  Cfr.  pp.  73,  2.  la  ami.  59  si  dà  -ò,  conio  desinenza  della  3.^  pi.  di  1.^  con., 
ma  non  può  essere  che  un  errore  di  stampa. 


26  Parodi , 

40.  46;  17,  3,  ecc.  Si  ebbero  cosi  due  tipi  soli,  come  per  la  2.^  sng.: 
'pòrta,  les'i  senti;  purtdi,  les't  senti;  ma  del  tipo  les'i  non  rimane  più 
traccia.  Nota  intendaj  dc^  17,  dal  cong.  Si  possono  anche  ricordare: 
mante  rp  3,  235,  rete  8,  393,  requer  3,  237  (  :  mester),  cfr.  ri  130,  30; 
fai  rp  3,  165,  perdùime  mu.  160  r;  ma  arecordei  rp  8,  57  è  un  con- 
giuntivo, e  così  pure  vegi  ri  14,  543,  porti  rp  3,  351.  Negativi:  no 
crei  rp  3,  137  'non  credere';  ni  gè  desienti  ni  gè  cesi  6,  241,  cfr.  ri 
14,  543,  pr.  67,  4  (e  no  diexi  nm.  98).  Con  enclitiche:  tórnela  mu. 
13  V,  aparèiemela  48,  12,  cong.  pidxeve  div.  1471,  tre  volte,  pia- 
zeve  1473,  piacciavi,  cfr.  nmm.  16,  50^—  Notevoli  leze  ps  35,  13, 
nnzelo  mu.  30  r,  forme  originarie,  vive  qua  e  là,  cfr.  vene  pr.  41,  14; 
63,  38.  39  e  il  mio   Tristano  Riccard. ,  cxxxvi  n. 

Congiuntivo.  —  62.  Presente.  In  rp  faze  5,  92,  piaxe  9,  10, 
ali.  ai  soliti  ed  antichi  faza  piaxa,  par  che  rappresentino  già  l'o- 
dierna estensione  del  tipo  di  1.^  con.  ;  cfr.  condugue  ri  2,  61.  Più  tardi 
abbiamo  vage  Ig  19,  58,  allato  al  regolare  vaga  25,  79,  e  con  mag- 
gior frequenza  in  mu.:  dgie  74,  4,  ali.  ad  agia  74,  7,  vagie  80,  48, 
cfr.  dagem  33  r.  —  pi.,  1.*  p.:  aparegiatno  mu.  60  r,  per  l'antico  e  od. 
-emù;  partiamo  rompiamo  78  r,  sei^viamo  Ig  4,  53;  moriamo  mu.  40, 
32,  per  moiramo.  Curioso  l'incoativo  perisamo  Ip  3,  34.  —  2.^  p. : 
mangiai  mu.  62  r,  sulla  3.%  come  oggidì;  convertiai  mn,  186  v,  188  r, 
per  convertai.  È  appena  necessario  osservare,  che  il  congiuntivo  di 
'avere'  e  simili  fornisce,  come  in  italiano,  all'imperativo  anche  la  2.^  pi. 

63.  Imperfetto.  Grià  un  lasesse  mu.  75  r,  od.  gen.  lasése,  ali.  a  la- 
.sàse,  ora  meno  usato.  —  plur. ,  1.^  p.:  fossemo  mu.  153  r,  avessemo 
55,  17.  37,  proassemo  85,  37,  bexognassemo  div.  1477,  ora  fuìsimu 
ave'simu  ecc.  —  3.^  p.:  fossenon  tegnissenon  agitassenon  div.  1473, 
curiosi  italianesimi  ;  del  resto  sempre  in  -en.  Le  forme  feisi  steisi  deisi 
son  rifatte  sul  perfetto,  e  a  loro  volta  attrassero  forse  (coli' aiuto 
dell'impf.  indie.  ?)  pioeissemo  nm.  68'',  cfr.  zeissem  ib.,  pareise  ri  39,  83, 
oggi  jìàise  ;  molto  dubbio  venceisen  54,  237  (  :  conbatesen). 

64.  Condizionale.  Con  -ar-  conservato  habandonarea -ps  30,  11.  Come 
nell'impf.  indicativo,  s'alternano  -ea,  ossia  -ce'a,  ed  -eiva  nella  1*  e 
3*  sing.,  ean,  ossia  -ce'an,  ed  -eivan  nella  3*  pi.;  ma  le  forme  con  v 
sono  meno  frequenti.  Sarà  un  errore  la  P  p.  vorei  rp  9,  341.  — 
Nella  1*  pi.  di  solito  -eamo:  avereamo  ps  36,  35,  porreayno  mu.  190  r; 
76,  9,  vorreamo  152  r,  f arcamo  ps  36,  37;  ma  ho  pure:  offerireimo 
mu.  91  r,  porreimo  div.  1474. 

Infinito.  —  65.  Qualche  scambio  di  coniugazione:  oltre  i  più  so- 
liti, presumir  mu.  188  v,  relinquir  275  v,  corompir  312  r,  come  ì'07n- 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfei.  27 

pir,  queriv  80,  12,  ma  poi  deriva  foneticamente  da  poei;  xorver  rp  7, 
123,  nm.  35;  per  cairQ'&n.  Qualche  volta  già  tegnir  ps  29,  47,  so- 
stegnir  32,  27;  33,  2,  su  vecjnir,  ma  di  solito  tegnei.  Ricorderò  anche 
no  gè  corre  rp  3,  208,  il  quale  mostra,  come  corre  ps  3(3,  20,  cor- 
reiva  Ig  25,  48,  la  coniugazione  originaria  di  'currere';  ma  di  solito 
corir;  goer  goe  rp  9,  85.  153.  —  Sul  pres. ,  sagir  G,  cfr.  nm.  23  e 
assaie  less. 

66.  Gerundio:  nei  testi  meno  antichi  prende  spesso  un  i  nella  4^ 
con.:  oltre  a  moirando  ri  10,  203;  53,  104,  anche  fuziando  mu.  21  r, 
odiando  div.  14G6,  ali.  a  odando ^  acriando  mu.^  Iv,  mu.  129  r, 
partiando  139  v,  crovìando  294  r ,  ruziando  298  r.  Uno  stagendo 
mu.''  1  V. 

67.  Participio  passato  I.  Tipi  forti:  nao  rp  1,  29,  i  soliti  dao 
stao,  ecc.,  ali.  a  daito  stailo,  c/mito  nm.  GS""  17,  tolleito  ps  39,  30,  sul 
vivo  cogeito  pr,  42,  26,  futo  mu.  94  v,  2G0  v,  misso  mu.  79,  15,  mixi 
70,  21.  23,  occisso  55,  37,  assixo  62,  19;  77,  11,  ex^wso  rp  1,  62, 
pterposo  9,  85,  deposo  mu.  97  v,  despozo  disposto  62  r,  disposo  mu.^  2  r, 
respoxo  ps  32,  1,  inclusso  mu.  77,  14,  spanso  Ig  5,  7,  ecc.,  di  solito 
spanto.  —  li.  Tipi  deboli:  togiuo  mu.  84,  31,  venzuo  rp  1,  72;  3,  338, 
mu.  64,  47,  confonduo  rp  3,  266;  4,  57,  renduo  4,  58,  reemui  (ms. 
rennui)  5,  99,  relwmug  ps  28,  4,  perduo  rp  5,  98,  mu.  39,  37,  zer^ 
mio  rp  8,  162.  365,  tonduo  mu.  156  r,  possuo  ps  31,  33,  mu.  40,  15, 
passuo  mu.  53,  17,  lezuo  60,  20,  spandilo  72,  1  ;  75,  13,  metuho  me- 
tuo  ps  27,  4,  mu.  90,  13,  correzuo  90,  45,  concevua  93,  17;  96,  33, 
proponilo  93,  34,  prevezuo  95,  18,  provezuo  96,  12  ali.  a  proveuo  96, 
11;  dal  tema  del  presente  è  pur  beneyxio  ps  29,  29;  —  viscuo 
mu.  212  v;  43,  31,  vossuo  de'*  18,  parsuo  rp  9,  191,  apparsilo  mu.  148  r, 
167  r,  varssuo  (64,  38);  89,  1. 

68.  Participio  presente:  di  1*  con.,  pesente  rp  6,  18,  mu.  79,  3^ 
semeiente  semiiente  rp  8,  419,  ps  30,  17,  ali.  a  semeiante  semii.  rp  7, 
168;  8,  175,  cfr.  vegante  rp  2,  26;  di  2%  possente  mu.  82,  6,  ali.  a 
2)ossante  mu.  71,  18.  23;  81,  42,  ecc. 

68'^  Verbi  notevoli.  —  1.  'essere':  ei  sei  rp  6, 130;  8,  41:3,  mu.  389  r, 
Ig  25,  72,  ali.  ad  e  rp  3,  182.  203;  4,  1;  6,  58,  mu.  48,  28;  53,  42, 
nm.  41'',  anche  sei  ps  31,  42;  34,  8.  9;  semo^  isolato  somo  dc^  22, 
24,  sei^  cfr.  se-voiì  ps  28,  22;  31,  9,  nm.  44^*;  eramo  eremo  nm.  58,  e 
per  la  2^  pi.  una  volta  erivi  div.  1477,  od.  eivi^  su  aveivi;  sera,  ecc., 
condiz.  serea  mu.  53,  20,  ecc.;  foi  nm.  59,  foisùi  mu.  79  v  (cfr.  l'od. 
condiz.  false)  e  fosti  69,  44,  fo,  forno  rp  6,  20,  fom  mu.  20  v;  38,  6; 
sea  mu.  38,  6,  sei  sis  rp  3,  59,  mu.  48,  30.  41,  seag  66^  44,  seam 


28  Parodi, 

39,  6.  12,  isolato  e  forse  letterario  sian  rp  3,  45;  fossemo  nni.  G3, 
fossem  mu.  46,  9;  ger.  seando. 

2.  'fare';  fazo  rp  8,  137,  desfd  rp  5,  44;  8,  411,  fassemo  fazemo 
rp  5,  45,  mu.  59,  33;  60,  5,  pr.  13,  13,  cfr.  fazamo  pr.  5,  29;  13,  11, 
fam  e  anche  faxem  ps  35,  15;  faxea  o  faxeiva  ps  28,  20,  mu.  46,  16, 
ali.  a  fava  mu.  80,  5,  faxeam  ps  35,  14,  ali.  a  favam  35,  23,  tr.  5;  fei 
nm.  59,  2*  sng.  e  pi.  /aes^«  rp  6,  114.  170,  che  sta  a  fèi  come  l'it.  fa- 
cesti a  /ecz',  e  faisti  nm.  59,  onde  /mfo'  mu.  41,  34;  74,  34,  cfr.  festi 
ri  2,  44;  136,  27,  fé  fem;  faci  mu.  44,  13,  fassa  62,  39,  fazamo  ri  12, 
521,  ma  fazemo  pr.  63,  6,  facei  ri  133,  22;  per  faesse  faisse  nm.  44, 
/mse  ps  30,  10,  mu.  89,  2;  90,  21,  feissem  div.  1470,  che  sono  rifatti 
sul  perfetto,  come  le  forme  analoghe  di  'dare'  'stare'  ecc.,  cfr.  nm.63: 
anche  fesse  dc^  13,  cfr.  ri  43,  23;  fazando  de-  28. 

3.  'dare':  dago  ps  30,  30,  dai  da^  dan\  daxea  mu.  41,  9,  su  faxea, 
cfr.  'stare',  come  fava  su  dava  stava,  daxeam  ps  35,  8,  Ip  1,  48,  e 
davam  Ip  1,  43;  dei  diedi  nm.  59,  daesti  o  daisti  nm.  59,  deisti  mu.  64  v, 
demo  61,  2;  dea  rp  8,  430,  mu.  48,  40,  ali.  a  daga  mu.  70,  8,  c/Jrtf/i 
49,  26,  dagamo  ps  28,  34  e  daghemo  mu.  59  v,  dagai  ri  12,  173  e  cZft- 
^Tiej/  pr.  57,  8,  dean  rp  3,  356,  dagam  ri  53,  149;  daesse  ri  127,  64, 
deisse  mu.  48,  19.  35,  Ig  25,  53,  div.  1471,  anche  daise  Ip  1,  39, 
daisse  mu.  224  v,  il  primo  da  confrontar  col  perfetto  daisti,  il  se- 
condo forse  piuttosto  con  raiso  per  reiso ,  scrizione  a  rovescio;  da- 
gando. 

4.  'stare':  stago  stai  sta,  st'tgemo  rp  5,  86  e  starno  mu.  216 r; 
staxea  mu.  61  r,  ali.  a  stava,  cfr.  staxeivi  ri  5,  31,  ali.  a  stavi  16, 
37;  steti  ri  16,  435,  siete  nm.  59,  steisti  pr,  47,  10;  stea  rp  8,  415, 
ma  e  staga  pr.  57,  9,  staghi  37,  7  e  stagJiemo  71,  19;  staesse  ri  75,  50; 
134,  81,  forse  staisse  16,  196,  steissemo  pr.  61,  27,  steissi  mu.  22  v; 
stagando  rp  8,  168,  mu.  96,  21,  stagendo  nm.  66. 

5.  'andare':  v«^o  ps  30,  27,  vai  va;  vaga  e  vage  nm.  62,  vagam 
mu.  52,  32. 

6.  'trarre':  tra  mu.  72,  37,  ^rmw  53,  33;  78,  15,  ma  una  3*  sng. 
iraze  '  ri  133,  73;  134,  328;  traxea  ri  16,  289;  trassi  nm.  59,  ma 
trete-ne  mu.  112  v,  2^  pi.  treisti  25  v  e  frem  nm.  59;  che  tu  sosiragi 
mu.  73,  3,  traghe  pr.  27,  32;  treisse  traesse  div.  1470. 


*  Che  equivale  a  'traggo'.  lavece  negli  antichi  testi  veneti  potrebbe  ri- 
maner dubbio  se  traxe  o  trase  non  sia  rifatto  su  faxe,  come  daxe  staxe , 
che  si  trovano  pure,  come  infine  exe  (nel  Tristano  Corsini,  di  dialetto  pa- 
dovano). Da  exe  Tod.  xe  (s'è). 


Stiulj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  29 

7.  'avere':  avemo  de'  4,  15,  20,  rp  5,  110,  ecc.,  ed  amo  mu.  60, 
21.  22;  74,  24;  75,  39,  cfr.  ri  85,  30;  101,  39,  e  starno-,  avi  ave  mu.  59, 
avemo  mu.  294  v;  aia  agia  rp  3,  188,  mu.  63,  15,  aiamo  ri  54,  155, 
aliai  mu.  40,  1,  od.  agds,  e  agiei  233  v,  agiam  78,  27. 

8.  'sapere':  savemo  dc^  8,  mu.  39,  31  e  samo  mu.  26 r,  64 r,  cfr. 
ri  16,  32;  sapi  sape  nm.  59;  sapi  ps  30,  20,  sapia  mu.  73,  33,  cioè 
sàca,  sapiemo  pr.  83,  31,  sapiay  ps  30,  40,  od.  sacoì'. 

9.  'potere':  posso,  pò?  mu.  73,  19,  pò  nm.  10,  quasi  da  *pos  {^potsì) 
^pot,  possamo  mu.  41,  31.  39,  cfr.  ri  85,  4.  32,  posemo  div.  1468,  cfr. 
pr.  7,  22.  23;  12,  25,  poi  potete  dc^  30,  mu.  20  r,  contrazione  del  solito 
j3oe/,  p)0ìn  82,  4,  do*  34,  su  pò,  e  anche  2')oren  rp  8,  345,  su  voren,  od. 
pò'an  da  pò'ran;  poeiva  e  anche  poiva  mu.  44,  39,  e  sopratutto  in 
div.  1464  ecc.,  cfr.  pr.  59,  30;  70,  4,  poivam  div.  1464-65  ecc.;  porrà 
mu.  61,  3,  e  cosi  nei  condiz.  porresi  dc^  10,  porream  dc^  14,  su  varrà 
vorrà,  varrea  ecc.,  isolato  poerai  pr.  67,  21;  poesse  rp  4,  12,  poes- 
sem  dc^  12,  e  per  attrazione  del  tipo  feisse,  talvolta  poeissemo  mu.  20  v, 
onde  il  contratto  poisem  div.  1468,  cfr.  pr.  65,  27;  (sospetto  posse  ri 
5,  20;  12,  34,  difficilmente  su  fosse,  cioè  fuse)-,  poeir  mu.  54,  33,  ma 
poi  div.  1468,  1469,  1470,  cfr.  pr.  58,  13;  63,  14. 

10.  'volere':  voio  mu.  58,  46,  voi  rp  Q,  192  ecc.,  mu.  56,  46;  57, 
41  e  va  nm.  41'',  vor,  acc.  al  letterario  volle  mu.  78,  12,  voremo  rp  5, 
111,  vogiamo  mu.  72,  6,  cfr.  ri  16,  27;  133,  89.  91,  e  vogemo  pr.  82, 
39j  vorei  rp  8,  42,  ps  28,  31,  voren  dc^  14,  mu.  82,  34;  von'ó,  condiz. 
vorrea  vorreiva;  vosi  ri  43,  97,  volse  vosse  nm.  59,  vossem  ri  5,  15; 
voia  ri  12,  62;  79,  132. 

11.  WaÀere'' :  và(r)ram  mu.  78,  31  'valgono',  e  vi  apparirebbe  l'od. 
livellamento  delle  3®  plur.  su  quella  di  1*  con.;  vagia,  ma  vagie  mu.  80, 
48,  nm.  62. 

12.  'parere':  pareni  ps  27,  15,  mu.  90,  14;  parrà  dc^  11  e  così  pa- 
rsa parrea,  ecc.:  aparvj  ri  56,  110,  pr.  22,  6,  su  cui  aparvia  ri  56, 
174,  aparviando  pr.  22,  28;  paira  mu.  88,  41;  90,  29;  aparvisse 
mu.  127  v;  cfr.  nmm.  59,  63,  67. 

13.  'dovere':  dei  rp  3,  49.  60,  mu.  53,  45,  cfr.  nm.  4P,  de  rp  2, 
10.  12,  mu.  43,  21,  nm.  1^  1,  come  fai  fa,  vei  ve,  demo  mu.  9v,  ri 
86,  101,  devemo  devei,  dem  mu.  72,  11,  ecc.,  su  de;  debia  mu.  93,  9, 
debi  ps  31,  6,  cioè  degi,  cfr.  ri  14,  544,  débiay  ps  30,  31,  od.  degce,  de- 
biam  deian  rp  3,  46,  mu.  95,  25. 

14.  'vedere':  vego  ri  12,  185;  16,  317  e  veigo  nm.  7,  vei  mu.  57, 
7,  cfr.  nm.  41^,  ve  89,  23,  veganio  51,  5;  61,  45,  e  cosi  ri  16,  419; 
133,  131,  ali.  a  verno  ri  57,  49,  vegemo  pr.  7,  22;  veiva  mu.  42,  24,  ecc., 


30  Parodi, 

viva  Ip  1,  7,  sul  perfetto,  se  esatto;  vetrai  mu.  43,  5;  78,  1;  80,  58, 
veirei  ps  84,  42,  Ig  5,  42,  veiram  mu.  51,  42,  de*  44,  ali.  a  un  incerto 
verrà  mu.  79,  1;  vi  nm.  59,  tu  visti  mu.  61,  4,  se  provi  91,  2;  vega 
mu.  55,  32,  vegamo  ri  53,  80,  vegam  mu.  87,  12;  visse  ps  30,  22,  vissi 
mu.  64,  37;  vei^  ma  vedeir  mu.  90,  21  (ue^c'r  rp  8,  197  è  un  errore); 
provezuo  nm.  67;  revegayido  div.  1468,  ecc. 

15.  'tenere':  tegno  mu.  72,  33,  ma  tengo  rp  9,  127,  che  però  sarà 
differente  solo  per  la  grafia,  nm.  1  m,  te  tee  relee  mu.  80,  54,  nm.  1''  1, 
4P,  su  fai  dei  ecc.,  ten,  ma  te  mu.  61,34,  tegnamo  ri  49,  96,  sostegnamo 
ps  31,  26,  tenéi  ri  87,  1,  teneìi  dc^  24,  tennen  dc^  4,  soslenneni  mu.  64, 
19,  ecc.,  forse  pronunciato  iennen;  terrò  mu.  74,  28;  tegne  nm.  59, 
ma  nota  soslene  mu.  51,  36  e  la  3*  pi.  tenem  ri  49,  309. 

16.  'sedere':  sezi  mu.  56,  20,  seze  siede  rp  8,  401,  sea  mu.  57,  3, 
che  pare  un  congiuntivo,  adoperato  per  l'indicativo,  cfr.  l'ant.  ital.  dea 
deve;  sezea  ps  29,  9;  sezera  mu.  95,  13;  sezer  seze  92,  19.  22,  pr. 
33,  6.  32,  acc.  a  un  sedei  69,  26;  sezando  ri  16,  444. 

17.  'cadere':  des-cìiazi  mu.  52,  41,  caze  89,  34;  90,  36;  caiva  67  v, 
cfr.  ri  16,  251,  cazeivan  pr.  10,  28;  caite  e  cheite  nm.  59,  ertisi/  rp  6, 
71,  cheitem  nm.  59;  cmV  rp  7,  8,  mu.  71,  25;  83,  22;  ma  caer  ri  136, 
139,  cfr.  262,  cioè  kaéj;  caito  40,  28  e  cheito  89,  25.  Dall' infin.  hai 
s'ebbe  kèj  nm.  16,  cfr.  pr.  QQ,  11,  e  cosi  dal  pf.  caisti  heisti^  onde  an- 
che il  part.  edito,  da  *kaditu,  venne  a  hcjla  anziché  a  hcetu.  Quanto 
allo  stesso  caisti,  presuppone  una  1"  p.  ''^kaii  *kai,  e  una  3*  '^kai-  da 
queste  poi,  sull'analogia  di  steti^  si  trasse  calti  catte. 

18.  'credere':  creo  a^eao  nm.  15,  crei  mu.  57,  53,  ere  nmm.  1''  1,  41'', 
creamo  mu.  88,  25,  ma  cfr.  creenio  pr.  7,  20,  cremo  73,  29,  div.  1468, 
crezemo  pr.  7,  41,  crei  dc^  14,  16,  mu.  40,  33,  crem  mu.  7;j,  0;  creerò 
mu.  62  V  e  creró  60,  1,  creram.  85,  37,  ali.  a  creirani  23  v;  crt^fo'  cre- 
fem  nm.  59,  ma  ho  anche  un  crece  pr.  33,  30,  probab.  crezé'^  crea, 
creamo  mu.  95,  36,  creai  ri  134,  139;  creasse  mu.  86,  43,  ma  creisse 
163  v;  crer  39,  34,  cree  43  v;  cre^wa  81,  22. 

19.  'dire':  digo  mu.  55,  26,  nm.  57,  di  dij  74,  5.  31  ;  81,  46,  digamo 
de'  8,  dc^  15,  mu.  43,  7,  e  digemo  29  r,  dixem  91,  35;  o?2e5^i  31  r,  Ig 
18,  69.  73,  e  deisti  nm.  59;  diga  mu.  70,  6,  c('?'^i«  ps  29,  16;  dieo:i 
diessi  rp  3,  68,  mu.  89,  40,  diesse  ps  35,  19,  diessem  mu,  132  r,  cfr. 
deisse  ecc.,  nm.  59, 

20.  'venire':  vegno  mu.  60,  7,  uè  ri  18,  3,  cfr.  te,  nm.  41'',  ven, 
vennem  tv.  5,  avennem  mu.  92,  27,  devenneni  71,  29,  cfr.  fewnem;  verrà 
65,  45  e  anche  venirà  92,  8;  uen^a  rp  3,  189,  vengai  8,  14,  ma  cfr. 
tengo,  nm.  1  m;  vegnir  e  più  raro  ^jernV  mu.  68,  20.  21.  40;  69,  4, 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  31 

21.  'gire':  -f/  ri  16,  62,  ze^  zestivi)  9,  48,  Ip  :3,  25,  o  zeisti  Ip  8, 
6,  Ig  9,  49;  zesi  rp  8,  116,  zeissem  mu.  55,  6,  cfr.  pr.  52,  1  *. 

Derivazione  nominale  *. 

69.  Derivati  ^enza  suffisso  da  temi  verbali:  aregordo  dc^  1,  vivo, 
cfr.  pel  verbo  ps  28,  28,  ecc.,  less.,  xii  388,  [brama  rp  5,  90),  cav- 
rego  mu.  63,  29,  vivo,  deporto  rp  8,  132;  9,  124,  desdegno  mu.  46, 
34,  cfr.  nm.  94  s.  des-,  dola  paura  mu.  73,  6,  invio  invito  rp  3,  218, 
mu.  84,  16,  liga  de-  1,  vivo,  loxno^  pelezo,  perforso,  relevo,  resoro 
(1.  resoru)  ristoro,  conforto  Ig  15,  59,  oggi  resóu,  cfr.  less.  s.  xorai, 
sciinziiro  mu.  80,  14,  seto,  sivollo,  spressa  ps  36,  6  e  spreyssa  nm.  44 
'ressa',  oggi  spresa  fretta.  Dubito  se  vada  qui  laìupa  lampada  mu.  46, 
18,  vivo. 

69''.  -abile  -ebile  -ibile:  afabel,  duraber  mu.  52,  28;  85,  27; 
90,  14,  favor aber  60,  4,  intendaber,  muaber  83,  43;  87,  38;  88,  16, 
staber  87,  38;  88,  11;  90,  13;  —  asteneiver  astinente  rp  3,  151,  cfr. 
less.,  aveneiver,  cariteiver,  conveneiver  e  convegneiver^  corpeivi  mu.  317  v, 
cureiver ,  dellecteiver ,  desdexeiver  rp  6,  73,  favorever  dc^  5,  inmagi- 
neiver,  maneiver,  mezurever,  participeiver^  piaxeiver  mu.  90,  24,  j)>'of- 
feteiver  51,  24;  90,  26.  32,  raxoneiver  58,  7;  97,  3.  4.  5,  seyver  cfr. 
less.  388,  403,  semegeiver  mu.  51,  8;  78,  31,  deseìuegieive  54,  2;  89, 
32,  veritevel  ps  35,  25;  cfr.  i  fr.  profitable,  veritable^  ecc.;  —  oriber 
orribel  rp  5,  81,  mu.  80,  53,  possiber,  senssiber  mu.  97,  2,  ecc.,  fer- 
ribel(e)  rp  5,  82.  Cfr.  nm.  41  e  C. 

69^  -aceu:  menaza  mu.  54,  14,  ecc.,  gareaga  de*  11,  spuazo^  e  si 
accetti  qui  anche  il  semidotto  odacia  audacia  mu.  29  v,  ri  12,  306, 
ora  oddsia  sfrontatezza. 


*  Rammentiamo  pure:  adiixe  conduxe  ri  136,  236.  243,  aduxen  rp  3,  32, 
reduxea  pr.  78,  9,  ali.  a  reduem  mu.  51,  11,  perduime  nm.  61,  (adulo  addu- 
cetelo pr.  42,  36,  adu)te  86,  1),  aduesse  pr.  91,  15;  indue  pr.  78,  14,  adune 
pr.  44,  39,  condune  condurci  Ip  3,  41,  Ig  9,  81,  col  e  caduto;  indurando 
pr.  78,  9;  —  l'alternazione  continua  fra  exo  ri  36,  41,  exe,  exa,  ed  insl,  en- 
xirà,  ensir-  —  requer  nm.  61,  cfr.  ri  88,  1  (per  quero,  less.  381),  e  l'accento 
di  profer  ri  126,  11,  imper.  sofer  136,  218  {fero  56,  126;  tutti  latinismi?). 
Il  pres.  saio  ri  23,  7;  109,  1,  Ut  sor  nm.  57,  sor  ri  14,  516,  sorsi  36,  102, 
sorem,  va  in  parte  con  voio,  e  inoltre  con  doio  dolgo  ri  109,  5. 

*  Di  solito,  quando  non  si  cita  il  passo,  si  rimanda  al  glossario;  tranne 
se  la  citazione  sia  affatto  inutile,  per  l'insignificanza  del  vocabolo.  Se  oc- 
corra far  raffronti  con  altri  testi,  si  adoperano  generalmente,  qui  come  in 
C,  le  sigle  del  Salvioni,  Arch.  XII  375  sgg.,  XIV  201   sgg. 


32  Parodi, 

70.  -ale:  abominar^  mu.  71,  7,  dubbio,  comunal,  eternai  rp  8,  263; 
9,  167,  fortuna)',  lear,  perpetuar  rp  3,  192,  pressencial  C,  pirincipar 
rp  9,  301,  quaresemar  9,  91,  segorar  2,  21,  spiritar  8,  222  o  spiric- 
tual  mu.  50,  25.  Cfr.  nm.  41  e  C. 

10^.  -an:  '■feniena  vegia  et  putam''  ep.  356,  cfr.  xii  424. 

70".  -anu:  foran  foranna.  Dal  tvc.  fìxicianna  mu.  53,  40. 

72.  -antia  -entia:  amistansa  mu.  41,  18,  bianssa  61,  3,  ecc., 
contanza,  dotanssa  mu.  54,  17,  ingoallansa,  mermanza  rp  .3,  232; 
6,  80,  nomeranza  nominanza  rp  6,  81,  semeianssa  mu.  71,  15,  soti- 
zanza  (1.  sotiianza)  astuzia  rp  6,  104,  cfr.  ri  95,  97,  mon,,  Mazzatinti- 
Monaei,  Bestiario  moralizz.  (Rendic.  Accad.  Lincei,  1889)  1,  Ardi,  xiv 
240,  temansa  mu.  13  r,  52  r,  vivo,  cfr.  mm.  p.  38,  best.  493,  ecc.  —  co- 
gnossenssa  mu.  53,  31;  77,  24,  ecc.  (altrove  cognoscanga  besc.  17,  888, 
cognosanza  best.  487,  da  confrontar  con  temansa),  intendenssa  intel- 
letto mu.  77,  25,  loquencia  61,  7,  nascenssa,  odiencia  mu.  55,  40,  og'gi 
Gdiensa,  ecc. 

72^.  -ardu:  goliardo,  vegiardo  mu.  293  r,  ecc. 

73.  -ariu:  sorar  solajo  mu.  44,  16,  cfr.  besc.  274,  xii  432;  su- 
tnaira  fimnaira  —  beruerrpl,  162,  cfr.  less.,  bocer  G,  cavarer,  dritu- 
rer  mu.  90,  26,  ercher  C,  guerre  rp  6,  56,  lusenguer  6,  59,  oster  liost. 
ostee  ostello  2,  32;  8,  31.  232.  259,  overer  mu.  56,  16;  87,  .30,  luirler 
parliere  rp  3,  340,  penser  timore  ps  34,  18,  mu.  89,  13,  romer,  scuer 
rp  1,  3,  sobre  1,  31,  cfr.  less.,  somer  somera,  stranger  rp  1  21  e  spesso 
in  mu.,  dal  frc,  verger  mu.  70,  9;  81,  16,  dal  frc,  vertader  mu.  65  r, 
cfr.  less.,  xarrer  rp  6,  55;  8,  107,  cfr.  less.;  camairera  nm.  4,  conffa- 
ronera  mu.  54,  4,  taschera.  —  spesario  rp  9,  276,  cfr.  less.,  su- 
dario, ecc. 

74.  -aticu:  inconiezaiga  principio  rp  9,  110,  mesaggo,  remerteghe. 
Dal  frc,  beveragio  mu.  58,  47,  vivo  nel  senso  di  '  rinfresco  ',  hereditagio 
40,  29,  otragio  mu.  82,  11,  paragio  72,  13,  ussaio  67,  5;  89,  10;  90,  30. 

75.  -atu  -ata  -ita  -utu:  costao  costato  mu.  39,  39,  nivollao, 
servellao;  —  duraa  dura  mu.  51,  23;  QQ,  15,  ecc.,  oggi  dilata,  intra 
42,  27,  oggi  intrata,  masnaa  rp  3,  172  ecc.,  maxeld,  naa,  renomaa 
mu.  56,  15;  66,  2,  retornaa  90,  20,  rozaa  rugiada  49,  27,  od.  rus'à, 
cfr.  less.  s.  rosa,  scoria;  —  ensia  rp  8,  271,  oya  udito  8,  122,  oggi 
odia,  nm.  33,  recaya  rp  6,  240,  cfr.  less.  ;  —  varssua  mu.  64,  38,  de 
vegnua.  —  Aggettivi  :  oltre  canno,  cornuo,  ecc.,  ho  barbazuo  C 


*  Rispondcrcbbo   ad  un  'abbominale';    meglio   leggere   abominaa  abbo- 
minata. 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  mortbl.  33 

75.^  -ellu:  crivello  ps  :il ,  10,  vivo,  cfr.  \e^s.^  se  agnello  ^  uà:  e  le , 
vasselo. 

76.  -énse,  -ensianu:  hacanesi^  ziipreìsse \-  cortexam  mu.  55,  2; 
il  X  di  paixaim  G4,  7  varrà  s'.  .1 

77.  -entu  -lentu:  ruzenento  rp  9 ,  40 ,  oggi  rùs'enente ,  zenne- 
rento  .^^  105,  famolento  0,  142,  piangollento ,  puzolento  5,  72^  j3ggi 
spusulentu,  sonorento  3,  221,  tremolento  6,  143,  mu.^  1  v '. 

77''.  -enu:  vedi  i  'numerali'. 
77".  -eolu:  cagnor,  povtigiolla. 
n^.  -eriu:  lahorerio. 
77*^.  -etu:  roveao,  spineao^  nm.  15. 

78.  -ettu  (-ittu):  leoneto  leoncello  mu.  297  r,  soreto  soletto  Ip  1-, 
16,  pr.  15,  18;  17,  19,  cfr.  soletamentre  mon.,  vacìwta  barca-. 

79.  -ia:  havazavia  C,  cavallaria,  Erminia^  famia  C,  felonia,  forsse^ 
naria  mu.  86,  28,  frc,  goliardia  -aria  C,  lecaria  mu.  82,  10,  frc,  le- 
vroxia  147  v,  cfr.  lesg.,  maislria,  tnalotia  mar.  mu.  53,  22;  58,  13,  od. 
raoictia.^  marinaria  rp  8,  129  'l'esercizio  della  navigazione',  mercan-' 
tia  C,  messellia  mu.  314  v,  nigromancia^  scotria  C,  senatoria  mu.  55, 
27.  29.  40,  tenebria  58,  17;  60,  10,  ecc.,  cfr.  mon.  F  172,  sei.  72, 
Lars.,  tricaria  mu.  82,  38,  frc. 

80.  -iciu:  allevaisso^  aposli^o  mu.  51 ,  30  [e  a  Vap.  va  letto  ri 
38,  2].  Schietto  gallicismo  noriza  mu.  53,  41. 

82^.  -ingu:  vernengo. 

SZ*".  -inu:  coffim  mu.  57  v,  cfr- less.  In  magazem  mu.  11  r  e  al- 
trove, sarà  influenza  francese  ? 

82*^.  -ione,  -t-ione:  acussaciorn  mu,  55,  8.  9;  86,  8,  aslimaciom 
70,  39,  ali.  ad  estiraaciora  70,  31,  cfr.  astimar  nm.  94,  cassaxoni 
mu.  115  r,  comperaciom  Od,  3;  75,  41;  76,  37,  complexoni  88,  27.  29, 
oggi  kuvpresim  temperamento  fisico,  deffenssiom  86,  7,  derixom  54,  6^ 
destinaciom  dist.  87,  29.  'ò'ò^  ecc.,  diciom  detto  84,  18,  exillaciom  53, 
42,  goarixom  52,  10,  YÌYo^.governaciom  78,  32;  79,  27,  m,axom  58, 
35  ;  59,  3  ',  minisiraciom  aiuto  91,  8,  ìnormoratiom,  ps  28 ,  20 ,  mu- 
nitiom  ammonizione,  consiglio  mu,  84,  42,  ali.  ad  amon.,  norixom  78, 
15,  ordenacioìn  87,  25,  ocixiom  34  r,  perdiciom  cosa  mal  fatta,  o  me- 


*  Forse  è  ricalcato  su  questi  aggettivi,  per  necessità  di  rima,  lo  strano 
vollento  volante  mu.  91,  18. 

^  Il  nostro  traduttore  tolse   di   peso   dal   suo    originale   someto   sommità 
mu.  73,  37,  e  certo  anche  Mussete  52,  5.  31. 

*  Stampato  per  errore  maxo. 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  3 


34  Parodi, 

glio  'sciupio'  ps  28,  16,  iwicaziom  rp  6,  139,  jyrobaciom  prova  mu.  95, 
31.  32,  responssiom  -cium  ps  32,  4,  mu.  95,  14,  sospessom  mu.  56,  8, 
sugigaciom  29  r,  sustentaciom  sostentamento  63,  24,  tenninaciom  scopo, 
determinazione  51,  13  (cfr.  bem  terminao  ib.  determinato). 

82®.  -iscu:  grecesco  mu.  271  r,  toesco  de-  34. 

82^  -issa:  deessa  mu.  59,  4,  incantaressa  84,  10,  maistressa  53, 
42;  55,  13,  tutti  dal  frc,  novellessa  novità,  prevessa  43  r,  43  v,  mezzo 
gallicismo;  cfr.  inganorega  pr.  26,  17. 

82^.  -istu:  evangelesto  mu.  66  r,  avangeresio    pr.  22,  5;  23,  7. 

83.  -iti a:  affressa^  asperessa  mu.  66,  9  (cfr.  aspero  51,  36  e  less. 
s.  asperor)^  avogollessa ^  dumestegessa  mu.  58,  41,  dozeza  rp  8,  180, 
envrieza  nm.  35,  franchessa  mu.  55, 12,  ecc.,  fravellessa^  cfr.  severessa  C, 
freidessa,  ihairessa  78,  41,  nobelessa  72,  7;  73,  9,  ioteza,  oscuressa 
53,  33;  87,  8,  proessa  53,  34,  ecc.,  reeza  rp  7,  219,  simplessa  mu.  74, 
3;  87,  27  (cfr.  simplo  82,  43;  87,  30,  ecc.),  veieza  veg.  rp  9,  86,  mu. 
52,  8.  —  -franchixia  mu.  55,  5,  mondixia  154  v,  pegrixia  rp  3,  307, 
mu.  58  r,  prestixia  rp  3,  306. 

83''.  i-iu,  di  qualsiasi  provenienza:  Alexandrio  mu.  294  v,  bru- 
turia  183  r,  Cartagenia  274  r,  Effexeo  156  r,  Europia  137  r,  lustrio 
46  r,  99  V,  mandria  270  r,  polerio  ^^  v^  tir  agno  140  v,  232  v,  Totillia 
287  r,  zazunio  -nnio  (1.  -nniu)  rp  7,    108.  119,  mu.  144  r,  152  r,   ecc. 

83''.  -ivu:  tocativo  relativo  de*  37,  e  non  mi  occupo  de' contatti 
di  questo  suffisso  con  -iu  -ia. 

84.  -mentu:  amassamento^  ancresmento  rp  9,  197  (probabilmente 
da  leggere  a'  ncresim.),  andamento  movimento,  andare  mu.  56,  29, 
aparimento  rp  5,  63,  o  meglio  apareiamento  6,  11,  avegnimento  6, 
157,  ecc.,  ed  euegnim.  nm.  16,  comenssamento  90,  21,  fermamento 
stabilità  90,  22,  impaihamento  94,  24,  nassimento  72,  21,  norigamenlo 
rp  3,  156;  5,  101,  alimento  mu.  61,  22,  ordenamento  rp  8,  52,  par- 
lamento  discorso  3,  312,  partimento  partenza  8,  41  e  dipartim.  mu.  78, 
24 ,  pensamento  rp  5,  3,  preponimento  mu.  83,  43,  refrescamento  de-  7, 
12,  scotrimento^  strapasamenlo  il  trapassare,  il  fuggir  via  rp  2,  22, 
*  morte'  mu.  240  v,  str  e  [n]z  eminto  rp  8,  346  e  destrenzemento  9,  42, 
irai/mento  ps  28,  26;  30,  4,  travaiamento  tormento  mu.  39,  36,  zon- 
zimento  88,  14. 

84''.  -one:  faossom  falcione  mu.  277  r,  cfr.  folzon,  ecc.,  mrgh.,  bars., 
not.  22,  peom  pedone  mu.  316  r,  poxom,  preom  sasso  68,  6,  sabiom  62, 
43;  78,  11,  cfr.  xii  428,  stagnom  -um\  agg.  a  taston  tentoni  rp  5, 
17,  vivo,  in  zenogium  mu.  26  v,  pr.  97,  16,  vivo. 

85.  -ore:  agror  m.  67,  35,  amaror  rp  8,  181.  417,  caror  ;3,  164, 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  35 

dolssor  dossor  mu.  52,  33  ;  60,  40,  vivo  dusù  dolciume,  follar  mu.  243  r, 
frevor  rp  4,  59  (con  qualche  influenza  di  freve),  grandor  mu.  73,  12, 
frc.  ?,  pessantor  ^  ptcor  172  r,  cfr.  less. ,  rancar  rp  6,  88,  stentar.  Il 
genere  di  paor  non  è  riconoscibile  ps  33,  31,  mu.  54,  16;  56,  18,  ecc., 
ma  è  femminile  273  r,  pr.  6,  26. 

85'^,  -oriu:  paoira  ali.  a  j^oira  nm.  16. 

86.  -  0  s  u  :  afforozo ,  angustiasa  ,  rive  angustiaxe ,  mu.  294  v ,  ar- 
rossa^ besegnaso  rp  7,  228,  coveoso  mu.  60,  28,  graniegnosa ,  voren- 
toso^  voluntariasso  mu.  174  r. 

87.  -tate:  crudellitae  mu.  55,  28;  65,  15,  dacitae  rp  4,  48,  fa- 
militae  (1.  famig.)  3,  234,  fragillitaet  franchitate  1,  42,  leotae  3,  116, 
marvaocitae  mu.  85,  2,  piayritae  (1.  cair.)  58,  18,  sacitae  rp  8,  189, 
come  anoilae  ri  14,  104;  39,  135,  sopra  gli  altri  in  -itate,  suiigitae 
mu.  94,  16,  umilitae  ps  31,  42,  viotae  nm.  24. 

88.  -tore:  habitaor  mu.  62,  15,  acussaor  86,  9,  aytoriaor  172 v, 
ambassoi  div.  1471,  [homo)  barataor  rp  3,  118,  erchezaor^  faasaor 
mu,  170  v,  fornichaar  172  r,  governaar  79,  12,  inganaor  rp  7,  77,  ^a- 
voraor  3,  269,  lecaor  3,  117,  atragiaor  mu.  85,  37,  oxellaar  391  r,2)or- 
toor  55,  11,  pricaor  rp  7,  78,  procuraor  ps  28,  11,  renegaor  mu.  172  r, 
segaor  29  v,  semenaor  251  r,  tagiaor  tagliere,  tentaor  40,  29.  —  /^e- 
veaor  84,  12,  cagnassear  -sseaor  96,  19  e  nm.  15,  carrompiaoi  2A1  y ^ 
{crear  creditore),  deffendeaor  -dettai  137  v,  156  r,  168  v,  [desiruar  168  v), 
dormiar  rp  8,  69,  faxeaor  mu.  175  v,  cfr.  ri  114,  51,  farbiaai  29  v, 
impenzeaar  nm.  15,  lezaai  mu.  51,  42,  ìnesaoi  quasi  'messitori'  44  v, 
perseguiar  148  v,  serviar  rp  9,  235,  mu.  302  r,  spaneaor  nm.  15,  traytor 
ps  28,  12,  venseaar  nm.  15. 

89.  - 1  r  i  e  e  :  aitariarixe  Ip  3 ,  32 ,  mu.  387  r ,  amarixe ,  cantarixe^ 
guiarixe^  lavarixe^  norigarixe  mu.  29  v,  percurarixe^  cfr.  nm.  33;  c?é;- 
fenderixe  Ip  3,  33;  4,  20,  cfr.  defensarixe  ex.  711,  servir ixe  nm.  33. 

90.  andeura  nm.  16,  cfr.  less.,  frexaura^  iaceura  nm.  16,  quasi 
*ghiacciatura',  mancanza  di  zelo  e  di  ardore,  ihavaura  serratura  mu. 
43  V,  od.  cavò'ja^  infjìaura  -cura  63^  13;  72,  1,  cfr.  less.  s.  enxaura, 
ligaura  C,  limeura  nm.  16,  scotaura  mu.  13  v,  iraveura  nm.  16,  od. 
.atruvò'ja  'ritrovamento  di  cosa  smarrita'  e  più  spesso  'la  mancia 
dovuta  a  chi  la  ritrovi';  —  bateura  mu.  120  v,  fendeura  C,  ronipiura 
mu.  106  V,  scarpiaura  nm.  15. 

91.  -ura:  aotura  mu.  59,  25,  basura  rp  9,  112,  brutura  5,  10, 
covertura  mu.  57,  12,  disconffitura  57,  8,  ihassura,  paintura  72,  42, 
zoventura  rp  2,  55  e  less. 

91''.  Qualche  altro  suffisso  non  più  vitale:  -Idu,  gravca  mu.  47,  7, 


36  Parodi, 

ranceo,  storico  p.  37 n,;  -ile,  dehel  -r  ps  35,  25,  mu.  52,  12,  nohcr 
51,  41,  hiimel  rp  6,  253,  umero  -a  pr.  17,  3.  4,  od.  iitniu  morbido,  da 
tlmeru^  uter  dc^  44;  -Ine  -udine  ecc.,  crimem  mu.  55,  12.  29;  56, 
10,  dotto,  formetn  54,  13;  149  r,  terme n  75,  33;  imagem  39,  29.  33, 
ruzen  ruggine  rp  8,  243.  357,  od.  rus'e\  ancuzen  rp  8,  356,  od. 
ahkìs'e;  amaritudem  mu.  62,  17,  heatitudem  62,  34;  77,  9,  servitudem 
41,  11,  simiUtudem  39,  30.  33,  in  parte  vocaboli  chiesastici.  E  tale  è 
pure  màcula  C,  con  -ìilu  intatto,  cfr.  pegolla  mu.  210  v,  meno  chiaro. 
Si  accettino  qui  fronzora  33  v,  acc.  a  f ronza  fionda,  e  lomboro  lombo 
33  V,  inoltre  iwssacora  C. 

91''-  Infiniti  e  participj  usati  in  funzione  sostantivale:  ùimaf/inar 
mu.  65,  21  è  dubbio,  forse  'fantasia',  intcrmesihaa  57,  46,  dubbio  \  te- 
(jncìj  tenere,  tenimento  dc^  25,  vestir  rp  1,  7,  od.  vestì'  vestito,  abito. 
È  certo  dal  frc.  stipar  desinare  mu.  87  r.  —  Pei  participj  cfr.  nm.  75, 
inoltre  il  solito  vendea  mu.  54,  36,  od.  vendia,  presteo  prestito  de*  27. 

Derivazione   verbale. 

92.  Sufi". -i care:  cayrtrc/irtr,  rantegar  C,  scortegar  mxx.'òl^  19,  cfr. 
less.  s.  scrotegar.  —  Sufi",  -idjare  :  cazezar  C,  netezar  pulire,  vivo, 
nozherezao  rp  8,  199,  scarmezar  C,  segnorezar^  verezar  veleggiare 
rp  8,  71,  vilanezao  9,  69;  scandalizar  ps  30,  6. 

93.  Denominativi:  aitoriar  mu.  245  r,  cfr.  less.,  apozarse  73,  11, 
aprovistar^  arizar^  coxinar  cuocere  mu.  49,  16,  ora  kuzind  far  da 
cucina,  conflniar  143  r,  contrar,  domimar  mu.  65,  23,  erchezar,  guier- 
donar  mu,  90,  24,  ùisuperbiarì  rp  5,  78  {insuperbieremo)^  invernisar 
mu.  44,  14,  od.  invernizà,  mendigar  ps  27,  10,  mezonar^  mollestiar 
mu.  172  r,  270  r,  pallidar  61,  20,  cfr.  C,  parezar  de*  41  (a  rigore 
potrebbe  rispondere  anche  all'ant.  it.  paleggiare)  sagramentar  mu.  57, 
9,  tcììipestar  percuotere,  opprimere,  61,  42,  vanar^  ventar^  violar^  za- 
zumar  rp  9,  322;-  afosschirse  nm.  94,  anivollirse,  ingoì^dir,  orgoioxh\ 
soeù\  ecc. 

94.  ad-:  abaxar  rp  6,  87,  acc.  ad  asbasar  mu.  4:3,  17,  ora  asbasd, 
acaveiarse  rp  3,  206,  acognosser  mu.  00,  15,  cfr.  xii  385,  acompir 
mu.  84,  '32,  acontarse,  acreerse  mu.  81,  45,  acrcsscr  90,  38,  adeve- 
gnir  avvenire  rp  9,  181,  mu.  89,  21,  cfr.  best.  484,  gst.  xv  266, 
voc, ,  adevinar  ps  35,  9  (mu.  93,  23)  e  adiv.  rp  9,  109,  adiminuir 
mu.  56,  33,  adagiar  46  v,  ora   duga  e  redugà ,  adomentegarse  div. 


*  È  probabilmente  da  leggere  :  E  no  nigunna  intennesihar. 


Studj  liguri.  §  2.  Spogliò  fonet.  e  morfol.  37 

1468,  ali.  ad  adementegarse^  affìmnao  ma.  GÌ,  18,  afoschirse  53,  24; 
58,  22,  aimpir  riempiere  60,  10,  adempiere  pr.  22,  12,  aingoar^  alu- 
menar  -minar  rp  3,  7;  7,  74,  mu.  39,  14.  18,  ali.  a  ■illuminar  -ini., 
alussengar  mu.  58,  43,  amantarse  91,  20,  amarotir  50  r,  amesurarse 
rp  3,  197,  amensurai  di  giusta  misura  8,  26,  aministrar  trattare  60, 
4^  cfr.  kath.  911,  col  senso  di  'servire',  aontao  aunt.  mu,  70^  26;  86, 
30,  apertegnir  81,  39,  apoverir  render  povero  63,  14,  apresentar 
ps  34,  27,  vivo,  aprexiar  83,  21,  cfr.  xii  888,  asscurir  87,  18,  od. 
askiiise.^  cfr,  xii  389,  aseao  assetato  rp  7,.  166,  asegurao  sicuro 
mu.  59, 1,  asemhiar  ass.  radunare  54,  4;  78,  23,  ecc.,  asonarse  sognare 
11  r,  (ma  di  solito  sompnar^  sonao,  ecc.,  cfr.  less.),  assihairir  schiarire 
77,  25,  astimar  ps  28,  4,  astomagar  stomacare  rp  9,  296,  astorbao 
turbato  7,  3^  cfr.  astorbeao  less.,  aslrenzer,  in  astreite  costrette 
mu.  94,  1,  vivo  nel  senso  di  'restringere',  cfr.  xn  389,  atempet^ar ., 
iitrar  mu.  67,  6,  ausarse  adusarsi  ausarsi  rp  8,  339.  394,  avardarse 
nm.  27,  acc.  a  vardar^  di  molti  dialetti,  axaminar  ps  36,  29,  pr.  .82,  20. 
.  de-:  debrixar^  decorrer^  deffallir  venir  meno,  morire,  mu.  61,  13, 
deliverar  60,  17,  demenar  ^  deprender  ^  derobar  mu.  45,  30,  detornar 
stornare,  tener  lontano  07,  16,  frc.  ?,  devear,  deveglar  svegliare  ps  31, 
9,  acc.  a  desv.,  dezonzer  mu.  78,  2. 

des-:  desbreigar  sbrigare  rp  8,  265,  descapitao  mu.  50,  11,  desca- 
regar  dc^  7,  17,  vivo,  descarnao  mu.  52,  12,  descassar  rp  6,  195;  7, 
216,  mu.  55,  3;  56,  14,  descaze  52,  41,  vivo,  o  deschfajir  mu.  61, 
33,  deschivar  rp  9,  239,  desconffortasse  mu.  80,  10,  descordarse  77,  8, 
desdegaarse  div.  1477,  desguarnio  61,  44,  deslignar  tralignare  72,  11, 
desmentar,  desmontar ^  despailiar  C,  despartir  dividere  mu.  38,  7,  de- 
sperduo  rp  9,  244,  despessao  C,  despiegar  esplicare  mu.  87,  26,  de- 
spoihar  Ig  25,  185  e  despoglar  Ip  1,  33,  od.  despiigà^  desprexiar  rp 
9,  36,  vivo,  dessemegiarse  mu.  66,  7,  dessoterar  91,  9,  vivo,  deste- 
gnuo^  destender  estendere,  spandere,  66,  6,  rifl.  'stendersi'  'giungere' 
87,.  42,  destorbar  67,  3,  desvalar,  desveglar  ps  31,  13.  36,  desviar  C, 
deszliairar  rp  9,  13,  cfr.  less.  s.  deszhairando. 

ex-:  xboir^  scarpentar^  scarzar^  scaze  accadere  de'  37,  vivo,  sco- 
rar^ scortegar  nm.  92,  scoxir  ^  scriar  mu.  54,  6,  sgotar.,  sihairir  67, 
24,  spaiharse  spacciarsi  tr.  6,  sparmiar.^  spermesar^  stronar,  szhuir  *. 
Cfr.  asbasar^  assihairir,  astorbao,  s.  ad-. 


*  Son  notevoli  fra  i  nomi,  per  il  loro  s-  prostetico,  xgigno  mu.  115  r, 
xmirra  51  r,  sprecioso  ps  28,  9.  42,  anche  in  ri  16,  295,  storbeo  mu.  88, 
18,  od.  sfurbjic:  per  questo  però  va  ricordato  il  vb.  astorbear  less.,  e  anche 
astorbao  s.  ad-. 


38  Parodi , 

in-:  envriar,  imheverao  mu.  56,  9,  impremuar,  inhindar  ps  35,  8, 
Ig  17,  27,  vivo,  incainao  mu.  58,  37,  inconviaì\  incorpar  mu.  55,  29, 
incresse  rincrescere  42,  35;  43,  2,  indurar^  infangaci  84,  2,  inffen- 
zerse  51,  31;  93,  23,  cfr.  xii  408,  inforssar^  ingramirse  rp  7,  208, 
ingratiao^  ingravear  mu.  46,  42;  47,  11,  inllustrar  illuminare,  rischia- 
rare 75,  21,  ìnnoxa  nuoccia  mu.  390  r,  inpiagar  rp  8,  277,  con  senso 
più  generale  che  l'od.  inóayà  'ferire,  specie  con  un  sasso  e  vicino 
agli  occhi  o  alle  tempie',  imprender  apprendere  mu.  52,  7,  vivo,  in- 
salvaigir  51,  9,  inselar  {Vazem)  47,24,  intopar  entoparse  mcontra,re 
-rsi  rp  9,  184.  249.  340,  vivo,  invear,  invegirì  {invegerai)  rp  8,  340, 
ìnveninao^  invernisar  nm.  93,  invoarse,  involupaì\  inzenerar  mu.  44, 
8  ;  88,  9,  clr.  engendrar  mon.  e  panf.  372,  inzenzer  cingere  mu.  54,  5. 

intér-,  ecc.  :  e[n]tremeterse  rp  9,  196,  interprender  mu  54,  31  ;  55, 
22;  89,  10,  ecc.,  intrevegnir  accadere  rp  9,  38,  vivo. 

per-:  perduer  condurre  mu.  160  v,  oltre  il  solito  percassar  55, 1,  ecc. 

pre-:  preponer  proporre  mu.  61,  5,  civ.  preponimento  83,  43, 

re-:  rebutor  respingere,  ricacciare  ps  36,  6.  27,  cfr.  xir  425,  re- 
catati recreser  -xer  rp  1,  43,  mu.  42,  22,  ecc.,  nm.  44'',  reforzarse 
sforzarsi  ps  33,  5,  cfr.  ITI  259,  refrenar  rp  6,  258,  mu.  90,  32,  cfr.  xii 
426,  regratiar  -dar  rp  6,  135,  mu.  44,  36;  58,  13,  cfr.  nm.  44'',  sei., 
ap.,  ecc.,  relevar  alzare  ps  33,  4,  rellugar^  remirar  mu.  52,  38  ;  80, 
29,  remunerar  93,  36,  cfr.  less.  s.  mimerar^  resscatar  94,  33,  retornar 
rivolgere  59,  27,  cfr.  gst.  xv  271,  revozer  mu.  60,  14,  rezovenir  rp 
3,  180. 

sub-:  secorrer  mu.  51,  32,  cfr.  secorsso  70,  5,  less.  e  xii  431,  so- 
peditar,  sostrar^  sugigar. 

supra-:  sovremoniar  mu.  79,  31,  soverm.  87,  41,  cfr.  sovrevegnir 
ri  95,  225. 

trans-  ed  extra-:  translatar  tradurre  mu.  50,  21,  transmuar  tra- 
mutare 88,  12,  cfr.  stramuar  less.,  od.  stramnà  far  lo  sgombero;  stra- 
hossar^  stramontar  tramontare  mu.  53,  9,  strangorar  rp  4,  12,  stra- 
passar nm.  37,  cfr.  straportar  ri  134,  187,  slrangotir  less.,  strangos- 
sao  mu.  61  v;  slraviar  ^  stravozer^  in  stravoto  rp  9,  252,  cfr.  less. 
e  XII  435,  strazitar. 

Indeclinabili. 

95.  Avverbj:  in  -menti^  di  rado  in  -mente:  ensemelmenti  Ip  5,  36, 
insem.  Ig  5,  06,  sagazamenti  dc^  23,  atramenti  aotr.  tr.  6,  mu.  72^ 
11;  74,  30,  boocardamenti  56,  2,  pianamenti  53,  :30,  anciannamenti 
da    gran  tèmpo  57,  27,  improvistamcnti  00^  19,  comimnamenti  65,  4, 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  39 

nechanientj  71,  6,  crudennenii  80,  14,  inganoroz amenti  8  v,  viaiamenti 
34  r,  certo  per  viaz.'^  pareyxementi  ps  33,  40  (il  solo  pai'eise  ri  12^ 
643),  pacientimenti  34,  2;  segurmenie  rp  8,  56,  humelmente  8,  350, 
veraxemente  ps  35,  2;  —  ^rwan  rp  3,  321;  7,  61,  goairi  mu.  113  r, 
cfr.  ri  37,  136;  53,  125,  é  nm.  41,  quasi  quaxi  rp  1,  56;  5,  11, 
mu.  251  r,  ora  s-qucesi,  da  *-quaizi,  for  rp  1,  44;  5,  60,  forza  forsa 
ps  32,  19,  dc^  22,  cfr.  forxa  forscia  pr.  52,  21;  60,  24,  ora  fosa^ 
assai  rp  9,  206,  mu.  76,  29  'molto',  donde  l'od.  senso  di  'abbastanza', 
a  lo  hostuto  de*  25,  nm.  34,  de  luto  mu.  75,  7,  de  lo  Udo  86,  9,  anco 
ps  28,  3,  italianesimo,  assi  anche  dC*  54,  od.  asi^  'così'  mu.  85,  17, 
atressiì^?,  28,  41,  cossi  mu.  75,  4,  ecc.,  pur  rp  9,  285,  mu.  65,  21;  81, 
18  'solamente',  e  rp  3,  170,  mu.  77,  13;  78,  5  'tuttavia'  'pur  sem- 
pre', cfr.  rp  9,  245,  no...  pur  rp  7,  28  'neppure',  non  tanto...  tna 
non  solo...  ma,  mu.  58,  13,  anti  61,  29  e  avanti  86,  36  'piuttosto', 
per  senior  ps  30,  12  'separatamente',  semegieiver  mu.  88,  22,  a  dei- 
leve  83,  4,  per  manifesto  78,  1,  allo  meni  ps  31,  13,  niente  e  talvolta 
già  ninte  in  pr.  35,  11;  53,  24;  75,  17,  nm.  3,  no...  migamxx.  82,  16. 
—  Di  tempo:  anchoi  rp  8,  179,  anchoi  a  di  mu.  173  r,  189  r  'oggidì', 
l'endeman  rp  9,  299.  308,  damatitn  mu.  23  v,  sciìta  ieri  sera  44  r,  de- 
man  damatim  22  v,  bem  ìnatim  85  v,  aor  rp  4,  29,  mu.  70,  35,  laor 
mu,  52,  35,  laoì^a.  57,  35,  alaor  45,  39  e  ali.  ps  34,  40,  alaora 
mu.  44,  .39;  47,  31,  lantor  ps  34,  39,  lantora  mu.  42,  13,  alantora 
71  v ,  in  mendor  rp  9,  351 ,  in  si  picen  d'or  mu.  72,  39,  rairor  rp  6, 
35,  tropo  basso  or  rp  9,  257,  tutor  tuttora  mu.  75,  34',  tutora  82,  6 
'continuamente',  tido  iorno  54,  30;  70,  5,  perfiaa  52,  20,  perfìai 
T2^  32,  dal  frc,  adesso  70,  5  'subito'?  o  'sempre'?,  cfr.  ri  37,  81; 
39,  72;  134,  48;  prumer  prima  rp  9,  62,  cfr.  ri  53,  164,  da  pri- 
mer  53,  281,  rp  4,  36;  6,  248,  poi  mu.  00,  lo,  poa  rp  8,  347,  ps  32, 
11,  tr.  5,  mu.  43,  13,  da  poa  avanti  40,  16  da  allora  in  poi,  posa 
possa  rp  9,  216,  tr.  5,  mu.  41,  32,  asi  tosto  subito  dc^  21,  mu.  00, 
45;  78,  23,  tantosto  mu.  75,  22;  78,  12.  24,  ecc.,  probabilmente  frc, 
avanti  ps  31,  11,  mu,  80,  54,  avangijl8,  5,  davanti  mu.  43,  15  'prima', 
in  fin  de  chi  o  de  qui  rp  8,  11.  424,  in  fin  a  chi  9,  231,  de  fin  da 
or  rp  8,  103,  de  chi  avanti  mu,  45,  27,  de  li  avanti  40,  7,  da  li  avanti 
de*  31,  in  apreso  dc^  4,  inderer  rp  8,  93,  mu.  139  v  'all'ultimo',  in- 
contenente mu,  41,  22,  ecc.,  mantenenti  80,  17,  de  preseìite  40,  40;  41, 
8,  alla  firn  42,  38,  alo  pu  longo  dc^  29,  uncha  rp  5,  30.  89 ,  cfr,  3,  316, 
zamai  5,  78,  ps  29,  2,  zamd  nm,  44^  —  Di  luogo:  ki,  qui  rp  9, 
243,  e  in  senso  di  'ivi'  5,  83,  coci  cozi  ps  30,  30,  de*  53,  mu,  7  r, 
18r;  40,  46;  41  ruhr.  'qui',  cfr.  l'od,  ki-kusi^  de  coci  75,  23,  de  coci 


40  Parodi , 

a  irei  di  101  r,  con  senso  temporale,  caci  apresso  47,  17,  tani  /in  caci 

00,  38,  li  42,  27,  Ili  unde  42,  'S'3^  e  anche  proclitico,  nm.  50'',  za^  za 
tosto  ps  35,  21,  che  elio  no  vegna  sa  mu.  182  r,  in  sa  88  r,  in  sa...  in 
la  90,  3,  sa  derer  Ab,  8  'qui  sopra',  sa  de  sovra  314  v,  za  zu  rt  12, 
557,, ora  solo  desd  insd,  de  la  60,  48,  de  sovra  dess.  rp  8,  130,  mu.  59, 
28,  suza  susa  rp  9,  308,  mu.  81,  2,  la  su  rp  8,  223,  de  lassù  aoto  53, 
42,  ora  m,  lasil' ,  zuza  zussa  giuso  ri.  16,  284,  mu.  171  r,  z.  in  lo 
piani  276  V,  ma  iuza  ps  32,  5,  italianesimo,  soia  rp  8,  lA,  de  sola 
del  2^  21,  mu.  90,  30,  de  sota  in  su  mu.  52,  29,  quello  davanti  derrer 
e  quello  derer  davanti  93,  2,  dederer  rp  9,  304,  ps  33,  28,  inderrer 
mu.  80,28,  apresso  mu.  80,  5  'dietro '/e  45,  14  'dopo',  ivovo  rp  9, 
90,  li  provo  ivi  presso  mu.  55 v,  aprovo  ps  33,  29  'dietro',  a  la  longa 
{uni  migiar)  113  v,  cfr.  pu  a  lunga  -più.  lontano  pr.  41,  34,  cossi  a  la 

1.  42,  b.hen  da  la  lunga  42,  18,  e  cosi  51,  35,  ecc.,  dentro  e  def- 
fora  mu.  44,  14,  o  rp  8,  117  'dovè',  ma  di  solito  usasi  unde^  isolato 
onda  div.  1408;  ecTia  nm.  20,  echame  C,  eche  pr.  70,  7;  72,  33. 

96.  Congiunzioni:  za  già,  or,  ma.  73,  3;  ca  sempre  pel  latino  quam, 
in  ispecie  in  rp  e  mu.,  aìiti  ca  rp  9,  80,  ali.  ad  avanci  die  ps  30,  13, 
2)u...  dia  mu.  55, 1  sg.  ali.  a  p)iu . . .  che  ps  31,  35  sg.,  aotro  o  aotri  cha 
mu.  .57,  25;  59,  11;  in  mu.  solo  poche  eccezioni:  41,  9;  08,  19;  71,  14; 
92,  28;  93,  12;  97,  9;  demente  che  mu.  ;ì7r,  domentre  che  div.  1468, 
de  fin  che  rp  2,  40;  8,  144,  de  diin  che  8,  109,  tani  fini  che  mu.  45, 
39,  in  so  che  mu.  67,  17  'mentre  che  ?,  poi  che  41,  8  e  il  solo  poi  rp  9, 
225,  dx.poa  da  quando  pr.  52,  10,  poa  che  mu.  46,  40;  79,  18,  dapoa 
che  42,  11,  Ig  16,  65,  da  poa  in-  za  che  da  quando  pr.  56,  17,  ove  il 
che  è  analogico,  su  de  fin  che  ecc.  (e  per  contro  dia  se  mu.  76,  7; 
cha  quod  88,  36),  corno  elli  devoravam  mu.  54,  38  'mentre',  si  tosto 
corno  rp  2,  29,  asi  tosto  conio  mu.  77,  43,  cossi  t.  e.  57,24,  de  pres- 
sente  che  96,  6,  a  pr  essente  conio...  e  60,  41,  de  pres.  come  40,  40 
'tostochè,',  tanto  conio  60,  40;  77,  42  'finché';  per  so  che  75,  42, 
impersso  che  92,  26,  za  che  l'2,  4;  79,  32,  da  che  75,  37,  con  so  sea 
cossa  che  81,  33;  93,  27;  se  rp  6,  41.  47.  51,  ecc.,  mu.  72,  6.  9; 
73,  5  ecc.,  ma  si  mu.  83,  39,  e  di  solito  in  ps:  32,  8;  33,  45;  36,  41, 
ecc.;  per  tuto  che  mu.  46,  1,  ancor  che  76,  28  e  il  solo  ancor  84,  32, 
pur  die  faito  se  sea  72,  27,  conio  elio- se  sea  appellao  76,  30;  no  per 

quello  non  per  ciò  92,  27;  a  veir  70,  4  'invero',  unde  perso  41, 
17,  asi  corno  rp  5,  16,  cossi  corno  mu.  38,  A,  salvo  de  mu.  72,  29. 

97.  Preposizioni;  davanti  da  de!  20,  ps  27,  3,  mu.  41,  5;  48,  41,  da- 
vanti de  ps  34,  27,  coll'acc.  de'  l'è,  ecc.,  poi  tute  queste  cosse  m\x.'è2Y, 
cfr.  ri  53,  78,  depoi  rp  8,  165,  mu.  43,  41,  apresso  ps  30,  24,  mu.  85,  13 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  41 

'dopo',  derer  da  ti  Ig  20,  2G  'dopo',  infra  ps  30,  28,  uiu.  55,  6  'den- 
tro'; enter  inter  i/de,  fusione  di  inter  e  di  intus,  che  conserva  i 
due  significati,  'fra':  rp  1,  74,  de'  25,  ps  27,  15,  mu.  41,  30;  04,  4,  e 
*  dentro'  'in':  rp  9,  207,  tr.  5,  ps  28,  38,  mu.  45,  9;  47,  40,  ecc.;  ora 
non  ha  più  che  il  secondo,  e  ha  cacciato  in,  già  cosi  frequente  '  ;  de 
inter  la  'pria  mu.  23  r,  d'enter  la  lesta  320  v,  od.  d'int-u,  -a,  dal,  dalla, 
dal  di  dentro  di,  inter  por  la  prexom  :i20  r,  entre  rp  8,  332,  Ip  2,  6,  en- 
tro mu.  40,  0,  entro  per  rp  9,  211,  dentro  da  ps  36,  4,  mu.  43,  18;  57, 
28,  dentro  de  tr.  5,  mu.  46,  19,  for  de  60,  2;  65,  36,  fora  de,  defora 
de  42,  29;  46,  25,  for  da  76,  5;  85,  30,  enver  inver  inve  rp  2,  32, 
33,  mu.'*  5  r,  inved  CJiaim  inver  Abel  mu.  42,  7,  de  ver  rp  3,  96,  cantra 
mu.  47,  8.  9,  contra  de  59,  34,  e  in  senso  di  'erga'  54,  21-,  aprovo 
de  43,  9;  47,  2  'presso',  ape  de  ps  33,  34,  ape  de  noi  mu.-242  v,  ape 
de  mi  318  v,  ape  de  lo  to  lao  Ig  16,  29,  atra  mu.  66,  13;  73,  15,  dotra 
•da  ps  30,  44,  tatn  fini  alo  cel  mu.  52,  27,  tam  fim  alo  tempo  43,  40; 
45,  13,  {tam  fini  da  prume  12  r);  sun  sum  rp  8,  296;  9,  311,  mu.  47, 
23,  27.  28,  Ig  6,  34;  18,  4,  som  son  Ig  13,  22;  25,  84.  190,  in  sum 
questa  ìnateria  div.  1464,  sover  sovre,  ove  sarà  supra  + super,  rp  5, 
102,  lp3,  1,  mu.  71,  16;  96,  33,  Ig  9,  2,  cfr.  sove  pr.  67,  39,  sover 
seira  rp  9,  294,  sovre  de  mu.  48,  21,  anche  sovra  ps  28,  28,  mu.  39, 
4,  {siisa  in  rp  9,  308),  sote  rp  1,  57;  8,  409,  mu.  39,  7;  43,  27.  32, 
anche  sola  63,  40,  nm.  20;  a  men  de  lui  mu.  84,  34, 

97^.  Interjezioni.  Noterò  solo  do  in  ma.:  do  morte...  do  fìjor  ine 
122  r,  doo  carissimi  p^oi  233  r,  cfr.  pv,  78,  142,  150,  ecc. 


Appunti  sintattici. 


98.  Non  rilevo  se  non  certi  costrutti  ;  da  rp  :  mar  anderà  li  faiti 
toi  3,  .303;  chi  in  tanti  perig ori  vai...   mester  te   son  8,   324  sgg. 
cfr.  396  sgg.,  e    anche  9,  165  sgg.;   no  diexi  3,  68  'non  dire'  cfr. 
nm.  61,  anche  pel  cong.  pres.  vegi,  porti,  usato  come  imper.  ;  quando 


^  Di  solito  nei  nostri  testi  in  lo,  ecc.,  ma  inter  è  pure  frequentissimo, 
ed  è  quasi  sempre  scritto  cosi,  in  modo  da  far  parere  assai  verosimile 
che  risponda  proprio  aXV inter  ìaXìno.  E  però  molto  probabile  che  abbia  as- 
sorbito in  sé  anche  iniro,  oltre  ad  intus.  Quest'ultimo,  secondo  i  nmm.  16, 
20,  darebbe  iute.  Cfr.  XIV  247  n.,  inoltre  Romania  XVIII  621. 
.  .~  Si  potrebbe  forse  sopprimere  il  punto  interrogativo  in  fine  del  pe- 
riodo, e  intendere:  'Non  lamentarti  di  mo',  lasciando  a  contra  il  suo  si- 
gnificato usuale.       : 


42  Parodi , 

e  lo  requerea  0,  117  *lo  richiedessi';  guardate  de  conpagnia  chi  te 
metese  in  rea  via  8,  121  sg.,  cfr.  0,  239  sg.;  poi  che^  lavorao  tanto 
5,  41;  cognosando  aproximar  9,  89;  ìii...  por  ai  trovar...  chi  pregen 
9,  281  sg.;  per  no  tropu  axeverir  7,  98;  chi  tuti  ìnenna  per  inguai 
5,  00,  cfr.  6,  50;  7,  122,  menar  per  mente  0,  17.  124;  da  ps:  e  pleo- 
nastico 27,  11;  /o  covegne  esser  confortao  31,  28;  incomenza  de  corre 
apresso  36,  20,  cfr.  rp  9,  34,  conienzam  d'axaminarlo  30,  29;  da 
mu.:  la  bevenda  de  la  fee  151  v;  ogni  cossa  chi  a  noce  se  dexeni 
297  r;  homo  lo  dexira  17.,  3.  4.  5;  c7ie  a  tal  ben  75,  40  'vi  è'; 
abondavi  richesso  09,  45.  50;  dexira  a  esser  78,  28,  lassa  a  esser  83,. 
34;  se  forssam  a  inclinar  86,  2,  un  po' dubbio;  no  e  seno  a  cobear 
00,  (j'^  fa  o  no  fa  a  dexirar  05,  1 1  ;  77,  35 ;  82,  30.  32,  fa  a  mostrar 
75,  37  sg.;  se  a  de  otriar  74,  10;  ocier  ale  spae  71,  22,  sum  a  segur 
71,  27,  a  quai  governaci  lo  mondo  se  governa  79,  12,  cfr.  24;  se  fam 
ali  simpli  dotar  82,  43;  a  greve  e  che  04,  47;  che  faita  e  f aossa 
bianssa  75,  37,  che  faita  ella  e  89,  19;  de  che  vnainera  -morte  71,  21^ 
lo  carro  sani  Martini  87,  3;  quando  e  saremo  disnae  mu.*  Iv,  cfr. 
rp  9,  95.  177,  e  anche  58;ue'/H  scharchiza  80,  52;  vennem  fallie  SS^ 
40;  vem  senssa  appellar  80,  18  'senza  esser  chiamata';  desviamento 
de  veraxe  fellicitae,  senssa  menar  a  firn  so  che  prometeìn  73,  1  sg.;^ 
quando  elli  se  partem  spendando  03,  11  sg.  ;  per  soi  schunzuri  dir 
80,  14  'dicendo',  per  cantar  80,  32;  de  sonar  80,  18  'sonando',  modo 
tuttora  vivo;  e  pleonastico  81,  42;  93,  19;  che  pleonastico  81,  28; 
per  bì'evementi  finir  75,  54  ;  in  le  quae  più  chi  se  delieta  77 ,  22  ;  so 
sum  tute  cosse  occiosse  73,  28;  elio  e  so  bem  e  tuta  unna  eossa  70,. 
.5;  povo  che  sovensso  loan  72,  2;  a  chi  vem  l'unna  senssa  l'aotra^  falle 
a  tuto  74,  21  sg.  ;  la  quar  gente  la  lor  statura  no  eram  pia  longhi 
de  un  goo  294  r,  ecc. 


C.  Lessico  *. 

abissar  mu.  44,  14;  in  senso  metaforico,  condurre  a  male,  rp  9,  113. 
abrivar-se  rp  1,  50,  ps  36,  26,  cfr.  less.  s,  asbrivo  -varse,  che  è  pure  rp  S^ 
314;  9,  350.  In  pred.  20,  29  si  deve  leggere  d'abrif  d'abbrivo. 


*  Oltre  alle  solito  sigle  dell' 'Archivio'  ne  adopero  per  brevità  alcune 
l>oche,  che  qui  indico  : 

dcr.  =  Belgrano,  Documenti  inediti  riguardanti  le  due  Crociate  di  S.  Lu- 
dovico IX  Re  di  Francia,  raccolti  ordinati  ed  illustrati;  Genova,  1859. 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  43" 

acalar  acquistare,  mu.  89,  12;  altrove  sempre  'comprare'  mu.  33,  17  ecc., 
cfr.  less.,  XII  384. 

acaxonar  accusare  mu.  51,  29  ;  55,  11;  56,  9.  16;  cfr.  XII  385,  gpa.  II  37,. 
Ili  40,  caosonare  pnf.  242.  In  ri  73,  27  caxnnoso^  forse  '  accattabrighe  '  e  an- 
che 'maldicente'. 

accordio  acord.  de*  1,  2,  7,  8,  mu.  55,  34;  89,  27,  vivo,  cfr.  concordio, 
desc.  disc,  rp  3,  14.5.  146,  less.,  concordio  cai,  dven.  120,  ma  -do  131. 

accustumao,  meio  acc.  ridotto  a  migliori  costumi  rp  3,  8;  cfr.  mu.  85,  23" 
'avvezzo',  pnf.  256,  ecc.;  inoltre  bene,  mal  costumato  voc. 

acesmao  acconcio,  opportuno,  rp  9,  254.  Vedi  less.,  inoltre  ri  43,  85:  gente 
acesmae  di  belli  o  temperati  costumi;  infine,  specialmente  per  l'etimo, 
mrt.  339  sgg. 

aciso  mu.  31  v. 

acontarse,  v.  contanza. 

adur  addurre  ps  27,  14,  ecc.,  nm.  68''21  in  n. 

afabely  a  conquistar,  facile  dc^  11. 

aferrar~se  allignare  mu.  78,  11,  vivo;  cfr.  less.,  dove  ha  senso  proprio 
(corr.  la  citazione,  ri  91,  49). 

affanar-se:  se  vivea  de  so  che  elio  se  affanava  si  guadagnava  faticosa- 
mente, mu.  229  r,  cfr.  ap. 

affeciom,  sentimento,  impressione,  mu.  85,  26. 

affiagar:  vegnine  a  mi,  voi  chi  lavoray  e  sey  affiagaij,  e  e'  ve  darò  re- 
posso mu.  250  V,  stanchi.  Si  trova  pure  nel  sec.  XVI, 

affbroso:  doi  afforoxi  serpenti  mu.  294  v;  cosi  nel  sec.  XVI,  un  afforoso 
limbo,  che  fa  paura,  ribrezzo.  Andrà  con  affare  {afa?),  ecc.,  e  qui  ricorde- 
remo il  gallicismo  affressa  ribrezzo  mu.  319  v;  cfr.  dp.  377,  kng.  330. 


pcom.  =  Statuto  dei  Padri  del  Comune  della  Repubblica  genovese,  pubbli- 
cato per  cura  del  Municipio,  illustrato  dall'Avo.  Cornelio  Desimoni;  Ge- 
nova, 1886. 

Ymd.  =  Plainte  de  la  vierge  en  vieux  vènitien,  texte  critique,  ecc.,  jjar  Al- 
fred Linder;  Upsala,  1898. 

mrt.  =  Miscellanea  Nozze  Rossi-Teiss;  Bergamo,  1897. 

rpv.  =  Rim.e  di  Magagnò  Menon  e  Begotto  in  lingua  rustica  padovana  ; 
Venetia,  1659;  4  parti. 

Indico  poi  con  pnf.  il  testo  del  'Panfilo'  pubblicato  dal  Tobler  nel  voi.  X 
dell" Archivio'.  Quanto  alla  sigla  ib.  del  Salvioni  (XIV  203)  si  troverà  se- 
guita ora  da  una  cifra  romana,  e  questa  rimanda  direttamente  ai  testi  della 
prima  parte;  ora  da  un  unico  numero  arabico,  il  quale  si  riferisce  ai  sin- 
goli articoli  dell'antico  glossario  bergamasco;  ora  dall'indicazione  di  pa- 
gina, e  non  v'è  difficoltà.  Di  pm.  (Salvioni,  XIV  204)  adopero  anche  la  parte 
inedita  e  in  tal  caso  non  aggiungo  altra  indicazione. 


44  Parodi, 

Agaa,  Sancta,  mu.  249  r,  249  v,  vivo,  SahfAyà. 

arjoaitar  mu.  83,  40,  sost.  aguaito  rp  8  327,  oggi  solo  il  vb.  agiieitd, 
•cfr.  less.  s.  agaitao,  e  XII  385,  XIV  205.  Anchs  nell'Albertano  pistojese, 
guaitare. 

agotar  rp  8,  97.  368,  sempre  vivo,  ed  anche  nell'ital.;  con  goto^  less. 
agovollo  mu.  62,  28:    l'ho  considerato  come  un  errore  per  avogollo,  ma 
non  si  può  escluderne  la  legittimità. 

agrevar,  la  vendea  de  la  biava,  farne  salire  il  prezzo,  mu.  54,  36,  a  Abram 
agrevava  monto  quella  vita  46,  16;  cfr.  XII  385,  pnf.  568.  \J agravao  di  rp 
6,  148  vale  'offeso'  o  forse  'accusato  a  torto',  cfr.  mu.  54,  39. 

agror  acerbità  mu.  67,  35;  85,  14. 

aguillom  pungolo,  puntura,  mu.  71,  17;  dal   frc. 

agur;  boni  ag.  mu.  62,  2.  13.  16.  18,  mar  ag.  12,  34;  85,  19,  buona,  cat- 
tiva fortuna,  dal  frc.  In  senso  proprio,  aguri  presagi,  ottenuti  con  pratiche 
superstiziose,  rp  6,  169.  Mettiamo  qui  anche  beni  agurao  fortunato,  mu.  52, 
22;  62,  3,  mar  ag.  62,  15;  84,  39;  85,  1,  pezo  ag.  85,  3.  37;  cfr.  less.  s.  ma- 
ì'agurao;  infine  bem  agurosso  67,  2. 

aina  ayna  odio  mu.  54,  39;  63,  34,  ecc.;  dal  frc. 

aingoar  adeguare,  paragonare  mu.  66,  18. 

aiustrar  -se  avvicinare  -rsi,  esser  vicino,  intimamente  legato,  mu.  41,  16. 
17  (ove  è  da  vedere  la  nota);  render  vicino,  chiaro,  adatto  all'intelligenza 
76,  31.  Anche  zM^-c^rai  avvicinati  o  arrivati  38  v,  iiistrà  arrivò  266  v;  agostra 
adhibe  cat. 

alargar  -se  allontanare  -si  mu.  45,  9;  63,  23,  ecc.,  anche  ri  37,  136,  cfr. 
alongao.  E  pur  del  voc. 

alboxello  mu.  51,  6.  Se  lo  x  vale,  non  s,  ma  r',  il  vocabolo  non  riesce 
chiaro.  Forse  per  arburezélu,  donde  arburzèlu  (arborxello  mon.,  bars.),  e 
poi  la  dissimilazione. 

alimento  ali.  elemento  mu.  39,  35;  51,  11;  88,  11,  ecc.,  nm.  17;  cfr.  bars. 
<3  l'ant.  toscano. 

allescar  adescare  mu.  307  r,  come  da  Irsca,  che  vive  sempre;  cfr.  inle- 
scando  clni.  nm.  41. 

allevaisso  figlio  adottivo,  detto  come  ingiuria,  ali.  niarso  mu.  314  r. 

aloitar-se  mu.  64,  9.  E  il  vb.  supposto  less.  322,  s.  alointa,  ^longitare. 
Altrove  aloitanar  mu.  59,  5;  83,  33,  ecc.,  cfr.  less.,  sei.  7;  qui  anche  loi- 
tan  mu.  93,  12,  cfr.  il  veneto  lutan. 

alongao  allontanato  mu.  123  v,  cfr.  XII  386  e  il  voc. 

amassamento,  de  le  aigoe,  mu.  39,  8,  cfr.  amassar  raccogliere  62,  8; 
63,  12,  ecc. 

amia  amica  mu.  80,  37,  dal  frc;  ma  cfr.  pnf.  nm.   17. 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  45- 

ancuzen  nm.  12;  cfr.  brend.  49,  50,  cavass.,  ecc. 

angellicha  mu.  75,  11.  Rima  con  apcllà  appellata,  e  quindi  si  dovrebbe 
intendere  'angelicata';  se  non  restasse  il  dubbio  che  sia  una  rima  sul  ge- 
nere di  pelago  ;  zo  ri  54,  52. 

angossa  pena,  tormento,  mu.  62,  4,  mentre  l'od.  angusa  non  vale  ch'i 
'nausea';  cfr.  XII  387,  bars. 

anguila,  1.  aiigila.  Ricordo  il  modo  proverbiale  tener  l'a.  per  la  eoa  rp  4, 
16;  cfr.  gst.  VII  442,  XII  476  sg. 

animai-,  con  significato  un  po'  oscillante,  il  che  sì  capisce  anche  meglio 
in  una  traduzione:  tuti  li  animai  e  tuli  li  oxelli  mu.  44,  40,  ove  pare- 
valga  'animali  terrestri';  per  mu.  44,  18,  vedi  la  nota  al  passo.  Infine 
v.  bestia. 

anoffanto  mu.  73,  11,  e  Rossi,  Gloss,  mediev.  lig.,  17,  acc.  ad  aleoffante 
mu.  294  r,  cfr.  l'ant.  it.  liofante  lionfaìite;  ma  alifante  nel  Bestiario  eugub. 
(edd.  Mazzalinti-Monaci)  3,  ecc.  Vedi  inoltre  btr.  74  e  qui  aricomo. 

antriffexim,  per  antr.,  mu.  70,  36;  77,  2,  latinismo  storpiato. 

aotom  mu.  57,  44,  frc..^  Cfr.  antono  XII  387. 

apairar^se:  se  eli  s'apayran  de  proveir  de"- 17,  che  par  significhi:  se  (i 
nemici)  fanno  a  tempo  a  provvedere.  In  due  passi,  non  molto  chiari,  di 
Bonvesin,  apairar  vale,  a  quanto  sembra,  aver  agio,  tempo  di  far  una  cosa, 
e  va  coir  od.  piem.  pairè  apairé,  cfr.  sei.  8,  inoltre  kng.  5895,  5898.  Per 
me,  l'etimo  più  probabile  è  il  lat.  par,  donde  *pariare,  quasi  'mettersi  in 
]iarì'.  L'od.  genov.  apajd,  che  avrebbe  lo  stesso  significato  dei  vocaboli 
citati,  ma  mi  è  noto  soltanto  dai  lessici,  risalirebbe  invece  o  a  '''par-it-are 
n  meglio  a  *par-id-jare,  sarebbe  cioè  un  allotropo  dell' it.  pareggiare.  Non 
è  impossibile  che  anch'esso  ci.  sia  conservato  da  apariemose  rp  8,  187,  il 
quale  significherebbe  press* a  poco  'sforziamoci'.  Per  incrociamento  apariar 
preparare  dven.  113,  lind.  541  G,  st.  Ili  11,  VI  22,  ecc. 

apareir  mu.  82,  33,  v.  pareir. 

apartorir  Ig  2,  16,  ma  apartuir  mu.  41,  31,  partuio  40,  11  (dove  la  man- 
canza dell'a-  può  esser  solo  apparente),  cfr.  less.,  XII  387,  bars.,  e  infine 
qui  nm.  26.  Il  passo  di  Ig  è  da  correggere  senza  dubbio  in:  ella  e  apar- 
toria,  e  risulta  anche  da  Gap.  II. 

ape  de  nm.  97;  cfr.  XII  387,  bars.,  cavass. 

apiangao:  in  tanta  devociom...  che  li  cor  de  la  gente  foni  tuti  apiangai 
mu.  264  V,  a  questa  prichaciom . . .  ave  tanta  contriciom...  che  cum  grande 
abondancia  de  lagreme  fa  apiangaa,  ib.  Pare  significhi  'intenerito'  'ram- 
mollito', ma  non  oso  proporre  *planicare. 

apostico  fittizio,  falso,  mu.  51,  30;  cfr.  ri  38,  2  e  nm.  80;  inoltre  Rossi, 
Gloss.  mediev.  lig.,  18. 


46  Parodi, 

approbrio  o  forse  oppr.  ps  35,  12,  cfr.  less.  s.  probio. 

*apretar-se  affrettarsi?  ps  29,  30,  cfr.  la  nota  al  passo.  Ma  ora  son  per- 
suaso che  si  deve  leggere  invece  aprestarse. 

aprivaxar-se  mansuefarsi  mu.  51,  8;  con  funzione  di  sostantivo  e  forse 
col  significato  di  'buon  trattamento'  69,  9.  E  il  fr.  apprivoiser;  cfr.  compri- 
var sei.  19,  kng.  666. 

aprovistar  provvedere  mu.  87,  34,  prevedere  92,  4.  11. 

aragosta  granchio?  Cfr.  l'a.  frc.  e  qui  mamalove. 

arangno  rp  5,  37,  oggi  ànu  e  anche  ànoxc^  cfr.  less.  s.  ovra  d' aragno, 
frase  che  ò  svolta  in  una  similitudine  nel  passo  di  rp. 

arasar:  gli  fo  dao  iena  si  gran  mascd  che  de  sangue  fo  arasà  la  bocha 
a  lo  fìglor  me  Ip  1,  23  sg.;  1.  arazd,  con  raza  ragia,  che  in  generale  dicesi 
dell'  umore  viscoso,  che  trasuda  da  certe  frutta,  come  le  susine,  se  son  ben 
mature.  La  medesima  imagine  è  da  riconoscere  nell'od.  genov.  amustd  far 
sgorgare  il  sangue  dal  naso  con  un  colpo,  amnstd-se  bruttarsi  la  faccia  e 
la  bocca  con  umori  appiccicaticci  e  specialmente  col  sangue  uscito  dal 
naso:  da  musili  mosto.  Anche  nell'ant.  lombardo,  in  senso  proprio:  Quilò 
si  parla  Octobre  con  soa  faza  amostada  Bonvesin,  passo  non  inteso  dal  sei.  7. 

arbetrio  rp  8,  145,  nm.  8. 

aregao  rp  6,  152,  1.  araegao,  e  cfr.  less.  s.  araigando^  mod.  177;  sost.  rego 
errore  pv.  6. 

aremorir:  li  farixe...  avem  grande  dolor  e  penser  che  lo  povo  no  li  are- 
morisse  mu.  83  v,  probabilmente:  non  si  levasse  a  rumore  contro  di  loro. 

aricorno  liocorno  mu.  305  v,  cfr.  ali  fante,  citato  qui  s.  anoffanto;  e  cosi 
con  lionfante  va  paragonato  lioncorno  best.  489,  ant.  it.,  ecc. 

arizao:  li  apostori  de  Dee  quasi  corno  de  unna  grandissima  alegressa  fom 
arizai.  Ali  quaij  lo  ducha...  disse...:  voi  si  riiì  mu.  197  r.  Adunque:  furono 
mossi  a  riso. 

arrar  mu.  55,  36,  cfr.  arror  aror,  nm.  17,  vita  arrossa  vita  d'errore  mu.  51, 
22.  Il  deverbale  drro,  non  bene  inteso  less.  326,  vive  nel  nostro  contado  e,  in 
certe  frasi  stereotipate,  anche  nella  città:  per  es.  u  l'à  fcetu  aru  l'ha  sba- 
gliata. Non  so  se  nella  frase  scherzosa  t' f  'nt'ilna  rùe,  che  risale  al  non 
più  inteso  t' (f  'nt'  un  arùe,  si  conservi  ara  opp.  arùre;  ma  il  secondo  non 
potrebb' essere  che  letterario  e  quindi  si  raccomanda  poco. 

asbasar  mu.  43,  17,  derivato  in  -iare,  se  è  l'od.  asbasd.  Ma  cfr.  bassar. 
•  ascarar:  li  se  ascaràm  l'um  cimi  l'aolro  combatterono  mu.  46  v;  cfr.  sca- 
raguaita  mon.  e  kng.  7518. 

ascotar  rp  6,  52.  199,  ps  35,  22. 

asetar-se  ass.  porre  a  sedere,  sedersi  mu.  47,  3;  54,  21,  vivo,  ma  assetar 
•calmare  57,30;  cfr.  less.  (ma  sentao  ri  57,  40  vale  'dissipato',  'fatto  spa- 
rire', con  xentar),  XII  389,  bars.,  e  qui  selo. 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  47 

asneise  rp  1,  1  e  pm.;cfr.  less.,  dove  la  spiegazione  del  s  non  persuado. 

asombiar  assembrare,  radunare,  nm.  18,  cfr.  asembiar  nm.  94  {nsemblar 
bars.)  e  anche  sembiar  sembrare  nm.  25. 

asonao  chiamato,  quasi  'provocato'  rp  3,  215.  In  piem.  arsone  salutare, 
in  mant.  arsonar  parlare,  ragionare;  e  può  esser  utile  anche  soner  chia- 
marsi pred.,  che  non  è  ignoto  all'ant.  ital.  Diverso  è  strasonar  -mento  gst. 
Vili  424. 

aspecto  attesa,  indugio,  rp  9,  222;  cfr.  spela  kath. 

*asperessar  mu.  61,  26.  È  detto  del  mare  e  pare  significhi  essere  gonfio, 
quasi  irto  di  marosi  ;  ss  =  s'.  0  forse  meglio  d  ^speressa?  Cfr.  asperessa  nm.  83. 

aspero  sordo  aspide  mu.  257  v,  od.  àspow  surdu;  cfr.  XII  389. 

assatar  rau.  91,  24,  nmm.  17,  24,  per  exaotar;  cfr.  asautar  pat.,  ma  saltar 
not.  23,  asaltata  ant.  romanesco,  asaltazione  ecc.  ant.  tose. 

asseir  assediare  mu.  lllr,  assisem  la  citae  316  r;  quasi  *ad-sedlre,  o 
forse  meglio  *ad-sedére  *se(d)eir.  Col  perfetto  è  da  confrontare  assixa 
riposta,  collocata,  77,  11.  Sono  da  un  semidotto  asidiar,  il  pf.  assidici,  289  v  e 
il  part.  assidià  (da  inimixi)  210  v;  dei  quali  resta  traccia  nell'od.  genov. 
asidia  importunare,  seccare,  asidiów  uggito,  di  mal  umore,  e  soprattutto 
infastidito  per  indisposizione  e  arsione.  Il  deverbale  è  asidju  seccatore,  pro- 
priamente 'assedio'.  Probabile  l'incrociamento  con  accidia,  cfr.  bars. 

assempio  asemp.  rp  9,  317,  ps  29, 26,  asenpro  rp  6,  228,  cfr.  not.  22,  voc,  ecc., 
inoltre  aseniho  less. 

astriao  :  ni  za  mai  fo  alcunna  personna  chi  la  veisse  astria  ni  corro- 
saa  adirata  mu,  93  r,  93  v.  Si  dice  tuttora  vèffa  astria  vecchia  rabbiosa  : 
con  stria.  In  pm.  anche  l'infinito  e  un  derivato:  coìno  l^ homo  incomengn 
astriarsse  (1.  a  'str.  ?),  e  :  elio  astrieza  in  si  mesmo. 

atanzer ,  atdnze  giunge  mu.  84  v,  lo  fé  vestir  de  bianco,  chi  li  atanzea 
firn,  ali  pee  73  r;  anche  in  pm.  Per  l'a,  sorto  nelle  voci  arizotoniche, 
secondo  è  detto  al  nm.  18,  son  da  confrontare  atanta  mm.  6,  atanda  ug. 
nm.  13'';  ma  non  è  però  da  escludere  che  si  tratti  d' un'antica  ricomposi- 
zione, come  nel  frc.  ataindre;  tanto  più  che  il  verbo  semplice  è  conservato 
nel  ptgh.  tanjo  tocco,  suono.  Cfr.  atenger  XII  390. 

atemperar  ritemprare,  moderare  ?  mu.  56,  48,  (anche  F  atrempe  ta  mesure), 
cfr.  55,  35  ;  accordare  (di  strumenti)  80,15,  cfr.  gpa.  I  39;  contemperare  88, 
1 1  ;  atemperamento  temperamento ,  complessione  88,  30. 

atender  dar  retta,  ubbidire:  atexe  alla  responcium  ps  32,  4. 

*atenssar  contendere  mu.  83,  39. 

atento:  dar  at.  a  un  logo  dc^  23.  Forse  'assalto',  ma  altri  potrebbe  pre- 
ferir di  spiegare  'intendere',  'mirare  a'.  In  gpa.  Ili  48  passar  con  roba  per 
attento  vale  forse:  'dove  si  fa  assalto,  si  combatte'.  In  Matteo  Villani  at- 
tento vale  'intento'  'scopo'. 


48  Parodi, 

ativo:  chi  à  la  mente  tropo  atìva  rp  1,  59,  forse:  troppo  pronta  alle  cu- 
pidigie. 0  va  corretto  astiva,  con  astar  less.? 

attento  che  attesoché,  div.  1474:  cfr.  l'ant.  periig.  attenta  loro  grande  de- 
gnitade  Arch.  stor.  it.,  S.  I,  XVI,  II,  p.  139. 

ava  ape  (solo  al  plur.,  ave)  rnu.  72,  40;  così  brend.,  e  cfr.  avia  XII  390. 
In  ant.  senese  lapa. 

avanssar  ajutare,  far  andare  innanzi,  mu.  82,  3;  cfr.  voc. 

avangi -ci  avanti  ps  28,  5;  30,  13;  cfr.  dauangi  kath.  v.  46,  207,  mrgh., 
mon.,  dananno  bars.,  ecc.  Nel  contado  si  dice  avanséi  avantieri.  Tipo  non 
dissimile  ò  l'avv.  sovensso. 

avar  v^  7,33;  cfr.  avairo  less.,  derivato  allo  stesso  modo  che  rairu  cairu, 
scuira  oscura  bars.,  ali.  a  scurio  ib. 

aveneiuer  mn.  G2,  21  ;  86,  31.  Piuttostochè  'avvenevole'  'piacevole',  par 
che  significhi  'conveniente'  'opportuno'.        . 

[a] vento:  assi  in  fnn  corno  a  [l" a] vento  come  al  principio  mu.  57,  48. 

avironar  60,  4;  71,  18;  79,  37.  Dal  frc,  v,  virom. 

avissar  considerar  attentamente  mu.  66,  27,  cfr.  voc. 

avisto  attento,  avveduto  rp  3,  185;  6,  96;  8,  43;  \.  provisto. 

avo  avolo  mu.  61,  37;  oggi  solo  mesiàn  da  messe'  avu,  cfr,  madiina  da 
madóna  ava. 

avogollo  cieco  mu.  58,  37;  59,  4; -85,  36;  cfr.  avogol  ug.,  avogal  bars.  Dal 
frc?  Vedi  qui  agovollo.  Il  sost.  avogolessa  82,  9;  85,  25. 

axerho  rp  6,  42;  cfr.  Salvioni,  Nuove  postille. 

axevotae:  lo  bem  e  ax.  de  li  qiiae  il  cui  bene  e  agevolezza,  agio,  div.  1470, 
cfr.  nm.  24. 

azonzer  unire  mu.  80,  7;  raggiungere  79,  36;  cfr.  gst.  XV  266,  zst.  XI 
166,  V.  86,  e  nell'ant.  it.  giungere. 

bachalar:  un  h.  chi  m" e  d/entomo,  zoe  Marcordi  scuroto  rp  9,  103.  Ha 
senza  dubbio  il  significato^  un  po'  ironico,  che  gli  è  proprio  nell'ant.  to- 
scano: uji  certo  gran  savio,  il  Mercoledì  di  quaresima.  Si  noti  che  è  Car- 
novale che  parla.  Cfr.  gpa.  II  62.  In  Bonvesin  è  un  passo  quasi  parallelo,  e 
Gennajo  è  chiamato  goton  (cioè  g.)  bacaler,  cfr.  gst.  Vili  420.  Io  inten- 
derei a  un  dipresso:  che  si  dà  delle  arie,  come  persona  d'importanza,  e 
lascerei  da  parte  l'interpretazione  troppo  acuta  e  troppo  dotta  del  Salvioni. 
Riscontri  meno  importanti,  Morgante  Magg.  iv  37,  al.  41,  321;  ma  notevole 
bacalarie  mendice,  Rossi,  Gloss.  mediev.  lig.,  33. 

bachanesi  rp  8,  291,  cfr.  less.  Pare  della  stessa  radice  l'od.  bahalètu  maretta. 

bagordar  rp  1,  14;  in  buon  senso,  come  anche  kath.  v.  940;  solagi  e  ba- 
gordi, Q  nell'ant.  it.  Resta  forse  nell'od.  genov.  begikià'  passarsela  in  ba- 
gordi; \x^3^  par  contaminato  eoa  bere.,  bevuta:  cfr.  begnda  osteria  Rossi,  Gloss. 
mediev.  lig.,  HO. 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  49 

hancha:  en  rea  h.  a  la  fiìT,  seze  rp  8,  401  :  si  allude  alla  punizione  dei 
bancarottieri.  Un  passo  di  pat.  302  è  molto  simile  a  questo  :  En  sto  mondo 
ne  'n  l'autro  no  starà  en  legra  banca. 

Baraban  mu.  76  r,  cfr.  less.,  Ib.  V  70,  besc.  1716.  Per  l'od.  genov.  barhàh 
babàu,  ecc.,  vedi  mrt.  343  sgg.,  dove  si  tocca  pure  dell'accento  medievale. 

barafar  ingannare  mu.  83,  40;  barato,  forse  'concussione'  (lat.  fraudes} 
55,  5,  ma  in  genere  'inganno,  frode'  55,  17,  cfr.  pm.  40;  barataor  (homo) 
rp  3,  118.  Osservazioni  sull'etimo  di  questi  vocaboli  in  rma.  XXVII  212. 

barbazuo  colla  barba  incolta  rp  9,  40. 

bassar:  no  bassa  non  s'abbassa  mu.  7.5,  1,  anche  ant.  it. 

basso  or  ora' tarda,  rp  9,  2.57,  cfr.  bassora  mtt.  163,  244,  rpav.,  reggiano  del 
contado,  voc,  ecc.;  inoltre  strasora  calm.,  Ili  148  sg.,  venez.,  mantov.,  milan. 
del  cont.,  mirand.,  ecc.  In  antichi  testi  toscani  nel  basso  vespro. 

bavasare  rp  6,  179,  bavazeie  7,  193:  è  da  leggere  bavazarie,  e  par  signi- 
fichi 'ciarle  inutili  e  dannose';  cfr.  il  frc.  bavardage,  e  nell'od.  genov.  ba- 
bas'iin  chiaccherone. 

bazigar  rp  9,  123.  213.  In  entrambi  i  passi  trovasi  unito  con  verbi  che  si- 
gnificano saltare,  ballare:  con  sagir  nel  primo,  con  baiarne]  secondo,  e  avrà 
quindi  un  senso  affine.  Nell'od.  genov.  banslgn  altalena,  bansi^àse,  e  par  da 
mettere  con  balzare.  11  n  devesi  a  bansa,  da  baransa. 

belo:  iuostrando  b.  de  for  rp  6,  112;  mostrar  deve  qui  significare  'appa- 
rire, mostrarsi',  come  in  gid.  54,  mtt.  312,  e  in  special  modo  nell'ant.  tose, 
Gorra,  Testi  ined.  di  St.  troj.,  508,  Dittam.  I  3,  I  4,  I  11,  V  20,  voc,  ecc. 

berreto,  faza  berreta,  rp  3,  119,  pare  'faccia  di  birbo';  cfr.  btr.  33. 

bestia:  cossi  de  bestie,  corno  de  animai  e  oxeli  mu.  44,  18.  Il  testo  cata- 
lano, riferito  nella  nota  al  passo,  adopera  animalies  nel  senso  più  comune 
e  generale,  mentre  nel  nostro  pare  indichi  soltanto  gli  animali  terrestri, 
quadrupedi,  quelli  cioè  che  in  catalano  sono  detti  besties.  Invece  le  bestie 
genovesi  non  sarebbero  che  i  reptilies;  cfr.  rma.  XXII  310,  gau.  159.  Oggi 
bestia,  si  usa  genericamente,  benché  di  solito  si  ristringa  ai  quadrupedi; 
ma  un  letto  pieno  di  cimici  si  dice  più  de  bestie;  il  che  ricorda  un  po'  il 
bète  di  certi  dialetti  francesi,  come  piccardo  e  lorenese,  che  significa  'un 
insetto  qualunque'.  Osservazioni  non  prive  d'interesse  si  potrebbero  fare 
sull'uso   di  bestia  e  di  animale  nell'ant.  toscano. 

bestornar  rivolgere  altrove,  traviare,  mu.  86,  43;  88,  20;  cfr.  l'ant.  frc. 

bexijci  rp  7,  192.  E  forse  da  leggere  beskisi.  Si  tratta  delle  canzon  chi 
son  trovae,  chi  parlan  de  van  amor  e  de  b.  con  error;  il  che  arieggia  alle 
poexie  faete  a  beschizzi,  cioè  'in  modo  capriccioso'  del  nostro  Cavalli 
(sec.  XVII),  e  al  beschizzar  bisticciare,  fantasticare,  scherzare,  del  Calmo  (cfr. 
pv.  123).  Anche  il  bischizzo  del  voc.  sarà  da  mettere  qui.  Intenderemmo  dun- 
Archivlo  glottol.  ital.,  XV.  4 


50  .  Parodi, 

que  nel  nostro  passo  'follie'  opp.  'cose  futili  e  vane'.  In  ri  38,  1  trovasi 
proprio  beschizo,  cfr.  less.,  e  potrebbe  interpretarsi  'umore  strano'  o  meglio 
'bizza'  'stizza'.  L'etimologia  del  vocabolo  è  proposta  par.  11  in  bis  +  shisà-^  e 
anche  oggi  mi  sembra  di  non  essere  andato  lontano  dal  vero;  solo,  converrà 
prendere  skisà  nel  senso  dell'it.  schizzare^  p.  es.  schizzare  a  letto  balzarvi 
d'un  salto.  In  clm.  99  si  legge  de  maneghe  a  corneo  beschizzar  in  bareta 
a  erose,  cioè,  come  rettamente  interpreta  l'amico  Rossi,  'dal  vestito  bor- 
ghese passare  (o  meglio,  saltare,  schizzare)  all'abito  sacerdotale'.  Di  qui 
i  significati 'saltare  il  grillo',  come  nel  crem.  beschisid-s  'mb.,  o  'saltare 
la  mosca  al  naso  ',  come  nel  bresc.  embeschisià-s  imbizzarrirsi,  adirarsi  (pieni. 
esse  an  bìschiss  essere  in  urto,  odiarsi).  I  due  sensi  troviamo  in  certo  modo 
riuniti  nel  bresc.  beschiziós  selvatico,  ritroso,  schizzinoso,  (vaiteli,  bescliizi 
schifo)  ;  e  infine  lo  stesso  ital.  schizzinoso^  derivato  da  schizzare,  serve  molto 
bene  ad  illustrare  e  confermare  i  raffronti  precedenti.  —  Tuttavia,  chi  non 
fosse  contento  della  nostra  correzione  di  bexijci,  potrebbe  invece  ricorrere 
a  bes'igi'.  od.  genov.  bes'igd-se  rodersi,  crucciarsi  da  sé,  hes'igu  chi  si 
rode,  ecc.,  e  anche  lo  stesso  rodimento;  vocaboli  .che  hanno  numerosissimi 
rappresentanti  nei  dialetti  italiani  e  francesi.  Il  passo  vorrebbe  dire  :  can- 
zoni che  parlano  d'amori,  con  vani  e  peccaminosi  crucci. 

bezenar  rp  9,  294:  o  'cenare  di  nuovo'  o  'cenare  ad  ora  insolita,  fuori 
dell'ordinario';  cfr.  il  frc.  reciner. 

hiassmar  mu.  53,  43;  rifless.,  nel  senso  'dolersi  di',  59,  33.  Cfr.  less.  ia- 
smar^  brasmar  nm.  25. 

biaxar  rp  8,88,  significa  certo  'andar  di  sbieco',  e,  trattandosi  di  una  nave, 
'far  delle  bordate';  coU'od.  sbiasu  sbieco. 

binda  benda  ps  35,  8,  vivo,  inbindao  Ig  17,  27,  vivo;  cfr.  XII  391. 

boi  mu.  80,  23  (in  rima  con  dir)\  vale  certo  'stupiti'  'attoniti'.  Qiv. 
xboir. 

bonaceive:  tempo  b.  div.   1469,  cfr.  less.  s.  bonaza  ahonazao. 

bordello  rp  3,  123.  Ora  solo  nel  senso  di 'chiasso'  'frastuono',  eh' è  an- 
che toscano. 

boscagia  boscaglia  inu.  73,  29;  cfr.  buscalea  §  1,  p.   14. 

bocer  bosso:  impì  quello  bosse  de  laite  mu.  291  r  'boccia'  'vaso',  e  va  col 
primo  di  questi  due  vocaboli. 

hosticar  scuotere  mu.  63,  1  ;  cfr.  less.  335,  ove  ha  senso  un  po'  diverso,  ma 
affine.  Oggi  des'bustika  disturbare,  importunare. 

braci:  li  demonnij  comenssam  a  far  grandi  braci  per  le  penne,  de  die 
elli  eram  constreiti  mu.  199  r.  Vale  senza  dubbio  'strida'  'urli',  o  simili, 
0  forso  illustra  il  passo  dei  mon.  B  292:  Dund'eo  ne  sun  tuo' me  so  en  inolio 
■crudeli  braci,  dove  ponsò  che   il  Mussafia  intendesse,  non   senza  motivo, 

% 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  51 

'braccia'.  Il  e  vale  di  solito  s  aspro,  ma  non  è  impossibile  che  risponda  in- 
vece a  s'  (i),  cfr.  citar  rp  8,  281,  nm.  1  o;  dimodoché  potremmo  congiungere 
questo  vocabolo  colla  solita  stirpe  brag  6ra^-,  -  dell'ani  fr.  braire,  it.  sbrai- 
tare, prov.  braidir,  ecc.  Il  genov.  od.  s'-braga,  contado  braga,  come  i  suoi 
affini  d'altri  dialetti,  è  un  derivato  in  -ul-\  ma  abbiamo  anche  sbrds'ica,  da 
uno  sbras'ura,  civetta,  e  anche  'sbraitone';  e  questo  si  connetterebbe  di- 
rettamente colla  voce  di  cui  si  tratta.  Il  tema  brag-  è  parallelo  al  tema 
brug-  e  può  essere  sopra  esso  rifatto  ;  brazo  sarebbe  da  porre  accanto  a 
bruzo,  pel  quale  vedi  in  séguito. 

brandon:  brandoin  aceixi  mu.  105  r.  In  pcom.  leggesi  all'anno  1526,  p.  201; 
in  le  offerte  de  dette  mese  nove  ^velatione  de  monache,  non  se  possano  ne 
debiano  dare  brandoni  in  cera,  e  il  De  Simoni  spiega:  'grossi  ceri  otlerti 
od  usati  in  chiesa'.  Il  che  mostra  che  il  nostro  vocabolo  ebbe  vita  piut- 
tosto rigogliosa  e  non  è  un  semplice  ricalco  del  frc.  brandon.  Per  l'etimo, 
cfr.  kng. ;  è  poi  nota  la  famiglia  di  voci  affini,  ma  con  significato  di  'alari', 
bellun.  bràndol,  berg.  brandenal,  crem.  berdenal,  cfr.  Ib.  p.  8  sg.,  e  in  special 
modo  btr.  s.  cavedon,  in  n. 

breno  crusca  rp  3,  182;  gel.,  ecc.  La  frase  saco  de  b.  si  adopera  sempre 
come  un'ingiuria,  nel  senso  generico  di  'uomo  da  poco,  buono  a  nulla'. 

brixa  mu.  61,  23,  acc.  a  bixa  53,  27;  57,  40,  'brezza'  'sizza'.  Solo  il 
secondo  vive  nel  dialetto. 

braca   mu.  54,  24,  frc.  brache. 

brochir  mettere  i  germogli  o  le  fronde?  mu.  56,  37  ^  In  Rossi,  Gloss. 
mediev.  lig.  28,  è  braca  gemma  del  fico,  e  cfr.  ib.  oblis,  p.  71;  inoltre  tes. 
254,255,261.  Si  potrebbe  anche  pensare  a  brotir,  che  avrebbe  un  discendente 
nell'od.  genov.  berticèli  anter.  bertureli,  per  brat.,  garzuoli,  cfr.  Rossi,  ib.,  s. 
brotus  -tulus. 

brada  mu.  46,  29,  cfr.  loss.  334.  In  bv.  brua  594,  1224,  1349,  e  così  nel 
Buovo  udin.,  zst.  XI  30,  v.  416.  Abbiamo  dunque  probabilmente  due  di- 
versi riflessi,  che  stanno  fra  loro  come  per  es.  *pla(g)itu  e  *plaktu;  e  col 
riflesso  genovese  si  accompagna  brut  al.  316,  bradi  ronzare,  del  basso  li- 
mosino: ^^ri^fia  *br{lg(ijda,  come  freidu  frrg(i)du. 

brugore  burgore:  ne  insird  ihavelli  e  burgore  e  vesige  infiai  mu.  16  v, 
brug.  315  v.  É  Tod.  brigwa  *v(e)rracula;  cfr.  ex.  224,  rma.  XXVII  220,  Sal- 
vioni,  N.  Postille. 

brusca  bruscolo  mu.  118r,  cfr.  clm.,  kng.  1437  (!)  e  Dict.  génér.  s.  btiche-. 


*  I  due  versi  che  seguono  a  brochir,  sono  forse  da  ridurre  ad  un  solo, 
considerando,  secondo  vuole  anche  l'ordine  metrico  della  poesia,  pinna  de 
fogie  come  una  glossa;  adunque:  en  la  stai  fructo  cogie. 


52  Parodi , 

oggi  solo  biisha.  In  clm.  216  trovasi  una  specie  d'imprecazione:  al  sangue 
d'i  bruscandoli-,  brusca +  scandidaì  Anche  nell' od.  genovese  skahdida  si- 
gnifica 'bruscolo'  'scheggia'. 

bruzo  rumore,  frastuono  mu.  54,  6;  57,  30;  65,  35,  cfr.  XII  392. 

bubanza  rp  4,  15,  mu.  54,  7,  spesso  anche  in  pm.,  cfr.  Va.,  frc.  bobance,  e 
less.  s.  burbanza.  11  r  di  quest'ultimo  è  senza  dubbio  posteriore  e  dovuto 
a  qualche  contaminazione;  si  ricordi,  per  es.,  burbero, 

bussula  scatola  o  simile,  ps  28,  8,  oggi  vivo,  in  questo  senso,  soltanto  in 
bisweta,  anter.  bisurèta,  salvadanajo,  e  in  bisulótu. 

butar  gettare  ps  35,  14,  vivo;  ma  non  si  usa  più  nel  senso  di  'cacciare', 
che  troviamo  mu.  40,  26;  tranne  se  accompagnato  con  fóa  fuori,  come  mu. 
42,  4;  43,  3.  Cfr.  less.  s.  butacasi  e  XII  392. 

buo:om  mu.  90,  7,  frc.  buisson;  cfr.  tuttavia  al.  289  e  l'od.  piem. 

cabezana  ps  34,  45,  cav.  mu.  68  v.  Cfr.  btr.  60,  s'.  friso  :  una  vesta  da  donna 
con  friso  d' argenteria  al  cavezzo  e  alle  maniche,  Du  Cange,  ecc. 

cadellar  guidare  mu.  69,  42,  cfr.  less.  336  s.  candelando,  e  specialmente  la 
nota.  Non  pare  vocabolo  indigeno,  benché  della  sua  popolarità  faccia  testi- 
monianza la  frase  superstite  mete  testa  a  kadelu  metter  la  testa  a  segno. 

cagnor  cagnuolo  ep.  358,  cfr.  st.  VI  15. 

cai:  iava  ben  e  cai  e  peiga  rp  8,  19;  è  da  correggere  calca  (cioè  carca).  In 
un  atto  del  1248,  riportato  in  dcr.  35  sg.,  si  legge:  Ego  martinus  calafatus 
de  lembregaria  proìnitto  et  convenio  libi  marino  usiis  niaris...  calcare  navem 
tuam  ...de  omni  labore  2:)ertiiienti  ad  calafatiam,  et  claoare  et  cohopernare 
(cioè  incavigliare,  guernire  di  caviglie  di  legno  e  di  perni  di  fen-o)  et  pe- 
gare  dicta/n  navem.  E  a  p.  14:  ipsam  navem  pegatam  et  calcataìn,  cioè  im- 
peciata e  stoppata.  Un  passo  parallelo  è  in  rp  8,  200  sg.  :  ma  si  vor  esser 
ben  iavao  e  da  tute  parte  ben  stopao,  ove  stopao  risponde  a  un  di  presso 
a  calcao.  Cfr.  less.  s.  calcao;  ma  specialmente  dven.  34:  la  qual  galia  si  de' 
esser  tuta  calchada  et  inpegolada  da  novo;  inoltre  st.  X  11.  Invece  il  carcao 
di  rp  1,  26  ha  significato  diverso,  calcato,  frequentato  (cfr.  il  sost.  calcata 
via  frequentata  gpa.  III  38). 

calexo  calice  ps  28,  41;  31,  7.  18. 

canteluo:  la  dita  spelonca  era  cantellua  no  segondo  ooera  humanna,  ma 
segando  overa  divinna  mu.  144  r.  Quasi  canter-uta  massiccia  di  mura;  e  ca7i- 
teluto  canter.  è  anche  dell' ant.  toscano. 

canzellar  eh.  vacillare,  traballare,  mu.  58,  46;  78,  32,  frc. 

caosso,  de  l'erboro,  pedale,  mu.  305  v,  oggi  kasu. 

car:  za  no  te  car  de  zo  pentir,  non  ti  caglia,  non  devi,  rp  9,  150,  cfr.  less. 

caramenti  a  caro  prezzo  mu.  67,  9.  Con  'caro'  preso  in  questo  senso 
vanno  probabilmente  il  carena  di  mon.  D  159  e  il  carina  di  kath.  1214,  1358, 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  53 

(e  di  cad.  vii  10,  forse  ni  61),  che  al  Mussafia  parvero  oscuri;  Inoltre  il 
dantesco  carizia,  che  sta  a  carezza  come  giustizia  a  giustezza,  cfr.  Bullett. 
d.  Soc.  dant.  Ili  144,  VI  16  n.  Tuttavia  Dante  poteva  sentirvi  'carere'. 

caramia  rp  8,  292,  era  vivo  nel  sec.  XVII;  oggi  kalamka.  In  meg.  378 
temperavi  lor  charamya  ;  in  Iver.  stela  calamita. 

carar:  cara  a  secho  rp  8,  350,  a  terra?  E  il  car  di  8,  383  è  certo  errore 
per  carar. 

cariteiver  rp  4,  53,  estratto  da  caritae. 

carrega  mu.  54,  21;  61,  5,  Ip  3,  17:  ha  sempre  il  senso  di  'seggio'  'sedia 
onorifica',  di  che  qt.  59,  mentre  ora  si  usa  per  'sedia'  in  generale:  cfr.  XII 
394,  Ib.  p.  38,  ca.,  bars.,  Iver.,  mtt.  IBI.  É  diflicile  combinare  insieme  le  di- 
verse forme  che  il  vocabolo  presenta  nei  diversi  dialetti;  ma  basti  osser- 
vare che  nel  genovese  si  risale  a  un  doppio  r:  forse  per  influenza  di  'carro'? 
0  anzi  dell'intero  verbo  karegà'ì 

cassa  caza  caccia  rp  3,  56,  mu.  48,  12,  ecc.,  cassar  48,  11;  ora  kaca  ecc.; 
cassaxoim.  mu.  115  r. 

Cassola:  missela  in  la  e.  de  la  fronza  mu.  34  r;  ora  kasóa  cazzuola  (dei 
muratori);  cfr.  gand.  63  e  caga  XII  393,  Salvioni,  L'elem.  volgare  n.  stat. 
lat.  di  Brissago,  ecc.,  bars. 

castigar  ammaestrare,  ammonire,  rp  3,  22;  6,  203,  secondo  l'antico  uso 
francese;  castigamento  ri  39,  97.  Cfr.  pnf.  488,  fio.  26,  4.  5,  ecc. 

cativo  'meschino'  o  'dolente'  mu.  59,  10;  di  poco  valore,  meschino,  62, 
30;  63,  12;  cfr.  less.  337,  XII  394». 

cautarì  mu.  63,  32.  Ho  corretto  cubitar,  ma  sarà  da  preferire  covear. 

cazezar  edificar  case  mu.  175  v. 

cego  (plur.  cegui)  ps  32,  16,  ora  soltanto  orbu. 

carello  cerchio  mu.  75,  2:  si  attenderebbe  sercu,  o  meglio  il  semidotto 
cercullii,  come  53,  4;  79,  38;  88,  10,  col  quale  si  raddrizzerebbe  il  verso. 

cerner  zerner  rp  8,  II,  mu.  51,  16,  ove  ha  il  senso,  tuttora  vivo,  di 
'scegliere'.  Cfr.  less. 

cessmo  mu.  75,  33,  cfr.  acesmao  e  less.  338.  Ma  è  difficile  dire  che  cosa 
qui  significhi  propriamente.  Oggi  sckzimu  senno. 

cingno  cenno,  forse  quasi  'gesto',  rp  6,  73;  cfr.  less.  s.  acignava,  btr.  124, 
Ib.  p.  179,  al.  359,  rv.  28  sgg.,  ecc. 


*  Mi  si  permetta  di  correggere  qui  un  errore  in  cui  sono  caduto  nel  §  1 
nm.  48,  prendendo  cadiva  per  'captiva';  mentre  è  un  derivato  di  'cadere', 
nel  senso  che  questo  verbo  mostra  nell'esempio  citato  s.  mar,  cazer  de 
lo  sosso  mar.  Si  veda  Wòlfflin's  Arch.  Vili  472,  ove  però  cadivus  è  detto, 
a  torto,  solo  francese.  Anche  il  Tobler,  parlando  del  frc.  chalf  xvqì  Rendic. 
d.  Acad.  di  Berlino,  XXXIII  (1896)  858,  trascura  il  vocabolo  latino. 


54  Parodi, 

circondo ,  -per ,  tutt' attorno,  mu.  65,  24;  modo  escogitato  probabilmente 
per  la  rima. 

cobear  cub.  mu.  66,  6;  73,  13,  cfr.  cobiter  coveiter  pred,,  e  less.  s.  cubi- 
tare;  inoltre  cubitixia  pm.  11  vocabolo  indigeno  è  piuttosto  covear. 

colar  collare  le  vele  rp  8,  103.  383.  Ctr.  bv.  389  'e  il  voc. 

compreysso  sorpreso,  scoperto,  ps  34,  18;  cfr.  XII  396,  meg.  827.  Non  è 
chiaro  che  cosa  significhi  mu.  64,  31,:  chi  ha  fatto  sorgere  il  pericolo,  espo- 
nendo visi  primo? 

cornunal  rp  5,  59,  mu.  QQ,  36  ;  cfr.  Xll  396,  brend, 

condicionao,  che  ha  certe  qualità  e  condizioni,  mu.  88,  42.  Noto  condltion 
'faccenda'  e  'avvenimento'  gst.  Vili  418. 

condimento  ornamento  in  genere?  mu.  61,  21.  Cfr.  Tant.  frc. 

conduto  acquedotto,  vivo,  v.  covro. 

conffinnie  -inie  mu.  55,  4.  38,  tr.  5. 

conmento  rp  8,  21,  od.  hòmehtu,  term.  mar.,  commessura,  commento. 

conpangna  rp  8,  29.  E  la  stanza  della  nave,  che  serviva  come  dispensa, 
cfr.  dcr.  23. 

conpangnar  accompagnarsi  rp  9,  258. 

conssar  paragonare  mu.  94,  32.  Vedi  less.  s.  aconzo  accordo,  che  ho  pure 
da  de*  13,  e  s.  conzo;  aconqo  dven.  167  accomodamento  (Ib.  1896?);  cfr. 
conzo  ib.  135.  L' od.  genov.  akuhsa  vale  soltanto  'scegliere,  ossia  accon- 
ciare la  verdura'.  Con  vari  significati,  consar  ac,  ecc.,  mon.  B  261,  clm., 
gst.  Vili  419,  Rn.  276,  pv.  281,  Ardi.  XII  396,  398:  si  può  anche  ricordare 
il  poemetto  napoletano  sui  Bagni  di  Pozzuoli  (ed.  Percopo)  xxxvi  8.  — 
conssamenti  acconciamente  mu.  67,  20,  cfr.  sei.  20. 

conta,  en  e,  in  fretta,  rp  8,  102,  cointa  mu.  104  r,  226  r;  cfr.  contoxo  fret- 
toloso pm. ;  il  verbo  corrispondente  è  contorse  affrettarsi  rp  9,  141.  Pare 
un  riflesso  di  compitare:  dal  senso  primitivo  'conto'  'penso'  si  svolse, 
da  una  parte  il  senso  di  'sto  per'  'sono  in  procinto  di'  (contad.  ò  huintòw 
de  fa  sono  stato  sul  punto  di  fare;  donde  anche  ó  k.  de  hàs'e  sono  stato 
per  cadere,  ho  corso  rischio,  ecc.);  dall'altra  nel  riflessivo,  a  quanto  pare, 
il  senso  di  affrettarsi,  che  ci  è  dato  da  rp,  ma  che  io  non  so  dire  se  si 
mantenga  ancora,  tranne  nel  deverbale,  anch'esso  contadinesco,  kuìhta: 
ó  h.  ho  fretta.  Anche  in  monferrino  avèj  cunta  aver  fretta.  Al  nostro  vo- 
cabolo è  quasi  parallelo  l'ant.  prov.  cat.  sp.  coitar  cuytar  affrettarsi,  cfr. 
Diez  less.  I. 

contanza  accontanza,  compagnia,  rp  3,  231;  aconiar-se  accompagnarsi, 
usare  con,  3,  117.  230,  cfr.  sei.  2  sg.,  voc,  ecc. 

conto  cointo  cognito  rp  6,  230;  cfr.  voc,  ecc. 

contrar  combattere,  opporsi,  mu.  65,  46;  82,  li. 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  55 

contrastar-se,  ciim,  mu.  47,  1. 

contiimacio  mu.  51,  28;  90,  36:  falso  latinismo? 

conveneijver  convegn.  mu.  78,  9.  21,  covegneiver  64,  4,  ove  par  significhi 
'quel  tanto  che  è  necessario';  cfr.  coitignevol  cat.  15  r  18,  cotiigniuol  pnf. 
122,  voc,  ecc. 

conv emenda  patto  mu.  49,  21,  cfr.  covegnente  mu.  27  v,  convenente  XII  396, 
il  mio  Tristano  Riccard.,  il  Bullett.  d.  Soc.  dant.  Ili  150,  ecc. 

coìivento  patto  rp  6,  115,  cfr.  gst.  Vili  419. 

cor  cuojo,  mu.  33  v,  1 13  r,  coiraté  cuojajo  113  r.  Oggi  hoju  ecc.  Qui  spetta 
forse  Vi  di  Coiram  Corano,  mu.  288 r. 

coragio  cuore,  natura,  mu.  86,  21. 

cormo  colmo:  elargì  ben  de  raso  colmo  rp  3,  224,  colmargli  la  misura,  dargli 
il  resto  del  carlino:  modo  vivo,  pel  cui  senso  originario  è  da  vedere  Rossi, 
Gloss.  mediev.  lig.,  81,  s.  rasum,  ad.  Nel  senso  di  'fastigio'  (di  potenza,  ecc.), 
mu.  66,  12,  cfr.  less.,  e  in  senso  materiale,  dven.  151.  Par  s'accosti  al  senso 
di  'vanto'  rp  1,  72. 

cornar  suonare  il  corno:  me  cornam  la  morte  spiritual  mu.  302  v. 

corzora  rp  9,  248;  il  verso  vorrebbe  correzora.  Si  tratta  del  gioco  di  tal 
nome,  che  probabilmente  risponde  a  quel  delle  carregginole,  o  della  cour- 
roie;  cfr.  zst.  XIII  307  sgg.,  rma.  XXI  407  sgg.,  XXII  64. 

costumar  usare  abitualmente  mu.  57,  41. 

cotom  cotogne  mu.  53,  12.  Si  può  pensare  che  vada  unito  con  pome: 
roijxim  e  pome  colon  dà;  cfr.  gst.  Vili  418. 

covea:  le  quai  covee  dexiram  per  aveir  delleto  mu.  68,  35,  esempio  no- 
tevole, perchè  covee  par  conservi  il  senso  del  lat.  cupédiae  cose  deside- 
rabili, che  eccitano  il  desiderio.  Nel  senso  più  comune ,  di  voglia,  brama, 
54,  17;  60,  36,  ecc.,  cfr.  less.  —  Il  verbo  è  covear  mu.  63,  33,  nm.  23. 

covertura,  in  senso  metaforico,  57,  12;  e  propriamente  'pretesto'  tri.  23"; 
cfr.  besc.  143,  meg.  676,  in  senso  proprio. 

coviar  convitare  rp  1,  13.  Ricorderò  qui  inconvio  mu.  58  v,  e  il  vb.  in- 
conviar  ib.,  che  assicurano  la  lezione  che  inconviava  ri  43,  169,  cfr.  less. 
360. 

covro  rame,  um  conduto  (acquedotto) ...  de  e,  mu.  47  r.  Forse  per  'bronzo' 
gau.  196,  197,  Ipid.  219,  cfr.  sai.  467. 

craveaoi  mu.  48,  22.  23,  {crev.  48,  15,  forse  errato).  Deve  risalire  a  *ha- 
prétu,  forma  morfologicaiiiente  strana  ma  confermata  da  cravei  XII  397, 
craved  Ib.  1173,  forse  da  craveo  (:agnelo)  Rn.  410,  e  da  vocaboli  vivi:  cfr. 
Riv.  bibl.  d.  letter.  it.  II  147,  Arch.  XIV  207,  arb.  19. 

creatura  le  cose  create,  rau.  75,  5,  in  rima. 

creenza,  letera  dee.  de*  19;  cfr.  less. 


56  Parodi, 

creor,  plur.  creoi^  creditore,  div.  1467,  1468:  per  creeor?  Credo  piuttosto 
che  sia  estratto  direttamente  da  creer. 

creta  rp  3,  120,  dar  in  e.  dar  a  credenza.  É  vivo  nel  monf.;  cfr.  il  frc. 
dette.  Pel  partic.  creto  XII  397. 

crevar  crepare,  trans.,  rp  6,  44  :  a  la  unente  creva  l'ogio.  La  stessa  frase, 
in  senso  proprio,  mu.  31  v:  si  li  fava  creva  lo  ogio  drito. 

cria  grida,  sost.,  do*  25. 

croco  uncino  mu.  67,  6;  cfr.  Ib.  p.  185,  dp.  378,  e  il  vb.  scrocar  scrocà 
scrocher  scattare,  scattare  con  strepito,  nel  com. ,  bellun.,  regg. ,  e  anche 
in  clm.,  descrocar  sparare  mtt.  194. 

crolar  rp  9,  35;  cfr.  less.  s.  corlar:,  scorlare  gand.  48,  st.  V  1.  Oggi  skrula. 

criicifficar  mu.  '65,  29;  cfr.  less.  343,  ove  so  ne  dà  una  spiegazione  al- 
quanto ricercata.  Credo  sia  dello  stesso  tipo  di  dampnifflcar  mu.  84,  31. 
Vedi  pure  XII  398,  besc.  1511,  theod.  81,  lind. 

cuba  tomba  mu.  216  r,  256  r,  oggi  kuba  (il  breve)  cielo  della  carrozza,  cfr. 
cuba  cupola  clm.  e  kng.  2344.  È  noto  che  cupa  ha  il  valore  di  'cupola' 
'tomba'  già  nel  latino  epigrafico,  per  es.  CIL  II  Suppl.  6178,  VI  12202.  Cfr.  il 
BuUett.  d.  Soc.  dant.,  Ili  144,  anche  pei  riflessi  stranieri,  da  cui  probabilmente 
questi  nostri  provengono.  Forma  più  italiana  ha  chuva  cupola  (la  cima  del 
tempio  con  tuta  la  sua  chuva  si  s fendè)  in  una  Passione  veneta,  pubbli- 
cata dal  Mazzatinti,  Mss.  it.  d.  Bibl.  di  Francia,  Il  208;  cfr.  càvolo   dv.  389. 

cureiver  curante,  sollecito,  rp  9,  305. 

damagio  rp  2,  9;  8,  363,  damagiando  2,  35;  cfr.  pnf.  5,  gel.,  ant.  it. ,  e 
less.  s.  darmagio. 

debrixar  mu.  53,  28;  61,  24;  cfr.  l'ant.  it.  dibrigiare,  dal  frc;  inoltre  sbrixar 
XIV  214. 

dechin  che  rp  8,  169,  cfr.  less.  s.  tachim,  cioè,  secondo  è  detto  par.  12, 
tam  ehim,  forma  corrispondente  alle  notissime  venete.  E  parallela  a  de  fn 
che  rp  4,  33,  dven.  151,  bars.,  ecc. 

decorrer  trapassare,  sparire,  mu.  73,  14;  cfr.  descorrer  XII  399. 

degollar  mu.  91,  14,  cfr.  less.,  bars.,  bv.  305,  ecc.  È  da  decollare -^ gola\ 
nel  genovese  dei  secoli  scorsi  degolu  rovina,  il  quale  ricorda  il  frc.  merid. 
deguel  degnai  degol  precipizio,  abisso,  e  anche  'grande  abbondanza',  de- 
goulà,  ant.  degollar  precipitare,  morire.  Senonchè  non  è  facile  vedere  quanto 
spetti  qui  a  'collo'  e  quanto  a  'colle'.  E  tracollo ì 

delivro,  a  d.,  del  tutto,  mu.  40,  25.  Cfr.  dclivro  sei.  24  e  deliverar  liberare 
mu.  00,  17.  Inoltre  livro  gau.   195,  livrar  finire  mu.  188  v,  less. 

delleve,  a,  facilmente  mu.  83,  4;  cfr.  de  leve  sei.  42  (de  facili  gau.  145), 
a  leve  XII  411, 

demenar  agitare,  trascinare  mu.  51,  38,  cfr.  pnf.  264,  767;  d.  forssenaria 
mu.  80,  28,  cfr.  sei.  24,  rv.,  e  l'ant.  fr.  demener. 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  57 

demerito  merito  mu.  55,  32.  Ma  forse  è  da  leggere  de  m. 

demeter  smettere  mu.  54,  31,  cfr.  sei.  24,  mrgh.  Un  po' diversamente  de- 
mete less.  Con  altro  significato  pat. 

demora  indugio  rp  4,  37,  e  probabilmente  7,  103;  9,  207,  cfr.  bars.  Tuttavia 
nell'ultimo  esempio  par  che  faccia  già  capolino  l'od.  significato  di  'sollazzo' 
'divertimento',  sia  pure  con  una  punta  d'ironia;  cfr.  rv.  In  tal  caso  sarebbe 
preferibile  metter  la  virgola  dopo' enfenio,  invece  che  dopo  demora.  Come 
da  noi  demora,  altrove  ha  preso  il  senso  di  'svago'  'diporto'  sozorno;  cfr. 
sozerno  gst.  Vili  416,  sogorno  bars. 

departir  partire,  allontanarsi  mu.  56,  13;  58,  41,  riti.;  dividere,  disgiun- 
gere 39,  19;  58,  31;  far  in  parti  74,  16;  distribuire  89,  16,  cfr.  87,  27. 

deprender-se,  a,  prendere  per  punto  di  partenza  (del  giudizio),  aver  ri- 
guardo, 56,  11. 

derochar  atterrare  mu.  42,  23.  In  senso  diverso  less.  345,  e  rp  5,  21,  dove 
si  deve  correggere:  che  se  derive  e  deroche  in  gran  per  fondo  chi  uncha,  ecc. 
Neil' od.  monferr.  droche'e  sdr.,  ed  inoltre  drive'e  sdr.  rovinare. 

desco  rp  5,  51  ;  gpa.  II  36,  bars.,  ecc. 

desconsso  sconveniente  mu.  81,  46,  fìjoi  dessconci  deformi  62,  9.  Cfr.  scqhza 
gel.,  qui  conssar  e  XII  399. 

descontao.  di  poco  conto,  misero,  rp  3,  275. 

desdexeiver  rp  6,  73,  cfr.  dexdesevre  sei.  27,  e  il  vb.  desdeser  pat.  47. 

deslavar  lavar  via,  rp  8,  239;  cfr.  ug.,  delavado  slavato  pnf.  479. 

deslear  mu.  55,  23;  71,  8,  cfr.  deslegal  XII  399,  ecc. 

deslengoar  mu.  57,  51,  nm.  38.  Pare  significhi  'indebolirsi'  'infiacchirsi', 
e  forse  qualcosa  di  simile  intese  e  volle  dire  il  traduttore  79,  28.  Pel  senso 
più  ovvio  e  più  frequente,  less.  347,  BuUett.  dell' Istit.  stor.  it.,  XVIII  125, 
e  cfr.  delenguar  XII  399. 

desmontar  discendere  (dal  cielo  in  terra)  94,  28;  cfr.  Ili  259,  brend.  10  e 
voc.  Anche  nell'  ant.  romanesco,  ecc. 

desperduo  perduto  rp  9,  244;  con  altro  senso  XII  399. 

despessao  spezzato  mu.  46,  31  ;  79,  18. 

despiegar  esplicare  mu.  87,  23.  26;  spiegare  mtt.  60. 

despigiar:  si  se  despigid  lo  mantello  rau.  10  v,  si  sciolse,  si  sfibbiò;  no 
lo  poeam  despigiar  da  lo  leto  staccare  103  r.  Cfr.  XII  399  e  impiliar  im- 
pacciare gst.  VIII  420,  it.  imptigliarsi,  inoltre  spigliato. 

desquernar  uscir  dalla  via,  dall'ordine  stabilito,  mu.  81,  14,  cfr.  less.  347. 

dessaxiao  disagiato,  addolorato,  mu.  67,  33;  cfr.  ug.  326,  sei.  27,  voc;  e 
qui  messaxio. 

desservir  meritare  55,  8;  85,  39.  41;  89,  25;  cfr.  l'ant.  frc. 

destegnuo  trattenuto  rp  9,  242,  cfr.  Ili  2.59,  da  un  vb.  destegneir  -gnir  trat- 


58  Parodi, 

tenere,  pel  quale  vedi  db.  45,  mtt.  136,  die.  172,  11,  ca.,  sai.  448,  ant.  it., 
p.  es.  Bandi  Lucch.  222. 

destenpercmssa  inclemenza  (del  tempo)  mu.  78,  17. 

deslrasso:  da  d.  ali  Citaen  div.  1472,  speize  e  destraxii  1471,  certo;  di- 
sturbo, molestia;  cfr.  Rossi,  Gloss.  mediev.  lig.,  114.  Nelle  Visioni  di  S.  Fran- 
cesca Romana  detratio  strazio  115  B  e  detratiando  115  A. 

destrenzer  contenere,  frenare  mu.  69,/3,  cfr.  less.  348;  ma  'essere  in  op- 
posizione' 'contradire'  94,  12,  Il  sost.  destrenzemento  distretta,  angoscia  rp 
9,  42.  Cfr.  gst.  Vili  419,  pnf.  253,  mrgh.,  voc. 

destreto  de*  29,  destrituay  abitanti  del  distretto  ib.  30,  zen.  115,  ecc. 

desvalar:  desvalando  su  e  zu  mu.  9r,  desvalando  de  lo  monte  25  v;  me- 
taforic.  donee  esser  cossi  descasao  e  desvalao?-  cacciato  e  umiliato  36 v;  cfr. 
less.,  st.  XV  81,  mia.  XXVII  204. 

desviar  mu.  77,  43;  78,  38,  cfr.  kath.  812  i,  bars.;-  desviamento  l'uscir 
di  strada  mu.  56,  25;  73,  1,  che  in  pnf.  623  risponde  al  lat.  'devia'  vie  tra- 
verse; cfr.  sei.  26. 

detornar  stornare,  tener  lontano,  mu.  67,  16;  cfr.  il  frc. 

deoear  vietare  mu.  40,  34;  41,  12;  cfr.  less.  *,  XII  400,  pnf.  78,  622,  clm. 


^  E  1095,  sebbene  il  Mussafia  preferisca  intendere  quivi  'toglier  di  vita', 
ant.  frc.  devier.  L'imperatore  prova  tutti  i  tormenti,  Cum  el  c/e  possa  fare 
maor  pene  durare.,  Per  que  ella  se  debia  più  tosto  desviare.  Interpretando 
'morire',  i  due  versi  sono  in  contradizione  fra  loro;  né  d'altra  parte  c'era 
bisogno  di  cosi  grandi  sforzi,  per  uccidere  Caterina,  specialmente  per  uc- 
ciderla 'al  più  tosto'.  Infine  il  barone,  che  s'era  assunto  il  brutto  incarico, 
avvisa  poco  dopo  l'imperatore  d'aver  trovato  cosi  terribile  tormento,  che 
nessuno  potrebbe  resistervi:  A  li  toi  comandamenti  adesso  vegnirae  1105» 
cioè  subito  'si  disvierà',  si  allontanerà  dalla  fede  di  Cristo.  Cfr.  ca.  p.  81. 

^  Il  Flechia  ha,  oltre  a  devea,  anche  desvea,  che  egli  intendeva  'disvia,  fa 
uscir  di  via'.  Vale  invece  senza  alcun  dubbio  'divieta'.  Il  passo  è  in  ri  36, 
45  sgg.,  e  parla  del  freddo  e  del  vento,  che  regna  in  Veltri.  Altrove  ho 
mostrato  come  devano  intendersi  i  vv.  30-32  (inventao  battuto  dai  venti,  ecc.)» 
par.  19,  e  nei  versi  di  cui  trattiamo  si  continua  lo  stesso  motivo.  Il  vento 
è  cosi  forte,  che  non  si  può  nemmeno  uscir  di  casa;  e  se  qualcuno,  per 
sue  necessità,  deve  barcheza...  in  ver  citae  andar  in  barca  a  Genova,  trova 
arsura  a  gram  zhantea,  con  un  provim  chi  gì  desvea.  Il  modo  a  gram  zh. 
risponde  all' ant.  fr.  a  grani  piente  in  grande  abbondanza;  arsura  è  l'effetto 
doloroso  del  vento  e  del  freddo,  che  fanno  scoppiare  e  sanguinare  la  cute 
del  volto  e  delle  mani;  provim  è  spiegato  dal  Flechia  'turbine'  o  qualcosa 
di  simile,  e  il  passo  parallelo  di  37,  125  sembra  gli  dia  ragione.  Certo  non 
si  può  pensare  all'od.  sprùin  o  sprìin  pioggerella,  da  sprina  sprìina'  p mi- 
nare; al  più  potrebbe  ammettersi  qualche  antico  incrociamento.  Ad  ogni 


Stiidj  liguri.  §  2.  lessico  59 

In  ri  61,  2  e  div.  1471  devéo,  sost.  Il  semplice  vear  mu.  73,  16,  cfr.  less.,  e 
ug.  1806. 

devenir  avvenire  mu.  92,  25,  cfr.  dven.  128,  150,  XII  400  e  l'ant.  it.  In 
brend.  58  deventadi  avvenuti.  Vedi  qui  vegnir. 

d.exiar  rp  4,  11,  mu.  68,  19,  acc.  a  dexirar. 

dezaxio  mu.  74,  18,  cfr.  sei.  27  e  qui  dessaxiao.  Oggi  in  desdazu  per 
inavvertenza,  sbadatamente  (che  si  dice  d'un  malestro,  d'un  colpo  dato  ad 
alcuno,  ecc.),  e  pare  che  il  d  si  deva  a  qualche  intrecciamento  con  altro 
vocabolo,  p.  es.  con  desdcetu  malandato  :  cfr.  desdacio  disagio  in  ant.  roma- 
nesco. 

dia  di  Ig  21,  8.  20;  cfr.  besc.  51,  1780,  pass.  p.  261,  ant.  it.,  provenz.,  ecc. 

diffinitiva  mu.  61,  1.  Forse  non  è,  come  mi  parve,  errore  del  traduttore, 
ma  del  copista,  e  si  risale  a  d  affinitae. 

dÀssagiirao  mu.  83,  37.  Ho  proposto,  seguendo  il  latino,  disformao;  meglio 
spiegherebbe  l'errore  disfi gurao  o  perfino  disnaturao. 

dixe  decet:  la  nave,  ...segundo  se  dixe,  lo  nostro  Capitaneo  seguiva  div. 
1475;  cfr.  Tit.  s'addice,  XII  401,  kj.  I  131. 

doler  cioè  diiréj  mu.  51,  22,  se  dogia  83,  12,  se  dolleam  1.  se  dògah  51, 
21,  ecc.;  sost.  dogla  ps  29,  14,  cfr.  less.  s.  doihe. 

dominiom  mu.  62,  38.  Un  altro  esempio  di  questo  curioso  vocabolo  fu 
indicato  dal  Mussafia  mm.  §  132,  cfr.  sei.  28. 

dor  rp  8,  333;  9,  192,  ecc.,  od,  do  duolo,  dolore,  lamento. 

drapo  panno  mu.  64,  16;  cfr.  XIV  208,  cm.  HO.  In  tri.  trapo. 

ducha  mu.  84,  16,  cfr.  XII  402;  ma  duxe  doge  de*  27. 

echame:  echame  quello  che  e  hatezai  mu.  83  r,  echanie  la  camera  tuta  fo 
impia  de  luxe  84  r,  echame  lo  dee  vostro  182  v,  cfr.  ps  36,  31:  equivale  dun- 
que al  semplice  ec«,  nm.  16,  ed  è  trapasso  di  facile  intelligenza.  Cfr.  besc. 
452,  e  la  diversa  dichiarazione  del  Salvioni  not.  22;  inoltre  eccome  da  celo 
kath.  740;  ecome  'l  populo  theod.  12  (la  stampa:  e  com  el  p.).  Invece  di 
ecca  si  trova  eque,  eque  vos  (la  stampa  e  qué)  pred. 

Egispiain  mu.  45,  26,  e  spesso  nella  parte  inedita. 


modo,  a  chi  si  metta  in  barca,  il  provini  'vieta'  l'andare;  e  la  maniera  è 
descritta  nei  versi  seguenti.  A  proposito  dei  quali,  accennerò  ancora  che 
segnar  57  va  corretto  sonar  sognarsi,  o  magari  sognar,  se  si  vuole  conce- 
derlo al  genovese;  che  toleta  63  significa,  non  già  'cataletto,  bara  da  morti', 
com'è  spiegato  less.  398,  ma  bensì  'assicella  di  barca',  la  quale,  col  mare 
grosso,  è  cativa  seve  cattiva,  fragile  siepe,  ossia  riparo.  Il  punto  va  se- 
gnato dopo  il  V.  62;  i  vv.  63-64  appartengono  al  periodo  successivo  e  di- 
pendono da  perigori...  aparegiai  da  tufi  canti  (d'una  toreta);  anzi  è  ben 
probabile  ch'essi  si  trovino  fuor  di  posto  e  vadano  collocati  dopo  il  v.  68. 


60  Parodi , 

endueì'  rp  6,  45. 

ensemelmenti  Ip  5,  36,  insem.  Ig  5,  òQ,  cfr.  kath.  837,  ensembramente  kath. 
534,  insenbrementre  dven.  72;  inoltre  ensieniemente  best.  eugub.  60,  e  in- 
siemem.  nell'ant.  tose;  infine  VII  526. 

envrio  envrieza  nm.  35,  cfr.  less.  s.  envrianza,  XII  410. 
ercher  arciere  mu.  234  v,  erchezar  304  v,  erchezaor  ib. 
hereo  mu.  53,  48;  42  r,  116  v,  herei  158  r,  160  r;  cfr.  heriedo  III  262,  redo 
dven.  153,  reo  171,  areo  gau.  168,  od.  tose,  redo  vitello. 

essorbao  accecato  ps  32,  16.  Nella  parte  che  mu.  ha  comune  con  ps  vi  ri- 
sponde sorbao.  Cfr.  frc.  essorber  accecare,  spogliare. 
essugar-se  ps  34,  26,  cfr.  il  frc. 

este  questo  de*  2,  probabilmente  erroneo.  Tuttavia  ricordo  ste  prevede 
kath.  90. 

faciol',  se  trasse  lo  f.  de  testa  e  ora  messer  lesu  Criste^  e  poa  desteise  lo 
f.  in  terra  e  disse:  E  ve  prego,  Segnor,  che  voi  andei  super  questo  me  f. 
mu.  71  r;  quasi  'facciuolo',  da  'faccia',  cfr.  dven.  95,  167  e  l'od.  venez.  fa- 
ciol faziól  fazzòl  accappatojo,  che  risponde  in  parte  anche  per  il  senso, 
cavass.,  crem.  fasòl  fazzoletto.  In  prov.  enfnqolar  velare.  E  fazzoletto  dev'es- 
ser la  stessa  voce,  venuta  in  Toscana  dal  settentrione;  infatti  non  vi  è 
popolare. 

faiellaì  mu.  49,  20,  1.  souella.  Il  s  lungo  fu  preso  per  /,  e  il  nesso  cu 
per  ai. 

faito:  abrazar  lo  f.  so  (del  mondo)  abbracciarlo  nella  sua  totalità,  nel  suo 
insieme,  rp  8,  182;  cfr.  brend.  50 -c/ie  faita  e  di  che  fatta,  mu.  75,  37. 
,  fallente  90,  18;  il  vb.  è  fallar, 
famia  carestia  mu.  54,  35,  cfr.  ri  39,  6  e  nm.  79. 

familitae,  1.  famigitae,  nm.  87,  che  è  estratto  direttamente  da  famiga. 
fancello  mu.  63,  28. 

fantaxia  sogno,  delirio,  mu.  131  v,  cfr.  mrgh.,  Ipid.  215,  voc,  BuUett.  d. 
Soc.  dant.  Ili  151  sg.,  wa.  Vili  519. 

faocimele  rp  6,  170.  Si  trova  in  un  passo  scorrettissimo,  ove  si  condan- 
nano le  pratiche  della  magia:  forse  corrisponde  all'it.  facchnolo. 

faoda:  tegnir  in  f.  in  grembo  mu.  13 r,  cfr.  less.  Di  vari  dialetti  pede- 
montani, 

/aossom  falcione   mu.  277  r,  cfr.  mrgh.,  bars.,  not.  22,  mtt.  35,  Salvioni, 
L'elem.  volgare,  ecc. 
fendeura  fessura,  spiraglio  mu.  74,  2,  cfr.  kath.  876,  ex.  837,  gst.  XV  269  '. 


-  Mn  ri  96,  12,  si  ha  collo  stesso  senso  fragno,  che  il  Picchia  intese  in- 
vece 'maglia,  tessuto'.  Negli  ultimi  secoli  si  diceva  ancora  a  Genova  fròra 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  61 

ferir,  a,  rivolgersi  rp  8,  156^  cfr.  mu.  73,  24  e  l-'ant.  frc. 

feria  ramo  mu.  69,  26,  cfr.  Ib.  p.  187.  In  mu.  271  v  vale  più  generalmente 
'verga':  (San  Basilio)  tocha  le  porte  cum  la  soa  ferlla. 

fermamento  stabilità  mu.  90,  22.  In  ug.  vale  'chiusura'. 

ficar,  soa  pointura,  mu.  72,  42.  Cfr.  zts,  XVIII  13. 

fir  mu.  96,  13,  cfr.  less ,  XII  404. 

firim  fiorino  dc^21. 

fixicianna  medichessa  mu.  53,  40,  francesismo  ;  ma  ftxico  medico  88,  30, 
sarà  indigeno  :  cfr.  la  scentia  de  la  fixicha  la  medicina  pm.,  e  zen.  77,  voc. 
Oggi  fizica  ha  nel  popolo  un  senso  molto  vicino  a  quello  di  magia,  e  per 
esso  è  fcica  il  magnetismo,  lo  spiritismo,  l'ipnotismo  e  anche  ciò  che  gli 
appare  di  più  straordinario  nei  giuochi  de'  prestigiatori. 

fizema:  lo  demonnio  li  adiisse  ala  niente  unna  femena...  e  in  tanta  f.  fo 
aceisso  che,  ecc.,  mu.  276  r.  Pare  significhi  'caldo  erotico',  significato  che 
esclude  senz'altro  la  derivazione  da  'sofisma',  difesa  zst.  XXI  130,  mrt.  404, 
senza  tener  troppo  conto  dell'uso  antico.  Cfr.  voc.  e  inoltre  Guido  da  Pisa: 
di  grande  tenerezza  e  piatade  incominciò  a  infisimare  e  Uagrimare.  Senso 
fondamentale  sembra  'enfiagione  (morale)'. 

/iota  fiotto  ì  mu.  59,  28,  storpiatura  d'un  gallicismo. 

foran  foranna  esterno,  estrinseco,  mu.  63,  38;  64,  1;  69,  55;  79,  37.  39. 

forbir:  forbe  mu.  220  r,  forbisse  274  r,  cfr.  pnf.  466,  721,  XII  405;-  for- 
biaoi  de  li  cavali  mu.  29  v. 

formen  mu.  53,  31,  139  r,  cfr.  folmen  mm.  31. 

foror  :  desceize  um  angero  da  cel  cum  tanto  foror,  che  paream  che  li  fos- 
sem  tuti  li  troin  de  lo  mondo  mu.  83  v:  rombo,  od.  fu,  detto  del  fuoco,  d'una 
pentola  che  bolle,  ecc.,  non  bene  spiegato  in  mrt.  414.  Cfr.  crem.  fd  furur 
far  rumore.  Tra  i  vari  sensi  che  il  vocabolo  assunse,  ricorderò  quello  del- 
l'ani fiorentino,  'demolizione  di  case',  quasi  il  nostro  'sventramento'. 

fortunar,  tempo  /".,  rp  8,  61, 

fortunna  tempesta  mu.  67,  21  ;  cfr.  ap.,  bars.,  voc,  ecc. 

fragellao  ps  36,  8.  19.  Oggi  fragelów  significa  in  generale:  battuto,  mal- 
menato, e  coi  segni  delle  battiture;  né  qui  il  senso  è  molto  diverso.  Cfr. 
theod.  12  e  franzelar  XII  404. 


(scr.  fireura) ,  che  ha  la  medesima  origine  e  si  unisce  col  crem.  flidura 
fessura,  spiraglio,  col  berg.  feladura,  forse  col  valverz.  frigna  buco,  fessura 
di  rupe;  cfr.  Rass.  bibl.  d.  letter.  it.  II  148  e  ca.  —  Aggiungo,  poiché  sono 
in  argomento,  che  il  verso  seg.  (De)  te  ferra  de  tal  peagno  non  significa 
'ti  avvince,  ti  lega  di  tal  ceppo',  less.  353,  ma  'ti  ferirà  con  tale  colpo  del 
piede'.  Infatti,  il  contesto  mostra  apertamente  che  si  vuol  minacciare  il 
superbo  d'esser  precipitato  dalla  sua  altezza. 


62  '  Parodi, 

fravellessa  mu.  73,  17,  vedi  seoeressa.  Trovasi  flevereza  sei.,  cfr.  gst.  Vili 
414,  e  anche  fevelle  gst.  XV  269,  rv. 

fraxellar  sfracellare  mu.  270  v,  278  r,  cfr.  XII  405. 

freidessa  accidia  mu.  389  v. 

frenna  frenesia  ma.  261  r;  ora  vivo  nel  sec.  XVI.  Da  *frec-ina,  nm.  6, 
cfr.  rit.  frégola. 

frexao:  robe  frexae  mu.  82,  39,  infrexaure  ivQgì  24  v;  cfr.  frixius  Rossi, 
Gloss.  mediev.  lig.,  51,  friso  btr.  60,  enfrisar  ib.  53,  infrisado  sei.  38,  e 
inoltre  net.  22,  Ib.  p.  171,  rv.;  frixadura  de  perle  dven.  64,  65.  Neil' ant. 
lucchese  fregetto  nastro,  od.  genov.  frezetu. 

[ronza  mu.  34  v,  fronzora  33  v,  fionda. 

frota  frotta  mu.  80,  21. 

fruto  furto  rp  3,  123;  6,  98;  cfr.  less. 

fiier  mu.  58,  28;  88,  27,  ant.  frc.  fuer,  od.  fur. 

fuzir  evitare,  esser  libero  da,  mu.  88,  7. 

gameao  camello  mu.  155  v,  nm.  16,  cfr.  gameri  mni.  nm.  34,  gst.  Vili  420, 
gamhello  btr.,  brend.,  fio.,  gambiro  not.  27. 

gamerra  rp  3,  327,  probabilmente  'mantello',  da  unire  con  l'it.  gamur- 
rino.  E  rea  g.  veste  di  condannato,  di  galeotto.  Cfr.  Rossi,  Gloss.  mediev. 
ligure,  52. 

glaijo  ps  32,  38,  cfr.  tao  Ig  15,  72;  16,  22;  less.,  XII  406,  bars.,  ca.,  lind. 

goo  mu.  294  r,  295  v,  ntro  plur.  goa  44,  15.  26;  41  r.  É  un'antica  misura 
marina  di  lunghezza,  che  risponde  a  'cubitus',  nel  quale  pare  s'abbia  a 
cercarne  anche  l'etimologia,  sebbene  ci  sieno  gravi  difficoltà  fonetiche.  Cfr. 
Rocca,  Pesi  e  misure  antiche  di  Genova  (1871),  p.  70,  che  ricorda  anche 
la  forma  goda. 

goardar  gardar  Q,\i?>ìoà.\vQ,  conservare,  ps  30,  40,  ecc.;  rifl.  mu.  79,  38;  cfr. 
XII  407,  voc,  ecc. 

goarnirse,  da  freido,  difendersi,  mu.  70,  4  ;  cfr.  gst.  Vili  420. 

goliardo  -dia  -darta  ep.  354;  cfr.  XII  406.  In  pm.  il  vb.  goriardar. 

gonella  ps  32,  20;  cfr.  XII  407.  Ora  gune'lu. 

gorfo  dc^  3.  Ora  ingurfa-se  mangiare  ingordamente. 

gota:  avea  unna  gota  neigra  sum  la  mascìia,  chi  li  tegnea  fini  aV  ogio 
mu.  314  V.  Vedi  XII  418  sg.,  in  n. 

gotaa  schiaffo  mu.  69  r;  cfr.  sei.  32,  not.  22,  best. ,  passv.  329,  pass.  35 
e  p.  263,  Ib.  V  40,   tose,  gotata. 

grae  graticola:  fa  rostio  in  unna  grae  de  ferro  mu.  218  v;  cfr.  XII  407,  Ib. 
1).  169.  L'od.  genov.  gr'e  significa  'rete'.  -  Ricorderò  anche  lo  strano  gra- 
tulla  graticola  mu.  220  v. 

gramegnoso:  d'esto  mar  vitio  ascoso  tuto  lo  mondo  e  gr.  rp  7,  228:  è  af- 


j" 


Studj  ligui'i.  §  2.  Lessico.  63 

flitto  da  esso,  come  da  una  gramigna?  Ma  ci  suggerisce  un'interpretazione 
più  propria  pm.  :  se  cognosce  io  parelio  a  la  lengua  se  elio  e  gramegnoso. 
Si  tratta  d'una  malattia  d'animali,  v.  Du  Gange. 

grand  erre  mu.  74,  35,  schietto  gallicismo.  Cfr.  però  edro  sei.  28. 

grandor  grandezza,  masch  ,  mu.  73,  1^,  fem.  sai.  487:  frc? 

grevar  far  danno  mu.  62,  41,  cfr.  agrevar;  grevessa  94,  34,  bars. 

guaitar-se  guardarsi  rp  8,  212,  cfr.  agaitar. 

gnigno  rp  6,  72;  xgigno  mu.  115v. 

guissa  -za  rp  3,  185,  ecc. 

guza.r  mu.  57,  40:  oscuro.  Se  rosto  sta  per  'ramo'  o  'cespo',  guza  si 
potrebbe  forse  intendere  'rende  come  aguzzi  i  rami,  spogliandoli  di  foglie'; 
fors'anche  si  potrebbe  correggere  sgussa  li  sguscia,  denuda. 

iaceura  mu.  56,  50,  quasi  'ghiacciatura',  freddezza. 

lassa  mu.  60,   11,  vivo,  cfr.  mon.  D   139,  clm.  nm.  cxvr,  Arch.  XII  406. 

lave  biade  ps  27,  6,  acc.  a  biava  less.  332,  forma  superstite,  col  senso  di 
'avena';  cfr.  XII  391,  best ,  bars.,  sai.  465,  ecc. 

idola  mu.  181  r,  plur.  idolo  41,  11;  cfr.  Ili  261,  kath.  512,  550;  il  sng. 
idola  mrgh.  e  besc.  v.  2066. 

idria:  idrie  de  tegnei  aigoa  mu.  56  r;  cfr.  not.  22  nm.  5,  il  prov.  ydria, 
il  fr.  idre,  gr.  vd^la.  Altro  vaso  da  liquidi  è  la  ihara  iarra  mu.  56  r,  od. 
gara  (di  solito  per  l'olio). 

ihairir  distinguere  mu.  52,  28. 

ihossura  (1.  cosura)  luogo  chiuso  mu.  57,  28,  cfr.  ug.  Oggi  Vau  si  conserva 
in  cosu  chiuso,  detto  specialmente  del  naso,  intasato,  e  in  descode  (j  ice~ge); 
cfr.  less.  s.  iosa  e  qui  s.  szhuran,  indossa  mu.  50,  28,  di  fronte  ad  inclusso 
66,  7,  ecc.,  inoltre  reclosa  ug.  844,  recliis  1117,  prov.  42  e,  129  b,  meg.  507, 
Salvioni,  Postille  e  N.  Postille. 

ihusma  gusma  div.  1475,  1479,  oggi  ciiz-ma  ciurma. 

imbeverao  mu.  56,  9,  oggi  inbeviów  imbevuto. 

imbocao  mu.  41,  2.  È  il  catal.  embolcatì 

impaihar  inp.  rp  8,  124,  ps  29,  20;  32,  9,  ecc.;  impaihamento  mu.  94,  24. 
Cfr.  nm.  23  e  less.,  XII  407  s.  impagarse,  409  s.  inpachiar.  Il  e  genovese 
non  può  risalire  né  a  et,  né  a  ctj. 

imspear  mu.  65,  38,  cfr.  XII  409;  cfr.  spe  spiedo  mon.,  ecc.  L'ant.  frc.  ha 
espeer,  cfr.  rma.  XIX  330  sg. 

incarnarse  prender  carne,  corpo,  mu.  75,  8. 

incativio  ridotto  a  male,  in  cattivo  arnese,  rp  9,  39,  cfr.  less. 

inconviar,  v.  s.  coviar. 

incrosto  rp  7,  178,  cfr.  XII  408,  Ib.  1570,  inclosto  end.  brend.,  zts.  XVIII 
72,  incostre  cremasco. 


64  Parodi, 

induxia  mu.  25  r,  cfr.  kath.  370,  db.  52,   ca.  362,  mrgh,   en-,   endusiar 
ug.  794,  gst.  XV  268. 
infantao  mu.  41,  32:  dal  frc. 

inffiaura  mu.  72,  1,  inffieura  63,  13;  cfr.  enxaura  less. 

infondaa  stabilita?  mu.  94,  .37  (cfr.  72,  16 n.).  Nelle  Prediche  di  Fra  Gior- 
dano da  Rivalto  (ediz.  Romagnoli) ,  p.  38  :  questo  senno  del  toccamento  di- 
cono i  savii  eh'  è  il  primo  senno  del  corpo  e  nel  quale  s'infondano  tutti 
gli  altri  senni  naturali. 

inforssar  rafforzare  ma.  96,  9.  Nel  Fiore  son.  xxxiii  è  neutro. 

infortunar-se  divenir  triste,  misero  mu.  58,  17. 

infoso:  lo  ducato  se  ne  va,  e  la  terra  resta  infossa  de  queste  tale  monete 
cative  div.  1474,  resta  piena,  rigurgita.  Per  la  sovrabondanza  della  mo- 
neta di  un  qualche  tipo  era  vocabolo  tecnico;  tuttavia  si  trova  anche  nel 
senso  più  comune,  s'enfosse  si  riempi  (di  cibo)  rp  9,  186.  Non  si  può  dire 
se  fossero  in  uso  altre  forme.  L'etimo  dovrebb'essere  in-fundere  col  senso 
di  'versare  in  gran  copia',  e  I'm,  in  luogo  di  «,  proverrebbe  dal  presente, 
^infunde,  secondo  la  relazione  rispunde:  7-ispus'e,  ecc.  Ma  non  so  tratte- 
nermi dal  ricordare  la  possibilità  che  in  fu  su  s  si  mescolasse  nel  dialetto 
con  (iMoiVinfUltus  (*sub-fultus) ,  del  quale  discorre  il  Diez  s.  folto; 
cfr.  kng.  4271,  BuUett.  d.  Soc.  dant.  Ili  155. 

inganorozamenti  mu.  49,  10:  confei'ma  Vo  di  inganorege  less. 

ingoallansa  mu.  66,  19;  cfr.  ingoar  41,  3;  QQ.^  35,  e  less.  s.  enguar,  dven. 
151,  meg.  139,  ingualiciar  eguagliare  tri.  73^;  invalmente  ap.,  alo  invale 
sai.  450;  inoltre  qui  s.  aingoar. 

ingordir  bramare  avidamente  rp  9,  300. 

ingramirse  crucciarsi  rp  7,  208,  anche  cat.,  fio.  9,  20;  cfr.  less.  s.  gramo 
e  ap.,  theod.  8,  lind.,  grameza  st.  VI  24,  meg.  89,  bars. 

inguento  ps  28,  9.  14.  17,  vivo;  cfr.  XII  408,  bars. 

inihetar  comprare  mu.  311  r. 

inmagineiver  'imaginabilis'  mu.  97,  2.  4. 

innaffra  ferita  mu.  67,  35,  dal  frc;  cfr.  ennavrar  less. 

inprovista  menti,  imp.  imprevedutamente  mu.  60,  19;  89,  20. 

inracionaoì  mu.  60,  41.  Ho  corretto  inracinao,  frc. 

insartiaa  rp  8,   17,  con  sartia  8,  101. 

intachao,  de  penna,  de  mar,  mu.  83,  30.  31.  33.  Dal  frc? 

intendaber,  bem  ini.,  intelligibile,  mu.  51,  18. 

interduto  ep.  354.  Convion  correggere  lettura  e  punteggiatura:  la  go- 
liardia de  vii  homo  et  neglegente  è  spuza  et  marzor  (il  ms.  tnaizoì-);  la  go- 
liardaria  d'um  solicito  è  interduto  e  solazo.  E  lo  stesso  che  desduto  mon., 
prov-,  cfr.  piem.  dòit  garbo. 


y 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  65 

invatjir  assalire?  dc^  14,  16,  17.  Cfr.  mia.  XXVII  201,  ove  si  correggono 
retimologia  e  l'interpretazione  date  di  envagimento  less.  362,  e  di  vagiij  less. 
401,  e  si  recano  altri  esempj.  Anche  in  pm.  :  ch'elio  e  tosto  invagio  e  perduo 
per  no  esser  armao  ;  però  che  l  omo  armao  sì  no  se  invagisse  ma  se  de  fende. 
Significa  dunque  propriamente  'sbigottire';  donde  forse  passò  ad  un  senso 
molto  prossimo  a  quello  di  'assalire',  secondo  mostrerebbe  dc^.  Fors'an- 
che  si  può  concedere  che  in  certi  casi  invagir  si  confondesse  con  *invair. 

invear  mu.  42,  7,  donde  invea  nm.  23;  imveoso  pm. 

invoar:  se  invodm  a  Dee  fecer  voto  mu.  90  v,  od.  ihvu  voto;  cfr.  cavass., 
e  voo  mu.  94  r,  voaive  ib.,  ora  caduto. 

involupar  mu.  83,  14;  90,  39;  cfr.  invulpao  ri  63,  22,  vulpao  rp  7,  67, 
ove  però  il  verso  richiederebbe  involupao  env.  Anche  best.  20,  19;  23,  14, 
mtt.  241  e  cfr.  gand.  65  volupalo;  zts.  XXI  192  sgg. 

inzegno  intelletto,  indole,  mu.  55,  35,  inzegni  de  demonnij  87.  36  'soUertia'. 

iometa  Geometri  mu.  76,  23. 

ioxa  gioia  mu.  92  v,  96  r:  gioia +  gozo  (s',  ri  133,  133)? 

iuexio  giudizio  ps  34,  28;  36,  42,  ali.  a  zuixio  mu.  93,  26,  e  così  iuexe 
iuxe  ali.  a  zuxe,  nm.  22,  e  a  zuegar  mu.  56,  11,  ecc.,  zuigar  88,  23,  ecc. ; 
sempre  iustixia  dc^  38,  div.   1474,  iustixé  giustizieri  mu.  243  v. 

iuxtrao,  cfr.  aiustrar. 

laborerio  laboratorio  div.  1468,  1471,  od.  lawejii.  Altrove  e  in  pm.  signi- 
fica piuttosto  'lavoro',  piem.  lavoreri,  lomb.,  ecc.,  cfr.  cat.,  pnf.  141,503, 
Ib.  1524,  1528  e  p.  214,  ren.  382,  dven.  141,  pv.  15,  zen.  69,  db.  47,  91,  gau. 
198,  mtt.  Ili,  Salvioni,  L'elem.  volgare,  ecc. 

lairar  latrare  mu.  222  v,  279  v;  anche  'piangere'  'lamentarsi':  e  o  layrao 
criando  e  pianzando  69  v. 

laitar  allattare  Ip  1,  11,  cfr.  st.  I  5.  Anche  dell'ant.  umbro  e  it.,  cfr.  Trist. 
Riccard.  lattare  e  p.  ccviirn. 

langor  debolezza,  infiacchimento,  pena,  mu.  52,  11  ;  58,  3;  86,  12;  languir 
esser  debole  84,  34;  lamgerosso  62,  11,  probabilmente  erroneo,  per  lamgor., 
ov'è  da  ricordare  Tant.  fr.  langorir.  Nel  latino  tardo  languor  valeva  'mor- 
bus', wa.  Vili  543. 

latin  volgar,  lo  nostro  l.  v.,  il  genovese,  rp  9,  15. 

lavanda  rp  6,  193,  vivo. 

lecharìa  mu.  82,  10,  frc?  Cfr.  less.  e  leccatore  gau.  157,  ecc. 

lemi  legumi  rp  9,  IH,  od.  tèmi,  cfr.  less.  364,  XII  411,  bars.,  zts.  XXII  474. 
L'etimo  *legtmen,  proposto  dal  Galvani,  è  senza  dubbio  esatto;  ma  bi- 
sogna aggiungere  che  il  vocabolo  fu  rifatto  su  'legere'  scegliere.  Contro 
V*aUrnine  del  Salvioni  sta  la  lunga  genovese,  cfr.  re'mtt,  ecc. 

lensa  lenza?  mu.  67,  17.  Il  senso  si  capisce  solo  approssimativamente. 
Archivio  glottol.  ital.,  XV.  5 


66  Parodi, 

Invece  il  lenza  di  ri  51,  12  vale  probabilmente  'corda  a  retta  linea',  cfr. 
Rossi,  Gloss.  mediev.  lig.,  119:  non  ha  lenza  diritta,  cioè:  le  sue  cose  non 
vanno  bene. 

leom  pardo:  li  leoim  pardi  mu.  226  v.  Ricorderò  qui  anche  il  femm.  leonna 
297 r,  e  liona  parda  gid.  IH. 

levementi  facilmente  mu.  78,  22  ;  cfr.  delleve. 

limassa  mu.  17  r,  17  v,  ora  lùmdsa;  cfr,  XII  411. 

linaio  mu.  39,  10.  23;  41,  2;  51,  9,  ecc.;  il  dubbio,  espresso  less.  365,  che 
sia  da  leggere  liiì.,  è  contradetto  dai  fatti,  vedi  qui  nm.  30. 

lirio  giglio  mu.  252  r,  cfr.  XII  411;  ma  zigio  102  v,  105  r,  e  i  vocabolari 
genovesi  danno  come  vivo  s'igu  da  cave. 

livio  senza  peli,  liscio,  mu.  48,  18,  Invece  in  mu.  70  r  significa  proprio 
*livido',  V.  merom,  e  lioor  121  r  'pallore'.  Cfr.  less.  365.  E  livio  è  da  leg- 
gere Ig  17,  35  =  lap.  X  35:  qui  è  esliuio,  donde  l'erroneo  lisuio  di  Ig. 

lizo:  marnerei  al'ora  de  vespo  lo  pam  lizo  mu.  19  r,  e  si  oppone  a  pam 
levao.  Vive  tuttora  lis'u  frusto,  logoro,  e,  detto  del  pane,  'mal  lievito';  lat. 
ellsus;  cfr,  Ib.  p.  198  sg.  e  Riv.  bibl.  d.  letter.  it.  II  149,  wa.  Ili  19,  Vili 
533  587. 

loguer  pagamento,  ricompensa  mu.  66,  22;  83,  16.  24.  29.  30;  85,  29; 
dal  frc. 

lovo  cervel  mu.  73,  15. 

loxno  mu.  56,  22,  cfr.  md,  89,  loxnar  XII  412,  gel, 

luminar  liminare  mu.  18  v. 

luminarli  mu.  39,  15,  luminarie  39,  12,  detto  del  sole  e  della  luna,  cfr. 
luminaria  lampada  brend.  Oggi  lume' a  lucerna,  lampadario;  ma  liimera  mu. 
52,  40;  58,  19,  22  è  un  pretto  francosismo. 

lunatica:  unna  soa  fiiora  lunatica  isterica  o  pazza  mu.  182  r;  lunatico, 
ciò  he  chi  chage  della  luna  Ipid.  223,  cfr.  fio.  30,  inoltre  zts.  XVII  543, 
Dittam.  V  25,  voc,  frc.  lunatique  lunage,  ecc. 

luxirì  mu.  82,  11. 

magazem  nmm,  42,  82*^. 

maifatoi  mu.  86,  40,  maefatoi  div.  1466,  composto  col  plurale,  come  gau. 
152,  157;  mali  fattori  anche  in  ant.  tose.  Altrove  marfator  mu.  56,  18,  ecc. 
Ricordo  pure  malfacenti  rp  8,  107. 

mairinna  mu.  281  r.  Oggi  mwina. 

maitinaa  rp  3,  39;  cfr.  X  238,  sei.  43,  mrgh.,  ant.  tose,  mia.  XVIII  621,  ecc. 

maizor  ep.  354,  vedi  interduto.  Si  dice  sempre  marsù'  con  senso  concreto 
di  'bambino,  uomo  sudicio'. 

malliciar  malignare  mu.  55,  23. 

malofjìcio  maleficio,  delitto  ps  35,  42,  mu.  56,  17.  19,  per  incrociamento 
con  officio;  cfr.  zen.  65. 


y 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  67 

mamalove:  li  ynanderò  tante  ni.  e  grilli,  che  elle  destrueram  tuta  V  erba 
e  le  fogie  degli  erbori  mu.  15  v,  un  segnai,  cioè  una  delle  piaghe  d'Egitto;  e 
cosi:  tante  m.,  aragoste  e  limasse...,  che  elle  roeream  tute  le  erbe  e  li  erbori 
chi  romazem  17  v.  0  'bruchi'  o  meglio  'cavallette'.  Nell'antico  francese  non 
si  trovò,  credo,  che  una  sola  volta  marmolues,  nel  Roman  de  Thèbes  (ed. 
Constant)  II,  App.  Ili,  p.  121,  v.  1042:  Et  tarentes  et  tnarmolues;  l'editore 
è  incerto  sul  suo  significato.  Un  tema  'mal-  ricorre  nell'altrettanto  raro  ed 
oscuro  malot  calabrone,  del  Chevalier  au  lion  (ed.  Forster)  v.  117. 

manaira  mu.  46,  19,  cfr.  manara  mon.,  mtt.  271,  manera  Ib.  1644,  ecc., 
manareise  less. 

mandesi  mu.  69,  46;  74,  15;  77,  39,  ecc.  Cfr.  vnd.  99  sg.,  ove  l'antica 
affermazione  ital.  madie  mades'i  è  ricondotta,  seguendo  il  Diez,  a  m'ai  Dio. 

10  preferisco  la  dichiarazione  del  Blanc  mai-Dio,  che  trova  una  buona  di- 
fesa nel  perché  madie?  perchè  mai?  dell'Albertano  pistojese  4.  Cfr.  mai-dé 
mainò,  di  Bergamo,  di  Milano  e  d'altrove,  gst.  YIII  411,  pv.  18,  153,  md.  7, 
e,  per  l'uso  del  mai  in  tali  composti,  lo  stesso  mai-nò,  che  ha  per  contrap- 
posto mai-si. 

maneiver  abitabile  mu.  62,  38. 

mar,  sosso  in.  epilessia:  elio  comenssà  a  cazer  de  lo  s.  m.  mu.  288  r;  cfr. 
il  crem.  brótmàl  e  l'ant.  tose,  coloro  che  cagiono  di  rio  male  Propugn.  II 
318.  Vedi  lunatico. 

marcordi  scuroto  il  mercoldi  delle  ceneri  rp  9,  104,  vivo,  cfr.  Rossi,  Gloss. 
mediev.  lig.,  91. 

martora  -a  mu.  79  v,  102  r,  martorio  rp  6,  269,  che  è  da  leggere  mq.r- 
tòriu  {-.purgatorio,  od.  purgatóju). 

maciachano  div.  1469,  masacano  1471,  od.  masakah  muratore;  col  frc. 
maqon. 

maxelà  Ip  1,  48;  cfr.  lap.  xxv  18,  massallata  Mazzatinti,  Mss.  d.  Bibl. 
frane,  II  547,  e  mascellata  anche  nell' Albertano  pistoj.  67;   inoltre  gotaa. 

11  sempre  vivo  mascaa  ps  33,  42,  cfr.  less.,  è  da  unire  col  pur  vivo  maska 
^mastica  guancia. 

mastegao  noto  per  lunga  pratica  de*  5;  cfr.  dp.  384. 

men,  a:  a  men  de  lui  senza  di  lui  mu.  84,  33  sg. 

mentoar  mu.  250  r,  it.  ìnentovare,  ecc. 

ìuenuoì  rp  9,  268.  Sarà  da  leggere  reemuo. 

mercantia  rp  6,  109  e  passim.  L'amico  prof.  Vandelli  ha  richiamato  la  mia 
attenzione  sul  fatto  che  nei  testi  antichi  italiani  il  vocabolo  è  sempre 
scritto  col  t,  come  dovremmo  aspettarci.  E  dunque  molto  probabile  che  il 
nostro  mercanzìa  deva  il  suo  z  ad  un  error  di  lettura,  diffuso  e  perpe- 
tuato per  via  delle  stampe.  Cfr.  mercadantta  o  mare.  ren.  381,  dven.  113, 


68  Parodi , 

brend.  54,  e,  sul  frc,  mercatandìa  mercad.  mercaandia  gau.  136,  mtt.  214, 
db.  36,  Campanini,  Un  atrovare  del  sec.  XIII  (sic),  34,  prov.  72  a,  bars. 

merir  rau.  57,  1.  19;  63,  17,  77%erio  72,  3,  cfr.  less.  e  XII  414. 

meritar  ricompensare  ps  33,  16,  servixi  meritae  resi  mu.  51,  10;  cfr.  l'ant. 
it.  e  l'od.  rimeritare. 

merom:  li  ogi  e  li  meroym  neygri  ps  36,  12,  passo  che  si  ritrova  pure 
in  mu.  70  r:  li  meroim  luti  neigri  e  livij;  cfr.  li  mellom  meg.  260.  La  parte 
superiore  delle  guance,  sotto  gli  occhi  ?  Meglio  la  guancia  tutta,  da  melu 
(cfr.  il  tose,  mele  natiche);  seppur  questo  non  ha  alterato  un  riflesso  di 
mala. 

meso  messo,  ministro,  intermediario,  rp  4,  52;  8,  98;  specialmente  note- 
vole il  primo  passo  :  darte  a  De  per  ti  mesteso,  senza  m,ezan  ni  atro  meso. 
É  da  ricordare  la  frase  odierna  parla  a  strame'èi  parlare  a  vanvera,  stolta- 
mente, che  è  illustrata  dal  parla  da  tra  messo  del  Foglietta.  E  in  verità 
troppo  noto  che  le  parole  riferite  riescono  facilmente  diverse  e  peggiori  di 
quelle  udite.  -  Agg.  mesaygo  missaticu  tr.  4,  7. 

messaxio  disagio  mu.  58,  39;  72,  32;  cfr.  dessaxiao. 

messeanssa -hansa  sventura,  condizione  non  buona  in  genere,  mu.  71,  24; 
84,  38:  ant.  frc.  mescheance. 

messerenssa  miseria  mu.  89,  1;  spesso  anche  meserente  mess.  23  r,  33  v, 
257 r,  ecc.,  il  quale  però  è  di  solito  unito  con  rebelo,  cosicché  si  direbbe 
un  errore  per  mescreente. 

messom  messe  ps  27,  7,  mu.  68,  7;  90,  8;  cfr.  sei.,  al.  289,  292,  XII  414, 
gau.  135,  rv.,  inoltre  mexonerius  -encus  Rossi,  Gloss.  mediev.  lig.,  67.  11 
.verbo  è  irtezonar  rp  9,  164,  cfr.  mon.  Anche  meer,  megoa,  nm.  33.  Ricor- 
derò il  dantesco  messioni  Conv.  IV  27,  che  ha  il  senso  di  'spese,  sfoggi', 
e  rma.  XXVI  454  n. 

mesureivei'  misurato  rp  3,  114. 

meter,  in  parte,  in  divisione,  in  discordia,  rp  7,  42;  cfr.  voc. 

meza  fora  mu.  80,  41.  11  Mussafìa  mi  suggerisce  giustamente  metafora. 

mezan,  cfr.  meso. 

minuirì  Solo  minuando  mu.  58,  16. 

misserto  mu.  85,  45:  da  miseritusì 

missiom  immissione,  quasi  ^missione,  mu.  85,  3;  un  po' dubbio. 

molli,  1.  mogi,  rau.  53,  36  {:ogi):  gst.  VIII  416,  cavass.,  prov.,  tes.  241,  ecc. 

m^ra  rp  7,  225,  1.  mara. 

mostrare,  v.  belo. 

mozo  stolto  rp  2,  7;  9,  214.  Però  nel  secondo  esempio,  li  mo zi  canti  sa- 
ranno piuttosto  canti  'vani'  'capricciosi'.  Cfr.  less.  s.  imnocij  e  l'od.  genov. 
mùsù  'sazio,  ben  rimpinzato',  'benestante',  il  cui  i-  proviene  dal  plurale.  Per 
l'etimo  è  da  vedere  Schuchardt,  Roman,  et.  I,  p.  34  dell'estratto. 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  69 

muar  mutare  mu.  47,  11;  84,  19,  ecc.,  muabeì-  83,  43,  ecc.  Oggi  solo  in 
slramiìà'  far  lo  sgombero. 

ìnimitiom  ammonizione  mu.  84,  42,  consiglio  91,  7,  acc.  ad  amoniciom 
amun.,  amonir  rp  3,  22.  In  ant.  perug.  munì^  Arch.  stor.  it.  XVI,  P.  2*, 
p.  136. 

musar  star  a  guardare,  indugiare,  rp  9,  247;  cfr.  less.  e  XII  416.  Ma  in 
ri  54,  7]  è  probabile  valga  piuttosto  'suona  la.  musa''  cioè  la  'cornamusa', 
cfr.  pivar  zen.  Yedi  pur  Bullett.  d.  Soc.  dant.  IH   153. 

muxicar  suonare,  far  musica,  mu.  56,  30.  0  va  unito,  come  aggettivo,  a 
strumento  ? 

7zaa  raccolto  mu.  59,   17,  propriamente  'nata'  nm.  75. 

nascensa  escrescenza  cutanea,  lo  segnar  (piaga  d'Egitto)  dele  nascensse 
mu.  16  V  (che  son  poi  specificate  in  biirgore,  ihavelli,  ecc.).  Cfr.  gst.  Vili 
421,  gand.  50;  ant.  perug.  m,oÌte  nascense,  le  quale  tutte  eran  piene  de  veneno 
Arch.  stor.  it.  XVI,  P.  1*,  149;  ant.  napol.,  nei  Bagni  di  Pozzuoli,  iv  9,  p.  102, 
ove  non  fu  inteso  dall'editore,  gst.  X  265;  ant.  it.,  per  es.  in  Feo  Beleari. 

navirio  mu.  91,  3. 

necamenti  mu.  71,  6;  cfr.  less.  371,  XII  416,  zst.  XII  295;  aggett.  weco,  cioè 
nèccii,  da  un  nequus  nequa,  che  si  trova  già  nei  Vangeli  della  versione 
Itala:  nequam  trattato  come  ciippa? 

Nichia  Nicea  dc^  4. 

nivola  -Ila  53,  21.  28.  39,  ecc  .  oggi  nuvia;  ma  cfr.  niola  clm. ,  nivola 
lomb.,  ecc.;  nivoUao,  sost.,  mu.  58,  20  (1.  lo  niv.  funjde),  cfr.  less.  374. 

norir  mu.  51,  15;  61,  8;  norixom  78,  15. 

noro  nolo  mu.  228  v. 

novellesse  novità  mu.  167  r. 

oir  udire  nm.  33;  oya  l'udito  rp  8,  122,  oggi  l'odia. 

olente  ps  28,  9,  olimento  mu.  61,  22,  cfr.  XII  417,  rv.;  oritoso  mu.  4  v,  che 
ricorre  pure  in  pra.,  olitoso,  e  va  con  oritar  mu.  .50,  30,  oritava  123  v,  che 
è  piuttosto  singolare.  Per  ore  olet,  nm.  57,  ole  besc.  1753;  per  olioso  ul. 
pv.  204,  cavass. 

ora  aria,  vento  rp  8,  374,  cfr.  ri  36,  50;  anche  maschile  in  mu.,  per  forsa 
de  venti  e  de  graindi  ori  se  rompi  la  nave  52  v.  Cfr.  XII.  418,  zts.  XVII  506. 

orco  rp  7,  195,  aggett.:  villano?  Cfr.  Salvioni,  Postille  e  N.  Postille. 

ordem  mu.  82,  19.  20,  ecc.,  ordenaciom  87,  25;  ordenar  87,  25,  ordena- 
minti  rp  3,  154. 

ordio  orzo  mu.  17  r,  57  v,  l-'.  .  -■■■■'  ■■      ,  :     - 

ordir  rp  6,  78.  Unisci  e  le  ree  ovre  qui  son  Ordie,  facendo  dipendere  il 
tutto  da  pensa. 

organar  produrre  suono,  mu.  56,  31  ;  vedi  muxicar.  È  l'ant.  frc.  orguener 
organer,  ant.  sp.  organar  Milagros  26.  In  theod.  86  organezava. 


70  Parodi, 

orgoio  rp  6,  43,  cioè  orgogu  (:oio);  orgoioxir  mu.  89,9,  cfr.  orgoiar  prov. 

orio  olio  mu.  42,  3,  cfr.  less.  s.  oleo. 

oritar,  v.  olente. 

orrezo  orrore  mu.  59,  5,  piuttosto  strano  :  cfr.  provenz.  orreza. 

orza  rp  8,  337,  orzar  andare  ad  orza  8,  86;  oggi  anche  in  andà'  a  l'orsa 
andar  di  traverso,  barcollando.  Cfr.  dcr.  239. 

osso  oso  opus  rp,  3,  72.  193;  8,  280;  9,  340,  mu.  30  v,  ecc.,  cfr.  less.,  pred. 
ohs  OS,  par.  19;  di  derivazione  straniera.  La  pronuncia  era  ós'u,  come  at- 
testa la  rima.  Alla  frase  mar  a  to  osso  risponde  nell'ant.  it.  male  (o  heìie) 
a  tuo.,  a  suo  uopo,  p.  es.  Man.  D'Ancona-Bacci  I  134. 

hoste  rp  1,  61,  ospite.  Vale  'esercito'  dc^  26,  mu.  91,  3. 

otriar  mu.  77,  28.  40;  78,  29,  ecc.,  dal  frc;  cfr.  oltrità  XII  417. 

hoverar  ps  27,  2,  overa  mu.  79,  17;  81,  36,  ecc.,  ma  ovì'a  83,  16;  oveì~er 
operajo,  artefice,  56,  16;  87,  30;  oggi  d-ooiu  adoperare,  mete  ih  dovia  id., 
gurnu  d' óte'j,  quasi  dies  *operìlis ,  giorno  feriale. 

Pague  mu.  67,  30,  frc. 

paixe  mu.  62,  15,  nm.  3. 

pallidar  impallidire,  nm.  93.  0  non  sarà  un  aggettivo,  a  cui  per  errore 
il  copista  aggiunse  un  r  in  fine? 

par  palo  mu.  65,  37. 

paraxiu  rp  5,  49,  mu.  59  v,  oggi  Pazii  l'antico  Palazzo  Ducale;  cfr.  l'ant. 
tose.  Parlaselo,  ov'è  influenza  ài  parlamento. 

parea  parete  mu.  135  v,  due  volte,  cfr.  mon.  In  clm.  parei  assiti,  cfr.  brend. 
10,  BuUett.  d.  Soc.  dant.  Ili  119. 

parei  apparire  mu.  53,  25,  brend.  54,  sai.  472,  voc,  ecc. 

parlamento  discorso  rp  3,  312;  cfr.  kath.  373,  pnf.  325,  brend.,  voc,  eco. 

parila  rp  4,  34.  Parrebbe  '  partito  ',  ma  si  può  anche  intendere  '  parte  ', 
come  9,  358,  less.,  bars.,  soprattutto  sai.  440. 

participar:  participam  cum  Dee  mu.  83,  26  sg. ,  far  participar  in  lor 
bianssa  far  parte  a  loro  della  beatitudine  86,  38  sg.;  participeiver  partecipe 
56,  10,  nm.  69''.  Cfr.  partieipevole  con  affine  a,  gid.  34,  38. 

paù  padule  mu.  66,  6;  78,  11,  di  genere  incerto.  È  maschile  gst.  XV  270. 

pea'nna  orma  mu.  42,  31.  34.  39,  cfr.  piem.  peagna  e  gel.  s.  piana.  In 
Festo  'peda:  vestigium  humanum'. 

pegar;  peiga  spalma  di  pece  rp  8,  19;  cfr.  dcr.  36,  sei.,  gst.  Vili  415, 
mrgh.;  inpega  best.  AS^,  pegazà  less. 

peigar-se:  se  peigam  si  piegano  mu.  96,  3,  1.  se  cei^ah,  od.  cegà-se.  Cfr. 
plegar-se  mon.  D  129  e  un  passo  parallelo  in  bese.  2190,  ov'  è  detto  del 
cielo,  che  si  abbasserà  verso  la  terra;  inoltre  mrgh. 

peigro  mu.  83,  43,  pegrixia  rp  3,  307,  pegricia  mu.  90,  40,  pigreza  ps  27, 
8;  cfr.  XII  420,  brend.  64,  kath.  211,  ecc. 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  71 

pelezo  rp  8,  5.  72;  cfr.  less.  e  sopratutto  V.  Rossi,  in  Nuovo  Ardi.  Ven.  V, 
P.  II,  p.  27  sg.,  in  nota,  delFestr.  Ma  il  vocabolo  ha  forse  bisogno  di  qualche 
altra  dilucidazione. 

pento  dipinto  rnu.  94,  36. 

perffeto  perfezione  mu.  78,  20.  Ma  credo  sia  da  legger  piuttosto  a  stao 
perffeto. 

perfondo  nm.  44°. 

perforso  sforzo  (d'arme,  di  guerra)  mu.  20  v;  cfr.  XIV  212  (e  con  senso 
generico  md.  118).  In  rati,  refforzo  20.5,  res forco  gau.  213.  II  wh.  peì~forrarse 
meg.  238,  resforgarse  III  259,  gau.  205. 

pere/olla  pergamo  mu.  194  v,  dven.  159,  ant.  it.,  ecc. 

perio  ps  27,  8,  guasto,  detto  d'un  frutto,  oggi  quasi  solo  in  niize  pc'ja 
noce  secca,  vuota.  In  pm.  tanto  che  tu  seraj  perio  e  smorto. 

pesar  rincrescere  mu.  82,  28,  cfr.  il  voc. 

pestellencia  danno,  male,  sventura,  mu.  61,  32;  71,  30;  80,  57;  cfr.  Ipid.  213. 

pestumar  calpestare,  o  meglio  frantumare ,' mu.  157 r.  Oggi  pestìi' mu  {u 
breve)  pestumìn  è  quasi  solo  vocabolo  vezzeggiativo,  detto  dalle  mamme  ai 
bambini,  ma  forse  si  sente  ancora  nel  senso  di  'pezzettino'  'un  pochino'. 

piaezar  mu.  59,  34;  cfr.   sei.  58,  pat.  V&v  piao  mu.  54,  36,  v.  qui  zalio. 

piangollento  mu.  124  r,  267 r,  come  da  'piangolare';  cfr.  sei.  58,  besc. 
1597,  gst.  Vili  415  sg.,  ove  il  Salvioni  propone  di  ricondurre  le  varie  voci  a 
planct-,  leggendo  il  g  come  y.  Ma  il  genovese  non  Io  permette.  Sono  dun- 
que forme  diverse  dalle  nostre  plangiorenta  mm.  p.  "09),  pianctorento  XII  421. 

piassar  mu.  50,  18,  od.  casa  piazzale  di  villaggio;  cfr.  XII  421. 

pignata  mu.  22  r,  28  r,  od.  pundta. 

pilota  palla,  pallottola,  probabilmente  dal  frc.  ;  cfr.  ^^e^a  ap.,  brend.  50. 

pogi  polli  rp  9,  84,  nel  proverbio  meio  e  a  presente  ove  ca  deman  pogi  o 
pernixe  meglio  fringuello  in  man  che  tordo  in  frasca.  E  la  nota  base 
■^puUeu  XII  424,  rma.  XX  68  sg. 

pointar  puntare,  cioè  far  ogni  sforzo,  mu.  66,  30;  cfr.  prov.,  voc. 

paisà  pòlizza  rp  9,  309,  vivo  nel  sec.  XVI;  da  ctnódez-iis,  lat.  basso  opo- 
dissa.  Cfr.  pcom.  xl,  rma.  IV  330,  X  620  sg. 

polexim  pulcino  mu.  98  v:  um  par  de  p.  de  colombi.  Cfr.  §  1,  p.  18. 

pomo  il  frutto  proibito  rp  6,  19,  plur.  potue  mu.  53,  12. 

pondM  rp  8,  39,  con  ii:  popolare  o  letterario?  In  gand.  51  pandoro. 

pontifficho  ps  33,  35.  44;  cfr.  Ili  262,  XII  422. 

pordomo  mu.  82,  34;  83,  22;  86,  41,  ecc.;  cfr.  less.  s. prodommi  e  XII  423. 

portigiolla  porticina  mu.  143  v,  oggi  spurtigò'a  apertura  nella  sottana, 
tose,  'spaccatura'. 

possacora  d'aigua,  pozzanghera,  mu.  234  v,  cfr.  zen. 


72  Parodi, 

poxom  mu.  64,  14;  84,  11.  17.  23.  Nel  primo  passo  traduce  'bacchica  mu- 
nera'  e  ha  quindi  il  senso  generico  di  'bevanda';  negli  altri  potrebbe  an- 
che stare  per  'veleno',  ma  è  meglio  pur  qui  intendere  'pozione'.  E  cosi  in 
iTion.  C  66  {pexon,  I,  pox.),  ug.,  gand.  80,  e  nell'ant.  frc. 

2J0ZO  poggio  mu.  47,  27;  oggi,  nel  contado,  pós'u  (o  breve). 

praria  mu.  70,  1 1  ;  si  attenderebbe  praeria,  e  sarà  dal  frc. 

preom  sassi  mu.  68,  6. 

présteo  imprestito  de*  27;  cfr.  empresleo  cat.  3  v  2o,  inprestedo  dven.  61,  ecc. 

ptrestixia  rp  3,  306. 

presumar  rp  6,  256,  anche  dell'ant.  it.  ;  oggi  solo  pres'ilinì,  in  funzione 
di  sostantivo,  'petulanza'. 

prevessa  nm.  82*';  cfr.  preveda  Ib.  1463. 

Priami  Priamidi  mu.  91,  12. 

primogenita  primogenitura  mu.  49,  20.  21. 

primo  tempo  primavera  mu.  53,  U;  63,  20;  90,  7;  anche  in  div.  1473.  Cfr. 
monferr.  da  primma  in  primavera.  Nell'ant.  fiorentino  si  trova  tempo  nuovo 
e  pare  abbia  lo  stes'so  senso  bon  temp  md.  183.  Nel  napoletano  Regimen 
Sanitatis  ver  tiempo  e  anche  solo  vera. 

proa  prova  mu.  76,  17;  ma  forse  l'è  che  precede  è  da  espungere,  e  proa 
è  verbo,  cfr.  proar  76,  3. 

profectar  mu.  39,  32,  -tizar  39,  42. 

proffeto  profitto  mu.  54,  28,  cfr.  gau.  185,  Ipid.  202;  proffeteiver  mu.  90, 
26.  32. 

progenia  mu.  24  v:  oggi  nel  biblico  de  genia  ih  prugenia. 

provenda  cibo  mu.  64,  10;  cfr.  prevenda  less.,  prependa  gst.  XV  270,  it, 
prò  fenda,  ant.  frc.  provende. 

provisto  preveduto  rau,  92,  7.  13.  26,  ecc.,  e  p)roveij  -vei/r,  col  part.  proveuo 
96,  11,  provezuo  96,  12,  ecc.;  ant.  frc.  porveoir.  Il  provista  di  53,  38  ò  meno 
chiaro;  forse  'ben  disposta'  'atta',  da  paragonar  con  avisto. 

pubico  mu.  54,  1,  esatto?  Si  può  ricordare  Salvioni,  Postille. 

pud  mu.  38,  4.  Che  vuol  dire? 

puìr  pulire  rp  6,  198,  nm.  26. 

purgatorio  mu.  85,  15:  è  forse  aggettivo,  'purgatore'. 

quairo,  fossa  quaira,  mu.   160  r. 

querir  nm.  65;  cfr.  less.  s.  quero,  gst.  XV  271. 

querno  quaderno  (cioè  'libro')  mu.  65,  41;  v.  desquernar. 

quito  mu.  85,  6.  8,  ecc.,  frc. 

raer  radere  mu.  300  v. 

ramar  mettere  i  rami  mu.  56,  37,  cfr.  l'ant.  frc.  -  Nel  senso  di  'derubare, 
mandar  a  male'  54,  34,  ant.  frc.  desramer.  Un  aramare  abbacchiare,  in 
Rossi,  Gloss.  mediev.  lig.,  18. 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  73 

ramo  d'oliva,  lo  sahao  de,  i3s  28,  6;  cfr.  XII  425. 

rantegar:  un  morim,  quando  elio  va  beni  forte,  no  fa  tar  r.  mu.  44  v: 
od.  ràhte§a  rantolo. 

rasati  rp  9,  182,  rasoi,  plur.,  9,  186.  Non  capisco  e  non  so  a  che  favola 
si  alluda.  Supponendo  una  lacuna  dopo  il  v.  184,  si  potrebbe  pensare  al 
Roman  du  Renard  (ed.  Martin)  I  p.  30,  vv.  1050  sgg.  (cfr.  II  p.  127,  vv. 
661  sgg.)  e  far  corrispondere  rason  al  frc.  bacon. 

raviole  rp  9,  97,  od.  ravio'. 

ravir,  rav'io,  mu.  80,  38;  91,   1;  ravida  cat.  26  r  1. 

raxoi  raggi  mu.  96,  21:  sul  frc.  rayoìil 

raxom  d'entro  ragioni  intrinseche,  mu.  79,  39. 

recatar  riscattare  rp  7,  242,  ps  28,  4,  Ig  6,  81=lap.  VI  81. 

reconiisso  affidalo  mu.  41,  7, 

recoverar  ricuperare  mu.  53,  37;  80,  31;  procacciare  de*  32;  ristorare 
rp  1,  12,  cfr.  mu.  85,  4;  oggi  arekumd  ristorare,  confortare,  rifocillare.  Cfr. 
XII  425. 

recreao  riconfortato  mu.  67,  34;  voc. 

reemuo  rp  5,  99,  ps  28,  4;  cfr.  less.  s.  remilo,  qui  menuo  e  XII  425. 

regoardar:  per  far  regoardar  tnenaze  mu.  82,  42,  per  valersi  (de' ser- 
venti) come  guardia  contro  le  minacele? 

relevo  :  lo  r,  de  l'aotra  (viaìtda)  mu.  42  v,  it.  rilievi. 

rellugar  splendere  mu.  61,  37,  rifl.  58,  24;  cfr.  less.  s.  relugor;  lugor 
cavass;  inoltre  VII  551. 

remerteghe  de*  18,  forse  'ricompense'  'risarcimenti":  quasi  *r e- meri- 
tati e  icì 

replicar,  in  so  cor  de  r.,  mu.  78,  39:  deve  ripiegarsi,  rivolgersi  tutto  al- 
l'esame del  proprio  cuore? 

reputar,  in  si,  attribuire  a  sé,  mu.  63,  30. 

resenio  aggranchito  rp  9,  21,  oA.  arensenìu,  cfr.  recreser  refrescar  regra- 
ciar,  per  gli  od.  rihkre'se  rinfreskd  ringrasid,  nm.  94.  Per  l'etimo,  vedi 
rv.  28  sgg.  Tuttavia,  restan  dei  dubbi:  cfr.  onglie  arencinate  uncicate  zts. 
XVII  506. 

ressignar  consegnare  mu.  71,  23. 

ressister  persistere  mu.  57,  25. 

resstimer  riassumere  mu.  95,  34. 

restoio  mu.  59,  22,  cfr.  Rossi,  Gloss.  mediev.  lig,,  83.  Sarebbe  'metter  in 
ristoppio',  quasi:  ridurre  a  male,  fiaccare.  Ma  la  rima  {p:u)  è  falsa. 

revozer  mu.  60,  14,  gand.  49,  ecc. 

rissmar  mu.  52,  6;  89,  40,  rixma  52,  38;  cfr.  XII  427  e  gst.  XXXII  70  n. 

rissor  spinoso  mu.  234  v,  oggi  riso'  riccio,  istrice. 


74  Parodi, 

roca  roccia  rau.  78,  11. 

roixim  roxim,  mu.  53,  12;  57,  43,  frc.  raisin. 

romer  rp  2,  30;  cfr.  sei.  64;  in  it.  romèo,  gst.  VI  157  sgg. 

rosta  mu.  57,  40:  oscuro.  Forse  'ramo'?  e  si  deve  confrontare  coU'it. 
rostaì  Come  se  il  traduttore  si  fosse  rammentato  del  dantesco  'Che  della 
selva  rompleno  ogni  rosta\  ove  però  significa  naturalmente  'ostacolo'.  Ma 
sarà  da  legger  costo,  od.  kustu  cespo,  con  rima  falsa. 

rota,  de  li  serventi,  mu.  63,  28,  ant.  frc.  rote  route.  Nel  toscano  Febusso 
e  Breusso  (Firenze,  Piatti,  1847):  più  non  de  uvea  in  tutta  la  rota  che  fusse 
a  cavallo,  cioè  'in  tutto  il  loro  seguito',  p.  176. 

roveao  roveto,  nm.  15,  cfr.  gst.  Vili  415,  Salvioni,  Eleni,  volgare,  ecc. 

rustif/iti,  7,  195,  1.  -gi,  oggi  rì'iste^u  'zotico'  o  anche  'aspro'  'non  le- 
vigato '. 

sabao  ps  28,  6,  cfr.  less.  sabu,  che  è  la  forma  odierna,  sabba  dlm. 

sacerdoto  mu.  46,  15. 

saffir  saltare,  ballare  rp  9,  123;  in  pm.  sagir  da  um  Ioga  a  iim  antro, 
cfr.  sai.  428,  429,  478  ecc.,  e  con  senso  non  differente  less.  Per  la  forma, 
cfr.  assagio  rp  3,  217,  less.,  db.  59,  XII  389,  ecc. 

sagogio:  le  mosche  com  li  sagogi  mu.  15  v;  cfr.  XII  429,  XIV  344. 

saollar  satollar  mu.  61,  7,  ecc.;  saollo  60,  33. 

saòra  zavorra  rp  8,  248,  oggi  sòiora. 

saraxim  rp  7,  62,  mu.  46,  39,  acc.  a  Sarren  Sarrein  tr.  6,  ant.  it.  sa- 
raìno. 

satisfar  rp  6,  260  (satifar  6,  32),  mu.  85,  44  ;  cfr.  sastifar  best.  493. 

xboir  xboìo  sbigottire  -ttito  mu.  52.  37;  53,  20;  86,  44;  sbaimento  xb.  .53, 
19;  80,  53;  vedi  boi,  al  quale  potrebbe  anche  mancar  per  errore  il  s-  pro- 
stetico.  L'etimo  è  incerto:  forse  è  vocabolo  affine  all' od.  rebulse  rinfran- 
carsi, riprender  lena,  sollevarsi,  e  entrambi  andrebbero  col  tema  bud  (bùdd) 
di  boegaso  less.  (bt'i'degu  pancione,  cfr.  XIV  390j,  biis'a  pancia,  it.  buzzo  id., 
forse  *buddju;  o  con  bod  (bodd),  che  pare  affine  al  precedente  e  cui  può 
appartenere  anche  boegosa:  btr.  34  sg.,  kng.  1262. 

scagnella  sgabello  mu.  190  r,  287  v,  cfr.  l'od.  scànu  ufficio,  banco,  less. 

scampissarì  mu.  57,  34.  Forse  stampissa  dantra  (\)  chiude  dentro? 

scargnir  Ip  1,  41,  cfr.  less.  s.  scregnir;  e  agg.  squergne  squerne  schergne 
rp  3,  263;  6,  178,  mu.  187  r,  scregnimento  68  v;  cfr.  XII  429,  433.  Oggi 
solo  skrinus'u  beffeggiatore,  nm.  17. 

scarmezar  sollazzo?  mu.  65,  22.  0  è  da  leggere  scarniezar  quasi  'scher- 
neggiare'? 

scarpentar-se  lacerarsi  mu.  86,  22,  vivo  ;  cfr.  XII  429  s.  scarpar,  rnia.  XVII 
62  sg.,  ove  però  dovevo   meglio  distinguere  tra  scarp-  e  sgarb-  e  animet- 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  75 

tere  come  probabili  fusioni  di  carpere  col  german.  skarp  skrap,  ecc.  Vedi 
pure  scarpellar  gand.  53,  Ib.  p.  182. 

scarzar-se  strapparsi  ps  34,  45.  Anche  in  pm.  pensa  de  li...  martir  coìno 
Cìj  som  scarzay  e  tormentai/.  Uno  scarzaverit  Rossi,  Gloss.  mediev.  lig.,  25, 
s.  basitare.  Contro  *ex-carpsu  sta  lo  s;  forse  -carptiare,  efr.  mlr.  II 
656,  kng.  2899,  e  il  precedente. 

scelente:  lo  cel  e  piairo  e  se.  mu.  32  r,  sch.  e  ihaira  corno  crestato  54  v, 
od.  skile'hte,  che  è  il  tose,  squillente,  attribuito  ai  colori. 

scelo  suggello  tr.  7,  mu.  153  v,  ceelar  sellar  nm.  32,  dal  frc.  ?  Cfr.  snello 
XII  436  e  Ib.  X  55. 

scorar  rp  9,  287,  propriamente  'scolare'  e  quindi  'asciugare'.  Con  un 
contrapposto  molto  curioso,  oggi  skwà'  significa  piuttosto  'ammollare'  'in- 
fradiciare'; probabilmente  perchè  skivn',  colare  (acqua),  prese  il  senso  di 
'colare  sopra  un  altro,  bagnandolo".  Si  dice  di  solito:  me  suh  skwóiv  mi 
sono  infradiciato,  suh  sknu  (deverbale)  sono  tutto  fradicio. 

scoria  frustata  rp  6,  166,  ex-co rrigiata.  Oggi  skurià'  frusta  e  skuriàta 
frustata. 

scorsao  scortecciato  mu.  43,  12. 

scorsi:  faxeaìn  li  leoini  tai  scorsi  de  quelle  osse  mu.  44  v,  od.  shrii'sii  scric- 
chiolio, skrusl',  kng.  4577. 

scotria  furberia  rp  7,  219,  equivale  a  scotrimento  6,  104  e  less. 

scoxir  distinguere  mu.  67,  42:  cfr.  '■ascusi  intueri'  Ib.  298  e  p.  177  sg., 
Rn.  759,  st.,  e  inoltre  il  prov.,  l'ant.  frc,  ecc.  É  probabile  che  abbia  qualche 
relazione  coU'od.  skdzi  (Un)  sparlarne,  di  solito  per  vendetta,  mettendone 
in  piazza  le  miserie  o  le  debolezze:  verbo  che  altrove  credetti  ricondurre 
a  *-causìre,  da  causa. 

scracar  sputare  mu.  64,  43,  od.  skrakd  scaracchiare  :  è  dunque  senza  il 
suffisso  derivativo,  che  credette  riconoscervi  il  Flechia  III  121  n.  Il  suffisso 
è  invece  nel  sost.  skrdkow,  da  skrakaru,  cfr.  scarculo  XII  429. 

segera  segale  mu.  116r,  due  volte,  nm.  16;  cfr.  segre  sei.,  Ib.  664. 

segnar  punger  la  vena  mu.  170  r;  cfr.  voc,  ant.  frc,  ecc. 

segnarle)  far  il  segno  della  Croce,  rp  3,  49. 

segur  scure  mu.  152  v;  cfr.  sei.  66,  Ib.  1653,  bars, ;  segure  e  segura,  acc.  a 
scura,  nell'ant.  lucchese. 

seira  ieri  sera  :  elio  a  mangiao  so  che  noi  gè  possamo  seira  davanti  mu. 
44  v;  cfr.  gel. 

semegiar  sembrare  rp  5,  14,  mu.  88,  17,  cfr.  kath.  415;  semegianssa  sim- 
bolo mu.  71,  15. 

seno  senso  mu.  96,  31.  36;  97,  1;  cfr.  XII  431,  XIV  214,  fio.  1.  È  frequente 
nell'ant.  ital.,  Ant.  Rime  Volg.  V  291,  in  un  sonetto  attribuito  al  Cavalcanti, 


76  Parodi. 

Canzon.  Chigiano   am.  451,  Jacopone  da  Todi;  e  aggiungi  il  passo  di  Fra 

Giordano,  cit,  sotto  infondaa. 

seno!  rp  4,  57.  Sarà  da  leggere:  se  no  [_vqì}  esser  confondilo. 

senzer  cingere,  sénzite  mu.  163  v,  cento  ib.,  se  lo  sense  60  v. 

serena  -nna  sirena  rp  8,  117,  mu.  60,  25. 

Serpentinna  Proserpina  mu.  99  v.  Si  legge  anche  in  qualche  romanzo  del 
cinquecento,  cfr.  stfr.  II  250,  e  pare  d'origine  francese. 

servicial  servo  o  serva,  masch.  mu,  115  r,  femm.  68  v,  cfr.  dven.  136, 
dim.  p.  362,  ecc.  Anche  servente  ps  32,  11,  mu.  47,  25;  82,  41,  dlm.  v.  88, 
voc,  ecc. 

seto  seggio  mu.  57,  18,  oggi  solo  se  tu  {da  kare'^a)  paglia  della  sedia: 
con  asetarse,  e  diverso  quindi  da  seo  mon.,  e  da  sezo  st.  XVIII  8,  brend.  10 
e  less. 

severesa  debolezza  mu.  82,  22,  1.  s-,  e  cfr.  xeiver  seiv.  mu.  80,  56,  less., 
o  fìeive  mu.  54,  30,  fievellessa  82,  33,  scrizioni  etimologiche.  Vedi  anche 
s.  fravellessa. 

sezer  sedere  mu.  81,  11;  92,  19.  21.  22;  elio  sezerà  de  terminarlla  sarà 
conveniente  95,  13. 

sgelar  gocciolare  ps  31,  24,  cfr.  VII  520,  gotta  guttolina  Ipid.  214,  zts. 
XVII  495;  sogottare  Ant.  Rime  Volg.  III  173.  A  Genova  ora  solo  gussa,  cfr. 
XII  406. 

Simonexe,  Sam,  mu.  292  v. 

sirao  storpio  mu.  315  r,  Ig  20,  16;  cfr.  XII  431,  md.  99,  cavass.,  bars. 

siropu  bevanda  (detto  ironicamente  del  vino)  rp  6,  65. 

sitiotaiì  mu.  82,  1. 

sivòllo  sibilo,  fischio,  mu.  294  r,  1.  sivi'iru,   od.  sigiai,   deverb.  di   sigiod; 
cfr.  mrgh.  sigolando. 
,     socir  insozzare  rp  7,  224. 

soda  soldato  de*  23,  nm.  24,  vivo  nel  sec.  XVI,  ma  oggi  surddtn-^  cfr. 
sodo  soldo,  mu.  45,  31. 

sodan  -danna  mu.  58,  46,  dal  frc  ;  ma,  col  legittimo  f,  cat.,  pnf.  247,  mrgh.; 
sodornamenti  mu.  53,  29  pare  un  errore. 

sofferir-se  astenersi  mu.  89,  24. 

soffraita  mu.  63,  33;  69,  49.  52,  ecc.  {soffaitra  70,  2);  soffraitosso  63,  12; 
86,  36.  Cfr.  XII  436.  Il  vocabolo  è  frequente  nell'antica  poesia  italiana  del 
dugento. 

somer  asino  mu.  33  r,  le  someve  30  r;  cfr.  kath.  246,  Ib.  1107,  prov.  104c, 
mat.  84. 

someto  sommità  mu.  73,  37,  frc. 

sopeditar  calpestare,  opprimere,  mu.  54,  9;  anche  div.  1468:  per  ambi- 
tiiim  de  segnorezar  e  suppeditar  altri,  e  div.  1477:  tion  lassarse  supeditar. 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  77 

soperzho  rp  1,  9;  9,  286,  significa  a  un  dipresso  'abuso',  mentre  in  Bon- 
vesin  si  spinge  fino  al  senso  di  'sopruso',  gst.  Vili  423.  Pel  verbo,  soper- 
zharv^  7,  145.  146,  v.  less.,  inoltre  st.  Ili  7,  mrgh.,  pnf.  71,  97,  469,  e  spe- 
cialmente kath.  13,  ov'  è  adoperato  come  neutro. 

sordio  stordito  mu.  311  r,  con  'sordo'. 

sorprender-se,  de  ioia,  accendersi  mu.  63,  21. 

sorzer:  (la  fontana)  sorzea  orto  mu.  49  r;  anche  pm.  xorce  sgorga,  cl'r. 
less.  s.  xorgente  e  XII  432. 

sostrar  sottrarre  mu.  66,  41;  67,  25,  ecc.;  frc? 

sovensso  -zo,  avvb.,  mu.  51,  13;  83,  12;  84,  37:  cfr.  XII  432,  ov'è  agget- 
tivo, passv.  325,  gel. 

sooram  principale,  capitale,  mu.  76,  3.  7.  21.  22;  cfr.  XII  432. 

spander  versare,  mandar  a  male,  mu.  28,  18;  spainto  42,  14,  nm.  44,  che 
fu  nei  secoli  passati  spuehtu,  e  spandica  sparsa,  suddivisa  mu.  75,  13. 

sparmiar  mu.  74,  18;  89,  1.  Per  l'etimo,  cfr.  mrt.  341. 

spegar-se  liberarsi  rp  6,  120  ;  cfr.  less.,  ove  ha  senso  diverso.  Ma  qui  sarà 
da  *ex-pedicareì 

sperar:  questo  non  speremo  non  temiamo  div.  1468,  cfr.  brend.  55,  lind., 
e  lo  spagnuolo. 

spermesar:  era  monto  ?neio  vendelo  (l'unguento)...  che  spermesalo  e per- 
dello  mu  59  v,  che  risponde  a  ps  28,  16.  Pare  che  valga  'spanderlo'  'but- 
tarlo via':  *ex-premicjareì  (Cù\,  per  la  forma,  l'i t.  sprj'maccmre).  Nella  tra- 
duzione della  Gerusalemme  Liberata,  del  secolo  scorso  :  ra  vitta  sarce  chi 
sprernessd  spesa  inutilmente. 

sponza  mu.  80 r,  oggi  spuhs'ia  spugna;  cfr.  ap. 

spraver  sparve  nm.  42. 

sprecioso  prezioso  ps  28,  9.  42,  v.  p.  37  n. 

spuazo  ps  36,  12,  cfr.  spuazao  less.  e  XII  433. 

spuriar  rp  8,  371,  oscuro.  Forse  è  lecito  proporre  un  *ex-puritare,  o  *ex- 
pur-idjare,  àapus;  cfr.  l'ant.  frc. pierer  'nettare'  e  anche  'gocciolare'  'sup- 
purare '. 

squiiar  rp  6,  51,  squia  8,  185,  ove  la  rima  esige  skiga,  mentre  oggi  si 
dice  skìiga,  cfr.  al.  66  squigla:  bigia.  Per  altri  raffronti  e  per  l'oscuro  etimo, 
V.  less.  392,  XII  430,  XIV  404,  rma.  XVII  64  sg. 

stabio  mu.  48,  15,  1.  stàgu,  vivo. 

staera  rp  1,  28:  miia  de  st.  di  buona  misura. 

stagnum  -om  stagno,  lago,  mu.  21  v,  38  v,  54  v,  ecc.;  anche  nel  napol. 
Regimen  sanitatis. 

stao  stabilità  mu.  67,  4,  tener  la  nave  in  stao  in  buona  condizione  rp 
8,  282. 


78  Parodi, 

staxom  stazione,  lì  si  é  unna  si.  de  filistei,  ma.  30  v,  nm.  23.  Cfr.  il  meno 
popolare  stazon  'officina,  bottega',  btr.  HO,  Ib.  1523  e  p.  214,  dv.  369,  zen., 
gau.  181,  mtt.  23,  45,  351;  per  stacio  anche  III  259  n.,  dven.  130,  141,  ecc. 

stazella  mu.  58,  16.  Certo  per  stanz.  o  stenz,,  schietto  gallicismo. 

stentar  stento  mu.  158  v. 

stilo  modo,  maniera,  rp  7,  112. 

stopar  calafatare  rp  8,  121.  201  ;  v.  cai. 

stor  conviene  mu.  85,  30,  cfr.  less.,  sei.  11.  Certo  è  rifatto  su  vór,  ecc. 

strabossar  ;  um  grani  dragom . . .  pallea  che  lo  vollesse  strab.  mu.  306  r,  lo 
dragom  lo  stràbossà  ib.:  *trans-vorsare,  con  v-  in  b-,  secondo  la  teoria 
svolta  in  rma.  XXVII  177  sgg. 

strapasaj  trapassati,  antenati,  dc^  34. 

straviar  far  uscir  di  via  mu.  69,  5;  in  Bonvesin  'scomparire'  gst.  YIII  424. 

strazitao:  piascum  stava  str.  e  maraveiao  attonito,  sbigottito,  mu.  93  r.  Cfr. 
desgetarse  perdersi  d'animo  paoL,  desghetao  clm. 

stremo;  detornar  le  cosse  streme  mu.  67,  16,  allontanare  le  sventure,  le 
rovine? 

sirena  rp  9,  94,  in  rima  con  cena,  cioè  sena  (o  meglio  senna). 

strenzer  sminuire,  ridurre  a  nulla,  perdere,  mu.  52,  33. 

stronar  gridare,  far  baccano,  mu.  66,  21,  con  truh. 

sufficia  basta,  ha  di  notevole  la  sua  diffusione;  cfr.  XIV  215. 

sugigar  mu.   152  v,  sugigacium  29  r. 

sutnaira  fiumara  mu.  186  v,  1.  silmcera:  oggi  in  qualche  dialetto  ligure 
scihnc'ea,  con  immistione  di  sciima. 

szhuran  rp  9,  160:  1.  szhuiran  cioè  scuiràn,  da  szhoir  less.  Non  si  può 
decidere  se  si  tratti  di  -elùdere  o  -claudere:  il  primo  è  in  rechili  re- 
elùde ri  12,  152,  il  secondo  in  descóde  (i  wfge)  aprire  (ad  alcuno  le  orec- 
chie, ironico),  vivo,  cfr.  qui  ihossura. 

tagiaor:  inter  li  tagiaoi  e  inter  le  scuele  sui  taglieri  e  nelle  scodelle  mu. 
15  r,  od.  tagów,  nm.  15;  cfr.  gst.  VIII  424,  clm.,  dlm.  v.  48,  voc,  ecc. 

«atar  tagliuzzare  mu.  46,  20.  32;  per  altri  significati,  gst.  Vili  424,  Arch. 
XII  436. 

tambuto  tamb.:  cum  balli  e  cum  tambuli  mu.  34  v,  organi  e  de  trombe  e 
de  trombete  e  caramelle  e  de  tanbuii  176  r.  Nel  secondo  esempio  si  tratta 
d'uno  strumento  musicale;  nel  primo  invece  sembra  significhi  'chiassi'  o  si- 
mile, e  s'avvicini  a  'trambusto',  come  nell'esempio  di  less.  396.  Ma  l'ant. 
frc.  tabut  e  il  provenz.  tabust  equivalevano  pure  a  tabor,  tabur;  e  per  contro 
anche  questo  vocabolo  si  estendeva  a  significare:  suono  di  tamburo,  strepito. 

tanto  soltanto,  elio  tanto  egli  solo  de*  48;  cfr.  st.  X  10,  Bullott.  d.  Soc. 
dant.  Ili  135;  tanto  solament(rìe  pnf.  639  e  ant.  tose.;-  tanto,  aggett.,  tanto 
grande  mu.  80,  8. 


Studj  liguri.  §  2,  Lessico.  79 

taragnà  rp  5,  40,  od.  tana  ragnatela. 

taschera,  de  cor,  tasca  o  bisaccia,  di  cuojo,  mu.  33  v. 

tegnir  ritenere,  ricordare  mu.  77,  30.  31,  cfr.  less.  e  XII  436;  se  tegiiam 
si  mantengono  71,  20;  demente  che  lo  d'i  tem  dura  rp  3,  253. 

teììiperalitai ,  de  lo  giorno,  mu.  40,  6:  ciò  che  distingue  il  tempo?  Si 
parla  del  sole  e  della  luna. 

teresto,  paregso  t.^  mu.  39,  39;  42,  4;  44,  5, 

terra  tremora  terremoto  mu.  174  v,  250  r,  256  r;  cfr.  VII  552. 

tessniera  mu.  53,  27,  frc. 

Tomao  div.  1474,  1476,  ant.  ven.  Tornado  ecc.,  III  283,  dven.  113,  115, 
116,  ecc. 

tondir  mu.  69,  34:  girar  a  tondo? 

tonel  mu.  60,  20,  frc.  tonneau.  È  plurale  e  si  attenderebbe  quindi  tonelli\ 
anzi  è  forse  da  scrivere  così. 

tonnina  rp  9,  111;  cfr.  Ib.  1685. 

tornar  girare  mu.  59,  19,  rivolgersi  82,  9,  cfr.  lap.  xxviii,  Iver.  101; 
tornar  a  niente  79,  28,  t.  in  pizen  don  ridursi  a,  rp  3,   100;  cfr,  Ipid.  202. 

torno,  la  balestra  de  lo  t.  balestra  a  tornio,  rp  9,  360. 

tragr  trahir  ps  29,  4,  ecc.,  traitor  28,  12,  traimento  28,26;  30,  4,  cfr.  bars.  ; 
traissom  mu.  51,  34,  cfr.  traigQom  XII  437,  XIV  216,  che  è  diverso  da 
traizoìn,  cioè  trais'un  57,  13;  59,  6,  frc.  trahison,  che  si  riflette  pure  nel 
traison  di  ug.  207  e  forse  nel  traixon  di  besc.  1208. 

trayto,  d'una  prea,  ps  31,  3. 

tramiso  Ig.  1,  17  (lap.  I  trasmisso) ;  8,  22  =  lap.  xviii  22;  cfr.  gst.  Vili  424, 
tramisi  dven.  132,  e  il  sost.  tramesso  involto,  piego,  dm. 

travaiamento  tormento  mu.  39,  36,  con  travaiar  rp  7,  44;  8,  283.  391  :  ora 
travaga  vale  soltanto  'lavorare'.  In  rp  8,  283,  per  mar  o  vento  travaiao,  il 
senso  dell'ultimo  vocabolo  è  incerto;  forse:  mosso,  agitato,  tempestoso. 

tregua  rp  1,  75;  in  div.  1470,  1479,  treuga  treugua. 

trencar  troncare  mu.  64,  43;  cfr.  less.  e  XII  438. 

trexenda  vicolo  a  uso  di  latrina  rp  9,  295;  cfr.  §  1,  p.  16,  inoltre  sch.  207, 
Ib.  1418.  Anche  in  pm.  noy  somo  pover  e  trexenda,  ove  pare  significhi 
'fango'  'lordura'. 

tribù:  de  lo  menor  tr.  mu.  30  r,  sovre  li  ir.  31  r;  maschile  come  in  Dante. 
È  femminile  XII  438. 

troa  troja  mu.  84,  2,  od.  iroa, 

Troyam  imperaor  mu.  222  v,  l'imperatore  Trajano.  Antica  confusione  con 
'Troja',  nota  già  dal  CIL.  XIV  3626. 

tropo:  lo  gram  tropo  folla,  moltitudine,  mu.  120r;  cfr.  XII  438,  XIV  216, 
Bull.  d.  Soc.  dant.  III  115  sg.,  zst.  XXII  212  sgg.. 


80  Parodi, 

trossno  mu.  56,  20,  frc. 

trovar:  le  canzon  chi  son  trovae  rp  7,   190. 

troveura  tr.  6,  nm.  90. 

Ulto:  tuta  mutaclom  ogni,  mu.  88,  7. 

uverno  rp  5,  2,  mu.  56,  36,  vivo  ancora  nel  secolo  scorso;  cfr.  less.  s. 
ioerno. 

iixele  stoviglie:  lavarixe  de  le  soe  ux.  mu.  29 r,  *t{sitelle,  cfr.  oseegle 
XII  418. 

vacheta  barchetta  mu.  165  r,  due  volte.  Che  cosa  sarà? 

vanarse  vantarsi  rp  9,  185;  cfr.  gst.  Vili  424,  e  il  provenz.;  pel  senso  'va- 
neggiare' BuUett.  d.  Soc.  dant.  Ili  139  sg. 

vanuir:  vanuisseni  mu.  70,  33,  frc. 

vardar  ps  34,  19;  cfr.  mon ,  pat.,  best.  494,  lap.  p.  35,  oggi  avardàse. 

varsiia  valore  mu.  64,  38. 

vassalo  sottoposto,  gregario  mu.  46,  5;  è  noto  anche  da  Dante. 

vasselo  vasello  mu.  22  v,  144  r,  vassele  18  v,  1.  vai-,  e  cfr.  l'od.  vaselcea 
piattaja;  inoltre  XII  438,  bars. 

vedeir  mu.  96,  21,  unico  es.  Il  vezer  di  rp  8,  197  sarà  da  correggere  re- 
zer,  cfr.  ri  49,  47. 

veelo  vitello  mu.  25  r,  25  v,  cfr.  vedelo  cat.  25  r  5,  ecc.;  oggi  solo  vitelli. 

vegnir  avvenire  mu.  80,57;  cfr.  ug.  105,  1646,  best.  494;  notevole  la  frase 
tar  or  vem  rp  3,  289.  309;  8,  4,  cfr.  ri  53,  128,  ecc.  Nell'ani  tose,  venire 
ebbe  pure  questo  significato  e  inoltre  quello  di  '  divenire',  che  troviamo 
cat.  e  gst.  XV  271.  Par  valga  'convenire'  in  ri  53,  138,  e  'n  tar  casa  gi 
ven  intrar,  e  36,  54.  Vedi  qui  devenir. 

vegnua,  de,  al  sopraggiungere  improvvisamente,  de- 15. 

veira  rp  9,  277,  veria  7,  94;  9,  302,  velia  9,  336,  vigilia,  veglia,  nm.  23; 
1.  veiria,  vivo  per  es.  a  Sampierdarena,  ve'ja.  Si  può  confrontare  XII  439, 
ov'  è  già  ricordato  l'ant.  tose,  vilia. 

venia:  cutn  grande  lagreìne  e  venie  mu.  117v,  cento  venie  fa  ogni  iorno 
181  V,  preghiere,  atti  di  adorazione;  cfr.  XII  438.  E  così  nell'ant.  toscano, 
per  es. :  il  presto  Giovanni  si  fece  invenia  a  quello  ramelino  lo  adorò,  in 
un  mss.  riccard.,  e  nel  Fioravante  ed.  dal  Rajna,  366.  Difficilmente  può  aver 
relazione  con  questo  vocabolo  l'oscuro  uiniae  rp  6,  169. 

ventar  far  vento  mu.  61,  26;  cfr.  inventao  battuto  dai  venti  ri  36,  30  e 
qui  s.  devear^  in  n.  Anche  desventar  toglier  forza  al  vento  ri  36,  53. 

ventre,  femm.  rp  9,  300;  lap.  xvi  48. 

veoa  vedova  mu.  91  r,  come  in  mon.;  di  solito  il  notarile  e  chiesastico 
vidua,  che  solo  vive,  cfr.  XII  439,  XIV  216. 

veritevel  verace  ps  35,  25;  cfr.  mon.  A  17. 


Studj  liguri.  §  2.  Lessico.  81 

vernengo  :  camere  verìienghe  mu.  1 77  v,  cfr.  invernengo  sei.  40. 

verssar  volgersi  rau.  82,  10. 

vexenda:  andar  per  soe  vexende  faccende  mu.  10.5  v;  cfr.,  pel  senso  di 
'faccenda',  affare,  fatto,  XII  439,  pnf.  298,  730,  zts.  XVII  496,  pv.  91,  e,  pel 
vb.,  mu.  65,  50,  less.  329,  ov'è  già  Tod.  ihve:ehdd-se  anfanare,  perder  la 
testa,  confondersi  per  poco  o  per  molto  da  fare,  inoltre  'incapriccirsi  di  uno 
0  di  una',  iiivezehdu  chiasso,  viavai,  ecc.  Notevole  Asc,  VII  409  n.  Ricorderò 
come  più  vicini  al  primitivo  senso  di  'vicenda',  db.  96,  mtt.  34  'vece',  mon. 
G  230  'ventura'  e  A  107  'volta';  render  visenda  ex.  763  contraccambiare. 

vexim  concittadino  mu.  68,  22,  e  cosi  nell'ant.  it.  e  nello  sp.  Cfr.  Sal- 
vioni,  Elem.  volgare. 

vezao:  era  homo  v.  e  marizioso  furbo  mu.  52  r;  cfr.  vegad  -do  pat.,  cai, 
bars.  ;  nialvegao  sei.  44,  cfr.  fio.  35,  15;  veqaamentre  pnf.  666,  cfr.  brend. 
88,  ecc.;  ve:;oMS  cavass.  Nelle  Laudi  Cortonesi  (ed.  Mazzoni)  xl  17  sg.:  (S.  An- 
tonio) volse  basseQa-h'enveqa  De  salir  a  grand" altare:  che  fa  capaci? 

viazo  viasso  rp  2,  33,  mu.  59,  19;  73,  12,  cfr.  viazamenti  less.,  sei.  75, 
bars.,  ecc.;  vivaciamente  best.  engub.  7,  voc.  In  ug.  viaco  è  avverbio. 

victualia  de'  8  ;  cfr.  XII  439. 

viniae,  v.  venia, 

violar  -Uar  suonar  la  viola,  o  suonare  in  genere  mu.  56,  28;  80,  6. 

virar  mu.  56,  26;  87,  5. 

virom  mu.  83,  3,  frc. 

vivo:  so  e  viva  raxom  mu.  85,  36;  cfr.  kath.  726. 

volentay  -rentay  mu.  39,  39,  tr.  4;  vorenfoso,  evegnimenti  vorentoxi  liberi 
mu.  95,  20. 

vollento  volante  nm.  77  n. 

vomer  vomitare  rp  6,  15.  É  l'infinito  desiderato  less.  403. 

vota  giro,  cammino  rp  9,  250. 

vozer-se  mu.  79,  23.  38;  80,  29.  37. 

vreao  vetro  mu.  144  r,  §  1  p.  21  e  qui  nm.  15;  cfr.  ver  mon.,  venez. 
vero,  ecc.  Oggi  solo  vedru. 

vulpao  v.  involupar, 

xentar  sparire,  cfr.  less.  e  mrgh.  s.  desentar;  l'etimo  è  indicato  mrt.  347  sg. 

xonco  fionco  rp  8,  100.  382,  vivo. 

xorver'?  sorbire  rp  7,  123,  nm.  35. 

zahi  rp  3,  320,  I.  zhai  ossia  cai;  zho  3,  324,  1.  zhao  ossia  cchc;  cfr.  less. 
s.  piao,  ove  però  non  è  ben  chiarito  lo  svolgimento  fonetico,  v.  nm.  31. 

ze  andò,  ecc.,  nm.  68^  21:  mar  gè  zesti  male  facesti  rp  9,  48,  mar  gè 
ze  ri  53,  133  ;  cfr.  bars.,  ecc. 

zema  gemma  mu.  64,  27,  favilla  rp  9,  6,  che  è  oggi  s'hna,  per  incrocia- 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  6 


82  Parodi,  Studj  liguri.  §  2.  Lessico. 

mento  con  s'emi  (cfr.  ri  16,  143)  od.  s'unì  gemere,  che  ora  dicesi  solo  del 
fuoco  che  cova  e  tratto  tratto  manda  qualche  favilla,  e  di  chi  stia  tutto  rin- 
cantucciato e  inerte,  soffrendo  o  il  freddo  o  la  miseria  o  simili. 

zennerento  brutto  di  cenere  rp  9,  105. 

zer  gelo  mu.  60,  11. 

zerberio  Cerbero  mu.  80,  18. 

zervelao  cervellato  rp  9,  98;  cfr.  gst.  Vili  418,  md.  13,  198  e  l'od.  mi- 
lanese. 

zexia  nm.  25;  zexian  frequentator  di  chiese  rp  6,  130,  v.  nm.  25. 

zictar  zitar  gettare  ps  27,  9;  35,  6,  ecc.,  zitao  cacciato  fuori  42,  2,  nm.  44*^. 
L'od.  s'itòio  vale  'gettato  in  bronzo'  o  simile,  ma  comunemente  'calzante', 
Sfatto  a  pennello'. 

zinzania  dc^  30,  cfr.  dm.  e  l'ant.  tose;  vive,  s'ins'ahnia. 

zirar-se  mu.  41,  32;  oggi  solo  gjd-se. 

zoar  rp  8,  141. 

zogar-se  burlarsi  di,  opp.  scherzare,  mu.  79,  35. 

zoiaì  Solo  il  plur.  zoj  nm.  48;  cfr.  pat.  433,  467,  ov' è  maschile,  cavass. 

zonzer  congiungere  mu.  60,  45;  77,  37;  zonzimento  88,  14.  Cfr.  XII  440. 
Pel  senso  'raggiungere',  v.  s.  zupreisse. 

zota  vergata  mu.  74  v,  azotar  74  r,  cfr.  less.  e  XIV  389. 

zovo^  oltra  :.,  dc^  24.  Si  dice  ora  ihs  'l  s'uvi  sul  monte  presso  Busalla, 
il  cui  nome  fu  italianizzato  in  monte  Giove. 

zuma,  1.  zhuma  piuma  rp  3,   104,  od.  ciima  (ti  breve). 

zupreisse:  quando  unna  persomia  voi  andar  per  zonzer  aoiri,  ■Je  tra 
monta  fia  lo  z.  e  la  gonella  mu.  181  r;  con  zupo  zuparel  Ib.  390,  zuparelo 
pv.  53,  Qopa  Campanini,  Un  atrovare,  ecc.,  46,  zipun  btr.  122,  ecc. 

[Continua.] 


IL  DIALETTO  DI  CERIGNOLA*. 


N.  ZINGARELLI. 


Vocali  toniche. 

A.  —  1 .  Fuor  di  posizione,  o  diventato  finale,  ha  il  suono  incerto 
di  à,  tra  i  contadini  n  (a  Foggia  a^,  a  Canosa  e,  e  attraverso  la  Pu- 
ijlia  va  per  una  scala  infinita  sino  quasi  a  perdere  l'elemento  a\  cfr. 
F.  NiTTi  Di  Vito,  Il  dial.  di  Bari,  1  n.,  ma  non  mai  del  tutto):  Re- 
gnate, caretàie,  nate  nuoto,  vb. ;  -are:  parici',  pegglijd',  acchjà'  ad- 
flare;  imperativi:  vci,  fa;  -avit;  truà;  particole:  ddd,  equa,  cfr. 
guci,  guaio,  *gua\  —  Assai  notevole  l'efi'etto  àeìVi  finale  nella  2.''  sing. 
dell'  impft.  che  risponde  con  ie  all'  a  delle  altre  persone  :  candieve, 
purtieve,  dove  è  principalmente  da  vedere  il  Parodi,  Arch.  XIII  300  sg. 
—  La  risposta  d" allegro'  qui  è  allereghe.  —  2.  Rimane  intatto  per 
effetto  di  qualsiasi  posizione:  agghje,  aliu  e  habeo;  pegghjarsc  pi- 


*  Gerignola  è  al  confine  meridionale  della  Capitanata,  divisa  per  l'O- 
fanto  dalla  Basilicata  e  dalla  Terra  di  Bari.  Del  suo  dialetto  non  v'è  nes- 
suna antica  scrittura;  e  tutto  il  suo  bagaglio,  diciamo  cosi,  letterario  ridu- 
-cesi  ad  una  cantilena  composta  e  pubblicata  da  Don  Luigi  Conte  nel 
Dizionario  delle  Due  Sicilie-  al  saggio  pubblicato  nel  Paranti,  I  parlari 
d'Italia  in  Certaldo,  da  Don  Luigi  Morra  ;  ad  alcune  novelline  popolari 
nel  voi.  II  delFArchivio  del  Pitré,  e  finalmente  ad  un  piccolo  saggio  di 
versione  del  e.  I,  1-27,  della  Commedia  nel  numero  unico  Ofanto  Casamic- 
ciola,  riprodotto  nel  Capitan  Fracassa  del  1883,  settembre.  Le  citazioni  di 
parole  di  questo  dialetto,  fatte  dall'AscoLi  e  dal  Meyer-Lùbke,  sono  attinte 
al  saggio  del  Papanti.  —  Quando  in  questo  scritto  si  parlerà  di  favella 
dei  contadini,  che  differisce  spesso  dal  parlare  comune  e  meno  rozzo, 
s'intenderà  della  gente  di  campagna,  i  cosiddetti  cafoni:  ma  questi  tuttavia 
abitano  in  città,  e  un  vero  contado  non  esiste.  Un'altra  varietà  dialettale 
sta  in  quel  linguaggio  affettato,  semicolto  e  semidialettale,  del  ceto  si- 
gnorile; ma  non  ha  nessun  valore  per  la  conoscenza  del  dialetto,  seb- 
bene qualche  volta  possa  servirci  quasi  di  spia. 

Noto  ancora  che  mi  permetto  di  valermi  largamente  della  solita  venia, 
mantenendo  l'ortografia  italiana  ca  chi  ecc.,  ga  giù  ecc.,  trascurando  cioè 
le  giuste  trascrizioni  ha  hi  ya  ()i  ecc. 


84  Zin  garelli, 

gliarsi,  statte  statti.  —  Anche  qui  marche  marchio,  come  nel  leccese 
e  neir.alatrino,  Arch.  X  168,  cfr.  Ascoli  II  198'.  —  Qui  è  notevole 
alle,  che  ha  un  plur.  msc.  ilte,  e  il  fem.  sing.  e  pi.  pile  (cfr.  nm.  5)  ; 
dove  è  singolare  il  riscontro  con  l'esito  nell'Onsernone  e  nel  Verba- 
nese,  Salvioni,  Arch.  IX  196-.  —  3.  -ario  -aria:  I.  azzàre  acciajo, 
cedddre  e  ella  ri  u,  scarpdre,  pcire,  eennaVe  januariu,  calldre  cal- 
daria,  pagghjdre  pagliajo,  e  fem.  stanza  per  la  paglia,  pandre  pa- 
nariu.  Isolato  aire  aja.  —  II.  cucchjiere,  varviere  barbiere,  cande- 
niere;  carvuniere,  fr.  charbonnier,  vecciere,  beccajo,  boucher,  Arch.  IV 
403  (cfr.  nella  Cronica  del  Villani,  IV  4:  «  buccieri  ovvero  merca- 
tante di  bestie  »  detto  di  Ugo  Magno),  fumiere,  afr.  femier,  mod. 
fumier.  —  E  come  nella  formola  e  ...  a  del  n.  8  (cfr.  n,  20),  si  hanno 
le  forme  candennre,  saitteire  feritoja,  ramn're  lamiera,  ecc.,  tutti  femi- 
nili.  —  Cfr.  ScHNEEGANS,  Sicil.  dial,  14  sgg.,  e  le  fonti  successive. 

E  lungo,  I  breve.  — Data  la  base  parossitona,  abbiamo  n,  tra  i 
contadini  ai,  nelle  formolo  è ...  a,  e ...  e,  ì. . .  a,  ì ...  e;  e  all'incon- 
tro la  combinazione  torbida  "/,  che  possiamo  trascrivere  gi,  nelle 
tormole  e...u,  e ...  i,  ì . . .  u,  t . .  .i;  avvertendo  che  Vg  è  poco  sen- 
sibile (in  Andria  però  è  spiccato).  Data  la  base  sdrucciola  o  in  po- 
sizione, i  due  suoni  originarj  si  riflettono  rispettivamente  per  e  ed  i, 
che  non  sono  tuttavia  esenti  da  un  lieve  turbamento.  —  4.  Esempj 
nel  parossitono,  dato  -a  od  -e;  per  l'è:  sHre,  gastnme  bestemmia, 
reine  rena,  greile  creta;  parale,  masc. ;  ineise,  Traneise,  Mulnse,  di 
Mola  di  Bari,  'ndurn^ise  'un  tornese';  tnse,  app2ise  ptp.;  chjeine;  per 
Vi:  sdreighe,  strega,  ^mmeice  in  vece,  fnte  fide,  peipe  piper,  cur- 
reice  corrigia,  neive'^,  peire.  Dato  -u  od  -i',  per  1'  é:  Canngite  n.  loc, 
pargite  'p\.,menelgile  mandorleto,  levgite  olivete,  sgive  sébu,  piQise,  Roite 
aceto,  Struppgite  n.  loc.  'sterpeto';  mgise,  Trangise,  terngise  turonen- 
ses  denari,  appgise.^  chjgine,prgise  specie  di  vaso,  7'pmc  reni;  per  l'^: 
pgile,  sigile  stelo  della  zappa,  ^nzgine  in  seno,  reìigive  ricevo  (mjme 
meno,  è  letterario;  le  voci  popolari  sono  cchjù  pikke,  man§e).  —  5. 


*  Un  caso  'sui  generis'  è  nel  doppio  riflesso  di  magistru  (cfr.  it.  ma- 
stro e  maestro)  :  maste  e  meste,  la  seconda  delle  quali  forme  s'applica  al 
feminile. 

^  E  invece  illusorio  rincontro  con  un  esempio  di  Frano,  da  Barberino, 
Reggim.  e  Costumi  di  donne,  ediz.  romana  del  1815,  pag.  115:  su  'eltitu- 
dine.  Senza  dire  dell'atonia,  l'ediz.  del  Baudi  di  Yesme  legge  meglio  :  sciel- 
titudine  elettezza. 

3  Cfr.  ait.  neva. 


Il  dialetto  di  Cerignola.  85 

Esempj  nel  proparossitono  o  in  posizione,  dato  -a  od  -e;  per  l'è: 
sfmejie,  rez:ie  retia,  ntr.  pi.  passato  a  fem.  sing.  e  pi.;  stedde  stella, 
venneTie  vendemmia,  pdete  pedita;  per  VI:  vei-de,  edde  illa,  pec?£^f- 
tre  puledra,  vezze  vicia,  ferme,  t^nde,  mregJie  nigra,  muddeske 
molle  fem.,  zeppere  cippus  con  formazione  di  plur.  neutro,  senge 
signa,  P'^sce,  cpcere,  ernie  cenere,  granirne,  lengue,  vere§e  virga, 
c^gghje  fem.  pi.  cilia,  destere  dita  (ma  è  invariato  in  famigghje, 
striggghje,  cuchigglije  xoy/uXtov,  tutti  fem.  [non  così  in  certi  dialetti 
del  barese],  e  anche  qui:  mencie  àauvòaXv)).  —  Dato  -o  od  -i;  per 
Ve:  tridece,  pilete;  titte;  per  VI:  virdc  pi.,  idde  ili  e,  pedditre  Ardi.  I 
18 n,  firme,  menutidde  piccolo,  linde,  nireve  nigru,  cicene  vaso  per 
acqua  di  forma  speciale,  xuxvo?,  tose,  cecero,  cecino,  ìnuddisM,  vat- 
liseme  battesimo,  sin^e  signu,  zippere  cippu  col  passaggio  al  sing. 
masc.  della  desinenza  di  ntr.  pi.,  pinele  pillola  masc. ,  fatlizze  fac- 
ticiu,  sicchje  secchio,  pisce  pi.,  cicere  ceci,  guidegue  vedovo,  dista 
digitu,  f ridde  (fem.  fredde),  spisse,  capidde,  nasidde.  —  6.  L'-o 
della  1^  pers.  sng.  (ma  non  l'-o  epitetico  della  3^  pi.)  ha  sempre 
lo  stesso  effetto  dell' -a  e  dell' -e  (cfr.  Arch.  IV  124,  ecc.);  sicché  son 
pareggiate  1*  e  3*  sing,,  mentre  qì  rimane  alla  2*  sing.  Seguono  ora 
gli  esempj  per  è  e  per  ì:  creite  credo  -e  [cretene  credono]  ergile  credi; 
peise  1*  e  3%  pgise  2*;  vdle  1*  e  3%  voile  2%  di  'vedere';  venne  ven- 
nene  vinne;  chjeike  chjgike,  di  'piegare';  veive  vgive,  di  'bere',  'inette 
mille;  enghje  inghje  da  implere;  senghe  singlie  da  s ignare  nel 
senso  di  incidere,  tmge  tinge.  —  7.  L'-ére  d'infinito:  vedeje  teneje; 
■cfr.  gl'inf.  in  -are  al  n.  1,  e  quelli  in  -ire  al  n.  11.  —  Di  e  in  posiz.: 
■crise  cresci,  ali.  a  crese  cresene,  cresce  crescono;  stedde. 

E  breve.  —  8.  Nelle  formole  è...u,  é...i,  s'ha  il  dittongo  ie, 
col  secondo  eleménto  alquanto  velato f  siere,  miere,  diece,  ajiere  ad 
héri,  piele  piedi.  Nelle  formole  è . . .  a,  e  . . .  o  lai,  e  . . .  e,  s'ha  il  dit- 
tongo ei:  feile,  m<dle,  peite  piede,  [jggeile  è  semiletterario];  e  s'ha 
cosi  la  distinzione  tiene  tieni,  di  contro  a  teine  tiene.  —  9.  -eu  ed 
-eo  si  confondono:  ddgic,  mgic',  gic  ego.  —  10.  In  posizione  e  nello 
sdrucciolo,  l'esito  normale  di  é...u,  è...i,  è  ancora  ie:  tierne  te- 
nero, vierne  hibernu,  viende  vento,  liette,  ecc.  Cosi  nei  plurali: 
meecMe,  vierme,  prievete,  cielze  gelsi,  pezziende  strumiende  turmiende. 
Normale  invece  Ve,  date  le  finali  -a  -e:  f meste,  presse,  cervedde, 
peeure,  vecchie,  mezze  ;  pedde,  -ìnmde  -mente.  Normali  perciò  anche 
i  singolari  come  verme  pezzende  ecc.;  ma  analogici,  come  in  antitesi 
del  plurale:  vecchje  vecchio,  prevete  strumende  ecc.  Normali  nella 
€onjugazione  le  2J'  singol.:  spienne  pierde  miedeke,  allato  alle  1.^  sng. 
e  3.'^  pi.  :  spenne  spennene,  perde  perdene,  medeke  medekene. 


86  Zingarelli, 

I  lungo.  —  11.  Nel  parossitono:  vaine,  f dolce,  spgikc  spica;  anche 
qui  il  solito  czìYiecc.  pi.  cimece.  Ma  in  posizione  e  nello  sdrucciolo: 
figghje,  facidde  favilla,  stidde ,  spingule  splcula  Ascoli  IV  141  n., 
[vinde  venti],  libbre  libro '^  ma  fekete  (o  fighe  cfr.  bar.  f^ddeke).  Per 
la  conjugaz.  ci  limiteremo  a  dnihg  dicene',  roire  rirene,  ridere.  —  In 
loXo :  statgie  estate  *aestativa,  ^('ss^/e  1  i x iv i a,  se^pr9?e,  vossigno- 
ria; maroie  morire,  e  così  tutti  gli  infiniti  in  -ire,  cfr.  n.  7. 

0  lungo,  U  brève.  —  Nel  parossitono,  s'ha  ou,  tra  i  contadini 
au,  date  le  formolo  ó  . . .  a,  6  ...  e,  u  . . .  a,  a  ...  e;  e  s'ha  all'incon- 
tro ù,  date  le  formolo  0  . .  .u,  0 . . .  i,  a  . . .  u,  u  . . .  2.  Nello  sdrucciolo 
e  in  posizione  latina  o  romanza,  s'ha  rispettivamente:  Q ,  u;  il  se- 
condo un  po'  turbato.  —  12.  Esempj  di  0  nel  parossitono,  dato  -a  od 
-e:  croune,  seroufe,  zouke  soga,  coide  coda,  soide  sola  e  sole,  pe- 
louse, patroune  padrona,  sculaloure,  e  così  sempre  per  -orla;  lioune 
leone;  canzoune  fioure,  e  così  sempre  per  -one,  -ore,  pelmoune  tive-j- 
[Awv;  vouce.  Di  u:  Canouse  Canusia  (accanto  a  Canusium),  Venouse 
Venusia,  crouce,  nouce,  loupe  'ordigno  per  arroncigliarè  qualche 
cosa  in  una  profondità'  e  'fame  da  lupo',  loute  fem. ,  plur.  ntr.  di 
lutum,  soupe  supra.  —  Esempj  di  o  nel  parossitono,  dato  -ìi  od 
-/:  sùle,  pelùse,  patrùne,  maccatùre  mouchoir,  pesature  'pigiatojo' 
pestello, /Motóre  fulcitoriu  tappo,  e  così  tutti  i  nomi  in  -orio;  inol- 
tre nùte  nodo,  cfr.  lo  spagn.  ;  i  plur.  liùne  /iure  pelmùne  vùce  ecc. 
Pure  alcuni  feminili,  in  cui  veramente  saremmo  ad  o  ...  e,  hanno  ù  al 
plur.:  scrùfe,  zùhe,  crune.  Di  ir.  lupe,  erme  pi.,  nwce  pi.,  tume  come 
il  leccese  da  .3-uaov,  cfr.  spagn.  tomillo.  —  13.  Esempj  per  ò,  nello 
sdrucciolo  od  in  posizione,  dato  -a  ed  -e:  attobre,  soreke  *sorica, 
ait.  sorico  sorco,  sorge  sorice,  ketoTie  pi.  fem.,  cydonia.  Per  a: 
One  unghia,  grotte,  volpe,  vohke  buco  a,  tombe,  cohe  ntr.  pi.,  cuneu, 
gQvete  ntr.  pi.,  e  ubi  tu,  santodde  santocchia,  fQrke  nel  senso  di  utensile 
a  forca,  cenocchjere  ntr.  pi. ,  ginocchia,  polpe,  stoppe,  corte  e  urta, 
zavorre,  pozzere  ntr.  pi.,  pozzi,  doppeje  dupla,  dolce,  pomece,  ggìQ- 
vene,  otre,  kekombre  cucumere,  polve,  torre.  Fanno  eccezione  fùrhc 
nel  senso  di  patibolo,  forse  voce  giudiziaria,  u7ie  pi.  (l'esempio  di  un- 
gili in  Nannucci,  Teoria  dei  nomi  238,  non  è  certo),  grùtle,  per  cui 
parecchi  esempj  classici  di  grotti  in  Nannucci  ib.  259  e  753;  cugghje 
fem.  culeu.  —  Esempj  per  6,  dato  -u  od  -i:  surge  pi.  msc,  ketune 
id. ,  urdene  ordines  nel  senso  di  'filari',  seruppc,  chjuppe  pioppo, 
jùse  de  orsù,  ma  sost.  nel  senso  di  abitazione  sotto  il  livello  della 
strada.  Per  u:  farne,  curie  trottola,  numbre  numero,  aiìste  agosto, 
ruzze  rozzo  *rudiu,  lurde,  cuTie  cunou,  puzze  puteu,  santudde. 


Il  dialetto  di  Cerignola.  87 

cenucchje,  segghjuzze,  chjwmne  piombo,  duj)peje,  pulze  polso,  ztdfe 
solfo,  sulke  sul  cu,  dulce,  vulpe,  gyuvene^  guvete,  fenuccltje,  tnrre  (n. 
loc, :  i  Tturre  Le  Torri),  curte.  Eccezione  è  fenocchje;  mostra  fase  ter-, 
ziaria ^werne  djurnu,  cfr.  campobassano.  —  14.  Nella  conjugaz,:  ad- 
doitre  odori,  addorene  odorano,  caldure  odora  [così  pure  dovrebbe  es- 
sere 'yx'zoure,  'nzùre  *inuxorare,  ma  più  spesso  si  sente  sempre 
'nzùre\\  coste  cQslene  caste,  di  'costare';  accQcchje  accucchje  di  'accop- 
piare'; corre  correrie  curre\  rombe  rombene  rumbe '^  fotte  fottene  fuitei 
notte  Ttottene  nutte  di  'inghiottire';  assonnine  assomene  asswnme;  al- 
terazione terziaria  in  vre§o7ie,  vre^onene  vre^uene.  —  15.  Notevole 
nonne  no,  enfatico,  accanto  a  no,  non  proclitici  ;  d'altronde  in  sili,  aperta 
vùe  nùe,  vos  nos;  e  cosi  tue,  sue,  ma  regolarm.  tee  soe  tua  sua. 
0  breve.  —  16.  Dà  il  dittongo  ne  nelle  formole  ò...u,  ó...i: 
bbuene,  fuekc,  suele,  vueve  bovi,  e  anche  muede  modu,  come  in  ispagn. 
ant.,  DiEz  P  162,  però  solo  nella  frase  tratta'  muede  o  miiedde,  cercar 
modo.  Ma  all'incontro  ou,  dato  1' -«  od  -e:  bboune,  foure,  route,  scoide, 
solere  '^sora  (e  in  questa  analogia,  come  di  solito:  noure  nuora), 
soule  sol[e]a,  vouve  bove,  nouve  nove,  cuce  ho  di  e,  coi  quali  va 
anche  oume  h emine.  Invariato,  come  in  napol.,  è  coure.  Nella  co- 
njugaz., la  1.^  e  3.*  sing.,  e  S."*  pi.  danno  ou,  o,  la  2.^  uè:  couce,  co- 
cene,  cucce;  tnouve,  movene,  mueve.  —  17.  Pur  qui  si  tratta  -éolus 
-éòla  come  se  fosse  -eólus  -a,  cfr.  IV  131;  perciò:  caggoule  ca- 
ve ola,  scaroide^',  s'eccettua  fasoide,  ma  fasùle  pi.,  renartele  polve- 
rino, acquarùle  venditore  ambulante  di  acqua.  —  1 8.  In  posizione  e 
nello  sdrucciolo  si  ha  di  regola  o,  dato  o  . . .  «,  o  ...  e  :  soreme  '*so- 
rania,  lemosene,  corle  collera,  monche^  fQ^^tC)  sing.  e  pi.  fem.  Da 
6  . .  .u,  ó  . .  .1,  costantemente  ne  :  cuefene  'tnuenece  garueffele  fuerte, 
tutti  plurali;  uerze  ovzo,  uerte,  gruesse,  suezze  sociu,  compagno, 
uguale,  cuente  computu,  ìnucrtc,  vuemmekc  vomito,  scazzueppele 
ragazzetto,  ngr.  *c7/avT(707rouXo;,  Morosi  XII  84,  numide  molle  *mollo 
D'Ovidio,  IV  154,  uemene.  Ma  lasciando  i  semiletterarj  popele,  stg- 
'inehe,  non  sMia  il  dittongo  nei  sing.  masc.  garoffele  garofano,  cofene, 
moneke,  cfr.  Schneegans,  Zeitschr.  XXI  431.  —  Si  osservino  ora  le 
seguenti  coppie,  col  regolare  avvicendamento:  luenge  longe,  truenele 
tonitru  e  tronele  ntr.  pi.  divenuto  fem.,  uecchje  occhjere,  uesse  os- 
sere,  cuerne  come,  fuegghje  foglio,  fogghje  erbe  da  minestra,  gghjuem- 
bre  gghJQtnbre,  gì o mera;  coi  quali  va  pur  cuedde  collo,  il  cui  plur. 
originario  è  passato  a  un  fem.  sing.  in  codde  'peso  di  grano  che  tra-- 


'  scariola  indivia. 


88  ZingarelU, 

sporta  a  spalla  un  facchino  =  2  tomoli  napoletani',  onde  si  conferma 
l'etimo  di  collo,  balla,  da  coUum,  e  non  dall'inglese  coil.  Anche  qui 
il  curioso  riflesso  di  socer  e  socera  [socra):  serue§e  e  serouge, 
come  il  nap.  smere,  socre,  il  barese  sroke  sreke,  Nitti  di  Vito,  9.  — 
Nella  conjugaz.:  porte  portene,  piierte,  e  cosi  volene:  né  lo  Schnee- 
GANS,  1.  e,  si  sarebbe  dovuto  meravigliare  del  volene  e  eocene  barese, 
senza  dittongo,  poiché  le  basi  volunt  coquunt  riescono  illusorie. 
Porremo  definitivamente  qui  come  da  *nòmen-:  ngmene  nomenene 
nuemene,  cfr.  De  Lollis  XII  16. 

U  lungo.  —  19.  È  costantemente  ù'.  nùie  nudo,  sùke,  ^nature, 
nùvele,  -ùte  -utu;  e  non  occorrono  altri  esempj.  S'aggiunge  qui  pure: 
cruste  zolla  -e,  ^crùsta,  Curtius,  Grundziige  ^156.  Ma  in  poche 
voci  sdrucciole  appare  come  fosse  it  :  bboffele  fem.  pi.  accanto  a 
bhufele  bufalo;  il  solito  l^Qdeee  pulice,  cfr.  il  molisano  e  l'abruzz. 
(Pinamore);  e  i  -^ìuv.  i:>ertosele,  pertonse,  allato  a  pertùse,  pertugio,  ma 
difterendo  anche  nel  significato. 

AE.  —  20.  In  tutto  come  e.  Notiamo  secondo  quei  numeri:  itreine 
praegna[ns]  f. ,  priene  m. ,  grieke,  il  vino  greco,  ciele,  /iene',  nella 
conjugaz.:  cdke  ciche  cehene',  \^amhreste  amhrestene,  ambrieste,  da 
'prestare'].  Son  letterarj  :  greike  il  Greco,  Griece  Greci;  cui  uni- 
remo peine  poena.  —  Il  solito  scaravdóe,  Ascoli  X  8  sg. 

AU.  —  21.  Mantengono  il  dittongo:  laure,  rauke  lettor.,  caule. 
Panie,  che  si  chiudono  anche  in  coule,  Poule,  e  il  plebeo  gauóe  gau  diu. 
Si  risolve,  come  o,  in  couse,  in  tresùre  pi.,  che  però  ha  il  sing.  tre- 
soure',  toure  toro,  non  varia.  Nello  sdrucciolo;  povere,  che  non  varia. 
Nella  conjugaz.  :  goute  golene,  gùte,  godo  ecc. 

Vocali  atone. 

A.  —  22.  In  protonica.  Oltre  ai  soliti  casi  di  aferesi,  comuni  all'ital., 
e  per  lo  più  ai  dialetti  di  Bari  e  di  Taranto  (cfr.  De  Noto,  App.  di 
fonetica  del  dial.  di  Taranto,  18):  vetacule  abitaculu  nel  senso  di 
coabitante,  rate  aratro,  lioite  aceto,  crrve  acerbo  ;  bbeloinc,  abitino  della 
Vergine,  scapolare,  divenuto  fem.  per  fusione  dell'a-  con  l'articolo.  Dif- 
ferente il  caso  di  la  ''nzoTie,  axungia.  In  o  per  contatto  labiale: 
Mombredoneje  Manfredonia,  bommoine  bambino.  In  ti:  susfasioime; 
culoine  stagno ,  cfr.  il  tose,  catino,  che  ha  pure  questo  significato.  — 
23.  In  postonica.  Interno  e  finale  sempre  e;  con  sincope  successiva  in 
sorme  '* sòra'ina,  'inegglijprme ,  fegurde',  ma  vedasi  il  n.  109. 

E.  —  24.  Di  regola  e,  in  qualsiasi  positura,  salvo  i  casi  che  se- 
guono. —  25.  Protonico.  Per  l'aferesi,  son  già  noti:  rmrc,  ait.  reda. 


Il  dialetto  di  Corignola.  89 

remoite  romito ,  sattc  esatto ,  con  l' astratto  sattQìc  nella  frase  male 
sattgie  fallo,  intteme.  In  a,  oltre  gli  esempj  comuni  al  toscano  (e 
ricorderò  anche  i  plebei  abreo,  arrore,  dal/Ino,  sagreto,  del  Redi, 
Annot.  al  Bacco,  ediz.  diam.  Barbera,  p.  291),  o  al  barese  (Abbate- 
sciANNi,  NiTTi  Di  Vito):  shjannoure  splendore,  inalate,  staccate;  lunga 
la  serie  di  ar  da  er:  quareilc,  taraTioule  allodola  'terragnola',  ma- 
range  n.  72,  jìapariedde  papero,  marcan'zgie,  carmusgine  cremisina, 
sargende,  sarcizzeje,  óelardte  scellerato,  hattargic,  fandargie,  carlia- 
rdte,  A  influenza  analogica  della  1.*  conjug.  saranno  dovuti  i  condi- 
zionali e  futuri  dei  verbi  in  -ere:  fakarrd'  ecc.,  cfr.  nm.  27.  —  In  u 
innanzi  a  labiale:  duvHre  luàle  levato,  sduvacà'  '^exdevacare,  du- 
mdne,  dumanne  domanda,  rumangie  rimanere,  irumpgine  temperino, 
summmde,  sementa,  rushegghjd'  risvegliare.  —  26.  Nell'iato:  crejdte, 
spagn.  criado,  {ì'cjdle  regalo],  vejdte  beato;  e  cfr.  n.  28. 

I.  —  27.  Protonico.  Di  regola  e:  bbetgine  v.  nm.  22,  peTidte,  les- 
sgie,  renale,  i  proclitici  ve,  se.  Notevole  arrengà'  (Diez  less.  s.  rang) 
'mettere  in  fila',  accanto  ad  a  rringc  'in  fila,  un  dopo  l'altro',  e 
quindi  'senza  scelta';  cfr.  Villani,  Cron.  Vili  5G:  «E  cosi  ai'ingati 
a  uno  a  uno  »  (il  Vocabolario  registra  la  voce  in  questo  senso  sotto 
arringare  concionare!).  L'aferesi  in  tutti  i  composti  con  in:  'mmideje, 
'mmgite  invito  e  mmgite  invita,  ecc.;  'nde  intus  proclitico.  Ettlissi  in 
f amare  crivello,  naske  nari  (^Morosi,  IV  140).  —  In  «  innanzi  a  liquida  : 
maravigghjc ,  salvagge,  sanapisìue,  sanggine  gengiva,  varoide  viri  a 
ghiera,  anghjùte  implétu,  anghj and'  n.'òl,  ammarrd'  n.  100.  Circa  i 
tipi  di  futuro  e  condizion.  :  sendarrà'  sendarrgie,  cfr.  il  nm.  25.  —  In  te 
innanzi  a  labiale  :  rtòii<yem',  abbuvye  ^avvivescere  risuscitare,  addii- 
vena  indovinare  (cfr.  ait.  addivinare)  ;  finalmente  l'incerto  buccJy'ere  ^. 
—  Sincope  in  sdrupà'  'dirupare',  scaricare,  gettar  giù,  addossare  ad 
altri.  —  28.  Postonico,  in  e.  Ettlissi  in  spirde  spirito,  Min§e  Dome- 
nico, In  iato:  vìzzeje,  Ggllcjc  Egidio,  sp.  Gfil;  e  metteremo  qui  anche 
zejclne  zio. 

0. —  29.  Protonico.  Di  regola  u:  parta',  murgie  morire,  cumbdre 
compare,  turmicnde,  uppeld  oppilare,  Lunarde,  purtegalle  arancia,  ecc. 
E  a  per  o  iniziale,  negli  esempj  comuni  ai  dialetti  meridionali:  aguanne, 
hoc  anno,  addoure,  acchjdle,  anoure  onore,  canate  cognato,  canu- 
scznze,  arlQceje,  affmne  offendere  ;  aMgile  occidere.  In  e  per  ragioni 
non  facili  a   discernere:  premmedoule   pomodoro,  mezzoune  mozzi- 


*  In  timihane  tym  pania  fondo,  coperchio,  zumbungie  syinphonia,  Vu 
può  essere  di  antica  ragione;  cfr.  Asc.  XIV  346  s». 


90  Zin  garelli, 

cone,  kenQcchje,  'pelgite,  che  con,  calzeniette  mutande,  [Ggeseppe]^  gnerno 
'signor  no',  chennulte  condotto,  'canale,  tubo'.  Aferesi:  Igive  oliva, 
levnte  accanto  a  levoite,  oliveto,  razzejoune  orazione,  'fficeje,  vanngine 
avannotto.  Ettlissi  Analmente  in  cromie,  saprgitc,  fresiiere.  —  30.  Po- 
stonico. Sempre  e,  interno,  e  all'uscita.  In  iato:  Ggiuanne,  pulite. 

U.  —  31.  Protonico.  Di  regola  intatto:  affunnà',  fannàte  valle,  vul- 
pgine  nerbo,  durate;  e  le  proclitiche  u  lo,  mi  un,  'stu.  Mutasi  in  e  o 
in  rt  limitatamente,  per  ragioni  di  assimilazione  e  dissimilazione:  mac~ 
catùre  ^miicatorìu  fazzoletto,  kecozze,  veccoicne  boccone,  felicene 
fuliggine,  setterra  sotterrare.  Frequente  l'aferesi  a  causa  della  fusione 
con  l'articolo:  'nguiende,  ^nggine  uncino,  neforme,  renale.  Pur  qmved- 
dgike  bellico.  Sincope  in  'nzurd',  crejùse.  —  32.  Postonico  ,  appari- 
sce intatto,  quando  non  è  eliso  :  mascule,  spicide,  spingule  spillo,  na- 
vicide,  acure  aghi. 

AE.  —  33.  Costantemente  e  :  demoneje  ecc.  Aferesi  :  Mileje  Emilio,  sta.- 
tgie  estate,  riiz'ze  aerugine.  AU.  —  34.  In  a:  aciedde  '^ aucelluy 
e  con  aferesi,  provocata  dall'articolo,  il  lem.  ciedde;  arecchje  e  rec- 
chje,  aùreje  augurio,  arefece,  [aùste],  abbracùte  obraucatu  (-utu),. 
adznzeje  udienza.  —  In  u:  Lurgite,  repusdte. 

Consonanti   continue. 

J.  —  35.  Iniziale.  Di  regola  e:  cneJ<e,  òettd'  iactare.  Sonde 
giunta.,  cii7nìnende  giumenta,  cenndre,  égie  '^  j  ir  e,  diente  juvencu,  cu- 
vedgie  giovedì.  In  songe  j  unge  re,  songe  juncu,  vi  è  dissimilazione. 
—  36.  Pure  gff-:  G'g acume,  Ggelgrme,  Ggesù,  gga;  e  questo  ri- 
flesso si  preferisce  sempre  più  ,  laddove  fra  i  contadini  è  più  fre- 
quente e.  Intatto  parrebbe  in  jazze,  aitai,  giaccio,  covo  della  lepre, 
onde  il  vb.  agghjazzd'  accucciare,  appiattarsi.  —  37.  Mediano,  e  :  2^eice 
pejor,  decàne  digiuno,  inaónse  maggese,  maódi  maggesare;  ma  all'in- 
contro: raagge,  il  mese,  e  magge  major.  Semiletterario  Cajcite  Gaeta. 

38.  DJ,  GJ,  comunemente  in  ó:  curnn.te,  rdòe  raggio  della  ruota ^ 
curreice,  ouòe  ho  die,  sartacene  ^wcidi^ìne,  mecunkele  vaso  per  acqua, 
*modiunculic,  gauce  gaudiu.  E  ó  in  trainouce  tramoggia.  I  soliti 
■inuzze  vciOT.zo,'tnezzoHne  mozzicone,  ma  miezze^  ruz'ze  rozzo,  e  cfr.  n.  33. 
RDJ:  uerge  hordeu;  NDJ:  vreggTie  verecundia.  Epentesi  nei  serai- 
letterarj  ^mmideje,  meserecgrd'je,  dejeite  ot'atxx,  propriam.  'digiuno'.  — 
39.  VJ,  BJ,  sèmpre  in  gg  :  caggoide  gabbia,  ragge  rabie,  Uegge  ''He- 
vio,  Iggge^  cfr.  Meyer-Lubke  I  420.  —  MBJ  :  cangd',  scanljd'.  Sin- 
golare il    doppio   esito   aggc.   agghje   habeo.    —  40.  LJ,  LLJ ,  sem- 


11  dialetto  di  Cerignola.  91 

l)ve  gghj:  figghjc,  C2gghje  cilia,  Pugghje,  agghje,  cugghje  ,  stag- 
ghle  estaglio,  ragghje,  igghje  ili  a,  anche  'fianchi',  magghje,  fogghje, 
spogglìje,  megghje;  e  canigghjc  crusca,  cfr,  Xlll  AQQ,  scunnigghje  na- 
scondiglio, cfr.  XIII  411.  —  41.  RJ.  Di  -ario,  v.  n.  3;  di  -orio, 
n.  12;  e  aggiungasi  varoule,  padella  bucherellata.  Ma  sumarre  sum- 
m arili,  avoleje  avorio,  comune  all'aitai,  e  ad  altri  dialetti.  —  42. 
SJ.  In  tutti  gli  esempj  certi,  sempre  s:  vdse  basiu,  case,  fasoule^ 
sfasuldte  'squattrinato',  perltcse,  Veldse  Biagio,  cenoise  cinisia;  e 
il  naetatetico  casemuloine  sottovesta  * camisiolino;  poi  (NSJ):  am- 
masuncitc  appollajato,  ciisoie  cucire,  pesa'  pigiare,  pestare,  onde  pe- 
sature (non  '^pistatorium  come  vuole  il  De  Noto,  37).  —  Semi- 
letterarj  :  accassejounc,  passejoune;  cui  s'aggiungano  ruódte  rugiada, 
hbiiógie  bugia.  —  43.  MJ,  NJ,  sempre  To'.  siTie  si  mia,  venneTie  e  l'a- 
nalogico metone  mietitura;  greTie  covone,  ere  mi  a,  cfr.  B.  Campa- 
nelli, Fonetica  del  dial.  reatino,  142;  peTioune  massa  di  spighe  a 
forma  di  pigna,  ecc.  Semiletterario  (chiesastico)  è  precimeje  p rac- 
co ni  a,  pubblicazioni  di  matrimonio.  Cfr.  straneje  strano  extraneu. 
—  44.  CJ,  quasi  sempre  in  zz  :  fazze,  stazze,  fattizze,  suezze,  vezze, 
vrazzc,  lazze,  vizze  crespo,  e  n.  d'animale,  ericiu  ;  nùzzele  nòcciolo. 
Ma  in  co:  facce  facie,  renacce,  erinaceus.  —  NCJ:  onze  uncia 
(cfr.  mhran'zesdte  infranciosato);  velanze',  cfr.  cozze  teschio  con- 
che a,  e  cozzele  chiocciola,  n.  73.  LCJ:  calzoune,  scalze,  calzette.  — 
45.  TJ,  PTJ,  CTJ,  generalmente  in  zz:  puzze',  pozze  *poteo',  chiazze 
platea  (plattea),  mazzecd'  'schiacciare  coi  denti'  da  *matea  (mat- 
tea).  Son  letterarj  azzej'oime  razzejoune\  e  con  zz  dopo  vocale  pa- 
latale :  Letiz'zeje  ggusti'z'zeje.  Nello  e  di  pacejmze,  pazienza,  s'  avrà 
dissimilazione  e  influsso  di  pace  e  influenza  chiesastica.  È  e'  =  ptj  nel 
solito  caJiRd'  cacciare  {caccejd'  andare  a  caccia).  Entrambi  gli  esiti  da 
*roteolare:  ruzzela,  propr.  'ruzzolare',  ma  nel  senso  attivo  di  'agi- 
tare, rigirare',  e  ruceld',  andar  ruzzoloni,  ruecele  cilindro  girante  in- 
torno ad  un  asse.  Qui  andrebbero  anche  pacce  pazzo,  paRJioie,  cfr. 
Salvioni  XV  130.  —  NTJ  RTJ:  sendenze,  accQnze  acconcio  *aclcomp- 
tiu;  scorze  corteccia,  guscio,  scuerze  nel  senso  di  crosta;  scurUa' 
scorticare  e  scorciare.  —  46.  PJ  sempre  co:  sacce  sapio,  pe^^owne, 
sicce  sépia,  acce  apiu.  Una  specie  di  trasformazione  terziaria  è  re- 
stocce  stoppia,  stupula.  —  47.  STJ  è  s  nel  comune  siere  usciere. 
Semiletterario  è  certo  hhesteje  in  senso  ingiurioso;  e  non  del  tutto 
popolare  v^steje  bestia,  propriamente  'l'asino'.  Non  sono  persuaso  che 
risalga  a  *perus  tiare  o  e  orni  {r)  usti  are  il  nostro  Iruód',  come  ne- 
anche il  tose,  hriisciare,  il  cui  sci  è  e  e  non  .s-:  ma  converrebbe  par- 


92  Zingarelli. 

lame  più  distesamente  che  non  si  possa  in  questo  luogo.  Qui  piut- 
tosto//-i^^o'  dissipare,  da  frustum,  frustiare,  come  l'afr.  froissìer, 
cfr.  Havet,  Romania  III  338,  e  Schwan,  Altfranz.  gramm.,  ~ò2. 

L.  —  48.  Iniziale  é  mediano  generalmente  intatto.  Alterato ,  oltre 
che  nei  soliti  ruseTmcle  e  kenocchje,  pure  in  pinole  (cfr.  D'Ovidio  IV 
101),  vasmecoule  pxctXtxov,  e  tumene  tomolo,  come  in  barese  (cfr.  Ab- 
BATESciANNi,  32).  Raddoppiato  nel  semiletterario  manchdloine ,  e  in 
qualle  quale,  interrogat,;  trasposto  in  corle  ^yoXspx,  e  già  anticamente 
in  padùle  come  nell' aitai. ,  e  nel  tose,  vivente.  Nell'articolo  rimane 
solo  al  fem.  sing,  [la),  il  sing.  msc.  facendo  m,  e  il  plur.  di  tutt'  e  due 
i  generi:  i.  Singolari  son  jiodece  pulice,  e  ìiazzaroule  lazzcruola, 
che  forse  è  ìiazzaroule,  come  se  l'art,  indeterm.  si  fosse  sostituito  al 
determinativo.  —  49.  LL,  sempre  dd^  schiettamente  dentale  :  muedde, 
stadde,  pedditre  puledro  (cfr.  srd.  puddedru),  nudde,  idde  ille,  quidde, 
fodde^  addobbeje  alloppio,  tnarticdde^  capidde,  ecc.  Anche  qui  h°refatte 
bello,  come  in  barese;  e  pare  un'importazione  dai  paesi  sulla  destra 
dell'Ofanto.  —  50.  Nei  gruppi  ALT  ecc.,  solitamente  intatto  {scalze 
n.  44,  culcarsc  coricarsi,  ecc.).  Ma:  aute  altro,  in  posizione  procli- 
tica àie  (onde  n ai' une  un  altro);  e  uteme  ultimo.  Assimilato  il  d  in 
calle  cal'du,  scallà\  calldre.  Pur  qui:  curiiedde  e  scarpiedde,  secondo 
che  è  pure  nel  tose,  e  in  molti  dialetti  (cfr.  a  proposito  del  reatino 
la  bella  osservazione  di  B.  Campanelli,  p.  68).  Frapposto  e  mutato 
quindi  in  r  in  prulioine  pullicenu,  trappund're  talpa.  L'epentesi  è 
in  puleze  polso,  faleze  falso,  ìmleze  milza,  dolece  ecc.,  cfr.  n.  58. 

51.  CL,  TL,  PL,  riduconsi  a  clij  (perla  cui  pronuncia  v.  D'Ovidio 
IV  162):  chjueve,  chjurme  e  chjorme  xì'Xs'jTax  Arch.  XIII  368,  macchje, 
iìiidacchje  bastardo,  'ndennacchje  comprendonio,  capocchje,  pell^cchje, 
Mundicchje  ni.  (cfr.  Montecchio  in  Toscana),  uecchje',  vrcchje'^  chjdne, 
cJy'aììpe  piane  a,  sicchje,  cacchje  cappio,  cacchjoulc  'cappietto  per  affib- 
biare', coccige,  scucchja  spajare.  Tra  vocali  anche  l'esito  -gghj-,  per 
cui  cfr.  XIII  375  sgg.,  e  452  sgg.:  magghje,  cunigghje,  nagglijiere  nau- 
cl  eru,  propriam.  '  capo  dei  mietitori  o  del  trappeto  o  della  tinaja',  spig- 
ghje  spicchio,  e  il  notevole  tertugghjc  tortuca  toriucla.  La  'pari- 
glia' di  buoi  è  paricchje,  e  all'incontro  ;pan^^7yc  quella  di  cavalli  da  car- 
rozza, di  pistole  ecc.  Rimbalzato  in  chjappe  cappio,  'nodo  scorsojo', 
oltre  chjuppe  pioppo.  Anche  qui  nostre  inchiostro,  e  insieme:  car- 
vune  carbonchio,  grangTte  ranocchio  '.  L'esito  è  sonoro  quando  sus- 


*  Malamente  si  manda  con  questi  il  barese  e  tarantino  carong,  che  non 
è  già  da  caruncla,  ma  dalla  stessa  base  del  tose,  carogna,  cfr.  Ascoli  XI 
419:  caronea. 


Il  dialetto  di  Cerignola.  93 

segua  a  n'.  mznghje  me n tuia,  menghjargile  sciocco,  enghje  empiere, 
anghjanà'  salire  -planare,  cfr.  sic.  acchjanari.  All'incontro:  sur- 
chjd',  che  sarà  *  surbiculare.  —  Da  t'l,  per  assimilazione  II,  onde  del  : 
spadde  fedde,  Ardi.  IV  163,  rodde  vivajo,  quasi  rotula,  accanto  a 
rQcchje  crocchio.  —  Semiletterarj  duppeje  doppio,  sbjannoure  splendore. 
—  52.  6L  riducesi  a  gghj:  gghjuemhre,  ghj anele  gianduia,  acc.  al 
semiletterario  grande  glandola,  quagghje.  caglio,  strigghje.  Per  n  da 
NGL;  one,  notte  (*inglutit),  ma  segghjitsze;  cfr.  d'altronde  granone 
e  carvuTie  al  n.  51.  —  53.  BL  iniziale  pare  che  normalmente  diven- 
tasse j:  jange  bianco,  jnle  bieta  blitu;  ma  per  influsso  letterario  è 
più  frequente  hbj-:  hbjange,  é  cosi  hhjunde  (non  popolare  pure  nd). 
Il  solito  gastnme,  sic.  gastima.  Mediano:  negghje  nebbia,  sugghje  sub- 
bia. —  Pare  dissimilato  in  kelumbre  *columbli  fichi  fiori,  cfr.  il 
sorrentino  palombole  in  Villani,  Cron.  XII  93.  —  54.  FL  si  deter- 
mina variamente,  ma  l'esito  più  antico  e  schietto  sembra  J:  jonele 
fionda,  jwre  fiori,  jiire  de  fQike  fichi  fiori,  Jató'  Sfiatare,  propriam. 
'soffiarsi  il  naso'.  Più  'culturale'  è  di  certo  fj:  fjùre,  fjàte,  fJQkke. 
Con  L  in  R:  fraggelle  (anche  in  un  graffitto  del  sec,  XVI,  relativo 
alla  battaglia  del  1503,  in  una  cappella  dove  si  disse  seppellito  il  duca 
di  Nemours),  fracccV  fiaccare,  rompere;  frussejoune.  FFL:  acchjd  ad- 
flare,  napol.  asd  'trovare'  e  'cercare'.  —  55.  SCL,  STL  SPL  il 
cui  esito  integrale  avrebbe  ad  essere  skj  (cfr.  IV  166-7),  danno  sem- 
plicemente sk,  perdendosi,  come  per  dissimilazione,  lo  j.  Cosi  avviene 
pur  nei  dialetti  di  Terra  di  Bari  e  in  parecchi  di  Capitanata  e  Ba- 
silicata. Per  r INIZIALE,  siamo  più  volte  a  basi  non  latine:  skdve, 
sclavu,  shavotte  cavallo  di  Schiavonia;  skatlohne  schiatta*  skitle 
schietto  ;  skante  schianto,  spavento,  e  skattd'  schiattare,  skdppe  schiap- 
pa, scheggia;  skuppHte  *sclop)pus,  skueppe  scoppio,  urto  nel  ca- 
dere; skaffe  skaffa,  schiaffo  schiaffare,  skama  guaire  exclamare 
skana  spianare,  della  pasta,  cfr.  tose,  'spianare  il  pane'.  Mediano: 
Iske  Ischia,  insula  pifjske  *peslo,  Ascoli  III  456  sgg.  ',  muske  omero 


*  Ormai  retimologia  del  meiid.  2^esco,  grosso  ciottolo,  da  pensili  *pes- 
sulu,  va  tra  le  cose  meglio  accertate:  nell'ordine  ideologico,  I'Ascoli  stesso 
pose  i  confronti  con  xQSf^ccg  néz^a ,  'praerupta  rupes',  'pendala  petra'. 
Pessulum  peslum  valgono 'appensum  domui  tectum',  'aedificiolum  ex- 
tra murum  in  viam  prominens',  'domum  parieti  quasi  appenditium'  (Du- 
cange);  cioè  'corpo  avanzato',  come  un  terrazzino,  un  verone  e  simili.  Ora 
pesco  ben  dice  semplicemente  'pietra'  nei  dialetti  meridionali;  e  in  molti 
nomi  locali  del  Sannio,  degli  Abruzzi  e  della  Basilicata,  pur  parrebbe  non 


94  Zingarelli, 

musculu,  'mmeskà'  immischiare,  maskette  lucchetto,  'maschietto', 
ma  mascule  maschio;  freskà'  fischiare  (con  inserzione  di  r)  e  siskc 
razzo,  che  però  sembra  il  napol.  sischje  fischio  ;  duskd'  sentirsi  la  scot- 
tatura *adustulare;  cruske  pane  arrosto,  crostino  *crustlo;  raskci' 
raschiare;  fruske  frustulu  (Apuleio,  I,  'frustulum  panis',  ìtdX.  fru- 
sto) fruscolo,  ma  è  voce  vezzeggiativa  per  gli  animali  domestici,  e 
di  gen.  fem.  —  Gir.  n.  68. 

R.  —  56.  Tenace  sempre,  salvo  i  casi  notati  ai  n.  59-61.  Cosi  in 
ccrcise^  rcire^  c^cere.  —  Circa  la  prostesi  di  g  in  granoTie,  ait.  gra- 
ìiocchùi-,  V.  Meyer-Lùbke,  I  356.  Dissimilato:  Leggiere,  Ruggiero.  — 
57.  In  date  condizioni,  R  si  traspone  facilmente  (cfr.  IV  164).  Cosi, 
in  primo  luogo,  nella  formola  protonica  cons.  +  voc.  +  R  +  cons.,  quando 
la  consonante  che  gli  sussegue  sia  f,  6,  i\  m,  g:  j^ruffideje  ostinazione, 
frubbecHte  forbicine  (accanto  a  fuerce  forbici),  cruviedde  corba,  pro- 
priam.  'mastello',  tnbruvidde  morbillo,  'ndruceldte  intorbolato  (intor- 
bidato), frcvùte  bollente,  preulgite  pergolato,  pregatoreje  purgatorio, 
frmnmagge,  frumnigihe  formica,  prummesse  permesso.  Intatti  carvoune, 
carbone,  cai^vuTie  carbonchio.  Un  po'  diverso:  vregone  verecundia; 
e  qui  finalmente  anche  frecógine  forchetta  per  tavola.  Susseguendo- 
gli altra  consonante,  la  formola  rimane  intatta.  —  Che  se  poi  la  for- 
mola anzidetta  è  postonica,  tutto  si  limita  all'epentesi  di  un  e  tra  r 
e  la  cons.  successiva:  sereve  serva,  areve  arbor,  v^re^e^vareve  barba, 
fpreve  ferve  {ci'C.frevùte),  soreve  sorbu,  niereve  nervo,  cmreve  corvo, 
che  anche  si  alternano  con  le  forme  intatte.  S'aggiunge  ereve  erba. 
Di  CR  cfr.  n.  78.  —  58.  La  formola  cons.  +  voc.  +  cons.  +  i2  si  riduce 


dir  altro  che  'Pietra',  così:  Pesco,  Pesco  Canale,  Pesco  Costanzo,  Pesco 
Cupo  (cfr.  Pietra  Cupa),  Pesco  La  Mazza,  Pesco  Lanciano,  Pesche,  Pesco 
Maggiore,  Pesco  Pagano,  Pesco  Pennataro,  Pesco  Rocchiano,  Pesco  Sanso- 
nesco.  Pesco  Solido.  Ma,  a  veder  bene,  dal  concetto  di 'pensile,  sporgente', 
come  si  venne  da  una  parte  a  'edificio  sporgente',  così  dall'altra  a  'rupe 
sporgente',  'sasso  clie  sembri  pendere  dai  fianchi  della  montagna'.  Il  pesco, 
sasso,  e  il  Pesco  dei  nomi  locali  ci  offrono  due  diverse  riduzioni:  il  primo, 
all'idea  generale  di  'pietra',  l'altro  a  quella  più  etimologica  di  'rupe'. 
Sono  borgate  collocate  su  brevi  altipiani,  su  sporgenze  delle  rocce;  e  Pe- 
sche presso  Isernia  presenta  addirittura  la  forma  del  plurale,  e  pare  dav- 
vero scaglionata  su  pel  dorso  della  montagna. 

[Noto,  per  ogni  buon  riguardo,  che  il  ms.  del  prof.  Zingarelli  era  nelle  mie 
mani  prima  che  si  leggesse  la  Nota  del  prof.  Grasso:  Illustrazione  geograf. 
di  un  articolo  glottologico  del  prof.  Asc,  il.  Istìt.  Lomb.,  aprile  1899.  — 
G.  I.  A.] 


Il  dialetto  di  Ceriguola.  95 

a  cons.  +  R  +  voc.  +  cons.:  frabbeke,  frebbdre,  prubbeke  'pubblica' 
{moneta),  Gh'abbejeile\  cràpe^  coi  derivati  craincce^  empinele  pallini 
per  tirare  ai  capriuoli.  Notevole,  ma  comune:  graste,  gr.  mod.  viffrpx, 
^vaso  di  fiori',  —  L'R,  N'R,  s'invertono  (clr.  lo  spagn.):  corle  n.  48, 
tì'erne  tenero,  cieme  genero,  cerne  cenere.  —  59.  Frequente  Tettlissi 
dopo  t:  reite  retro,  arreite  anche  nel  significato  di  'iterum'  (cfr- 
afr.  quant  il  sera  arriere  repaires,  Amis  et  Amile,  v.  393),  maste, 
quatte,  auto,  rà' te  aratro,  nueste,  canlste;  non  sono  costanti  men'^ste, 
teneste,  'nd^rpele,  arteteke  àp^ptxtxr,.  Ettlissi  è  forse  anche  in  sembe 
sempre  semper,  cfr.  soupe  sopra.  Pur  qui  pe  per,  che  ha  facoltà 
l'addoppiativa  ;  e  pur  qui  pf?  d'une,  per  uno,  a  testa,  il  cui  d  proviene 
di  certo,  per  falsa  analogia,  dal  tipo  qualchedùne.  —  60.  Epentesi 
di  r  in  frisìie,  frusedde  fiscella,  vesprc  vespa,  comune  all'abbruzzese, 
^ndruppecd',  pur  comune  all'abruzz.,  *intoppicare.  In  feni'Je  finire, 
c'entra  manifestamente  'fornire'  cfr.  abr.  ferni^  reat.  fernire.  —  Dis- 
similazione: murtdle,  Velardgine  (abruzz.  Velardine)  Berard-,  celeb- 
bre,  ìnercludoie  mercoledì;  prudgite  prurito.  —  G-eminazione  iniziale 
in  rrobbe,  rr</,  interna  nei  condiz.  e  fut. :  candarrQie,  facarraggc,  ecc.; 
garrese  n.  76;  in  varroile,  barile,  rr  è  forse  etimologico,  e  va  a  ogni 
modo  col  barrii  spagn.  e  pg.  —  61.  RS,  ridotto  a  s  nei  soliti  suse, 
jùse\  a  ss  in  musse  muso,  a  zz  in  muezzehc,  morsico.  Del  resto  in- 
tatto: urse,  corse,  persoune,  vQrsc  borsa,  vursidde  taschino. 

V.  —  62.  Iniziale,  intatto.  Non  sarà  mero  accidente  fonetico  in  me- 
noie  venire,  meaùte  venuto  (cfr.  abr.  meni).  Ma  ancora:  magabbonde 
plebeo  acc.  a  vag-, piane  rncnishe  'pane  vinesco';  cfr.  Ujiazze  vinacce; 
e  gli  esempj  del  n.  66.  —  63.  Mediano,  intatto:  nmve  neive,  nouve 
nove,  vouve  (accanto  ai  proferimenti  plebei:  nuefe  neife  ecc.);  lava 
lavare;  csrve  cervo  e  acerbo,  cuerve,  nierve  nervo.  —  Si  dilegua,  per 
lo  più  a  contatto  àx  o  u:  paure,  paoune,  faune  favonio,  luci  levare, 
trud'  trovare,  arraugghjd'  'arrivogliare';  lessgie;  cruattgine  colletto 
'  cravattino  ',  sruizzeje  servizio,  amici  arrivare  :  dove  la  vocale  atona 
sarà  passata  ad  u  secondo  il  n.  29.  —  64.  SV  in  sb  :  sbid'  avviare , 
rusbegghja  risvegliare,  sbreuTidte  svergognato,  sbogghje  svolgere.  — 
Finalmente  -W-  in  bb  nei  composti:  abbuvye  n.  27,  abbia ,  abbarnbe 
avvampo,  abbahd'  accanto  a  sbakd'  *exvacare  cessare  della  pioggia, 
abbiende  adventu,  riposo,  sosta;  e  in  prubbjne  proviene.  —  65. 
NV  si  determina  in  rnni:  cummiene  (ma  pure,  specie  tra  i  contadini: 
cmnbieae  ecc.;  cfr.  doni  Becienze),  'mmeice  in  vece,  tmnideje,  t am- 
merse  'l'inverso',  rnmgite  invito,  ìion  moule  non  vuole,  mogghjaddgic 
'non  voglia  Dio  !  ',  bomm_^spre  buon  vespro,  akkemmogghje  *acconvoglio 
'copro',  e  con  m  scempiato  in  protouica:  akkumegghjdte. 


96  Zingarelli,  Il  dial.  di  Cerignola 

V.  —  66.  W  e  V.  E  negli  esempj  comuni:  guPìTC,  guiaele  bindolo, 
arcolajo,  guargie  guarire,  guajgine  guaina,  guasta'  vasta  re;  e  inol- 
tre: gtvire.  nella  frase  è  guHre  è  vero;  gupclegue  vedova. 

F.  —  67.  Intatto,  iniziale  o  tra  vocali.  Scomparso  in  fuerce  forfice, 
cfr.  ait.  force,  ma  nel  dimin.  :  frubhec^tte.  —  NF  passa  costantemente 
in  mh:  'nilierne  inferno,  'mh^tie  cattivo,  malizioso,  'mboine  in  fine, 
'tnhonne  infundere  bagnare,  'mbdme^  'mòra  proclit.  infra,  Mbande 
npr. ,  'm  bacce  in  faccia,  'vn  broncie^  sani  Brangiske,  dom  Belumnne 
don  Filomeno;  cfr.  n.  98. 

S.  —  68.  Di  regola  intatto,  e  sempre  sordo  :  si7ie,  sicce,  siike  sugo 
(nap.  zuke),  rouse^  colise^  ueseme  fiuto  'oTav),  vorse^  urse,  turse  ;  segghje 
scegliere,  del  grano.  Ma  pur  qui:  zukkere,  zavorre,  zamhoTie,  zidfe^ 
zuekkele  zoccolo.  Di  SK  in  sk  (cfr.  n.  55)  sono  esempj  :  skaroiile  n.  17. 
skuffeje  scuffia,  skùme^  shiffe  schifo,  batello,  skoife  schifo,  schifezza, 
maskcre,  flske  fìsco,  friske  fresco,  bruske  brusca,  abbuscct  buscare.  — 
69.  Superfluo  avvertire  che  sia  meramente  analogico  lo  s  di  nase  na- 
sco, crpse  ecc.  (su  nase  nasci,  nasgime  nasciamo,  ecc.).  Passa  in  sonora 
dinanzi  a  consonante  sonora:  sbreunàte  ecc.;  e  dopo  n'.  p^nze,  crmzey 
cfr.  Arch.  IV  167,  manze^  ecc.  —  LS  è  Iz:  falze,  pulze,  con  ten- 
denza all'epentesi,  faleze,  cfr.  n.  57.  —  70.  SS,  CS,  PS,  danno  gene- 
ralmente ss:  assecurà',  fosse ^  grasse ,  russe,  matasse,  tpsse ^  'ssdme 
sciame,  ^ss^tnpeje  ex  e  mplu,  cosse  coxa  (*nc?ecoie  appare  semicolto), 
fìsse,  lessgie,  lassd\  assgie  e x i r e ,  quisse  chisse  eccu  ipsu,  ggisse.  E 
/  tuttavia  in  vase  basso,  afr.  frc.  baisser,  prov.  baissar,  sp.  bajo; 
sidde  ala  a  x  ili  a,  masedde^  sala'  scialare,  sciapgìte  insipido,  sciocco 
(con  Va  del  tose,  sciàpido  e  l'accento  di  scipito;  cfr.  atosc.  sciapito); 
case  comune  a  quasi  tutti  i  dlt.  merid. ,  fr.  caisse,  prov.  caissa,  pg. 
caixa,  e  ncsùne  nessuno,  cfr.  Ascoli  II  126  e  n.  Per  'n'zone  e  'nzùrCy 
D'Ovidio  IV  168.  —  Invertito  in  laske  laxu  {'^lax'cuì);  e  il  solito  re- 
golare tueske  tox'cu.  —  Scempio  in  postonica:  maseme^  proseme  fra- 
sene  fraxinu.  In  Lesandre,  Alesandre  ,  influisce  forse  Lysandru. 
—  71.  Ricorderò  la  caduta  dì  x  st  s  finali,  solo  per  dire  che  ne  ri- 
manga impinguita  la  vocale  come  in  sillaba  aperta:  po2«  post,  s^je 
sex,  nùe,  vùe;  e  s'abbia,  come  altrove,  era',  accanto  a  crpje  cras^ 
oltre  a  peserà'  postcras,  con  la  curiosa  derivazione  piescridde^  pe- 
scrueffele^  da  mettere  accanto  al  pescrellone  molisano  e  abruzzese. 
Sovviene  dal  Pulci,  Morg.  xxvii  55:  «Crai  e  posterai  e  posteri  e 
postquacchera  »-. 

[Continua.] 


NOTE  ETIMOLOGICHE  E  LESSICALI. 


e.  NIGRA. 


Terza  serie  (v.  voi.  XIV,  p.  353-384). 


1. —  it.  aìnoscino,  can.  tamassin.    '-  ^  m      cl^^r-^,, 

L'it.  amóscino  (Fanfani),  o  amosclno  (Yalentini),  'specie  di 
pruno',  fu  rettamente  riferito  dallo  Storm  (Arch.  IV  387)  al- 
l'agg.  lat.  damascènus,  che  congiunto  a  pruna  (Plinio),  o 
anche  senza  il  sostantivo  (Marziale),  significa  appunto  la  specie 
di  pruno  che  ebbe  nome  dalla  regione  di  Damasco.  Lo  Storm 
spiegò  il  dileguo,  in  aìnoscino ,  del  ci  iniziale,  conservato  nei 
corrispondenti  vocaboli  greco  medievale,  inglese  e  francese,  «  per 
l'illusione  che  vi  si  avesse  la  preposizione  di  {pt^ugno  cV-amo- 
scino).  Per  l' ì  riflettente  1'  e  latino,  egli  recò  a  confronto  Sa- 
racino pergamiìia  pulcino.  Quest'etimologia  è  confermata  dal- 
l'equivalente vocabolo  can.  di  Vi  verone  :  tamassin^  che  ha  con- 
servato la  dentale  iniziale,  convertita  però  in  sorda,  probabil- 
mente per  qualche  spinta  assimilativa  [tamariss  tamarisk  ta- 
marindi ecc.). 

2. —  VB.  ans under. 

Il  VB.  anséndèr  'accendere'  appare  come  voce  d' imprestito 
recente,  dal  nted.  entzùnden  anziÀnden,  di  eguale  significato. 

3. —  Antico  genovese  helletegd. 

Per  esprimere  'solleticare',  l'agen.  ha  il  verbo  helletegd,  il 
neogen.  bullitigd,  donde  il  deverbale  bullitigu  'solletico'.  Nelle 
due  ultime  forme,  l' ic  da  e  è  dovuto  al  precedente  suono  la- 
biale. Alle  genovesi  rispondono  le  voci  emiliane  :  parm.  òledgdr, 
regg.  mod.  bledger,  'solleticare',  donde  hlèdeg  'solletico'  (Meyer- 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  7 


98  Nigra, 

Liibke  stampò  erroneamente,  in  gramiii.  I  584,  emil,  dledger  in- 
vece di  Uedger).  Tutte  queste  forme  pajono  postulare  una  base 
immediata  ^bellilicare,  la  quale  dovrebbe  essere  un  lat.  *vel- 

I  iti  care,  posto  di  fatti  dal  Muratori  a  base  delle  voci  emiliane, 
e  fatto  provenire  da  veliere  (Murat.,  Dissert.  33,  s.  solleticare). 

II  senso  di  questo  *velliticare,  se  esistesse,  non  dovrebbe  es- 
sere diverso  da  quello  di  velière,  che  fu  usato  per  'solleti- 
care', come  è  dimostrato  assai  chiaramente  dalla  glossa  del  les- 
sico, falsamente  attribuito  a  Cirillo,  ya^yaAttw  'titillo  vello' 
(Corp.  gloss.,  II  261.  40),  senza  parlare  del  port.  beliscar  'piz- 
zicare'. Da  questo  lato,  l'etimologia  non  incontrerebbe  difficoltà. 
Ma  dal  lato  morfologico,  la  cosa  è  diversa.  Un  latino  popolare 
velliticare  da  veliere  è  un  vocabolo  inverosimile,  che  è  dif- 
fìcile ammettere,  benché  ritenuto  possibile,  non  solo  dal  Muratori, 
€ome  s'è  detto,  ma  anche  dal  Flechia  (Arch.  II  321  n),  e  dal 
Parodi  (Rom.  XXVII  40).  È  difficile  ammetterlo,  non  tanto  per- 
chè dovrebbe  appoggiarsi  sulla  base  di  un  participio  *vellitu, 
che  manca  bensì  nel  latino  classico,  ma  potrebbe  presumersi  nel 
latino  popolare,  al  pari  di  *tollitu  ( Meyer-Lùbke ,  II  339), 
fundìtu  (Ascoli,  Arch.  VII  141  sg.)  ecc.,  poiché  le  glosse  me- 
dioevali ci  danno  un  sostantivo  vellitio  =  titillatio  (Corp. 
gloss.,  II  261.  41  ;  la  glossa  è  citata  dal  Parodi  in  Rom.  XXVII 
40),  ma  perchè  la  formazione  d'un  verbo  avelliti  care  invece 
d'un  normale  *vulsicare  sarebbe  altrettanto  insolita  quanto 
quella,  per  esempio,  d'un  *ra  or  diti  care  per  morsicare.  Nel 
romanesco  vo)iicd,  citato  dal  Flechia,  il  t  appartiene  alla  ra- 
dice vort-  (vert-ére),  non  già  a  una  derivazione  da  voi  ve  re, 
e  quindi  non  ha  da  essere  qui  invocato. 

Il  Flechia,  ben  sentendo  la  debolezza  d'una  tale  spiegazione, 
ne  tentò  un'altra,  non  senza  esprimere  però  qualche  dubbio. 
Egli  suppose  che  il  gen.  belletegà  potesse  rappresentare  un  com- 
posto di  per  e  letegd ,  foggiato  sul  modello  di  pellucidus  = 
per-Iucidus.  La  seconda  parte  del  composto  sarebbe  stata,  a 
suo  giudizio,  la  stessa  che  è  nella  seconda  parte  dell'equivalente 
ìialìa.no  sollelicco'e  =  *sub-leticaì'e,  dove  leticai'e  rappresen- 
terebbe un  aferetico  e  metatetico  *titillicare.  Ma  se  questa 
spiegazione  della  seconda  parte  del  composto  è  ammessibile,   lo 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  III.  99 

stesso  non  può  dirsi  di  quella  della  prima,  cioè  del  passagg-io 
del  prefisso  per  in  bel,  di  cui  si  desidererebbero  esempj  più 
probanti  di  quelli  finora  invocati. 

È  forza  perciò  rinunciare  anche  a  questo  tentativo  di  dichia- 
razione, pur  ritenendo  come  verosimile  la  spiegazione  del  Fle- 
chia  circa  l'equazione  tra  il  -letegd  dell'antico  genovese,  e  il 
-leticare  dell' it.  solleticare,  equivalente  a  *titillicare.  Ma  se 
questa  spiegazione  di  -letigd  ha,  come  pare,  un  fondamento  di 
verità,  che  cosa  sarà  dunque  questo  tei-,  che  figura  come  parte 
iniziale  di  helletigd  ? 

La  risposta  sarà,  secondo  ogni  verosimiglianza,  che  noi  ci 
troviamo  in  presenza  di  un  composto,  risultante  dalla  fusione 
di  due  verbi  di  significato  identico,  da  annoverarsi  tra  quelli 
indicati  dal  Caix  ne' suoi  StudJ,  p.  199.  I  due  verbi  sono  i  si- 
nonimi veliere  e  *titillicare,  quest'ultimo  ridotto  per  aferesi 
e  metatesi  a  letigare.  Quindi  V  agen.  helletigd  equivarrà  a 
vel[lere  +  *til]liticare.  E  sarà  un  bell'esempio  d'un  tal  ge- 
nere di  composti,  da  porsi  accanto  a  fracassare  abbollessare  e 
simili. 

4. —  it.  bietta,  fr.  bilie,  lomb.  bicc;  ecc. 

L'it.  bietta  significa  'piccolo  cono  di  legno  per  rincalzare, 
rinforzare,  serrare,  o  anche  spaccare'.  L'origine  di  questo  vo- 
cabolo, dichiarata  oscura  da  Diez,  non  fu  ancora  chiarita  in 
modo  soddisfacente  dai  successori  (v.  Kòrting  31,  e  ora  Parodi, 
Rom.  XXVII  216).  Bietta  non  deve  essere  parola  indigena  in 
Toscana,  dove  ha  per  sinonimo  'zeppa'.  Essa  pare  invece  indi- 
gena nell'Emilia,  donde  ha  potuto  facilmente  passare  in  To- 
scana. Se  cosi  è,  si  può  pensare  che  la  parola  emiliana  stia  per 
*biljetta,  dove  bilj-  bij-  sarebbe  da  bikl-,  per  il  qual  processo 
qui  gioverà  più  specialmente  ricordare  i  boi.  kudja  'quaglia'  e 
bréja  'briglia'.  Sarà  esotico  anche  il  tose,  bilia  'legno  storto 
con  cui  si  serrano  le  legature  delle  some',  cfr.  il  fr.  bilie  nella 
medesima  significazione.  La  ragione  di  codesto  bilj-  è  normal- 
mente applicabile  all'aprov.  bilha,  fr.  bilie,  piem.  can.  bija.  vb. 
bilja,  'rocchio  di  legno,  pedale,  bastoncino',  prov.  fr.  billon, 
piem.   can.  bjuji,    'tronco  d'albero   segato',   svizz.   rom.  bihllon 


100  Nigra, 

behllon  'pièce  ronde  de  sapin ',  fr.  billot  'ceppo',  can,  bjana 
'zeppa'.  E  rasentiamo  per  la  significazione:  can.  bjokk,  bl.  bio- 
chus,  'tronco  d'albero  (prov.  cat.  bioc  in  Diez  s.  v)';  ma  qui 
non  osiamo  affermare  che  bj-  sia  da  bilj-. 

Il  Diez  (s.  biglia)  ha  dato  per  base  probabile  ai  fr.  bilie  bil- 
lot il  mai.  bickel  'dado,  cubo'.  Questa  etimologia  fu  confermata, 
per  bilie  biglia,  dal  Mackel,  che  fa  procedere  il  mai.  bickel  da 
un  presunto  anteriore  aat.  '^bickil  (103). 

Che  qui  si  tratti  veramente  d'un  esito  di  -kl-  è  specialmente 
comprovato  dal  lomb.  bica,  mil.  anche  bigg,  'ceppo  pedale',  cor- 
rispondente per  il  senso  e  per  la  base,  salvo  il  genere ,  al  fr. 
bilie,  al  piem.  bija  ecc.,  e  salvo  il  suffisso  al  prov.  fr.  billon  e 
al  piem.  bjun. 

Rispetto  al  gemi,  bickel  e  alla  sua  possibile  parentela  con  temi 
celto-romanzi,  si  vegga  il  Kluge  s.  bicke. 

5, —  it.  sp.  pg.  pr.  branca,  fr.  bilancile,  rum.  branca, 
lad.  braunca,  it.  branco,  pr.  branc. 

Il  significato  originario  non  è  punto  'ramo',  come  sembrarono 
credere  il  Neumann  (Zeitschr.  V  386)  e  lo  Scheler  (s.  v.),  ma 
bensì  quello  di  'artiglio'  e  'zampa  d'animale',  donde  poi,  se- 
condo i  luoghi,  vennero  quelli  di  'palma  della  mano,  spanna, 
pugno,  manata,  ramo',  e  anche  (nell'it.  branco)  'riunione  di 
animali',  a  similitudine  della  riunione  degli  artigli  nella  branca^ 
0,  se  si  vuole,  dei  ramoscelli  e  delle  foglie  nel  ramo. 

La  voce  branca  si  trova  già  per  tempo,  col  senso  di  'zampa', 
nel  latino  popolare,  in  un  frammento  del  gromatico  Latino  To- 
gato (Gromat.  vet. ,  ed.  Lachmann  309),  che  registra  branca 
ursi,  branca  lupi,  come  marche  incise  sulle  pietre  di  limite. 
Questo  scrittore  visse  nell'epoca  imperiale,  non  si  sa  bene  in 
qual  secolo.  Il  frammento  di  trattato  che  di  lui  ci  rimane  fu 
pubblicato,  nelle  successive  edizioni  dei  gromatici,  dal  Tourne- 
boeuf  (de  agrorum  conditionibus,  an.  1554),  dal  Rigault 
(auctores  finium  regundorum,  an.  1614),  dal  Goes  (auc- 
tores  rei  agrariae,  an.  1674),  e  poi  dal  Ducange  (  Gloss. 
s.  V.)  nel  1678,  e  più  tardi  dal  Porcellini.  Ma  pare  sia  rimasto 
ignoto  al  Diez,  che  registra  soltanto  un  branca  leonis  del 
secolo  undecinio. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  III.  101 

Ma  che  è  questo  branca?  Il  vocabolo  non  ha  fondamento  nel 
lessico  latino,  poicliè  la  connessione  con  brachiuin  non  è  so- 
stenibile. Dovrà  dunque  essere  una  parola  d' imprestito,  portata 
assai  per  tempo  dalle  legioni  nel  territorio  latino.  E  poiché  né 
il  lessico  greco,  ne  il  celtico,  non  offrono  alcuna  base  soddisfa- 
cente, par  di  doverla  domandare  al  fondo  germanico. 

Questo  ci  dà  un  fondamentale  *krai'iipa,  dónde  l'aat.  krampf 
krampha  krampho  'uncino',  e  come  aggettivo:  'adunco'.  Vi  si 
connettono,  o  ne  dipendono,  negli  idiomi  germanici  come  nei 
neolatini,  numerosi  vocaboli,  con  o  senza  perdita  della  gutturale 
iniziale,  che  sarebbe  troppo  lungo  e  superfluo  qui  registrare.  Ba- 
stino per  tutti:  Tingi,  cramp,  il  fr.  crampon,  l'it.  grampa  (e 
con  l'afei'esi:  rampa)  'branca  d'animale,  zampa',  grànfia  e  ràn- 
fia 'artiglio'.  L'equivalente  pieni,  grinfja  sta  all'it.  grànfia,  come 
l'aat.  krimpf  sta  all'equivalente  /^rawp/" 'adunco'  (si  compari  il 
berg.  sgrafa  daccanto  a  sgrifa  'piede  di  gallina'). 

Il  BL.  branca  non  sarà  altro  che  la  metatesi  di  questo  krampa] 
come  il  tose,  gronco  è  metatesi  di  congro.  Una  conferma  di 
questa  metatesi  è  data  dai  vocaboli  equivalenti  it.  brancucce, 
friul.  grampuce  fem.  pi.  (v.  Pirona  s.  v.),  specie  di  fungo  fatto 
a  branche,  detto  più  comunemente  in  Toscana  diiole,  in  berg. 
didèle,  in  piem.  tnanine  (clavaria  coralloides). 

Il  significato,  evidentemente,  non  dà  luogo  ad  obbjezioni.  Dalle 
nozioni  di  'uncino,  adunco',  che  ancora  si  sentono  nel  vie. 
branco,  it.  rampo,  'uncino',  il  passaggio  a  quello  di  'artiglio, 
zampa'  è  facile  a  spiegarsi.  Né  può  far  difficoltà  il  digradamento 
della  sorda  labiale  in  sonora  divenuta  iniziale,  dinanzi  a  r.  Come 
nelle  voci  già  citate:  grampa  granfa  grinfja  grampuce,  s'aveva 
il  fenomeno  analogo  per  la  gutturale,  così  s'ebbe,  nella  figura 
metatetica,  per  la  labiale  (cfr.  del  resto  pr^ugna  hrugna,  ecc.) 

6. —  vicent.  brombo  -a  'pruno,  prugna', 
basso-engad.  brùmbla  'prugna'. 

Colle  significazioni  corrispondenti,  occorrono:  friul.  brómbuUi 
'prugna',  brombolar  'pruno',  trev.  beli,  bromboler,  beli. param- 
holer,  ver.  brombolar,  'pruno  selvatico'  prunus  spinosa.  Con 
significati  affini  :   pieni,  brombo  'tralcio',  can.   biell.    (Viverone) 


102  Ni-TH, 

hruniba  'il  complesso  dei  rami  d'un  albero',  romagn.  hromhla 
hròmhal  'frasca  rampollo',  bresc.  brómbol  'tallo  del  cavolo  in 
fioritura'. 

11  piem.  brombo  sta  certamente  per  brómbolo  (cf.  piem.  neì^po 
'nespolo');  e  la  comparazione  delle  forme  dei  paesi  limitrofi  la- 
scia supporre  che  fors'anco  il  vicentino  brombo  -a  rappresenti 
un  brómbolo  -a  di  ftise  anteriore.  Il  basso-eng.  brùmbla  (circa 
il  quale  non  ci  lasceremo  fuorviare  dal  Pult,  'Le  parler  de  Sent\ 
273)  sta  benissimo  anch'egli  in  questo  gruppo,  nonostante  il  suo  ù. 
È  avvenuta  all'  Engadina  un'  attrazione  reciproca  tra  il  conti- 
nuatore del  lat.  prima:  prùnna  brunna,  e  il  continuatore  di 
'*'brombla. 

La  base  di  questo  nostro  gruppo  e'  è  probabilmente  fornita  dal- 
l'aat.  bramai  (asass,  bremel  brembel  brember,  ingl.  bramble)^ 
vepres  rubus,  derivato  esso  medesimo  dall'equivalente  aat. 
bramo  brama,  a  cui  va  pur  connesso  l'asass.  bróm,  ingl.  broom, 
'ginestra'.  11  passaggio  dell'»  radicale  in  d,  oltreché  nella  citata 
voce  anglosassone,  appare  nei  composti,  ted.  brom-bere,  sved. 
brom-bdr,  daccanto  al  dan.  bram-baeì',  e  all' aat.  brdm-beriy 
'rovo,  rumex'.  Il  secondo  b  delle  forme  alto-italiane  non  sa- 
rebbe epentetico,  come  quello  delle  voci  anglosassoni  (v.  Skeat 
s.  bramble),  ma  più  verosimilmente  proverrebbe  dal  b  di  -beri  in 
brdm-beri,  brom-bere. 

Anche  in  un'altra  coppia  di  voci,  che  nell'ordine  del  signifi- 
cato qui  spetta  ma  dipende  da  un  fondamento  affatto  diverso,  do- 
vremo forse  riconoscere  l'influsso  dell' w  proveniente  dall'i*  di 
pruna.  Abbiamo  cioè  in  Val  d'Aosta:  pr  Urna  prima  '  i^vugnai\ 
priimé  prime  'pruno',  che  vanno  tra  le  forme  di  *pruma: 
savoj.  prdma  ecc.,  aat.  pfì'iima,  gr.  -jzQovf.ivov,  ristudiate  dal 
Meyer-Lùbke  in  Zeitschr.  XX  534-5. 

7. —  it.  bucato,  apr.  sp.  bugada,  fr.  bttée,  ecc. 

Queste,  e  le  altre  voci  romanze  affini,  significano  l'imbianca- 
tura dei  panni  col  ranno,  e  anche  i  panni  stessi  imbiancati.  Il 
Muratori,  il  Galvani,  poi  recentemente  il  Kluge  (s.  bauchen),  e 
con  esso,  ma  con  qualche  dubbio,  il  Mackel  (19,  144),  si  dichia- 
rarono per  la   provenienza  dei   vocaboli  romanzi   dal  ted.  baU' 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  HI.  103 

chen  di  egual  significato.  Ma  già  Ferrari ,  Menagio ,  Tassoni^ 
Diez,  Tommaseo,  Flechia,  Mistral,  Scheler,  Petrocchi,  la  riferi- 
scono all'it.  bucare,  dando  cosi  a  bucalo  buèe  ecc.  il  giusto  senso, 
che  è  'forato  forata'. 

Ma  nello  spiegare  la  ragione  d'un  tal  significato,  i  più  cad- 
dero in  errore,  affermando  che  il  bucato  è  cosi  detto  perchè  si  fa 
passare  il  ranno  per  un  panno  bucato  (v.  segnatamente  Diez 
Tommaseo,  Scheler  s.  v.,  Flechia  Arch.  II  328).  Ora  questa  spie- 
gazione non  è  giusta.  Il  panno  per  cui  passa  il  ranno,  cioè  il 
ceneràcciolo,  è  permeabile  all'acqua,  come  sono  i  panni  in  ge- 
nerale. Ma  non  è  forato,  e  non  lascia  passar  la  cenere.  Invece 
il  vaso  che  serve  all'imbiancatura  dei  panni,  detto  in  Toscana 
'mastello'  o  'tinello'  se  in  legno,  e  'conca'  se  in  terra  cotta, 
in  francese  'cuvier',  in  aprov.  'tinel,  rusquió',  in  spagn.  'cola- 
dor',  ha  in  fondo  un  buco  da  cui  cola  il  ranno.  Adunque  bucato 
significa  propriamente  'mastello  bucato'  come  buèe  significherà 
'cuve  buée',  e  collo  stesso  nome  del  contenente  si  venne  poi 
anche  ad  indicare  la  cosa  contenuta,  cioè  i  panni  imbucatati. 
Perciò  il  Tassoni  definisce  giustamente:  'tronco  bucato  dal  qual 
passare  la  liscivia  '  ;  e  il  Mistral  :  '  Le  mot  bugaclo  vient  de  bou 
boue  ,trou',  parceque  la  lessi  ve  est  proprement  l'eau  qui  passe  par 
le  trou  du  cuvier'.  Che  il  nome  bucato  debba  applicarsi  al  ma- 
stello e  non  già  al  ceneràcciolo,  è  anche  provato  dai  sinonimi  ca- 
navesani  bima  bilnd,  che  provengono  da  biln  'bugliolo  mastello'. 

La  sintassi  conferma  questa  spiegazione.  Si  dice  in  Toscana 
imbucatare  e  mettey^e  i  panni  hi  bucato.  Questa  dizione  sa- 
rebbe scorretta  se  bucato  indicasse  il  ceneràcciolo,  il  quale  si 
pone  sopra  i  panni  già  imbucatati,  e  non  sotto  di  essi.  D'altronde 
l'imbiancatura  dei  panni  non  riuscirebbe  se  il  ceneràcciolo  avesse 
dei  buchi  e  lasciasse  passare  la  cenere.  Per  chi  le  ignorasse,  si 
riferiscono  qui  le  definizioni  del  'ceneràcciolo'  e  del  'boccinolo' 
date  dal  Carena  ^  :  '  Ceneràcciolo  :  grosso  panno  di  canapa,  con 
'  cui  si  ricopre  la  bocca  della  Conca  o  del  Mastello,  e  sopra  il 
'quale  si  pone  la  cenere  per  farvi  il  Ranno'.  —  'Bocciuolo: 
'  pezzo  di  canna,  piantato  nel  foro  che  è  presso  il  fondo  del  Ma- 


*  Giacinto  Carena,  Vocabolario  d'arti  e  mestieri,  s.  lavandaja. 


104  Nigra, 

'stello  0  della  Conca;  pel  Bocciuolo  esce  il  Ranno  che  si   rac- 
*  coglie  nella  sottoposta  Catinella'. 

8. —  it.  caciocavallo. 

Nell'Italia  centrale  e  meridionale  è  detto  caciocavallo  un  ca- 
cio fatto  con  latte  di  vacca  o  di  bufala  (Fanfani).  La  forma  di 
questo  cacio,  somigliante,  anche  per  la  dimensione,  all'  oq^ig  d'un 
cavallo,  gli  valse  questo  nome  plebeo,  che  etimologicamente  equi- 
vale a  'cazzo  di  cavallo',  e  si  trasformò  poi  per  altra  interpre- 
tazione popolare  in  caciocavallo.  Passò  questo  vocabolo  in  Ru- 
menia  [ca.^caval),  in  Grecia  {xaùxa^dh),  in  Turchia  (qudcìiqavdl), 
in  Ungheria  (kaskavdl),  collo  stesso  significato.  Ma  da  alcuni  fu 
creduto  d'origine  turca;  da  altri  fu  interpretato  come  'cacio  di 
cavallo,  pferdekàse'  (v.  Cihac  s.  v.  ;  Rudow,  Zeitschr.  XXII  230). 

Si  compari,  per  il  senso,  il  lomb.  (Brianza  e  Valsassina)  cacò, 
cagg,  che  ha  i  due  significati  di  'borsa  del  caglio'  e  di  'scroto', 
e  brianz.  cagelt  'borsetto  pieno'.  Nelle  campagne  lombarde  e 
piemontesi,  il  caglio  animale  si  conserva  in  vescichette  o  borse 
di  pelle,  appese  alle  pareti  presso  il  camino. 

9. —  GAL-  (kal-)  ecc.,  nella  composizione  neolatina. 
[CtV.  Arch.  XIV,  p.  272  sgg.,  p.  3G0  sgg.] 

35  \  piem.  a  karaljocc  'a  cavalluccio'  (Gavuzzi).  Il  pieni. 
hocó,  tra  gli  altri  significati,  ha  quello  di  'mucchio  viluppo  am- 
masso gruppo'.  Dicesi  di  cose  attaccate  insieme. 

36\  sic.  caragiau  'ghiandaja'.  La  seconda  parte  del  compo- 
sto appare  intatta  nel  pure  sic.  giaa  che  ha  l'identico  significalo 
di  'ghiandaja'. 

57;  sic.  carcay^azza  'gazza';  carazza  sarà  probabile  riflesso 
d'un  *  Cora  ci  a,  da  corax  'corvo'. 

38]  lim.  cacardano  f.  'creux  d'un  arbre'  (Mistral).  È  me- 
tatesi di  caracduno  la  cui  seconda  parte  cduno  significa  'ca- 
vitò, creux,  terrier'.  Per  la  metatesi  si  compari  il  prov.  caca- 
omulo  'escargot',  coll'equi valente  caragaiUo,  sp.  caracol. 

39',  abruzz.  calapuzzo  'terebinto'  (pistacia  terebinthus). 
Che  la  seconda  parte  del  composto  sia  '  puzzo  '  è  comprovato  dai 
sinonimi  abruzz.  legno-puzzo,  calabr.  palino,  fdenle,  e  abruzz. 


^ 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  III.  105 

catapuzza,  nel  quale  ultimo  vocabolo  la  prima  parte  rimane 
i  ncerta. 

40]  cat.  calapat  'rospo';  v.  infra,  s.  crapaud  (nm.  15). 

41',  al  vallone  calmousèle  'nascondiglio',  esaminato  in 
Ardi.  XIV  361 ,  n.°  30,  si  dovranno  aggiungere  il  piem.  ca- 
mussina  'prigione'  (Cuneo;  v.  Arch.  XIV  374  n),  e  il  berg, 
eamilssù  'prigione'  e  'piccola  stanza'  (Tiraboschi). 

42;  VA.  karharé  'grosso  campano';  v.  infra,  s.  caròt,  nm.  11. 

43;  alto-milan.  cali/non  'paleo';  per  la  somiglianza  del  pa- 
leo col  frutto  del  limone. 

10.—    Di  alcuni  nomi  della  'caprùggine'. 

Tra  i  varj  nomi  dati  in  Italia  alla  caprùggine  delle  doghe,  è 
notevole  la  seguente  serie  :  gen.  zinna,  bresc.  mani  ferr.  zina, 
parm.  piac.  zejna,  romagn.  zena,  pad.  trent.  zigna,  aless.  (monf.) 
arzeina  (verbo  arziné  'caprugginare'),  mil.  gina,  ginna,  sard. 
gina,  inginna,  sic.  jina,  bresc.  ina  e  anche  rezina  (cfr.  aless. 
arzejna).  Il  gen.  zinna  si  usa  anche  per  'orlo  di  tetto  o  di 
muro';  e  l'aless.  zejna  significa  il  'solco  che  fa  nella  pelle  un 
legaccio  stretto,  o  una  piega  dell'abito  compresso  sul  corpo'.  Tutte 
queste  forme  sono  di  genere  feminino. 

Il  Lorck ,  registrando  la  maggior  parte  delle  forme  precitate 
(206),  rigetta  con  ragione  ogni  loro  connessione,  sia  con  inge- 
gno sia  con  cinghia,  e  riferisce,  senza  appropriarsela,  l'etimo- 
logia del  gr.  yvvri,  proposta  dal  Cherubini  e  dal  Monti.  Ma  in 
fondo  riconosce  che  die  herkunft  dieses  loeituerbreiteten  loor- 
tes  ist  dunkel. 

La  distribuzione  geografica  di  questi  vocaboli  sembra  accen- 
nare ad  origine  germanica.  In  fatti  si  trova  nell'aat.  un  fem. 
zinna,  a  cui  risponde  il  neoted.  zinne,  col  significato  di  'merlo 
di  muro  '.  Questo  significato  converrebbe  abbastanza  con  quello 
di  caprùggine,  poiché  l'estremità  della  doga  caprugginata  pre- 
senta una  rassomiglianza  caratteristica  con  un  merlo  di  muro , 
e  le  doghe  d' un  tino  disposte  in  cerchio  offrono  l' apparenza 
d'una  piccola  torre  merlata;  e  il  gen.  zinna,  come  s'è  visto, 
indica  pure  l'orlo  del  tetto  o  del  muro.  E  cosi,  fuori  d'Italia, 
daccanto    al  fr.   ])V0\.  jable  'caprùggine',  vi  è  il  prov.    jablelo 


106  Nigra, 

'combles  d'une  toiture';  e  l'afr.  jaUe  gable  ha  pure  il  signifi- 
cato di  'frontone  d'ediflzio'  e  di  'panconcello'. 

Ma  a  questo  ravvicinamento,  cos'i  tentante  per  la  somiglianza 
del  significato,  fa  ostacolo  una  grave  difficoltà  fonetica.  Lo  z  ini- 
ziale dell'aat.  zinna,  come  dimostra  d'altronde  il  pi.  cinna,  è 
una  sibilante  sorda,  e  suppone  un  tema  germanico  con  una  den- 
tale iniziale  parimente  sorda  *tinna  (v.  Kluge  s.  zinna),  mentre 
le  voci  romanze  hanno  l'iniziale  sonora.  Ora  la  riduzione  d'una 
sibilante  germanica  iniziale  sorda  in  una  sonora  romanza  non 
è  ammessa.  La  questione  rimane  perciò  insoluta.  I  vocaboli  qui 
riuniti  vorranno  considerarsi  come  semplice  contribuzione  les- 
sicale ^. 

Il  significato  di  'fessura  intaccatura  incrinatura',  è  evidente  in 
altre  voci  equivalenti,  come  sono  p.  e.  piem.  mortaza  =fr.  7yior- 
taise,  kardo  propriamente  'cardine',  vb.  antapa  'intaccatura', 
BR.  skroza  'incavo',  monf.  garza  'carreggiata',  filùra  'spi- 
raglio', krepa  'spaccatura',  sgcrvassa  (fr.  crevassé)  'fessura', 
ankr èrnia  'tacca',  ecc. 

11. —  berg.  caròt  e  altri  nomi  del  'campano'. 

Al  valdostano  karrd  f.  e  al  sav.  carron,  'campano,  campa- 
naccio',  spiegati  in  Arch.  XIV  363  (s.  carillon),  si  dovranno 
aggiungere:  berg.  caròt  caroó,  va.  karrelé,  'campano',  va.  kar- 
karè  'grosso  campano'.  In  quest'ultima  voce  il  kar-  iniziale,  an- 
ziché una  sillaba  reduplicativa,  rappresenterà  la  particella  pre- 
positiva kar-  (  =  kal-),  esaminata  in  Arch.  XIV  360.  Vedi  qui 
sopra  al  num.  9. 


*  Quanto  alle  ragioni  etimologiche,  senza  dire  del  fr.  Tprov.  jable  o  dei 
prov.  gnule  jaule,  va.  galjon,  altrove  addotti,  c'è  ancora,  sul  territorio 
italiano,  il  problema  della  stessa  voce  capruggine  (cfr.  Diez  IF  342,  Meyer- 
Lùbke  II  471),  la  quale  non  potrà  andar  separata,  per  quanto  è  della  base, 
dagli  equivalenti  capurnature  capernatur^  caprennatnr§  dell'abruzzese,  ca~ 
prenateùr§  dell'agnonese.  Risaliremo  forse  a  sostantivi  diversi,  come  *  ca- 
perà *capertna  ecc.,  dall'uno  de' quali  potè  provenire  il  lat.  caperare 
'corrugarsi',  già  proposto  dal  Galvani,  secondo  che  opportunamente  ri- 
corda lo  Zambaldi  (s.  v.).  —  G.  I.  A. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  III.  107 

12. —  bepg.  e  al  elina  'pigna  del  mugo'. 

Il  berg.  catelina  risponderebbe  ad  un  ita].  *capitellma,  e  vor- 
rebbe dire  etimologicamente  'tettina',  come  il  berg.  cavclèl  (=  *ca- 
pltello)  risponde  anche  per  il  senso  a  capézzolo.  Questa  dichia- 
razione naturalmente  importa  un  t  =  pt,  anteriore  alla  riduzione 
(li  -/-  in  d. 

L'etimologia  è  spiegata  dalla  rassomiglianza  tra  la  pigna  e  la 
tetta.  Si  compari  l'equazione  etimologica  tra  l'it.  poppa,  piem. 
piìpa  e  il  com.  polna  'pigna',  dal  lat.  pupa  *puppa,  Arch.  XIV 
288-9. 

13. —  Verbi  in  -e care. 

Malgrado  le  obbjezioni  sollevate  nella  Zeitschr.  XXII  297  con- 
tro la  dichiarazione  di  toccare  ecc.  data  in  Arch.  XIV  337-8, 
obbjezioni  che  si  sottomettono  volontieri  al  giudizio  dei  lettori 
competenti,  si  prosegue  qui  la  serie  delle  voci  appartenenti  alla 
stessa  categoria. 

Lasciando  per  ora  in  disparte  l'esame  sull'origine  di  pacco  e 
impiccare  da  pangere  e  -pingere,  per  mezzo  di  *pagicare 
-*pigicare  (cf.  pagina  co/npages,  compingere)  e  d'alcune  altre 
simili  forme,  qui  intanto  son  considerati  i  soli  due  esempj  che 
seguono  : 

It.  straccaì^e,  allato  ai  i\\  traquer  détraquer.  —  Il  verbo  ita- 
liano, secondo  il  Diez,  andrebbe  'probabilmente'  con  l'aat,  strec- 
clian  'stendere';  ma',  per  altro  non  dire,  osta  la  diversità  della 
vocal  radicale.  Il  verbo  francese  è  ragguagliato  dallo  Scheler  al 
neerl.  irekhen  'tirare';  ma  ritorna  la  stessa  difficoltà.  Nell'it. 
s-traccare,  la  sibilante  sarà  preposizionale,  e  perciò  il  verbo 
francese  non  ne  sarà  punto  diverso.  La  base  comune  sarà  latina,  e 
l'Ulrich,  Zeitschr.  1X419,  avrà  toccato  la  vera  sostanza,  ponendo 
un  *tracticare.  Questa  sutura  solleva  però,  sotto  il  rispetto  fone- 
tico, le  medesime  obbjezioni  che  erano  avvertite  per  *tacticare 
dirimpetto  a  taccare  in  Arch.  XIV  338.  All'incontro  vorremo: 
*tragicare  da  tragere  (strabere;  cfr.  tragula  traha  ecc.). 
Il  frc.  traquer,  che  ci  offre  incolume  l'antica  gutturale,  spetterà 
naturalmente  alla   ragion  dialettale  della  Francia   del  Sud  o  di 


108  Nigra, 

determinate  circoscrizioni  della  Francia  di  Nord-Est,  come  ap- 
punto è  di  toquer  allato  a  toucher ,  o  pur  di  attaquer  allato 
ad  altacher.  —  La  significazione  di  trailer  e  torna  ben  perspi- 
cua nel  deverbale  it.  stracche,  abruzz.  straccale,  'dande,  cigno 
da  calzoni  ^. 

L'altro  esempio  importa  principalmente  per  l'ulteriore  docu- 
menticazione  dell' ^ica  di  derivazione  verbale  ridotto  a  ^ca,  E  que- 
sto: fr.  clocher,  pie.  cloquer,  prov.  claucd,  aprov.  cloquar,  piem. 
■coke,  can.  cokar,  'zoppicare,  oscillare,  tentennare'.  Qui  si  pre- 
senta sùbito  al  pensiero  il  lat.  claud[i]car e.  Ma  anche  si  po- 
trebbe trattare  di  *clopcher  ecc.  (aprov.  clopcar)  cfr.  bl.  clop- 
pus  'zoppo',  afr.  cloper  'zoppicare'),  in  fonia  semplificata.  Sa- 
rebbe però  sempre  esempio  opportuno  dell' •^^ca  ridotto. 

14. —  can.  piem.  cepp,  friul.  clipp  ecc.,  'tepido'. 

Daccanto  al  piem.  iébi  e  al  friul.  tìold  da  tepida  vi  sono,  in 
Canavese  e  altre  parti  del  Piemonte,  l'agg.  cepp,  f.  cèpa,  e  nel 
Friuli  clipp,  a  cui  sono  da  aggiungere  il  vallanz.  chioepp  e  il 
lion.  cliapo,  collo  stesso  significato  di  'tepido'.  Queste  ultime 
forme,  cepp  clipp  chioepp  cliapo,  come  già  per  la  prima  di  esse 
aveva  genialmente  intuito  il  Flechia  (v.  Salvioni,  Arch,  IX  198  n), 
risalgono  ad  una  base  tepulu  (aqua  tepula  Frontino,  Plinio), 
parallelo  a  tepidu.  L'evoluzione,  per  cui  questo  antico  tepulu 
venne  a  riflettersi  in  cepp  *cliepp  clipp  ecc.,  è  identica  a  quella 
per  cui  dal  lat.  populu  si  riusci,  per  via  di  *plopu,  all'it. 
pioppo',  ed  è  quanto  dire  che  da  tepulu  si  venne  a  *tlepu 
"^tleppu,  onde  necessariamente  *kleppu. 

Dal  nome  provengono  le  forme  verbali,  can.  ceplr,  vb.  scèpir. 
friul.  clipl  clipd  ìnclipd,  'intepidire',  ecc.  ^ 


^  Nell'equivalente  piem.  slake  (mentori,  staca  'guinzaglio'),  si  produrrebbe 
il  dileguo  di  r  dopo  st-,  come  in  stivale  per  *strivale,  lomb.  vs.  strival, 
Arch.  XIV  299. 

*  Notevole  che  la  palatina  i)roveniente  da  hi-  kj-  qui  possa  coincidere, 
per  via  del  dittongo  dell'  e,  con  la  palatina  proveniente  da  tj-  (tiepi-  tjepi-)- 
Così  nel  civi  valmaggese,  che  sta  nella  serie  di  tepidu,  non  in  quella  di 
tleppu.  Ma  ulteriori  indagini  potranno    anche   stabilire    delle  particolari 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  III.  109 

15. —  crapaud,  e  altri  nomi  del  'rospo'. 

Delle  numerose  forme  del  nome  del  'rospo'  che  rivengono,, 
sul  territorio  francese  e  occitanico  alla  base  crap-,  munita  di 
suffissi  diversi,  basterà  qui  citare,  ricorrendo  alla  'Faune  popu- 
laire'  del  Rolland,  le  seguenti:  afr.  crapot,  aprov.  crapaut  gra- 
paud,  acat.  grapalt ,  picc.  crapeux,  vallon.  crapan,  lim.  ling. 
grapard  grapal  gropal,  Lisieux  crapas,  fera,  crape,  Bray  cra- 
pou.  Il  BL.  ha  crapaldus  crapollus.  E  la  più  schietta  di  co- 
deste forme  è  il  fem.  crape  di  Lisieux,  la  quale  alla  sua  volta 
ci  conduce  all'it.  grappa,  sp.  pg.  grapa,  'zampa,  artiglio',  che 
è  quanto  dire  all'aat.  crapfo  'uncino'  (cfr.  prov.  graps  'mano 
colle  dita  curvate',  fr.  grappin  ecc.).  Dato  ciò,  il  fr.  crapaud  & 
le  altre  forme  similari  significherebbero  propriamente 'zamputo', 
fr.  'pattu'.  In  fatti  il  rospo  e  la  rana,  volgarmente  considerati 
come  rettili,  si  distinguono  da  questi  per  la  facoltà  di  camminare 
col  mezzo  di  quattro  forti  zampe,  che  l'assenza  della  coda  rende 
più  appariscenti.  È  naturale  che  questo  carattere  del  rospo  abbia 
suggerito  all'imaginazione  popolare  la  denominazione  che  qui  si 
esamina. 

L'etimologia  qui  proposta  trova  una  valida  conferma  nell'it. 
zambaldo  'rospo',  che  non  può  dir  altro  se  non  'zamputo',  da 
'zampa',  in  perfetta  corrispondenza  col  fr.  crapaud  da  crap-, 
e  nel  delf.  e  pittav.  grapielte  'lucertola',  che  dovette  avere  que- 
sto nome,  identico  nella  base  a  quello  del  crapaud,  unicamente- 
per  il  carattere  comune  delle  quattro  zampe  -.  E  altri  raff'ronti 
ancora  comproveranno  questo  ravvicinamento. 


contaminazioni  tra  serie  e  serie.  Una  già  se  ne  vede  chiara  nel  friul.  cllpid, 
dato  dal  Pirona  allato  a  clipp  e  twid.  Il  nizzardo  chèbe  (Mistral),  se  la. 
trascrizione  è  corretta,  parrebbe  da  collocarsi  a  fianco  del  valmagg.  civi. 
—  G.  I.  A. 

^  E  trattandosi  di  forme  popolari  soggette  a  facili  deformazioni,  sarà  pur 
lecito  il  chiedere  se  il  fr.  crécelle  'raganella',  cioè  il  noto  strumento  che 
sostituisce  le  campane  negli  uffici  religiosi  della  settimana  santa,  non  ri- 
sponda, malgrado  Ve  per  Va  di  tal  posizione,  ad  un  *crapicella,  col  si- 
gnificato etimologico  di  'rana'.  Lo  strumento  avrebbe  cosi  preso  il  nome 
dal  suo  suono  stridente  e  monotono,  simile  a  quello  della  rana.  Di  fatti  l'e- 
quivalente vocabolo  piemontese  è  kanta-rana.  e  l'it.  raganella  significa  ad 
un  tempo  la  rana  e  lo  strumento.  Né  questi  raff'ronti  saranno  i  soli. 


110  Nigi-a, 

La  lucertola,  il  ramarro,  la  salamandra,  che  al  pari  del  ro- 
spo e  della  rana  si  distingono  per  le  quattro  zampe  dai  serpenti, 
hanno  in  certi  luoghi  della  Francia  un  nome  che  non  ha  biso- 
gno di  commento:  delf.  quatre-pattes  quatre-pieds  quatre-pès  'ra- 
marro d'acqua',  Liège  quatre-pierre  kateì^-piège  kouatt-pesse 
*  salamandra',  fr.  orient.  vallon.  quatre-piche  quater-pièche  quatte- 
pesse  quaire-pierres  coueite-pay  'lucertola'  (Rolland).  Occorre 
appena  notare,  che  le  deformazioni  del  secondo  composto,  in  al- 
cune di  queste  voci,  equivalgono  a  pieds  o  pa/Ze?  (v.  Horning, 
Zeitschr.  XVIII  26).  E  si  comparino  ancora  i  loren.  ketehras 
kuetehì^s  'salamandra',  huetebras  'ramarro',  riferiti  dall'Adam, 
^Les  patois  lorrains'  344,  e  interpretati  per  *  q  uà  d  rubra  chi  a 
Marchot,  Zeitschr.  XIX  102. 

Il  cat.  calapat  'rospo',  se  la  nostra  supposizione  sull'origine 
della  particella  prepositiva  cai-  cala-  ecc.  è  ben  fondata  (v.  qui 
sopra,  al  nm.  9),  significherà  'quale  zampa',  'quelle  patte'  (cfr. 
Arch.  XIV  294),  e  anche  questa  voce  non  avrà  bisogno  d'altro 
commento. 

Eguale  significato  di  'brancuto'  'zamputo'  hanno  il  mil.  ver- 
ban.  sali,  il  berg.  sai  e  il  mant.  zatt ,  'rospo'.  La  provenienza 
della  voce  milanese  da  *ex-aptu,  a  cui,  fin  dall'epoca  del  Mé- 
nage, si  fece  risalire  la  voce  toscana,  manifestamente  diversa, 
sciatto,  non  è  ammessibile,  sia  per  il  senso  che  non  quadra,  sia 
per  la  fonologia,  poiché  il  mil.  5  non  sorge  nella  combinazione 
[e]x  + vocale,  ma  bensì  da  e  o  p  come  appare  in  savaUa  'cia- 
batta', sampa  'zampa'  ecc.  Il  mil.  satt ^  come  indicano  del  re- 
sto gli  equivalenti  mant.  zatt,  e  berg.  sai  (il  cui  s  corrisponde  a  ;:r 
come  in  sanfa  'zampa'),  vicent.  sala  'zampa'  e  'ditola',  sta  per 
Qott',  e  noi  siamo  in  realtà  ricondotti  al  lomb.  ven.  zata  'zampa', 
al  trent.  it,  zatta  'piota,  branca,  pinza  del  gambero  e  dello  scor- 
pione, penna  fessa  del  martello',  e  al  posch.  catta  'mano'.  Ora, 
siccome  zatta  sta  per  *zdppicla  {*zampicla),  derivato  dalla  stessa 
base  dell' it.  zampa  e  del  ted.  zappeln  'sgambettare  zampare' 
(cf.  it.  cianla  ciantella  e  ciampa  =  zampa),  cosi  salt  sat  e  zatt 
staranno  per  *zdppiclo  (J'^zampido) ,  cioè  '^zamputo.  Con  queste 
formazioni  è  da  compararsi  il  mil.  zanca  'branca  di  gambero', 
■che  supporrà  uno  *zdmpica  da  zampa. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  IH.  Ili 

Si  accenna  qui,  senza  insistervi,  ad  una  possibile  connessione 
colla  stessa  base  zamp-  zapp-  d'un  altro  nome  del  rospo,  co- 
mune alla  Spagna  e  al  Portogallo',  cioè  sapo  zapo,  di  cui  il 
Diez  (s.  sapo)  riferisce,  senza  appropriarsela,  l'etimologia,  pro- 
posta dai  lessicografi  spagnuoli,  dal  gr.  c^/i/^,  lat.  sèps,  specie 
di  serpente,  di  lucertola  e  d'insetto  velenoso.  11  Gerland  (Grundr. 
di  Gròber,  I  331)  fa  derivare  la  voce  spagnuola-portoghese  dal 
basco  zapoa  'rospo'.  Ma  è  ben  più  probabile  che  il  vocabolo  ba- 
sco sia  preso  dal  lessico  spagnuolo.  La  questione  .etimologica  è 
qui  complicata,  per  un  lato,  dalla  presenza  dei  friul.  'save  'sav 
'rospo'  (Pirona),  e  dei  fr.  dialettali,  Gard  sabau,  morv.  sibot , 
Vogese  saoate,  'rospo,  rana'  (Rolland),  che,  se  sono  indigeni,  vor- 
rebbero una  base  con  p  scempio,  e  per  un  altro  lato  dall'equi- 
valente slavo  zaba  ^ 

L'it.  rospo,  che  manca  in  Diez  e  in  Kòrting,  starà  per  *rosco 
(cfr.  l'it.  vispo  allato  al  mil.  viscor  ecc.  -),  come  indicano  gli  equi- 
valenti trentino  roseo  e  lad.  ruosc  rusc,  e  queste  saranno  voci 
aferetiche,  risalenti  all'aat.  frosk,  neoted.  frosch,  'rana',  sulla 
cui  origine  v.  Fick  e  Kluge  s.  v.  E  si  comparino  i  rum.  bi^oaskà 
'rana',    broskoiu  'rospo',  l'alb.  breske ,  il  gr.   mod.    iinQaaxa, 


*  L'it.  ciabatta,  il  fr.  savate,  sabot,  il  prov.  sabata,  lo  sp.  zaoata,  il  pg.  sa- 
jìata,  si  connetterebbero,  per  il  senso,  con  'zampa,  ecc.,  poiché  la  ciabatta 
veste  il  piede  e  ne  rappresenta  la  forma.  Questa  connessione  sarebbe  an- 
che comprovata  dal  mil.  zampettala  'sàndalo'  daccanto  all'equivalente  pur 
milanese  zapetta.  Ma  il  v  del  fr.  savate,  e  il  &  delle  corrispondenti  voci 
provenzale  e  italiana  non  possono  aversi  per  dirette  continuazioni  di  pjp 
(o  mp)  e  si  dovrebbe  perciò  credere  che  non  sieno  indigene,  ma  impor- 
tate dalla  Spagna,  oppure  che  parallela  alla  base  zapp-  zamp-  abbia  esi- 
stito una  base  zap  (cfr.  bl.  sapa  e  sappa).  Questa  difficoltà  non  esiste 
per  l'it.  zappa,  comune  ad  altri  idiomi  neolatini,  nome  del  noto  istrumento 
agricolo,  che  in  lomb.  significa  anche  'ascia  da  botte,  raspa,  raschiatojo", 
tutti  arnesi  che  hanno  la  forma  d'un  piede  o  d'una  zampa.  Difattl  il  bl. 
sappa,  che  è  già  nelle  glosse  d'Isidoro,  ha  il  doppio  significato  di  'zappa' 
e  di  'calcagno'. 

^  berg.  viscol;  prov.  viscard  biscard  'éveillé,  plein  de  vie'.  Ancora:  pieni, 
monf.  viské  aviské,  alpino  aviscà  (Mistral),  sav.  aveschà,  'accendere,  allu- 
mare, eccitare  il  fuoco',  lim.  aveschà  'eccitare';  —  jDiem.  can.  monf.  visk 
avisk  'acceso'.  —  V.  ora  il  Parodi  in  Rom.  XXVII  227. 


112  Nigra, 

'rospo',  con  cui  sembrano  connessi  i  termini  celtici:  irl,  losgàn 
(=  vlosc-dn),  armor.  gioesklèn,  corn.  gioilskm,  donde  Tingi,  loel- 
Jdn,  'rana'. 

Da  questa  ultima  serie  deve  separarsi  il  calabr.  vrósaku  'rana', 
portato  dai  Greci,  che  risale  al  gr.  ^àrQa%og,  per  mezzo  del  pur 
calab.  vì^ótahu,  e  dell'aristofanesco  ^qóiaffic,  Arch.  XII  83. 

16. —  can.  piem.  erlo  'altezzoso  impettito  baldanzoso'. 

Oltre  a  questi  significati,  il  vocabolo  can.  piem.  ha  pur  quello 
di  'anatrone,  il  maschio  dell'anitra',  e  in  piem.  quello  di  'smergo, 
anserino'.  La  frase  piem.  fé  Verlo  significa  'fare  il  superbo,  bra- 
veggiare, stare  in  sussiego'.  Risponderà  a  un  lat.  herùlus  'si- 
gnorotto'. Che  questo  diminutivo  di  hérus  'padrone'  sia  passato 
per  tempo  negli  idiomi  neolatini,  è  dimostrato  dalla  glossa  d'Isi- 
doro eruli  domini. 

17. —  VB.  fjamales'na  'vampa'. 

È  un  composto  di  fjama  'fiamma'  e  les'na,  che  ritorna  nel 
com.  lesna,  e  al  masc.  nel  mant.  lesn,  col  senso  di  'lampo'.  Adun- 
que fjamales'na  significherebbe  letteralmente  'fiamma-lampo'. 
Circa  l'etimologia  di  les'na,  v.  per  ora  Mussafia,  beitr.  75. 

18. —  piem.  bresc.  gola;  afr.  jolif. 

La  voce  piemontese  gola  'baldoria,  fuoco  di  gioja,  fiammata', 
e  l'omofona  bresciana  per  'allegria',  off"rono  un  bell'esempio  di 
aferesi  per  dissimilazione.  La  forma  integrala  è  gaggia  =*gau- 
diola,  da  gaudiolum  diminutivo  di  gaudium;  cfr.  ^rov.  gau- 
jolo  gaucholo  'feu  joj^eux,  feu  de  ramée'  (Mistral),  romagn.  gii- 
gola  'giubilo  festa'.  Per  lo  schietto  gaudiu,  cfr.  il  piem.  goj 
m.  'gioja  piacere'  e  gli  equivalenti  guasc.  goi,  prov.  gau  ecc.  ^. 

La  base  *gaudiola  col  suo  significato  di  'allegria  festa  giu- 
bilo' suggerisce   un    nuovo    pensiero  circa   la  provenienza,  non 


*  È  dubbio  se  al  prov.  r/aujolo,  romagn.  gugola,  piem.  {/ola,  {fola  'fiam- 
mata', si  possa  aggiungere  il  movvan.  jolée  jiolée  jiaulée  'divertimento  o 
festa  per  nozze'  (v.  Cliambure,  Gloss.  da  Morvan,  s.  v. ).  Il  berg.  gionda 
giondina  giimgina  'festa,  giubilo'  vorrà  per  base  jucunda  ecc. 


Note  otiuiolog-icho  e  lessicali.  -  III.  113 

ancora  bene  accertata,  dell'afr.  Jo^z/ 'allegro  lieto'  (nfi'.  joli  con 
diverso  suffisso)  e  delle  connesse  forme  it.  giulivo,  aprov.  jolièit. 
L'etimologia  proposta  da  Diez  (s.  giulivo),  che  fa  provenire  que- 
ste forme  dall'anord.  jol  'festività  di  Natale,  o  del  solstizio  d'in- 
verno', benché  generalmente  ammessa  (v.  Littré,  Scheler,  s.  v., 
Mackel  34,  Kòrting  4471),  non  impone  una  convinzione  assoluta. 
Che  il  nordico  jol,  col  suo  speciale  significato  sia  stato  introdotto 
in  Francia  dai  Normanni,  o  anche  prima  di  loro,  è  una  sem- 
plice ipotesi.  Ma  in  ogni  caso  non  è  facile  comprendere  come  i 
Francesi,  non  avendo  conservato  nella  loro  lingua  il  tema  nor- 
dico semplice,  abbiano  foggiato  su  di  esso  un  aggettivo  con  suf- 
fisso latino,  e  gli  abbiano  dato  un  senso  più  generale  e,  per  qual- 
che rispetto,  diverso.  Il  dubbio  lasciato  da  questa  spiegazione 
rende  legittimo  il  tentativo  di  nuove  ricerche  sul  campo  latino. 
E  qui  si  presenta  la  base  sopra  citata:  *gaudiola,  col  senso 
di  'allegria  giubilo  festa',  postulato,  come  s'è  visto,  dal  prov. 
gaujolo,  dal  romagn.  gugola,  e  presumente  un  fr.  ^jojole,  onde 
*jole,  parallelo  al  piem.  gola.  Col  suffisso  -Ivu,  da  '^jole  si  sarà 
normalmente  formato  jolif. 

L'it.  giidivo  fu  importato  dalla  Francia.  In  esso  Vu  protonico 
invece  dell'o,  come  già  notò  il  Mackel,  non  ha  di  che  sorprendere. 

19. —  it.  gorra,  alto-it.  gurra,  'vimine,  vinco',  e  a'ocì  affini. 

Oltre  al  piem.  can.  monf.  vs.  gura,  vb.  va.  sic.  gurra,  sono  da 
citarsi  :  it.  parm.  piac.  gorra,  sic.  agurra,  vurra,  quey.  agourro, 
prov.  gourro,  e  collo  stesso  significato  i  diminut.  piem.  can.  pav. 
gurin,  piem.  (Cuneo)  gurett,  parm.  piac.  gorren,  mil.  gorin,  prov. 
gourret  ecc.  In  vs.  guril  è  il  nome  del  'salcio'.  Del  resto,  pa- 
recchi dei  vocaboli  citati  significano  ad  un  'tempo  'salcio'  e 
'vimine'. 

Il  Braune  (Zeitschr.  XYIIl  523)  connette  gorra  gurra  coi 
bass.  ted.  gorre  gord,  fris.  górde,  mneerl.  gorde  'vinculum.  Io- 
rum',  neoted.  gurt  'cintura'.  Il  Chabran  e  il  De  Rochas  d'Aiglun 
cercarono  invece  una  base  al  quey.  agom^ro  nel  lat.  agolum 
'vincastro',  da  cui  lo  Scheler  faceva  poi  provenire,  con  minore 
improbabilità,  il  fr.  houlette.  Ma  l'una  e  l'altra  etimologia  sono 
ugualmente  inammessibili.  Il  ted.  gurt,  e  meglio  il  derivato  giÀìHel, 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  8 


114  Nigra, 

ha  conservato  la  dentale  nel  riflesso  monferrino  gridilinna  'cin- 
turella'  (v.  Nigra,  Canti  popol.  del  Piemonte,  less,  s.  v.);  e  quanto 
al  senso,  la  concordanza  non  è  intera,  poiché  e'  è  ancora  assai 
differenza  tra  una  'cintura'  e  una  'verga  di  salcio'.  Quanto  al- 
l'agolum  di  Festo,  non  si  vede  come  se  ne  potesse  ottenere  un 
*agolla  (ci  aspetteremmo  agulu  agili u,  come  baculu,  ba- 
cili u),  ne  alcuna  analogia,  dato  pure  un  *agolla,  perchè  se 
ne  dovesse  avere  un  *agorra  e  gurra. 

È  più  verosimile  che  gorra  gurra  e  le  forme  affini  siano  con- 
nesse col  romagn.  gor  'l'ossiccio,  rossastro',  e  col  trivigiano 
goro  *di  color  castagno',  cioè  'rosso-castagno'.  Gorra  equivar- 
rebbe quindi  etimologicamente  a  'rossigna'  e  sarebbe  stata  così 
detta  in  origine  dal  colore  della  vetrice  rossa  (salix  purpurea), 
per  distinguerla  dalla  vetrice  bianca.  Il  nome  sarebbe  poi  diven- 
tato generale  e  applicato  a  quasi  tutte  le  specie  di  vetrici. 

Alla  stessa  base  {gor}'-)  ritornerebbero:  1.°  fr.  goret,  sp.  gor- 
rin,  pav.  goranèi  'porcellino';  —  2.°  sp.  gorrion  'passero',  dal 
colore  castagno  delle  penne,  che  valse  a  quest'uccello  l'inter- 
pretazione popolare  del  suo  nome  francese  moineau,  come  se  si 
avesse  voluto  dire 'monachello'  (Diez  attribuisce  l'interpretazione 
popolare  alla  dizione  del  salmJsta  passer  solitari us  in  tecto; 
ma  è  più  probabile  che  sia  dovuta  al  colore  di  marrone  delle 
penne,  eguale  a  quello  della  cocolla  dei  frati);  —  3.°  sp.  pg. 
gorra,  gorra,  it.  gorra,  'berretto  di  contadini,  dal  colore  rosso- 
scuro'. 

Quanto  all'etimologia,  nulla  di  certo.  Un  gv  originale  potrebbe 
dare  cosi  il  g  di  gurr-  (gorr-),  come  il  b  di  bùrru  'rossastro' 
del  lessico  latino  e  del  burra  di  Festo  'vacca  dal  muso  rossiccio'. . 
Ma,  a  tacer  d'altro,  dal  gv  originale  dovremmo  aspettarci  un  v 
latino,  quindi  vurru,  non  burru.  Ad  ogni  modo,  come  con- 
nessi col  burra  di  Festo,  nel  senso  di  'fulvo',  sarà  lecito  qui 
citare  i  seguenti  vocaboli:  vb.  borre,  vs.  horri,  sav.  borra, 
^toro',  VA.  bore  'bue',  trent.  burlim,  prov.  bourret  bourrec, 
'torello',  guasc.  breto  'genisse',  rouer.  bourrino  'vacca  sterile'; 
oltre  sp.  borrico,  fr.  bourrique,  piem.  burlkk,  it.  bricco  ecc., 
'asino'. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  III.  115 

20. —  fr.  goupUlon   'aspersorio',  e  ancora  alto-it.  loisca, 
lad.  V isola,  'verga'. 

Neir  articolo  relativo  a  loisca  (Arch.  XIV  383),  ponendo  a 
base  di  questo  vocabolo  l' aat.  tolse  (neoted.  wisch)  'spazzatojo, 
scopa',  fu  osservato,  che  nei  paesi  in  cui  il  vocabolo  romanzo 
era  in  uso,  esso  presentava  la  risposta  a  w  germanico  iniziale 
unicamente  con  v  w,  e  non  mai  con  g  gu]  e  questa  costante 
mancanza  di  §  gu  in  risposta  al  w  della  presunta  base  ivisc  era 
anzi  addotta  come  una  possibile  obbjezione  alla  proposta  etimo- 
logia. Da  nuove  ricerche  fatte  sul  campo  francese,  dove  sembrava 
che  il  vocabolo  non  esistesse,  apparirebbe  ora  dimostrata  la  pre- 
senza d'una  voce  del  medesimo  stipite,  in  cui  si  risponde  appunto 
con  g  gu,  alternato  con  v,  al  io  germanico  iniziale.  È  l'afr.  gui- 
pìllon  gaepillon  (Cotgrave),  passato  nel  più  recente  goupillon,  e 
alternante  colle  forme  vipillon  (Carpent.),  vimpilon  (Cotgr.),  bl. 
vispilio  (Due),  col  significato  di  'aspersorio,  spazzatojo,  frasca, 
scopa'.  Altre  forme  francesi  sono  date,  insieme  con  queste,  dal 
Thomas  nel  suo  articolo  su  'goupillon '^  Fra  queste  è  notevole 
guipon  'scopatojo  dei  calafati'. 

Nelle  forme  francesi,  il  5  si  è  facilmente  dileguato  dinanzi  a 
p;  ma  che  esistesse,  è  dimostrato  dal  bl.  vispilio,  che  il  Du- 
cange  adduce  da  una  carta  inglese,  oltre  che  dalla  forma  esioi- 
spillon,  usata  da  Nicolò  Bozon  e  citata  dal  Thomas  (o.  e,  312  n), 
e  dall'olandese  qidspel  (kwispel)  'aspersorio',  che  fu  già  da 
G.  Paris  rettamente  ravvicinato  al  fr.  goupillon  ^.  Codesto  sp 
risponde  poi,  come  nell'ingl.  loisp,  al  germ.  se]  di  che  si  vegga, 
oltre  il  Noreen  e  il  Ceci,  citati  in  Arch.  XIV  383,  Skeat  s.  wisp, 
Kluo^e  s.  wisch  ecc. 


*  Ant.  Thomas,  Essais  de  philologie  frangaise,  Parigi  1898,  p.  309.  — 
•  Quanto  all'etimologia  di  questo  vocabolo,  il  Thomas  così  conchiude:  «Il 
semble  bien  qu'il  faille  chercher  l'étymologie  de  goupillon  dans  un  radicai 
vipp  icipp  que  le  latin  ne  peut  pas  fournir.  Or  ies  langues  germaniques 
ont  précisément  un  radicai  wip  qui  se  présente  avec  deux  p  en  bas  alle- 
mand  et  dans  Ies  idiomes  scandinaves,  et  dont  le  sens  primitif  'se  balancer, 
ce  qui  se  balance  '  s'accorde  fort  bien  avec  l'usage  de  goupillon.-» 

2  Bulle  tin  de  la  Soc.  de  linguisti  que,  II  cxv,  Cfr.  Ant.  Thomas  o.  e.  309  n.  2. 


116  Nigi-a, 

Se  la  relazione  qui  presunta  tra  l'alto-ital.  wisca,  lad.  viscla^ 
e  il  fr.  goupillon  è  dunque  fondata,  si  dovrà  dedurre  che  goiipil- 
lon  originariamente  significasse  un  ramoscello  con  foglie,  o  un 
mazzetto  di  verghettine,  ad  uso  d'aspersorio,  quale  si  adopera 
ancora  adesso  per  lo  stesso  uso  nelle  povere  chiese  di  campagna. 
Chi  scrive  ha  visto  più  volte  far  l'aspersione  dell'acqua  bene- 
detta con  dei  ramoscelli  di  bossolo. 

21. —  fr.  grivois. 

Il  fr.  grivois  significa,  secondo  Scheler,  'soldat  éveillé  et  alerte, 
drille',  e  poi  genericamente  'libre,  bardi'.  11  fem.  grivoise  si- 
gnifica 'vivandière',  il  verbo  g^nveler  'faire  de  petits  profits  il- 
licites'.  Al  fr.  g^^iaois  corrispondono  i  prov.  grioouès,  ling.  gri- 
bouès,  guasc.  grièuat,  mars.  grivouaì'd,  'luron',  e  i  piem.  griwé 
(fem.  grlwes'a  griiuejs'a),  can.  grivejs,  vb.  gèrvejs,  'ardito  de- 
stro sagace  coraggioso'.  Il  vb.  griva  m.  significa  'furbo'.  Le 
forme  piemontesi  vennero  di  Francia  o  di  Provenza.  Il  fr.  grH- 
vois  e  il  prov.  grivouès  non  sono  altro  che  l'afr.  e  aprov.  griu 
'greco',  aumentato  dal  suffisso  di  provenienza  -ois-es  =  it  -ese^ 
lat.  -ense.  Griuois  risponderebbe  quindi  ad  un  it.  *grechese.  La 
spiegazione  dei  significati  di  questo  vocabolo  è  la  stessa  che 
serve  a  dichiarare  i  varj  sensi  assunti  dalla  voce  greco  nelle 
lingue  romanze.  Essa  deve  cercarsi  nella  riputazione  buona  o 
cattiva  fatta  da  epoca  già  remota  ai  Greci  e  più  tardi  ai  mari- 
na] delle  coste  di  Turchia,  dell'Asia  minore  e  dell'Arcipelago; 
della  quale  riputazione  si  ha  un  argomento  nel  significato  del 
quasi  equivalente  vocabolo  fr.  prov.  cat.  levanti  'levantino,  ma- 
rinajo  Turco  o  greco,  furbo,  ardito,  bandito  ecc.'.  Alla  stessa 
origine  si  dovrà  riferire  il  fr.  griveler ,  'guadagnare  illecita- 
mente', che  sarebbe  un  it.  *grechellare,  ravvicinato  a  torto  dallo 
Scheler  a  un  "^gripare  o  al  fiamm.  hribbelen  'ràper'. 

In  francese,  il  fem.  grivoise,  passato  in  senso  sostantivo,  si-- 
gnificò  '  ancienne  tabatière,  qui  était  munie  d'une  rapo  servant  à 
ràper  le  tabac'  (Littrc  s.  v.).  Questo  strumento  sarebbe  venuto 
in  Francia,  secondo  il  Litti'é,  da  Strasburgo,  nel  1690.  Lo  stesso 
autore  fa  derivare  grivoise  dal  basso-ted.  rapp-eisen  'rape  à  ta- 
bac',  con  g  prostetico;  e  fa   poi  provenire   il  vocabolo   gi-ivois 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  III.  117 

da  grivolse,  affermando  che  questo  strumento  essendo  diventato 
di  moda  tra  i  soldati ,  quelli  che  se  ne  servivano  ricevettero  il 
nome  di  grivois.  In  mancanza  di  prove  storiche  corroboranti  una 
tale  affermazione,  è  lecito  supporre  che  lo  strumento  di  cui  si  tratta 
ubbia  per  contro  preso  il  nome  dal  paese  da  cui  sarebbe  stato  in- 
trodotto, così  sembrando  indicare  il  suffisso  di  provenienza  -oise 
=  -ense,  allo  stesso  modo  che  bncoise  pigliò  il  nome  dalla  Tur- 
■chia  (v.  Arch.  XIV  300).  Secondo  questa  supposizione,  la  pri- 
voise  sarebbe  dunque  etimologicamente  la  tabacchiera  greohese 
o  grcchesca.  In  ogni  caso,  se  dei  due  vocaboli,  griuois  e  gri- 
volse, l'uno  è  provenuto  dall'altro,  certo  il  derivato  sarà  questo 
e  non  quello. 

22. —  Voci  romanze 
che  si  connettono  col  mat.  gtHutoel  'ribrezzo',  ecc. 

Allato  al  dan.  gru  'orrore',  all'aat.  ingrùen  'horrescere', 
grùoth  'horripilationem'  (Graff),  al  mat.  e  medio-basso-ted.  gy^u- 
toen,  neoted.  grauen,  'aver  ribrezzo',  stanno:  mat.  griul  griu- 
loel,  mbt.  gruioel,  neot.  gràuel,  '  ribrezzo  ',  e  con  nuovo  suffisso 
l'aat.  gruìih,  mat.  griuwellcìi,  mbt.  g^'uioelich,  neot.  gràulich, 
Miorridus'. 

Ora,  con  griul  ecc.  son  da  confrontare:  prov.  grivoulà  'fris- 
sonner';  —  svizz.  rom.  grébolà  gribolà  'tremar  di  freddo',  gre- 
holoìi  griholon  'brivido,  pelle  d'oca';  grohelìiou  uno  dei  nomi 
del  diavolo,  che  equivarrà  quindi  a  'orribile,  terribile';  greuletta 
grulelta  (gin,  grealetle  greulaison)  'brivido  per  freddo  o  paura'; 
greulà  grulla  (gin.  greuler)  'rabbrividire,  tremar  di  treddo  o 
febbre';  —  afr.  greuller,  Vosges  grulé,  fr.  cont.  gruler,  borg. 
groullai  grullai,  Jura  grouller,\oven.  greullè,  'grelotter';  Vos- 
ges grulons  m.  pi.  'frissons',  fare  gruloite  'faire  trembloter', 
regimile  'tremblotant'. 

Con  queste  voci  andrà  il  fr.  grelot  (se  risale  a  ^greulot  "^gre- 
velot),  e  il  'sonaglio'  avrà  cosi  avuto  il  nome  dal  suo  tremolio, 
come  attesta  il  derivato  grelotter  'tremolare  dal  freddo'.  Cfr.  il 
còrso  ientenne  'sonagli',  Tommas.  Canti  corsi  288. 

Un'altra  combinazione  della  stessa  base  è  rappresentata  dall'aat, 
<jruioisón  grùisón  'horrescere',  e  dal  neot.  gratis  grus  'ribrezzo 


118  Nigra, 

raccapriccio'.  Con  questa  è  da  confrontare  :  il  basso-can.  (Piverone 
Vi  verone)  §ruizu  (Flechia  Arch.  XIV  117)  'brivido',  che  riviene 
a  ^^ruizulu  (cfr.  pieni,  nespu  =  nespolo  ecc.).  E  rasentiamo  cosi 
altre  forme  sinonimo,  in  cui  però  manca  l'elemento  labiale  e  anche 
sono  appendici  {ce,  zz)  cui  non  basterebbe  il  semplice  fondamento 
del  s:  it.  gricciolo  'capriccio'  e  'raccapriccio';  ven.  grìzzolo  e 
sgrìsolo,  ferr.  mant.  bresc.  grizol  sgrlzol  sgrlsul,  mil.  regg.  parm. 
sgrisor,  'ribrezzo  brivido'.  Nel  vicentino  prevale  la  forma  fem.  al 
plurale  sgrisole  'brividi'.  11  piem.,  come  il  boi.,  ha  zgrizàr  (Ga- 
vuzzi:  sgvisòr)  'battisoffia',  e  il  berg.  sgrisaròla  'gricciolo,  bri- 
vido '.  Il  suffisso  dimin.  ^ulu  di  gricciolo  ecc.  è  probabilmente  ro- 
manzo, poiché  il  mat.  gìnul  ecc.  appartiene  ad  un  altro  stipite, 
senza  il  s^  e  Tingi,  grisly  'orribile'  corrisponde  all'asass.  gryslic 

23. —  it.  guarag nasco  'tasso  barbasse'. 

La  voce  toscana  qui  citata  offre  un  curioso  esempio,  sia  pur 
di  mera  trasformazione  popolare,  del  v  iniziale  latino  e  del  b 
mediano  latino,  passati  in  gu-  Poiché  non  par  dubbio  che  gua- 
raguasco  sia  un  allotropo  di  bardasso  e  rappresenti  il  lat.  ver- 
bascu  (sp.  barbasco,  v.  Diez  s.  v.),  con  epentesi  di  a  tra  le  due 
consonanti  del  nesso  mediano.  Accanto  a  guaraguasco  compajon 
nella  stessa  regione,  con  leggiere  modificazioni,  guaraguasto  e 
gua7^aguastio. 

24. —  Riflessi  di  Kyrie  eleison. 

Alle  voci  riferite  sotto  hrijalés'im  (Arch.  XIV  368),  si  ag- 
giungano le  bergamasche:  creelès  criolès  crioUs  'fracasso  delle 
tenebre  nelle  chiese  la  settimana  santa'.  Il  Tiraboschi,  che  re- 
gistra quelle  voci,  cita,  nell'appendice  del  suo  vocabolario  ber- 
gamasco, il  seguente  passo  di  G.  C.  Croce,  il  noto  scrittore  po- 
polare bolognese  :  «  i  gran  cridalèsimì  che  si  fanno  in  Bologna 
nelle  Pescarie  tutta  la  quaresima  »  ;  dove  la  parola  fu  malamente 
italianizzata,  come  se  procedesse  da  cricla. 

25. —  Svizz.  rom.  liivro. 

Mancano  in  Kòrting,  n.  8465,  i  riflessi  di  uber,  con  l'arti- 
colo concresciuto,  registrati,  per  la  zona  ladina,  dall'Ascoli  in 


Noto  etimologiche  e  lessicali.  -  III.  119 

Arch.  I  32  499.  Ai  quali  ben  s'accompagna  lo  svizz.  rom.  liì- 
i:ro,  scritto  anche  liv7^o  in  Bridel  s.  v. ,  pur  qui  limitato  alla 
'mammella  di  vacca,  capra,  pecora,  e  d'altre  feraine  di  animali 
mammiferi'. 

26. —  fr.  prov.  mèle z e  'larice'. 

Le  voci  adottate  dal  francese,  rnelze  e  mèlèze,  sono  in  realtà 
provenzali,  prive  del  n  finale,  come  nei  parlari  provenzali  può 
normalmente  avvenire.  Siamo  dunque  veramente  a  mèlzen  mè- 
lèzen. 

Con  la  prima  di  queste  voci  va  il  piem.  rnerzo  =  *mérzen.  La 
storia  di  questa  forma,  che  postulerebbe  per  base,  invece  d'un 
*melix,  come  pensò  il  Mejer-Lùbke  (Zeitschr.  XV  243),  piut- 
tosto un  *mergen-  o  *mergin-,  rimane  per  ora  incerta. 

Con  la  seconda,  vanno  il  piem.  malèzo  =  malézèn ,  brianzon. 
inelèzen,  linguad.  melézo,  Jura  melèzou  ecc.  E  la  base  latina  ne 
dovrebbe  essere  l'aggettivo  melligenu  (che  però  il  Georges  più 
non  accoglie),  o  il  pliniano  melllgine  'succus  e  lacrimis  arbo- 
rum',  non  ostante  l'I  (cfr.  it.  caleggine).  Se  questa  seconda  voce 
fosse  la  base,  l'albero  avrebbe  preso  il  nome  dal  proprio  pro- 
dotto. Per  simili  formazioni  di  nomi  d'alberi,  si  possono  compa- 
rare gl'it.  citràggine  melùggine  perilggine,  l'umbro  moldgine 
'celtis  australis',  berg.  malìgen  'sorbo  corallino',  ecc. 

27. —  it.  nicchio  -a;  nicchiare . 

Il  fr.  nicher  fu  già  prima  d'ora  fatto  risalire  a  *nidicare 
(v.  Schucliardt,  Zeitschr.  XIII  531),  e  sarà  un  altro  e.sempio  di 
verbi  formati  come  toucher ,  di  cui  s'  è  studiato  in  Arch.  XIV 
337-8,  XV  107-8.  Le  forme  equivalenti  afr.  niger  nigier^  daccanto 
a  nicher,  presentano  lo  stesso  parallelismo  che  i  riflessi  francesi 
di  re-vindicare:  revengier  e  revancher. 

GÌ'  it.  nicchio  nicchia  '  conchiglia  aperta  ',  e  il  secondo  anche 
'incavatura  nel  muro  per  collocarvi  statue  o  vasi',  vorranno  eti- 
mologicamente pur  dire  'piccolo  nido',  e  saranno  cioè  riflessi  di 
*nidiculu  *nidicula,  piuttosto  che  di  mitulu,  come  propo- 
neva Diez,  s.  nicchio. 

Nicchiare^  in  quanto  è  '  puzzare  '  (toscano  di  Val  d'Elsa),  che 
il  Caix,  St.  422,  fece  provenire  da  *neculare,  potrebbe  egual- 


120  Nigra, 

mente  essere  =  *nidiculare,  e  significare  propriamente  'man- 
dar odore  di  nido'.  Per  il  significato,  sarebbero  da  confrontare 
il  piem.  kuviss,  quasi  *coviccio,  da  covare,  significante  'stantio', 
detto  di  uovo  corrotto,  e  il  can.  ktvejs  'odore  di  rinchiuso',  pro- 
priamente 'odore  di  covile'. 

28. —  can.  pitro  'gozzo'. 

Qui  avremo  un  altro  esemplare  in  cui  si  rifletta  l'obliquo  tri- 
sillabo di  neutri  in  -us  (cfr.  Ardi.  II  423  sgg.  IV  402,  X  12 n). 
Il  can.  pitro  significa  propriamente  'gozzo';  ma  i  va.  potrò, 
vola,  pitì-e,  albv.  petre,  deli,  piit^o,  dicono  'ventriglio,  stomaco'. 
La  base  comune  è  il  lat.  pectore.  La  voce  va.  ha  pure  il  senso 
di  'petto'  nel  composto  pótrorogo  'pettirosso',  e  nei  derivati  de- 
pótraljà  'scollacciato',  e  insieme  empótrè  'ingozzare'.  —  Cfr. 
più  in  là,  il  nm.  40. 

Il  nomin.-accus.  pectus  sta  invece  a  base  del  piem.  pett  'petto', 
can.  pelt,  vb.  monf.  com.  pece,  va.  pjett,  'mammella  delle  vac- 
che e  d' altre  femine  d'animali  '  ;  cfr.  fr .  pis  ecc.,  e  v.  Arch.  I 
87  305. 

29. —  piem.  pre  'ventriglio  dei  polli'. 

L'equivalente  canavesano  è  prér.  La  base  è  un  *petrariu 
da  petra,  e  il  ventriglio  dei  polli  è  così  detto  per  la  quantità 
di  pietruzze  che  in  esso  ordinariamente  si  trovano.  Per  la  for- 
mazione si  comparino  il  piem.  dré  e  il  can.  drér  'di  dietro'  da 
*deretrariu.  Avrà  la  stessa  base  l'equivalente  valdese  péWe 
prie,  quasi  'petraja'. 

30. —  can.  pussar. 

In  canavese,  due  verbi,  diversi  d'origine  e  di  significato,  con- 
fluiscono nell'unica  forma  riportata  qui  sopra;  e  sono:  pussar, 
piem.  monf.  pussé,  'spingere,  urtare',  dal  lat.  pulsare;  — 
e  pussar  'attingere'  acqua,  o  altro.  Questo  secondo  verbo  de- 
riva da  puss  'pozzo',  come  il  fr.  puiser  da  puits,  l'aprov. 
pozar  pousar ,  neopr.  pousà ,  da  pous  ;  con  la  diff"erenza  però, 
che  il  verbo  canavesano  mantiene  la  sibilante  sorda  anche  tra 
vocali,  mentre  nei  riflessi  transalpini  il  s  intervocalico  è  sonoro. 
Si  è  qui  registrato  questo  vocabolo  dialettale,  per  quel  qualsiasi 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  III.  121 

contributo  che  possa  recare  alla  storia  ancora  dubbiosa  dei  ri- 
flessi volgari  di  puteu. 

31. —  afr.  ra'incier,  nfr.  rincer. 

La  giusta  spiegazione  dell' afr.  ra'ùicier,  la  cui  formazione,  in 
una  nota  precedente  (Ardi.  XIV  380),  fa  dubitativamente  messa 
innanzi  come  non  diversa  da  quella  ivi  proposta  per  il  can.  .sVéj'n- 
sccì" ,  è  data  in  Behrens,  'Ueber  reciproke  metathese',  p.  47. 
L'aprov.  retensar,  e  l'emil.  ardinzar  ardinzer  (Flechia,  Ardi.  II 
30:  ard- =  red-  ret-)  non  lasciano  dubbio  che  la  base  di  7'ahi- 
cie?^  sia  *retenciare,  metatesi  di  *recentiare,  divenuto  7'een- 
cier  ramcier  per  il  normale  dileguo  del  t  intervocalico. 

32. —  emil.  lomb.  inatta,  rata. 

Il  boi.  ratta,  romagn.  ferr.  lomb.  rata,  significa  'erta,  salita 
rapida';  donde  il  nome  locale  boi.  Mezzaratta  letteralm.  'mezza- 
salita'^.  È  un  sostantivo  da  rapida,  e  s'intenderà  via.  L'ag- 
gettivo tose,  ratto  -a,  'rapido'  e  'ripido'  fu  già  rettamente  ri- 
vendicato alla  base  latina  rapidu  dal  Flechia  (Arch.  II  325). 
In  bergamasco,  daccanto  a  rata  'erta',  vi  è  pure  il  sost.  ratèll 
'sdrùcciolo'. 

33. —  piem.  rista. 

L'aat.  rista  'pennecchio',  come  fu  riconosciuto  da  Diez  (s.  resta), 
spiega  il  piem.  can.  coni,  risia,  va.  albv.  rita,  vald.  delf.  rito, 
prov.  risto  ristro,  svizz.  rom.  ritta  reta,  'tiglio  di  canape  della 
prima  pettinatura,  garzuolo  fino'.  In  Canavese,  il  tiglio  di  ca- 
nape prende,  secondo  il  grado  di  finezza  della  pettinatura,  i  nomi 
seguenti:  1.°  7nsta  ''tiglio  il  più  fino  della  prima  pettinatura'; 
2."  erkoUna,  va.  rekolenne,  '  tiglio  di  seconda  qualità,  prodotto 
dalla  seconda  pettinatura';  3.°  stupa  'stoppa;  tiglio  dell'ultima 
qualità,  della  terza  pettinatura,  o  rimasto  dopo  la  seconda'.  Il 
nome  di    stoppa  è  pur  dato    al  tiglio  del   lino  d'infima  qualità. 


*  Nome  d'una  chiesa,  detta  Madonna  o  Santa  Maria  Mezzaratta,  e  del- 
l'attigua villa  già  residenza  e  propi-ietà  di  Marco  Minghetti,  situate  a  metà 
della  salita  del  Monte  sopra  Bologna. 


122  Nigra, 

E  anche  il  nome  di  rista  è  comune,  in  alcuni  luoghi,  al  tiglio 
più  sottile  del  lino.  Difatti,  in  pieni,  si  dice  ristell  o  ristin  d'Un 
il  'lucignolo  di  lino'.  Ma  in  Piemonte  e  nelle  Alpi  svizzere  e 
savojarde  il  nome  di  rista,  senz'altra  indicazione,  è  applicato  per 
antonomasia  al  tiglio  di  canape  di  pi'ima  qualità.  La  locuzione 
piem.  e  can.  lèjla  d'rista  significa  la  tela  più  fina  di  filo  di  ca- 
nape, e  in  questo  senso  è  usata  nelle  citazioni  di  basso  latino 
piemontese  fatte  dal  Ducange;  Statuto  di  Vercelli;...  et  de  tela 
riste  canape  et  stope  lini  etc;  Stat.  di  Mondovi  (non  di  Mon- 
real,  come  in  Zeitschr.  V  21  s.  resta):...  de  teisa  telae  ri- 
stae...  de  teisa  telae  stopae  ecc. 

La  matassa  di  rista  è  detta  in  can.  rest,  ristell  in  vb. 

34. —  Nomi  del  'rosolaccio'. 

La  tinta  di  rosso  smagliante  del  papavero  selvatico  tra  le  spi- 
ghe di  frumento,  valse  a  questo  flore  il  nome  toscano  di  roso- 
laccio, quello  tedesco  di  lilatschrose,  e  altri  simili,  che  non  hanno 
bisogno  di  spiegazione.  Il  fr.  coquelicot  allude  alla  somiglianza 
tra  il  colore  dei  petali  del  fiore  e  quello  della  cresta  del  gallo. 
Ma  in  alcuni  dialetti  dell'Alta  Italia  è  dato  al  rosolaccio  un  nome 
che  significa  'bambola, 'pupazza',  come:  ferr.  piipla,  berg.  po- 
pona,  che  significa  anche  'bimba',  daccanto  ai  lomb.  pila  pòa^. 
piac.  biibba,  piem.  binata  ecc.,  'bambola',  dalla  base  lat.  pupa 
*puppa.  Similmente  nel  dialetto  mentonese,  il  rosolaccio  è  detto 
fantina,  quasi  'ragazzina',  e  nel  bresciano  madonina.  Queste 
denominazioni  sono  dovute,  secondo  che  pare,  ad  una  vaga  ras- 
somiglianza che  il  rosolaccio  presenta  con  una  bambola  vestita 
di  rosso,  quando  i  suoi  petali  piegati  all'  ingiù  lasciano  scoperto 
il  guscio  del  seme.  Di  fatti,  in  varie  parti  dell'Alta  Italia,  e  forse 
altrove,  le  madri  e  le  bambinaje  sogliono  fare  con  questo  flore 
una  pupazza  per  le  bambine,  cingendo  al  gambo  con  un  filo  d'erba 
i  petali  ripiegati  in  guisa  da  rappresentare  una  gonnella  rossa 
con  cintura  verde.  Il  guscio,  che  è  ricciuto,  messo  cosi  a  nudo^ 
si  riduce  con  poca  pena  a  figurare  una  testolina  emergente  dal 
busto  di  scarlatto. 


Note  etimologiche  o  lessicali.  -  III.  123 

35. —  can.  sakun,  ecc.  'bastone'. 

Can.  salimi  'bastone',  sakunar  'bastonare';  berg.  zacù  'ba- 
stone', zacunà  'bastonare';  sillano  zakkon  'pezzo  di  legno  da 
bruciare'  (Pieri,  Arch.  XIII  347);  zaconus  'randello'  negli 
statuti  di  Riva  (Schneller  s.  v.,  pag.  211).  Quest'ultima  voce  fu 
ricondotta  rettamente  dallo  Schneller  al  gemi,  zacke  zacken 
'ramo,  rebbio',  che  sta  egualmente  a  base  degli  altri  vocaboli 
citati  qui  sopra.  Ritorna  sacon  pure  in  un  documento  dialet- 
tale del  Delflnato ,  del  sec.  XIII ,  pubblicato,  secondo  una  copia 
dol  1403,  dal  Devaux  nel  suo  Essai  sur  la  langue  vulgaire  du 
Daaphiné  scptentrional  au  moyen  dge  (Paris  1892;  p.  88  484). 
Fra  le  tasse  da  pagarsi  al  sovrano  sulle  merci  esposte  alla  fiera, 
vi  è  indicata  quella  di  due  denari  sul  centinajo  di  bastoni,  de- 
stinati a  far  cerchi  di  botti  e  tini  :  le  cenz  clels  sacons  II  den. 
L'editore,  a  cui  la  parola  riusciva  nuova,  pensò  ad  un  errore  di 
trascrizione.  Ma,  come  si  vede,  la  trascrizione  è  giusta  ^. 

36. —  VA.  saljott  ra.  'locusta'. 

Al  Valdostano  saljott  si  accompagnano,  coll'eguale  significato 
di  'locusta,  cavalletta',  il  berg.  sajòt,  il  vallevent.  sajotru,  il 
cremasco  sajoéó  sajóttol  e  f.  sajóttola',  e  tutti  risalgono,  per 
-ottit  ecc.,  a  sai  io,  significando  perciò,  come  già  fu  avvertito 
dal  Biondelli,  il  'saltatore';  cfr.  Arch.  VII  500.  E  a  salto,  con 
suffissi  diversi,  risalgono  analogamente  le  voci  sinonimo:  va.  su- 
tal] ,  fr.  saiUerelle ,  norm.  sauticot,  sp.  salton;  cfr.  il  volgare 
lomb.  salta-tnartin,  e  simili. 

37. —  can.  sampatt. 

Risponde  a  'simpatico',  e  significa  il  nervo  grande  simpatico, 
ma  specialmente  quella  parte  di  esso  che  forma  i  gangli  del- 
l'abdome.  È  usato  per  indicare  i  'visceri',  quando  si  sentono 
commossi  da  un'impressione  fisica  o  morale.  Si  dice  per  esempio  : 
a  m'd  trema  'l  sampatt  'mi  tremarono  le  viscere'. 


*  Nelle  glosse  d'Isidoro  e" è  un  sacculum  identificato    con    paculum, 
il  quale  ultimo  vocabolo  si  dovrà  probabilmente  interpretare  per  baculum. 


i24  Nigra, 

38. —  pieni.  s'gaj\  mil.  scagg\  piem.  sboj. 

Quanto  al  piem.  s'-gaj  'terrore  improvviso,  raccapriccio',  che 
va  coll'it.  ghiado  ecc.,  basterà  rimandare  a  FlecMa,  IV  377.  — 
Al  mil.  scagg,  com.  sqaacó,  mant.  squai,  'ribrezzo,  batticuore, 
terrore',  deve  darsi  all'incontro  tutt'altra  base;  e  sarà  *ex-coa- 
gulu,  quasi  'squagliamento,  deliquio'.  —  Finalmente,  il  piem. 
can.  s'bòj,  'sgomento  momentaneo',  proviene  dal  piem.  IxJj  'bol- 
limento', che  risale  a  bullire.  Il  significato  etimologico  è  'bol- 
limento' 0  'sbollimento',  e  si  intenderà  del  sangue.  Si  compa- 
rino it.  huglio  'tumulto',  subbuglio  ecc. 

39. —  Alcuni  nomi  del  'sorbo  corallino'  (sorbus  aucuparia). 

Nella  regione  delle  alpi  occidentali ,  il  nome  più  comune  del 
sorbo  corallino  si  presenta  nelle  forme  seguenti:  sav.  va.  temell, 
svizz.  rom.  va.  temè,  can.  piem.  tiunell,  mondov.  valsass.  vaiteli. 
tamarin,  mondov.  tamaris  tameris,  fr.  dial.  iimier,  e  le  forme 
fem.  svizz.  rom.  temala,  Vaud  temella ,  Orta  temelina,  novar. 
timolina.  Daccanto  a  queste  s'incontrano  le  forme  con  r  dopo  t: 
piem.  tremo,  valsass.  vaiteli,  tremej  m.  pi.,  e  i  fem.  Arbedo  tre- 
mola, novar.  tremolina  tramolina.  E.  Rolland,  a  cui  devo  la 
notizia  di  molti  nomi  di  quest'albero,  mi  indicò  pure  il  port.  tra- 
mazeira. 

Donde  provengono  codesti  nomi?  E  anzi  tutto,  il  r  è  origina- 
rio nella  loro  base  o  non  lo  è? 

Il  Salvioni  (Dial.  d'Arbedo,  s.  tremola),  fondandosi  sul  valsass. 
e  vaiteli,  tamarin  e  sul  temelina  di  Coirò  (Orta),  ravvicina  l'arb. 
tremèla,  e  altre  forme  similari  al  nome  del  tamarindo,  dal  cui 
frutto  si  estrae  la  materia  delle  preparazioni  farmaceutiche  ben 
conosciute  sotto  questa  appellazione.  Ma  la  forma  della  maggior 
parte  dei  vocaboli,  qui  sopra  trascritti,  ripugna  ad  un  tale  ravvici- 
namento. D'altronde,  il  sorbo  corallino  non  sembra  avere  alcun- 
ché di  comune  coll'albero  indo-africano,  il  quale  poi  non  è  vol- 
garmente noto  in  quanto  sia  un  albero.  Non  si  comprende  facil- 
mente come  il  nome  arabo  potesse  arrivare  alle  Alpi  svizzere 
savojarde  piemontesi  e  lombarde,  senza  lasciar  traccia  sulle  co- 
ste europee  del  Mediterraneo.  Né  il  frutto,  amaro  e  astringente, 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  III.  125- 

del  sorbo  poteva  essere  logicamente  ravvicinato  a  quello  ben  di- 
verso del  tamarindo.  D'  altra  parte,  la  presenza  di  r  dopo  t  in- 
certe forme,  come  p,  e.  nelle  novaresi  tremolina  tramolina,  non 
è  facilmente  spiegabile  per  ragion  di  metatesi.  Le  indagini  eti- 
mologiche dovranno  quindi  seguire  un'altra  direzione. 

Le  forme  senza  r  dopo  t,  segnatamente  il  fr.  timier  e  il  pieni. 
lumell,  parrebbero  accennare  ad  una  comunanza  d'origine  col 
lat.  thymum,  che  è  il  gr.  i^vfxov,  o  col  relativo  composto  thy- 
melaea,  che  dice  insieme  'timo'  e  'ulivo'.  Senonchè,  il  sorbo 
corallino  e  il  timoson  piante  apparentemente  ed  essenzialmente 
diverse.  Il  primo  è  un  albero,  l'altro  un  arbusto.  L'uno  è  ri- 
marchevole per  il  suo  frutto,  l'altro  per  i  fiori.  Quello  nutre  gli 
uccelli  e  la  selvaggina  (fr.  sorbier  des  oiseaux,  ingl.  fowlers 
service  tree,  ted.  eheresche  ecc.),  questo  dà  il  miele  alle  api. 
Infine  il  timo  ha  un  profumo  gradevole,  il  sorbo  invece,  dalla 
scorza,  come  dalle  ciocche  dei  suoi  fiori  bianchi,  manda  un  odore 
ingrato  che  gli  valse  il  nome  di  'puzzolente'  in  varj  dialetti:  ted. 
S.  Gali,  stmk-esch,  prov.  poidsso,  piem.  pussja,  Saluzzo  pizzera, 
mond.  pisso  ^  vallon.  pelrai,  Doubs  pule  pente  petenier ,  svizz. 
rom.  poueta,  ecc.  Anzi  questo  puzzo  del  sorbo,  forse  più  ancora 
che  il  sapore  amaro  delle  sue  bacche,  fece  a  quest'  albero,  cosi 
grazioso  di  forma,  e  delizia  degli  occhi  nel  tardo  autunno  per 
i  suoi  grappoli  di  corallo,  una  detestabile  riputazione  presso  i 
contadini  e  i  pastori  di  Provenza,  Linguadoca,  Velay,  e  altri 
luoghi  di  Francia.  Di  fatti,  in  prov.  ling.  Aveyron  è  detto  'cat- 
tivo frassino'  mau  fvais,  inai  fraysse,  ecc.,  nel  Velay  e  nelle 
Basse  Alpi  ha  un  nome  che  sembra  connesso  con  'tòssico':  Vel. 
tuissié,  B.  Alp.  tuichier]  e  in  prov.  nell'Alta  Loira  e  nel  Gard 
ha  comune  il  nome  coll'aconito,  prov.  Gard  toro,  prov.  A.  Loira 
tourié  (cfr.  prov.  toro  'aconito,  bl.  thora  'veleno').  E  pertanto- 
inverosimile  che  la  base  postulata  delle  nostre  voci  risieda  in 
thymum  o  ne' composti  di  thymum. 

Ad  una  connessione  qualsiasi  di  timier  tiÀmell  tremela  iremo 
col  lat.  temètum  temulentum  (o  col  ted.  taumeln,  aat.  tu- 
malón,  'barcollare,  girare')  non  è  lecito  pensare,  benché  i  rami 
del  sorbo  corallino,  quando  sono  gravi  di  còccole,  vacillino  come 
un  ebbro,  e  benché  si  dica  che  le  còccole  stesse,  al  pari  dell'uva, 
abbiano  il  potere  d'inebbriare  i  tordi  che  le  beccano. 


126  Nigra, 

Non  rimane,  per  quanto  è  dato  di  vedere,  il  germanico  e  il 
celtico  non  ci  porgendo  alcun  ajuto,  se  non  di  ricorrere  al  lat. 
tremore,  che  ha  dato  Iré/Jiala  all'italiano,  termo  al  piemon- 
tese, trenible  al  francese,  per  'alborella '.  Difatti  i  nomi  del  sorbo, 
piem.  tremo,  valsass.  vaiteli,  tremell,  arb.  tremola,  si  spiegano 
come  normali  riflessi  di  tremùlu  *lremellu  *tremella ,  e 
allo  stesso  modo  si  spiegano,  colla  reintegrazione  del  r,  dilegua- 
tosi nel  nesso  tr-,  le  forme  tiimell  temell  temella  ecc:  In  lùmell 
Vii  è  dovuto  alla  sequenza  della  consonante  labiale,  come  nel 
piem.  silmja  'scimia',  subì  'sibilo'  ecc.  Il  fr.  timier  si  spiega 
colla  sostituzione  del  sufi",  -ariu  (solito  in  nomi  di  alberi:  prunier 
sorhier  poirier  laurier  auhier  peuplier  ecc.)  al  suff.  -ellu.  Il 
dileguo  del  r  in  parecchie  delle  forme  qui  esaminate,  o  dipende 
da  dissimilazione  dovuta  alla  liquida  del  suffisso,  o  piuttosto  dal- 
l'incrocio di  temere  e  tremolare,  che  già  fu  invocato  per  lo  sp. 
temblar,  Ardi.  XI  447.  I  suffissi  diminutivi  di  tamarin  temelina 
tremolina  non  presentano  difficoltà.  Quello  di  tamaris  tameris 
potè  forse  nascere  dal  contagio  di  tamariscu,  o  tamari  ce. 
Resta  a  spiegarsi  il  port.  tramazeira ,  circa  il  quale  non  soc- 
corre per  ora  che  il  dubbio  confronto  col  port.  tremoQOS  'lupino  '. 

Secondo  l'etimologia  qui  esposta,  il  sorbo  corallino,  nella  re- 
gione qui  sopra  indicata,  sarebbe  dunque  stato  chiamato  il  'tre- 
molante', come  l'alberella.  E  questa  denominazione  si  chiarisce 
di  fatti  per  la  grande  mobilità  e  flessibilità  dei  rami  di  quell'al- 
bero. Del  che  si  ha  una  riprova  in  varj  altri  nomi  dati  al  sorbo 
corallino  in  luoghi  diversi.  Cosi  esso  è  detto  in  va.  freno  ver- 
geno  o  v erg elen,  cioè  'frassino  dalle  verghe,  frassino  flessibile' 
(cfr.  vallon.  ve7''gì  'courber',  verjant  'flexible');  in  ingl.  wicken 
^ramoso  pieghevole',  quick-beam,  quicken-lree  'mobile  tremulo' 
{aisland.  quikr  'tremulo'),  witchen  'cadente  flessibile'  (v.  Skeat, 
s.  witch-elm),  in  ted.  quitschenbeerbaum  'bagolaro  mobile,  vivido'. 

40. —  bologn.  s te)' retta. 

Il  significato  di  questo  vocabolo  è  'calza  di  staff"a,  calza  senza 
pedule';  cfr.  il  vicent.  streva  'guiggia'  e  'staffa  dei  calzolaj'. 
Stervetta  sta  per  *slrevetta  o  *st7-ivelta,  e  proviene  da  *strÌDO 
{sp.  estribo,  afr.  estrien   estrie f  ecc.)  'staffa',    che  ha  per  baso 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  III.  '  127 

un  germanico  st7'eupa,  come  fu  detto  nell'art,  su  stììmle,  XIV 
299.  Il  significato  'calza  di  staffa'  giustifica  l'etimologia  di  ster- 
vetta,  e  conferma  quella  di  stivale  *strwale.  E  a  proposito  di 
quest'ultima  sia  lecito  qui  mentovare  le  forme  equivalenti,  ber- 
gamasco striai,  col  dileguo  di  v  intervocalico,  e  Valdostano  di 
Courmayeur  estreval. 

41. —  it.  traghetto ,  piem.  tragett. 

Il  tose,  traghetto  ha,  secondo  il  Meini,  tra  gli  altri  significati 
(trapasso,  passaggio,  traversa  ecc.),  quello  di  'rigiro';  in  roma- 
nesco traghetto  significa  'tresca'  (v.  Belli,  ediz.  Morandi,  VI  264); 
in  piem.  tragett,  e  nel  basso-can.  (Vi verone)  Iragàtt  trigàtt,  di- 
cono 'andirivieni,  pratica  secreta'.  Sono  deverbali  dell' it.  tra- 
ghettare tragittare  -*  tv  Sinsj  e  ci  Sire,  che  ha,  oltre  i  significati 
di  'trasportare,  traversare,  trafugare  ecc.',  quello  di  'giocar  di 
mano'.  Anticamente  si  dicevano  tragettat07n  i  bagattellieri,  come 
appare  dal  seguente  passo  del  'Volgarizzamento  delle  pistole  di 
Seneca  ',  citato  dal  Vocab.  della  Crusca  :  «  Siccome  fanno  i  bus- 
«  soletti  e  le  pallette  e  gli  altri  strumenti  de'  travagliatori  e  de' 
tragettatori.  »  Lo  stesso  vocabolo  collo  stesso  significato  è  nel- 
l'afr.  tresgetteur  trajettaor  'escamoteur'  (v.  'L'art  de  Cheva- 
lerie'). 

42. —  Riflessi  di  vetére  (cfr.  il  nm.  29). 

L'Ascoli,  I  96  213  405  455  527,  già  raccolse  più  riflessi  di 
questa  base  trisillaba  e  più  altri  se  ne  aggiungeranno.  Qui  intanto 
si  notino,  in  ispecie  per  la  significazione:  basso-eng.  (Sent)  ve- 
dàr  'fumé,  rance  (se  dit  de  la  viande  et  du  fromage)';  berg.  èder 
(=  veder)  'stantio';  can.  veri,  vb.  vere,  'stagionato,  vecchio',  con 
applicazione  limitata  alle  cose,  non  estesa  a  persone  o  ad  animali. 
La  stessa  limitazione  occorre  nel  verbo  derivato  can.  anverjar 
'invecchiare,  stagionare'.  In  Val  Brosso,  la  nostra  voce  è  la 
seconda  parte  del  composto  G'assvere,  nome  d' un'alpe,  la  cui 
prima  parte  è  gass  'giaciglio,  covo'  (onde  'capanna,  agghiaccio', 
cf.  alomb.  giagpo,  prov.  ajassà  'enfermer  dans  le  bercail',  e  in 
ispecie  Arch.  X  108);  G'assvere  perciò:  'capanna-vecchia';  cfr. 
Praveder  nella  Valle  di  Mùnster. 


128  »      Nigra,  Note  etimologiche  e  lessicali.  -  III. 

it.  cocca,  fr.  coche,  coque. 

Si  tolleri,  come  appendice,  un  nuovo  esempio  di  ce  da  do,  che 
viene  ad  aggiungersi  ai  parecchi  di  cui  già  avvenne  di  toccare 
(cfr.  in  ispecie  clocher  ecc.,  p.  108). 

I  significati  di  cocca,  secondo  i  lessicografi  italiani ,  sono  : 
1.°  'punta  di  pezzuola,  di  grembiule,  di  ciarpa,  angolo  di  panno, 
e  simili';  quindi  i  piem,  bikokin  'berretto  a  punte',  sp.  bico- 
quin  '  berretto  a  due  code  ',  fr.  bicoquet  '  cappuccio  a  punta  '  ; 
—  2.*  'estremità  del  fuso  dove  si  ferma  il  filo',  quindi  'nodo 
di  filo  alla  cocca;  tacca  della  freccia;  estremità  posteriore  della 
freccia',  e  'tacca  della  balestra  ove  si  tende  la  corda';  — 
3.°  'cima  di  monte',  e  quindi  l' it.  bicocca',  —  4.°  ' termine '^ 
donde  la  locuzione:  in  cocca  in  cocca  'presso  al  termine' 
(Fanfani);  —  5.°  'nave',  cioè,  secondo  che  appare  dal  signifi- 
cato del  fr.  coche,  'battello  fatto  d'un  tronco  d'albero  scavato'. 

Questi  significati,  alcuni  dei  quali  sono  comuni  al  già  citato 
fr.  coche  e  all'aprov.  coca,  si  riassumono  in  quello  generale  di 
'estremità',  come  ben  vide  il  Salvini  (cit.  da  Tommaseo,  s.  cocca). 
Non  sarà  dunque  temerario  porre  per  base  a  queste  forme  un 
lai.  *caudica  (*caud'ca),  da  cauda  preso  nel  senso  di  'estre- 
mità'. L'o  di  cocca,  pur  essendo  in  posizione  neolatina,  ha  pro- 
nunzia chiusa,  e  ne  viene  un  argomento  particolare  per  questa 
dichiarazione;  poiché  veramente  si  risale  all'a  volgare  di  coda 
còdex.  Quindi  cocca  =  cod'ca. 

La  glossa  di  Papias  caudica  =  navicula,  che  è  la  base  ma- 
nifesta dei  fr.  coche  coque  in  quanto  significano  'battello',  e 
dell'it.  cocca  'nave'  (cfr.  caudex,  e  navis  caudicaria,  can- 
dì cat  a  'tronco  d'albero  scavato  ad  uso  di  barca'),  confermerà 
ancora  la  etimologia  qui  proposta. 


Etimologie. 


129 


it.  froge. 

E  ancora  un'altra  appendice.  —  Col  vocabolo  froge,  e  colle 
forme  dialettali  affini  che  saranno  riferite  qui  appresso,  s'intendono, 
in  Toscana  e  nell'Italia  media  e  inferiore,  le  'narici  del  cavallo'. 
Il  vocabolo  ebbe  la  ventura  di  provocare  le  indagini  di  Caix 
(St.  327),  di  Schuchardt  e  di  Meyer-Lùbke  (Zeitschr.  XX  530, 
XXI  199,  XXII  2).  Ma  la  sua  origine  è  rimasta  oscura.  Il  Caix 
faceva  provenire  froge  dal  lat.  fauces;  ipotesi  facilmente  con- 
futata dallo  Schuchardt,  e  non  ammessa  dal  Meyer-Lùbke.  Que- 
st'ultimo, alla  sua  volta,  oppose  alla  connessione,  proposta  dallo 
Schuchardt,  della  voce  italiana  colle  celtiche,  airi,  srón,  cimr. 
ffroen,  brett.  fron  ecc.,  *  narici',  due  principali  obbjezioni,  cioè 
in  primo  luogo  la  differenza  fonetica  tra  l'it.  froge  e  la  forma 
gallica  "^frogna.  base  presunta  delle  voci  celtiche  precitate,  e 
in  secondo  luogo  la  ragione  topografica,  poiché  la  voce  italiana 
si  trovò  finora  soltanto  nell'Italia  media  e  inferiore,  e  non  già 
nelle  regioni  gallo-italiche,  dove  si  sarebbe  dovuto  aspettare  se 
fosse  d'origine  celtica.  Il  Meyer-Lùbke,  pur  rifiutandosi  di  am- 
mettere le  ipotesi  sovraccennate,  confessò  tuttavia  modestamente 
che  non  era  in  grado  di  proporne  altre. 

Il  vocabolo  è  un  feminino  plurale,  e  si  trovò  finora  nelle  forme 
seguenti;  tose,  froge,  nap.  forge,  abruzz.  fì^oge,  rom.  e  march. 
froce  frosce  froge  ^,  romagn.  frós;  nelle  quali,  come  si  vede,  la 
consonante  palatina  mediana  oscilla  tra  il  suono 
sordo  e  il  sonoro.  Ma  il  suono  originario  sarà 
pure  il  sordo,  se  la  base,  quale  ci  appare,  dovrà 
essere  forbice  f  or  fi  ce.  La  somiglianza  ben  ca- 
ratteristica delle  due  narici  equine  coi  due  anelli 
delle  forbici,  rende  questa  etimologia  assai  ve- 
rosimile ^.  Ben  è  vero  che  alla  base  latina  il  to- 
scano dovrebbe  rispondere  con  "^ froce  per  ''^ force 
(cf.  force),  0  *froze  per  *  forze.  E  tuttavia  da 
avvertirsi,  che  trattandosi  di  un  vocabolo  rela- 
tivo al  cavallo,  si  può  presumere  che  esso  sia 
passato  in  Toscana,  nell'Abruzzo  e  nel  Napo- 
litano, dalla  campagna  romana  che  è  la  i^egione 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  9 


130  Etimologie. 

allevatrice  di  cavalli,  e  dove  appunto  la  consonante  palatale  sorda, 
in  posizione  mediana,  suole  alternarsi  colla  sonora,  non  solo  in 
froce-fy^oge,  ma  in  varie  altre  voci,  come  hruciare-ljì^ugiare^ 
braciuola-bragiuola  mdcioto-mdgiolo  ecc.  C.  Nigra. 


^  Raccolta  di  voci  romane  e  marchiane  ecc.;  Osimo,  Quercetti,  1768. 

^  11  Direttore  deìVArchiv.  glott.  mi  comunica  due  passi  del  Maggio  Ro- 
manesco, in  cui  il  vocabolo,  che  qui  si  esamina,  si  applica  alle  narici  del 
toro  che ...  sbuffa  le  froscie  (Canto  li,  ottava  37),  e  della  'vaccina'  che  a 
froscie  gonfie,  co'  la  testa  china,  A  zompi  corre  (Canto  VI,  ottava  1 19).  Que- 
sti interessanti  esempj  non  modificano  però ,  anzi  confermano  la  nostra 
spiegazione.  Anche  le  narici  bovine  somigliano,  benché  in  grado  minore, 
agli  anelli  delle  forbici,  e  si  capisce  facilmente  che  ad  esse  pure  sia  stata 
applicata  la  denominazione  suggerita  in  primo  luogo  dalla  forma  delle  na- 
rici equine.  Questa  è  anche  applicata,  come  appare  dai  lessici  italiani,  alle 
narici  umane.  Anzi  il  Meini,  nel  dizionario  del  Tommaseo,  dà,  colla  solita 
incoscienza,  per  primo  significato  di  froge,  le  'falde  laterali  con  le  quali 
termina  il  naso  nella  specie  umana'.  Vero  è  che  si  affretta  poi  a  correg- 
gere: 'ma  più  comunemente  dicesi  ancora  del  cavallo'. 


it.  pazzo. 

Non  si  può  dire  che  i  tentativi  fin  qui  fatti  per  dichiarare 
questa  voce  (v.  Kòrt.  5913),  sien  riusciti  particolarmente  felici;  e 
anche  il  più  recente,  quello  di  P.  Rheden*,  che  ci  condurrebbe  a 
naióCoVj  s'infrange  all'insuperabile  ostacolo  della  geminata  sorda. 

Una  base,  che  meglio  d'ogni  altra  si  legittima,  è  patiens. 
Ideologicamente,  non  vedo  che  si  possa  impugnare,  tanto  più  che 
nulla  vieta  di  supporla  ridotta  da  [mentejpatiens  (cfr.  il  ted. 
geisteskrank).  Per  quant'è  della  forma  nominativale,  non  man- 
cano, —  pur  facendo  astrazione  da  pregno,  —  esempj  di  siffatti 
aggettivi;  vedine  Meyer-Lùbke,  II  72,  dov'è  da  avvertire  che 
recens  ritorna  anche  nell'engad.  ì^es;  e  or  s'aggiunge  manso 
=  mansues,  Asc.  XIV  343  2.  C.  Salvioni. 


*  Etymologische   beitràge  zum  ital.  worterbuch,   XXIII.   Jahresbericht   d. 
Privat-Gymnas.  am  Semin,  Vicentin.  in  Brixen;  Bressanone  1898,  pp.  34,  39. 

*  Per  la  desinenza,  v.  anche  Schuchardt,  Roman,  etym.  I  4,  dove  si  rico- 
nosce che  al  ragguaglio  :  savio  =  sapiens  nessuna  difficoltà  verrebbe  dall'-o. 


GLI  OMEÓTROPI  ITALIANI. 


SILYIO  PIERI. 


Esordio. 


Il  fenomeno  lessicale  che  forniva  la  materia  al  presente  Sag- 
gio, è  tutt' altro  che  insolito  e  inavvertito,  ed  è  tale  anzi  che 
ogni  filologo  ha  spesso  l'occasione  di  constatarlo.  A  chi,  per  esem- 
pio, non  accadde  mai  di  pensare  alla  sostanziale  ed  originaria 
differenza,  che  appare  o  si  deve  presumere,  tra  canlo  'il  can- 
tare' e  canto  'angolo';  tra  fllro  per  'pozione  amatoria'  e  per 
'apparecchio  da  colar  liquidi';  tra  invitare  in  quanto  è  'fare  in- 
vito' 0  'stringer  con  vite'?  Ma  una  ricerca  metodica  e  un'elen- 
cazione compiuta  di  tutte  le  voci,  nelle  quali  secondo  due  o  più 
significati  diversi  siano  da  riconoscere  due  o  più  diverse  origini, 
non  so  che  alcuno  la  tentasse  fin  qui  per  alcuno  degl'  idiomi  o 
antichi  o  moderni.  Del  resto,  mentre  la  cosa  è  ben  nota,  manca 
però,  non  essendosene  mai  fatto  un  particolare  studio,  il  nome 
per  designarla  con  brevità  e  proprietà;  onde  ci  bisogna  comin- 
ciar proprio  da  questo.  Aveva  io  pensato  dapprima  ad  esiti  o 
forme  coincidenti,  o  solo  coincidenti;  e  il  barbarismo  non 
sarebbe  stato  più  duro  a  smaltire  di  tanti  altri.  Ma  poiché,  con 
vocabolo  adottato  felicemente  dall' 'Archivio'  e  ormai  ammesso 
e  usato  da  tutti,  chiamiamo  allòtropi  {aXXórqoTioi)  gli  esiti  di- 
vergenti d'una  stessa  base;  parrà  naturale  il  chiamare  omeótropi 
(òfioiÓTQOTtoi)  i  due  0  più  esiti  di  basi  diverse,  i  quali  conver- 
gano in  una  sola  e  identica  forma  ;  e  ci  atterremo  senza  più  a 
questa  espressione  ^  —  Oggetto  precipuo  del  nostro  esame  son 
gli  omeótropi  veri  e  proprj  (  Capit.  I  ),  cioè  quelli  ove  la  coinci- 
denza risulti  perfetta  non  solo  per  identità  di  genere  e  declina- 
zione nei  nomi  e  di  conjugazione  nei  verbi,  ma  anche  per  iden- 


*  Già  nel  classico  greco:  òfj.oiÓTQ07iog  -oy,  che  è  allo  stesso  modo  (Leo- 
pold);  e  insieme  l'astratto  vfxocoTQonia. 


132  Pieri, 

tità  in  Ogni  singolo  elemento  fonico  della  parola  ^  ;  come  sono  ap- 
punto gli  esempj  sopra  citati.  Non  furono  però  trascurati  nem- 
meno gli  oraeótropi  imperfetti  (Capit.  II),  cioè  quelli  in  cui  la 
piena  coincidenza  viene  a  mancare,  o  perchè  occorra  dall'  una 
parte  e  ed  p  (stretto)  e  dall'altra  e  ed  o  (largo),  ed  è  un  caso 
assai  frequente;  o  perchè  s'abbia  di  qua  s  o  z  (sordo)  e  di  là 
s'  o  z  { sonoro  )  ^.  Ma  ci  parve  sufficiente  di  darne  solo  alcuni, 
a  modo  di  saggio.  Pigliamo  in  esame,  dal  nostro  punto  di  vista, 
le  voci  non  solo  della  lingua  viva  ma  anche  dell'arcaica  (vale 
a  dire  da  più  o  men  lungo  tempo  antiquata  e  fuor  d'uso);  e  al- 
cune anche  ne  adduciamo  dagli  odierni  dialetti  toscani.  Quanto 
a'  casi  d' omeotropia,  ove  una  delle  parole  è  un  nome  proprio, 
essi  furon  solo  citati  allorché  quest'ultimo  apparve  ben  noto  e 
cospicuo  (per  es.  :  dante,  dàino,  e  Dante',  ecc.).  Nel  dichiarare  i 
significati  secondarj  d'  una  parola,  cercai  di  conciliare  la  mag- 
gior precisione  con  la  maggior  brevità;  e  li  omisi  non  di  rado, 
se  la  loro  evoluzione  appariva  ben  manifesta.  Dell'etimo,  o  sia 
latino  o  d'altra  origine,  non  do  alcuna  spiegazione,  semprechè 
esso  abbia  il  medesimo  significato  della  parola  che  si  vuol  dichia- 
rare ^.  —  Quanto  al  dare  ordine  e  assetto  alla  materia  raccolta, 


*  Perciò  non  si  registra:  sole^  il  sole,  le  sole  (sole  'sol',  solae  'solu', 
né  sei  'sex'  e  'tu  es',  ecc.  E  anch»  per  lo  più  tralascio  gli  omeótropi, in  cui 
la  differenza  delle  rispettive  basi  risulta  solo  da  un  prefisso,  come  da  s  pri- 
vativo (ex,  dis)  o  intensivo,  ecc.  L'omeotropia  dico  'latina'  od  'originaria', 
se  la  coincidenza  delle  voci  diverse  appar  già  nell'etimo  latino  {fuco,  da 
fùcus  'il  maschio  delle  api'  e  'belletto',  v.  Georges  ;  ecc.).  Anche  ci  ac- 
cade qualche  volta  di  parlare  d'omeotropia  'morfologica',  che  suole  aver  luogo 
allorché  in  due  voci  é  contenuta  bensì  la  stessa  materia  etimologica,  ma  di- 
verso è  per  ciascuna  il  processo  di  formazione  o  la  logica  funzione  degli 
elementi  ascitizj  (uso,  sost.  e  prt.  tronco  di  '  usare  '  ;  canino,  agg.  e  dim.  di 
*cane';  ecc.). 

*  Altri  easi  d'omeotropia  imperfetta,  da  me  però  non  considerati,  si  pos- 
sono avere  da  s  e  /,  come  in  sposare  are.  deporre,  spos'arc  prender  moglie 
o  marito,  ecc.;  e  da  i  ej,  come  in  ballato  e  ballato,  rispettivamente  da  balia 
e  balia,  ecc.;  là  dove  altri  provengono  da  una  medesima  consonante  scem- 
pia o  doppia,  quali  casa  e  cassa,  fato  e  fatto,  ecc.  Ma  di  tutti  codesti  esempj, 
come  ho  detto,  parve  conveniente,  o  per  più  ragioni,  che  non  si  tenesse  al- 
cun conto. 

'  Le  diverse  definizioni  d' un  termine  son  date  di  séguito,  distinte  per 
numeri  arabici  ;  e  a  ciascuna"  corrisponde,  dopo  la  trattina,  e  con  lo  stesso 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capii.  I.  133 

poiché  il  presente  Saggio,  -  sebbene  inferiore  di  molto  per  mole 
e  di  gran  lunga  per  importanza  - ,  forma  per  così  dire  il  pajo 
con  quello  su  Gli  allòtropi  italiani  (Arch.  Ili  285-419),  cosi 
m'ero  proposto  dapprima  di  seguire  anch'io  il  criterio  fonetico. 
Sennonché,  mentre  questo  tornava  opportuno  al  Canello,  il  quale 
doveva  non  di  rado  passare  in  rassegna  esemplari  di  categorie 
bene  omogenee  e  assai  ricche  d'individui  (come  i  varj  esiti  -ajo, 
-aro,  -iere  -o,  -ario,  da  ariu;  od  -aggio,  -àiico,  da  -aticu;  ecc.); 
per  me  invece  una  distribuzione  di  tal  forma  riusciva  incomoda 
in  pratica  e  grandemente  artificiosa.  Perciò  mi  sono  attenuto  alla 
semplice  classificazione  alfabetica,  riserbandomi  di  supplire,  ove  ne 
fosse  sentito  il  bisogno,  con  breve  Indice  fonetico. 

Ma  quale  l'utilità  di  questo  lavoro?  Risponderei  a  codesta  do- 
manda, che  una  indagine  rigorosa  e  metodica,  esercitata  intorno 
a  una  parte  qualsiasi  d'un  idioma,  non  può  non  recare  qualche 
luce  anche  su  fatti  già  noti.  Del  resto,  non  dispiacerà  innanzi 
tutto  di  constatare  quale  sia  press'  a  poco  il  numero  degli  esiti 
convergenti  da  basi  diverse  offerti  dalla  lingua  italiana;  il  quale 
risultò  per  avventura  da'  nostri  spogli  più  copioso  che  non  pa- 
resse prima  d'ora.  E  s'  avverta  a  questo  proposito  che,  sebbene 
il  presente  Saggio  sia  stato  esteso  a  tutto  il  materiale  nostro  les- 
sigrafico  ^,  pure  esso  è,  verosimilmente,  assai  lontano  dall'abbrac- 
ciare  tutti  i  nostri  omeótropi;  e  perché  non  pochi  di  certo  sa- 
ranno sfuggiti  alla  mia  industria,  e  più  ancora  perchè  furono 
omesse  quasi  tutte  le  voci,  ove  si  potranno  bensì  nascondere  esempj 
d'omeotropia,  ma  ove  nello  stato  presente  de'  nostri  studj  etimo- 
logici non  e'  è  dato  di  veder  chiaro  a  sufficienza  ^.  Ma  una  par- 


numero,  la  rispettiva  etimologia  o  notazione.  —  Se  'are'  segue  alla  voce 
iniziale,  prima  del  nm.  1  (per  es. :  aguglia  are:  1.  ago;  ecc.),  vorrà  dire  che 
essa  è  arcaica  ne'  varj  suoi  significati;  e  se  'are'  vien  dopo  un  dato  nu- 
mero e  precede  a  una  definizione  (per  es.  :  a,rzentino:  1.  are.  argentino;  ecc.), 
si  dovrà  intendere  che  il  nome  è  arcaico  in  quel  particolare  significato. 

*  Ho  interamente  spogliato  all'uopo  il  Voc.  del  Fanfani;  e  largamente  mi 
son  valso  del  Tramater  e  del  Petrocchi;  e  ho  anche  ricorso  ad  altri. 

*  Per  contrario,  circa  i  nomi  che  in  questo  o  in  quel  sign.  appajono  d'ori- 
gine oscura  o  mal  certa,  potrà  qualche  volta  l'omeotropla  da  me  presunta 
essere  col  progredir  delle  indagini  riconosciuta  fallace;  e  avvenire  perciò 
che  debbano  i  cosiffatti  esser  tolti  dall'elenco. 


134  Pieri, 

ticolare  utilità  inerente  a  questa  sorta  d'indagine  sta  nel  fatto 
che,  bisognando  scrutare  spesso  se  più  significati  diversi  proce- 
dano 0  no  da  uno  stesso  etimo,  il  nostro  intelletto  s'acuisce  in 
singoiar  modo  e  scaltrisce  a  scoprire  la  filiazione  metaforica  e 
figurativa  de'  vocaboli,  e  ciò  vuol  dire  ad  uno  tra  gli  esercizj  più 
spirituali  e  più  filosofici,  che  dalla  scienza  del  linguaggio  ci  pos- 
sano per  avventura  esser  proposti.  E  spesso,  a  questo  cimento, 
risulta  del  tutto  illusoria  la  distinzione  tra  due  termini,  creduta 
già  e  sostenuta  con  ogni  apparenza  di  verità.  Per  non  addurre 
che  un  solo  esempio,  il  Kòrting  quanto  ad  assettare  'accomo- 
dare' si  tiene  alla  probabile  etimologia  dello  Storni  (*as sèdi- 
tare,  da  ^sedere',  nm.  827),  ma  ne  separa  assettare  'castrare', 
accogliendo  per  esso  l'etimologia  del  Diez  (*assèctare,  da  'se- 
care', nm.  823);  e  viene  in  tal  modo  ad  ammettere  un  fenomeno 
d'omeotropia,  il  quale  si  dilegua  non  appena  si  consideri  che 
acconciare  disse  ugualmente,  con  onesto  (e  forse  ironico)  eufe- 
mismo: 'castrare'.  Del  resto,  dovendosi  esaminare  di  continuo, 
in  lavoro  di  questa  specie,  alla  stregua  delle  norme  fonetiche, 
per  quali  trasformazioni  si  giungesse  alla  coincidenza  degli  esiti 
da  più  basi  diverse,  anche  il  criterio  fonetico  si  rinforza  in  qual- 
che modo  ed  affina,  e  tende  perciò  a  "divenire  uno  strumento  di 
sempre  maggior  precisione.  Ma  se  non  altro  avrò  col  presente 
modesto  Saggio  per  parte  mia  cooperato  a  toglier  da'  nostri  Vo- 
cabolarj  la  disonesta  confusione,  lamentata  anche  dal  Flechia 
(Arch.  II  28  n),  per  la  quale  si  fa  spesso  una  sola  voce  di  più  voci 
distinte,  e  qualche  volta  al  contrario  una  sola  ed  unica  voce  è 
smembrata  barbaramente  in  due!  Il  citare  esempj,  anche  in  gran 
copia,  sarebbe  facile  quanto  superfluo  ]  e  d' altra  parte  non  sa- 
rebbe di  certo  una  cosa  lieta. 


CAPITOLO  PRIMO. 

OMEÓTROPI    VERI    E    PROPRJ. 


ahbiettare  are:  I,  imbiettare;  2.  rendere  abbietto.  —  1.  da 
bietta  zeppa  a  cono,  voce  d'et.  incerto  e  assai  controverso,  v.  Kòrt. 
31;  2.  da  abiéctu.  L'omeotropia  non  fu  qui  perfetta  che  nelle 
forme  arizotoniche  (del  resto:  abbietta  di  fronte  ad  abbietta,  ecc.). 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  135 

accezione:  1.  significato  ammesso  (d'un  vocabolo);  2.  are.  e  volg. 
eccezione,  are.  parzialità. —  l.acceptiòne;  2.exceptione.  Esem- 
pio questo  d'omeotropia  dovuta  a  sola  diversità  di  prefìsso;  cfr. 
qui  s.  aspetto,  ecc. 

accia:  1.  filato  greggio  in  matassa;  2.  are.  ascia  (Ariosto).  — 
l.aeia  gugliata,  filo;  2.  ascia. 

accontare  e  acconto,  v.  conto. 

accordellalo:  1.  panno  tessuto  a  righe;  2.  accordo  (in  cattivo 
senso).  —  1 .  sost.-participiale  da  cordella  ('chorda';  o-ir.  cordel- 
lina spighetta);  2.  da  accordo  ('cor'),  raccostato  gergalmente  al 
termine  che  precede  (cfr. ^ fare  la  cordellina,  Petrocchi  s.v.). 

accuparsi:  1. farsi  cupo;  2.  volg.  occuparsi  (e  anche:  m  ac- 
capo ecc.).  —  1.  da  cwpo,  v.  Suppl.  Arch.V  124;  2. da  occupare. 
Ma  ammessa  come  vera  l' etimologia  da  me  proposta  per  cupo, 
l'omeotropia,  in  sostanza,  risulterebbe  illusoria. 

adagio:  1.  proverbio,  sentenza;  2.  lentamente,  pianamente (avv.). 
—  1.  adagium;  2.  da  ad  agio,  con  comodità,  v.  qui  s.v. 

adattare  are:  1 . trattenere,  indugiare  (rifl.);  2. affrettare,  ir- 
ritare. —  1.  probabilm.  *ad-ad stare;  2.  german.  *haist-  (got. 
'haifsts'),  fretta,  ardore;  e  sembra,  a  traverso  l'ant.  frne.  [ìia- 
ste  ecc.  ;  v.  Kòrt.  3859). 

addiacciare,  v.  diaccio. 

àdito:  1.  passaggio  ad  un  luogo,  ingresso;  2.  il  sacrario  del  tem- 
pio, in  cui  non  entrava  che  il  sacerdote.  —  l.aditus  ('ire'); 
2.  adytum  aóvrov  {òvm). 

adorare:  1.  prestare  un  culto  religioso;  2.  are.  indorare.  —  1. 
adorare;  2.  da  oro  aurum. 

affascinare:  1.  legare  in  fascine,  are.  far  fascio;  2.  indurre  il 
fàscino,  ammaliare.  —  1.  da  fascina,  dim.  di  fascio  fascis;  2.  da 
fascinare  ('fascinum').  Ma  l'omeotropia,  a  causa  dell'accento, 
è  solo  perfetta  nelle  forme  arizotoniche. 

affettare:  1.  tagliare  a  fette;  2.  are.  bramare  ardentemente,  mo- 
strare con  ostentazione.  —  l.da  fetta,  prob.  =  *fìcta  (per  fìssa, 
prt.  fem.da 'findo'),  V.  Kort.  8788;  2.  adféctare.  Ma  la  piena 
omeotropia  è  limitata  alle  forme  arizotoniche.  -  Qui  pure:  affet- 
tato, 1.  salame  tagliato  a  fette;  2.  chi  opera  con  affettazione. 
"  affettato,  v.  affettare. 


136  Pieri, 

agghiaccio:  1 . are. diaccio  (luogo  dove  i  pastori  rinchiudono  il 
gregge  con  rete);  2.  manovella  del  timone.  —  l.sost.  di  agghiac 
dare,  da  ghiaccio  iacùlum,  cfr.  qui  s.  diaccio;  2.  donde? 

agio:  1.  comodità,  opportunità;  aggio,  il  vantaggio  che  si  dà  o 
riceve  per  cambiamento  di  moneta  ^  ;  2.  are.  età  (in  ambo  le  forme). 

—  1.  et.  incerto  (cfr.  a  ogni  modo,  per  la  forma  agio,  Kort.  142  e 
Scheler  s.  aise)  2;  2.  frnc.  age,  da  *aetaticum,  v.  Diaz.  s.  v. 

agnellotto:  1.  grosso  agnello,  are.  uomo  semplice;  2.  sorta  di  pa- 
sta con  pieno.  —  l.accresc.  d'agnello -us,;  2.  per  anelloUo,  accr. 
d'anello  -us. 

agno:  1.  poet.  agnello;  2. are.  tumore  all'inguine.  —  l.agnus; 
2.  et.  ignoto. 

agone:  1.  grosso  ago,  specie  di  pesce;  2.  campo  ove  si  combatte. 

—  l.accresc.  di  ago  acus;  2.  «ywv. 

agro:  l.agg. contrario  di  'dolce';  2.  territorio,  campagna.  —  1. 
acre;  2.  agru  (ager). 

aguglia  are:  1.  ago,  guglia;  2.  aquila.  —  l.acucula  (o  sec. 
altri  *aculea),  V.  XIII  389-91  e  454;  2.  probabilra.  da  aguglino 
aquilino,  e  v.  la  nota  ^.  —  Qui  anche:  agugliotto,  1.  ganghero  del 
timone  ;  2.  are.  aquilotto. 


*  Questa  seconda  voce,  che  è  del  linguaggio  commerciale,  dovrà  la  doppia 
all'analogia  de' tanti  -aggio  =  frnc.  -age. 

"^  Confesso  che  la  vecchia  originazione  da  uiaiog  propizio,  opportuno  (pel 
ditt.  semplificato,  cfr.  paggio),  mi  par  tuttavia  la  meno  improbabile. 

^  È  aguglia  superstite  nel  fior,  guglia  gheppio,  e  nel  gen.  aguga,  ove  in- 
dica alcune  varietà  del  falco  e  della  pojana  (v.  E.  H.  Giglioli,  Avif.  it.  260,  235 
e  '44-5);  e  altrove.  La  già  fiorente  vitalità  di  questa  voce  appare  da' deri- 
vati; e  infatti,  oltre  aguglino  -a  (anche  agg.),  e  agugliotto  (v.  il  testo),  c'è 
perfino  agugliaccio  (Pulci).  Ora  quesV  aguglia  come  l'avremo  noi  a  dichia- 
rare? La  cosa  non  par  molto  agevole,  giacché  noi,  naturalmente,  non  ce  la 
possiamo  cavare  con  la  stessa  disinvoltura  di  chi  osservava  che  'aquila  per 
metatesi  di  lettere  ha  fornito  aqulia  aguglia'  (v.  Tram.)!  Unica  via,  se  non 
sbaglio,  è  di  pensare  che  aguglia  sia  estratto  da  un  derivato  e  che  da  que- 
sto abbia  il  ?  e  il  'nuovo  accento'.  Ma  il  l  dove  si  potè  elaborare?  Di  certo, 
in  aguglino  da  *agulino  aquil-  (onde  si  sarà  poi  esteso  anche  ad  agugliotto 
e  'gliaccio),  e  quivi  per  virtù  dello  j  parassitico  che  si  svolse  per  avven- 
tura da  I  (Iji  da  li);  cfr.  l'ant.  it.  sa^/irc',  ecc.  Per  la  riduzione  dì  qv  a.  k 
in  questa   stessa  base,  cfr.  Suppl.  Arch.  V  110,  Nulla  è  poi    a   dire  dell' ac- 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  137 

agugliotto,  v.  aguglia. 

aguzzetto:  1.  alquanto  aguzzo;  2.  are. ministro,  consigliere  ^  — 
1. dira,  d'a^rwj;^^,  prt. tronco  à' aguzzare  *acutiare  ('acutus'); 
2.  pare,  con  suff.  diverso,  il  medesimo  che  aguzzino  (anche  alg-^ 
V.  Tramater),  custode  di  schiavi,  che  è  probabilmente  lo  spagn.  al- 
quazil,  ministro  del  tribunale  (dall'arabo  wazìr  ministro;  cfr. 
Zamb.  1398). 

aja:  1.  spianata  innanzi  a  una  casa  rustica,  are.  ajuola;  2.  so- 
printendente all'educazione  (fera,  di  ajo).  —  l.aréa;  2.  dall'equi- 
valente spagn.  a?/a  -o,  che  è  il  basco  ayoa  custode,  v.  Diez.s.  v. 

ajpne:  1.  spazio  di  terra  per  asciugare  il  sale;  2.  are.  nella  frase 
'andare  ajone',  cioè:  'a. attorno  perdendo  il  tempo'. —  l.a.ccv.d'aja 
area;  2.  et.  ignoto. 

àlbatro:  1.  corbezzolo;  2.  grosso  uccello  acquatico  ('diomedea 
exhalans'  di  Linn.).  —  l.arbùtus;  2.  forse  dallo  spagn. aica- 
iraZf  d'et.  incerto,  cfr.  Zamb.  27  s.  agrotto. 

alberello:  1.  piccolo  vaso,  barattolo;  2.  piccolo  albero;  3.  pioppo 
bianco.  —  l.da  alve[o]lello  {c^r.  albuolo  da  alveolus,  Kòrt. 
489),  con  r  per  dissimil.  ;  2  e  3.  v.  qui  s.  albero. 

àlbero:  1. pianta  legnosa  d'alto  fusto;  2.  pioppo  bianco  ('popu- 
lus  alba').  —  1.  arbore;  2.  prob.  albùlu.  Cfr.  XlllTln. 

allegare,  v.  legare. 

allenare:  l.dar  lena,  invigorire;  2.  are.  scemare,  alleviare.  — 
l.da  lena,  che  è  ajlena,  sost.  da  alenare  per  anhelare  (onde: 
'respirazione',  poi  'spirito'  e  'gagliardia');  2.  da  lene  lènis  -e. 
Con  omeotropia  perfetta  sol  nelle  forme  arizotoniche. 

allettare:  1.  attrarre  con  piacevolezze  o  lusinghe;  2.  stendere 
come  in  un  letto,  (rifl.)  mettere  a  letto.  —  l.allectare  ('al- 
léctus'  da  'allicére');  2.  dal  sost.  lèctus  {lé%og). 

allumare:  1.  dar  l'allume  alle  pelli,  are.  infondere  allume  en- 


cento,  protratto  in  aguglia,  a  causa  del  soverchio  peso  dell'ultima,  e  perchè 
nei  derivati  quadrisillabi  si  potè  avere  un  accento  secondario  suU't^  (cfr.  Pel- 
le'gro,  desunto  da  Pellegrino,  ecc.). 

*  In  questa  voce,  arcaica  com'  essa  è,  non  ci  è  dato  discerner  la  qualità 
della  sibilante.  Ma  l'analogia  ò! aguzzino  (v.  il  testo)  sembra  accennare  alla 
sonora;  e  in  tal  caso  l'omeotropia  sarebbe  imperfetta  (cfr.  al  Gap.  II). 


138  Pieri, 

tro  un  liquido;  2.  dar  lume,  accendere.  —  1.  da  allume  halii- 
men;  1.  da  Imne  -en.  -  Qui  anche  :  alluminare,  1.  are.  dar  l'al- 
lume ;  2.  are.  e  volg.  illuminare. 

alluminare,  v.  allumare. 

almo  -a  poet.:  l.che  dà  vita,  eccellente;  2.  animo  -a.  —  1.  almu 
-a;  2.  con  l  per  dissim.da  an'mo-a  =  smlvau -di. 

alto:  1.  elevato  dal  piano,  eminente;  2.  fermata,  sosta.  —  1. 
altu;  2.  ted.  halt,  cfr.  Diez  610  s.v. 

altore:  1 .  are.  autore  ;  2.  pt.  alimentatore.  —  1.  auctore;  2. 
alture  ('alère'). 

amarezzare:  l.dare  il  marezzo  alle  stoffe;  2.  are.  amareg- 
giare. —  l.lo  stesso  che  marezzare  ^undulatum  reddere',  da 
mare;  2.  da  amaro -m?,. 

amato:  l.prt.  e  agg.  da  'amare';  2.  uncinato  a  modo   d'amo. 

—  l.amatus;  2.  hamatus  ('hamus'). 

ammagliare  :  1.  stringere  (le  balle  e  sim.)  con  legatura  a  guisa 
di  rete;  2.  aret.  batter  col  maglio.  —  l.da  maglia  macula;  2. 
da  inaglio  malleus. 

ammattare:  1.  fornir  d'alberi  (la  nave);  2.  are.  chieder  soc- 
corso con  cenni  (più  spesso:  amait-).  —  1.  probab.  dal  fvnc.mdt 
albero  di  nave,  di  che  v.  Diez  s.  masto;  2.  et.  ignoto. 

amìnazzare:  1.  uccider  con  mazza,  uccidere;  2.  ridurre  in 
mazzo.  —  Rispettivam.  da  mazza  e  mazzo]  e  poiché  questi  ambe- 
due da  matéa  (cfr.  Kort.  5159),  l'omeotropia  è  solo  apparente. 

annata:  1.  spazio  d'un  anno;  2.  adnata  (membrana  che  cuopre 
la  superfìcie  esterna  dell'occhio).  —  l.da  anno  -us.;  2.  adnata, 
cioè:  'che  sta  sopra'  (propr. 'nata  sopra'). 

annegare:  1.  uccidere  sommergendo;  2.  are.  negare,  dinegare. 

—  1.  adnècare  ('nex'),  cfr.  Kòrt.  5575;  2.  adnègare. 
apone:  1.  grossa  ape,  pecchione;  2.  are.  lampone  (Soder.).  —  1. 

accr.  d'ape -is;  2.  v.  Suppl.  Arch.V  92-3. 

apportare:  1.  arrecare;  2.  are.  approdare.  —  l.da  portare 
-are;  2.  da  porto  -us. 

approdare:  1.  venire  a  proda;  2.  far  prò,  esser  utile.  —  1.  da 
proda  sponda,  V.  qui  s.v.;  2.  da  prode  utile,  v.  Georges  s.v. 

aìHnga:  1.  specie  di  pesce  ('clupea  harengus'  di  Linn.);  2.  ar- 
ringa (discorso  in  pubblico,  concione).  —  1.  german.  haring;  2. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  139 

deverb.  d'aringare  at^r-,  dal  germ.  hring  circolo,  adunanza  ^  Cfr, 
Kòrt.3882  e  4021. 

armellino:  Lare,  albicocco  {'malus  Armeniaca');  2.  ermellino 
(specie  di  donnola).  —  l.*armenlnu,  con  l-l  da  n-n  per  dissi- 
mil.;  2.  aat.  harmelin  (dira,  di  harmo),  cfr.  Kòrt.  3889. 

aì'pe  are.  :  1.  falce  e  spada  falcata;  2.  arpa.  —  1.  harpe  àortri; 
2.  germ.  harpa.  Cfr.  Kòrt.  3892-3. 

artato  are:  1. artificioso,  fallace;  2.  stretto.  —  1.  da  arte;  2. 
prt.  d'artore-are. 

arto  :  1.  stretto,  angusto;  2.  membro,  giuntura;  3.  Arto,  l'Orsa, 
il  settentrione.  —  l.agg.  artus;  2.  sost.  artus  (corrad.  al  pre- 
ced.);  3.  dgxTog  orso -a. 

argentino  :  1.  are.  argentino;  2.  arzente,  mordace.  —  1.  da  ar- 
gento -entum;  2.  dimin.  à'arzente,  da  '^ardiente  (  =  ardente,  da 
'ardeo)'. 

aspettare  e  aspettatpre,  v.  aspetto. 

aspetto:  1.  volto,  vista;  2. l' aspettare,  aspettazione.  —  l.ad- 
spéetus  -us;  2.  sost. da  aspettare  expéctare. -Qui anche:  aspet- 
tare, 1.  are.  riguardare  (considerare,  appartenere);  2.  attendere. 
E  inoltre:  aspettatpre,  Lare,  spettatore;  2.  colui  che  aspetta.  Cfr. 
qui  s.  accezione. 

assentare:  1. allontanare,  rimuovere;  2.  are.  sedere;  3.  are.  adu- 
lare. —  l.absentare;  2.  *adsedentar  e  ('sedeo'),  cfr.  Kòrt. 
826;  3.  adsentari  (= 'adsentiri') . 

asservare :  1.  are.  conservare  (cfr.  luech.  asserì)-) ;  2.  are.  as- 
servire (assoggettare).  —  l.  da.  sei-'vare -are',  2.  da  servo -ns. 

assetato:  1.  che  ha  sete^  avido;  2.  agg.  del  baco  da  seta,  quando 
ha  fatto  il  bozzolo.  —  l.da  sete  sitis;  2.  da  seta,  cioè  seta,  cfr. 
qui  s.  saja  ^. 


*  Che  si  tratti  d'un  deverbale,  appar  quasi  con  certezza  dall' a  iniziale, 
com'è  dappertutto  in  questa  voce. 

2  A  questa  coppia  d' omeótropi  dovrebbe  tener  dietro:  assettare,  1.  acco- 
modare, mettere  in  assetto;  2.  castrare  o  estirpare  Tovaja  (ai  polli),  ove  si  de- 
ducessero rispettivamente  da'*'assedrtare  (cfr. II  s.  assetta)  e  *assèctare; 
v.  Kòrt.  827  e  '23.  Ma  in  questo  verbo  l'omeotropia  è  affatto  illusoria,  giac- 
ché il  secondo  sign.  procede  senza  alcun  dubbio  dal  primo;  cir. acconciare 
anche  per  'castrare'.  Vedi  rEsoRoio,  a  pg.  134. 


140  Pieri , 

assolare:  1.  render  solo  (t.  del  giuoco);  2. are.  esporre  al  sole; 
3.  disporre  a  suoli  o  strati.  —  1.  da  solo  sòlus;  2.  da  sole  sol; 
3.  da  suolo  solum.  Ma  de' primi  due  rispetto  all'ultimo  la  piena 
omeotropia  è  limitata  alle  forme  arizotoniche. 

assordare  :  1 .  render  sordo  ;  2.  fermare  con  funicella  un  canapo, 
a  cui  è  legato  un  peso  da  sollevare  (Fanf.).  —  1.  da  sordo  siir- 
dus;  2.  pare  *assoldare,  da  solidu,  cioè  appunto  'fermare'.  E 
l'omeotropia  non  sarà  perfetta  che  nelle  forme  arizotoniche. 

astare  are:  1. esser  presente;  2. metter  in  asta.  —  1.  adstare; 
2.  da  asta  ha  sta. 

attestare:  l.unir  due  teste  o  testate;  2.  far  testimonianza,  af- 
fermare. —  l.da  testa,  v.  Diez.  s.  v.;  2.  da  testis.  -  Qui  anche: 
intestato,  1.  prt.  di  'intestare';  2.  che  non  ha  fatto  testamento. 

atto:  1.  azione;  2.  adatto,  acconcio.  —  l.actum;  2.  aptus-um. 

avventare:  1.  scagliar  con  violenza;  2.  are.  crescere,  allignare. 
—  1.  *advéntare  ('ventus'),  quasi  'gettare  al  vento',  v.  Diez  s. 
V.;  2.  advèntare  ('advenio'). 

babbaccio:  1.  cattivo  babbo;  2.  semplice,  sciocco.  —  1.  da  babbo, 
per  cui  vien  postulato  un  *  b  a  b  b  u  s  dal  lat.  volgare,  v.  Groeber, 
Vulg.  substrato  s.  v.;  2.  da  *babbus  sciocco,  balordo  (cfr.  babù- 
lus  Kòrt.  968)^.  L'omeotropia  dunque,  in  questo  caso,  occorre 
già  nel  latino. 

baccalare:  1 . baccelliere,  barbassoro;  2.  baccalà.  —  1.  et.  ignoto, 
cfr. Kòrt. 974 ;  2.sTp.bacalao  stoccoflsso,  che  è  l'oland,  kabeljaauw 
(basso  ted.  bakkeljau),  v.  Diez  s.  eabeliau. 

baccello:  1.  bacca  delle  fave  e  altre  piante;  2.  uomo  sciocco  e 
da  poco.  —  l.*baccéllu  (da 'bacca'),  cfr.Diez  s.  v.;  2.  *baeel- 
lus  =  bacèlus  ^dxrjXog,  stolto,  cfr.  Forcell.  e  Georges  s.  baceolus. 

bacchetta:  1.  mazza  sottile;  2.  vacchetta  (registro),  lucch.  cuojo 
di  vacca.  —  l.o  da  un  primit.  *bacus  -um,  o  con  mutato  sufF. 
da  bacili  US,  cfr.  Flechia  II  35-6;  2.  da  vacca  -e  e  a. 

bacchetto  :  1 .  bacchetta  un  po'  grossa  ;  2.  Bacchetto,  piccola  fi- 
gura di  Bacco  (Ann.  Caro).  —  V.  qui  s.  bacchetta  e  Bacco. 

bacchio:  1. batacchio,  bastone  da  percuotere;  2.  agnello  giovane; 


*  Con  la  doppia,  perchè  ad  essa  ci  riporta,  a  dir  poco,  tutta  la  serie  ita- 
liana (c^v.  bàbbèo  ecc.). 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capii  I.  141 

3.  specie  di  piede  metrico  {^ — ).  —  l.bacùlus;  2.  varrà  pro- 
priamente ^agnello  morto',  e  sarà  prt. tronco  di  bacchiare,  come 
abbacchio  è  d'abbacchiare,  cfr.  XII  127  s.  v.  (D'Ov.  XIII  382-3); 
3.  Bdxxsiog. 

bacco:  1.  passo  lungo,  salto;  2.  Bacco,  il  dio  del  vino.  —  1. 
probabilm. è  =  *yaZco,  da  valicare  var-,  cfr.  Caix  st.  65;  2.  Bac- 
chus  Bdx%og. 

bacino:  1.  tenero  bacio;  2.  bacile,  piattello.  —  l.dim.  di  bacio 
basium;  2.  voce  d'incerta  origine,  v.  Kòrt.  975. 

bada:  1 .  aspettazione,  indugio  (nella  frase  ^ stare-'  o  'tenere  a 
bada');  2.  abada  (rinoceronte).  —  l.sost.  da  bada7^e,  per  cui  vien 
postulato  un  *badare  stare  a  bocca  aperta,  aspettare,  v.  Kort. 
987;  2.  voce  indiana,  v.  i  Dizion.  di  st.  natur.,  s.  '  rinoceronte  di  Su- 
matra '. 

bàghero:  1.  sorta  di  carrozzella  (più  sp.  bdghere);  2.  are.  sorta 
di  piccola  moneta.  —  l,è  forse  il  ted.  wagen  carrozza;  2.  et.  oscu- 
ro, cfr.  Zamb.  100  s.  bagattella,  Kort.  991. 

baja:  1.  burla,  scherzo,  bagattella;  2.  piccolo  golfo.  —  Et.  in- 
certo in  ambo  i  significati  (ma  col  secondo,  a  ogni  modo,  già  baia 
pr.  Isidoro);  e  non  è  escluso  che  si  tratti  d'una  sola  ed  unica  voce, 
V.  Kòrt.  987. 

baleno:  Lare,  balena  (agg.  di 'pesce');  2.  lampo.  —  l.ba- 
laena  (paXaiva  (più  tardi -èna,  v.  Georges);  2.  et.  ignoto  ^ 

ballerino  -a  :  1 .  che  balla  per  professione,  molto  valente  nel  bal- 
lare; 2.  are.  frutto  del  biancospino.  —  1.  sost.  da  ballare  (cfr.  can- 
terino da  cantare  -diV e);  2.  dim.  doppio  di  balla  palla  (qui  'coc- 
cola'), q.  *òa^^o?mo,  v.Suppl.  Arch.  V  240-1  n.  Ma  questa  omeo- 
tropia  si  dovrà  dire  apparente,  giacché  una  stessa  è  l'origine 
delle  due  basi,  per  le  quali  cfr.  Kòrt.  1013. 

ballotta:  1.  castagna  lessa;  2. pallottola.  —  1.  arab.  ballù't 
ghianda,  castagna,  v.  Diez  s.bellota;  2.  dim.  di  balla  palla,  v.  Kòrt. 


'  V.  Kòrt.  1013.  —  Dico  ignoto,  perchè  non  par  che  possa  appagare  nem- 
meno la  proposta  del  Nigra,  Rom.  XXVI  556-7  (agg.  *albenu  da  alba), 
malgrado  il  felicissimo  acume  e  la  perspicacia  ond'  egli  dà  prova  in  codeste 
pagine.  Dove  di  certo  non  è  che  una  mera  svista  il  derivar  eh'  egli  fa  se- 
reno da  sera,  essendo  questo  agg.  da  seréna  anche  per  'cielo  notturno'  e 
valendo:  chiaro,  senza  nuvoli  (cfr.il  'cielo  scoperto'). 


142  Pieri, 

1013.  Ma  qui  l'omeotropia  potrebbe  anche  risultare  illusoria,  per- 
chè non  si  dovrà  escluder  del  tutto  il  trapasso  da  'castagna'  a 
'pallottola'  (cfr.  Zamb.  892)  e  viceversa.  A  una  origine  assai  an- 
tica, e  perciò  non  arabica,  di  questa  voce  in  quanto  vale  'casta- 
gna ',  si  direbbe  che  accenni  anche  il  doppio  suffisso  (  ali.  a  bal- 
lotta c'è  l'it.  ant.  balogia,  aret.  balocia  -o,  lucch.  ballóccioro,  ecc.). 

balza:  1.  luogo  scosceso,  dirupo;  2.  striscia  per  ornamento  a 
una  veste,  striscia.  —  l.sost.  da  balzare  (cfr.il  lat. 'saltus'  da 
'saltare'),  di  che  v,  Suppl.  Arch.  V  139;  2.  da  balteus  -um,  cin- 
tura a  tracolla  per  la  daga,  cintura,  v.  Kort.  1024  (e  il  genere  fem. 
si  spiegherà  dal  pi.  neutro).  -  Qui  fors'anche:  balzello,  1.  piccolo 
balzo;  2.  imposta  straordinaria  (che  potrà  essere 'quasi  frangia 
aggiunta  alle  gravezze  ordinarie',  v.  Zamb.  104). 

balzello,  v.  balza. 

bara:  1.  truffatrice;  2.  barella  coperta  per  trasportare  i  cada- 
veri. —  1.  fem.  di  &aro,  prob.  da  baro  (l'accezione  di  'truffatore  o 
ladro'  da  quella  di  'bagaglione  o  servo  di  soldato',  v.  Kòrt.  1060); 
2.  aat.  bara  cesto,  corba,  cfr. Diez  s.v. 

baratto  :  1 .  scambio,  baratteria  ;  2.  baro,  truffatore.  —  1 .  sost. 
da  bay^attare,  che  è  con  molta  probabilità,  come  voce  commerciale 
per  eccellenza,  da  TCQdrtsLv;  v.  anche  Kòrt.  1060;  2.  deriv.  per 
-atto  da  baro,  v.  qui  s.  bara. 

barrare:  1.  sbarrare;  2.  are.  truffare.  —  l.da  barra,  spett.  ad 
una  rad.  bar r-,  di  che  v.  Kòrt.  1062;  2.  da  barro,  cui  v. 

barro:  1.  specie  di  terra  odorosa  da  bùccheri;  2. are.  truffatore. 
—  1.  spagn.  barro ^  d'etimologia  per  me  ignota;  2.  lo  st.  che  baro, 
V.  qui  s.  bara. 

bas'etta:  1.  are.  piccola  base;  2. baffo,  lucch.  lista  di  barba  che 
scende  giù  sulla  guancia.  —  1.  dira,  di  bas'e  basis;  2.  sec.il  Zamb. 
150  da  *bom] bas'etta,  che  starebbe  per  -agetta  (cfr.  basino  specie 
di  tela  di  cotone,  da  bomjbasino). 

baviera  :  1 .  barbozzo,  visiera  ;  2.  Baviet^a,  regno  della  Confede- 
razione germanica.  —  1.  da  bava,  v.  Kòrt.  964  (cfr.  bavero);  2. 
Bavaria. 

bazza:  1.  buona  ventura,  fortuna  al  giuoco;  2.  mento  lungo  e 
sporgente.  —  l.md.  alto  ieà.  bazze  guadagno;  2.  et.  ignoto. 

becco:  1.  rostro;  2.  il  maschio  della  capra.  —  1.  beccus,  voce 
celtica;  2.  et.  oscuro.  Cfr.  Kòrt.  1099,  1176  e  '403. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  143 

hene:  l.contr.di  'male',  avv.  ;  2.  specie  di  pianta  erbacea  ('cu- 
cubalus  behen'  di  Linn.)  —  l.bène;  2.  voce  araba  (behmen). 

berlina:  1.  gogna;  2.  specie  di  cocchio.  —  1. forse  harellina^  da 
bara,  v. Can.  Ili  336;  2.  frnc.  berlme,  da  Berlin,  cfr.Diez  s.v. 

berta:  1. battipalo;  2. burla,  scherzo,  bagattella;  3. gazza,  ghian- 
daja.  —  Origine  oscura  ne'  due  primi  significati;  cfr.  Kòrt.  1137. 
Ma  in  quello  di  'gazza'  deve  esser  proprio  Bertha  (cioè  il  nome 
stesso  della  famosa  regina);  e  cir.  cecca,  cioè  'Francesca',  altro 
nome  di  quest'uccello;  rispetto  al  quale  l'applicazione  del  perso- 
nale si  può  attribuire  o  alla  sua  ben  nota  malizia,  o  alla  sua  attitu- 
dine a  imitar  la  parola  umana.  Ma  del  resto  occorre  non  di  rado 
un  personale  riferito  a  un  uccello  ;  cfr.  Martin  pescatore,  ecc. 

biado  are:  1. biada;  2.  biavo  (azzurro  chiaro).  —  l.pare  = 
celi  blawd,  cfr.  XII  154  s.  bianda;  2.  germ.  blaw  azzurro,  cfr. 
Kòrt.  1249. 

bibia  are:  1.  bibbia  (la  sacra  scrittura) ;  2.  scherz.  fondime  del 
vino  (v.Fanf.).  —  1.  biblìa  ^i^?.éa,  libri  ;  2.  da  bibère. 

bìlia:  l.legnetto  torto  per  tener  tesa  la  legatura  della  soma; 
2. palla  e  (oggi)  buca  del  biliardo.  —  I. secondo  alcuni  da  vi- 
ti lis  -e  fatto  di  vimini  (v.  Bianchi  XIII  210-11),  ma  non  persuade; 
2.  et.  incerto,  cfr.  Kòrt.  1163. 

binda  :  1 .  striscia  di  tela  cucita  sopra  la  vela  ;  2.  strumento  con 
vite  per  sollevar  pesi.  —  1.  aat.  binda  fascia;  2.teó..winde  ar- 
gano. 

biscanto,  v.  canto. 

bischero:  l.legnetto  nel  manico  degli  strumenti  a  corde  per 
istringere  o  allentare,  volg.  'mentùla';  2.  che  frequenta  le  bische^ 
—  1.  probabilm.  da  disciilus  ('discus'),  'perch'è  tondo  dove  le 
dita  s'appoggiano  per  girare',  v.  Tramater  s.v.  -;  2.  da  bisca,  d'et- 
ignoto. 


'  Con  questo  significato  in  Zamb.  140;  forse  un  arcaismo,  che  non  so  donde 
egli  abbia. 

*  Inutile  il  dire  che  non  reputo  il  b-  da  d-  di  ragion  fonetica;  e  che  si 
tratterà  d'una  storpiatura,  se  questa  voce  non  fu  raccostata  a  qualche  al- 
tra. E  cfr.  bischetto  tavolino  dei  calzolai,  che  è  tutt'  uno  coli'  equival.  dis- 
e  deschetto  (dim.  di  disco  o  desco,  da  discus). 


144  Pieri, 

bisciolo  -a:  l.agg.  d'una  specie  di  ciliegio  -a  ('prunus  avium'); 
2.  agg.  di  chi  non  pronunzia  bene  s  o  s.  —  1.  par  l'aat.  wìhsela, 
V.  Diez  s.  V.  ;  2.  onomatopeja,  forse  con  gergale  allusione  al  nome 
precedente. 

boccino:  1.  piccolo  boccio  (bottone  di  fiore),  pallino;  2.  are.  bo- 
vino ^  —  l.dim.  di  boccio,  v.  qui  s.  v.;  2.  da  un  agg.  *bùclnu 
(per  bovic-),  il  cui  feminile  secondo  alcuni  è  attestato  già  da 
bucina  (cfr.il  ])roy.bozina  ecc.,  Kort.  1392;  ali.  a  bucina), 
corno  di  vacca,  tromba  ricurva. 

boccio:  1.  bozzolo  (Bartoli;  ancor  vivo  nel  sen.-aret.);  2.  boc- 
cia (bottone  di  fiore).  —  1.  forse  bom]bucio,  da  bombix  baco 
da  seta  ;  2.  etimol.  non  sicura  (ma  ad  ogni  modo  par  connesso  a 
bottone),  cfr. Kòrt.  1296.  -  Qui  anche:  boccinolo,  1.  bozzolo;  2. 
boccia  (di  fiore). 

boccinolo,  V.  boccio. 

boga:  1.  specie  di  piccolo  pesce;  2.  grosso  cerchio  di  ferro,  in 
cui  passa  il  manico  del  maglio.  —  1.  bòca,  cfr.  Diez  s.  v.  e  Sche- 
ler  s.  bogue;  2.  probabilm.  è  il  teà.bogen  arco. 

bomba:  1.  palla  di  ferro  piena  di  materie  esplosive;  2.  il  luogo 
immune,  donde  uno  parte  e  dove  ritorna,  nel  fanciullesco  giuoco 
omonimo.  —  1.  sost.  da  bombare  rimbombare,  o  ricavato  da  bom- 
barda (cfr.  bombardare  lanciar  le  bombe) ^;  2.  poma,  v. in  nota^. 

bonaccia:  1.  bonaria;  2. tranquillità  del  mare.  —  l.fem.  di  bo- 
naccio,  da  buono  bonus;  2.  da  malacia  fxaXaxia,  staccata  da 
*malus'  ed  accostata  a  *  bonus',  v.  Asc.  XIII  451  n  (cfr.  Salvioni, 
Postille  it.  al  Vocab.  it.-romanzo  s.v.). 

bonetto  :  1.  alquanto  buono;  2. berretto.  —  1.  dim.  di  buono  bo- 
nus; 2.  frnc.  bonnet,  d'origine  ignota,  cfr.  Scheler  s.v^ 


*  Come  sost.  disse  'vitello';  e  il  lucch.  cnt.  ftwcrna  è  'vacca', 

*  Mal  si  potrebbe,  come  vof.e  moderna  ch'essa  è,  derivar  senz'altro  da 
bombus,  cfr.  Kòrt.  1274. 

'  Dagli  antichi  era  detto  il  giuoco  del  pome  o  di  toccapoma  (di  bomba- 
jarda  nel  Pataffio),  certo  da  'pomi',  o  veri  o  di  metallo,  che  fossero  là  ove 
i  'ladri'  stanno  al  sicuro  dai  'birri'.  La  forma  /ipm&a,  rimasta  al  lucchese 
(v.  Fanf.  u.  t.  e  cfr.il  s\\\.pgmbe  pomo,  Xlll 336),  divenne  6om&a  per  assimi- 
laz.  regressiva. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  145 

bordare:  1.  percuoter  con  forza,  lavorar  di  gran  lena  ^,  are. 
sciaguattare  (quasi  'sbattere'  i  panni  od  altro);  2.  rivestir  di  le- 
gname la  parte  esterna  d'una  nave  ^.  —  1.  pare  da  *borclo  -a,  sia 
esso  estratto  da  bordone  bastone  (v.  nota  4  qui  sotto)  o  rispecchi 
il  nomin.  burdo  ^;  2.  frnc.  ìwrder,  da  bord  ~  german.  bord-  orlo 
della  nave,  v.  Kòrt.  1287  *. 

borra:  1.  tosatura  di  pannilani  e  di  peli  d'animali;  2.  borro. 
—  l.bùrra  panno  velloso;  2. /3ó^(»og,  cfr.  qui  s.  botro  ^. 

borraoe:  1.  borato  di  soda  (un  sale);  2.  are.  borrana.  —  1. 
arab.  bùraq  bianco,  v.  Diez  s.  v. ;  2.  da  borra  (v.  qui  s.v.),  a  causa 
delle  sue  foglie  pelose  (cfr.  l'equiv.  ^ovyXwaaov  lingua  di  bue,  per- 
chè scabra  questa  e  quasi  pungente),  cfr.  Kòrt.  1424. 

bossolo:  1.  la  nota  pianta  sempreverde;  2.  vasetto.  —  1.  bùxus; 
2.  prob.  *bùxìda,  da  pyxis  Try'i'ic,  v.  Caix  st.  14 '\ 

botro:  1.  cavità  fra  dirupi,  borro;  2.  are.  grappolo  d'uva.  — 
1. /5ó5-^o?,  V.  Diez  s. borro;  2.  ^ótQvg. 


^  Si  noti  che  in  certi  mestieri  (come  dello  spaccalegna  e  sira.)  il  'per- 
cuotere fortemente'  è  un  'lavorare  con  lena'. 

^  Per  'orlare' è  un  neologismo  non  registrato  nei  Dizionarj  (ma  cfr.  &or- 
dato  specie  di  stoffa,  onde  il  frnc.  bordai). 

^  Lo  Zamb.  152  dà  borda  randello,  come  una  voce  autentica;  ma  tale  a 
me  non  risulta.  Del  resto,  in  quanto  il  verbo  in  questione  disse  'giostrare, 
bigordare'  (v. Fanf.),  sarà  senza  più  la  stessa  cosa;  ma  anche  vi  potremmo 
veder  bagordare  con  ettlissi  del  (J  (cfr.  biordare,  se  questo  non  procede  di- 
rettamente dal  i>rov.  beort3,  biorlz),  (ì  con  successiva  contrazione;  e  questo 
etimo  non  si  dovrà  forse  del  tutto  escluder  nemmeno  per  bordare  'per- 
cuotere'. 

■*  Nel  testo  avrebbe  a  seguire  bordone,  so  ammettessimo  la  dichiarazione 
che,  in  quanto  dica  'spuntone  dell'ala',  ne  fa  il  Caix  st.  85.  Sennonché  in 
tutta  la  serie  dei  sign.  di  questa  voce  (principali:  bastone  da  pellegrino; 
palo;  trave  per  palco  o  sostegno;  canna  d'uno  strumento;  spuntone  del- 
l'ala) è  manifesta  l'idea  fondamentale  e  comune  di  'verga'  o  sira.;  se  an- 
che questa  voce  è,  come  pare,  dovuta  in  origine  a  una  metafora;  cfr.  Kòrt. 
1421.  Non  ci  sarà  dunque  bisogno  d'  escogitare,  per  I'  ultimo  significato, 
un'altra  etimologia;  e  cfr.il  ìucch..  cannoì^e,  in  quanto  vale  anche  'spuntone 
dell'ala'. 

5  E  borra  volg.  forza  ? 

•^  Ma  che  le  due  voci  siano  tutt' una,  come  ammetteva  già  il  Diez,  non 
si  potrà  impugnare  del  tutto;  e  anche  nv^ig  è  voce  materialmente  e  ideal- 
mente connessa  a  ni^og. 

-       Archivio  glottol.  ital.,  XV.  10 


146  Pieri , 

'botta -o:  1.  colpo,  percossa;  2.  piccolo  rospo;  3.  are.  (feni.)  lu- 
cerna del  frugnuolo.  —  l.sost.  da  boitare  {clr.  V a,vc.  dibottare)^ 
che  sembra  l' ant.  francico  *botan  (md.  alto  ted.  bózen),  percuo- 
tere, urtare,  cfr.  Kòrt.  1296;  2.  et.  oscuro  (secondo  alcuni  sarebbe 
la  voce  stessa  precedente,  v.  Kòrt.  ivi  e  Diez  s.  v.)  ;  3.  et.  ignoto. 

bottino  :  1 .  pozzo  nero,  deposito  d'acqua,  ecc.  ;  2.  preda  tolta  in 
guerra  al  nemico  —  l.dim.  di  botte  {cir.  bottaccio)]  2.  ant.  nrd. 
bytin  preda,  a  noi  prob.  dal  frnc,  butin.  Cfr.  Kòrt.  1435  e  '41. 

bricca  e  briccola,  v.  bricco. 

byncco:  1.  are.  asino;  2.  pietra  di  cava  ^;  3.  vaso  da  fare  il  caffè. 
—  l.con  ettlissi,  da  buricco,  are.  &or-,  che  è  lo  sjmgn.  torneo, 
cfr.  Kòrt.  1426  (anche  ^Nachtr.');  2.  in  origine  ^frammento',  dal 
got.  brikan  spezzare,  combattere,  lottare,  v.  Kòrt.  1345;  3.ar.  ecc. 
ibrìq,  V.  Caix  st.  87.  -  Qui  anche:  bricca  are.,  1.  asina;  2.  balza, 
dirupo  (cfr.il  lat. 'praeruptus').  Inoltre:  briccola  diVC,  1.  asina; 
2. balza,  màngano  (macchina  da  scagliar  pietre). 

binilo:  1.  preso  un  poco  dal  vino,  ciuschero;  2.  cristallo  lavo- 
rato a  diamante  ;  3.  il  soffermarsi  degli  uccelli  in  aria  sbattendo 
l'ali;  4.  are.  specie  di  vetrice.  —  1.  probabilm.  è  da  *ebriillu, 
cfr.  Kòrt.  1142;  2.  bèryllus,  specie  di  pietra  jareziosa,  v.  Can.  Ili 
331  ;  3.  sost.  da  brillare,  prob.  =  lucch.  prillare  girare,  da  prillo 
imlèo,  che  sembra  *pirlnìilu  ('pira'),  v.  Nigra  XIV  359-;  4. 
forse  voce  celtica  (connessa  al  frnc.  brin),  v.  FI.  II  45-6. 

brindis'i:  1.  il  bere  all'altrui  salute;  '2,. Brindisi,  città  dell'Ita- 
lia. —  I.  ted.  &rm^  dir's  ('lo  porto  a  te');  2.  Brundisium. 

bruscare  :  1 .  abbrustolire  ;  2.  far  fuoco  con  brusca  o  stipa  sotto 
al  piano  ed  opera  viva  d'un  bastimento  (v.  Tramater);  3.  f)urgar 
le  piante  dal  seccume.  —  1.  lo  st.  che  abbruslare  (cfr.  qui  s.  bru- 
stare  ^)  ;  2.  da  brusca,  in  quanto  vale  una  specie  di  felce,  d'una 


*  Con  questo  sign.  in  Zamb.  537. 

*  Codesta  etimologia  di  brillare  proponevo  anch'io  alcuni  anni  fa  in  certe 
mie  note;  e  ora  vado  orgoglioso  d'un  consenso  cosi  autorevole.  Io  ne  te- 
nevo però  separato,  come  fo  ancora, /^rt7to  'alquanto  ebbro',  per  cui  credo 
più  verosimile  la  base  ricostruita  dall'Ascoli. 

'  Non  credo,  naturalmente,  che  si  tratti  d'  alterazione  fonetica.  Forse  fu 
raccostato  all' agg.  brusco  in  senso  di  'scuro'  (quasi,  dunque  :  'abbrunire'; 
■cfr. 'tempo  brusco'  cioè:  nuvoloso,  e  la  dizione  'tra  il  lusco  e  il  brusco'). 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  147 

origine  con  'brusco  pugnitopo  (v.  qui  s.  r.);  3.  da  brusca  -o  bru- 
scolo, fuscello  (propr.  'levar  via  i  fuscelli'),  che  è,  inserito  r,  tut- 
t'uno  con  Vequiv.  busca  -o,  di  che  v.  Diez  s.  v. 

brusco:  1. pugnitopo;  2.  piuttosto  aspro  (contr,  di  'dolce'  e  an- 
che di  'affabile').  —  l.ruscum;  2.  et.  oscuro,  cfr.  Kòrt.  1371  e 
Zamb.  171. 

brusia,  v.  brustare. 

brustare  are:  1.  bruciare;  2.  ricamare  (v.  Fanf.).  —  l.*pru- 
stare  da  *perustare  ('ustum'  da  'uro');  2.  et.  ignoto  (cfr.  bru- 
sio, are.  specie  di  veste  e  ornamento  donnesco).  -  Qui  anche  :  bru- 
sta,  l.sen.  brace;  2.  are.  ricamo  (ali.  a  -sto). 

bùbbola:  1.  upupa;  2.  specie  di  fungo;  bagattella,  fandonia.  — 

1.  ujpùpìila,  digradato  ilp-  prima  dell'aferesi  (cfr.  So^/egra  ecc.)  ; 

2.  dal  tema  stesso  di  ^ov^cóv  tumore  (dunque,  in  origine:  'cosa 
gonfia'),  cfr.  Kort.  1379. 

bugìa:  1.  menzogna;  2. lume  a  piattello  con  boccinolo  per  le 
candele.  —  1.  ant.  frnc.  boisie,  prov.  bauzia,  inganno,  d'origine 
germanica,  v.  Kort.  1091-2;  2.  da  Bugia  nell'Algeria,  onde  s'im- 
portavano già  le  candele  (Ménage),  cfr.  Kort.  1399. 

bugila:  1.  are.  concorso  di  gente,  poi  :  zuffa,  rissa;  2.  pist.  buco 
morto  nel  monte  (Petrocchi).  —  1.  sost.  (onde  are.  bugliare  sol- 
levarsi, agitarsi  )  àsilV Sivc.  buglire  bìill-  (e  ch\  brulicame,  ave. 
buli-f  da  *bullicamen);  2.  da  bujo  -a,  cioè  buriu  -a,  cfr.  Kòrt. 
1422  (e  bujosa  carcere). 

buglione:  1.  moltitudine  confusa,  are. moneta  da  rifondere;  2. 
are.  bariglione.  —  l.accresc.  di  bugila,  cui  v.  ^  ;  2.  donde? 

bulbo:  1.  corpo  carnoso,  che  nasce  sulle  radici  d'una  pianta; 
2.  are.  burbero  (Bocc).  —  l.bùlbus  /3oA^óg;  2.  et.  ignoto. 

burlare:  1.  beffare,  canzonare,  scherzare;  2.  are. gettar  via.  — 
1.  vb.  da  burla, QÌiQ  è  *burrìila,  dim.di  burrae  inezie,  baje,  cfr. 
Kort.  1425;  2.  d'origine  incerta,  ma  cfr.  il  lomb.  bm^-  borlar  ro- 
tolare, cadere  (e  v.  a  ogni  modo  Lorck,  Altberg.  sprachdenk.  201). 


Anche  potrebbe  ripeter  la  gutturale  da  infl.  di  * abbruschiare,  in  quanto  esso 
sia  la  f.  a.  di  abbrustiare  (v.  Caix  st.  49-50;  cfr. /?s<mrg -schiare,  ecc.). 

*  La  stessa  materia  etimo-  e  morfologica  è  nell'  are.  buglione  brodo  ;  ma 
direttamente  dal  frnc.  bouillon,  v.  Scheler  s.  v. 


148  Pieri, 

burraio:  1.  unto  o  spalmato  di  burro;  2.  are.  burrone.  —  1.  da 
burro,  che  è  butirum,  per  -Irum  ^ovtvqov;  2.  sost.-participiale 
da  borro,  v.  qui  s.  borra. 

bm^rpne:  1.  sfondo  chiuso  tra  balze  e  rupi;  2.  are.  monaco 
(Redi).  —  1.  accrese.  di  borro  -a,  cui  v.  ;  2.  forse  da  burru,  dato 
il  colore  scuro  della  tonaca. 

busca:  1.  are.  bruscolo,  fuscello;  2.  il  buscare;  3.  gabbia  da 
olio.  —  1.  d'origine  incerta,  cfr.  qui  s.  bruscare;  2.  sost.  da  bu- 
scare, che  è  probabilm.  lo  sj).  buscar  cercare  (il  primo  esempio 
it.  è  del  Giambull.  ),  v.  Diez  s.  v.  ;  3.  et.  oscuro,  ma  potrebbe  pro- 
ceder da  brusca  specie  di  felce  (v.  ancora  s.  bruscare),  in  quanto 
la  gabbia  ne  sia  o  fosse  formata. 

busso  are.:  1.  bossolo  (la  pianta);  2.  colpo  (come  'percossa'  e 
come  'rumore').  —  1.  bùxus;  2.  et.  incerto,  cfr.  Kòrt.  6461  ^ 

bùttero  :  1.  mandriano  di  eavalli  e  di  buoi;  2.  buco  lasciato  dal 
ferro  della  trottola  nel  terreno,  margine  del  vajuolo.  —  Et.  ignoti; 
ma  V.  a  ogni  modo  Caix  st.  94  ^. 

cacchione:  1. vermicello  generato  da  pecchia  nel  miele  o  da 
mosca  nella  carne;  2.  sen.  bordone  di  penna  novella.  —  1.  proba- 
bilm. *eaeeulone,  cir.  càccola  (caeea-xxij),  q.  'cacherello';  2. 
et.  oscuro,  v.  però  Caix  st.  94. 

calcio:  Lare. piede,  colpo  dato  con  piede;  2.  metallo  onde  si 
foi'ma  la  ealee.  —  Leon  metapl.  da  ealce  calcagno,  piede;  2.  da 
calce  calcina.  Son  dunque  omeotropiehe  già  le  due  basi  latine. 

calmo:  l.che  è  in  calma,  tranquillo;  2.  marza  d'innesto.  — 
l.prt.  accorciato  di  'calmare',  da  calma,  cioè  xavf.ia  calore  ec- 
cessivo (perchè  con  esso  tacciono  i  venti  e  il  mare  è  in  bonaccia), 
cfr.  Kòrt.  1750;  2.  calamus. 

camminata,  v.  cammino. 

cammino  (e  camino):  1.  focolare  della  casa;  2.  il  camminare 


^  Preferibile  in  ogni  caso  come  etimo  il  ted.  super,  buchsen  picchiare, 
percuotere  (Diez)  al  lat.  pulsare  (Caix,).  E  mancherebbe  affatto  in  code- 
sto caso  Tomeotropia,  se  -  come  ho  qualche  sospetto  -  bussare  niente  altro 
fosse  stato  in  origine  che  'batter  con  mazza  o  verga  di  busso''  (cfr.  giuncare 
batter  con  giunco,  ecc.). 

^  Rispetto  al  secondo  termine,  il  sign.  di  'margine'  deriverà  certo  da 
quello  di  'buco',  il  che  non  par  favorevole  all'etimologia  proposta  dal  Caix. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  149 

strada,  viaggio.  —  1. carni nus  xd[.irvog;  2. d'origine  oscura,  cfr. 
Diez  s.v.  (ma  pure  Kort.  1538  e  '42).  -  Qui  anche:  camminata 
(e  camin-),  1.  are.  cammino  da  fuoco;  2.  il  camminare  piuttosto 
a  lungo. 

canterella:  1.  starna  cantajuola;  2.  cantaride.  —  l.v.  qui  s. 
-erino;  2.  dim.  di  cantharis  xav^aqCq^. 

canterello:  1.  cantajuolo;  2.  piccolo  cantero;  3.  orpello.  —  l*e 
2.  Y.  qui  s.  -erino  ;  3.  et,  ignoto. 

canterino:  l.clie  canta  spesso  e  volentieri,  cantajuolo;  2. pic- 
colo cantero;  3.  agg.  d'una  specie  d'orzo.  —  l.sost.  da  cantare 
-are;  2.  dimin.  di  càntero,  cioè  cantharus  xdv^aQoc.  bicchiere, 
vaso;  3.  cantherlnu,  agg.  da  canthèrius  cavallo  castrato,  giu- 
mento (perchè  quest'orzo  si  dava  da  mangiare  alle  bestie  ;  v.  For- 
cellini). 

canto:  1.  il  cantare;  2.  angolo,  lato.  —  1.  cantus;  2.  d'origine 
oscura,  forse  celtica,  cfr.  Diez  s.v.  (e  Kort.  1588).  -  Qui  anche: 
biscanto,  1 .  are.  cantilena  ;  2.  canto  che  fa  due  piegature.  Inoltre  : 
procanto  are,  1.  proemio,  preambolo  per  ingannare  altrui;  2. can- 
tonata d'una  muraglia  (o  recinto?  v.  Fanf.). 

cappa:  1. decima  lettera  del  nostro  alfabeto;  2.  mantello  con 
cappuccio,  mantello.  —  1.  cappa  xànna,  indeclin.;  2.  cappa  sorta 
d'indumento  del  capo  (Isid.  19,  31,  3). 

carina:  1 .  are.  carena  ;  2.  fem.  di 'carino'.  —  1.  carina;  2. 
dimin.  di  caro  -ru. 

cascina:  1.  cerchio  sottile  di  faggio  per  fare  il  cacio;  2.  fab- 
bricato annesso  al  luogo,  dove  pasturano  le  vacche.  —  1.  per  cas- 
Sina,  dira,  di  capsa;  2.  anziché  da  càcio  caseu  (fr.  Kort.  1705 
e  Zamb.  179),  etimo  al  quale  ripugna  in  singoiar  modo  la  mor- 
fologia {civ.  caciai  a),  sdivk  veramente  da  Casina,  dim.  di  casa, 
pel  tramite  di  *casjina',  ma  lo  s  {e  non  é)  v'appare  anormale^. 


*  Circa  il  processo  di  formazione  rimango  incerto,  se  dobbiamo  qui  rico- 
noscere uno  scambio  di  suffisso,  quale  sarebbe  avvenuto  in  *  cantarida  o  -eda 
con  greco  accento,  o  se  nel  nostro  derivato  s'asconda  un  nominativo  impa- 
risillabo (canterella,  da  ^cantare). 

'^  E  una  difficoltà  che  secondo  me  contrasterebbe  del  pari  all'altro  etimo, 
giacché  io  non  credo  alla  realtà  storica  di  cascia  (cfr.  Suppl.  Arch.  V  58,  ecc.), 
col  quale  si  potrebbe  giustificare  lo  s  protonico. 


150  Pieri , 

casco'-  1.  il  cascare  (met.);  2.  specie  d'elmo.  —  1.  sost.  da  ca- 
scare,  cioè  *casicare  ('cado'),  cfr.  Diez  s.  v,;  2.  voce  spagn. 
(co' significati  :  coccio,  testa,  elmo),  da  cascar  rompere,  cioè  *quas- 
sicare  ('quatio'),  cfr.  K(jrt.  6549. 

cassero  :  1.  are.  cavità  del  torace;  2.  castello  di  poppa  (t.  naiit.), 
are.  castello,  fortezza,  torrione  cinto  di  mura  —  l.è,  in  forma 
diminutiva,  l'equivalente  diVO,.  casso,  da  capsus  cassetta  del  coc- 
chiere, recinto  per  animali,  cassa,  cfr.  Diez  s.  v.;  2.  ar.  al-qagr, 
al  plur.  '(fastello',  o  direttamente  o  dallo  spgn.e  port.  alcàzar,  v. 
Kòrt.  460. 

catalessi:  1.  specie  di  nevrosi,  che  rende  immobili  e  muti;  2. 
mancanza  d'una  o  più  sillabe  in  fine  del  verso.  —  l.catalè- 
psis  xaxdXr]ìpig  (Aa/.t/Javw);  2.  catalèxis  xaTaXrj'^ig  (/t^Jy&j). 

cecia:  l.arc.  vento  di  greco-levante;  2.  sorta  di  scaldino.  —  1. 
caecias  xaoxtag-j  2.  et.  oscuro  {t^ìsì.  ciocia)  ^. 

cedro:  1.  specie  di  limone;  2  pianta  delle  conifere.  —  l.ci- 
trus;  2.  cèdrus  xéSqog.  Ma  la  prima  voce  è  per  avventura  un'al- 
terazione della  seconda  ;  v.  Georges. 

cenato:  l.prt.  di  'cenare';  2.  are.  infangato,  lordo.  —  l.ce- 
natu;  2.  agg.-prt.  da  coenum  fango. 

centuria'.  1.  riunione  di  cento  individui;  2.  are.  centàurea.  — 
1.  centuria;  2.  centauria  xsvxavQta. 

Cerro:  1.  specie  di  quercia;  2.  ciocca  di  capelli,  vivagno,  fran- 
gia. —  1.  cérrus;  2.  cirrus  ricciolo  naturale,  ciuffetto,  frangia 
(cfr.  lo  spgn.e  port.  cerro,  Diez  s.  v.). 

cesso:  l.arc.  il  cessare,  allontanamento,  abbandono;  2.  luogo 
comodo.  —  1.  sost.  da  cessare  -are;  2.  rejcéssus  (cfr.il  frnc. 
r étì^aite),  ìoiìo  il  prefisso  come  inutile^.  E  siamo  pur  qui  a  so- 
stanziale identità  etimologica. 

ceto:  1.  unione  od  ordine  di  persone;  2.  are.  balena.  —  1.  coe- 
tus;  2.  cètus  xr^rog,  che  è  nome  generico  di  tutti  i  grossi  pesci 
marini. 


'  Vi  sospetto  un  nome  proprio  accorciato;  cfr.il  lucch. /«ci«  st.  sign. 
Denominazioni  'personali'  anche  per  lo  scaldaletto,  che  è  prete  o  ìnonaca. 
Curioso  che  il  Caix  st.  121,  pure  scrivendo  lucìa  (trisill.),  voglia  mandare 
questa  voce  con  lo  spgn.  ^o^a  (cfr.  Kòrt.  4945), 

*  Il  Diez  e  il  Canello  da  secessus  (cfr.  Kòrt.  s.  v.);  ma  l'aferesi  della 
prima  sillaba,  a  tacer  d'  altro,  sarebbe  assai  meno  comprensibile. 


Gli  omoótropi  italiani.  -  Capit.  I.  151 

cetr^o  are.  :1.  cetra;  2.  cedro.  —  l.cithàra;  2.  citriis. 

chiasso:  1.  rumore,  strepito;  2.  viuzza  stretta,  chiassuolo.  — 
l.da  classicum,  suono  di  strumento  per  chiamare  a  raccolta, 
ridotto  a  *classum  (cfr.  Grober  Vulg.  substrato  s.  v.),  forse  pel 
tramite  del  prov.  clas  strepito  (v.  Canello  III  400);  2.  et.  oscuro  ^ 

chiavare:  1.  chiudere  a  chiave;  2.  are.  inchiodare,  config-gere» 

—  l.da  chiave  clavis;  2.  da  chiavo  clavus  chiodo. 

chilo-.  1.  il  succo  in  cui  vien  ridotta  la  parte  del  cibo  assimi- 
labile; 2.  peso  di  mille  grammi.  —  I.chylus  %vlóg  succo;  2.  ac- 
corciam.  di  chilogramma^  da  %Clia  mille. 

chimo-,  l.il  cibo  trasformato  dalla  saliva  e  dai  succhi  gastrici; 
2.  are.  specie  di  pesce  (Br.  Latini).  —  1.  chymus  xv^ióg  succo; 
2.  donde  ? 

china:  1.  discesa  ripida;  2.  China,  grande  impero  dell'Asia.  — 
l.sost.  da  chinare  din-;  2.  chinese  tsin  regno. 

ciotto  are.:  1.  ciottolo;  2.  zoppo.  —  1. forse  è  dal  ted.  schutt 
rottame,  maceria,  v.  Kort.  7265;  2.  et.  ignoto. 

cipro:  1.  specie  di  pianta;  2.  Cipro,  la  famosa  isola.  —  L'o- 
meotropia  già  all'origine  {xvrcQog;  KvnQog)-,  se  pur  non  si  tratta 
in  ambo  i  casi  d'una  sola  e  identica  voce. 

coccolone:  1.  volg.  colpo  d'apoplessia;  2.  il  beccaccino  maggiore. 

—  l.da  còccola,  in  quanto  è  'colpo', 'percossa',  v.  la  nota  2; 
2.  detto  così,  credo,  dallo  stare  accoccolato  (v.  Kòrt.  1954),  cioè 
'acquattato'  fra  l'erbe  o  le  canne  del  padule  (cfr.  Yqny.  cocco- 
lone -i). 

cogliuto  :  I.  are.  còlto  ;  2.  non  castrato.  —  1.  prt.  di  cogliere  (col- 
ligére);  2.  da  coglia  borsa  dei  testicoli,   che  è  cìilleus  sacco  ^ 


*  Pel  Muratori  è  la  stessa  voce  precedente  ;  ma  ciò  ch'egli  dice  non  per- 
suade. Lo  Zamb.  287  dal  ìaà.  gasse  via;  ma  vi  s'oppone  la  fonetica. 

-  Codesto  sign,  si  sarà  svolto,  quasi  in  modo  gergale,  da  coccola  bacca 
(base  co  e  cu  xóxxog,  cfr.  Suppl.  Arch.  V  202),  pel  tramite  della  frase  'uccel- 
lare a  coccole',  cioè:  pigliar  delle  busse.  Ma  potè  anche  derivar  dalla  stessa 
voce  in  senso  di  'capo'  Ccfr.  lucch.  ;r?«cco«o,  l'urtar  del  capo  contro  qualche 
cosa,  da  zucca  capo). 

^  Anziché  da  coleus  testicolo  (v,  Groeber  Vulg.  substrato  s.  coleo).  E 
il  lucch.  cuglia^  già  notato  da  me  come  un  esempio  d'w  intatto  (v.  Xll  HO), 
potrà  regolarmente  esser  culeus. 


152  Pieri, 

cagno  o  conio:  Luna  certa  misura  di  vino  od  olio,  are. sorta 
di  cesta;  2.  cuneo.  —  1.  congius;  2.  cuneus. 

coitare:  1.  are.  pensare;  2.  usare  il  coito  ^  —  1.  cogitare;  2. 
da  coito  coitu.s. 

colazione:  1.  il  colare;  2.  pasto  della  mattina.  —  l.sost.  da 
colare -are  (còlum  colatojo);  2.  forse  da  collatione;  mar. 
Canello  III  401  (donde  risulta  che  1' omeotropia  può  qui  essere 
illusoria). 

colla:  1.  materia  glutinosa  e  tenace  per  attaccare;  2.  corda  per 
torturare.  —  1.  còlla  xóAZa;  2.  sost.  da  collare,  il  quale  è  pro- 
babilmente il  md.  alto  ted.  kollen  incatenare,  tormentare  (v.  Diez 

S.V.). 

colletto:  1.  dimin.  di 'collo';  2. dira,  di 'colle'.  —  I.còllum; 
2.  Collis. 

colmo:  l.cima,  sommità;  2.  are.  gambo  (dell'orzo),  v.  Tramater 
s.  V.  —  cùlmen;  2.  ciilmus.  Sennonché  in  lat.  occorre  il  primo 
termine  anche  nella  seconda  accezione  (Ov.  fast.  4,734). 

colpare:  l.aver  colpa,  incolpare;  2.  colpire,  dar  colpi.  —  1. 
da  colpa  ciilpa;  2.  da  colpo,  che  è  colàpus  [xòXacpog)  pugno, 
schiaffo. 

coma:  1.  are.  chioma,  criniera;  2.  disposizione  morbosa  al  son- 
no; 3.  segno  che  divide  i  membri  del  discorso,  virgola  —  1. 
coma  xó|tir^;  2.x(tìf.ia  {xoifxdw),  sonno  profondo;  3.  lo  stesso  che 
comma^  cioè  xófifia  {xótttio)  frammento,  inciso. 

cominella:  1.  nigella  (specie  d'erba);  2.  are.  brigata  d'oziosi, 
comunella  (S.Anton.).  —  I.  dim.  da  eumlnum  xy/^r^ov  eomino 
(altra  pianta  simile);  2.  dim.  di  comune  -mmune. 

Gomparenza:  1. appariscenza;  2. are.  comparazione  (v.Fanf.)  — 
l.sost.  spettante  a  compaìire  -qy  b',  2.  sost.  spett.  a  comparare 
-are. 

compigliare  are:  1.  comprendere,  abbracciare  (rifl. );  2.  com- 
pilare, ordinare,  comporre.  —  1.  sull'analogia  di  comprendere, 
da  pigliare,  che  è  *piliare  ('pllus'),  v.  Kòrt.  6137;  2.  *com- 
piliare,  per  compilare,  propr.  'cogere  et  in  unum  condere' 
(Festo). 


'  In  questo  sign.  manca  a'Dijìonarj    elio   ho  visto   io;   ma  ò   certamente 
dell'uso. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  153 

consolare:  1.  agg. da  'console'  ;  2.  are.  consolazione.  —  1.  con- 
sularis  -e;  2.  consolare  -are  (in  funz.  di  sost).  -  Qui  anche: 
consolato,  1.  sost.  astratto  da  'console';  2.  prt.  di  'consolare'. 

consumare:  1.  distruggere,  annullare;  2.  dar  compimento,  con- 
durre a  fine.  —  l.consumére;  2.  consummare.  I  due  verbi 
andarono  in  parte  confusi  per  la  forma,  come  erano  già  pel  si- 
gnificato ;  cfr.  Kort.  2128. 

contato:  1.  prt.  di  'contare'  ;  2.  are.  contado.  —  1.  contare  com- 
putare; 2.  comitatus,  sost. 

contemprare:  l.coutemperare;  2.  are.  contemplare.  —  1.  con- 
temperare; 2.  contemplare. 

contentezza,  v.  contento. 

contento:  1 .  contentezza  ;  2.  are.  il  contenuto;  3.  are.  disprezzo, 
derisione.  —  l.sost.  da  contentare  (che  é  da  contento  -us,  agg.); 
2.  conténtum  (da  'contineo');  3.  contémptus,  sost.  (da  'con- 
temno').  Ma  pe' due  primi  casi  l'omeotropia  non  esiste  in  latino, 
giacché  r agg.  non  è  altro  in  effetto  che  il  prt.  di  'contineo'.  - 
Qui  anche,  avvertendo  la  stessa  cosa,  va:  contentezza,  1.  stato  di 
ehi  è  contento  ;  2.  are.  il  contenuto. 

contestàbile:  l.che  può  esser  contestato  o  impugnato;  2.  are. 
specie  d'alta  dignità  e  grado  nella  milizia.  —  1.  agg.  da  conte- 
stare -ari,  che  da  'provare  con  testimoni'  venne  a  dire  anche 
'negare'  (forse  per  infl.  di  contrastare)]  2.  comite  st abitili, 
cioè  in  origine  'soprintendente  alla  stalla  imperiale'  v.  Diez  s.  v. 

conto:  1.  computo,  calcolo,  are.  racconto;  2.  cognito,  chiaro.  — 
l.sost. da  contare  computare;  2.  cognitus.  -  Qui  anche:  ac- 
conlare  are.,  1.  annoverare;  2.  dar  contezza,  venire  a  conoscere. 
Inoltre:  acconto,  1. parte  del  pagamento  d'un  debito  (dal  modo 
avverb.  a  conto  )  ;  2.  are.  intrinseco,  confidente  (  prt.  tronco  d' ac- 
contare;  cfr.  -ntato  st.  sign.). 

convitare:  1.  chiamare  a  convito,  are.  invitare;  2. are.  deside- 
rare.—  1.  *eonvitare,  per  -ivare,  rifatto  sopra  invitare  (cfr. 
Kòrt.  2158);  2.  Sint  irne,  convoiter,  da  *eupi[di]tare,  v.  Kòrt. 
2341. 

copia:  1.  dovizia,  abbondanza;  2.  riproduzione  d'un  originale. 
—  1.  copia;  2.  lo  st. che  coppia  copiala  (e  la  storpiatura  fa  meno 
specie,  in  quanto  si  tratta  di  voce  cancelleresca). 


154  Pieri, 

coppino:  1.  piccola  coppa  ('capo');  2.  piccolo  coppo.  -  Ma  1' o- 
meotropia  è  solo  apparente,  perchè  e  Cippa  è  l'etimo  d'ambedue 
le  voci  italiane;  cfr.  Kòrt.  2344. 

corale:  1.  spettante  al  cuore,  cordiale;  2.  spett,  al  coro.  —  1. 
da  cuore  cor;  2.  da  chorus  xoQÓg. 

corbaccio:  1.  pegg.  di 'corbe' ;  2.  cestino  da  piccioni.  —  l.da 
corvus;  2.  da  corba -ìs. 

corina  :  1 .  are.  corata,  cuore  ;  2.  coro  (  vento  )  *  ;  3.  specie  di  gaz- 
zella. —  1.  da  cuore  cor;  2.  da  córus  xcòoog;  3.  da  xoQvvri  mazza, 
clava,  a  causa  'della  struttura  delle  sue  corna  attorniate  da  molte 
rughe  trasversali,  come  si  osservano  in  una  clava'  (v.  Tramater). 

corio:  1.  cuojo  (Ariosto);  2.  membrana  esteriore  che  cuopre 
il  feto  nell'utero.  —  1.  corium  {%óqlov)',  2.  xoqcov,  v.  Leopold.  E 
abbiamo  dunque  identità  originaria. 

cornice:  I.  pt.  cornacchia  ;  2.  cintura  ornamentale  in  alto  d'un 
edifizio,  la   quale  sporge   in  fuori;   telajo   di  quadro  o  specchio. 

—  1.  cornice;  2.  corOnis  xoqoìvig.  Ma  l'omeotropia  è  solo  appa- 
rente, per  la  confusione  che  avvenne  de'  due  vocaboli,  promossa 
da  xoQcóvri,  che  riuniva  i  due  significati  ('cornacchia'  e  'cosa 
curva');  cfr.  Diez  s.  v. 

coro:  1.  adunanza  e  luogo  dei  cantori;  2.  nome  d'un  vento; 
3. sorta  di  misura  presso  gli  Ebrei.  —  1.  cfr.  qui  s.  corale;  2. 
cfr.  qui  s.  corina;  3  ebr.  kor. 

corsale:  1.  ladrone  di  mare;  2.  torace,  petto;  corazza  (Fanf). 

—  l.da  corso  cursus,  sost.;  2.  derivato  per  -ale  dall' ant.  frnc. 
cors  corpo  (ma  si  potrà  fors'anche  supporre  un  irne,  ^corsel,  cfr. 
corselet  corazza);  e  v.  Canello  III  364.  -  Qui  anche:  corsetto, 
1.  piccola  corsia  tra  il  letto  ed  il  muro  (Fanf.);  2.  corse,  are. 
corsaletto.  (E  anche  dimin.  di  corso,  agg.  di  cane,  v.  II  s.  v.). 

corsetto,  v.  corsale. 

coratella:  I.  are.  corticella;  2.  volg.  coltella.  —  l.dim.  di  corte 
cohorte;  2.  coltello  ciilt-  fatto  femminile. 

cortina:  1.  calderone  (t.  archeol.),  il  tripode  vasiforme  d'Apollo 
(Caro);  2.  tenda;  3. via  protetta  da  due  muri,  parte  di  fortificazione 


^  È  voce  d'uso   nelle  Marche;  o  se  n'ha  infatti  un  esempio  d' Annibal 
Caro. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  155 

tra  un  baluardo  e  un  altro.  —  Per  le  due  prime  accezioni  avremo 
l'omeotropia  già  nel  latino,  ove  cortina  per  'vaso  tondo'  deve 
esser  tutt'altra  parola  da  quella  uguale  che  appare  molto  più  tardi 
col  sign.  di  'tenda';  cfr.  Kort.  2214.  Quanto  al  terzo  caso,  se  l'ac- 
cezione specifica  di  'via  coperta'  è,  come  sembra,  la  più  antica 
(M.VilL),  potremo  pensare  a  un  dim.  di  cQìHe  (cfr.  qui  s.  cortella). 
costo:  1.  il   costare,  spesa,  prezzo;  2.  specie  d'erba  odorifera. 

—  l.sost.  da  costare  const-;  2.  costus  xódrog. 

coto  3.VC.:  1.  pensiero,  proposito;  2.  cottimo  (nella  frase  'dare 
a  coto';  Tassoni);  3.  sorta  di  veste.  —  l.da  coito,  sost.  da  coi- 
tare  cogitare  {ch\coitato  pensiero,  e  qui  s.  v.);  2.  da  quotu 
[cfr.  cottimo,  dsi  quotùmus,  Caix  st.  104);  3.  voce  connessa  a 
cotta,  d'incerta  etimologia  (v.  qui  s.  v.). 

cotta  :  1.  cottura,  prt.  fem.  di  'cuocere'  ;  2.  specie  di  sopravveste. 

—  l.il  sost.  dal  prt,  coctu-a;  2.  voce  oscura,  cfr.  Zamb.  349. 
crai  :  1 .  domani  (  nella  frase  '  comprare  a  crai  '  e  simili,  cioè  : 

a  credenza)  ;  2.  are.  voce  imitante  il  gracchiare  del  corvo  e  della 
cornacchia.  —  l.cras;  2.  onomatopeja. 

cr estone:  1.  grossa  cresta;  2,  are.  aggiunto  della  cicoria  a  di- 
notarne la  salubrità.  —  l.accr.  di  cresta  crista;  2.  come  ter- 
mine di  speziali  e  medici,  prob.  da  XQ^^T^óg  buono,  utile. 

crocchia,  v.  crocchio. 

crocchio:  1.  adunanza  o  circolo  di  persone;  tesa  (in  giro)  con 
le  paniuzze  agli  uccelli;  2.  suono  de'  vasi  fessi  nel  percuoterli.  — 

1.  corrutùlo  ('rota'),  cfr.  Can.  Ili  354;  2.  sost.  da  crocchiare, 
che  è  da  crotàlum  xQÓraXov,  nacchera,  v.  Diez  s.v, -Qui  anche: 
crocchia,  1.  trecce  avvolte  su  o  dietro  '1  capo  (cfr.  Caix  st.  52)^; 

2.  are.  colpo,  botta  ^. 

crovello:  I.vino  che  si  trae  dall'uva  non  ispremuta;  2.  corvo 
(pesce  simile  all'ombrina).  —    1. forse  *c7^ucl elio,  dim.  ài  crudo 


*  Sarà  invece  un  allòtropo  deirequivalente  ìt.  coccola,  il  pist  crocchia  capo 
(scherz.),  da  *cocc'la  con  r  d'epentesi  (cfr.  qui  s. cucco),  lucch.  chiocca  o 
chiucca  (e  chiucco  cocuzzolo  del  cappello),  con  antica  metatesi  della  liquida; 
e  per  l'alternativa  d'o  ed  u  tonici,  da  quella  ch'io  credo  la  stessa  base,  cfr. 
cocco  e  cucco. 

^  E  are,  per  'canzone  rozza'  (Caro)?  Potrà  essere,  con  assai  faceta  meta- 
fora, un  vaso  fesso  che  'crocchia'. 


156  Pieri, 

-US  (cfr. 'vino  crudo',  e  ìu.cch.  e  rudi  no  acino  rimasto  senza  fer- 
mentare); 2.  per  metat.  da  *corvdlo,  dim.  di  corDO -us. 

cucco:  1.  cuculo;  metaf.  (in  quanto  la  femina  depone  le  uova 
in  nido  non  suo),  minchione,  babbeo;  2.  cima  di  forma  conica 
tondeggiante,  cocco  (uovo;  term.fanciuU.),  il  prediletto  ^  —  1. 
cùcus,  cfr.  Kòrt.  2310;  2.  v.  Suppl.  Arch.  V  202. 

cùccuma:  l.cogoma,  capo,  comignolo  de' monti  ^;  2.  curcuma 
(specie  di  pianta  indiana).  —  I.cìicùma;  2.  ar.  kurkum,  sscr. 
kunkuma, 

cucino  are:  1,  cuscino;  2.  vivanda  (Fra  Jacop.).  —  1.  dal  frnc. 
coussin,  che  vien  ricondotto  a  *culcitlnum  ('culcita'),  cfr. 
Kort.  2314;  2.  da  cucina  eoe-  ('coqu-'),  mutato  il  genere  ^ 

cugino:  1.  figlio  di  zio  o  zia;  2.  volg.  culice  (Fanf.) — l.con- 
sobrlnus,  v.  Diez  s.  v.  (alterato  a  guisa  delle  voci  infantili;  cfr. 
Can.  Ili  341  n)  ;  2.  pare  il  frnc.  cousin  zanzara,  da  culicinus,  v. 
Kort.  2317. 

dama:  1.  donna  nobile;  2.  are.  damma;  3.  giuoco  simile  agli 
scacchi.  —  ìAvTìc.dame,  da  domina,  cfr. Can.  Ili  367;  2.  dama; 
3.  voce  turca,  v.  Tram. 

danda:  1.  specie  di  divisione  (terni. aritm.  );  2.  ciascuna  delle 
cigne  sorreggenti  il  bambino  che  impara  a  camminare,  sen.  ber- 
tella.  —  I.sarà  danda  ('dare';  cioè  'quae  cuique  danda  sunt'); 
2.  origine  oscura,  ma  pur  v.  Zamb.  371. 

dante:  1.  daino;  2.  Dante,  il  divino  Poeta.  —  1.  frnc.  daim,  da 
*damus  per  dama,  v.  Kòrt.  2391  (in  altro  modo  il  Caix  st.  105); 
2.  forma  accorciata  di  Durante. 


*  Il  Bianchi,  X310n,  vede  qui  il  prt.  tronco  di  cuccare  covare  (che  in 
questo  sign.  sarà  del  Vald.  superiore).  INIa  forse  'il  prediletto'  non  è  che 
l'uovo,  inteso  come  'endice',  che  stando  sempre  nel  nido  è  come  l'uovo 
più  covato  dalla  gallina. 

*  Da  'cogoma',  che  ò  una  specie  di  vaso,  si  venne  a  'capo'  (c£v.  testa), 
sign.  che  si  conserva  in  parecchie  frasi  ('far  girare  o  romper  la  cuccuma 
a  uno',  ecc.;  e  poiché  in  tutte  è  implicita  Pidea  di  'rabbia'  o  'fastidio',  il 
vocabolo  assunse  pure  questa  accezione);  onde  poi  a  'comignolo'  (cfr.  co- 
cuzzolo). 

'  E  un  ccn.  Xeyófieyoy,  che  secondo  altri  va  intoso  come  forma  tronca  del 
prt.  di  cucinare  (v,  Tramater). 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  157 

dèlio:  1.  bdellio  (specie  di  gomma  o  resina);  2.  Delio,  \)t.\l 
Sole.  —  l.bdellium  ^óéXXiov;  2.  Del  ili  s  z/*jA<o?  (dall'Isola  na- 
tale d' Apolline). 

detta:  Lare. debito  (in  varie  frasi);  2. detto,  sost. ('a  detta  di-'); 
3.  are.  buona  fortuna.  —  IJvnc.  dette  da  debita  ('debeo');  2. 
dieta  ('dico');  3.  ricalca  lo  spgn.  rfic/ia  {^orì.  dita),  pure  da 
dieta,  efr. Diez  s.v.( sicché  per  le  due  ultime  accezioni  l'omeo- 
tropia  non  è  originaria).  -  Qui  anche:  disdetta,  2. are.  il  disdire, 
dichiarazione  di  scioglimento  d'un  contratto;  3. cattiva  fortuna  al 
giuoco  (spgn.  desdicha,  ecc.). 

diaccio:  1.  ghiaccio;  2.  luogo  chiuso'  con  rete,  dove  i  pecorai 
tengono  il  gregge  nella  notte.  —  1.  glacies;  2.  =  Sghiaccio,  per 
met.  da  giacchio,  che  è  iaculum,  sorta  di  rete  (efr.  Kòrt.  4450), 
con  la  solita  riduzione  di  gj^  in  dj.  ^  -  Qui  anche  :  addiacciare, 
1.  agghiacciare;  2.  stare  a  diaccio  (stabbiare). 

diana:  l.agg.  della  stella  che  appare  innanzi  al  sole,  suon  di 
tamburi  o  di  trombe  sul  far  del  giorno  ;  2.  Diana,  la  Dea  cac- 
ciatrice.  —  l.fem.  di  *dirinu  ('dies'),  v.  Diez  s.v.;  2.  Diana. 

die  are:  1.  di;  2.  Die  are.,  Dio.  —  1.  dies;  2.  Deus  (e  sarà  un 
altro  bell'esemplare  di  vocativo,  tanto  più  importante  perchè  d'età 
romanza,  da  mandare  insieme  con  dòmine). 

dieta:  1.  regola  di  vitto,  astinenza  per  salute  dal  cibo;  2.  as- 
semblèa (t.  stor.  ) —  l.diaeta  óCaita;  2.  forse  sost.  dal  mlat.  die- 
tare  ('dies'),  efr.  Diez  e  Scheler  s.  dieta  -e  (ma  v.  la  nota)-. 


*  E  diaccio  nell'originario  sign.  di  'giacchio'  è  tuttora  del  cnt.  lucch.  Del 
resto,  nel  diaccio  delle  pecore  si  potrebbe  anche  supporre  il  nome  estratto 
da  diacere  giacere  (che  però  avrebbe  qui  ristretto  di  molto  il  suo  sign.); 
e  sarebbe  allora  il  giusto  parallelo  di  giaccio  covo  (v.  qui  s.v.);  efr.  Asc. 
X  108.  Mi  par  nondimeno  da  preferire  l'altro  etimo,  anche  in  quanto  l'idea 
di  'rete'  è  parte  integrale  nell'idea  di  quella  specie  di  stabbio,  che  è  il 
diaccio, 

^  Tale  è  l'etimo  generalmente  accettato.  S'oppongono  però,  credo,  alcune 
difficoltà.  Innanzi  tutto,  da  dies  sarebbe  venuto  un  ^  di  are.  Ma  siccome 
il  Diez  e  poi  lo  Scheler  rammentarono  un  medio  o  blat.  dietim  'quoti- 
die',  così  par  che  essi  abbiano  pensato  a  un'originazione  da  questo.  Sen- 
nonché, a  tacer  d'altro,  la  cosa  non  è  chiara  né  liscia  nell'ordine  ideale, 
dovendo  in  tal  caso  il  sign.  del  verbo  non  essere  altro  che  'fare  ogni  giorno' 
0  sim.  Era  bensì  naturale  che  la  Germania,  paese  classico  delle  'diete',  in- 


158  Pieri, 

diletto:  1. piacere,  gioja;  2. molto  amato.  —  l.sost.  da  dilettaì^e, 
che  è  delectare  ('delicère');  2.  dilèctu  (prt.  di  'diligere'). 

disdetta,  v.  detta. 

ditta:  1.  società  o  casa  di  commercio;  2.  are.  fortuna  al  giuoco 
(Tasso).  —  1.  dieta  (cioè  'nominata',  perchè  il  trafiflco  si  fa  sotto 
il  nome  sociale);  2.  spagn.  c?«c/ia.  Cfr.  qui  s.  detta  2  e  3. 

dizione:  1.  parola,  locuzione;  2.  are.  potestà,  dominio.  —  l.di- 
ctiòne;  2.  dìcione. 

dogato:  l.la  dignità  del  doge  e  il  tempo  del  suo  ufficio  (terni, 
stor.)  ;  2.  are.  listato,  fregiato.  —  1.  dìicatus;  2.  \)rt.  dì  dogare, 
da  doga  striscia  di  legno  che  è  parte  d' una  botte,  metaf.  lista, 
fregio,  V.  Diez  s.  v. 

dolo:  1.  inganno,  frode;  2.  (fior,  mod.)  duolo,  in  senso  di  'gra- 
maglia'.  —  l.dolus  óóXog;  2.  dolor. 

dotta  are:  1.  ora,  tempo  ^;  2.  timore,  sospetto.  —  1.  o^/a,  con- 
cresciuta la  ])ve^.  (d'otta),  che  è  prob.  da  quota  (sott.  'hora'), 
v.Kòrt.6591;  2.sost.  da  dottaì^e  dubitare.  -  Qui  fors'anche:  dot- 
tato, l.agg.  d'una  specie  di  fico  (lucch.  o^^;  v.  Gandino,  Riv.  di 
fil.  classica,  1881);  2.  are.  temuto,  sospettato. 

dottato,  V.  dotta. 

draga:  l.fem.  del  'drago';  2.  macchina  da  scavar  l'arena  nei 
porti.  —  l.draco  ÓQdxwv;  2.  irne,  draglie,  v.  Kòrt.  2692. 

dramma:  Lottava  parte  dell'oncia,  minima  particella,  piccola 
moneta  antica;  2. componimento  teatrale, —  l.drachma  dqaxfii^^; 
2.  drama  ÓQctfxa, 

da:  l.due;  2.  cnt.  dove;  3.  are.  dunque  (Pataffio).  —  l.duae 
('duo'),  V.  D'Ov.  IX  41;  2.  d'ubi;  3.  doni qu e,  cfr.  Kort.  2680. 
Ed  è  un  esempio  d'omeotropia  in  proclisi. 

dura:  1.  fem.  di 'duro',  are.  durata,  dimora;  2.  specie  di  fru- 
mento. —  1.  dùru  -a  e  sost.  da  durare  -are;  2.  la  dura  dell'Etiopia. 


dotta  dal  suo  tur/  ('giorno'  e  'assemblea'),  sentisse  in  dieta  come  un  de- 
rivato da  dies.  D'altra  parte  potè  diancc,  che  valse  anche  'ufficio  d'arbi- 
tro' e  'decisione  d'arbitri',  assumer  nel  tardo  latino  il  sign.  di  'assemblea 
deliberante'.  Un  nrc.  arra^  'Àeyóueyof  dei  nostri  Vocabolarj,  d/é^«  spazio  d'un 
giorno,  mi  par  tutt' altro  che  chiaro  od  esigerà  ulteriore  studio. 

*  Quanto  al  timbro  dell'o  in  questa  voce,  v.  SALv.Annot.  alla  'Fiera',  1,  1,  2. 


Gli  omeóti-opi  italiani.  -  Caplt.  I.  159 

ecco:  l.l'avv.  di  luogo  e  di  tempo;  2.  are.  eco.  —  1.  eccum, 
cfp.  Kòrt.  2755  ;  2.  prob.  pel  tramite  di  *écco,  da  è  elio  y^iaó. 

effetto:  1.  ciò  che  è  prodotto  da  una  causa;  2.  are.  affetto.  — 
l.efféctus;  2.  adféctus. 

elice:  l.elce;  2.  elica.  —  1.  ilice;  2.  e/I  ti". 

eliso:  1.  tolto,  escluso,  soppresso;  2.  Eliso,  sede  dei  buoni  dopo 
morte.  —  1.  eli  su,  prt.  ('elidere')  ;  2.  Elysium  ^Hlvatov. 

ella:  l.fem.del  pron.  'egli';  2. Iella  (enula  campana).  —  Lilla; 
2.  iniila. 

empiezza:  1.  empietà;  2.  are.  adempimento,  ripienezza.  —  1.  da 
empio  impius;  2.  da  empiere  implère. 

equo:  1.  che  ha  equità,  giusto;  2.  pt.  cavallo.  —  l.aequu;  2. 
èquus. 

era:  1.  punto  di  partenza  per  contar  gli  anni,  epoca;  2.  are. 
suolo  della  fornace  da  vetro.  —  l.da  aera  (pi.  d'aes),  il  nu- 
mero dato,  posta  d'  un  calcolo,  spazio  di  tempo,  v.  Georges  ;  2. 
area. 

erma:  1.  pt.  solitaria;  2.  pilastro  sormontato  dal  busto  di  Her- 
mes. —  1.  fem.  d'ermo  da  eQ^iog]  2.  "H^iit^e.  -  Qui  anche:  ermo 
are.,  1.  èremo  (e  agg.  suddetto)  ;  2.  erma  (sost.). 

ermo,  v.  erma. 

erro:  l.arc.  e  cnt.  errore;  2,  erre  (ferro  da  attaccarvi  le  sec- 
chie). —  l.érror  (see.il  Mey.-Lb.,  It.  gr.llQ,  un  deverb.)  ;  2. 
da  erre,  nome  della  lett.  r,  per  la  somiglianza  di  forma. 

espiare:  l.far  espiazione,  purgare;  2.  are.  esplorare,  cercar  di 
sapere.  —  1.  espiare;  2.  lo  st.  che  spiare  =  aat.  spéhón,  efr. 
Kort.  7666. 

esterno:  1.  che  è  di  fuori,  straniero  ; 2.  pt.  di  jeri. —  1.  extérnu 
('extra');  2.  hestérnu  ('beri'). 

estimo,  stima  de'  beni  immobili  e  relativa  imposta  ;  2.  pt.  esterno 
(Marchetti).  —  1.  sost.  da  estimare  aest-;  2.  extimu. 

ètico:  aspettante  all'etica;  2. tisico.  —  l.èthicus  r^bixóg-^  2. 
*hécticus  éxTLxóg,  che  ha  una  qualità  o  un  abito  ('periodico', 
in  quanto  si  dice  della  febbre)  ;  efr.  il  lucch.  cachético  -ottico. 

facciuola:  1.  piccola  faccia,  l'ottava  parte  del  foglio  (cioè  una 
'doppia  facciata');  2.  lista  di  tela  bianca  insaldata,  porzione  d'or- 
dito fra  il  pettine  e  il  subbio.  —  l.dim.di  faccia  facies;  2.  fa- 
sciola ('fascia'). 


160  Pieri , 

fagiana:  l.fem,  del  fagiano;  2.  are.  glande,  scroto  (scherz.),  — 
l.phasianus  -«vóg  (dal  fiume  (Pàc^?  della  Colchide)  ;  2.  pare  da 
fava -h di  {+  fagiuoloì),  con  derivazione  o  storpiatura  gergale. 

falena:  1.  farfalla,  pt.  balena  (Salvini);  2.  volatile  faldella  di 
cenere,  che  sì  forma  sulla  brace.  —  1 .  *  p  h  a  1  a  e  n  a  ((fa?Miva), 
V.  XII  127  s.  bellendora;  2.  forse  da  *favillèna  ('favilla'),  cfr. 
Kort.3172^ 

fallo:  1.  mancamento,  errore,  peccato;  2. 'mentìila'.  —  l.sost. 
da,  fallare  ('fallère');  2.(pa?26g.  -  Qui  anche:  falla  are,  in  am- 
bedue le  accezioni. 

fama:  l.gran  nome  acquistato  per  meriti;  2.  are.  fame.  —  1. 
fama;  2.  fames.  -  Qui  anche:  famato  are,  1.  prt.  di  f amar  e  di- 
vulgar l'altrui  buone  opere,  render  la  fama  ;  2.  affamato.  E  ag- 
giungi: famoso^  l.di  gran  fama;  2.  scherz.  chi  ha  gran  fame. 

fastigioso  are:  1.  fastidioso;  2.  altezzoso.  —  1.  fastidi  osu; 
2.  da  fastigio  -igium. 

fasto:  1.  ricchezza  pomposa  e  ostentata;  2.  agg.  di  giorno  in  cui 
il  pretore  romano  trattava  cause  (t.stor.),  di  buon  augurio.  — 
l.fastus  -US  (rad.  dhars,  civ.^qaav;  audace);  2.  fastu  (rad.  fa 
dire).  Un  esempio  anche  questo  d'omeotropia  originaria. 

favolesca  are:  1. materia  volatile  di  cose  bruciate,  che  il  vento 
solleva  in  alto;  2.  favolosa.  —  1.  *  fa  vii  lisca  da  'favilla',  cfr. 
Kòrt.  3120;  2.  fem.  di  favolesco  ('fabula'). 

fedina:  1. certificato  legale  di  buona  condotta;  2.  lista  di  barba 
lungo  la  guancia.  —  I.dim.  di  fede  fides;  2.  forse  da  *fdina, 
sng.  0  plur.  (dim.  di  filo  -um)  ^. 

ferale:  I. funesto,  mortifero;  2.  are  ferino.  —  1.  ferale;  2. 
ferale  ('ferus'). 


^  Questo  etimo,  dato  e  accettato  come  corto  dal  Caix.  e  dal  Korting,  a 
me  pare  assai  dubbio  per  ragione  del  suffisso,  il  quale  riesce  incompren- 
sibile. Che  avessimo  qui  foletia  'farfalla',  in  facile  e  bella  accezione  meta- 
forica? L'are,  favolena^  vale  a  dire  un  "m.  Xeyó^evov  dell'Allegri,  non  oste- 
rebbe, potendo  esser  voce  formata  su  favolesca  ecc.  (e  si  tratta  d'un  passo, 
in  cui  per  di  più  occorre  la  favai  V.  Fanf.). 

-  Secondo  lo  Zamb.  478  è  lo  stesso  nome  che  precede,  così  traslato  'forse 
perchè  la  usavano  gli  Austriaci...  e  il  portar  la  barba  a  quel  modo  avevasi 
per  segno  di  parteggiare  per  essi  o  di  portare  sul  viso  la  fedina  della  po- 
lizia'. Ma  pare  una  spiegazione  un  po'  troppo  'longe  petita'. 


GII  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  IGl 

ferigno  are.  :  1.  inferigno  (agg.  di  pane  'fatto  con  farina  e  cru- 
schello'); 2.  ferino.  —  1.  et.  oscuro  (fu  spiegato  per  furfuri- 
neo,  da  furfur  crusca;  v.  Tram.);  2.ferineo  da  -Inu  ('ferus'), 

festino:  1.  festa  signorile  con  giuoco  e  ballo;  2.  pt.  sollecito, 
veloce.  —  l.dim.  di  festa;  2.  festlnu. 

felo:  1. l'animale  quand'è  nell'utero  della  madre;  2. uomo  strano 
e  bizzarro.  —  l.fètus  sost.;2.  per  contraz.  da  féuio,  cli'è  ali.  a 
fèudo  (v.  Petrocchi  ;  cfr.  XII  129);  ed  è  la  stessa  voce  feudo  pos- 
sesso, discesa  bensì  nella  scala  ideologica  un  gradino  più  in  giù 
che  il  suo  allotropo  fio  (v.  Can.  Ili  399).  Giacché  da  'possesso  te- 
nuto come  in  affitto'  si  passò  a  'tributo',  onde  a  'pena',  e  poi  a 
'  uomo  degno  di  pena  '.  Il  sign.  della  parola  divenne  poi  in  gene- 
rale più  blando,  sebbene  si  possa  in  alcuni  casi  tradurre  anche 
oggi  feto  per  'fanfano'  e  sim. 

fetpsa:  1. pregna  (detto  di  bestia;  Fanf.);  2. are. fetida.  —  l.fem. 
di  *fetpso,  da  fètus;  2.  fem.  di  fetpso,  dall'are,  éyen.  fleto  foetor. 

fiatare:  1. mandar  fuori  il  fiato,  alitare;  2.  are.  odorare,  an- 
nusare (Br.Lat.)  —  I.da  fiato  flatus  ('flare');  2.  come  sembra, 
da  *flavitare  (v.  qui  s.  fiutare);  e  allora  riveniamo  alla  fase 
fìautare,  col  ditt.  semplificato  dapprima  nelle  forme  arizotoniche. 

fiera:  I.pt.  animale  selvatico,  bestia  feroce;  2.  mercato  in  oc- 
casione di  festa.  —  1.  fera;  2.  fèria.  -  La  stessa  omeotropia  è 
offerta  dal  dim.  fierùcola. 

filtro:  1.  pozione  amatoria;  2.  apparecchio  e  poi  tutto  ciò  che 
serve  per  colar  liquidi.  —  l.ifìlrQov;  2.  germ.  filt,  v.  Kort.  3255 
(il  sign.  fondamentale  di  'panno  non  tessuto'  rimane  al  suo  al- 
lòtropo feltro,  usato  anche  per  'colatojo').  Il  Kòrting  non  esclude 
che  possano  le  due  diverse  accezioni  derivare  dall'una  o  dall'al- 
tra di  codeste  due  basi.  E  v,  anche  Can.  III  322. 

fme:  I. termine,  esito;  2.  fino  (sottile,  eccellente).  —  I. finis; 
2.  prt.  tronco  di  fìnare  *-are  ('finis'),  cfi".  Kort.  3274  ^  È  questo 
dunque  un  caso  d'omeotropia  morfologiea. 


^  Non  esitò  il  Diez,  s.  fino,  a  riconoscore  in  esso  l'accorciamento  di  finito; 
ma  ninno  oggi,  io  credo,  vorrebbe  di  ciò  consentirgli.  Nell'ordine  ideale, 
da  'condotto  a  fine'  si  passò  facilmente  ad  'assottigliato',  e  di  qui  a  'buono 
di  qualità,  eccellente'  (cfr.  limatus  -ato).  Ma  questo  terzo  sign.  può  anche 
proceder  direttamente  dal  primo  (cfr.  perfectus  e  réXeios,  Diez.  al  1.  cit.). 

Archivio  g-lottol.  ital.  XV.  U 


162  Pieri , 

fìo:  Lare,  feudo;  castigo,  pena;  2.  are.  la  lettera  'hjpsilon'.  — 
1.  V.  qui  s.  feto;  2.  donde? 

fillo:  1. confìtto,  fieeato;  2.  are.  finto.  —  1.  *fletu  per  fixu  ('fì- 
gère');  2.  fi  e  tu  ('fingere'). 

fittone:  1.  barba  maestra  d'una  pianta,  grossa  pietra  confitta 
in  terra;  2.  are.  pitone  (mago,  indovino).  —  l.deriv.  per  -one 
da  fitto  ('figere'),  v.  qui  s.v.  ^;  2.  Python  e  {JIv()(ov),  v.  Georges. 

fiuto:  1.  il  fiutare;  2.  are. flauto.  —  l.sost.  da  fiutare,  che  è 
*flavitare  secondo  l'Asc.  St.  er.  II  184  n;  2.  frnc.  flaùte  flute  da 
*flatuare,  v.  Kòrt.  3318.  Non  era  caso  d'omeotropia  per  il  Diez, 
che  da  flautare  derivava  anche  fiutare.  Cfr.  Can.  Ili  359. 

fola:  1. favola,  baja;  2.  are.  folla;  3.  il  vincer  tutte  le  carte  del- 
l'avversario, ecc.  —  1.  fabula;  2.  =  folla,  sost.  da  *fullare 
e  fullo  '),  V.  Kort.  3496,  con  la  liquida  sdoppiata  forse  per  infl.  del 
ivnQ,.foule\  3.  frnc.  vote,  d'et. oscuro,  v.  Scheler  s.v. 

fonda:  Lare,  fionda  e  borsa,  sacco  per  custodir  le  pistole;  2. 
fondo,  profondità. —  l.fùnda;  2.  *fundu  per  profìindu,  v.Kort. 
3513.  -  Qui  anche:  fondare,  1.  are.  tirar  di  fionda;  2.  mettere  i 
fondamenti. 

fonditore  :  1 .  are.  fromboliere  ;  2.  colui  che  fonde,  are.  dissipa- 
tore. —  l.funditòre  ('funda');  2.  sost.  da  fendere  fùnd-. 

formento:  l.volg.  lievito;  2..are.  frumento.  —  I.ferméntum; 
3.  frumèntum. 

fra:  1.  frate  (monaco);  2.  in  mezzo  (prep.).  —  1.  fra[ter];  2. 
[in] fra.  Esempio  d'omeotropia  in  proclisi. 

fragore:  1.  strepito;  2. are.  forte  odore.  —  I.  fragore  ('fran- 
go'); 2.  *frag5re,  da  *fragrore  ('fragro';  cfv.  fraor e  puzzo, 
Fr.  Saech.  ),  con  ettlissi  del  secondo  r  per  dissimilazione  ^.  Ma 
possibile  altresì  che  lo  '  strepito  '  divenisse  il  '  forte  odore  '  ;  cfr, 
XII  132  s.  rigno. 

fregata:  l.fregamento;  2.  sorta  di  nave  da  guerra.  —  I.  prt.- 
sost. da  fregarle  fricare;  2.  voce  d'etimo  incerto  (pel  Diez  da 
fabricata,  Q>ii\  bastimento),  v. Kòrt.  3082 ^, 


*  In  senso  di  'radice'  si  dedusse  questo  nome  da  (pvxóv  pianta  (v.  Zamb. 

550);  ma  non  par  verosimile. 

^  L'esito  nominativale  ci  è  conservato  nel  pist.  (mt.)  fraco,  v.  Petrocchi, 
^  Non  ho  registrato:  frìggere,  l.far   cuocere    in   una  materia  grassa;  2. 

piagnucolare,  —  perchè  il  secondo  significato,  che  tutti  'sentono'  come  tra-' 


Gli  omeótropi  italiani.  —  Gap.  I.  163 

frenella:  1.  sorta  di  morso  per  fare  scaricar  la  testa  ai  ca- 
valli; 2.  flanella.  —  1.  dimin.  di  freno  -uni,  con  metapl.  ;  2.  frnc. 
flanelle,  v.  Scheler  s.  v. 

frusto:  Lare,  pezzetto;  consumato,  logoro  (v.  qui  sotto);  2. are. 
bastone,  frusta.  —  1.  frùstum;  2.  fusti s.  -  Ne  deriva:  ftnistare, 
1.  consumare,  logorare  (propr.  'ridurre  in  pezzetti');  2.  percuo- 
tere con  frusta. 

fuco:  1.  belletto;  2.  il  maschio  delle  api.  —  l.fùcus  (fvxog 
(propr.  specie  di  lichene,  che  dà  la  porpora);  2.  fùcus,  prob.  dalla 
rad.  fu  'generare'.  E  abbiamo  qui,  come  si  vede,  la  perfetta  omeo- 
tropia  già  nel  latino. 

fuspne:  1.  cerbiatto  del  secondo  anno;  2.  are,  abbondanza  (nel 
modo  avv.  'a  fu-').  —  1.  da  fuso  -us,  traslato  a  indicar  'le  corna 
senza  rami';  2.  frnc. /bwow  =  fusione  (effusione,  prof-).  Ma  l'o- 
meotropia  perfetta  solo  nei  Vocabolarj  ;  perchè  col  secondo  sign. 
si  pronunziò  di  certo  fusorie. 

galletta:  l.agg.  d'una  specie  d'uva;  2.  tumore  al  piede  del 
cavallo,  are.  sorta  di  lavoro  d'oreficeria  foggiato  a  globetti;  3. 
sorta  di  pane  biscotto,  tondo  e  schiacciato.  —  l.da  gallo  -us,  in 
quanto  i  chicchi  di  codest'uva  somigliano  ai  reni  d'un  gallo  (detta 
perciò  in  frnc.  'rognon  de  coq');  2.  dim.  di  galla  -ozza,  met.  ^; 
3.  frnc.  gaiette  ciottolo  di  fiume,  v.  Scheler  s.  v. 

gallo:  l.il  maschio  delle  galline,  galloria;  2.  nativo  delle  Gal- 
lio; 3.  (a)  galla.  —  1.  gallus  ;  2.  Gallus;  3.  da  galla  -ozza,  sec. 
il  Ferrari.  Ne'  due  primi  significati  anche  qui  un  caso  d' omeo- 
tropia  alle  origini. 

gallone:  1.  fianco;  2.  specie  di  guarnizione;  3.  gallozza.  —  1. 
voce  connessa  a  garetto,  v.  XII  129  s.  gaiette;  2.  etimo  dubbio, 
cfr.  Kòrt.  3633;  3.  v.  qui  s.  gallo. 

ganascione  are:  1.  colpo    dato   nella  ganascia;   2.  colascione. 


slato  dal  primo,  tale  può  essere  in  effetto;  e  perchè,  se  anche  procedes- 
sero rispettivamente  da  frigère  e  frigère  (  v.  Zamb.  544),  questo  a  ogni 
modo  fu  raccostato  a  quello,  come  ci  avverte  la  fonetica  {frigge,  e  non 
*frpgge,  ecc.). 

^  La  stessa  voce  è  galletta  bozzolo,  in  più  parti  dell'It.  dialettale.  Ma  are. 
per  'tazza  o  vaso  da  vino'  e  per  una  'specie  di  ballo'  (v.  Fanf.  e  Petr.)? 


164  Pieri, 

—  1.  accresc.  di  ganascia,  prob.  da  yvà^og,  v.  Meyer  Zeitschr.  X 
255  ;  2.  da  colascione,  d'et.  ignoto,  idealmente  ravvicinato  al  nome 
che  precede. 

ganga:  Lare,  vena  metallica  (Salvini);  2.  specie  d'uccello  ('pte- 
rocles  alchata'  di  Linn.).  —  1.  ted.  gang  galleria,  filone;  2. 
donde  ? 

ga?'bino,  v.  garbo. 

garbo:  Lare,  agro,  brusco;  2.  grazia,  modo,  forma;  3.  are.  spe- 
cie dì  panno.  —  1.  aat. liarw,  v.  Diez  s.  v.;  2. pare  =  aat.  garawì, 
garwì,  ornamento,  v.  Kòrt.  3604  (ma  v.  anche  Zamb.  564);  3, da 
Garbo,  come  fu  detta  l'Algarbia,  da  cui  proveniva  quel  panno, 
cfr.  Fanf.  s.  v.  -  Qui  fors'  anche:  garbino,  2.  grazietta;  3.  vento 
di  sud-ovest  ^. 

garosello:  1.  dim.  di  'garoso';  2.  carosello  (specie  di  tornèo). 

—  1.  da  gara,  d'et.  oscuro,  ma  cfr.  Kòrt.  8864  ;  2.  pare  il  frnc. 
carrousel,  d'et.  incerto,  v.  Scheler  s.  v. 

gesto:  Latto  o  movimento  della   persona;  2.  azione,  impresa. 

—  Lgèstiis  -iis;  2.  prt.  gèstus  -um  ('gerére').  Ma  l'omeotro- 
pia  non  è  originaria,  giacché  il  primo  termine  latino  procede  qui 
dal  secondo. 

giaccio  :  1 .  are.  ghiaccio  ;  2.  il  luogo  dove  è  stato  a  giacere  il 
selvatico  (Fanf.);  3.  diaccio  (stabbio  chiuso  da  rete).  —  Lgla- 
cies;  2.  sost.  da  giacere  lacere;  3.  v.  qui  s.  diaccio  ^ 

giannette:  1. ginnetto,  cavallo  leggiero;  2.  Giannetto.  —  1.  sp. 
jinete,  i^ort.  gin-  (col  sign.  fondamentale  di  'cavaliere  armato  alla 
leggiera'),  prob.  da  yvf.ivrtyig,  v. Kòrt.  3825;  2.  Johannes  Imivvrg. 

giara:  1.  ghiaja  (Leon,  da  Vinci),  ridosso  prodotto  in  un  ter- 
reno dall'escrescenza  d'un  fiume;  2.  specie  di  tazza  o  vaso.  —  1. 
gì  a  rea;  2.  ar.  g'arrah,  recipiente  per  acqua,  v.  Diez  s.  v. 

giarda:  1.  giardone  (tumore  osseo  nella  zampa   del  cavallo); 


*  In  quanto  sia  questo  Tagg.  di  Garbo,  paese  assai  proprio  a  tale  desi- 
gnazione, trovandosi  nel  Portogallo  meridionale;  civ.  greco,  vento  di  nord- 
est. Per  quGst'  etimo  sta  anche  la  forma  ngherbino,  che  può  essere  da 
Calgli-  (cfr.  il  testo).  A  un  dim.  di  carbas  -a e  (Vitr.  1,  (3,  10),  non  par  ra- 
gionevole il  pensare,  perchè  esso  è  vento  di  'est=  nord-est'  (v.  Georges). 

^  E  giaccio  per  'manovella  del  timone'?  Cfr.  qui  s.  agghiaccio. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  165 

2.  burla,  beffa.  —  l.  a.i\  garad,  tumor  omnis  natus  in  suffragine 
iumenti  etc;  2.  et.  ignoto. 

giovo:  1 .  giovamento  ;  2.  are.  giogo.  —  l.sost.  da  giocare  iìi- 
vare;  2.  iùgum. 

giubba:  1.  chioma  del  leone,  mantello  del  cavallo;  2.  indu- 
mento di  varie  specie.  —  l.iiiba;  2.sT^.al-juba,  che  è  l'ar. 
al-g'ubbah  sottoveste  di  lana,  cfr.  Diez  s.  giubba. 

giusta:  1.  conforme  a,  secondo  (prep.);  2.  fem.  di  'giusto'.  — 

1.  iùxta  ;  2.  iiistus  -a. 

golare:  1.  are.  agognare,  appetire  ;  2.  volg.  volare.  —  1.  da  gola 
gùla;  2.  volare.  -Qui  anche:  gola,  l.lucch. goloso;  2. volg. volo. 

goletta:  1.  solino,  collare  di  tela;  2.  sorta  di  nave  leggiera.  — 
l.dim.  di  grpZag  ìli  a;  2.  frnc.  ^oeZe^^e,  dal  bret.  goelann,  gwelan, 
specie  di  gabbiano,  cfr.  Kòrt.  3714. 

golo,  v.  golare. 

gorgone:  Lare,  grosso  gorgo  d'acqua;  2.  ciascuna  delle  tre 
Furie,  e  singolarm.  Medusa.  —  l.accr.  di  gorga -o  gurga;  2. 
Gorgone  {Foqym),  protratto  l'accento. 

gotto:  1.  sorta  di  bicchiere;  2.  Gotto,  are.  Goto.  —  1.  gùttus; 

2.  Gothus. 

grado:  1.  gradino;  condizione,  dignità;  2.  gradimento,  grazia, 
gratitudine.  —  l.gradìis  -ùs;  2.  gratus -um.  -  Di  qui:  g7Y(- 
dire,  1.  are.  andare  di  grado  in  grado,  salire;  2.  avere  a  grado, 
operare  in  grado  d'alcuno. 

grata,  v.  grato. 

grato:  Lare. canniccio,  graticolato;  grata,  graticola,  inferriata 
a  guisa  di  graticola  ;  2.  grato  -a,  che  sente  gratitudine,  accetto  -a, 
piacente.  —  1.  erates;  2.  gratu -a. 

greggio  -a:  1 . are.  e  pt.  gregge  ;  2.  grezzo  (non  lavorato).  —  1 .  con 
metapl.da  gre  gè;  2.  *grévio  ('gravis'),  v.  D'Ov.  Rom.  XXY296 

grifo:  l.muso  del  porco;  2.  animale  favoloso,  aquila  e  leone, 
con  rostro  adunco;  3.  sorta  di  rete  da  pescare;  enimma,  indo 
vinello.  —  l.sost.  da  grifare  pigliare,  che  è  l'aat.  grifan,  v 
Diez  s.  grif^;  2.yQÌip,  da  yqvnóq  agg.  curvo,  adunco  ;   2>.yQl(fo: 


*  Ma  potrà  essere  il  continuatore  diretto  dall'aat.  grif  presa.  A  ogni  modo 
il  sost.  viene  a  indicare  'lo  strumento   della  presa',  o  sia  esso  'il  muso', 


166  Pieri, 

-  Di  qui:  grifone,  1.  are.  sgrugnone;  2.  accr.  di  'grifo'  (anim. 
favoloso). 

grifone,  v.  grifo. 

grotto  are:  1.  luogo  scosceso  (anche  lucch.  )  ;  2.  pellicano.  — 
1.  con  metapl.  da  grotta,  cioè  crùpta  xQVTtrrj  (e  varrà  propriam. 
il  dirupo,  in  cui  suol  essere  incavata  la  grotta);  2.  onojcrota- 
lus  -aXog,  raglio  d'asino,  cosi  detto  per  l'asprezza  della  sua  voce. 

guado:  l.il  luogo  dove  si  può  guadare  un'acqua;  2.  specie  di 
pianta  ('isatis  tinctoria'  di  Linn.).  —  1.  vadum;  2.  germ.  waid-, 
cfr. Kort. 8844.  -  Qui  anche:  guadare,  1. passare  a  guado;  2.  dare 
il  colore  con  guado. 

gueffa  are:  1.  gabbia,  prigione^;  2.  matassina.  —  1.  origine 
oscura,  ma  cfr.  Kòrt.  1757;  2.  sost.  da  '^gueffare,  are.  aggueffare 
ammatassare  ('filo  a  filo  aggiugnere';  Frane,  da  Buti),  dall' aat. 
wifan  tessere,  cfr.  Kòrt.  8891  ^. 

guizzo:  1.  vizzo,  cascante;  2. l' atto  del  guizzare.  —  l.per 
vizzo,  prt.  tronco  di  *vizzare  *viètiare,  da  viètus  molle,  lan- 
guido, cfr.  Groeber  Vulg.  substrato  s.  vetiare  ;  2.  sost.  da  guiz- 
zare,  che  forse  è  il  ted.  (dial.)  wifcsen,  v.  Diez  s.  v. 

iliaco:  1.  spettante  all'ilio  (le  due  ossa  ai  lati  del  bacino);  2. 
spett.  ad  Ilio.  —  l.da  ilia  -iura  fianchi;  2.11iacus  ('Ilium'). 


come  in  italiano,  o  sia  invece  'la  zampa  o  l'artiglio'  (in  franco  dial.  del- 
l'Alta Italia),  V.  ancora  al  luogo  cit.  Questa  logica  connessione  e  ideale  con- 
gruenza de'  due  significati  (muso;  artiglio)  non  dovè  apparir  chiara  al  Diez, 
esitando  egli  ad  associar  l'it.  grifo  e  il  frnc.  grif  griffe  ecc.  Del  resto  il  vb. 
grifare  non  manca,  come  asserisce  il  Kòrt.  3768,  perchè  ce  n'offre  un  esem- 
pio il  Boccaccio  (Dee.  Vili  5);  e  inoltre  è  ben  vivo  sgrifare  aggranfiare, 
portar  via  (v.  Petrocchi).  Quasi  inutile  poi  l'avvertenza,  che  1' «  di  grufo- 
lare da  *grif-  non  va  ripetuto  da  infl.  di  grugnire^  come  il  Korting  sospetta 
col  Diez,  ma  è  dovuto  alla  contigua  labiale. 

*  Se  la  specifica  accezione:  'gabbia  di  fil  di  ferro  intrecciato',  che  trovo 
in  Zamb.  138,  spettasse  in  realtà  a  questa  voce,  essa  di  certo  formerebbe 
un  sol  tutto  con  la  seguente  e  l'omeotropia  risulterebbe  illusoria.  Ma  non 
riesco  a  vedere  donde  provenga  codesta  definizione,  e  temo  che  sia  un  po' 
fantastica;  tanto  più  che  a  pg.  302  lo  Zambaldi  par  disposto  a  vedere  in 
gneffa  'una  forma  volgare  di  gabbia'. 

2  Meglio  cosi  per  avventura,  che  derivar  direttamente  la  voce  in  que- 
stione dal  longob.  wiffa  segno  per  limitare  la  proprietà,  giacché  non  par 
chiara  la  connessione  ideale  di  questo  con  wifan  e  con  gneffa. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  167 

imbrecciare:  l.volg.  imberciare;  2. far  la  massicciata  alle  stra- 
de. —  1.  et.  incerto,  cfr.  Kòrt.  1127;  2.  da  breccia  ghiaja,  forse  lo 
st.  che  breccia  apertura  fatta  con  le  artiglierie,  dal  frnc.  brèche 
rottura,  di  che  v.  Kurt.  1323. 

imbuire:  1.  diventar  bue;  2.  are. imbevere  (Buon.  Fiera;  me- 
taf.).  —  l.da  bue  bove;  2.  imbuère. 

impalare:  1. metter  sulla  pala;  2.  uccidere  conficcando  ad  un 
palo,  piantar  pali  a  sostegno.  —  l.da  pala;  2.  da  palus. 

impasto:  l.pt.  non  pasciuto,  digiuno  ;  2. l' impastare,  materia 
impastata.  —  l.impastu  ('pascere');  2.  sost.  da  impastare  (da 
pasta,  V.  Diez  s.  v.). 

impattare:  1.  restar  pari  al  giuoco;  2.  stender  paglia  o  altro 
per  letto  alle  bestie. —  l.da  patto,  v.  qui  s.  v.;  2.  *impactare 
('pangére'),  in  quanto  dicesse  'addensare  lo  strame  sotto  le  be- 
stie' (cfr.  pattiane  e  pacciame).  E  avremo  dunque  sostanziale 
identità  etimologica. 

improntare:  1.  approntare,  mettere  in  pronto  ;  2.  imprimere, 
segnare  l' impronta,  are.  premere  ;  3.  are.  dare  o  prendere  in  pre- 
stito. —  l.promptu  ('premere'),  preparato;  2.  da  impianta  im- 
pressione, are.  -enta,  che  è,  forse  per  via  del  frnc.  empreinte,  da 
*imprimita  (per  'impressa'),  v.  Diez  s.  v. ;  3.  *impromutuare 
('promutuus'),  cfr.  Kòrt.  4143. 

ingaggiare:  1.  arruolare,  attaccar  (battaglia);  are.  impegnare 
(ne' suoi  varj  sensi);  2. are.  metter  l'olive  infrante  nella  gabbia 
per  stringerle  (Fanf.). —  1.  frane,  engager,  di  che  v.  Kort.  8838; 
2.  da  gaggia  per  gabbia,  cavea  (ma  non  è  forma  toscana,  cfr, 
Suppl.Arch.V  180). 

ingroppare  :  1 .  aggroppare,  far  groppi  ;  2.  portare  o  mettere  in 
groppa.  —  1. da  groppo;  2.  da  gì^oppa.  Ma  le  due  voci  sono  dalla 
stessa  base  germanica  ;  v.  Kòrt.  4587. 

innarrare  are:  1.  narrare;  2.  dare  sicurtà.  —  l.m  prep.  e 
narrare  -are;  2.  m  prep.  ed  arra. 

inn-  o  inorare  are:  1.  indorare;  2.  supplicare  ;  3.  onorare. — 
1.  inaurare  ('aurum');  2.  in  prep.  ed  orare  pregare;  3.  hono- 
rare  ('honor'). 

insetare:  1.  innestare;  2.  coprir  di  seta.  —  l.insitare  o  -èt- 
(^inserère'),  v.  Fl.ll  352-4;  2.  da  seta,  cioè  seta  crine^  setola, 
V.  K(")rt.  7070. 


168  Pieri, 

internarsi:  1.  penetrar  nell'interno;  2. are.  diventar  trino  (Dante, 
Par.  28,  120).  —  1.  da  internu;  2.  da  tèrnu  ('tres'). 
invasare:  1.  occupare  totalmente  l'animo;  2.  metter  nel  vaso. 

—  1. invasare  ('invadere');  2.davase. 

invitari':  l.fare  invito;  2.  stringer  con  vite.  —  1.  invitare; 
2.  da  vite  'madrevite',  che  è  vitis  in  quanto  vale  'viticcio',  per 
la  somiglianza  di  forma,  v.  Diez  s.  vis.  -  Qui  anche  :  rinvitare,  in- 
vitar di  nuovo,  in  ambedue  i  significati.  E  aggiungi:  svitare^  1. 
scherz.  disdire  l'invito;  2. allentare  o  toglier  la  vite. 

invito:  l.il  chiamare  altri  presso  noi;  2.  are.  chi  non  vuole. 

—  l.sost.  da  invitare  -^v e;  2.  invltu. 

invogliare:  1.  indurre  voglia;  2.  coprire  con  invoglia.  —  1. 
denominale  di  voglia  desiderio,  appetito  ('velie')  ^;  2.  probabilm. 
da  *involù ciliare,  v.  FI.  II  20-2  ^ 

ischio:  1.  specie  di  quercia;  2.  uno  degli  ossi  della  coscia. — 
1 ,  a  e  s  e  ù  1  u  s  ;  2.  laxiov. 

istante:  1.  momento;  2.  are.  astante.  —  1.  instante  (s. 'tem- 
pore'); 2.  adstante. 

lacca:  l.nome  di  varie  paste  colorate  a  uso  della  pittura;  2. 
are.  poplite,  anca  e  coscia  dei  quadrupedi,  natica  ;  3.  scesa  ^  luogo 
basso.  —  1 .  pers.  1  a  k,  v.  Diez  s.  v.  ;  2.  et.  oscuro  ^  ;  3.  forse  dall'aat. 
lahha  paduletto,  pantano,  cfr.  Diez  s.  v. 


*  La  qual  voce  confesso  che  non  mi  riesce  ancora  del  tutto  persjMcua  dal 
lato  morfologico. 

^  Potè  nella  fase  *involclare  la  sorda  gutturale,  chiusa  com'era  tra 
due  L,  digradar  facilmente  a  sonora  per  assimilazione.  E  cosi  supponendo 
s'eviterebbe  la  difficoltà  d'ammetter  qui  l'esito  rammollito  di  cl. 

^  Do  anch'io  lacca  in  questo  sign.  come  parola  a  sé;  v.  Diez  s.  v. e  Zamb. 
665.  Ma  non  riesco  a  scacciare  il  sospetto  che  essa  veramente  non  sia  se 
non  lacca  'anca',  in  senso  metaforico  {ck.  fianco  e  costa).  Francesco  da  Buti, 
onde  sono  i  più  antichi  e  importanti  eserapj,  definisce  lacca  per  'china,  o 
scesa,  0  lama'  (Inf.  7,  16;  di  cui  l'ultima  va  intesa  qui  per  'luogo  pendente", 
cioè:  in  pendio;  v.  Inf.  32,  96),  Il  sign.  di 'valle'  e  'luogo  concavo  e  basso', 
ch'egli  anche  attribuisce  al  vocabolo  (Purg.  7,  71),  procederebbe  dunque,  per 
intima  e  ovvia  relazione,  dall'altro;  quantunque  i  termini  or  ora  addotti  a 
paragono  non  si  trovino,  che  io  sappia,  in  questo  secondo  significato.  Ciò 
ammesso,  dovremmo  per  lacca  'luogo  basso'  rinunziare  senz'altro  anche  al- 
l'etimo accennato  nel  testo. 

*  Secondo  il  Caix  st.  117  dal  germ.  bianca,  aat.  hlancha,  coscia,  lato, 
fianco  ;  ma  almeno  per  causa  della  nasale  par  che  vi  ripugni  assolutamente 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Ciipit.  I.  169 

lama:  1.  luogo  basso  e  paludoso;  2.  are.  lamina,  ferro  affilato 
di  spada  o  coltello;  3.  sacerdote  di  Buda;  4.  specie  di  quadrupede. 

—  l.lama;  2.  lamna  da  lamina,  ma  con  impronta  francese, 
r.  Can.  III367;  3.  voce  tibetana.  4.  voce  americana. 

lance:  1.  are.  piatto  della  bilancia,  pt.  bilancia;  2.  are.  asta.  — 
1.  lance;  2  laìicia  -e a,  con  metapl. 
làppola:  1. specie  di  pianta;  2.  peli  che  orlano  le  palpebre  (pi.). 

—  1.  dimin.  di  lappa;  2.  dim.  del   german.  lappa  brandello,  y. 
XII  157. 

lassare:  1.  stancare;  2. lasciare,  allentare,  ammollire.  —  1. 
lassare  ('lassus');  2.  laxare. 

lato:  1.  fianco,  parte;  2. pt.  largo,  spazioso. —  l.làtus;  2.  latu. 

latta:  1.  specie  di  legname  lavorato  per  navi;  2.  lamiera  co- 
perta di  stagno;  3.  colpo  dato  altrui  con  la  mano  aperta  (Petroc- 
chi). —  I.germ.  latta  corrente,  assicella;  2.  origine  oscura;  3. 
da  *platta  ('plattus'),  civ.  lastra  da  piastra.  E  efr.  Kòrt.  4701 
e  6210. 

laitajo,  V.  lattone. 

lattone:  1.  giovenco  di  men  che  un  anno;  2.  arnese  di  latta 
per  adattarvi  lo  spiede;  3.  colpo  a  mano  aperta.  —  l.da  la  et  e; 
2  e  3.  da  latki  nel  sec.  e  terzo  significato  ;  v.  qui  s.  v.  -  Va  pur 
qui:  lattajo,  l.chi  tien  bottega  di  lattieinj  ;  2.  chi  fa  e  vende  la- 
vori in  latta. 

lega:  1.  unione  fermata  con  patto,  alleanza;  composto  di  più 
metalli;  2.  misura  itineraria.  —  l.sost.  da  legare  lig-'^',  2.1euca 
-ga  (voce  gallica),  cfr.  Kort.  4763. 

legare:  1.  are.  inviare  alcuno  con  pubblica  autorità;  lasciare 
per  testamento;  2.  stringer  con  fune  o  altro.  —  1.  legare  ('lex'); 
2.  lìgare.  -  Qui  anche:  allegare,  1.  metter  innanzi,  addurre;  2. 
farla  lega  (de' metalli),  attecchire;  rispettivamente  da  allegare 
e  (con  nuove  accezioni)  allig-. 


la  fonetica.  Il  Diez  s.  v.  da  kuxxos  cavità,  e  il  Kort.  4612  da  lacca  sorta  di 
tumore  allo  stinco;  de'  quali  etimi  è  l'ultimo,  ad  ogni  modo,  troppo  discosto 
idealmente  dal  nome  che  si  vuol  dichiarare. 

^  Da  'unione  di  metallo  più  nobile  per  le  monete  con  uno  inferiore'  si 
passò  a 'contenuto  legale  delle  monete',  partendo  dal  quale  sign.  fu  lega 
mal  ricondotta  a  lex,  v.  Diez  s.  v. 


170  Pieri, 

lente:  1.  lento  (poco  teso  o  stretto);  2.  lenticchia,  met.  cristallo 
lavorato  per  ajutare  la  vista.  —  l.léntu;  2.  lènte  ('lens'). 

letto:  l.il  mobile  sul  quale  si  dorme;  2.  prt.  di 'leggere'.  — 
l.lèctus  (ch\  Xéxog  e  Xéxtqov);  2.  léctu,  prt.  ('legére').  E  dun- 
que un  caso  d'omeotropia  originaria. 

lima:  l.il  noto  strumento  meccanico;  specie  di  pesce;  2.  are. 
terra  disfatta  e  sterile;  3.  specie  di  piccolo  limone.  —  l.llma 
(per  la  seconda  accezione,  v.  Diez  s.  limando);  2.  llmus,  mutato 
il  genere;  3.  presunto  positivo,  che  si  ricavò  da  limone,  pers. 
limù,  V.  Diez  s.v. 

lÌ7no:  1.  fango,  mota;  2.  lucch.  struggimento  (in  senso  met.).  — 
1.  llmus;  2.  sost.  da  limare  -are  ('lima'),  cfr.  XII  130. 

linda:  1.  regolo  mobile  sul  centro  d'un  astrolabio  o  sim.  ;  li- 
sta coperta  di  ricci  nelle  parrucche;  2.  agg.  molto  pulita.  —  1. 
prob.  limite,  ma  sarà  voce  esotica;  cfr.  spgn.  e  port.  Zmde  -a  li- 
mite d'un  campo,  Kòrt.  4819;  2.  fem.di  lindo,  che  è  llmpìdu. 

liì^a:  Lare,  solco;  2.  strumento  musicale  a  corde;  3.  sorta  di 
moneta  d'argento.  —  l.lira;  2.  lyra  Av^a;  3.  libra. 

lochi:  l.pt.  luoghi;  2.  purgazioni  della  donna,  che  seguono  al 
parto  e  alla  seconda.  —  l.pl.  di  loco  -us;  2.  da  ló%t,oq  spettante 
al  parto. 

lógoro:  1.  are.  arnese  di  penne  e  cuojo  per  richiamare  il  fal- 
cone; 2.  il  logorare,  logorato.  —  l.pare  dall' ant.  germ.  *  lo  cfr, 
aat.  luoder,  esca,  cfr.  Kort.  4895^  ;  2.  sost.  e  prt.  tronco  da  logo- 
rare, forse  =  lurcare  mangiare  avidamente^. 


*  Credo  assai  probabile  il  passaggio  di  clr  in  ^r  (prima  deirepentesi:  *lo- 
gro  da  Hodro)  ;  e  ne  ritoccherò  altrove.  Per  contrario  è  fallace  il  raffronto 
che,  per  questo  rispetto,  fa  il  Diez  di  lógoro  con  ragunare;  il  quale  non  è 
da  radunare,  ma  sì  da  ratinare,  con  g  per  toglier  l'iato. 

^  È  la  vecchia  etimologia  del  INIuratori,  che  a  me  par  tuttavia  la  meno 
improbabile.  Per  la  metatesi  e  il  successivo  digradar  della  sorda  in  sonora, 
che  sarebbero  in  lograre  (onde  poi  logor-),  cfr.  frugare  da  *furcare,  Kort. 
3523.  Da 'mangiare'  a  'consumare'  il  trapasso  non  offre  alcuna  difficoltà 
(cfr.  lo  stesso  mangiare,  che  spesso  è  appunto  'consumare').  -  Lo  Schu- 
chardt,  Yo/i.  11151,  da  lucrare;  e  il  rumeno  (che  ha  hicru,  lavoro;  ecc.) 
avrebbe  a  conciliare  i  significati  (lavorare,  travagliarsi,  logorarsi).  Il  Kòrt. 
da  Iggoro  (nel  primo  sign.),  che  egli  male  spiega  per  'esca',  traducondo  poi 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  171 

loja:  1.  sudiciume,  lordura  del  corpo  e  degli  abiti;  2.  are.  log- 
gia. —  1.  forse  *lùria,  da  lùridu  [civ.  mai^cia  da  marcidu); 
2.  gemi,  laubj  a,  v.  Kòrt.  4704. 

lonza:  l.il  noto  felino;  2.  lombo.  —  l.*lyncea  da  lynx  Xvy'^, 
V.  Diez  s.v.^;  2.  *lumbea  da  lùmbus,  cfr.Kort.  4916^  Nel  primo 
termine  lo  i  (invece  dello  z)  si  dichiarerà  come  pronunzia  er- 
ronea di  voce  già  disusata  e  confusa  con  l'altra  ^. 

lumiera:  1.  candelabro  a  più  lumi;  2.  are.  allumiera  (cava  d'al- 
lume), l.da  lume  -en;  2.  da  allume  alùmen. 

manna:  1.  il  cibo  caduto  dal  cielo  agli  Ebrei  nel  deserto,  se- 
crezione dolciastra  di  certe  piante;  2.  mannello,  covone.  —  1. 
manna,  indeclin.;  2.  man  uà  ('manus'). 

manso  SiVG.:  1.  podere;  2.  mansueto,  lene.  —  l.mlat.  mansum 
('maneo');  2.  v.  II  s.  manza. 

manto:  1.  ampio  mantello;  2.  are.  (pt.)  molto,  agg.  —  1.  man- 
tus  -um  (Isid.);  2.  prò v.  e  frnc.  maintz,  mantz,  maini,  dal  celt. 
*manti  gran  numero,  v.  Kort.  5081. 

marca:  1. contrassegno,  bollo;  2. paese  di  confine,  paese;  3.  are. 
sorta  di  moneta.  —  1.  sost.  da  marcare,  che  è  da  marcus  mar- 
tello, V.  Can,  III.  372-3;  2.  germ.  raarka  confine,  paese  di  confine, 
cfr.  Kòrt.  5127;  3.  ted.  mark  (fem.).  -  Con  la  stessa  omeotro- 
pia  è  marco,  in  quanto  riunisce  le  due  prime  accezioni.  Qui  an- 
che: marcare,  1.  mettere  un  contrassegno  ;  2.  are.  confinare  (Dino 


il  verbo,  come  aveva  già  fatto  il  Diez,  anche  per  'gozzovigliare'  ('schwel- 
gen'),  sign.  che  non  so  come  gli  attribuiscano.  Del  resto,  se  non  ripugna 
che  la  voce  per  'esca'  passasse  a  indicare  il  lógoro,  in  quanto  è  anche  que- 
sto un  richiamo;  troppo  sarebbe  se  da  esso,  con  la  metafora  inversa 
(quale  avremmo  da  'lógoro'  a  'esca'),  si  ricavasse  poi  un  verbo  denominale 
per  'mangiare',  onde  'consumare'. 

*  Dalla  stessa  base  il  ^q\\.  lonza  gran  fame  (eh:  lupa  st.  sign.;  tanto  più 
che  la  'lonza'  fu  scambiata  anche  col  'lupo  cerviero',  v.  Tram.). 

^  Sostanzialmente  la  stessa  materia  in  Ionia,  fem.  di  Ionio  floscio,  sner- 
vato; se  esso  è,  come  credo,  *elumbeu  da  elumbis  (o  -umbus,  v.  Geor- 
ges) ;  ma  v.  però  Diez  s.  v. 

^  Non  è  mai  nominata  oggi,  se  non  come  una  tra  le  famose  fiere  della 
Selva  dantesca.  Del  resto  è  curioso  che  il  Fanf.  e  il  Petrocchi  diano  questa 
parola  con  z  (aspro)  in  ambedue  le  accezioni. 


172  Pieri, 

Comp.).  E  ricorderò  infine:  marchio,  segno,  contrassegno j  pist. 
romano  della  stadera  ^ 

maremme  marchio  marco,  v.  marca. 

màrcia:  l.umor  putrido,  agg. putrida;  2.  il  marciare,  suono  di 
banda  per  regolare  il  passo.  —  l.sost.  e  fem.  da  marcio  mar- 
cidu;  2.  fvnc.marche,  v.  Can.  Ili  372.  -  Di  qui  :  marciare,  1.  are. 
far  ammarcire  ;  2.  camminare  militarmente,  ecc. 

marciare,  v.  marcia. 

marginetta:  Lare,  piccola  margine;  2.  lucch.  immaginetta. — 
l.dimin.  di  margine  orlo  (donde  si  venne  a  'orlo  o  linea,  dove 
la  ferita  di  salda');  2.  dim.  d'i  magi  ne,  cfr.  XII  124. 

maricello  are:  1.  piccolo  mare;  2.  amarezza.  —  1.  dimin.  di 
mare;  2.  dim.  d'amaru. 

marmaglia:  I.  gente  vile  e  abbietta,  legname  di  rifiuto;  2.  la- 
voro d'architettura,  con  gran  quantità  e  varietà  di  marmi.  —  1. 
*minimalia  da  minimu,  v.Kòrt.  5302;  2.  da  marmo -ov. 

marrone:  1.  marra  più  lunga  e  stretta  dell'ordinaria;  2.  spe- 
cie di  castagno  e  il  suo  frutto  eh' è  molto  grosso,  (mei)  errore, 
sproposito^;  3.  are.  uomo  che  serve  da  guida  pe' monti  in  tempo 
di  neve;  4.  animale  ben  ammaestrato  che  s'accoppia  al  tiro  con 
altro  più  giovane.  —  I.accresc.  di  marra;  2.  et.  ignoto  (parve 
al  Mur.  un'antica  voce  italica,  forse  rimastaci  nel  cogn.  Maro  ne, 
V.  Diez  s.  V.);  3.  ani  frne.  5;mron  marr-  guida  per  le  Alpi,  d'et. 
ignoto  (ma  v.  Diez  s.  v.)  ;  4.  sarà,  immesso  tra  noi  con  accezione 


*  La  materia  ne'  due  termini  è  veramente  la  stessa;  ma  nel  primo  si  do- 
vrà da  noi  riconoscere  un  deverbale  di  marchiarle,  e  nel  secondo  il  diretto 
continuatore  di  marcùlus  martello,  facilmente  traslato  per  la  somiglianza 
di  forma. 

^  In  questo  sign.fu  marrone  anche  inteso  come  parola  a  sé,  e  derivato 
dallo  spgn.  marrar  uscir  dal  retto  cammino  (  v.  Tramater  s.  v.  ),  o  connesso 
a  smarrire  ecc.  (v.  Zamb.  1178),  cfr.  Kòrt.  5138.  Ma  a  me  non  par  dubbio  che 
il  'grosso  errore'  sia,  figuratamente,  la  'grossa  castagna',  come  avvertiva 
già  il  Salvini  al  suo  tempo  (Annot.  alla  'Fiera',  3,  5,  3)  e  pongono  i  Dizio- 
narj,  e  come  a  ogni  modo  marrone  è  'sentito'  da  tutti.  Se  mai,  considerato 
che  quest'accezione  della  parola  non  deve  esser  molto  antica,  giacché  non 
par  che  ne  occorrano  esempj  anteriori  al  cinquecento,  potremo  creder  che 
lo  spgn.  ìnarrar  agevolasse  la  nostra  metafora. 


Gli  omeutropi  italiani.  -  Gapit.  I.  173 

alquanto  diversa,  lo  spgn.  marron  ariete,  probabile  accr.  di  mare 
(maschio),  v.  Diez  s.  v.  ^ 

matta:  1.  are.  stuoja  ;  2.  agg.  pazza,  demente;  3.  are.  branco 
(Castigl.).  —  1.  matta;  2.  fem.  di  matto,  prob.  da  raatu  (Petro- 
nio), che  ha  lo  stesso  sign.  (v.  Sittl  in  Wolfflin's  Archiv  II  610 
e  cfr.  Kòrt.  5176^);  3.  origine  a  me  ignota. 

mattare  diVQ,.:  1. uccidere;  2.  dare  scaccomatto. —  l.mactare; 
2.  persiano  mat  della  frase  scili  tnat,  il  re  è  morto,  v.  Diez  s. 
matto. 

matterello:  1 .  agg.  mattuccio ;  2.  legno  per  ispianare  la  pasta. 
—  l.dim.  di  matto,  v.qui  s.  matta;  2.  dim,  di  matterò,  da  f.idxTqov 
arnese  da  impastare,  cfr.  Zamb.  729. 

mattone:  1. quadrello  di  terra  cotta;  2. fune  nel  carro  dell'an- 
tenna all'albero  maestro.  —  l.*maltone  ('maltha'),  v.  FI.  IV 
373  3;  2.  et.  ignoto. 

mazzone:  1.  grossa  mazza;  2.  muggine  (Salvini).  —  l.acer. 
di  mazza  =  *matéa,  cfr. Kort. 5159;  2.  myxòne,  v.  Caix  st.  124  ^ 

melata:  1.  colpo  dato  con  una  mela,  are.  vivanda  di  mele  cotte; 
2.  rugiada  estiva  simile  al  miele.  —  1.  da  mèlum,  v.  D'Ov.  XIII 
447  sgg.  ;  2.  da  mei.  -  Qui  anche:  melare,  1.  colpire  con  mele, 
schernire  ;  2.  are.  confettare  con  miele.  Ma  l'omeotropia  non  ap- 
pare perfetta  che  nelle  forme  arizotoniche. 


*  A  Napoli  e  a  Roma  vale  anche,  o  valeva:  'cavallo  grande  e  di  molti 
anni'  (v.  Tram.).  Il  Kòrt.5147  ne  dà  per  sicura,  anche  in  senso  di  'ariete', 
la  derivazione  da  marra.  Ma  quale  sarebbe  mai  il  nesso  ideale?  Egli  nulla 
dice  in  proposito. 

^  Rispetto  air  etimo,  si  potrà  pensare  a  connessione  con  fiutaios  vano, 
stolto  (curiosa  Fomofonia  che  udiamo  in  ficaia  stoltezza  e  mattia!). 

^  Oltre  il  nap.  y/iautone,  stanno  in  favore  di  codesto  etimo  anche  le  altre 
forme  addotte  dal  Flechia,  lucch.  vaatone,  sic.  maduni,  ecc.  ;  giacché  pur  con 
esse  risaliamo  alla  fase  mautone  {eh',  agosto  ecc.),  onde  matone  ecc.  con  t 
0  (.1  scempio.  In  contrario,  v.  K5rt.  4975. 

■*  Questo  etimo,  che  il  Kòrt.  5524  ripete  con  molta  riserva,  a  me  par 
grandemente  probabile.  L'a  prot.  sarà  da  e,  che  facilmente,  in  più  parti 
della  Toscana,  risultava  pur  dall' ^  (I)  della  base.  E  avremo  mazzone  da 
''omaccione,  promosso  dalla  non  rara  consimile  alternativa  morfologica,  e 
questo  da  *mascione  (cfr.  qui  facciuola  e  II  accrtta).  Né  dovremo  certo  tra- 
scurare la  congruenza  perfetta  del  significato. 


174  Pieri, 

melica:  1.  saggina;  2.  spècie  di  poesia  lirica.  —  1.  *milica 
da  milium,  V.  Zamb.  790;  2.  fem.  di  y^ieh'co,  agg,  da  mélìcus 
-ixóc,  musicale. 

melina:  1.  piccola  mela;  2.  are.  agg.  d' una  terra  Ijiancastra. 
—  1.  V.  qui  s.  melata;  2.  da  Melos  Milo,  donde  siffatta  terra. 

mellone:  1.  popone;  2.  sorta  di  briglia.  —  1.  per  melone,  q. 
'grossa  mela',  v.  qui  s.  melata;  2.  donde? 

melma:  1.  fanghiglia,  mota;  2.  are. benda,  fascia  (Frese).  — 

1.  aat.  melm  polvere,  v,  Diez  s.  v.  ^;  2.  donde? 
menaìite,  v.  menata. 

menata:  1.  il  menare,  agitamento;  2.  are.  manata.  —  l.sost. 
prt.  da  'menare  minare,  v.  Diez  s.  v. ;  2.  da  mano  -us.  -  Pur  qui 
forse:  menante,  1.  che  mena  (prt.  di  'menare');  2.  copista,  che 
potrà  esser  '^manante,  quasi  'operajo  manuale'. 

?nenda:  1.  pecca,  difetto;  2.  are.  risarcimento  di  danno,  am- 
menda. —  1.  menda;  2,  sost.  da  mendare,  per  aferesi  da  amm- 
(' menda').  E  dunque  uguale  in  ambedue  l'entità  etimologica. 

meo:  1.  pianta  simile  al  ricino;  2.  are.  mio  (agg.  poss.);  3.  min- 
chione; 4.  miao  (voce  del  gatto).  —  l.mèum,  fiìjov,  Plin.20,  253; 

2.  m  éu;  3.  Mèo,  accoreiam.  di  Bartolomeo  ^;  4.  onomatopeja. 
merciare  are.:   1.  mercantare;  2.  ringraziare.   —  l.da  merce 

merx;  2.  ant.  frnc.  mercier,  v.  Kort.  5248. 

merlo  :  1 .  specie  d' uccello,  merluzzo  ;  2.  rialto  di  muro  inter- 
rotto sopra  torri  e  palazzi  ^  —  l.mèriila;  2.  et.  oscuro,  giac- 
ché la  fonetica  sembra  ostare  a  *mergùlu,  con  mutato  genere 
da  merga  (usato  al  plur.),  forcone  per  ammucchiare  la  messe, 
V.  Kòrt.5257,  e  cfr.  Zamb.778. 

mero:  l.puro,  schietto;  2.  are.  uno  de' corni  della  falange.  — 
l.méru;  2.  ^éqog,  parte,  in  quanto  disse  anche  'schiera  di  militi'. 

mica:  Lare,  briciola;  particella  rinforzante  la  negazione;  2. 
sorta  di  pietra  lucida.  —  1.  mica;  2.  term.  della  scienza,  ricavato 
da  mi  care  risplendere. 


*  Nei  derivati  melletla  e  beli-  è  notevole  dal  lato  fonetico  l'assimilazione 
interna  {Il  da  Im),  e  nel  secondo  pur  la  conson.  iniziale. 

^  Il  quale  di  certo  passò,  gergalmente,  al  sign.  di  'minchione'  per  causa 
dell' omioteleutia  con  bàbbèo  o  baggèo  (clv.taddèo  ecc.). 

*  II  Diez   anche  merla,  in  questo  secondo   sign.,  ma  non  so  da  qual  Di- 
zionario. 


Gli  omeóti'opi  italiani.  -  Capit.  I.  175 

rniccio  -a:  1.  asino  -a;  2.  corda  con  salnitro  per  appiccare  il 
fuoco.  —  Voci  ambedue  d'etimo  oscuro  ed  incerto.  Cfr.  Kijrt. 
5507  e  '23. 

miglio:  1.  misura  di  mille  passi  romani;  2.  pianta  graminacea. 

—  l.sng.  fatto  su  mllia  (sott. 'passuum');  2.  milium. 

mina:  1.  misura  di  mezzo  stajo;  2.  moneta  greca  del  valore  di 
cento  dramme;  3.  pt.  minaccia;  4.  passaggio  sotterraneo,  miniera 
(Ariosto),  buco  scavato  in  una  pietra  e  pieno  di  materia  esplo- 
dente; 5.  aria  del  volto,  ciera;  6.  specie  di  pianta  dell'Arabia.  — 
l.hemina  rif-uva',  2.  mina  f.ivù',  3.  mina  (da  mlnae,  pl.)j  4. 
celt.  mein  metallo  greggio,  v.  Thurn.  66;  5.  frnc.  mine,  d'origine 
incerta,  cfr.  Kort.  5298  ;  6.  ? 

onito:  1.  are.  mite;  2.  tradizione  favolosa,  leggenda.  —  1.  mi- 
ti s  -e;  2. fivbog. 

mo' :  1.  are.  ora,  avv.;  2.  modo,  maniera.  —  l.modo;  2.  mo- 
dus. 

mondo:  1. netto,  puro;  2. l'universo,  il  globo  terraqueo.  —  1. 
mìindu,  agg.;  2.nuindus.  Nel  primo  sign.  può  esser  anche  forma 
tronca  del  prt.  di  mondare.  Del  resto  l'omeotropia  qui  non  esi- 
ste in  latino,  perchè  il  sost.  mxundus  è  tutt'uno  coli' aggettivo  ; 
V.  Georges. 

monna:  1.  are.  madonna;  scimmia;  2.  scherz.  moneta  (Fanf.  ). 

—  l.mea  domina;  2.  moneta.  Con  sincope  e  apocope  affatto 
Sui  generis'. 

montone:  1. ariete,  maschio  della  pecora;  2.  agnello  grande  ca- 
strato ^  —  1.  sost.  da  montare,  cfr.  Kort.  5401,  in  quanto  denoti 
la  copula  degli  animali,  o  più  propriamente  'il  salir  del  maschio 
sopra  la  femmina';  2.  *multone,  da  mulit-  per  mutilòne,  cfr. 
Kort.  5465,  che  doveva  darci  moltone,  come  ha  il  vnz.  (cfr.  il 
frnc.  mouton  ecc.);  ma  s'ebbe  facilmente  uno  scambio  con  la 
preced.  voce. 

mora:  1.  frutto  del  moro  e  anche  del  rovo;  2.  tardanza,  indu- 
gio, unità  di  misura  per  la  durata  delle  sillabe;  3.  ciascuna  delle 
sei  divisioni  dell'esercito  spartano  (t.  stor. );  4.  are.  mucchio  di 
sassi,  pilastro  di  mattoni  o  sassi  con  cemento  ;  5.  sorta  di  giuoco 


*  Notevole  è  che  in  quest'  accezione  par  che  manchi  al  Vocab.  italiano 


176  Pieri, 

ben  noto.  —  l.morum  iàmqov;  2.  mora;  S.fxóga  parte;  4.  forse 
dal  ted.  mur  macerie,  Kort.5482;  5.  et.  ignoto.  -  Qui  anche:  mo- 
rato,  1.  agg.  intens,  di  'nero'  ;  4.  are.  merlato, 

morale:  1.  spettante  a' costumi,  conforme  al  buon  costume;  2. 
are.  travicello  quadrangolare,  corrente.  —  1.  morale  ('mos');  2. 
murale  ('murus'),  quasi  'travicello  che  s'adatta  sul  muro'. 

morato^  v.  mora. 

morena:  1.  are. murena  (pesce);  2. tritume  di  materiale  all'orlo 
d'un  ghiacciajo.  —  l.muraena  (.iv^aiva;  2.  ivnc.  moraine,  v. 
Kort.  5482. 

moro:  1.  nativo  della  Mauritania,  negro  ;  2.  gelso.  —  l.Mau- 
rus;  2.  mòrus,  cfr.  qui  s.  mora. 

morpso:  l.agg.di  colui  che  tarda  a  pagare;  2.  amoroso,  amante 
(sosi);  3. specie  di  susino.  —  l.moròsu  ('mora');  2.*amorosu 
('amor'),  v.  Kort.  528;  3.  donde  ? 

moscato:  1.  macchiettato  di  nero;  2.  moscado,  are.  muschiato. 
—  l.da  mosca  mù-;  2.  da  musco  (sostanza  odorifera),  v.  qui  s. 
musco. 

7nóscolo  are.  :  1 .  muschio  (  pianta  )  ;  2.  muscolo,  galleria  sotter- 
ranea.—  l.*mùscùlus  ('muscus'),  cfr.  qui  s. musco;  2.miiscù- 
lus  ('mus')  ^. 

mula:  1.  femmina  del  mulo^;  2.  are.  pantofola.  —  l.v.  qui  s. 
mulo;  2.  frnc.  mule,  forse  da  mulleus  specie  di  calzare  di  color 
rosso,  V.  Scheler  s.  v.  (ma  cfr.  Kort.  5460). 

mulino:  1.  macchina  per  macinare  i  cereali;  2. proprio  dei 
muli,  raulare.  —  l.mollnu  (sott.  'saxum'  o  'lapis'),  da  mola 
macina;  2.  miTilInu  ('mulus'). 

mulo:  l.il  nato  d'asino  e  di  cavalla,  o  il  contrario;  2. triglia 
(Ori.  fur.Vl  36).  —  l.mùlus;  2.  miillus. 

munizione  :  1 .  are.  fortificazione  ;  provvisione  da  guerra  ;  2.  are. 
ammonimento  (G.Vill.).  —  l.mùnitione;  2.  mònitiòne. 


*  In  senso  di  'galleria'  crede  Vegezio,  mil.  4,  13,  'nomen  ei  factum  a 
marinis  musculis,  qui  balaenis  praenatant,  et  vada  domonstrant '.  Ma  cfr. 
e  u  n  i  e  u  1  u  s . 

-  Deve  esser  tutt"  uno  in  quanto  valse  'crepa  ulcerosa'  (e  la  stessa  voce 
è  il  frnc.  mille  gelone  al  calcagno,  screpolatura  allo  stinco  del  cavallo); 
civ.  vacca  macchia  o  livido  alle  cosce  (v.  Fanf.  o  Petrocchi).  Si  tratterà  d'e- 
spressione ellittica  a  denotar  la  ferita  del  tafano  allo  bestie. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  177 

musa:  1.  ciascuna  delle  dee,  che  presiedono  alla  poesia;  2. are. 
muso  (Sacch.).  —  1.  musa  jttoyca  ;  2.  morsus,  v.Kort.  5421;  ma 
confesserò  che  mi  resta  pur  qualche  dubbio  su  tale  origine. 

musco  0  muschio:  1.  famiglia  di  piante  crittogame;  2.  specie  di 
ruminante  e  materia  odorosa  da  esso  prodotta.  —  l.mùscus 
*-iilus;  2.  mùscus  *-ulus,  dal  pers.  muschk,  v.  Diez  s.  v.  An- 
che qui  pertanto  l' omeotropia  già  latina. 

muta:  l.il  mutare,  scambio;  2. agg.priva  di  favella;  3. un  certo 
numero  di  cani  a  uso  di  caccia.  —  1.  sost.  da  mutare  -are;  2, 
fem.  di  muto  -us;  ^.ivwc.ìneàte,  poi  meute,  v.  Scheler  s.  v.  ^. 

mutto  are:  l.muto;  2.  motto. —  1.  mùtu;  2. prov.  e  frnc.  mo^^. 
mot,  (ì-d  *muttum  ('muttire'),  v.  Diez  s.  v. 

natta:  1.  tumore  cistico  per  lo  più  al  capo  ^;  2.  are.  beffa, 
burla  ;  3.  specie  di  canniccio  usato  nelle  navi  ;  4.  nafta  (bitume  li- 
quido). —  1.  celt.  nat  tumore  (già  mlat.  natta,  v.  Zamb.  825)  ;  2. 
origine  oscura^;  3.  matta   stuoja,  cfr.  qui  s.  matta;  4.  naplitha 

hepa:  1.  are.  scorpione  (il  Segno  celeste);  2.  specie  di  pianta 
sempre  verde  (Soder.).  —  l.népa;  2.  donde? 

notare:  1.  prendere  nota,  prestare  attenzione;  2.  nuotare.  —  1. 
notare;  2.  nàta  re.  Dovè  questa  omeotropia  occorrer  già  su 
gran  parte  del  territorio  latino,  cfr.  Kort.  5555  ;  ma  non  ha  luogo 
per  noi  nelle  forme  rizotoniche,  poiché  di  regola  queste  assumono 
debitamente  Yuo  nel  secondo  significato. 

noto:  1.  vento  del  mezzogiorno,  vento;  2.  nuoto  (tose,  volg.);  3. 
conosciuto,  manifesto;  4.  are.  figlio  illegittimo.  —  1.  notus  vórog-, 
2.  sost.  da  notare  nuo-  (v.  qui  s.  v.);  3.  no  tu,  prt.  ('noscère')  ;  4, 
nòthus  vóBog,  spurio. 


*  E  'muta  a  quattro  od  a  sei',  cioè:  carrozza  (fon  quattro  o  sei  cavalli, 
avrà  pure  questa  origine?  A  ogni  modo  la  voce  esotica  dovè  ben  presto 
esser  sentita  qual  sost,  da  mutare,  quasi  valesse  'uncerto  numero  di  cani 
(o  cavalli)  per  dare  il  cambio  ad  altri'. 

^  In  quanto  dica  'infiammazione  delle  gengive'  e  'guidalesco',  potrà  es- 
sere così  da  natta  come  da  afta  (aphthae  ccffBca)  ;  e  se  dalla  seconda, 
ripeterà  di  certo  il  suono  iniziale  dalla  prima. 

^  Se  pur  non  è  una  cosa  sola  col  termine  precedente,  come  parrebbe  da 
vescica  st.  sign.  (Varchi).  Ma  quale  il  nesso  ideale? 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  12 


178  Pieri, 

olpre:  1.  are.  odore;  2.  pt.  cigno.  —  1.  odore;  2.  olOre. 
ombrina:  1.  are.  piccola  ombra;  2.  rombo  (pesce) ^  —  l.ùm- 
br£i;   2.  probabilm.  da  *rombulina,   dim.  doppio   di  rliombus 
{^'fji^og),  pel  tramite  di  loniburina  lombrina,  con  discrezione  del- 
l'articolo. 

oppio:  1.  loppio  ('acer  campestris'  di  Linn.);  2.  sugo  del  papa- 
vero. —  l.opùlus;  2. opium  omov. 

orcino:  1.  piccolo  orcio;  2.  specie  di  grosso  tonno.  —  l.iir- 
ceus;  2.  orcynus  oQxvvog. 

orgia:  1.  crapula  invereconda;  2.  misura  greca  di  quattro  cu- 
})iti.  —  1.  pi.  orgia  oQYtct  (^eT«)j  feste  di  Cerere  o  di  Bacco;  2. 
oQyvùd  [oQéyoù). 

ormeggiare:  1.  ancorare;  2.  seguitar  l'orme. —  \.oQiiÌL,eLV\  2. 
da  orma,  che  è  oC/ììj  odore  (onde  poi  'traccia',  efr.  oc^ttàtrOa^  an- 
che 'ormare'),  v.  Diez  s.  v. 
ortivo,  V.  orto. 

orto:  1. campo  chiuso  a  coltura  d'erbaggi  o  frutta;  2.  il  na- 
scere, oriente,  pt.  nato.  —  1.  hortus;  2.  or  tu  s,  sost.  e  prt.  -  Qui 
anche:  ortivo,  l.agg.  di  terreno  a  uso  d'orto;  2.  agg.  dell' arco 
dell'orizzonte  fra  il  punto  ove  un  astro  sorge  e  l'oriente. 

orzata:  1.  bevanda  fatta  con  orzo;  2. 1' orzare,  vento  da  orza 
(v.  Fanf.).  —  1.  hordeum;  2.  da  orza,  corda  legata  al  capo  del- 
l'antenna a  sinistra,  d'etimo  oscuro  (pur  v.  Kort.  5763).  Notiamo 
che  il  i  (sonoro)  non  deve  essere  originario,  ma  promosso  da 
orzo;  cfr.  it.  ant.  orna  e  le  voci  corrispondenti  neolatine. 

oste:  1.  colui  che  tiene  osteria;  2.  esercito,  campo  (anche  fem.). 
—  l.hospite;  2.  liostis  straniero,  nemico,  cfr.  Kort.  4014.  - 
Qai  anche:  ostiere,  1.  albergatore,  are.  ospite  e  ospizio  (abita- 
zione) ;  2.  are.  campo  nemico. 

cstia:  1.  vittima  offerta  in  sacrifizio,  pasta  azima  per  l'Eucare- 
stìa; 2.  arc.foce  (d'un  fiume).  —  1.  hostia;  2. òstia,  pi.  d'ostium 
foce. 


'  Questa  identificazione  non  par  che  risulti  da'  Dizionarj  (cfr.  Tramater). 
Ma  ho  constatato  'de  visu',  che  a  Pesaro  e  altrove  sull'Adriatico  il  'rombo' 
è  quello  stesso  pesce,  o  uno  assai  simile  a  quello,  che  a  Viareggio  dicono 
*  ombrina'. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  179 

ostiere,  r.  oste. 

ostro:  1.  vento  del  mezzogiorno,  austro;  2.  porpora.  —  1.  au- 
stri! ('auster');  2.  ostrum  oarqeov. 

pacca:  Lare,  pacco;  2.  volg.  colpo  a  mano  aperta,  colpo,  per- 
cossa. —  1.  mlat.paccus,  ted.  pack,  cfr.  Kòrt.  5812;  2.  onomato- 
peja,  cfr.  qui  s.  patta. 

pago:  1.  villaggio  (term.  stor.);  2.  pagamento;  appagato,  soddi- 
sfatto. —  l.pagus;  2.  sost.  e  prt.  accorciato  da  pagare  pac-,  v. 
Diez  s.  V. 

palatino:  1.  spettante  a  palazzo;  2.  palatale.  —  l.palatlnu 
('palatium');  2.  da  palato  -um,  v.  qui  s.  v. 

palato:  1.  parte  interna  e  superiore  della  bocca;  2.  are.  pala- 
fitta. —  1.  palatum;  2.  sost.-prt.  da  palare  pai-  (munir  di  pali). 

paleo:  1.  pianta  delle'* graminacee;  2.  sorta  di  trottola.  —  1. 
*palèriu  (falrjQtg,  v.  Suppl.  Arch.  V  97  ;  2.  et.  oscuro,  ma  pur 
cfr.  Zamb.  927, 

pane:  1.  pasta  di  farina  con  lievito  cotta  in  forno;  2.  Pane,  il 
dio  de' campi  e  de' boschi.  —  l.panis;  2.  Pan/7«v. 

panna:  1.  velo  del  latte;  2. sosta,  fermata  (nelle  frasi  marinare- 
sche 'essere-'  e  'mettere  in  panna').  —  1.  pannus,  con  metapl.^  ; 
2.  frnc.  panne  delle  predette  frasi,  d'origine  ignota  -. 

pannare:  1.  venire  a  galla  la  panna;  2.  forare  la  parte  sup- 
purata. —  1.  V.  qui  s.  panna;  2.  forse  trajpanare,  v.  Caix  st.  131 
e  cfr.  Kort.  8405  K 

pappo:  l.pane  (t.  fanciuU.) ;  2.  lanugine  d'alcuni  semi  e  fiori. 
—  1.  mutato  il  genere:  pappa,  voce  de'  bambini  chiedenti  cibo  ; 
2.  pappus  Tidnnoq. 


*  C'è  anche  panno,  col  sign.  alquanto  più  esteso  di  'velo  alla  superficie 
d'un  liquido'.  Del  resto  non  ci  sarebbe  molto  da  opporre  a  chi  volesse  ri- 
conoscere in  panna  il  deverbale  di  patinare  (propr. 'formare  il  panno',  v. 
qui  s.  pannare). 

2  Lo  Scheler  s.  v.  ugualmente  da  pannus,  senza  dir  nulla  peraltro  circa 
la  connessione  ideale  de' due  termini;  la  quale,  credo,  parrà  tutt' altro  che 
chiara. 

^  Indagini  da  me  fatte  non  pajono  confermare  il  significato,  che  il  Petroc- 
chi pone  per  primo,  di  'venire  a  suppurazione'.  Ove  esso  esista  in  realtà, 
potrebbe  qui  l'  omeotropia  essere  illusoria,  in  quanto  pannare  dicesse,  con 
assai  giusta  metafora,  'il  formarsi  della  marcia  (quasi  una  'panna'  dell'ul- 
cera 0  sim.)  sotto  la  pelle  morta'. 


180  •     Pieri, 

parca  l.agg.  fem.  di  'parco';  2.  Parca,  ciascuna  delle  tre  dee 
arbitre  della  vita  umana.  —  l.v.  qui  s.  parco;  2.  Parca. 

parco:  1.  moderato  nel  vitto,  frugale;  2.  luogo  chiuso  e  custo- 
dito per  la  selvaggina.  —  1.  par  cu;  2.  forse  *parcus  -um,  dalla 
st.  radice,  cfr.  Kòrt.  5888. 

pareglio:  1.  parelio  (immagine  del  sole  riflessa  in  una  nube)  ^  ; 
2. are.  pari,  simile. —  l.parèlion  TvaQvhog;  2.  Irne,  pareli,  cfr. 
D' Ov.  XIII  386. 

parentorio  are:  1.  perentorio  (term.  leg.);  2.  parentado.  —  1. 
peremptóriu;  2.  da  parente. 

parlato:  1.  prt.  di  'parlare',  are.  discorso,  parlamento;  2.  are. 
prelato.  —  \.  parlare,  da  parola  -aula,  che  è  parabola,  cfr. 
Kort.5879  e  '80;  2.praelatu. 

passo:  1.  l'alternar  dei  piedi  nel  cam«iinare,  are.  sorta  di  mi- 
sura (cfr.  appresso)  ;  2.  pt.  disteso,  scarmigliato  ;  appassito  ;  3.  che 
ha  patito  (Dante).  —  l.passus,  sost.  ;  2.  passu  ('pando');  3. 
passu  ('patior').  Ma  ne' primi  due  casi  l'omeotropia  è  solamente 
morfologica,  perchè  la  prima  voce  latina  procede  anch'  essa  da 
'pando'.  -  S'aggiunga  qui:  passetto,  1.  misura  di  due  braccia  to- 
scane ;  2.  are.  alquanto  passo  o  stantio. 

pasturale  are.:  1.  pastorale;  2.  parte  della  gamba  del  cavallo^ 
dove  si  legano  le  pastoje.  —  1.  pastorale  ('pastor');  2.  *pa- 
s  t  u  r  a  1  e  e  pastura  '),  cfr.  Kort.  5935. 

patta:  1.  are.  epatta;  2.  agg.  ellittico  nella  frase  'esser  pari  e 
patta';  3.  colpo  dato  a  mano  aperta.  —  l.epacta  STiaxzrj,  ag- 
giunta; 2.  fem. prt.  tronco  da  pattare^  impattare;  3.  onomatojoeja, 
civ.  pacca  -aX  suo  luogo. 
pecchia  :  1.  ape;  2.  are.  materia  colorante  in  nero  (  =  pegola)  ^; 


*  Solo  in  Dante,  Par.  26,  107;  e  si  tratta  d'un  luogo  assai  controverse 
(ma  pareglio  -elio  è  la  lezione  felicemente  sostenuta  da  L.  Filomusi  Guelfi  ; 
V.  Giorn.  dantesco,  anno  III). 

2  II  quale  procederà  veramente  da  ^^atto,  in  quanto  valga  'buon  accordo' 
(e  anche  pace,  cioè:  il  restare  senza  debito  o  credito;  cfr. 'pari  e  pace',  lo 
st.  che  'pari  e  patta',  e  'fare  o  esser  pace'). 

^  Il  Petrocchi  spiega  per  'caldajata';  ma  dall'esempio  del  Cantini,  che 
solo  ci  dà  questa  voce  (v.  Fanf.),  a  me  par  chiaro  anche  il  senso  primigenio 
di  'tinta  nera,  quanta  se  ne  può  far  bollire  in  una  caldaja',  onde  poi  'cal- 
dajata di  tinta  nera'. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  181 

3.  buccia  delle  olive,  lucch.  sansa  (pellicina  delle  castagne)  ^  — 

1 .  a  p  è  e  li  1  a,  cf r.  Kort.  630  ;  2.  p  i  e  ìi  1  a  (  '  pix  '  )  ;  3.  p  e  1 1 1  e  ù  1  a, 
Y.  XII  172  n  (ma  cfr.  D' Ov.  XIII  400). 

penati  :  1 .  are.  condannati  a  una  pena,  tormentati  ;  2.  Penati^ 
gl'iddei  della  casa.  —  l.prt.  da  penare  ('poena');  2.  Pénates. 

perso:  1.  perduto;  2.  persico  (agg.  di  'pesce');  3.  are.  purpureo 
traente  molto  al  nero;  A.  Perso,  pt.  Persiano.  —  1.  prt.  di  per- 
dere -è  re  ;  2.  credo,  dall'equival.  pèrca  TiéQxifj,  cioè  :  pesce  "^perco, 
€on  pareggiamento  di  genere,  e  poi  p-perso,  per  falsa  etimologia 
forse  promossa  dal  colore  (v.  Tramater);  3.  et.  ignoto  ;  4.  Persa 

'  picchio:  1.  specie  d'uccello  rampicante;  2.  il  picchiare.  —  1. 
picìilus;  2.  sost.  da  picchiare,  v.  FI.  Ili  28  e  Kort.  6119.  Un 
■caso  anche  questo  di  mera  omeotropia  morfologica,  rivenendo  pic- 
chiare a  'piculus'. 

pigigne:  1. prezzo  che  si  paga  per  usar  d'uno  stabile;  2.grosso 
bastone  da  pigiar  l'uva. —  1.  pensione;  2.  sost.  da  pinzare,  che 
è  *pinsiare  ('pinsus'),  v.  Diez  s.v. 

pila:  1.  sorta  di  recipiente  per  liquidi,  bacino,  piletta;  2.  pilone 
(d'un  ponte).  —  l.plla  mortajo  (da  *pisiila,  'piso');  2.  pila 
(da  *pigùla,  'pango').  Esempio  anche  questo  d'omeotropia  ori- 
ginaria. 

pingere  (àvcpignere):  1.  dipingere;  2.  spingere.  —  l.pin- 
gere;  2.  da  spingere,  prob.  =  *expìngère  ('pango'),  v.  Diez  s.v.; 
espunto  s,  quasi  un  mero  prefìsso  intensivo. 

pinzare:  1. pestare,  calcare  (Fanf.)  ;  2.  appinzare,  pungere  (d'un 
insetto).  —  l.pinsare;  2.  *pinctiare  (*pinctu,  da  'pingere', 
che  è  anche:  ricamare,  trapungere),  cfr.  Kort.  6119.  -  Qui  an- 
che: pinzo,  1. pieno,  zeppo  ^;  ciuffetto  di  foglioline  germoglianti; 

2.  il  pinzare  (d'un  insetto),  are.  pungiglione,  scherz. pizzo  (della 
barba). 

pio:  1.  devoto,  pietoso;  2.  tallo,  germoglio  3;  3.  voce  de' pulcini 


*  Anche  del  Voc.  it.  con  esempio  del  Palmieri. 
E  potrà  esser   così  il  prt.  tronco  di  'pinzare,  come  il  prt.  pTnsu  sen- 
z'altro. 

^  Con  lo  stesso  sign.  anche  il  dim.  ^/ioZo,  are.  j^z'y^w^o. 


182  Pieri, 

e  degli  uccelletti  nidiaci. —  l.piii;  2.  pare  da  *epigriiis  (epi- 
grus  cavicchio,  v,  Caix  st.  134-5)^  ;  3.  onomatopeja. 

piova  are:  1.  pioggia;  2.  porca  (spazio  tra  due  solchi).  —  1. 
sost.  da  piovere  ^;  2.  v.  qui  s.  proda. 

piovano:  1.  pluviale;  2.  pievano  (rettor  d'una  pieve).  —  1-agg. 
à-à  piova,  cui  V.;  2.  *plebanu  ('plebs').  Ma  la  vera  omeotropia 
occorrerà,  in  questo  caso,  solamente  nei  lessici,  perchè  il  primo 
sign.  non  appartiene  in  realtà  se  non  ad  'acqua  piovana'. 

pistone:  1.  pestone  (arnese  per  assodar  la  terra  o  pestare),  asta 
a  stantuffo  delle  trombe  che  fa  salir  l'acqua;  2.  parte  mobile  che 
copre  le  chiavi  d'uno  strumento  a  fiato.  —  1.  sost.  da  pestare 
pist-  ('pinso'),  cfr.  Kort.  6176;  2.  epistomio  ère lùtófuov,  racco- 
stato  per  volgare  etimologia  al  nome  precedente. 

pitto:  l.arc.pinto,  dipinto;  2. pollo  (voce  fanciulL).  —  l.plctu 
(•'pingére');  2.  rad.  pit,  piccolo,  v.  Kort.  6119. 

piviere:  l.arc.  pieve,  popolo  d'una  pieve;  2.  uccello  dei  trampo- 
lieri  (specie  princ.  il  'charadrius  pluvialis'  di  Linn.).  —  1.  *ple- 
bariu  ('plebs')  ';  2.  più  viariu  ('pluvia').  Il  primo  ditt.  fu  sem- 
plificato per  la  dissimil.  {je-je  e  jo-je  in  i-je),  cfr.  XIV  433-4. 

plaga:  1.  are.  piaga,  flagello;  2.  parte  del  nostro  globo  o  del 
cielo —  1.  plaga  (nXriyq)',  2.  plaga. 

polizia:  1.  are.  pulizia,  nettezza;  2.  are.  politica  ;  governo  e  vi- 


^  Confesso  che  tengo  tuttora  questo  per  l'etimo  più  verosimile  (né  mi 
sfugge  la  nuova  proposta  del  Nigra,  XIV  294-5).  L'obiezione  prosodica,  che- 
è  in  Kòrt.  2823  (épigrus),  non  veggo  a  ogni  modo  come  possa  valere,, 
posto  che  moviamo  da  ^eplgrius  ecc. 

^  E  ciò,  malgrado  l'infrequenza  di  questa  formazione  da  verl)i  in  -ère; 
v.  Mey.-Lb.  Rom.  gramm.  II  442-3  (e  cfr.  Salvioni  St.  di  fil.  rom.  VII  221  ;  dov& 
è  da  aggiungere  il  lucch.  cingia,  v.  XII  122  n).  Un  ragguaglio  fonetico  di 
piova  con  plùvia  a  parer  mio  sarebbe  impossibile. 

*  Questo  piviere,  pieve,  è  una  di  quelle  voci  per  cui,  stanto  la  loro  schietta 
volgarità  ed  altro,  pare  assai  poco  verosimile  la  provenienza  gallica  o  an- 
che l'analogica  applicazione  del  suffisso  gallico;  una  di  quelle  voci  che 
più  fanno  pensare,  se  proprio  si  debba  negare  del  tutto  al  territorio  ita- 
liano l'esito  -iere  -i  da  -ariu,  come  si  vuole  oggi  da  molti  (v.  E.  Staaf,  Le 
sufi. -arius  dans  les  langues  rom.,  Upsala  1896,  pg.  132  sgg.;  e  cfr.  Rom. 
XXVI  613).  Un  altro  esemplare  di  simil  genere  è  il  lucch.  e  \\\s,t.  pittiere -i 
pettirosso  (anche  in  Fort.  Ricciard.  4,  83),  cfr.  XII  114  n. 


Gli  omeutropi  italiani.  -  Capit.  I.  183 

gilanza  dell'ordin  pubblico.  —  1.  da  polltu  ('polio');  2.  politla 
noltreia.  Notevole  in  arabo  i  casi  l'intacco  della  dentale  ridotta 
a  z  dall'i  tonico. 

pollino:  1.  piccolo  pollo,  spettante  a  pollo;  2.  terreno  di  polla, 
aggallato  (terr.  molle  e  cedevole  del  padule).  —  l.pullus;  2. 
dim.  di  polla,  sost.  da  pollare  =  pulì-  (pullulare),  v.  Diez  s.  v. 

pompa:  l.pt.  comitiva,  corteggio;  apparato  fastoso:  2.  tromba 
per  estrarre  acqua.  —  1.  pompa  {nofiurj),  processione  solenne; 
2.  frnc.  pompe,  d'etimo  incerto,  v.  Scheler  s.  v. 

popolo:  1.  nazione,  gli  abitatori  d'un  paese  aventi  le  stesse  leg- 
gi; 2.  pt.  pioppo. —  1.  popiilus;  2.  popiilus. 

poppa:  1. parte  posteriore  della  nave;  2. mammella.  —  l.pùp- 
pis;  2. *pCippa,  da  pupa,  v.  Kort.  6477. 

porca:  1.  femmina  del  porco,  scrofa;  2.  spazio  di  terreno  fra 
solco  e  solco.  —  1.  da  porcus  -a;  2.  pòrca,  probabilm.  =  *p  or- 
ri  ca,  da  por  ri  cére  are.  =  prò  ice  re,  e  varrà  la  'terra  proiecta' 
liall'aratro  nello  scavare  i  due  solchi  ^.  Questo  dunque  sarà  pure 
un  caso  d'omeotropia  già  latina. 

porcellana:  1. specie  di  conchiglia,  metaf.  terra  fina  da  cerami- 
che; 2.  pianta  delle  portulacee.  —  1.  porcellana,  da  porcella 
(per  'porca'  in  senso  di  'cunnus');  2.  pò  re  iliaca,  con  diverso 
suffisso.  Cfr.  Kort.  6274  e  '75. 

porto:  1.  luogo  chiuso,  dove  s'accolgono  al  sicuro  le  navi;  2. 
prezzo  della  portatura;  3.  offerto,  esibito.  —  1.  pórtus;  2.  sost. 
da  portare -are  (voce  corradic.  alla  preced.);  3.  ])ri.  dì  porgere 
(porrigo). 

proda:  1.  are. prua;  2.  sponda,  orlo,  lista  di  terreno.  —  1. pro- 
ra nqùìQa  ;  2.  et.  incerto,  v.  la  nota  ^. 


•  È  l'etimologia  di  Varrone  (r.  r.  1,  29,  3),  che  peraltro  intende  la  cosa 
in  tntt'altro  modo  ('porca,  quod  ea  seges  frumentum  porricit').  Il  Georges 
vi  vede,  traslato,  il  nome  precedente.  Ma  come? 

*  Che,  nell'ordine  ideale, proda  'prua'  non  fosse  conciliabile  con  proda 
'sponda',  riconosceva  già  il  Diez,  il  quale  per  quest'ultima  voce  pensò  a  una 
base  germanica  (aat.  proth  orloj  v.  less.  I  s.  prua).  Il  Ganello,  esclusa  qui 
Tomeotropia,  pur  nella  seconda  accezione  scorgeva  il  riflesso  di  prora; 
V.  Ili  3G0.  Sennonché  egli,  mi  pare,  trattò  la  cosa  troppo  all'ingrosso;  e  la 
sua  dichiarazione  direi  che  non  persuada  gran  che.  A  veder  suo  era  '■proda. 


184  Pieri, 

pideggio:  1.  nepitella  selvatica;  2.  are.  pileggio  (cammino  per 
acqua);  3.  are.  puleggia.  —  l.pulèium  -ègium^;  2.  et.  ignoto; 
3.  voce  connessa  all'equiv.  frnc.  poulie,  da  poulier  che  è  l'anglo- 
sass.  pulii an  tirar  su(cfr.Diez  s.  v.);  ma  la  nostra  rimane  oscura 
dal  lato  morfologico. 

pulimento'.  1.  il  pulire  e  il  suo  effetto;  2.  are.  punizione  (G. 
Vili.).  —  l.sost.  formato  su  puliì^e  poi-;  2.  da  pimimento  (pu- 
nire), con  l-ìu  per  dissimil.  da  n-m  (cfr.  XII  124  e  '52). 

pilppola:  1.  upupa,  bubbola;  2. protuberanza  al  ceppo  degli  ulivi 
(Fanf.)  —  I.  *ìipùpùla,  da  ùpiipa  [ertoìp);  2.  *pùppùla,  da 


il  luogo  d'approdo,  e  per  estensione:  sponda,  orlo'.  Ora  intese  egli  proda 
come  un  sost.  ricavato  da  approdare^  Ma  in  questo  caso  sarebbe,  come  è  real- 
mente, approdo  (e  potrebbe  essere  -oda,  cfr.  Tare,  dimanda  ali.  a  -nda,  ecc.); 
e  nuir  altro  dovrebbe  significare  da  ciò  che  significa,  e  cioè  'l'approdare', 
non  già  'il  luogo  dell'approdo',  nonché  'sponda,  orlo".  C'immaginiamo  noi 
un  arrioo  (e  il  parallelo  è  esattissimo  per  questa  parte),  che  valesse,  non 
dico  'il  luogo  dell'arrivare',  ma  la  'riva'?  Idealmente,  il  salto  dall'una  al- 
l' altra  accezione  sarebbe  fors'  anche  più  difficile,  a  supporre  con   lo  Zam- 
baldi  che  approdare   dicesse  in  principio  'accostar  Ja  prora';  cfr.  Voc.  et. 
1005.  Ma  approdare  è  proprio  'ad  ripam  appellerò  (navem)',  e  poi  'ad  ri- 
pam  appelli';  cfv.  ar ripare,  vivo  ancora  nel  lucchese,  e  accostare.  E  se  mai, 
a  ogni  modo,  bisognerebbe  supporre  un  *prodare  per   appr-;  giacché    sa- 
rebbe  cosa   del   tutto   insolita  un    deverbale  spogliato   della   preposizione, 
con  cui  è  composto  il  verbo.  Dovremo  dunque,  per  la  seconda  proda,  pen- 
sare ad  altro  etimo.  (Espressivo  ci  pare  il  silenzio  del  Kòrting  s.  prora,  il 
quale  parla  solo  di  ptrora  in  senso  di  prua,  e  tace  affatto  dell'  altra  acce- 
zione). Sennonché  per  più  ragioni  par  che  ripugni  quello  germanico  pro- 
posto  dal  Diez;e   sopra   tutto   perché   il  vocabolo,  largamente   applicato 
all'agricoltura,  ha  i  caratteri  d'una  più  antica  tradizione  volgare.  Una  no- 
stra ipotesi,  che  presentiamo  timidamente,  potrà  essa  sembrare  troppo  ar- 
rischiata? Sarebbe  quella,  onde  s'immaginasse  un  *plora,  o  qualche  cosa 
di   simile,  da  n}.£VQd  lato,  costa,  che    dall'antico    linguaggio    marinaresco, 
così   ricco  di   grecismi,  passasse   poi  al   linguaggio   comune   e  si  fissasse 
specialmente  in  quello  dei  contadini.  E  dalla  stessa  base   potrebbe  esser 
piooa  porca  (spazio  tra  due  solchi;  v.  Petrocchi),  in  cui  r  fosse  estruso  per 
dissimilazione,  rimediandosi  poi  all'iato  con  v. 

*  L'are. ^JuZfiio,  rammentato  dal  Tramater,  sarebbe  un  bell'esempio  di  Si 
da  -GJ-  (cfr.  Suppl.  Arch.V  161),  ove  lo  potessimo  suffragare  con  qualche 
buona  autorità  di  scrittore.il  rispettivo  omeótropo  appar  nella  frase  'pren- 
dere il  jJM^^iio'  (v.  Petrocchi;  ^spuleiiare,  secondo  il  Davanzati  da  pula,  e 
che  lo  Zamb.  1010  vorrebbe  derivato  da  pìulce^. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  185 

piìppa  {clvAncch. pùppora  mammella),  v. qui  s. poppa,  con  assai 
ovvia  metafora  ^ 

quadra:  1.  are. quadrante;  2.  agg. fem.  di  'quadro'  (quadrato). 

—  1.  quadra[ns];  2.  quadru  -a.  Altro  esempio  d'omeotropia 
morfologica.  Ma  rimane  qualche  dubbio  che  possa  risultare  illu- 
soria, non  dovendosi  per  la  prima  accezione  escluder  del  tutto 
l'etimo  quadra  (agg.). 

racchetta:  1.  arnese  a  modo   di  mestola   oblunga  intessuto  di 
cordicine  per  giocare  alla  palla  ;  2.  sorta  di  razzo  da  artiglieria. 

—  1.  credo,  per  la  notevole  somiglianza  di  forma,  dall' equival. 
tacchetta,  dim.  di  tacca  (coscia),  v.  qui  s.v.  ^j  2.  dall' equival.  are. 


*  Nel  testo  dovrebbe  seguire:  putto,  1.  fanciullo,  ragazzo;  2.  are.  puttane- 
sco, vile.—  l.pùtus;  2.  pùtidu.  Cfr.  Diez  s.  v.  Sennonché  Tagg.  non  altro 
in  origine  dovè  essere  che  il  sost.  putta  in  senso  di  'meretrice',  adoperato 
come  apposizione  (cfr.  la  putta  paura  delle  Favole  d'Esopo  con  la  nostra 
jìaura  puttana,  ecc.).  E  circa  la  volgare  continuazione  in  ^^utto  dal  lat.  pii- 
tus,  la  quale  oggi  contestano  molti  (v.  Kòrt.  6497,  Scheler  s.  putain),  è  an- 
che questo  uno  dei  casi  in  cui  T  intima  verosimiglianza  del  fatto  s' impone 
malgrado  l'ostacolo  che  paja  suscitato  dalla  fonetica  (v.  del  resto  Ceci  Suppl. 
Arch.  VI  24-5).  Si  potrebbe  concedere  tutt'al  più  clie  la  voce  in  questione,  i 
cui  più  antichi  esempj  sono  del  GiambuUari,  venisse  alla  Toscana  dal  Veneto, 
dove  visse  di  florida  vita  fino  al  principio  forse  di  questo  secolo  (oggi  p)utelo 
•a,  ma.  puto  -a  il  Goldoni  'passim',  e  il  Patriarchi  1 1821]  tutt'ora  pmta).  I 
nostri  autori  del  Rinascimento  come  mai  avrebbero  avuto,  non  dico  la  me- 
ravigliosa virtù,  ma  pur  l'intenzione  di  far  risorgere  il  povero  "ma^  Isyóue- 
vov  di  Virgilio  (catal.  9,  2)?  Piuttosto  teniamo  conto  del  fatto,  che  col  man- 
tovano Virgilio,  dal  quale  ci  è  offerto  putus,  siamo  ben  presso  al  Veneto, 
cioè  al  paese  per  avventura  originario  di  codesta  parola!  E  pjuttana,  anzi- 
ché rispondere  a  *putidana  (cfr.  Groeber  Vulg.  substrato  s.  putidus),  non 
altro  sarà  che  j^w^fa,  ampliata  d'un  suffisso  peggiorativo  (cfv.  mammana, 
lomb.  vegiana,  ecc.). 

^  Da  tacchetta  si  potè  venir  facilmente  a  raccli-  per  un  fenomeno  di  dis- 
similazione sìnt-dtiìca.  (la-lacchetta,  poi  la-racch-);  mentre  mal  ci  sapremmo 
spiegare  il  passaggio  inverso.  E  rinunzio  all'etimo  reticlietta  proposto  dal 
Diez  (e  reticoletta  già  dal  Salvini,  v.  Annot.  alla  'Fiera',  3,  4,  4),  malgrado 
,1  reticulum  d'Ovidio,  che  è  proprio  racclietta  o  laccli-  (v.  Forcell.).  Vi  ri- 
nunzio, perchè  *retichetta  è,  dal  lato  morfologico,  assai  poco  probabile  (cfr. 
reticella  -icina;  e  dove  si  trovano  altri  derivati  col  doppio  suffisso  -ich- 
-eito  -al).  Ma  se  mai,  sarebbe  a  cagione  del  h  un  derivato  molto  tardivo; 
e  come  tale  non  avrebbe  alterato  la  sua  forma  per  modo  da  far  perdere 
ogni  sentore  della  sua  parentela  con  rete. 


186  Pieri, 

rocchetta  (v.  Tramater  s.  y.),  dimin.  di  rocca,  v.  II  s.  v.  (e  cfr.  il 
fvnc.fusée  'fuso  pieno'  e  'razzo'). 

/^ada:  1.  agg.  fem.  di  'rado'  (contr.  di  ^spesso')  ;  2.  insenatura 
davanti  ad  un  porto.  —  1.  raru  -a,  passato  r  in  ci  per  dissimi].  ; 
2.  mat.  rade,  v.  Diez  s.  v. 

radiare:  1.  are.  raggiare;  2.  dar  di  frego,  cassare.  —  1.  ra- 
diare ('radius');  2. recente  e  cancelleresco  deriv.  di  radere -ève^. 

raggerà:  1.  raggi  disposti  a  stella;  2.  are. treggèa  (v.  Fanf. ). 
—  l.*radiaria  ('radius');  2.  altra  probabile  alterazione  o  stor- 
piatura di  tragèmàta  tgay^iara,  ghiottornia,  v.  Diez  s.  treggea. 

ramacelo  ramarro  ramato,  v.  ramo. 

ramo:  1.  parte  dell'albero;  2.  are.  rame.  —  l.rfimus;  2.  a  e]  r  fi- 
rn e  n.  -  Qui  anche:  ramaccio  -etto,  1.  peggior. e  dimin.  di  'ramo'; 
2.pegg.  e  dira,  di  ^rame'.  Aggiungi:  ramato,  l.clie  ha  rami,  are. 
disteso  in  rami;  2.  fcitto  o  coperto  di  rame.  E  inoltre:  ramarro^ 
Lare,  chi  mantien  l'ordine  d'una  processione  (A^archi),  v.  FI.  Ili 
162-3;  2.  lucertolone,  cfr.Kòrt.  275,  Can.  Ili  310  (ma  potrebbe  que- 
sto nome  esser  tutt' uno  col  precedente,  come  inclina  a  credere 
il  Fleehia;  v.  al  luogo  cit.). 

ràncio:  1.  rancido,  vieto;  2.  aranciato,  che  ha  il  colore  dell'a- 
rancio ;  3.  are.  società  di  persone  per  desinare  ;  il  mangiare  dei 
soldati.  —  l.rancìdu;  2.  pers.  narang',  v.  Diez  s.  v.;  3.  spagn. 
rancho,  v.  Canello  III  323. 

ranno:  1. ramno  (un  frutice  spinoso  di  siepe);  2.  acqua  passata 
per  la  cenere.  —  l.rhamnus  ^«^itroc;  2.  et.  ignoto  ^. 

rapino:  l.rapa  selvatica;  foglie  mangerecce  di  rapa  (al  plur.); 
2.  rapinoso,  meschinamente  stizzoso.  —  1.  dim.  di  rapa;  2.  agg. 
da  rapina  (-ina,  il  rapir  via),  che  da  'rapidità'  e  'furia'  passò 
a  dire  anche  'rabbia'^. 


*  Altri  (v.  per  es.  ZambalcU  1042)  ne  fanno,  ma  a  torto,  una  cosa  stessa 
col  precedente. 

^  Per  alcuni  è  ancora  il  predetto  frutice,  che  avrebbe  avuto  parte  nella 
preparazione  del  bucato  (cfr.  Zamb.  1046);  ma  è,  per  quel  che  io  ne  so,  un'af- 
fermazione senza  storico  fondamento. 

^  Dovrebbe  venire  appresso:  rascigne  are,  1.  ragione;  2.  grossa  rascia  (pezza 
di  lana  pe' bambini).  —  l.ratione;  2.  accr.  di  rascia,  secondo  il  Mur.  dal 
paese   omon.  della   Slavonia,  v.  Die'/  s.  raso.  Sennonché   la  coincidenza   for- 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  187 

ratto:  1.  rapina,  rapimento,  are.  estasi,  pt.  rapito;  2.  rapido, 
scesa  rapida  d'una  corrente,  topo.  —  1.  raptus,  raptu  (prt.)  ;  2. 
rapìdu,  cfr.  Canello  III  330. 

razza:  1. raggio  della  ruota;  2. pesce  dei  selaci.  —  l.da  razzo 
radiu,  mutato  il  genere;  2.  raia,  v.  Kòrt.  6625  ('Nachtr.')^ 

razzajo  e  razzatura,  v.  razzare. 

razzare:  1.  are.  raggiare;  il  ricoprirsi  come  di  razzi,  che  è 
proprio  della  pelle  infiammata  (riti.)  ;  2.  rasentare,  pareggiare  po- 
tando o  tagliando.  —  1.  radiare  ('radius');  2.ras'are  da  rasu 
('radere')^.  Qui  anche:  razzajo,  1.  fabbricante  di  razzi;  2.  are. 
piccante  (agg.  di  'vino')^.  E  aggiungi:  razzatura,  1.  il  razzarsi 
della  pelle,  are.  venatura;  2.  potatura. 

reale:  1. regale,  da  re;  2.  esistente,  vero.  —  1.  regale  (^rex'); 
2.  *reale  ('res').  -  E  così:  realiìiente,  I.in  modo  da  re;  2.  ef- 
fettivamente. 

recente:  l.di  23oco  tempo  innanzi;  2.  prt.  di  'recere'  (vomitare). 
—  1.  recènte;  2.  récere  da  reicére,  v.  Diez  s.  v. 

recla  are.  :  2.  erede,  figliuolo  (anche  di  bestie  e  di  piante)  ;  2. 
carro  gallico  a  quattro  ruote.  —    l.haejrède;  2.  rhèda. 

regolo:  1.  arnese  per  rigare,  lista  di  legno  o  metallo  a  varj 
usi;  2.  re  di  minor  potenza,  are.  basilisco.  —  l.règìila,  mutato 
il  genere,  2.  règùlus  ('rex'). 

remdtico  are.:  1.  reumatico,  metaf.  fastidioso,  malagevole;  2. 
aromatico.  —  1.  rheumatìcu;  2.aromaticu. 

ì^émolo:  1. vortice,  mulinello  d'una  corrente  (Petrocchi);  2. spe- 
cie di  biada.  —  l.pare  estratto  dal  supposto  dìm.  remolino  tur- 
bine di  vento  (t.  marin.),  che  sarà  dall'equival.  nome  spagnuolo; 


male  io  reputo  qui  illusoria,  non  altro  sapendo  vedere  in  rascione  (o  me- 
glio rasgione)  se  non  una  imperfetta  grafia  di  ciò  che  è  e  dovè  esser  to- 
scanamente vagone.  Cfr.  qui  in  nota  s.  cascina. 

V 

*  Dovrebbe  sonare,  toscanamente,  *raggia  {al?,  maggio  ecc.).  Sarà  certo 
una  voce  di  fonia  e  provenienza  ligure;  v.Asc.  II  121. 

^  Circa  il  ii  da  a',  cfr.  per  ora  XIV  429. 

^  Cfr. raii^se  sorta  di  vino,  e  ra:!;ente  frizzante  (agg.  di  'vino'),  cioè  col 
noto  tralignamento  morfologico,  il  prt.  di  razzare  {ci?,  raschiare,  da  *rasi- 
culare,  v.  Diez  s.  rascar,  e  ad  ogni  modo  anche  Kòrt.  G672),  in  quanto  d'un 
vino  si  dica  'che  raschia  la  gola'. 


188  Pieri, 

cfr.  Diez  s.  mulino  ;  2.  materialm.  vi  quadrerebbe  rémùlus  pic- 
colo remo  (dalla  forma  del  gambo?);  ma  non  mi  soccorre  alcun 
parallelo  ideologico. 

renajo:  l.cava  direna,  luogo  tutto  rena;  2. scherz. le  reni.  — 
1  da  arena;  2.  da  renes  arnioni. 

repente:  1.  subitaneo,  improvviso;  2.  erto,  ripido.  —  1.  re- 
pènte; 2.  repènte^. 

resta  :  1.  arista  delle  biade,  are.  spina  del  pesce  ;  .2.  filza  d'agli 
0  cipolle,  arc.alzaja;  3. arc.il  restare,  posa;  ferro  a  cui  s'appoggia 
il  calcio  della  lancia.  —  1. arista;  2.rèstis;  S.sost.  da  restare 
-are.  Cfr.  Kort.  729,  6864  e  '67. 

ridolere:  1.  doler  di  nuovo;  2.  pt.  olezzare.  —  l.da  dolere 
-ère;  2.  re  dolere  ('oleo'). 

riferire:  1.  riportare;  2.  ferir  di  nuovo.  —  1.  referre,  con  ri- 
foggiamento  analogico;  2.  referire. 

rigare:  l.tii'ar  linee;  2.  bagnare,  annacquare.  —  l.da  riga, 
V.  qui  s.  rigo;  2.  rigare^. 

ingo:  l.riga;  2. are. rivo.  —  l.aat.riga,  v.Kòrt.6921;  2.rlvus. 

rima'.  1.  consonanza  di  parole  ne'  versi  per  identità  di  termina- 
zione; 2.  are.  fessura.  —  l.aat.  rim  fila,  serie,  numero,  cfr.  Kort. 
6927;  2.  rima. 

rinvitare,  v.  invitare. 

rio:  l.rivo,  ruscello;  2.pt.  reo,  cattivo,  are.  reità,  peccato.  — 
1.  rivus;  2.  reu. 

riso:  1.  il  ridere;  2.  pianta  delle  graminacee.  —  l.risus;  2. 
oryza  oQvi^a. 

rpbbia:  1.  specie  di  pianta  con  radice  colorifìca;  2.  are.  agg. 
rossa.  —  l.riibia;  2.  fem  di  rphbio  da  rùbeu.  Siamo  dunque 
all'identità  etimologica  e  alla  quasi  omeotropia  già  nel  Jatino. 

rpbbio:  l.marrobbio  (pianta  delle  labiate);  2. are.  rosso.  —  1. 
m a r] r fi  b i  um  ;  2.  r Ci  b e  u. 


*  Gfr.il  pìfit  ri  pire  arrampicarsi  (  v.  Fanf.  ),  dalT  equival.  répe  re  (v.  gli 
esempj  di  Cornelio  e  di  Livio  nel  Porcellini,  da  lui  non  bene  spiegati  con 
'andar  carpone'. 

'^  L'i  (e  non  e)  nelle  forme  rizotoniche  del  secondo  rigare,  perchè  o  fu 
'sentito'  come  identico  al  primo  (più  spesso  è  usato  per  le  lagrime,  che 
'solcano'  il  viso)  o  come  connesso  a  riao  =  rTvu. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  189 

rocchetfa:  1.  dim.  di  'ròcca'  (cittadella);  2.  dim.  di  'l'ócca'  (co- 
nocchia). —  l.*rocca  rupe,  d'ignota  origine,  v.  Kòrt. 6961;  2. 
aat.  ro celio,  v.  Diez  s.  v. 

rocchetto:  1. cilindretto  forato  di  legno  per  incannare;  2.  roc- 
cetto  (sopravveste  bianca  dei  preti).  —  1.  forse  dimin.  di  rocco 
torre  degli  scacchi,  =  pers.  rokh  cammello  con  sopra  gli  arcieri, 
V.  Diez  s.  V.  ^;  2.  dim.  dall' aat.  rocch  (o  mod.  roc^),  veste,  cfr. 
Kòrt.  6960. 

roccia:  1.  massa  minerale,  balza,  rupe;  2.  sudiciume,  peluria 
della  nocciuola  e  della  castagna.  —  l.*roccia,  d'ignota  ori- 
gine, V.  Kort.  6961  ;  2.  et.  ignoto. 

rogo:  1.  pira  accesa;  2.  are.  rogito.  —  l.rogus;  2.  sost.  da 
rogare  -are  (stipulare). 

ronzone:  1.  moscone;  2.  are.  cavallo  grande,  stallone.  —  1. 
sost.  da  ronzare  =  aat.  riìnazòn,  mat.  rùnzen,  v.  Diez  s.  v.  -;  2. 
conn.  a  ronzino  cavallo  da  vettura,  di  mal  certo  etimo,  cfr.  Kòrt. 
6987.  Ma  e'  è  il  caso  che  l'omeotropia  anche  qui  sia  imperfetta, 
giacche  l' are.  ronzone,  come  ronzino  e  rozza  brenna,  potè  in 
origine  avere  z  (sordo  ;  cfr.  il  prov.  e  frne.). 

rotta:  1.  prt.  spezzata,  infranta;  2.  direzione  della  nave  e  cam- 
mino percorso  da  essa.  —  1.  fem.  di  rotto  da  rùptu  ('rumpére'); 
2.  irne,  route  cammino,  da  rupta  (sott. 'via'),  cioè  traccia  fatta 
rompendo  la  selva  o  il  terreno,  v.  Scheler  s.  v.  L'omeotropia  dun- 
que, pur  in  questo  caso,  è  solo  apparente  o  seriore. 

rozza:  1.  agg.  ruvida,  greggia,  senz'arte;  2.  cavallo  vecchio, 
brenna.  —  1.  fem.  di  rozzo  da  *rudiu  ('rudis');  2.  forse  dal 
germ.  ross  eavallo.  Cfr.  Kòrt.  7014  e  6987. 

ruga  :  1.  solco  nella  pelle  del  viso,  are.  e  dial.  via  ;  2.  bruco  dei 
cavoli.. —  l.rùga;  2.  eruca. 


^  Resto  in  dubbio,  giacché  per  la  molta  somiglianza  di  forma  può  com- 
peter qui  rocca,  v.  qui  s.  rocchetta.  Dato  quest'etimo,  risulterebbe  meglio  la 
ragion  del  dimin.  (quasi  'piccola  rocca';  mentre  un  rocchetto  non  suole  es- 
ser più  piccolo  che  la  torre  degli  scacchi).  D'altra  parte  il  gen.  feminile 
par  favorevole  in  qualche  modo  all'  altro  etimo. 

*  Se  pur  non  è  onomatopeico.  A  ogni  modo,  per  lo  spgn.  ronzar  o  roznar 
mangiare  rumorosamente,  ivi  addotto  interrogando  dal  Diez,  si  potrà  pen- 
sare, ove  si  tenga  per  metatetica  la  prima  forma  e  l'altra  per  originaria, 
a  *rosinare  da  rosu  ('rodere');  c^ì:.  trascinare  ecc.  in  nota  s.  treno. 


190  Pieri, 

ruspo  are:  l.il  ruspare  (razzolare),  ciò  che  si  trova  ruspando 
(Caro);  2.  ruvido,  coniato  di  fresco.  —  l.sost.  da  ruspare  -are, 
Kort.  7043;  2.  forse  dall'aat.  ruspa n  esser  rigido,  v.  Diez  s.  v.  ^ 

saga:  1.  indovina,  strega;  2.  leggenda  nordica.  —  l.saga;  2. 
ted.  sage. 

sagena:  l.pt.  sorta  di  rete  grande;  2.  misura  lineare  russa 
(m.  1,  13).  —  1.  sagèna  (cayTJrt;) ;  2.russo  sazene. 

saggio:  l.il  saggiare,  piccola  parte  a  mostra  del  tutto,  prova; 
2.  savio,  sapiente.  —  l.exagium;  2.  prov.  e  fvnc.  satges  e  sage, 
da  *sabiu  ('sapiens'),  v.  Kòrt.  7149. 

sago:  1.  mantello  del  soldato  romano;  2.  pt.  presago.  —  l.sa- 
gum;  2.  sagù. 

saina:  l.volg.  saggina;  2.  are.  sorta  di  drappo  (v.  Fanf.).  —  1. 
saglna,  cibo  per  ingrassare,  cfr.  Suppl.  Arcli.A'  103;  2.  probabile 
dim.  di  saja  specie  di  pannolano,  dal  prov.  e  frnc.  saya  e  saie  = 
saga  (per  'sagum'),  v.  Groeber,  Vulg.  substrato  s.  v. 

sala:  1.  asse  congiungente  due  ruote  d'un  veicolo;  2.  specie  di 
pianta  palustre;  3.  stanza  più  grande  che  è  in  molte  case.  —  1. 
axale  ('axis'),  v.  Caix  st.  73  ;  2.  prob.  sali[x,  v.  Suppl.  Arch.V. 
103;  3.  aat.  sai  casa,:dimora. 

salacchino:  1.  piccola  salacca  (pesce  de' teleòstei )  ;  2.  lucch. 
colpo  dato  con  due  o  tre  dita  distese.  —  l.dim.  di  salacca,  d'et. 
incerto  ^;  2.  dim.  di  salacca,  lucch.  colpo,  percossa,  =  scilacca, 
cui  V. 

salamone  :  1 .  grosso  salame  ;  2.  salmone  (pesce)  ;  3.  saccentone, 
are.  Salomone.  —  l.da  *salamen  ('sai'),  cioè:  roba  salata,  os- 
servabile per  l'accezione  insolita  che  v'assume  il  suffisso  (cfr. 
Mey.-Lb.  Rom.  gramm.  II  485);  2.  salmone;  B.Salomone. 

sanalo,  -atore,  -atorio  :  1.  are.  senato,  ecc.;  2.  prt.  risanato,  ecc. 
—   l.sénatus,  ecc.;  2.  sanfitu,  ecc. 


*  Escludo,  e  se  no  dovrebbe  precedere  nella  serie,  ruspa  (lo  st.  che  -o), 
sost.  da  ruspare,  di  cui  resto  incerto  se  sia  tutt'  uno  con  ruspa,  sorta  di 
veicolo  in  forma  di  pattumiera  per  trasportar  la  terra  nei  campi  (v.  Pe- 
trocchi). 

-  Lo  Zamb.  1092  pone  a  base  salacaccabia,  pesci  salati;  ma  non  so 
bene  quanti  vorranno  assentirgli.  A  ogni  modo  essendo  la  salacca  a  noi  nota 
sopra  tutto  come  pesce  in  salamoja  che  ci  viene  di  fuori,  non  sarebbe  forse 
assurdo  il  postulare  un  *salaca  ('sai');  cfr.  Diez  gramm.  IP  305-G. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  191 

sàndalo:  1.  sorta  di  calzare  e  di  barca;  2.  specie  di  pianta  asia- 
tica. —  1.  (fdvóalov  (e  •d?uov,  1.  sandalium);  2.  carra/lor,  del  cui 
VT  troviamo  qui  rispecchiata  una  pronunzia  neogreca.  E  v,  Diez  s.  v. 

sanza:  1.  ciò  che  resta  delle  ulive  dopo  il  primo  olio  (lucch. 
noccioli  infranti  delle  ulive  a  uso  di  combustibile),  pellicina  delle 
castagne  secche;  2.  are.  senza.  —  l.sampsa;  2.  ab]  senti  a,  cfr. 
Diez  s.  V.,  dove  l' alterazione  della  tonica  si  deve  ripetere  dalla 
'semiproclisia'. 

sapone:  1.  composto  d'olio  e  sostanze  alcaline  per  nettare  ed 
altri  usi;  2. iron.o  scherz.  sapientone.  —  1.  sapone;  2. sost.da  sa- 
pere -ère. 

salirò:  l.noto  dio  boschereccio;  2.  are.  scrittor  di  satire.  —  1. 
satyrus  (jdxvqog)  2.  'nomen  agentis  '  da  satira. 

sballare:  1. aprire  e  disfar  le  balle,  metaf. raccontare  (frottole); 
2.  cessar  di  ballare  (Malm.Vl,  63)^.  —  1.  da  balla;  2.  da  ballare. 
Voci  ambedue  d'etimo  incerto.  E  mancherebbe  ogni  omeotropia, 
se  il  verbo  qui,  come  vuole  il  Diez,  derivasse  dal  nome.  Cfr.  Kort. 
1013. 

sbarro  slvc:  1.  sbarra;  2. frastuono,  rumore  (o  dimostrazione? 
V.  Tram.)  -.  —  l.da  una  rad.  barr,  oscura,  v.  Kort.  1062,  Guar- 
NERio  Rom.  XX  58-60;  2.  donde? 

sberciare:  l.far  versi  di  spregio,  canzonando  o  beifando  ;  ber- 
ciare (gridare  o  cantare  sguajatamente);  2.  are.  fallire  il  colpo 
al  bersaglio.  — •  1.  prob.  *  versiare  (da  versus,  sost.),  cfr.  Pa- 
rodi Rom.  XXVIl  221;  et.  incerto,  e  cfr.  Kort.  1127. 

sbiadato  are:  1.  sbiadito;  2.  tenuto  senza  biada  (in  senso  equi- 
voco). —  l.prt.-agg.  di  sbiadare,  propr.  'divenir  biado'  (azzurro 
chiaro,  germ.  blaw,  v.  Kort.  1249;  civ.  sbiancare  divenir  bian- 
chiccio), poi  'scolorire';  2.  prt.-agg.  di  *sbiadare  da  biada,  prob. 
=  celt.  blawd,  v.  Kort.  35,  cfr.  XII  154  s.  biauda. 

scagliare:  1.  levar  le  scaglie  (ai  pesci),  gettare  con  forza  ^,  di- 


*  Da  questo  secondo  sign.  sarà,  sballare  perdere  al  giuoco  e  restarne  escluso 
per  aver  ecceduto  un  certo  numero  di  punti,  e  anche  :  morire  (per  cui  in 
qualche  classico  deve  pure  occorrer  la  frase  'uscire  del  ballo"). 

^  Par  che  si  trovi  solo  una  volta  in  Franco  Sacchetti  (Batt.  Vch.2,50). 

^  Al  quale  sign.  si  venne  da  quello,  che  è  ovvio  il  supporre,  di  'tirare  la 
scaglia'  (con  cannone);  cl'v.  lanciare  e  i  acuì  are. 


192  Pieri, 

sincagliare  ^  ;  2.  contr.  di  'accagliare'^.  —  1.  da  scaglia,  germ 
skalja,  V.  Kòrt.  7512;  2.  da  cagliare^  cioè  coagulare. 

■"scaglione:  1. grosso  scalino,  are. scalino;  2. specie  di  pesce  d'ac- 
qua dolce  (Ariosto),  dente  canino  del  cavallo.  —  l.*scal-ione 
('scala'),  cfr.il  ivc.  èchelon  scalino  (e  il  suff.  potè  avere  in  ori- 
gine anche  per  noi  un  sign.  diminutivo  ;  cfr.  Suppl.  Arch.V  238  n)  ; 
2.  da  scaglia,  v.  scagliare. 

scannello:  1.  are.  piccolo  scanno;  specie  di  scrivania,  rialzo 
per  distanzare  le  corde  dalla  tavola  armonica  ;  2.  taglio  di  carne 
nel  culaccio  pr.  la  coscia.  —  1.  scamnéllum;  2.  forse  às^  scan- 
nellato ('canna'),  in  quanto  si  potè  riferire  ai  forti  rilievi  de'  mu- 
scoli nella  coscia  (cfi*.  girello)  ^. 

scassare:  1. levar  dalla  cassa;  2. cancellare,  fare  un  divelto.  — 
l.da  capsa;  2. da  *excassare  ('cassu'),  v.  Suppl.  Arch.V  165*. 

scedone  are:  1. figura  grottesca  di  mensola  o  capitello;  2. schi- 
dione (Sacch.).  —  l.è  il  'nomen  agentis'  formato  da  sceda  smor- 
fia, beifa,  quasi  '  buffone  '  '^  ;  2.  da  ^spedone,  accresc.  di  spiedo  = 


*  In  quest'accezione  fa  formato  su  incagliare  dare  in  secco,  il  quale  alla 
sua  volta  è  da  scagliare  gettare,  interpretato  s  come  privativo,  v  Zamb.  1203 
{qìi\  invitare  e  svitare  da  vite,  ecc.).  L'equivalente  spgn.  encallar  dovè  es- 
sere importato  d'Italia. 

^  Cioè  'sciogliere',  e  si  dice  dell'olio  rappreso  per  freddo.  E  verbo  lucch. 
e,  credo,  d'altri  dialetti  toscani,  degno  d'essere  accolto  nei  Dizionarj,  come 
più  determinato  e  preciso  di  'sciogliere'. 

^  E  scannello  pezzo  di  legno  sopra  e  sotto  la  sala  d'un  veicolo?  Non  lo 
conosco  abbastanza  per  giudicar  di  sicuro  se  debba  andare  col  primo  o  col 
secondo  termine,  ma  crederei  con  quest'ultimo  (cfr.  ancora  girello). 

*  Si  potrà  far  questione,  se  scassare  per  'aprire  sforzando  a  scopo  di 
furto'  spetti  alla  prima  base  o  non  piuttosto  alla  seconda,  come  io  inclino' 
a  credere  (v.  invece  Zamb.  227,  al  quale  non  par  che  sconvenga  l'origine  da 
capsa  nemmeno  in  senso  di  'dissodare').  Giacché  da  'ridurre  a  niente'  si 
potè  venir  senza  fatica  così  a  'toglier  via,  far  piazza  pulita',  come  ad  'ab- 
battere, aprire  con  la  violenza'.  Se  ciò  non  fosse,  s'avrebbe  anche:  scasso,  1. 
lo  sforzare  una  serratura;  2.  terreno  diveltato. 

^  Credo  esser  codesta  voce  una  cosa  sola  con  l'omofona,  che  disse  'ab- 
bozzo di  scrittura,  o  di  disegno  da  riprodurre  in  grande'  (v.  Fanf.),  da  schè- 
da, cfr.  Can.  Ili  373.  Significò  in  origine  'il  contraffare  gli  atti  e  il  parlare 
altrui',  dunque  'un  abbozzo  di  ritratto',  e  insieme  'un  farla  caricatura", 
onde  'beffa'. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  ]93 

gemi,  spit-,  V.  Kort.  7688  (ma  dal  lato  fonetico  par  più  che  altro 
una  storpiatura). 

scempiare,  v.  scempio. 

scenipio:  1.  contr.  di  'doppio',  scimunito,  are.  privo;  2.  strage, 
rovina.  —  1.  *simplu  (per  'simplex')  ;  2.  exémplum,  v.  Can.  Ili 
365.  -  Qui  anche:  scempiare,  1.  sdoppiare;  2.  are.  fare  scempio. 

scernire  are.:  1.  seernere;  2.  schernire  (Pass.).  —  l.dijscer- 
nére;  2.aat.  skèrnòn  (e  cfr. l'ani  frne.  eschernir),  v.  Kort.  7527. 

schifo:  1.  canotto,  palischermo;  2,  ripugnanza,  nausea;  schifoso. 
—  1.  aat.  skif  nave;  2. sost.  (poi  anche  agg.)  da  schifare,  germ. 
skiuhan  temere  ^.  Cfr.  Diez  s.  vv. 

sciai  p  ne  :  l.che  sciala,  dissipatore;  2.  lucch.  ascialone.  —  1. 
sost.  da  scialare  (in  primo  luogo:  'esalare,  sfogare',  are.),  cioè 
exhalare,  efr.  Diez  s.  v.;  2.  probabilm.  da  *axale  ('axis'),  v. 
Caix  st.  73. 

sciarrata:  l.volg.  sciarada  (Fanf);  2. contesa  in  pubblico,  mil- 
lanteria, —  l.alteraz.  di  sciarada,  che  è  il  irne,  charade,  d'et. 
incerto,  v.  Kòrt.  1647  e  Scheler  s.  v.  ;  2.  eonn.  a  sciarra  -are  (v. 
il  Diz.it.),  d'incerta  origine  (ma  pur  v.  Diez  s.  v.). 

scilacca:  1.  percossa  con  frusta,  correggia,  o  altro;  2.  scherz. 
sciabola  (v.  Petrocchi).  —  1.  probabilm.  dall'aat.  si ae  colpo,  per- 
cossa, V.  Caix  st.  150-1;  2.  da  salacca  (pesce),  per  iscambio  con 
questa  voce  ;  v.  la  nota  ^. 

Scilla:  1.  pianta  delle  gigliacee;  2.  Scilla,  mostro  marino  e  sco- 
glio della  Calabria.  —  l.scilla;  2.  Scylla  2xvXla. 

scoglio:  1.  masso  eminente  dall'acqua  o  sporgente  dalla  ripa; 
2.  are.  spoglia  della  serpe,  ecc.  ;  pellicina  della  nocciuola  (Petroc- 
chi). —  l.scopùlus;  2.  spolium,  V.  Can.  Ili  380  ^. 


*  Notevole  nell'agg.  il  doppio  sigli,  qualitativo  e  causativo  ('che  ha  ripu- 
gnanza, schivo,  ritroso,  ecc.';  e  'tale  da  far  ripugnanza,  lercio,  ecc.'). 

^  Poiché  in  salacca  erano  riunite  le  tre  accezioni:  'specie  di  pesce',  'scia- 
bola' (met.), 'colpo,  percossa' (v.salacchino),  dovè  il  quasi  omofono  scilacca, 
che  aveva  legittimamente  quest'ultimo  significato,  assumere  anche  quello 
di  'sciabola'.  E  scilacca,  colpo,  sarà  da  *silacca,  con  epentesi  d'i  per  rime- 
diare al  nesso  si,  anziché  à" a  (com'è  in  salacca). 

^  Il  Parodi  (ÌMiscell.  Rossi-Teiss',  Bergamo  1897)  in  scoglio  della  serpe  e 
scoglio  della  nocciuola  vede  duo  voci  distinte,  ch'egli  trae  rispettivani.  da 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  13 


194  Pieri, 

scollare:  l.contr.  di  'incollare';  2. contr.  di  'accollare'.  —  1. 
da  colla  xóXXa;  2.  da  colluin.  -  Qui  anche:  scollatura,  cosi  da 
*  colla',  come  da  'collo'. 

scoppiare:  1. scomporre  la  coppia;  2.  risonare  esplodendo,  erom- 
pere, spaccarsi.  —  l.da  coppia^  cioè  copula;  2.  da  stloppus 
suono  di  percossa  che  uno  si  dia  sulle  guance  gonfiate. 

scotta:  l.il  siero  che  resta  dopo  la  ricotta;  2.  corda  ai  piedi 
della  vela;  3.  sen.  gazza.  —  1.  dall'aat.  scotto,  sec.il  Caix  st. 
152^;  2.  dal  md.  fiamm.  scote  {^i\i.  imo,,  escote),  v.  Mackel  171; 
3.  et.  oscuro, 

scotto  :  1. conto  dell'oste,  prezzo,  fio;  2.  scottino  (specie  di  stoffa). 
—  l.mlat.  scotum,  d'or. germanica,  cfr.Diez  s.v.;  2.prob.  è  l'agg. 
scotto  scozzese  (il  Fanf.  vi  sospetta  Anescoi). 

sego:  l.sevo;  2.  are.  seco  (Dante,  fuor  di  rima).  —  l.sèbum; 
2.  sècum. 

sena:  1.  specie  di  pianta  medicinale;  2.  il  doppio  sei  (a' dadi  e 
al  domino).  —  l.ar.  sena;  2.  sèna,  da  sènu  agg.  distributivo 
('sex'). 

sermone:  1. discorso;  2.  volg.  salmone.  —  1.  sermone;  2.  sal- 
mone. 


culleus  e  dal  "primitivo  del  dimin.  lat.  culiola  cortices  nucura  viridium'. 
Sennonché  quest'ultimo  (che  si  deve  legger  cu  11  io  la,  v.  Georges)  è  ve- 
ramente il  plur.  d'un  dim.  neutro  di  culleus;  e  perciò  abbiamo  qui  sempre 
la  stessa  base!  Ma  poi,  domanderò  anche  qui,  una  ragione  d'intima  vero- 
simiglianza non  ci  dovrà  persuader  che  spolium  e  scoglio,  come  son  per 
significato,  cosi  siano  identici  per  materia?  Del  resto,  credo  si  debba  an- 
dare adagio  a  escluder  del  tutto  l'it.  sk  da  sp,  cioè  il  ragguaglio  proposto 
dal  Canello  al  luogo  cit.  Un  altro  sicuro  esempio,  di  base  non  latina  ma 
molto  antica,  ne  sarà  intanto  :  schidione  spiede,  con  metat.  dello  j  da  *schie- 
done,  ali.  a  spiedone  grosso  spiede  (cfr.  qui  s.  scedone);  due  allòtropi  che 
il  Canello  ben  avrebbe  potuto  aggiungere  al  suo  Elenco.  [Qui  c'è  però  ve- 
ramente SKJ  da  spj.  ] 

*  Ma  potrà  pur  sorgere  qualche  dubbio  su  tale  origine,  anche  tenuto  conto 
della  qualità  del  vocabolo;  giacché  i  Germani  scesi  in  Italia  non  furon  de- 
diti certo  alla  pastorizia.  E  io  dunque  domanderò  se,  come  ricotta  è  'la 
parte  del  latte  due  volte  cotta'  (una  seconda,  levato  il  cacio),  cosi  scotta 
non  sia  per  avventura  'la  parte  del  latte  non  cotta  (non  rappresa)',  che  ri- 
mane da  ultimo  nella  caldaja.  E  avremmo  allora  il  fem. sostantivato  d'un 
a.^^.  scotto  non  cotto  (aie.  scondito,  ecc  ). 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  195 

serra'.  1.  luogo  stretto  e  chiuso,  riparo;  S.arc.sega.  —  l.""'sè  r 
ra  (per  séra  stanga  da  chiudere,  serratura);  2.  sèrra. 

serraglio:  1. luogo  ove  son  rinchiuse  le  fiere,  are.  asserraglia- 
mento;  2.  palazzo  del  Sultano.  —  1.  *  serra  ciilu,  di  cui  potrà 
la  voce  italiana  ricalcare  i  succedanei  francesi,  cfr.  D'Ov.  XIII 
424;  2.  pers.-turco  serai  palazzo,  cfr.  Diez  s.  serrare. 

sgombro:  I.sgombramento,  sgombrato;  2. specie  di  pesce.  —  1. 
sost.  e  prt.  tronco  da  sgombrare  -=  *excLimulare,  cfr.  Diez  s.  col- 
mo; 2.  scomber  (^xófxfiQog. 

sima:  l.gola  de' membri  architettonici;  2.  are.  scimmia  (Fanf.). 
—  1.  sima  ;  2.  slmia. 

smeriglio:  1.  specie  di  minerale;  2.  sp.  di  falco  e  di  pesce,  are. 
piccolo  cannone  (ch\  ìt.  falconetto).  —  1.  *  smirllium,  da  smy- 
ris  (^[.ivQLg,  cfr.  Diez  s.  v.  ;  2.  et.  ignoto  ^ 

smerlo:  Lio  smerlare,  ricamo  al  lembo  d'una  stoffa;  2.  spe- 
cie di  falco.  —  1.  sost.  da  smerlare,  che  è  per  metaf.  da  merlo 
rialto  di  muro  (v.  qui  s.  v  )  ;  2.  et.  incerto  (v.  qui  in  nota  s.  sme- 
riglio). 

soda:  l.agg.  dura,  compatta;  2. ossido  di  sodio.  —  l.femin.  di 
sodo  da  solidu;  2.  possibile  fem.di  *salidu  ('sai').  Cfr.  Kort. 
7593  2. 

soja  are:  I.seta;  2.  adulazione  con  beffli.  —   l.fvnc.  soie,  da 


*  Non  par  che  il  secondo  smeriglio  sia  separabile  da  smerlo,  giacché  am- 
bedue i  nomi  spettano  del  pari  allo  'Aesalon  Regulus'  o  'smeriglio'  pro- 
priam.  detto  e  allo  'Accipiter  Nisus'  o  'sparviere'  (v.  Giglioli,  Avif.  it.  258 
e  '63).  Rispetto  a  smerlo,  il  Zamb.  778  ne  fa  tutt'uno  col  merlo  (per  la  pro- 
stesi, (ìii\\t.  smergo  da  mérgus);  ma  è  meraviglia  che  tra  i  molti  nomi  vol- 
gari dello  'smerlo'  o  'smeriglio',  che  il  Giglioli  adduce  da  tutta  l'Italia,  nes- 
suno ci  se  n'offra  il  quale  abbia  che  fare  col  '  merlo  '.  D'altra  parte,  per  l'e- 
timo della  voce  in  questione,  poco  ci  sarà  da  contare  su  smaris  fffz«QÌg,  pic- 
colo pesce  littoraneo  rammentato  da  Ovidio  e  da  Plinio,  non  parendo  che 
possa  questo  corrispondere  allo  smeriglio  (pesce  vorace;  il  quale  non  sarà 
in  realtà  che  un  'falco  o  sparviero  di  mare',  con  la  solita  traslazione  d'un 
nome  d'animale  terrestre  od  aereo  a  uno  acquatico,  cfr.  Varr.  1. 1.  IV,  12). 
Dal  lato  morfologico  risulterebbe  bensì  perfetta  la  coincidenza  de'  due  'sme- 
rigli', avendo  'smyris'  e  'smaris'  ugualmente  un  tema  in  -i  d. 

Si  dovrebbe  tralasciar  questa  coppia,  se  a  solidu  rivenisse  anche  soda 
sost.  (cfr.  Diez  s.  v.). 


196  Pieri, 

saeta  pelo,  setola;  2.  sost.  da  sojare,  che  è  forse  il  got.  sùthjòn 
solleticare.  Cfr.  Kort.  7070  e  7979. 

solare:  1.  spettante  al  sole;  2. are.  solaio.  —  1.  solare  ('sol'); 
2.  solarium,  con  suff.  mutato  ^. 

soletta:  1.  agg.  sola;  2.  parte  inferiore  della  calza.  —  1.  fem. 
di  soletto,  d-à  sOlu;  2.  dim.  di  suola  solea. 

sosta:  1.  il  sostare,  posa;  are.  scotta  (fune  della  vela);  2.  are. 
appetito  intenso.  —  1.  sost.  da  sostare  sùbstare,  v.  Diez  s.  v.  2; 
2.  et.  oscuro. 

spadone:  1.  spada  grande;  2.pt.eunuco.  —  l.accresc.di  spada, 
cioè  spatha  (c/raOt;),  v.  Diez  s.  v.;  2.  spadone. 

spago:  l.filo  rinterzato,  cordino;  2.volg. paura.  —  1. et. oscuro, 
cfr. Kort. 7639  (anche  'Nachtr.');  2. forse  pavor,  con  .?  intensivo, 
V.  Caix  st.  37-8  ^. 

spalare:  1.  levar  via  con  la  pala  ;  2.  levar  via  i  pali.  —  1.  da 
pala;  2.  da  palus. 

spallarsi:  1.  guastarsi  le  spalle;  2.  contr.  di  'impallarsi'  (al  bi- 
liardo). —  1.  da  spalla  spatùla;  2.  da  palla,  v.  Kòrt.  1013.  - 
Qui  anche:  spallato,  1.  rovinato  nelle  spalle;  2.  contr.  di  'impal- 
iate '  (al  bil.). 

spallato,  V.  spallarsi. 

spaì^are:  1.  fendere  il  ventre;  2.  contr.  di  'parare'  (=ornare  con 


^  L'omeotropia  non  sarebbe  qui  morfologica,  ma  veramente  etimologica, 
se  solum  potesse  vantare  qualche  diritto  su  solarium.  Né  a  questa  pre- 
sunzione osta  in  alcun  modo  la  misura  de'  due  versi  plautini,  in  cui  oc- 
corre solarium  per  'altana'  o  'solajo'  (Mil.  glor.  340  e '78). 

2  In  quanto  designi  la  fune  nautica  deriverà  da  sostare  con  sign.  che  si 
presume  causativo  (  =  far  sostare,  e  cfr.  retinaculum  per  'gomena').  Ma 
sarebbe  seducente,  per  la  figura  nominativale  di  participio  che  ne  risulte- 
rebbe: substans  (sott. 'rudens'  ecc.),  cit. pregna  da  praegnans;  e  ben 
s'adatterebbe  alla  scotta  il  nome  di  'fune  che  sta  sotto'  (cioè:  agli  angoli 
della  vela  inferiori). 

^  Il  Mey-Lb.,  It.  gruram.  176,  vi  riconosce  francamente  il  sost.  di  spagarCy 
ch'egli  riporta  ad  *expacare.  Ma  dove  e  quando  ha  mai  esistito  codesto 
verbo?..  E  qui  avvertirò  che  spago,  paura,  ignoto  alla  lingua  letteraria, 
nel  toscano  cora.  è  un  neologismo,  forse  livornese  d'origine  (cfr.  Fanf.  u.  t). 
Che  si  tratti  d'un  traslato 'gergale'  della  preced.  voce?  Ma  bisognerebbe 
vedere  per  qual  trafila...,  ed  è  forse  bello  che  si  tronchi  il  discorso! 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  197 

parati),  scaricare  (detto  d'armi  da  fuoco).  —  1.  credo,  da  sepa- 
rare -are,  con  ettlissi  della  vocal  protonica;  2.  priv. .?  o  ex  e  pa- 
rare -are. 

sparto:  1.  sparso;  2.  specie  di  giunco  marino.  —  1.  sparsu 
(part.  di  'spargere'),  con  alterazione  morfologica;  2.  spartum 

spera:  1.  sfera;  2.  are.  speranza.  —  l,*spaera  dcpaìga  (cfr. 
spaerita,  Georges);  2. sost.da  sperare  -2ive.  -  Qui  anche:  spero 
are,  in  ambedue  le  accezioni.  E  aggiungi:  sperare,  1.  guardare 
attraverso  la  luce,  far  trasparire  una  cosa  di  contro  al  sole  ;  2. 
avere  speranza. 

sperare  e  spero,  v.  spera. 

spòrgere:  1. dispergere;  2.  are.  aspergere.  —  1.  dijspérgére; 
2.  adjspérgère  ^. 

spingere:  1.  are.  sdipingere,  lucch.  (mt.)  spengere;  2.  mandare 
innanzi  con  forza.  —  l.expìngére  (pingo);  2.  *exp-  ('pango'). 
Cfr.Diez  s.  spegnere  e  spign-.  Avremo  dunque  omeotropia  già  nelle 
basi  latine.  E  cfr.  qui  s.  pingere. 

sporcare:  1.  insudiciare,  imbrattare  ;  2.  ridurre  a  porche  un 
campo-,  —  l.spùrcare  ('spurcus');  2.  da  porca,  spazio  che  è 
tra  due  solchi  (cfr.  qui  s.  porca)  ^ 

squilla:  1.  campana,  -anello;  2.  specie  di  cipolla  e  di  gambero. 
—  1.  aat.  skilla,  v.  Diez  s.  v.  ;  2.  squilla. 

squillo:  1.  are.  campana;  lo  squillare  d'uno  strumento;  2.  are. 


*  Secondo  lo  Zamb.  967  e  1195  dovrebbe  seguire  a  questa  coppia:  spic- 
care, 1. staccare;  2. risaltare,  che  egli  deduce,  nel  secondo  significato,  da  s pi- 
care ('spica');  ma  si  tratterà  sempre,  in  realtà,  dello  stesso  verbo.  Da  'se- 
parare' a  'dar  risalto'  e  'mettere  in  evidenza'  il  trapasso  è  affatto  ovvio  e 
soprabbondano  gli  esempj;  cfr.  lo  stesso  staccare  ('la  figura  di  questo  qua- 
dro stocca  molto  bene",  ecc.),  in  quello  stesso  uso  di  'riflessivo  ellittico'  (= 
staccarsi),  che  pur  è  appunto  di  spiccare  per  'risaltare'. 

^  Così  credo  che  s'abbia  a  intendere  la  'terra  sporcata'  che  è  in  Stat.  Liz- 
zanese  (v.  Fanf.).  Ivi  in  effetto  si  legge  'terra  a  seme  sporcata',  che  sarà: 
'terreno  per  la  sementa  lavorato  a  porche'. 

^  Secondo  il  Zamb.  1016  dovrebbe  seguire:  sputato,  1.  prt.  di  'sputare'; 
2.  agg.  intensivo  di  'nato'  o  'pretto'.  —  l.spùtatu,  da  -are  ('spuère');  2. 
exputatu,  da  -are  ripulire  tagliando.  Ma  devono  esser  tutt' uno. 


198  Pieri, 

spillo  (della  botte;  Davanz.)  —  ì.v.  qui  s. squilla^;  2.  splculum, 
V.  Can.  Ili  354  (cfr.il  ìucch.  sbig orare  spillare,  XII  123-4). 

stddico  are:  1.  ostaggio;  2.  prefetto  del  criminale.  —  l.pare 
*hostaticum  ('hostis'),  v.  Forster,  Zeitschr.  Ili  261  2;  2.  donde? 

staggio  :  1 .  bastone  di  sostegno,  regolo  ;  2.  are.  abitazione,  di- 
mora; 3.  are.  ostaggio.  —  I.  stadi um,  v.  Asc.  I  52-3  n  ^;  2.  ant. 
frnc.  estage,  ecc.  =  *statiCLim  ('stare');  3.  cfr.  qui  s.  stadico. 

stagnare,  v.  stagno. 

stagno:  I.  bacino  d'acqua  stagnante;  2.  uno  de' corpi  indecom- 
posti. —  L'oraeotropia  già  in  latino:  stagnum  (nel  secondo 
sign.  è  ^  stannum  del  lat. classico);  cfr.  Forcell.  e  Georges.  -  Qui 
anche:  stagnare,  I.il  fermarsi  d'un  liquido,  ristagnare;  2.  co- 
prire 0  accomodar  con  lo  stagno  (metallo). 

stambecco  :  1. specie  di  capra  selvatica;  2.  are.  zambecco  (sorta 
di  nave).  —  I.  aat.stainboc  (mod.  steinbock),  la  cui  tonica  fu 
qui  alterata  per  infl.  di  becco  capro;  2.  et.  oscuro,  cfr.  Kort.  7219. 

stante:  1.  che  sta;  2.  volg.  istante,  momento;  3. are.  servo  del- 
l'ospedale (v.Fanf.).  —  1.  stante;  2.  instante  (sott.  'tempore'); 
3.  adstante.  Cfr.  qui  s.  istante. 

stelletta:  1.  piccola  stella;  2.  interlinea  (t.  tipogr.).  —  I.  dim. 
di  stella;  2.  da  ajstelletta  -ieella  (da  hasta),  v.  Zamb.  82. 

sterzare:  1. dividere  a  proporzione  (propr.  'in  tre  parti');  2.  il 
voltare  d'un  veicolo  sul  suo'sterzo.  —  1.  da  terzo  tértiu;  2. 


*  Ma  nella  seconda  accezione,  se  non  pur  nella  prima,  sarà  piuttosto  un 
deverbale. 

^  Confesso  che  tengo  quest'etimo  per  assai  preferibile.  Se  statico  fosse 
*obsidaticum,  come  poneva  il  Diez,  si  dovrebbe  qualche  volta  incontrare 
anche  la  forma  senza  ettlissi  (g(v.  setaccio  ali.  a  staccio);  e  se  procedesse  da 
^hospitaticum  (cfr  Kòrt.  4011),  a  tacer  del  trapasso  ideale  non  tanto  fa- 
cile, bisognerebbe  supporre  una  derivazione  'mediata'  da  oste,  giacché  n'a- 
vremmo altrimenti  *spedatico  ecc.  (  c(v.  spedale  ecc.). 

^  Siccome  non  posso,  per  la  qualità  del  sign  e  per  altro,  riconoscere  un 
gallicismo  in  questo  primo  termine  e  farne  tutt'uno  col  secondo,  e  d'altra 
parte  la  fonetica  a  parer  mio  osta  ad  una  diretta  originazione  da  ^stati- 
cum  (v.  ili  contrario  il  Kort.  7750);  così  m'attengo  senza  esitare  all'etimo 
dell'Ascoli,  che  quadra  benissimo,  se  non  erro,  anche  per  la  parte  ideale 
(v.al  luogo  cit.). 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  199 

da  stijrzo  ordigno  su  cui  gira  il  timone,  =  ted.  5/e;':r  stiva  (ma- 
nico dell'aratro). 

stipa:  l.nome  d'alcuni  arbusti  (v.  Targ.-Tozz.),  arbusti  secchi 
da  ardere,  are.  stoppia;  2.  are.  mucchio  o  moltitudine  di  cose  sti- 
pate. —  l.da  stlpes,  in  quanto  vale  'ramo',  e  'verghetta  o  ca- 
lamo' (cfr.  Forcell.  );  e  avremo  anche  qui  continuato  il  nomin. 
d'un  imparisillabo  (cfr.  Zamb.  1221;  e  in  contrario,  v. Kòrt.  7776) ; 
2.  sost.  da  stipare  -are.  -  Qui  anche:  stipare^  1.  tagliar  via  la 
stipa  ;  2.  ammucchiare,  addensare. 

stica:  1.  manico  dell'aratro;  2. fondo  della  nave  per  la  zavorra 
ed  il  carico,  are.  afìfollamento,  calca  (Cecchi).  —  l.stlva^;  2. 
sost.  da  stioare  stip-  (cfr.  Can.  Ili  376),  voce  ch'io  credo  non  to- 
scana, e  potrà  esser  ligure  (cfr.  XIV  432  n). 

stizzare:  1.  lucch.  smoccolare  {civ.  stizza  moccolaja,  cnt.  ;  Pe- 
trocchi); 2.  are.  stizzire.  —  1.  da  tizzo,  cioè  titio,  tratto  a  deno- 
tare il  'fungo  del  lume';  2.  da  stizza,  nom.e  derivato  a  sua  volta 
dal  precedente,  v.  Can.  III  404.  L'omeotropia  pertanto  non  è  nem- 
meno qui  originaria. 

stomàtico:  I.  agg.  di  rimedio  a  malattia  della  bocca;  2.  agg.  di 
cosa  confortante  lo  stomaco.  —  1.  stomatlcu  (cró^ua  bocca);  2. 
è  Vare,  stomachico  ('stomachus'),  con  i  da  e  per  dissimil. 

stornello,  v.  storno. 

storno:  I. specie  d'uccelletto,  agg.  di  ^cavallo'  che  ha  il  pelo 
bianco  e  nero  (metaf.);  2.1o  stornare  (deviare).  —  l.stùrnus; 
2.  contr.  di  tornare,  in  quanto  disse  'tener  la  via'  o  'andare'  ad 
un  luogo,  da  tòrnus  tornio,  cfr.  Kort.  8247.  -  Qui  anche:  stor- 
nello, I.dim.  di  'storno'  nelle  due  prime  accezioni;  2.  are.  palèo. 

strapazzo:  Lio  strapazzare  o  -azzarsi;  2.  pazzissimo.  —  1. 
sost.  da  strapazzare,  che  prob.  è  da  strappare  (v,  Caix  st.  43)  ^  ; 
2.  stra-  extra-  e  pazzo,  voce  d'origine  oscura  (cfr.  Zamb.  923). 


*  Non  vedo  in  qiial  maniera  si  possa  parlare  del  termine  italiano  come 
d'un  'Lìhnwort'  (v.  Groeber,  Viilg.  substrato  s.  v.).  Se  mai,  sarà  esso  di  pro- 
venienza letteraria. 

*  Per  l'etimo  del  quale,  alla  radice  germ.  strap  (v.  Kort.  7802),  fa  seria 
concorrenza,  anche  a  parer  m\o^  sterpare  da  estirpare  (cfr.  Zamb.  1229). 
Seduce  innanzi  tutto  dal  lato  idealo  la  perfetta  congruenza  con  schiantare 
da  *explantare  (cfr.  Sappi.  Arch.V  IGl).  L'alterazione    della  tonica  (che 


200  Pieri, 

strigolo:  1. strillo  prolungato;  2. rete  delle  budella,  pianta  delle 
saponarie  dal  calice  reticellato  (v.  Tram.  ).  —  1.  stridulo,  cfr. 
Canello  III  388;  2.  et.  incerto  i. 

strina:  1.  are.  strenna  (Buonarr.;  cfr.il  srd.  i.s/rina);  2.  pist. 
stridore  del  freddo.  —  1.  sfrena;  2.so3t.da  stìinare,  che  è  *u stri- 
nare, V.  Caix  st,  162,  e  nel  lucch.  si  dice  anche  del  gelo  '\ 

succhio:  1. succhiello;  2.  umor  delle  piante.  —  l.*siit'la  (=  s fi- 
bula), cfr.  Asc.  St.  cr.  II  96  ^;  2.  sucùlus  ('sucus')  *.  —  Qui  an- 
che :  succhiare,  1 .  are.  bucar  col  succhiello  ;  2.  succiare. 

stira:  l.osso  della  gamba,  polpaccio;  2.  liquore  che  geme  dalla 
palma  (Fanf.).  —  l.sùra;  2.  cù\  -dw  saitr,  radix  palmae  etc? 

tacca:  1.  piccolo  taglio;  are.  macchia,  vizio  e  magagna;  2.  cnt. 
tacchina.  —  1.  da  un  tema  tace,  largamente  diffuso,  per  cui  cfr. 
Kòrt.  8004;  2.  et.  ignoto,  cfr.  Zamb.  1251.  -  Qui  anche:  tacco,  I. 
il  rialzo  della  scarpa  sotto  il  calcagno;  2.  cnt.  tacchino. 

tàccola:  1.  are.  specie  di  cornacchia,  lucch.  persona  loquace;  2. 
mancamento,  difetto.  —  l.aat.  tàha,  v.  Diez  s.  v.  ;  2.1o  stesso  che 
tacca  nel  suo  primo  sign.  (v.  qui  s.  v.)  '''  -  Pur  qui  :  taccolino,  chi 


sarebbe  intatta  nel  i)VOV.  estrepar,  ani.  f ve.  esb-eper)  potè  avvenire  in  una 
condizione  assai  favorevole,  cioè  prima  della  metatesi  e  nelle  forme  arizotoni- 
che (cl'r.  tartufo,  sargei%le,  ecc.);  senza  dir  che  ajutavano,  in  qualche  modo, 
i  moltissimi  verbi  in  stra-  extra-. 

'  Dal  lato  ideale,  vi  s'adatterebbe  forse  striga  fila,  serie  (cfr.  Zamb.  1232); 
ma  osta  la  quantità  della  tonica. 

2  Dovrebbe  seguire:  strupo  ave,  1.  stupro;  2.  branco,  moltitudine.  —  l.stìi- 
prum;  2.  blat.  stropus,  d'ot.  incerto  (cfr.  Scheler  s.  troupe,  Kort  8171).  Ma 
qui  releghiamo  questa  coppia,  perchè  gl'interpreti  non  sono  concordi  circa 
il  noto  verso  di  Dante  (Inf.  7,  12),  che  ci  fornirebbe  l'unico  esempio  di 
strupo  per  'branco',  e  gli  antichi  tutti   intendono  'stupro'  in  senso  metaf. 

(V.  BlANC    e    ScARTAZZINl). 

'  Se  la  diversità  del  genere  desse  ombra,  si  potrebbe  anche  veder  qui  in 
succhio  un  deverbale.  E  notiamo  che  questa  coppia  d'omeótropi  non  sa- 
rebbe riconosciuta  dal  Diez,  giacché  egli  spiega  il  primo  succhio  come  un 
sost.  da  succhiare,  cioè  *siiculare  (cfr.  Kòrt.  7918,  dove  si  sostiene  il  me- 
desimo assunto). 

*  E  non  sost.  da  succhiare,  come  s'inferisce  dal  sign.  ('il  sugo',  non  già 
'l'attrarre  il  sugo'). 

^  E  tàccola  -0,  bazzecola,  are.  scherzo  o  tresca?  Ma  tàccola,  debituccio  (v. 
Petrocchi),  è  ancor  da  tacca  per 'segno  impresso'  o  'macchia'  (cfr. 'lasciare 


Gli  oineótropi  italiani.  -  Capit.  I.  201 

parla  assai  e  senza  fondamento  (il  quale  anziché  un  dimin.  sarà, 
formato  per  -ino,  il  'nomen  agentis'  da  iaccolare  ciarlare;  cfr. 
spazzino,  ecc.;  VII  434  n);  2.  lucch.  sudiciume,  loja  ^ 

taccoUno,  v.  taccola. 

taglia:  1.  ramoscello  da  piantare,  margotta;  2.  il  tagliare.  — 
1.  talea;  2.  sost.  da  fagliare,  cioè  taliare  fendere,  spaccare  (cfr. 
Kòrt.  8023). 

taglione:  1.  contrappasso  (sorta  di  pena);  2.  are.  taglia  (gra- 
vezza). —  l.talione  (fem,);  2.  accresc.  di  taglia,  sost.  da  taglia- 
re, cui  V. 

largone:  1.  grossa  targa  ;  2.  targoncello  (specie  d'erba  sempre 
verde  e  aromatica).  —  l.ant.  nrd.  targa,  v.  Diez  s.v.;  2.  da  dra- 
gone, cioè  dracene,  pel  tramite  di  trag-  (cfr.  qui  s.  trulla),  con 
metatesi  'emiliana  '  ^. 

tarso:  Lia  parte  superiore  e  posteriore  del  piede;  2.  specie  di 
marmo  duro  e  bianchissimo.  —  l.da  ragaóg  graticcio,  in  quanto 
ad  esso  somiglino  tutte  insieme  le  varie  ossa  che  formano  il  'tarso' 
(cfr.  Zamb.  1287);  2.  et.  ignoto  K 

tàrtaro:  1. gromma  del  vino,  crosta  e  materia  calcarea;  2.  Tàr- 
taro, l'Averno;  3. abitante  della  Tartarla.  —  l.dal  gr. seriore  tclq- 
ruQov;  2.  Tartàrus  Tàgragog',  3.  Tatar.  -  Qui  anche:  tartàreo, 
1.  are.  tartarico  (Redi);  2.  pt.  spettante  al  Tartaro. 

tasso:  1.  pianta  delle  conifere;  2.  frutto  assegnato  al  denaro; 
3.  animale  dei  plantigradi  ;  4.  specie  d'incudine.  —  l.taxus;  2. 
sost.  da  tassare,  cioè  taxare,  assegnare  un  prezzo;  3.  *taxus  o 
*taxo  (-(Inis),  forse  voce  ebraica,  v.  Kort.  8073;  4.  lo  st.  che  il 
frnc.  tas  incudine  portatile,  di  provenienza  ignota  *. 


il  segno  da  per  tutto',  come  si  dice  di  persona  che  fa  molti  debiti).  Quanto 
al  san.  tàccola  moccolaja,  starà  col  Xvxcch.taccolino  (cfr.il  testo). 

*  E  taccoUno^  are.  sorta  di  panno  rozzo  e  grosso? 

^  E  detto  anche  dragone  o  -oncello,  lat.  dracuncìilus  (dall'aspetto  della 
sua  radice),  il  che  toglie  ogni  dubbio  circa  l'etimo  su  indicato. 

^  E  rimane  incerto,  se  debba  stare  da  sé:  tarso  orlo  delle  palpebre  (F.  Bal- 
dinucci). 

*  Lo  Scheler  s.  v.  propone  bensi  un  *taxus,  cioè  a  parer  suo  il  primi- 
tivo di  taxillus,  col  sign.di  'blocco',  'cubo'.  Ma  nessuno  di  certo  gli  vorrà 
consentire  in  codesta  ricostruzione;  perchè  non  è  chi  possa  ignorare,  che 
è  talu  s  il  primitivo  di  taxillus  (rad.  tag),  come  p  alu  s  e  vèlu  m  son  di 
paxillus  e  vexillum  (rad.  pag  e  veg),  ecc. 


202  Pieri, 

temporale:  1.  soggetto  al  tempo,  mondano;  burrasca;  2.  spet- 
tante alle  tempie.  —  1.  da  tempore,  tempo;  2.  da  tempore,  tem- 
pia. Ma  l'omeotropia  non  esiste  qui  all'origine,  perchè  nel  se- 
condo sign.  abbiamo  ancora,  traslato,  il  nome  medesimo  (la  parte 
dove  l'arteria  batte  'il  tempo',  cfr.  Diez  s.  tempia). 

testo:  1.  are.  tessitura  di  lavoro  letterario;  l'originale  d'un  au- 
tore; 2.  are.  vaso  di  fiori  e  coccio,  stoviglia  di  varie  sorta.  — 
l.tèxtus;  2.  testa,  con  genere  mutato. 

tiglia:  1. are. tiglio,  lucch. canapa  pettinata^;  2.  are.  tigliata  (ca- 
stagna lessa).  —  l.tllia;  2.  et.  ignoto^. 

timo:  1.  pianta  delle  labiate;  2.  gianduia  dietro  allo  sterno.  — 
l.thymum  Qvfxov,  2.  thymium  ^t^itov,  escrescenza  in  forma  di 
porro,  V.  Georges. 

tiro:  1.  il  tirare;  2.  are.  porpora.  —  1.  sost.  da  tirare,  *-a.r e 
('tiro'),  cfr.  Kòrt.  8206;  2.  Tyrus  Tvoog,  città  famosa  per  la  sua 
porpora. 

toga,  V.  togo. 

togo:  1.  scherz.  toga  (soprabitone);  2.  eccellente,  scicche. —  L 
toga;  2.  forse  dall'aat.  touc  o  toug  'è  buono,  acconcio,  utile',  v. 
Caix  st.  166,  -  Qui  anche:  toga,  Lia  veste  di  sopra  pei  Romani; 
2.  fem.  di  'togo'  agg. 

tonica:  Lare,  tunica  e  spoglia  della  cipolla,  volg.  tonaca;  2. 
corda  principale  per  istabilire  i  toni,  sillaba  accentata.  —  1.  tu- 
nica; 2.  da  *tonicu  -a  [róvog),  'spettante  al  tono'.  -  Qui  anche: 
tonico.  Lare,  intonaco;  2.  rimedio  per  dare  il  tono  allo  stomaco^ 
e  agg.  di  'accento'  d'una  parola. 

tonico,  V.  tonica. 

topico:  1.  agg.  di  malattia  localizzata  e  di  rimedio  per  essa; 
spettante  alla  topica;  2.  are.  topesco  (Fagiuoli);  solitario,  ritirata 
(agg.  di  'uomo').  —  1.  topicus  Tomxóg;  2.  da  topo  -a  (talpa); 
e  per  l'accezione  metaforica,  cfr.  sorcio. 

toro:  1.  il  maschio  della  vacca;  2.  bastone  (terni,  archit.),  letto 
coniugale. —  l.taurus;  2.  torus. 


*  Per  'filamenta  del  legname  e  altre  materie'  è  anche  del  Voc.  it. ;  e  fu- 
ron  dette  così  per  estensione  da  quelle  del  tiglio  ('tenues  tunicae  multi- 
plici  membrana,  e  quibus  vincala,  tiliae  vocantur',  Plinio  XVI,  14,  25). 

*  D'una  stessa  origine  pare  il  lucch.  tnllora  tigliata,  cfr.  Caix  st.  170. 


Gli  omeóti'opi  italiani.  -  Capit.  I.  203' 

torrone:  1.  are. torrione;  2.  sorta  di  mandorlato.  —  l.accresc. 
da  torre  tùrris;  2.  forse  è,  con  diversa  terminazione:  turùnda, 
che  disse  anche  sorta  di  focaccia,  v.  Caix  st.  167. 

tozzo:  1.  agg.  di  'cosa  corta  e  grossa';  2.  pezzo  (di  pane).  — 
l.prt.  tronco  di  stazzare  da  *tuditiare  ('tundére'),  che  fu  di 
certo  'ammaccare'  (cfr.  int-  e  rintuzzare),  e  quindi  'schiacciare', 
V,  Kort.  8416;  2.  voce  a  parer  mio  connessa  all'equipollente  tocco 
(v.  II  s.  V.)  per  via  di  ^toccio^. 

traboccare:  1.  ridondar  fuori  dall'orlo  d'un  vaso  troppo  pieno 
(propr.  'dalla  bocca');  2.  are.  gettar  con  impeto,  precipitare.  — 
1.  da  *tra[ns]  bìiccare  ('  bucca'),  cfr.  Kòrt.  8281;  2.  et.  incerto, 
V.  Scheler  s.  trébuclier.  -  Qui  anche:  trabocco,  1.  il  traboccare 
(nel  primo  sign.);  2.  are.  sorta  di  macchina  murale,  trabocchetto. 
E  aggiungi:  trahocco,  lucch.  tarabuso  ^. 

trabocco,  v.  traboccare. 

tramazzo  are:  1.  trama  (occulto  maneggio);  2. tumulto,  con- 
fusione. —  1.  da  trama  ordito  della  tela;  2.  sost.  da  tramaz- 
zare  =  stram-,  gettare  o  cader  con  impeto  a  terra,  il  quale  o  pro- 
cederà da  strame  -en  (propr.  'gettare  o  cader  sullo  strame'),  cfr. 
Zamb.  1225,  o  sarà  un  allòtropo  di  starnazzare  ('sternére';  e  v. 
Oaix  st.  159),  onde  *stranazz-,  raccostato  poi  a  strame. 

trap2ZZo:  1. 'tanti  pezzi  da  unire  insieme  per  formare  una  su- 


*  Suporstite  per  avventura  in  tnccio  tela  grossa  di  stoppa  (pist.  ;  Fanf.). 
E  V.  anche  Dlez,  s.  tozzo,  il  quale  pensa  ad  altra  origine,  e  ad  ogni  modo  ne 
fa  tutt'uno  con  tozzo  agg.  (cosi  anche  rAscoLi,  I  37  n). 

'  La  qual  voce  fu  ben  dichiarata  per  tauro-butio,  v.Zamb.  1260.  E  un 
uccello  di  padule,  che  nel  mettere  il  becco  neir  acqua  fa  un  rumore  simile 
a  quello  del  toro'.  E  come  '  toro'  o  sini.  si  denomina  il  tarabuso  in  più  parti: 
sen.  <o>'0  marino,  rmgn.  cappon  bu fatare.  E  dunque  'taurus'  accoppiato  a  '  bu- 
tio',  che  è  il  tarabuso  in  latino  (cfr.  Georges  s.  v.).  Il  primo  termine  ap- 
pare nitidamente  in  più  forme  dialettali:  heW.iorobuss,  \en.torebuso  (cfr. 
E.  H.  GiGLioLi,  Avif.  it.  2S4-5).  In  Toscana  sarà  nome  importato  da  dialetti 
dell'Alta  Italia,  dove  bnss  ecc.  sia  normale  risposta  di  bùtio  (cfr.  però  pis. 
tnrabugio',  ali.  a  t^ìs.  irabùcine,  ven.  torebiiseno,  dove  si  può  sospettare  immi- 
stione di  bùcinus  '  bucinator ',  cfr.  il  piem.  e  lomh.  tromboun,  Sincora,  per 
'tarabuso').  E  veniamo  cosi  ad  accertare  un  altro  bell'esempio  di  nomin. 
imparisillabo.  Della  forma  lucchese  non  saprei  affermar  nulla;  ed  è  forse 
più  che  altro  una  storpiatura. 


204  Pieri, 

perfide'  (Fanf.);  2.  are.  trapezio.  —  1.  da  pezzo,  v.  Kòrt.  6101  ; 
2.  trapezium  rQUiré^iov. 

trattore:  l.arc.  colui  che  trae;  padrone  o  lavorante  d'una  trat- 
tura di  seta;  2. proprietario  d'una  trattoria.  —  l.tractore  (Hrahé- 
re');  2.  irne,  iraiteur,  che  è  tractatore,  v.  Can.  Ili  386.  -  Qui 
anche:  trattoria,  1.  luogo  dove  si  trae  la  seta  dai  bozzoli;  2. 
luogo  decente  dove  si  mangia  a  prezzo. 

trattoria,  v.  trattore. 

trebbio:  l.trebbia  (strumento  per  trebbiare);  2. trivio.  —  l.sost. 
da  trebbiare  =  ìvlh\i\2LVQ  (meglio  che  direttam.  da  trlbìilum, 
V.  Kòrt.  8351,  con  abbreviazione,  che  si  dovrebbe  supporre,  della 
vocal  tonica);  2.  trivi um. 

treno:  1. tràino;  2.  lamentazione,  pianto  funebre.  —  l.frnc. 
irain,  cfr.  Diez  s. traino';  2.  thrènus  B^rvog. 

tribolo:  1. tribbio,  tribolazione,  tormento;  2. specie  di  pianta  ter- 
restre e  acquatica,  are.  ferro  con  punte  gettato  per  arrestare  i 
nemici,  sorta  di  grimaldello.  —  l.tribùlum,  cfr.  qui  s.  trebbio  ; 
2.  tribiilus  tqC'^oXoc^. 

trojata:  1.  volg. azione  o  cosa  sudicia;  2.  are.  schiera  d'armi- 


*  Ma  a  tràino  (e  non  traino,  come  scrive  il  Diez  e  intende  il  Kòrt.  8299) 
e  trainare  vorrei  negata  la  provenienza  gallica.  Verranno  essi  direttamente 
da  *trahinare,  e  il  nome  sarà  uà  deverbale.  Né  di  verbi  derivati  per  si- 
mil  modo  mancano  già  esempj  ;  cfr.  scassinare  ali.  a  scassare,  e  pedinare  (da 
piede,  non  da  pedina),  ecc.  E  trassinare  e  trascinare  o  stra-  che  altro  mai 
saranno,  se  non  *traxinare  {alt. lassare  e  lasciare-^  nò  dimentico  che  per 
quest'ultimo  il  Groeber,  Vulg.  Substrato  s.  laxare,  postulava  una  base  in 
-lare.),  da  *traxum  per  tractum,  con  la  ben  nota  oscillazione  del  prt.- 
supino?  Per  l'accento,  che  è  in  trascino  di  rimpetto  a  tràino,  cfr.  il  sost. 
strascino  (Petrocchi),  e  strascino  -a  ali.  a  strascino  -a  ecc.,  con  quella  incer- 
tezza che  è  assai  frequente  in  forme  rizotoniche  {separo  e  separo,  imito  ed 
imito,  ecc.).  E  a  strascinare  ben  corrisponde  il  lucch.  stracin-,  con  e  da  è  di 
f.  a.(cfr.  Xn  122).  Alla  dichiarazione  già  proposta  dal  Caix  (cfr.  Kòrt.  8299) 
ripugna  troppo  la  fonetica. 

2  II  Georges  dà  per  metaforico  il  nome,  se  riferito  alla  pianta;  ma  deve 
esser  l'opposto,  come  si  ritenne  finora  (cfr.  Forcell.  s.  v.).  E  tralascerò  d'in- 
dagare in  qual  misura  questo  secondo  termine  per  avventura  si  sostituì  o 
potè  far  concorrenza  al  primo,  in  tribolare  (cfr.  la  'tribulosissima  dissimu- 
latio',  cioè  pungentissima,  e  perciò  penosissima,  di  Sid.  Apollinare). 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capii.  I.  205 

gerì  di  séguito  a  un  gentiluomo.  —  l.da  troja  scrofa,  v,  Kórt. 
8386  (e  cfr.  lucch.  porcata  e  -retata,  da  porco)  ;  2.  et,  oscuro. 

trono:  1 .  seggio  regale  ;  2.  volg.  tuono.  —  l.thronus  ^qóvog'y 
2.  sost.  da  tronare,  cioè  tonare  -are,  v.  Diez  s.  v. 

trullo:  1.  sciocco;  2.  are.  peto.  —  1.  forse  da  ci] trullo  (cfr.il 
lucch.  tarullo  st.  sign.),  che  pare  il  nap.  cetrulo  citriuolo,  v.  Caix 
st.  102;  2.  par  sost. da  ty^ullare  far  peti,  che  forse  è  *drull-  da  *de- 
ròt'lare  (cfr.il  rullare  del  tamburo)^. 

tuono:  1.  l'esplosione  prodotta  dal  fulmine;  2.  tono.  —  1.  sost. 
da  ton-  0  tuonare,  v.  qui  s.  trono;  2.  tonus  róvog. 

turbante:  l.che  turba;  2.  sorta  di  copertura  del  capo  usata 
dagli  orientali.  —  l.prt.  di  turbare  -are;  2.  pers.  dulbend,  v. 
Diez  s.  tulipano. 

uggia:  1.  ombra  indotta  dalle  fronde  che  impediscono  il  sole; 
2.  odio,  noja,  fastidio,  umor  malinconico;  3.  are.  augurio.  —  1. 
forse  sost.  da  uggiare  (onde  il  più  comune  acluggiare),  che  sarà 
*udiare  da  udus  -um  umido,  molle;  sicché  il  verbo  avrà  detto 
in  origine  'tare  umido,  parando  i  raggi  del  sole'  ^  ;  2.  prob.  odia,. 
V.  Diez  s.v.  (cfr.  Kort.  5701)  ;  3.  et.  incerto  ^ 


*  Secondo  il  Kòpt.8458  e  lo  Zamb. 553  dovrebbe  seguire:  tufo,  1.  sorta  di 
pietra  porosa  o  friabile;  2.  cattivo  odore,  puzzo.  —  1.  tofus;  2.zvfos  fumo^ 
esalazione.  Sennonché  il  secondo  sign.  di  tufo,  che  trovo  solo  nel  Voc.  del 
Tramater,  appar  desunto  da  intufare,  prendere  odor  di  tufo,  come  spiega 
la  Crusca  (e  cfr.  XII  130  s.  v.  ).  Ora  questo  verbo  deriverà  veramente  dal 
tufo  ('pietra'),  nel  quale  è  scavata  spesso  la  cantina,  massime  in  campa- 
gna; e  indicherà  quell'odore  d'umido  e  di  rinchiuso,  che  dalla  cantina  pren- 
don  talvolta  le  botti.  Questo  caso  d'omeotropia  pertanto,  se  ci  siamo  bene 
apposti,  è  illusorio. 

*  Si  consideri  la  stretta  relazione  che  passa  tra  'ombroso'  ed  'umido'. 
Del  resto,  si  potrebbe  anche  partire  dal  sostantivo,  ponendo  a  base  un  de- 
rivato agg.  *udeu,  di  cui  if^r^j'a  sarebbe  il  neutro  plur.  (c^s.  meraviglia,  ecc.). 
A  ogni  modo,  la  stessa  voce  è  il  sen,  icSia  'frescura  che  si  sente  sul  far  del 
giorno  e  sulla  sera';  e  avrà  dapprima  indicato  'la  guazza'  e  'il  tempo  della 
guazza'.  Diversamente  il  Canello,  v.  Ili  347,  che  ne  fa  un  allotropo  d'uggia 
nel  secondo  significato. 

^  Tentato  bensì  dal  Bianchi,  v.  XIII  208  (sost.  da  *audjare,  e  questo  da 
aug-  aguriaré);  ma  in  verità  non  persuade.  E  notiamo  a  proposito  come 
V  divcaduggere  dato  dai  lessici  (che  del  resto  non  si  potrebbe  in  alcun  modo 


208  Pieri, 

unire'.  1.  congiungere;  2.  are.  onire  (svergognare,  vituperare). 
—  1.  unire;  2.  dal  germ.  haunjan  schernire  (prob.  per  mezzo 
del  ^voy.aunir,  ant.  IVnc. /wmr,  ingiuriare),  cfr.  Kòrt.  3910. 

vagellare:  1.  are.  vacillare;  2.  lucch.  travasare  intrugliando  il 
vino.  —  1. vacillare;  2.*vasellare  ('vase'),  e  cfr.l'arc.it. 
vagello,  III  364. 

vecchio:  l.clie  ha  molto  tempo;  2.^v-  marino',  vitello  marino, 
foca.  —  l.vét'lu;  2.  vit'lu.  Ma  l'omeotropia  dovè  da  principio 
«ssere  imperfetta. 

veglia:  l.il  vegliare;  2.  veccia  (Fanf.).  —  1.  vigilia,  o  sost. 
da  vegliare  vig'l-;  2.  se  proprio  è  'veccia',  e  non  'viglia'  (v.  qui 
s.  viglia),  donde  ? 

veglio:  I.pt. vecchio;  2. are.  vello.  —  l.frnc.  vieil,  cioè  vet'lu; 
2.  da  vello,  cioè  vèllus;  e  il  sng.  è  rifatto  sul  -p\m\  vegli,  per 
ve%  cfr.D'Ov.  IX  81-2.  ' 

veletta:  1. luogo  alto  donde  si  fa  la  guardia;  2.  striscia  di  velo 
abbassata  sul  viso  delle  donne.  —  1.  spagn.  i;e?e/a,  dim.  di  vela. 
guardia,  (che  è  sost. da  velar  =  vigilare,  cfr.  Kòrt. 8709);  2. dim. 
di  velo  da  vèlum. 

velina:  1.  agg.  d'una  carta  'simile  alla  pergamena'  ^;  2.  lucch. 
veletta  delle  donne;  3.  are.  stagno,  palude  (Bembo).  —  l.ant. 
tvnc.velin,  pergamena  di  vitello  (da  veel  vitello,  cfr.  Diaz  s.veau); 
2.  dim.  di  velo,  v.  qui  s.  veletta  ;  3.  et.  oscuro. 

vena:  1.  canale  del  sangue;  2.  avena  (specie  di  biada).  —  1. 
véna;  2.  avéna. 

vendetta:  1.  contraccambio  d'offesa;  2.  scherz.  il  vendere  (nella 
frase  'far  vendetta').  —  l.vindicta;  2.  da  véndere  -ere. 

venerare:  I.  avere  in  grandissima  reverenza;  2.  are.  mettere 
addosso  la  brama  venerea  (Fanf,).  —  1.  venerare;  2.  da  Vé- 
ne r  e. 


ragguagliar  foneticamente  ad  adurere)  non  deve  esser  mai  esistito.  Non  si 
reca  di  esso  verbo  che  adugge,  il  quale  in  tutti  gli  eserapj  è  3^  pers.  sng. 
del  congt.  (e  non  dell'ind.),  perciò  di  prima  conjugz.  (cfr.  crm^,  j^ense,  ecc.), 
vale  a  dire  da  aduggiareì 

*  Ma  in  quanto   s'usa  come  agg.  di  carta  'molto  sottile',  so   anche   è  la 
stessa  voce,  fu  raccostata  di  certo  a  velo. 


G[i  omeótropi  italiani.  -  Capit.  I.  207 

ventare:  l.far  vento,  soffiare  ;  2.  pist.  diventare.  —  l.da  vento 
-us;  2.  *de]ventare  (dal  prt.-sup. di 'devenire'),  cfp.  Kòrt.  2545. 

verdetto:  1.  alquanto  verde;  2.  dichiarazione  dei  giurati.  —  1. 
dim.di  verde  vìridis  -e;  2.\iv^\.verdicl  ('vere  dictum '),  dichia- 
razione, che  è  passato  a  noi  dal  francese  (e  cfr.il  ted.  luahrspruch 
st.  sign). 

vergola:  1. piccola  verga;  2.  specie  di  seta  addoppiata  e  torta 
due  volte.  —  l.vìrgiila;  2  et.  incerto  ^ 

vernare,  v.  verno. 

verno  :  1.  volg.  inverno,  pt.  invernale  ;  2.  are.  primaverile.  — 
l.hibérnu,  e  cfr.  Asc.  Ili  442;  2.  vòrnu  ('ver').  -  Qui  anche: 
vernare  pt.,  I.  svernare,  esser  d'inverno;  2.  far  primavera.  Inol- 
tre: svettare,  1.  passare  il  verno;  2.  cantare  (propr.  degli  uc- 
celli 'in  primavera'). 

verrocchio.  :  1.  are.  frantojo  per  le  ulive;  2.  lucch.  randello.  — 

1.  et.  ignoto;  2.  verocùlo,  da  veru  spiede. 

vesco  are:  1.  vescovo;  2.  vischio.  —  1.  e]pÌsco[pus]  ènCcSxo- 
nog;  2.  viscum. 

vesta:  1.  veste;  2.  Vesta,  figlia  di  Saturno  e  d'Opi.  —  l.vé- 
stis;  2.Vésta. 

via:  1. traccia  per  andare  da  luogo  a  luogo;  2.  avv.  usato  nel 
moltiplicare.  —  l.via;  2.  vices  volte,  fiate,  cfr.  Caix  st.  21-3 -. 

viglia:  1.  pianta  da  granate  per  levare  i  vigliacci;  2.  are.  vi- 
gilia. —  l.sost.  da  vigliare  (cfr.  viglinolo  -accio),  che  è  *verri- 
culare  secondo  il  Diez  s.  v.  (ma  cfr.  Parodi,  Rom.XXVlI  224-5); 

2.  V.  qui  s.  veglia. 

vinto:  1. superato,  sconfitto;  2. are.  vincolato,  avvinto.  —  l.prt. 
di  vincere  -ère;  2.  vinctu  ('vinclre'). 

viola:  1. specie  di  fiore;  2. sorta  di  strumento  a  corde.  —  1.  viò- 
la; 2.  et.  incerto,  cfr.  Kòrt.  8789.  -  Qui  anche:  violino,  'color  di 
viola',  e  'strumento  musicale'. 


'  Lo  Zamb.  1377  inclinerebbe  a  veder  qui  un  sost.  da  vergere.  E  potrà 
nascere  il  sospetto  che  altro  non  sia  questa  voce  se  non  la  precedente  in 
una  diversa  accezione  (forse,  in  origine:  'filo  avvolto  ad  una  vergola'?). 

^  E  l'are,  via  o  vie,  molto,  che  serve  a  rinforzare  un  comparativo  (ancor 
vivente  in  viepiù  e  viemeno)ì 


208  Pieri, 

Violato  :  1.  are.  violetto  o  -aceo,  l'infuso  di  viole;  2.  che  ha  pa- 
tito violenza,  contaminato.  —  1.  da  viola;  2.  prt.  di  violare  -are. 

vita'.  1.  il  vivere;  2.  are.  vite.  —  1.  vita;  2.  vi  tis,  v.  qui  s. 
invitare.  -  Inoltre:  vitina,  dim.  di  ^vita'  e  di  'vite'. 

vitto:  l.cibo  necessario  alla  vita;  2.  pt.  vinto.  —  l.vlctus, 
sost.  ('vivere');  2.vìctu  (prt.  di  ^vincere'). 

viziato:  1.  dedito  al  vizio,  che  ha  vizio;  2.  una  data  qualità  di 
vitigno,  magliuolo  (ali. a  vizzato).  —  1.  vitiare  ('vltium');  2. *vi- 
t  i  atu  ('vitis'). 

votare:  l.dare  il  voto;  2.  far  vuoto.  —  l.da  votum;  2.  da 
vuoto,  che  è  *vòcitu,  cfr.  Kort.  8801.  Ma  l'omeotropia  non  s'e- 
stende alle  forme  rizotoniche,  o  v'è  solo  imperfetta  (o,  uo\  p,  o). 

zàino:  1.  sorta  di  sacco  o  sacca;  2.  agg.  di  cavallo  'dal  colore 
non  variato  di  bianco'.  —  1.  aat.  zainà  canestro,  v.  Diez  s.  v.;  2. 
et.  oscuro,  ma  tutt'  uno  col  frnc.  zain,  ove  il  Dozy  sospetta  l'ar. 
a.^amm  unicolore,  v.  Scbeler  s.v.  ^. 

zatta:  1.  zattera;  2.  specie  di  popone  bernoccoluto.  —  l.prob. 
dal  frnc.  chatte  (che  è  lo  sp.  chata,  da  piata;  e  cfr.  l'it.  ant.  zam- 
bra,  dal  prov.  e  frnc.  chambra  -e  ),  v.  Can.  Ili  358  ^  ;  2.  et.  ignoto. 

zecca:  1.  officina  dove  s'improntano  le  monete;  2.  acaro  (in- 
setto che  s'attacca  a  certi  animali).  —  I.  ar.  sikkah  pila  (strum. 
di  ferro  per  coniar  le  monete),  v.  Diez  s.  v.  ;  2.  mat.  zécke,  cfr. 
Kort.  8185. 

zerbino:  1.  bellimbusto,  vagheggino;  2.  tenda  all'uscio  d'una 
stanza.  —  1.  è  lo  Zombino  dell'Ariosto  (cfr.  Ori.  fur.,  28,  6),  per 
antonomasia;  2. da  Zerbi  (Meninx),  isola  presso  l'Affrica,  già  in 
fama  per  le  sue  industrie.  Ma  l'omeotropia  è  solo  apparente;  v. 
Grion  XII  186. 

zero  :  1.  il  segno  numerale;  2.  sorta  di  gemma  ;  3.  pesce  simile 
alla  sardina.  —  1.  ar.  5Ì/>  ecc.,  propr. 'tutto  vuoto';  2.  z eros, 
Plin.  37,  9,  53  ;  3.  et.  ignoto. 


*  In  questo  caso  la  voce  italiana  (e  iberica)  sarebbe  certo  di  provenienza 
francese;  cfr.  it.  c/amo,  dal  ivno,.  daini,  che  è  *damus  (  =  dama),  Kort.  2391. 

^  E  chiatto  -a,  a  parer  nostro,  di  schietta  fonia  toscana  (cfr.  Suppl.  Arch.V 
227-8);  sicché,  lungi  dal  contrastare  all'etimo  posto  per  zatta  (cfr.  Kort. 
4543),  sarà  un  altro  bell'esempio  dell'esito  gutturale  di  pl. 


Gli  omeótropi  italiani.  -  Capit.  IL  209 

zeta:   1.1' ultima   lettera   dell'alfabeto;  2.  are.  camera,  stanza. 

—  l.C^ra;  2.  diaeta  ótaixa  (già  zaeta  iie'mss.;  v.  Georges). 
zia:  1.  sorella  del  padre  o  della  madre;  2. callosità  o  sudiciume 

ai  ginocchi.  — ■  l.Oeta;  2.  donde? 

i«ro:  1.  sen.  orcio;  2.  voce  che  ripetuta  indica  il  suono  del  vio- 
lino, —  1.  ar.  zir  vaso  grande,  v.  Caix  st.  173  (e  cfr.  II  s.  zirla)  ; 
2.  onomatopeja. 

zito  are:  1.  zitello;  2.  bevanda  d'orzo  simile  alla  birra.  —  1. 
par  voce  d' et.  germanico,  connessa  al  ìeà.  zitze  mammella,  cfr. 
Kòrt.  8946;  2.  prob.  c^roc,  che  vale  anche  'cereale'  in  genere. 

zolla:  l.ghiova;  2.  sen.  giuggiola.  —  1.  nat.  scholl'e  (per  z 
da  s,  vedi  s.  zatta)^;  2.  j  Ci  j  uba,  di  che  cfr.  Flechia  III  172-3,  e 
V.  la  nota  ^. 

zuffa:  1.  combattimento,  baruffa;  2.  pist.  farinata  di  granturco. 

—  1.  pare  dal  ted.  zupfen  tirare,  v.  Diez  s.  v.  ;  2.  secondo  il  Caix 
st.  174  dall'alto,  ted.  sùf  brodo. 


CAPITOLO  SECONDO. 

SAGGIO    d'oMEÓTROPI    IMPERFETTI. 

I.  Con  e,  e;  o,  o. 

accetta:  1.  specie  di  scure;  2.  accetta,  terreno  assegnato  e 
dato  in  sorte  (term.  stor.).  —  I,  dimin,  di  ascia;  2.  accépta  (da 
'accipére'). 

assetta:  I.  piccola  asse;  2.  a^^eiJ^a,  are.  assettamento.  —  I.  di- 
min,  d'anse  axis;  2.  sost.  da  assettaì^e,  cioè  *assédìtare  ('se- 
dére'), mettere  al  posto,  cfr.  Kòrt.  827. 

cera:  I.  materia  onde  l'ape  fabbrica  il  favo;  2.  cera,  pist.  aria 
del  volto,  aspetto.  —  I.cèra;  2.  cèrea.  Cfr.  Asc.  IV  119-22. 


*  Strano  pare  il  pensiero  del  Diez  (cfr.  Kort.  7281),  che  preferisce  qui  ad 
etimo  l'aat.  scolla. 

^  Istruttivo  in  questa  parola  il  processo  d'elaborazione,  quale  io  penso 
che  s'effettuasse.  Avremo  dunque  iolla  da  ios'la,  cioè  *jujula  (e  così 
verremo  anche  a  riconoscere  ben  antico  lo  scambio  del  suffisso).  Il  j  è  spie- 
gabile per  l'influsso  del  concorrente  zizzola  -a  da  zizyphum;  ma  potrebbe 
anche  esser  direttamente  da  j  (cfr.  sinepro). 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  14  ) 


210  Pieri, 

cesto:  1.  cesta,  riunione  di  foglie  alla  radice;  2.  cesto,  cintura, 
zona;  3.  bracciale  di  cuojo  e  piombo  per  duellare.  —  1.  cista 
(xitìrr^),  mutato  il  genere;  2.  céstus  (da  xecróg  ricamato,  sott- 
llidg  correggia,  cinghia);  3.  caestus  (da  'caedère'), 

cétera:  1.  cetra;  2.  cederà,  eccetera. —  1.  ci  t  bar  a  xtQa^a;  2. 
caetéra  (da  'caeter',  plur.  neutro). 

collega:  1.  are.  lega;  2.  collega,  compagno  di  magistratura  o 
d'ufficio.  —  l.sost.  da  collegare  -ìgav e;  2.  collèga. 

colletto:  l.dim. di  'collo'  e  'colle';  2. colletto,  are.  raccolto  in- 
sieme (Dante).  —  l.v.Is.v.;  2.collèctu  (' colligère '). 

cre/a:  - 1.  argilla;  2.  Creta,  ìsola.  dell'Egèo.  —  1.  creta;  2. 
Creta  KQvrri.  Ma  l'omeotropia  non  esisteva  all'origine,  perchè  il 
primo  termine  è  derivato  dal  secondo  (v.  Georges). 

meco:  1.  con  me;  2.  meco,  ajcc.  adultero.  —  l.mècum;  2. 
moechus  iiol%óq. 

messa:  1.  il  mettere;  2.  messa,  are.  mèsse.  —  l.sost.  dal  prt. 
missu-a  ('mittére');  2.  mèssis. 

pesca:  1.  il  pescare;  2. pesca,  frutto  del  pèsco  ('malus  Per- 
sica'). —  l.sost.  da  pe5c- piscare;  2.  Persica. 

pesta:  1.  via  con  impresse  l'orme,  via  battuta;  2.  pesta,  volg. 
pèste.  —  1.  sost.  0  direttam.  da,  pest-  pistare  o  dal  prt.  tronco  pe- 
sto -a;  2. pèsti s. 

telo:  1. tessuto  in  quanto  s'abbia  riguardo  all'altezza  della  pezza; 
2.  telo,  pt. arme  da  getto.  —  1.  tela,  mutato  il  genere;  2.  tèlum. 

tema:  1. timore;  2. /e/>ia,  argomento,  parte  invariabile  d'un  no- 
me.  —  1.  timor,  mutato  il  genere,  cfr.  p.  219;  2.  thèma  ^r[ia. 

Anche  v.  I,  s.  abbiettare  affettare  allenare  vecchio. 

allora:  1.  in  quel  tempo  (avv.);  2. 6i^^/or<2,  agg.  d'una  specie  di 
pera  verde.  —  l.a[d]  ill[am]  horam;  2.  da  alloro  =  iljla  lau- 
rus  (cfr.  però  XIII  322  n). 

assorto:  1. sorto  su,  che  s'è  alzato;  2. assorto,  assorbito.  —  I. 
^vi.  d'assórgere  adsùrgére;  2.  ^^vì.  d'assérhere  absórbère. 

botta:  l.arc.  e  volg.  botte;  2.  botta,  colpo,  percossa;  ecc.  —  1. 
<la  una  rad.  biitt,  forse  greca  (/9t;V*g  mastello,  fiasco),  cfr.  Kòrt. 
I435;2.v.Is.v. 

doccia  :  1 .  poppa  (  voce   fanciull.  )  ;  2.  doccia,  ciaccione,  affan- 


Gli  omeótropi  italiani.  —  Capit.  II.  2)  I 

none.  —  Son  parole  onomatopeiche  ^  -  Qui  anche:  ciocoiare,  1. 
poppare;  2.  fare  il  cioccia.  E  l'omeotropia  vi  riesce  perfetta  nelle 
forme  arizotoniche. 

cipppa:  1.  are.  poppa;  2.  cioppa,  scherz.  sorta  di  sottana  o  gon- 
nella.—  l.v.  qui  s.  cioccia;  2.  et.  ignoto. 

colo  :  1.  colatojo,  sorta  di  vaglio;  2.  colo,  membro,  membretto 
di  periodo  o  emistichio.  —  1.  colum,  cfr.  I  s. colazione;  2.  xwlov. 

colto:  1.  istruito,  luogo  a  coltura;  2. colto,  raccolto,  preso,  col- 
pito. —  l.cultu  ('colere');  2. prt.  di  cògliere  ('colligére'). 

corno:  1.  are.  come;  2.  corno,  l'uscire  in  pubblico  dalla  mensa 
a  serenate  e  baldorie.  —  l.quomodo;  2.x(Òfxog. 

corso  -a:  1.  il  correre,  prt.  di  'correre';  2.  corso  -a,  specie  di 
vino  e  cane  di  Corsica  e  agg.  d'una  specie  di  vite.  —  1.  cursus 
sost.  e  prt.;  2.  Corsus  -a. 

domo:  1.  domato  ;  2,  domo,  duomo.  —  l.prt.  tronco  di  domare 
-are;  2.  domus  casa  (cioè  la  'casa  per  eccellenza',  per  antonom.), 

dptto  -a:  1, are. timore,  sospetto;  2.  dotto  -a,  che  ha  dottrina.  — 
1.  V.  I  s.  dotta;  2.  doctus  -a. 

fQ7^o:  1.  buco  -a;  2.  foro,  piazza,  tribunale.  —  l.sost.  da  forare 
for-  ;  2.  forum. 

mdgtlo:  1.  spinto  a  qualche  cosa;  2.  indotto,  non  dotto.  —  1. 
indùctus;  2.  indoctus. 

ora:  l.nel  tempo  presente  (avv.);  2. ora,  pt. aura.  —  l.hóra 
(sott. 'hac');  2.  aura. 

orda:  Lare. orcio,  mezzina;  2. orda,  are.  orza.  —  l.ìirceus, 
mutato  il  genere;  2.  v.  I  s.  orzata. 

rocca:  1.  conocchia;  2. rocca,  fortezza  in  alto  ben  munita.  — 
Cfr.  I,  s.  rocchetta. 

rogo:  1.  rovo;  2.  rogo,  pira.  —  1.  rùbus;  2.  v.  I  s.  v. 

SQìHa:  1.  che  si  è  levata  su;  2.  soìHa,  specie,  qualità.  —  1.  prt. 
fem.  di  sórgere  surg-;  2.  sòrte. 

tocco:  1.  il  toccare;  2.  tocco,  pezzo  di  checchessia  staccato  dal 
tutto,  are.  berretto  ;  3.  ent.  tacchino.   —   1.  sost.  da  toccare,  prob. 


*  Cfr.  però  le  varie  forme;  poppa,  pgccia,  cioppa  (Fra  Jacop.),  cioccia;  di 
cui  la  seconda  è  il  normale  esito  meridionale  di  *pùppea.  Il  e-  di  ciuccia 
sarà  dovuto  ad  assimilazione,  promossa  bensì  da  una  spinta  onomatopeica. 


212  Pieri , 

=  *tùdicare  ('tundère'),  v.  Nigra  XIV  337  ;  2.  kvmr.  tocio  ta- 
gliar via,  toc  berretto,  v. Diez  s. tocca;  3. et, ignoto,  cfr.  I  s. tacco. 
-  Qui  anche:  tocca,  1.  buca  o  fessura  nel  lastrico;  2.  tocca,  sorta 
di  drappo  di  seta  e  d'oro  ^;  3.  cnt.  tacchina  per  la  cova. 

toìno:  1.  arc.il  cader  giù;  2.  tomo,  volume  d'opera  a  stampa.  — 
1.  sost.  da  tornare,  probabilm.  =  aat.  tìimòn  barcollare,  v.  Ma- 
ckel20;  2.  tomus  rói.iog. 

torta:  1.  specie  di  crostata  o  pasticcio  per  lo  più  in  teglia;  2. 
torta,  il  torcere,  prt.  di  'torcere'.  —  1.  torta  (solo  '.t.  panis'  = 
pagnotta;  Volgata);  2.  da  t  or  tu -a  ('torquère').  Ma  l'omeotropia 
non  è  che  apparente,  se  l'altra  voce,  come  sembra,  e  anch'essa  dal 
prt.  di%' torquère';  cfr.  Georges  s.v.  e  Kort.  8256. 

tosco:  1.  toscano;  2. /osco,  tossico.  —  l.Tùscus;  3.toxÌcum 

volto:  l.viso,  faccia;  2. volto,  voltato.  —  1.  vùltus;  2.  part.  da 
volgere-  ('volvere'). 

voto  :  1 .  promessa,  desiderio  ;  '  2.  voto,  vuoto.  —  Cfr.  I  s.  votare. 

Anche  v.  I,  s.  assolare  assordare  votare. 


'j 


II.  Con  z,  z  (iniziale  o  interno). 

za:  1.  are.  qua  ^;  2. za,  voce  che  imita  un  colpo  tagliente  e  af- 
frettato. —  Lecce  hac  (cfr.il  frnc.  ^.y*);  2.  onomatopeja. 

zannata:  1.  colpo  e  segno  della  zanna;  2.  zannata,  cosa  da 
zanni.  —  1.  da  z amia,  ohe  è  l'aat.  zan  (nat.  ra/i??)  ^  ;  2.  dal  ber- 
g'àm.Z'anni,  cioè  Z'ovaimi,  divenuto  un  nome  comune,  v.  Diez  s.v. 
(cfr.  il  ni.  berg.  Z'ànica,  che  deve  esser  'Giovànnica';  e  per  la  ra- 
gione del  suffisso,  V.  Suppl.  Arch.  V  239). 


*  Ma  in  origine  indicò  'il  pezzo  d'oro'  (fosse  quadretto  o  fiore  o  altro), 
che  spiccava  sul  tessuto;  e  perciò  si'  disse  'drappo  pieno  di  tocche  d'oro' 
(  V.  Fanf.  s.  v.  ). 

^  Erroneamente  za  il  Petrocchi. 

^  Il  Diez  anche  adduce,  come  un  valido  competitore,  sanna,  dove  'il  di- 
grignare i  denti'  (sign.  ch'egli  attribuisce,  poco  esattamente,  alla  voce  latina) 
poteva  poi  diventare  'i  denti  che  digrignano'.  Circa  la  sua  osservazione, 
che  z  germanico  non  dà  mai  5  all'italiano,  com'  è  nella  variante  sanna,  no- 
tiamo intanto  che  il  pisano-lucch.  aveva  (e  il  lucch.  cnt.ha  anc'oggi)  s  da  s 
di  qualunque  provenienza.  . 


Gli  omeótropi  italiani.  —  Capit.  IL  213 

zirla:  l.lucch.  zigolo;  2.  zirla,  pist.  orcio  grande.  —  l.sost.  da 
zirlare  fischiare  de'  tordi  e  altri  uccelli,  cfr.  Diez.  s.  v.  ;  2.  mutato 
il  genere,  dim.  di  ziro  orcio  grande,  v.  I  s.  v.  (l'ettlissi  nel  deri- 
vato mostrerà  che  l'importazione  è  assai  antica). 

\ag'UZzetto  e  aguzz-,  v,  I  s.  v.]. 

ammezzare:  1.  are.  diventar  mézzo  (più  che  maturo);  2.  am- 
mezzare, condurre  a  metà,  are.  dividere  per  metà.  —  1.  da  mezzo 
prt. tronco  di  mezzare  are,  da  *mitiare  ('mitis'),  cfr.  Kòrt.  5345; 
2.  da  mezzo  médiu.  E  l'omeotropia  è  doppiamente  imperfetta 
nelle  forme  rizotoniche  {ammezza  e  -ezza,  ecc.). 

ganza:  1.  cappio  all'estremità  d'una  fune;  2.  f7ania,  amante, 
druda  —  l.da  gancio,  di  che  v.  Kort.  1560,  mutato  il  genere 
{ma  non  può  esser  voce  toscana);  cfr.il  venz.  ganzo  ecc.;  2. 
forse  =  aat.  gangea  postribolo,  meretrice,  cfr,  Caix  st.  110-1  ^ 

ghiozzo:  1. are.  goccia,  un  pocolino;  2. ghiozzo,  un  pesce  d'ac- 
qua dolce  ^.  —  l.con  metapl.,  da  *glùttea  per  *glìitta  (=gìit- 
t'ia,  cir. goccia  da  *giittea);  e  cfr.il  Ynz.giozo  -a;  2;  mal  si  po- 
trà separare  dall'equi  vai.  cobius  e  gob-  {xm^ióg),  e  dovrà  per  la 
ragion  fonetica  esser  voce  importata;  ma  donde?  ^ 

lazzo:  1.  are. aspro  e  pungente  di  sapore;  2.  lazzo,  atto  o  gesto 
che  muove  a  riso,  celia.  —  l.acìdu  {civ.  sozzo  da  sucìdu),  v. 
Diez  s.  V.  e  Flechia  II  325  n  ;  2.  et.  oscuro  *. 

manza:  Lare,  (pt.)  amante,  fem.;  2.  manza,  fem.  di  'manzo'. 

—  l.lo  st.  che  amanza,  are. 'amore'  e  'donna  amata';  2.  man- 
sùes  manso,  mansueto,  cfr.  Kòrt.  5076,  Asc.XIV  343. 

razza:  1. stirpe,  generazione;  2.  razza,  raggio  della  ruota;  ecc. 

—  I.  forse  dall'aat.  rei  za  linea,  cfr.  Kòrt.  6612  (anche 'Nachtr.'); 
2.  V.  I  s.  V. 

[ronzone  e  ronz-,  v.  I  s.  v.]. 


*  Se  fosse  vero,  come  asserisce  lo  Zamb.  563,  che  'in  vari  luoghi  d'Italia 
la  donna  poco  onesta  si  dice  oca\  sarebbe  un  etimo  più  probabile  il  ted. 
gmis,  aat.  ganazo.  ^  Con  o  i  Vocabolarj;  e  avremmo  allora  un'omeotro- 
pia  doppiamente  imperfetta.  '  Per  il  Diez  essa  è  voce  connessa  a  ghiotto- 
ma  gli  s'oppone  anche  il  Kort.  3706,  .  ■*  Ma  non  si  dovrà  escludere  in 
modo  assoluto  che  sia  tutt'uno  col  precedente  (q. 'motto  aspro  e  pungente'); 
molto  più  che  a  Pistoja  (v.  Petrocchi)  e  anche  a  Lucca  (dove  peraltro  non 
è  oggi  una  voce  volgare),  si  pronunzia  con  zz  (sordo). 


NOTE  ETIMOLOGICHE. 


SILTIO  PIERI. 


annizzare,  montai.,  aizzare.  —  Il  Caix  st.  70  dall' aat.ana- 
zan  'excltare,  instigare,  impellere'  (cfr.  Kòrt.  542).  Ma  veramente 
annizzare  non  sarà  che  inizzare  (v.  Diez  s.  izza),  con  la  cons» 
della  prep.  in  raddoppiata  {oiv.  innamorare,  innondare,  ecc.),  il 
quale  si  dovè  poi  per  analogia  conformare  ai  verbi  composti  con 
ad  {air.  annaspare,  annacquare,  ecc.). 

calce-  e  calcistruzzo,  mescolanza  di  calcina  e  altre  mate- 
rie da  murare  condotti  d'acqua  e  simili.  —  Lo  Zamb.  193  pensa 
a  calce  con  struere  structum,  senza  intuir  tutto  il  vero.  Si 
tratterà  di  calcis  ob]structio,  posto  l'effetto  per  la  causa;  e 
avremo  qui  superstite  un  altro  nomin.  d'imparisillabo  da  aggiun- 
gere ai  tanti  già  noti.  Tutt'uno  sarà  il  chian.  calcistruzzo,  indi- 
gestione, esteso  a  indicar  quest'  idea  il  sign.  che  probabilm.  ebbe 
prima  di  '  calcinaccio  degli  uccelli  '. 

cantalesare,  ar.,  canterellare  (Redi).  Se  consideriamo  che  lo 
stesso  dial.  ha  criales'o  raganella  (metaf.),  da  Kyrie  eleyson, 
Caix  st.  104  (cfr.  Kòrt.  4597  e  Nigra  XIV  368,  XV  118),  non 
parrà  strano  il  derivare  codesto  verbo  da  cantare  +  elejson, 
in  quanto  abbia  significato  in  origine  :  cantare  il  *  Kyrie  eleyson  '. 

frugare,  cercare  tentando  con  bastone  o  altro  (oggi:  con 
mano),  rovistare.  —  Credo  da  un  pezzo  che  all'etimo  *furcare 
(v. Kort.  3523)  possa  far  concorrenza  *foricare  da  forare.  Per 
la  parte  formale,  una  volta  venuti,  coli' ettlissi,  a  *forc*are,  ri- 
spetto all'esito  neolatino  le  due  presunte  basi  coincidono  ^  Senza 
r  ettlissi  sarebbe  allora  il  \\icch.  faricare,  in   cui  già  ravvisava 


*  Ciò  dico,  in  quanto  Tìt.  zo  foro  ecc.  esigerà  un  volgar  lat.  *forat,  di 
fronte  al  class,  forat  (v.  Georges).  Curiosa  del  resto  la  trascuranza  del  po- 
vero verbo  forare,  che  non  ha  trovato  ospitalità  neanche  nelle  Postille  del 
Salvioni  I  V.  però  Zamb.  530. 


Note  etimologiche.  215 

un'epentesi  (v.  XII  124);  chwen.  furegar  rovistare  (e  &vd.ftir- 
ruggà  ecc.  ;  Guarnerio  XIV  395).  Per  la  parte  ideale,  tutto  con- 
siderato, la  convenienza  di  questo  etimo  parrà  forse  maggiore  ;  e 
cfv.  bachemre,  che  significò  insieme  'far  buchi'  e  'cercare  fru- 
gando' (Fanf.). 

frugnuolo,  sorta  di  lanterna  a  riverbero  usata  per  la  cac- 
cia notturna  agli  uccelli.  —  ET  equivalente  are.  fornuolo,  da 
*furneolo  ('furnus',  e  circa  il  diminutivo,  cfr.  fornello),  con  as- 
sai ovvio  traslato.  E  si  dovè  pronunziar  veramente  *fornjuolo 
o  forgn-,  come  ci  mostra  lo  n  della  forma  metatetica. 

fusci-  e  /*tfcz«  ce «,  larga  sciarpa  co' due  lati  pendenti  in 
basso,  lucch.  cravatta.  —  Lo  Zamb.  557  dal  ted.  fass-hacke  tal- 
lone. Credo  migliore  l'etimo  proposto  già  dal  Salvini  (v. 'Fiera', 
Intr.  1  ),  il  quale  vi  ravvisava  *fasciacca'^  (fascia).  E  avremo 
Vu  dalla  preced.  labiale. 

gàngola,  gianduia,  gianduia  enfiata  (al  pi.);  goìiga,  gianduia 
enfiata  e  sua  cicatrice  (Malm.  vi  54;  al  pi.),  accresc.  gongone, 
enfiagione  alla  gola  o  alla  guancia  (Fanf.);  gongola,  lo  st.  che 
'gonga'  (Pataffio),  e  del  Voc.  it.  anche  per  'tumore  alla  gola'.  — 
Il  Diez  s.  ganguear  riporta  gàngola  a  ydyyXtov  enfiagione  (cfr. 
Kort.  3592).  Ma  questa  forma,  come  fu  notato  da  un  pezzo,  e  an- 
che le  altre  non  saranno  in  realtà  che  glande  e  glandìila,  con 
ettlissi  di  L  e  con  d  in  ^  per  assimil.  sillabica  (circa  quest'ultima, 
cfr.  agghingare  da  agghind-).  V.  Bianchi  X  378  e  '94  n.  La  se- 
conda e  terza  forma  ci  off"rono  un  altro  bell'esempio  di  p  da  a, 
che  s'aggiunge  alla  serie  di  monco  ecc.  (cfr.  Suppl.  Arch.V  225), 

ghiécolo  e  (oggi)  diécolo  -ro,  lucch.,  culla.  —  È  voce  an- 
tica (v.  FoRNACiARi  appr.  Fanf.  u.  t.);  da  vehicùlum.  Cfr.  il  srd. 
e  còrso  vikulu  e  hèkitlu  st.  sign.  ;  Guarnerio  XIV  407.  La  prima 
forma  (da  *guiecolo  di  f.  a.)  appare  osservabile  in  quanto  il  v 
è  reso  come  il  w  germanico   {cù\  ghiera  da  *guiera,  e  v.  XII 


'  L'asterisco,  quantunque  la  voce  sia,  coli' esempio  del  Salvini,  entrata 
ne'  nostri  Dizionarj  ;  perchè  egli  la  dà,  se  ben  vedo,  come  una  sua  propria 
ricostruzione  e  non  come  una  voce  realmente  in  uso. 


216  Pieri^ 

157  s.guerria);  ma  cfr.  il  ted.  loiege  culla,  il  cui  'antenato'  potè 
in  ciò  contare  per  qualche  cosa.  Il  ditt.  anormale  è  anche  del 
chian.  viéguelo  erpice  (Dilli). 

gonghia,  are,  gogna  (Sacch.  e  Frescob.).  —  È  forma  che  non 
contraddice,  anzi  par  confermare  l' etimo  ver] gogna  ;  cfr.  Kòrt. 
8636  K  Avremmo  qui  la  singoiar  riduzione  di  dj  a  §],  che  in- 
sieme con  quella  di  tj  a  kj  è  caratteristica  dell'aretino  (v.  Asc.  II 
449-50),  e  occorre  anche  in  altre  parti  (per  la  stessa  nostra  for- 
mula, cfr.  il  pis.  Lighie  Indie). 

gongolare,  lucch.,  sguazzare,  detto  di  cosa  che  nuoti  entro  un 
liquido  (Bianch.)  ;  it.,  esser  tutto  commosso  per  intima  e  mal  ratte- 
nuta gioja.  —  Non  dubito  che  siano  tutt'uno.  Per  la  doppia  acce- 
zione, cfr.  lo  stesso  sguazzare,  che  vale  insieme  'muoversi  entro 
un  liquido  '  e  'commuoversi  per  allegrezza'  (stragodere,  trionfare); 
e  cosi  anche  l'are,  colleppolare.  E  tengo  per  assai  probabile  un 
etimo,  che  a  prima  vista  potrà  parere  assai  strano,  ravvisandovi 
un  allòtropo  di  dondolare  da  *d[e>undulare  (cfr.  Diez  s.  v.  ). 
Nell'ordine  de'  suoni  offre  un  esatto  parallelo  il  sen.  ghinghellare, 
di  fronte  al  lucch.  dindellare  ^  (v.  Fanf.  u.  t.),  ambedue,  mutato  il 
suffisso,  dal  tema  medesimo  di  dondolare  e  coll'afRne  sign.  di  'di- 
menare' 0  'tentennare'. 

intrettirsi,  sen.,  aver  paura,  rimescolarsi;  fretta,  sen.,  ac- 
coramento, paura.  —  Avremo  Intrettire  da  trettire  con  mutata 
conjugz.  per  *trettare,  cioè  trepidare;  e  il  sost.  sarà  un  dever- 
bale. Connesso  a  questi  pare  a  me  tretticare,  sen.,  camminare  a 
gambe  larghe  e  quasi  barcollando  (e  dicesi  propriara.  de' majali 


I 


*  Non  vedo  come  mai  il  Can,  III  395  ponesse  gogna '^  dove  il  supposto  o 
gli  riusciva  d'ostacolo  all'etimo  del  Diez. 

^  Ali.  a  dindolare  dond-  (Stef.  ).  Questa  e  le  altre  forme  con  i  radicale 
suppongono  de-[u]ndulare,  con  prevalenza  del  primo  suono.  E  in  rfin- 
dola  ecc.  si  dovrà  ripeter  Vi  (=é)  dalle  forme  arizotoniche.  -  Da  esso  non 
par  separabile  l'it.  ant.  dinderlo  e  -erlino,  specie  di  frangia  o  cinciglio  (al 
plur.  ;  e  per  l'uscita,  cfr.  màndorla  ecc.)  ;  e  connettere  anche  vi  vorrei  drm- 
golare,  chian.  sdreìigueldre,  tentennare  (per  cui  il  Caix  st.  106  pensa  ad 
altro  etimo),  osservabile  in  quanto  il  ^  da  d  vi  sarebbe  sorto  per  dissimila- 
zione. 


Note  etimologiche.  217 

grassissimi;  Gradi  appr.  Fanf.  u.  t.),  che  ben  si  potrà  ricondurre 
a  *trépidìcare  ^  E  noto  che  in  lat. 'trepidare'  vale  anche 
^tremulo  motu  concuti,  agitari',  e  'trepidus'  anche  'tremulus,  agi- 
tatus'  (v.  Forcell.).  L'etimo  che  qui  postuliamo  dovè  significar 
dunque  'il  tremolare'  (volg. 'il  far  lappe  lappo')  delle  natiche  e 
della  pancia  de'  majali  ben  grassi  mentre  si  muovono.  Del  resto, 
si  potrà  spiegare  anche  per  'ondeggiare'  o  'vacillare',  come  fa 
camminando  il  majale  molto  pingue,  co'  quali  verbi  traduciamo 
assai  bene  in  più  casi  il  lat.  'trepidare'.  Per  trelticare  il  Caix 
st.  168  pensa  al  lat.  strittare  (Varrone),  e  ad  etimo  germanico 
il  Kort.  7823. 

mat^achellu,  difetto,  pecca ^.  Potrà,  con  trasposizione  reciproca 
di  r  e  e,  essere  =  ^macarella  da  maculella  ('macìila'),  che  ri- 
sulta per  la  parte  fonetica,  a  parer  mio,  in  perfetta  regola  (v. 
Suppl.  Arch.V  240-1  n).  E  cfr.  il  frnc.  tdche. 

marrdpeto,  ar.,  uomo  avventato  e  sgraziato,  che  guasta  quel 
€he  tocca.  —  Da  man-ràpido,  cioè  manu  rapidus.  Si  ricorda 
qui  per  la  bella  singolarità  del  composto.  Per  l'assimilazione,  cfr. 
ii.marrovescio\  e  per  la  vocal  di  penultima,  a.v.soUeto  subheto  ecc. 
€irca  ^  da  D  in  questa  stessa  formula,  il  quale  è  di-  regola  nel 
lucch.  (v.  XII  123,  ecc.),  se  n'hanno  anche  esempj  d'altre  parti 
della  Toscana. 

moscio,  vizzo,  floscio.  —  Credo  che  questa  voce  si  debba  ri- 
solutamente separare  da  tutte  le  altre  neolatine  ad  essa  fin  qui 
ravvicinate  (cfr.  Diez  s.  v.  e  Kort.  5441),  e  che  nuli' altro  sia  se 
non  mosso,  prt.  di  'muovere'  (cfr.  floscio  da  fluxu,  Diez  s.  v.;  ma 
V.  a  ogni  modo  Groeber,  Vulg.  substrato  s.  laxare).  Rispetto  a  s 
da  ss,  civ. grascia  ecc.  Ili  370;  e  XII  119.  E  avremo  cosi  un'al- 
tra bella  coppia  di  allòtropi  da  aggiungere  all'  Indice  del  Ca- 
nello. 


*  Le  rizotoniche  hanno  e  secondo  il  Petrocchi:  treltica  ecc. 

^  Deve  esser  questo  il  sign.  fondanaentale  (si  ponga  mente  a  frasi  come: 
•'il  tale  ha  molte  m-'  o  'scoprir  le  m-  d'alcuno',  ecc.);  dal  quale  si  sarà 
svolto  facilmente  quello  di  'azione  cattiva'  o  'inganno',  ecc. 


218  Pieri, 

Mu  ZZO  lare,  ar.,  mugolare  ^  Vi  richiamo  l'attenzione,  perchè 
mi  pare  un  bell'esempio  di  zz  da  *gj'  (cfr.  Suppl.  Arch.V  161). 
Gli  corrisponde  l'are,  it.  muggiolare  (Pataffio),  che  sta  per  la  for- 
ma a  mugire,  come  gagnolare^  a  gannire. 

rigattare,  sen,,  sgridare,  fare  il  dottore  a  uno.  —  Seconda 
il  Caix  st.  141  dall' ant.  frnc.  rio^er,  con  §  per  togliere  l'iato. 
Penso  che  sia  piuttosto  un  allòtropo  di  ricattare  da  *recaptare 
(cfr.  Kòrt.  6715),  con  quella  stessa  evoluzione  ideale,  che  conduce 
a  'biasimare'  e  sim.il  lat.  reprehendere  e  V  ìt.  7^ipigliare. 

scalpitare,  percuoter  la  terra  co' piedi  (e  si  dice  per  lo  più 
del  cavallo),  calcar  co' piedi  camminando. —  Il  Caix  st.  146  da 
calpestare  con  metatesi  (cfr.  Kort.  1496,  Zamb.  943);  il  quale  etimo 
a  me  è  sempre  parso  più  arguto  e  attraente  che  vero  ;  né  ho  mai 
potuto  trovare  a  codesta  presunta  metatesi  un  parallelo  esatto  e 
sicuro.  Credo  piuttosto  a  *scalpitare,  da  scalpore.  Il  signif. 
fondamentale  sarà  dunque  'scavare',  cioè  'scavar  la  terra  co' piedi', 
e  quasi  'scalfir  la  terra',  come  fa  particolarmente  la  zampa  del 
cavallo  che  scalpita  (cfr.  lo  'scalperò  terram  unguibus'  delle  ma- 
liarde in  Orazio);  onde  poi,  presa  la  causa  per  l'effetto,  anche 
'calpestare'. 

sciainaio,  sen.,  malandato,  rifinito  per  malattia.  —  Riviene 
ad  *exaginatu,  da  *aglna  ('agère'),  v.  Kort.  314,  e  perciò  vale- 
dunque  in  origine  :  senza  attività,  senza  forza. 

sciàvero,  ritaglio  di  legname  o  di  pelle  o  stoìfa.  —  Lo  Zamb. 
1137  dal  irne,  scier  segare  (cfr.  Kòrt.  7330).  È  invece,  con  tutta 
probabilità,  il  sost.  o  il  prt.  accorciato  di  *sciaverare,  allòtropo 
di  sceverare  (v.  Can.  Ili  375  e  D'Ov.  IV 151  n),  con  a  sorto  dap- 
prima nelle  forme  arizotoniche. 

scivolare,  are,  sibilare,  fischiare;  oggi:  sdrucciolare.  —  11 
Diez  s.  cigolare  non  si  riferisce  a  questo  verbo  che  per  l'accezione 


*  Oggi  par  che  si  dica  solo  del  sasso  che  romba  lanciato  con  forza 
(prof.  Luigi  BoNFiGLi).  La  sibilante,  dal  Fanf.  e  dal  Petrocchi  data  per 
sorda,  ò  sicuramente  sonora. 

^  Per  questo  il  Kort.  3595  postula,  non  bene,  un  *ganniculare. 


Note  etimologiche.  219 

antica^,  ricordando  la  giusta  etimologia  del  Ferrari  (sibilare)  e 
quella  infelicissima  del  Galvani  (rad,  di  singultire).  Circa  l'al- 
tra accezione  il  Caix  st.  152  propone  l'aat.  sliofan  sguisciare  o 
slìfan  sdrucciolare.  Ma  veramente  dobbiamo  ravvisar  qui  una 
sola  e  identica  voce,  e  l'etimo  è  sibilare,  da  cui  scivolat^e  pro- 
cede in  perfetta  regola.  Cfr,  il  berg.  siblav,  ove  in  qualche  varietà 
le  due  accezioni  si  trovano  del  pari  riunite.  In  quanto  la  voce  in 
questione  è  'sdrucciolare',  avrà  indicato  'quel  particolare  fruscio 
che  uno  produce  scivolando'.  E  cigolare  corrisponderà  a  *scigol- 
di  f.  a.,  con  e  da  5  (  cfr.  cinghiale,  ciarpa,  ecc.  )  e  col  ben  nota 
passaggio  in  g  d'un  v  che  preceda  a  vocal  labiale  ^. 

toma,  montai.,  luogo  solatio  e  riparato  dai  venti  invernali 
(Ner. ).  —  Potrà  esser  tùmor,  che  vale  anche  'altura'  e  'col- 
linetta'; giacché  queste  sono  per  solito  i  luoghi  più  esposti  al 
sole.  L'idea  di  'riparato  dai  venti  invernali'  risulterebbe  in  tal 
caso  una  determinazione  posteriore.  Per  la  forma,  cfr.  tema  da 
timor  ^.  E  il  pur  montai,  ^oma^/o  e  -iiio  sarà  modellato  sull'e- 
quival.  solatio  ;  ma,  a  giudicare  dalla  seconda  forma,  sarà  pas- 
sato pel  tramite  di  *lomicUo  (da  tumidu,  cfr.  il  \ì\orn.  iómita 
rigonfiamento  del  vestito,  Fanf.  u.  t.). 

trenfiare  e  tronf-,  sen.  e  it.,  sbuffare  con  forza,  ansare  sbuf- 
fando.—  Il  Caix  st.  36  da  trans  +  inflare.  Ma  questo  sarebbe 
venuto,  di  certo,  a  ''^ trasenfiare  ecc.  {civ.  trasandare,  sicil.  ^ra- 
siri  da  transire,  ecc.);  oltreché  la  prep.  trans  non  pare  atta 
ad  esprimere  quella  logica  determinazione  d' inflare,  la  quale 
ivi  s'esprime.  Credo  che  si  tratti  d'un  d[e]-r[e]-inflare,  dove 
de-re  denotino  efficacemente  l'aspirazione,  e  in  l'inspirazione; 
che  r  una  e  l'altra  é  in  trenfiare  e  tronf-.  Quanto  all'  o  di  tron- 
fiare, sorto  dapprima  nelle  arizotoniche,  v.  il  Caix  al  luogo  cit. 


'  Più  precisamente,  egli  a  cigolare  e  scio-  riuniti  soggiunge:  'knarren, 
knistern',  dichiarazione  più  adatta  al  primo  che  al  secondo. 

"^  Il  Mey.-Lb.,  It.  gramm.  309,  connette  cigolare  al  ven.  Qi§ar,  che  è  proba- 
bilmente tutt' altra  cosa  e  ove  il  sign.  di  'cigolare'  sarà  accessorio  (per  lo 
più  dice  'gridare'  o  'strillare';  cfr.  l'emìl.  zigdr  st.  sign.,  boi.  più  spesso 
'piangere',  ecc.). 

'  [Anche  p.  210.  Ma  di  tema  trema  ecc.,  v.  Asc.  XI  439]. 


220  Pieri,  Note  etimologiche. 

Quasi  inutile  l'avvertire  che  tronfio  vanamente  gonfio  e  sbuffante, 
h  il  prt.  tronco  di  tronfiare,  che  il  Kórt.  8314  deriva  (e  pare  ira- 
possibile)  da  irionfarel  —  Circa  dr  in  ir,  cfr.  Asc.VII  144. 

trottola,  pera  di  legno  che  si  fa  girare  sul  picciuolo  metal- 
lico, sfilando  una  cordicella  avvolta  intorno  ad  essa,  lucch.  ruz- 
zola; trottolat^e,  girare  come  una  trottola.  —  Secondo  il  Caix 
st.  74,  da  *tortulare  con  metatesi.  Credo  anch'io  che  dobbiamo 
partire  dal  verbo.  Ma  l'idea  dell'avvolger  la  corda  è  affatto  se- 
condaria (cfr.  il  palèo  o  fattore,  che  è  lo  stesso  strumento,  e 
vien  messo  in  moto  con  una  sferza),  e  non  par  verosimile  che 
stia  a  fondamento  dell'etimo.  Il  nome  generatore  anziché  tortu 
ben  potrà  esser  qui  ròta,  e  la  voce  in  questione  spettare  alla 
stessa  famiglia  di  ruzzolare  e  ruzzola  (sen.  druzz-  vb.  e  sost.) 
«  di  sdrucciolare  (  cfr.  Kòrt.  6997  e  2630).  Avremo  dunque,  se 
io  ben  m'appongo,  trottolare  da  *d[e]-r  otti  lare.  E  quanto  a  dr 
in  tr,  V.  il  preced.  art. 

vivagno,  orlo  della  trama  che  resta  senza  esser  tessuto;  mar- 
gine, sponda.  —  Lo  Zamb.  1440  dà  questa  voce  come  d'etimo 
ignoto.  E  in  origine  un  SLgg. vivagno,  da  *vivaneu,  che  sta  a 
vivo  come  l'are,  seccagno  (onde  seecagna  bassofondo)  sta  a  secco. 
Cfr.  Mey-Lb.  II  501-2.  Questo  etimo  è  messo,  mi  pare,  fuor  d'ogni 
dubbio  dal  march,  orlo  vivo,  che  ha  lo  stesso  sign.  (Gianandrea). 
E  ugualmente  è  or  viv  nel  friulano.  Cosi  si  chiamano  dunque  *i 
fili  della  tela  non  ricoperti'  come,  in  perfetta  corrispondenza, 
carne  viva  diciamo  quella  'non  ricoperta'  di  pelle. 


APPENDICE  ALL'ARTICOLO 

'UN  PROBLEMA  DI  SINTASSI  COMPARATA  DIALETTALE* 

(Arch.  XIV,  453-68). 

DI 

e.  I.  A. 


§§  I-II.  Devo  grazie  a  molti  benevoli,  e  per  il  conforto  del 
loro  assentimento  alla  dichiarazione  da  me  proposta  del  tipo  sin- 
tattico 'vattelappesca',  e  per  i  nuovi  dati  che  è  loro  piaciuto 
di  offrirmi.  Una  parte  dei  quali  aggiungo  qui  appresso. 

II,  A.- Regioni  galloitaliche.  —  Nel  dizion.  mantovano 
dell'ÀRRiVABENE  :  vatt'a  cala  (Nigra).  —  Nel  vocab.  milanese 
del  Cherubini:  vatt  a  saloa  'non  t'arrischiare,  abbi  l'occhio', 
vattel  a  pesca  ^.  —  Nel  giornale  'la  Lombardia'  del  19  feb- 
brajo  1899,  sotto  'Varese'  [Biumo  Superiore]:  «una  giovane 
sposina...,  detta  Vatt'a  mazza»  (Salvioni).  —  Sarebbe  esempio 
di  'applicazione  indicativa':  'l  uà  scèi-ca  'l  so  pà,  ei  va  a  cer- 
care suo  padre,  nella  Parabola  in  dial.  di  Ameno  (Lago  d'Orta)^ 
Rusconi,  Il  Lago  d'Orta,  1881,  p.  54  (Salvioni). 

II,  B.-  Toscana.  —  Una  versione  della  canzone  di  Susanna,  pro- 
veniente dalle  montagne  di  Lucca,  presso  Nigra,  Canti  popo- 
lari del  Piemonte,  p.  457,  incomincia  col  doppio  settenario:  Su- 
sanna vatti  a  veste  —  che  sanderà  a  balla.  L'è  finale  di  veste 
è  al  suo  legittimo  posto,  cosi  volendo  l'imperativo  lucchese  di  II 
e  di  III;  V.  Pieri,  XII  167. 

II,  D. -Provincie  napolitane.  —  Parlata  di  Casalincontrada 
(Chieti):  vacchiame,  vammagne,  vabì)ide\  dove  il  de  Lollis 
riconosce,  secondo  XIV  458  :  va-a-kjame  ecc. 

II,  E.- Sicilia.  —  Molta  materia  mi  aggiunse  I'Avolio  (cfr. 
§  V) ,  e  gliene  rendo  vivissime  grazie ,  limitandomi  però  a  qui 
usarne  in  misura  assai  modesta,  si  perchè  lo  spazio  mal  conce- 


-   *  Entrambi  gli  esempj    anche  nel  Maschkà   (v.  più  in  là,   §§  III-IV,  n),. 
provenienti  dalla  fonte  P.  =  Poesie  di  Carlo  Porta,  ecc. 


222  Ascoli, 

Perebbe  di  più  e  si  per  lasciar  libero  a  lui  stesso  un  più  ampio 
discorso  in  qualche  esercitazione  sua  propria.  Mostra  egli  come 
siano  continue  le  serie  parallele  e  assolutamente  sinonime,  rap- 
presentate dal  doppio  tipo  vaju  e  vviju,  vaju  a  voiju,  'vo  a  ve- 
dere', e  accetta  l'interpretazione  *vado-et-video,  *vado-ac- 
video  (allato  a  vaju  a  vvicliri  *vado-ad-videre,  cfr.  XIV  457  n). 
Egli  esemplifica  l'intiero  paradigma;  e  cosi  vaju  a  vviju  vo  a 
vedere,  vai  a  vviri  (o  a  vvidi),  va  a  vviri;  jemu  o  jamu  a  vvi- 
remu,jiti  a  eviriti,  vannu  a  vvirinu;  —  jeva  o  java  a  vvideoa, 
jevi  a  vvidevi,  ecc.;  —  jivi  a  v vitti;  jistivu  a  vvidistivu,  ecc.; 
—  e  anche:  si  iu  jissi  a  vvidissi  [se  io  andassi  a  vedere],  si  tu 
jissitu  a  vvidissitu ,  ecc.,  con  che  s'esce  dall'indicativo.  La  co- 
struzione imperativa  non  compare  nel  paradigma  ;  ma ,  tra  gli 
esempj  sparsi,  vanno  certamente  all'imperativo,  piuttosto  che  al- 
l'indicativo: passa  a  vviri  (=  vedi)  a  tto  patri;  curyn  a  vvidi 
■cu  è.  —  Ancora  cito  da'  suoi  esempj  :  vegnii  a  pportu  o  vegnu 
■e  pportu,  vengo  a  portare;  toì^nu  a  ffazzu  o  tornu  e  ffazzu, 
torno  a  fare;  e  finalmente  (cfr.  XVI  461  467):  mi  vegnu  a 
ghjettu  é  vostri  pedi;  vi  tornu  a  ddicu;  'u  turnamu  a  llas- 
samu  a  vostra  casa  [lo  torniamo  a  lasciare  alla  vostra  casa]; 
'u  turnau  a  ppurtau  6  so  postu  [lo  tornò  a  portare  al  suo  po- 
sto]; e  si  'u  turnassimu  a  faclssi?nu  'n  atra  vota?  [e  se  tor- 
nassimo a  farlo  un'altra  volta]? 

§§  III-IV.  Le  dichiarazioni  del  costrutto.  —  Il  mio  sag- 
ginolo è  stato  composto  quasi  in  '  contraddittorio  ',  mentale  ed  epi- 
stolare, con  un  insigne  collega,  il  quale  sosteneva  l'opinione  che 
il  costrutto  va  a  piglia  fosse  un  'compromesso'  tra  va  a  pi- 
gliare e  va  piglia  o  va  e  piglia;  della  quale  opinione  egli  pa- 
reva dover  rifare  (e  forse  rifarà)  la  storia  in  un  volume  che 
tutti  aspettiamo  con  viva  impazienza.  Era  questo  stato  l' avviso 
■del  compianto  Gaspary,  e  pur  d'altri  prima  di  lui;  ma  l'artico- 
letto  polemico,  in  cui  il  Gaspary  l'affermava,  non  sono  io  riu- 
scito a  rintracciarlo  se  non  in  questi  giorni  ^  La  mia  confuta- 
zione stava  intanto  come  implicita  nelle  ultime  righe  di  XIV  467. 


*  È  in  Zeitschr.  f.  rom.  pìiilol.,  Ili  (1879)  257-9,  o  ne  devo  la  precisa  in- 
•dicazione  all'amico   prof.  Biadene   (2  febbrajo  1^89),  Ha,  com'è  naturale, 


Un  probi,  di  sintassi  comparata  dialettale  (continuaz.)-  223 

Gli  esempj  latini,  dei  quali  io  confortava  la  soluzione  che  ho 
dato  del  nostro  problema  (*vade  acpilia,  ecc.;  XIV  468), 
erano  i  soli  plautini,  secondo  lo  spoglio  del  Draeger.  Ma  ne  ab- 
biamo anche  in  Terenzio.  Raffaello  Fornaciari,  lette  appena  le 
mie  righe,  citava  Tabi  cito  et  suspende  te,  Andria  255,  che 
meglio  ancora  ci  piacerà  nella  lezione  ora  adottata:  abi  cito 
ac  suspende  te  'vatti  a  impicca'  (XIV  455).  E  l'amico  prof.  Gia- 
comino, fatto  pur  di  Terenzio  lo  spoglio  intiero,  aggiungeva:  tu 
abi  atque  obsera  ostium  intus,  Eun.  763,  abi  prae  strenue 
ac  foris  aperi,  Adelphi  167,  abi  atque...  enarrato,  ib.  351, 
abi  domum  ac  deos  comprecare,  ib.  699;  allato  ai  normal- 
mente asindetici  :  abi  prae,  cura  ut  sint  domi  parata,  Eun. 
499,  abi,  ecfer  argentum,  Timorum.  804,  abi  intro,  vide 
quid  postulet,  ib.  871,  abi,  vise  redieritne  etc,  Phorm. 
445,  abi,  die  esse  etc,  ib.  712;  abi  prae,  nuntia  hanc  ven- 
turam,  ib.  777;  curre,  obstetricem  arcesse,  Adelphi  354. 

§  V.  Di  ulteriori  traccio  di  ac  od  atque  negli  idiomi 
neolatini.  —  È  noto  il  tentativo  di  valersi  di  atque  per  la 
dichiarazione  di  anche  it.  ecc.  (Kort.  871),  e  come  sia  autore- 
volmente sostenuta  la  combinazione  atque-ille  ecc.  {aquel  ecc.), 
ali.  a  ecce -ili  e,  Meyer-L.  gr.  II  596;  dove  è  ora  però  da  con- 
frontare :  G.  Rydberg,  Zu7'  geschichte  des  fìmnzòsichen  a,  II.  2., 
321-22  (Upsala  1898).  —  Ma  dopo  la  pubblicazione  dell'Articolo, 
al  quale  queste!  linee  servon  di  prima  appendice,  la  ricerca  di 
altri  esiti  di  atque  ac  s'è  come  infervorata. 

Pensarono  simultaneamente  a  riportare  ad  a  e  Va  susseguito 
da  doppia  consonante  nei  numerali  diciassette  diciannove,  il  Sal- 
viONi,  'Nuove  postille  italiane'  (Rend.  Ist.  Lomb.,  1899),  il  Pe- 
trocchi el'AvoLio;  e  veramente  ci  avevo  pensato  anch'io.  L'ac 
essendo  sinonimo  di  et,  nulla  ci  sarebbe   da  ridire,  sotto  il  ri- 


osservazioni critiche  non  punto  diverse  da  quelle  che  io  pure  accampava  in 
XIV  464-5.  Ma  la  dichiarazione  sua,  che  io  indirettamente  impugnava,  era 
in  effetto  già  messa  innanzi  dal  Maschka,  'Die  conjugation  der  neumai- 
landischen  mundart',  Innsbruck  1870,  p.  47  (n.  35);  il  quale  del  resto  si 
avventurava  ad  affermare  che  il  costrutto  fosse  affatto  estraneo  all'italiano; 
cfr.  più  in  là,  al  §  V.  Il  Gaspary,  alla  sua  volta,  era  limitato  al  toscano 
>e  al  siciliano. 


224  Ascoli, 

spetto  ideologico;  cfr,  decem  et  septem,  decem  et  novem; 
e  nulla  potrebbe  opporre  la  fonologia.  Ma,  e  per  il  significato 
e  per  i  suoni,  ad  quadrerebbe  ugualmente,  cfr.  Diez  gr.  IP  442. 
Manca  perciò  un  sicuro  criterio  di  preferenza  tra  i  due ,  pur 
senza  tener  conto  della  dubbia  concorrenza  di  un  terzo  termine^ 
cioè  di  a[dj  da  e [d]  atono,  =  et;  cfr.  Me^-.-Lùbke  II  592.  Il  d 
sempre  risuona  nel  piem.  dis'dót,  venez.  disdoto  (onde  il  dici- 
dotto  del  Bembo  ;  ne  ci  lasceremo  sedurre  da  M.-L.  it.  gr.  §  142), 
diali,  nap.  decedotte,  allato  all'  it.  dici-a-otio,  fri.  dis'-e-vott  ecc. 

Ben  maggiore  la  probabilità  che  a  e  si  avvicendi  con  et,  in 
modi  come  tutt'  e  ddue  tuW  a  ddue  del  toscano ,  com'  e  ite  di 
Roma  e  Toscana,  allato  a  cum'  a  ite  di  Napoli;  cfr.  Schuchardt, 
Roman.  Ili  18-19,  Zeitsclir.  XXIII  334;  e  Vising,  nella  'Miscel- 
lanea Tobler',  113  sgg.  Nel  siciliano  (Avolio):  ogni  e  ddaiy 
ogni  e  vvinti,  ogni  e  cceniu,  ecc.,  allato  a  ogni  a  ddui,  ogni  a 
coentUj  ecc.;  ogni  a  mmisi  ogni  mese,  ogni  a  ttaniu;  e  insieme: 
ogni  ddui,  ogni  ccentu,  ogni  ttaniu,  ecc.;  dove  non  basterebbe 
a  far  pensare  all' ad  Yognadunu  (sebbene  accompagnato  da  quar- 
cadunu)  clie  sta  allato  a  ognedunu  e  ogni  a  unii  ^. 

Non  ripugnerebbe,  'a  priori',  che  tra  i  Neolatini  si  continuasse 
l'atque  pur  in  condizione  di  bisillabo  {* akke  *akka  ecc.;  cfr. 
VII  527-8  n)  ;  e  certo  son  notevoli  i  sicil.  vacaveni,  vacavegna^ 
^  via- vai,  andi-rivieni',  addotti  dall' Avolio  come  esempj  di  sostan- 
tivi ottenuti  per  'giustapposizione',  cfr.  sp.  'va-i-ven',  ecc.  Anche 
m'offre  lo  stesso  amico  il  sicil.  fracatantu  'frattanto';  cui  s'ag- 
giunge, intanto  dalla  parlata  di  Noto,  il  sinonimo  fratacatanta. 
E  per  questa  via  eccomi  ricondotto  finalmente  all'  enigmatico 
vacqualtù  della  tradizione  letteraria  italiana,  cui  penso   da  pa- 


*  ''ognadìino.a  ogneduno  ne'  Vocabolarj  siciliani'.  —  Di  qualche  altro  caso, 
più  singolare,  dove  in  Sicilia  s'alternino,  come  particole  congiuntive,  Ve  e 
Va,  mi  dà  ancora  notizia  l'AvoLio.  La  Pentecoste  («  Pasqua  di  Pentecoste  ») 
è  detta  Pasqua  e  Ppinticosti  oppure  Pasqua  a  Ppinticosli.  E  i  giorni  della 
Settimana  Santa,  son  detti:  luni  e  ssantu,  marti  e  ssantu,  mercuri  e  ssantUy 
jovi  e  ssantu,  vénniri  e  ssantu,  sàbatit  e  ssaniu  (sàbatu  santu);  oppure:  luni 
a  ssantu,  marti  a  ssantu,  ecc.  Meno  comunemente  di  luni  marti  ecc.,  si 
dice  allo  stato  isolato:  luniria  (lunae  dies)  martirìa  mercurir'ia  jovirìa  ven- 
nirirta;  e  analogamente:  luniria  sanlu,  martirìa  santit,  ecc. 


Un  probi,  di  sintassi  comparata  dialettale  (continuaz.).  225 

recchio  tempo,  incontrato  poi  che  l'ebbi,  nei  vocabolari,  come 
presunto  sinonimo  di  'vattelappesca'.  Cosi  nel  Dizionario  vene- 
ziano del  Boerio  (s.  catàr):  vatela  caia  'indovinala  tu  grillo, 
vacquattù'.  E  tra  i  Dizionarj  italiani,  il  Tramater  riporterà:  vac- 
quattù,  vacquatùj  «nome  finto  per  giuoco,  come  dire:  nessun 
uomo,  nessuna  persona;  simile  al  valcerca  e  vattel  cerca  de' 
Lombardi  ^  »  ;  dove  è  da  avvertire  che  gli  esempj  del  Tramater 
punto  non  offrono  prova  di  codesta  somiglianza.  Cfr.  il  Voc.  della 
lingua  it.  del  Fanfani,  s.  v.  Più  numerosi  gli  esempj  presso  il 
Gherardini,  ma  non  ne  viene  mai  alcuna  congruenza  col  tipo 
'vattelappesca'  'vattelaccerca'  ecc.  Né  il  Gherardini  veramente 
afferma  una  congruenza  di  questa  specie;  ma  d'altronde  la  dis- 
sezione {va  qua  tu),  che  è  dubitativamente  da  lui  proposta,  non 
vale  a  persuaderci  ^ 


*  Caratteristica  la  condizione  della  filologia  italiana  che  non  conosceva 
i  paralleli  toscani  di  questi  modi  lombardi. 

*  Correzioni.  —  Nel  voi.  XIV,  a  p.  461,  1.  23-24,  doveva  essere  stam- 
pato: [Roman.]  abhandlungen  herrn  prof.  dr.  Adolf  Tohler  von  dankba- 
ren  schulern  in  ehrerhietung  dargebracht,  Halle  1895  (=  'Miscellanea  To- 
bler').  —  Nello  stesso  volume,  a  p.  336  e  469-70  (capor^  ecc.),  era  da  ci- 
tare: F.  NiTTi  DI  Vito,  Il  dialetto  di  Bari,  I,  Milano  1896,  pag.  1  n. 


Archivio  glottol.  ital.,  XV.  li 


IL  DIALETTO  DI  CERIGNOLA. 


>.  ZINGARELLI. 


[Continuaz.;  v.  sopra,  pp.  83-96.] 


N.  —  72.  Intatto  per  lo  più:  nùte^  chjàne  plana  pialla,  cano- 
neke,  panarizze  pan  arici  u,  frasene,  cQfene^  spinele  sp  inula  spilla, 
amine.  Agli  esempj  comuni  di  n  in  l,  aggiungerò  Andulgine,  cfr.  sp. 
Antolin;  e  noterò  l'invertimento  in  Ggelorme.  —  In  ìnezzejamiende 
occasione,  sarà  'iniziamento'  che  s'incrocia  con  'mezzo'.  In  marange 
arancio  (ven.  ecc.  naranzo^  spagn.  naranja),  sentiamo  la  melarancia. 
E  sajgime  saglna  'grasso',  'strutto',  è  manifestamente  una  forma 
analogica,  *sagimen,  cfr.  M.-L.  II  486.  —  73.  Eliso  in  cuchigghje 
conchyliu,  cozzale,  Flechia  II  335.  Della  metatesi  di  N'R,  cfr. 
n.  58.  Assimilazione  :  dol  Luigge  ecc. 

M.  74.  Intatto,  iniziale  e  mediano.  Superfluo  dire  che  finale  cade, 
se  non  fosse  per  ricordare  che  cum,  e  so  sum,  con  l'enfatico  sonde. 
Sporadico  è  il  raddoppiamento  protonico  :  cummende  giumenta,  cam- 
moise  camicia;  dove,  per  frummagge  ecc.,  cfr.  n.  58.  Ma  fumé:,  f^- 
ìnene,  ^nnamurcìte.  —  Forma  enigmatica  è  vammdre  levatrice,  'mam- 
mana'. —  75.  M'R  dà  Tnhr:  cambre^  kekoìnhre  n.  13,  gghjuemhre , 
numbre,  mbruvidde  morbillo.  Pare  ình  da  MM,  in  cambumille  cama- 
milla,  forse  per  relazione  a  cambe  campo.  —  MN.  Anche  qui  è  suenne 
•sonno'  e  'sogno'  e  anche  'tempia  dritta'  (cfr.  ted.  schlàfé),  con  evi- 
dente relazione  alla  posizione  del  dormiente. 

Consonanti   esplosive. 

C.  —  76.  Iniziale,  innanzi  ad  a,  o,  m,  saldo,  talvolta  anche  dove  il 
tose,  ha  la  sonora:  Cajeite,  Cattane,  concie  culla,  ecc.  Ma:  guveie 
e  ubi  tu,  gunMd'  Gonfiare,  gatte,  gastgi^e,  oltre  g  alesse,  è  garrdfe, 
che  è  certo  lo  spagn.  garrafa.  —  77.  Mediano ,  anche  saldo  :  vràhe 
braca,  àke,  fQihe,  fueke^  lattùke,  chjeike^  zouke,  pouhe^  luche,  assuca 
asciugare,  annecd'  ad  ne  care,  seike,  spgike;  ma  cfr.  Ascoli  IV  170  n. 
Ancora:  frabbecd'.,  carecd',  nazzecd'  cullare,  vennecd'  vendicare.  Ma: 


Il  dialetto  di  Gerignola.  227 

dra^e^  lage,  imgà',  fatgi§e  ;  e  qui  vada  anche  fragasse.  —  NO  sempre 
in  ìi§:  trun§e^  ciun§e  tronco,  mutilato,  an^oure  (anche  in  senso  dubi- 
tativo, come  ne  lat.,  [av]),  'ngaTiarse  imbronciarsi  (con  imagine  presa 
dal  cane),  'n  gùedde  'in  collo',  'n  ganne  in  gola,  il  plebeo  *n  gate  verso 
(in-xaTot).  —  78.  CR  in  gr  all'iniziale:  greite^  grgine  crino;  ma  croune^ 
crouce^  crepa  crepare.  Mediano  con  l'epentesi:  sa^ere^  ma§ere^  c^Of^?-, 
allegere  ;  notevole  larme  (cfr.  il  frc),  accanto  a  lareme  e  lagreme  ; 
V.  n.  58.  —  79.  Di  tt  da  CT  non  occorrerebbero  esempj.  Ricorderemo 
nondimeno  platteke  pratica,  pettele  piotala  (cfr.  D'Ovidio  IV  152,  e 
pel  signific.  scherzoso  il  tose,  tovagliolino).  —  È  CO  dissimilato  in 
acquacculà'  accoccolare.  —  80.  CE,  CI,  danno  costantemente  la  pa- 
latina. Superflui  gli  esempj,  e  solo  noteremo  cendre  chiodo,  xsvTpov, 
dgice  dicére,  annùce  inducere.  Pure  abbiamo  zippere  cippu 
stecco;  come  da  ce:  azzetlà'  accettare,  cfr,  n.  44.  Sarà  uno  spagno- 
lismo arceje^  acceggia,  sp.  arcea. —  NC  dà  ng  :  'n  giele^  'ngeTià' 
*incaeniare,  venge  vincere. 

QV.  —  81.  Intatto  innanzi  ad  a,  e:  quanne  quando,  cui  risponde 
l'analogico  tanne  allora,  'tum';  qualle  quale,  la  quale  'la  qualità', 
quande  quanto,  nequetàte  iniquitate;  cfr.  secuta  inseguire,  cujdte 
quieto.  Dileguo  dell'elem.  lab.  in  scarne^  ca  congiunz.  e  pron.  rei.  Dopo 
n:  cin§e^  dunge.  In  gw.  aguale^  guerce  quercia,  aguanne  (cfr.  vanngine, 
n.  29),  —  82.  Innanzi  ad  e,  ì,  è  e,  oltre  che  nei  comuni  torce  ecc., 
pure  in  cerse  quercia.  Gutturali  suonano  pur  qui:  chi^  che  pron.,  che 
nel  barese  sono  ci^  ce.  —  83.  [Le  forme  enfatiche  dei  pronomi  di- 
mostrativi composte  con  e  e  cu  sono:  quisse^  quidde  msc.  e  ntr.  sing., 
ellisse^  chidde  plur.  dei  tre  generi;  quesse^  qmdde  fem.  sing.;  di  fronte 
al  napolet,,  che  ha  sempre  perduto  l'elemento  labiale,  e  al  tose,  che 
l'ha  sempre  serbato.  Così  il  campob.  quiste^  quisse  di  contro  a  cheste, 
chesse  ecc.,  IV  152  172,  e  cJiisse  ntr,  plur.;  l'abruzzese  kuiste,  kuesse 
di  contro  a  kiste,  De  Lollis  XII  20  n;  il  barese  cusse,  cudde  di  contro 
a  ellisse^  chedde,  chidde.  Nel  basilisco  sta  cwe  di  contro  a  quire.  In 
generale  pare  che  -a  ed  -o  di  base  romanza  mantengano  l'elemento  la- 
biale, ma  -e  ed  -i  lo  respingano  ;  cfr.  anche  D'  Ovidio,  IV  172.] 

6.  —  84.  Iniziale,  innanzi  ad  «  o  w,  sempre  intatto  :  gadde  gallo,  ecc. 
—  85.  Mediano,  tende  generalmente  a  suono  spirante,  che  partecipa 
della  natura  della  vocale  cui  sussegue:  raJiù  ragout,  ràhoste  angusta, 
chjdne  plaga,  il  \eiievax.rejelle  riga,  ecc.  Tuttavolta  in  postonica  si 
può  ancora  sentir  ^  :  chjd§e^  gastgi§e^  neige  nego,  fatgi§e  ;  lagene  Xa- 
yava  lasagna;  ma  putd§e^  e  il  singolare  doule  doga.  In  tonica  e  pro- 
tonica bene  spesso  cade  affatto  :  aùste ,  reìàle   {j  epentet.  ),  tianedde 


228  Zingarelli , 

TTtyi^vo'^,  pì'iatgreje;  e  innanzi  aXVu  sviluppasi  talvolta  un  tv:  preicu- 
Igite  e  preulgitp,  sbrewundte  e  sbreuTidte  {§  second.),  ma  legume.  — NG 
intatto  :  manganiedde  maciulla  [xdcYyavov.  —  86.  GR  iniziale  perde  di  so- 
lito il  ^,  come  in  napol.  :  rudde  grullo,  vanne  grande,  ma  granezzùse 
schifiltoso  come  i  Grandi,  messe  grosso,  propriam.  'grande'  nel  senso 
materiale,  range  granchio,  rattacdse  grattugia,  raticule  graticola,  rcine 
grano  (moneta;  e  cosi  doje  rdne^  quatt^rdne,  ma  tre  ggrdne).  Saldo  : 
gramene.^  gravete  gravida.  —  Mediano,  provoca  epentesi  di  e  :  ti§ere^ 
ne^ere  trasposto  anche  in  nere§e  (e  pur  nireve  che  suppone  '^niuro). 
—  87.  GN  ha  perduto  l'elemento  gutturale,  oltre  che  in  canose^  an- 
che in  canale  cognato,  preine.  Si  riflette  per  n^  nel  solo  sin^e  segno. 
In  livene  li  gnu  coincidiamo  col  leunu  leccese;  e  pimene  pugnu  ri- 
corda stranamente  il  riflesso  rumeno.  L'esito  abruzzese  si  sente  in 
diìte  a  gnu,  ed  è  legittimo,  poiché  la  pastorizia  è  esercitata  da  Abruz- 
zesi nel  territorio  del  nostro  dialetto.  L'esito  comune  in  dene  rene 
pine.  —  88.  GV  conserva  di  regola  l'elém.  labiale:  lengue,  'nguille; 
ma  san^e  sangue,  ali.  a  sangie  salasso.  —  89.  GÈ,  Gì.  Il  g  riducesi 
normalmente  a  ó:  celdte  gelato,  cierne   genero,  cenucchje^  f'^^?i   cm- 

cetà'  cogitare  'aver  cura,  preoccuparsi',  onde  scucetdte^  napolet. 
scuitate,  libero,  scapolo,  e  'ngucete  briga;  curreice  corrigia,  sarta- 
cene  reticene,   leciteme:  cumme  gobba  gymbu,  Morosi  IV  130.  L'e- 

sito  j  si  ritrova  in  assdje  ex  agi  u,  assajà'  saggiare,  detto  delle  mi- 
sure, afdje  fagea  (il  cui  a-  proviene  dall'articolo  fem. :  Vafaje).  Ma 
ne'  seguenti  due  esempj,  che  anche  in  altri  dialetti  si  eccettuano,  si 
tratterà  piuttosto  di  epentesi  nell'iato:  sajette^  majpstre  accanto  a 
masie  cfr.  n.  2n.  Dileguo  totale  in  ma'  mai.  —  NG'  rimane  intatto,  e 
mai  non  si  riduce  a  n.  Si  estende  analogicamente  nella  conjugaz.  e 
nella  declinaz. :  ^Qnge  fungo,  funge\  tenge  tingo,  e  così  via. 

T.  —  90.  Saldo  anche  tra  vocali:  sputale  hospitale,  spdie,  spatgine, 
strale^  puteje,  patroune,  maire  e  patre  in  senso  spirituale.  Per  il  les- 
sico è  notevole  aitane  padre,  che  al  vocat.  fa  tatd\  o  anche  tate  fra  i 
contadini;  cfr.  M.-L.  II  25.  —  Raddoppiato  in  ketioune  cotone,  come 
negli  altri  dial.  meridionali.  —  Non  s'ha  di  certo  un  mero  accidente 
fonetico  in  mùpe,  muto,  che  in  Campobasso  vale  'sciocco'.  —  Le 
congiunz.  e  ed  o  fanno  sentire  talvolta  dinanzi  a  vocale  un  d  succe- 
daneo di  -f  ;  e  pur  qui  s'ha  decedoite  diciotto.  Costante  l'apocope  di 
-te  in  -TUTE  :  serveiù  e  simili  ;  ma  -tate  ne  va  immune  :  caretdte  sa- 
neldie  piatdie.  —  91-2.  NT  costantemente  in  nd:  inde  entro,  andgihe, 
*n  derre^  don  Diadoseje  don  Teodosio,  don  Datonne  don  Totonno  (An- 


Il  dialetto  di  Cerignola.  229 

tonio),  sande^  che  si  riduce  facilmente  a  san  innanzi  alle  esplosive 
sorde  e  sonore  e  a  /";  cosi  si  dice  costantemente  semi  Bietre  ^  sam 
Baule.,  sam  Biase  (cfr.  n.  99),  sam  Brangiske  san  Francesco,  san 
Giaccpìm^  ma  sande  Lùke,  sande  Matt^je^  sonde  Rokke.,  sonde  Lu- 
narde.,  sonde  Stranzelà'  s,  Stanislao,  sande  Vgite.  Notevole  derlampà! 
'^interlamp-  lampeggiare;  e  qui  pure  'ndruppecà'  n.  60.  Curiosa 
metatesi  stendgine  intestino.  —  Alterazione  terziaria  in  mannQile  'man- 
ille' asciugamani,  e  manece  mantice  (cfr.  n.  95).  —  R'T  in  roJ:  spirde, 
sorde  sora-tua. 

D. —  93.  Iniziale,  sempre  intatto;  e  cosi  mediano  nella  tonica  :  ca- 
dute, fedele.,  vednve.  In  postonica,  si  rinsalda  però  in  t  :  cicute,  noite, 
creite.,  fette,  stubbete  stupido,  fracete,,  'ngutene  incudine,  quatre\  ma 
ancora  :  Mataldm,  potesse  badessa.  Raddoppiato  in  addoure,  accanto 
a  adoure  odoro.  Caso  di  falsa  etimologia  è  alleggergie  digerire.  Son 
ricomposizioni  con  a:  aucchjd  adocchiare,  aumbrà\  aungite,  contro 
l'ipotesi  del  Morosi,  IV  141.  Finale  parrebbe  saldt)  in  ched  innanzi  a 
vocale.  —  94.  In  Z,  nel  comune  cicale,  in  Ggileje,  spagn.  Gii',  e  per 
dissimilazione  in  delle  dado.  In  r  :  rgire  ridere  (non  é  da  pensare  a 
ri  [de]  re);  reire  erede,  solo  nella  frase  da  reire  scennsnne  di  erede 
in  erede.  Esempio  incerto  rasoule  vaso  per  conserva  di  acqua,  di 
contro  a  sarole  del  circondario  subappennino  e  sedare  del  campo- 
bassano. In  t:  talfgine  delfino.  Superfluo  finalmente  dire  che  vdke, 
vado,  è  forma  analogica,  cfr.  ddke  do,  stàke  sto.  —  95.  ND  in  nn  :  cer- 
canne  ecc.,  quanne  e  tanne,  linne  lendine,  annùke  induco,  sfunnà', 
mbonne  infundo  bagno,  chennutte,  vattinne  vattene.  Scempio  per  lo 
più  nel  proparossitono  o  in  seconda  protonica,  cfr.  Ascoli  e  D'Ovi- 
dio, IV  176  :  funeke ,  granedineje  granturco,  guinele ,  quinece ,  n.  66, 
renenedde  rondinella,  scanagghje  '  scandaglia' =  capperi  !,  caneliere,  ca- 
nelgine  specie  di  confetti  'candelini',  canele  cero,  ricavato  da  cane- 
Mere,  menekà'  mendicare,  granele  pi.  masc.  'grandine',  accanto  a  gra- 
nenàte,  grananiedde  piccole  grandini;  il  mutato  suff.  di  granele.  sarà 
analogico  a  truonele,  né  sarà  da  pensare  a» grano,  cui  non  sconver- 
rebbero il  prov.  granila  e  l'it.  gragnuola  ;  enece  éndice. 

P.  —  96.  Saldo,  più  che  in  toscano:  capidxle,  cape  f.  caput,  capa' 
'capare'  scegliere  Ascoli  XI  427  sgg.,  opre,  peipe,  rgipe,  soupe  su- 
pra,  cap'ìzze  cavezza,  recupere  ricovero,  puteje.  Ma  in  v  col  tose: 
reUgive  ricevo,  cuvierchje,  cuverte,  povere,  saveje,  vescule  vescovo.  — 
Per  PP  ricorderò  cappe,  struppele  cenci  o  corde  ravvoltolate,  strop- 
pu;  capoune.  Geminato  ìnpippe  pipa,  suppa  strappare  dissipare  o 
'^ eo:sipare,  —  97.  E  scaduto  in  ^  e  quindi  raddoppiato  secondo  il 


230  Zingarelli, 

n.  99,  tra  vocali  o  accanto  a  liquida  (e  non  già  passato  direttamente 
a  bb),  nei  seguenti  esempj:  abbrgile  aprile,  lebbre  lepre,  accanto  a 
levriere^  sebbulke  sepolcro,  sebbelgie ,  sebbletùre^  addobbeje  alloppio, 
trebbusgie  idropisia,  stubbete\  e  così  bbufangie  epiphaneia,  Bello- 
neje  Apollonia;  ma  è  rifatta  l'onomatopeia  in  bbubbù  upupa.  —  98. 
MP,  N'P,  sempre  mb:  cambdne^  mbgise  impensu  appiccato,  cattivo, 
t'umbamiemle  rompimento,  '-mbodde  bolla  ampulla,  'ra  biete  'in  piedi'. 
Ofr.  NC,  NT. 

B. —  99.  Iniziale,  in  v:  vokke  bucca,  vesazze  bisaccia,  vouve^ 
vase  basso,  volte  botte,  vutta  buttare  nel  senso  di  'spingere',  vdve^ 
vdreve,  vegghjette^  vràke^  varde  barda,  propriam,  'basto';  vriggìije^ 
vrdóe  bragia,  vraciere  ecc.  —  Mediano,  pure   in   v.  diweire,  gavete 

gabata,  carvune^  soreve  sorbu,  sureve  subere  con  metatesi,  gu- 
veie,  fave,  ecc.  Semiletterarj  :  l'esotico  abbeite,  cibbe  accanto  a  ogive 
cibo  e  miccia,  cevd'  cibare,  debbide^  plubbaglie  (non  popol.  anche  pel 
-glte)^  rrobhe^  àbbele.  E  dove  è  ò,  iniziale  o  mediano,  sempre  suona 
doppio.  —  Per  scaravàce^  lavane,  v.  Ascoli  X  8.  —  1 00.  NB,  N'B, 

in  mm,  e  talvolta  m  :  gamme,  vammdce  bombagia,  e  vammacdre,  il  pic- 
colo strozzino,  che  ripone  i  pegni  preziosi  in  scatolini  pieni  di  bom- 
bagia; camend'  camminare,  'mute  imbuto,  ammarrd'  barrare,  *imb-, 
'vn  'mokke  'in  bocca'. 

Di  alcuni  accidenti  generali. 

101.  Casi  di  raddoppiamento  spontaneo  dell'iniziale:  rrobbe ,  rre^ 
rmnirde,  cchjù,  nne,  come  in  campobassano,  cfr.  D'Ovidio,  IV  179; 
mmulte  multa,  forse  da  in  multa,  cfr.  tose,  ninfemo  ecc.  Alcune  voci 
sogliono  avere  in  fuzione  enfatica  un  rinforzamento  particolare:  gune 
uno,  ggie  io.  E  qui  ancora  stieno,  come  di  ragion  particolare  :  'nn  ac- 
que, 'nn  odeje  in  odio;  cfr.,  per  l'abruzz.,  De  Lollis,  XII  22;  ddgie  dio* 

102.  I  monosillabi,  forniti  di  facoltà  raddoppiativa,  sono:  e  et  (es.: 
e  ll'oume,  ettiie)',  nne  ne  e»  no  nel  senso  di  'nec'  (nel  qual  caso  usa» 
spesso  la  correlazione  nom  bikke  —  man§e);  cchjù',  pou  poi,  solo  in 
pokke  orbene,  dunque;  ggd  solo  in  gga  oca  giacché;  che  quid,  quod, 
cum;  a,  ad  (ma  non  in  funzione  connettiva,  p.  es.  aveiva  ógie  'aveva 

[ad]  ire',  dove  sembra  piuttosto  Va  finale  ripristinato  che  non  ad, 
cfr.  n.  105);  pe  per;  so  sum  e  sunt,  e  est  (ma  e  gueire  è  vero),  sì 
sei  (e-s).  Inoltre  i,  art.  plur.  fem.  {i  ffemene)',  e  anche  ti  il,  ma  solo 
innanzi  a  certe  voci  di  cucina:  u  ffueke,  ti  ppdne,  tt  llatte,  u  ffrum- 
magge,  u  llarde,  u  mmuste,  u  ssdle,  u  mm^ile,  ti  ssiere,  u  rraliù;  e  ad 


Il  dialetto  di  Cerignola.  231 

aggett.  usati  neutralmente:  u  megghje,  u  nnueste,  u  vvueste,  u  Itutte. 
Dove  insieme  va  considerato  un  art.  i  il,  certamente  =  il  le,  rimasto 
solo  in  bocca  ai  contadini,  e  solo  innanzi  alle  parole  testé  citate:  i 
ffueke,  ecc.  E  talvolta  pur  dopo  la',  la  mm-mde  mente,  forse  semi- 
letterario ;  cfr.  la  mende  menta.  —  Raddoppiano  anche  ddà'  là,  cqucH 
qua:  ddd  vveógine,  equa  ssotte,  ddd  rreite,  ma  solo  in  codeste  connes- 
sioni avverbiali;  e  all'incontro  p.  es.  :  ddd'  dieci  e  equa!  vinde,  là  dieci 
e  qua  venti.  —  Gl'imperat.  vd't  fd,  di,  sta'  non  hanno  facoltà  rad- 
doppiativa  se  non  innanzi  al  pron.  enclitico:  staile,  vattinne;  dimmille. 

1 03.  La  vocale  paragogica  tace,  V-gie  si  riduce  ad  -i,  e  l'è  ritorna 
a  piena  entità  di  vocale  (cfr.  n.  105),  per  eflfetto  di  stretta  combina- 
zione sintattica;  onde:  ttle,  Lunedgie,  partgie  partì;  ma  tu  poti,  parti 
subbete,  vede  bbuene^.  In  Lunedi  mmatgine  parrebbe  aggiungersi  la 
geminata,  ma  si  tratterà  veram.  di  Lunedgie  a  mmatgine  (D'Ovidio). 
Cosi  è  illusorio  (come  nel  campobass.  e  nel  napol.)  che  abbiano  virtù 
raddoppiativa  quakke,  ogne  [ogm  ttande),  trattandosi  realmente  d'un 
et  frapposto;  e  cosi  anche  per  cùme:  cume  tteje^cmne  ttanne  'come 
allora'.  Interviene  all'incontro  ad  dopo  cantre,  soupe,  sotte,  e  ancora 
eterne  :  condr  a  tutte,  soicp'  a  mmeje,  ciirn  a  tteje  ^.  Con  'nda,  'mbra  ri- 
saliamo a  intra,  infra,  e  non  e'  è  raddoppiamento.  Dopo  le  voci 
raddoppiative  le  vocali  prendono  §:  orie  Qerve,  nne  gidde  ne  [e]  il  le, 
0  si  fa  la  sinalefe:  on   ereve. 

1 04.  L'iato,  come  s'  è  veduto  testé,  è  tolto  via  con  l'epentesi  di  ^, 
quasi  sempre;  ma  perché  il  popolo  ha  rimediato  altrimenti  a  questi 
incontri,  e  alcuni  ne  sopporta  agevolmente,  per  es.  one  une,  pudte, 
sentiamo  questi  g  assai  meno  frequenti  che  non  nel  molisano,  nel  ba- 
silisco, e  persino  in  certe  borgate  vicine  del  Tavoliere,  chiamate 
Siti  Reali  (Ortanova,  Stornara,  Stornarella,  Carapelle,  più  vicine  al 
foggiano  linguisticamente),  dove  abondano.  —  S'  è  pur  veduta  l'epen- 
tesi dij:  majeste,  Raffajeile;  e  porremo  anche  qui  vizzeje,  studeje^ 
insomma  voci  di  origine  letteraria,  con  -j-  complicato,  in  postonica. 

105.  La  vocal  finale  muta  del  feminile  singolare  riappare  nell'ag- 
gettivo e  il  pronome  che  sia  primo  nella  successione  sintattica  di  due 
feminili  (cfr.  n.  103):  bona  fe^nene  (notevole  bona  e  non  bouna,  come 
se  fosse  in  isdrucciolo,  cfr.  n.  2),  f emena  bboune  ;  quessa  femene  ecc. 
Cosi  nova  nouve  novissima.  E  la  vocale  è  sempre  a  comunque  ter- 
minasse in  origine  quella  voce  feminile  :  vesta  verde,  verda  verde,  la 
peiéa  parte  la   peggio  parte.  Vi  sono  analogamente  aggettivi  masco- 


*  Per  'veder  bene'.         -  [Cfr.  pag.  224,] 


232  Zingarelli , 

lini,  che  in  certe  combinazioni  mostrano  Va  finale:  tanda  tiemhe,  pouca 
cibhe  di  poco  appetito,  pikka  pikke  pochissimo,  pikka  bhuene  infermo, 
indisposto;  e  sarà  per  l'analogia  dell'e  di  feminile  che  similmente  è 
nelle  condizioni  di  a  nelle  anzidette  combinazioni. 

1 06.  Rileveremo  qualcuno  dei  frequenti  casi  di  confusione  tra  l'ar- 
ticolo e  il  nome  successivo:  la  Ignne  onda,  la  Idpe,  come  a  Rieti  ecc., 
Valtanoie  la  litania;  V afàje  n.  89;  e  per  l'art,  im:  nu  'ndurn&.se  tu- 
ro ne  nse,  che  nel  pi.  é  terngìse. 

Appunti  morfologici. 

107.  Una  fìsonomia  propria  ha  il  nome  adoperato  vocativamente, 
nel  quale  tace  la  parte  postonica:  Ce  Cesare,  Lui  Luigi,  cava  ca- 
vallo, guano  (nap.  guaglió);  ma  si  riproduce  nel  nome  che  sussegue 
reiterato:  Ce  Cesere,  ecc.  —  La  distinzione  dei  numeri  e  dei  ge- 
neri è  regolata  secondo  i  nn.  3,  4,  5,  8,  10,  12,  13,  16,  18,  20,  21; 
sicché  i  nomi  e  gli  aggettivi  con  -a-,  -u'-,  -%-  sono  invariati,  salvo 
le  eccezioni  considerate  ai  nn.  2,  19.  —  Plurali  sul  tipo  di  pectora: 
casere  case,  capere  'capita'  (onde  è  divenuto  fem.  anche  il  sing.  cape 
testa),  zippere  n.  5,  pozzere^  occhjere.  desterà,  siozzere  pezzi,  àcure 
aghi,  i  Cioccere  ni.  'ciuche',  cigcchere  propriam.  'le  viti',  passato  an- 
che a  sing.,  'ciocco'.  Qui  anche perfoseZe  e  tronele.  Non  esiste  sahkere 
sacchi,  come  ha  il  barese,  ma  il  derivato  òhe  saccurdle  quadrello.  — 
Plurali  neutri  in  a,  passati  a  sing.  feminili,  sono  notati  ai  nn.  5,  13, 
18,  19,  e  si  aggiunga  rgise  riso,  nespre  nespola.  —  A  nr.  105  è  detto 
implicitamente  che  gli  aggettivi  di  III  lat.  assumono  tutti  nel  fem.  la 
desinenza  analogica  -a,  nella  condizione  ivi  descritta.  —  Sono  femi- 
nili: rame  (cfr.  Siìt.  ì'amora)^  fgike  (campobass. /fcwra) ,  canale,  dgie 
di,  pijamite  sorte,  e  indumento  sacro,  cumbgim  limite  (su  fgine),  prem- 
niedoule  pomodoro,  come  in  napol.  ;  per  crasi  dell'artic:  rate  aratro, 
ciedde  uccello;  eT^ìcenì pelmoune  tcvjuuiiov,  scaravdce.  —  Maschili:  guar- 
deje  'l'uomo  guardia',  trombe  il  trombetta,  lebbre,  fronde^  cvniece,  po- 
dece  pulce,  dire  aja,  crìatùre  creatura,  [reforme  uniforme,  siechje], 
staggoune^  anche  fem.,  pesoune  pigione. 

108.  Di  superlativi  in  ^-issimo^  l'uso  è  assai  raro,  e  sostenuto 
probabilmente  da  influenza  letteraria:  buniseme;  puiendisseme  il  dia- 
volo, certamente  chiesastico;  in  generale  vi  si  supplisce  con  la  rei- 
terazione, come  :  bbuene  buene,  gruesse  gruesse  ;  o  col  premettere  l'avv. 
bbuene:  bbuene  malate  molto  malato,  ecc.  Di  superlativi  'forti':  ma' 
seme,  proseme,  che  è  sostant. ,  e  summe  nella  frase  ad  summe  'ad 
summam',  lettor.  —  Anche  qui  i  comparativi:  m^gghje,  p^ce,  meine, 
magge,  ma  più  spesso  cchjù  mm^gghje,  ecc. 


Il  dialetto  di  Cerignola.  233 

109.  Dell'articolo  si  è  toccato  al  n.  48;  dei  pronomi  dimostra- 
tivi enfatici,  al  n.  83;  proclitici  sono  da  iste:  'stu  'sta  sing.,  stì  pi. 
(in  tutte  queste  forme  di  articoli  e  pronomi,  è  costante  V-i  al  plur. 
fem.).  —  Pron.  personali:  Qìe,  i'  prot.,  tue^  tu  prot.,  nùe  nu^  vùe 
vu,  loure',  obliqui  enfatici:  tneie,  tije.  Il  pron.  di  3.*  pers.  idde^  ^dde^ 
ha  i  e  li  al  dat.  sing.  e  al  dat.  acc.  plur.  dei  due  generi,  u  all'accus. 
sing.  msc,  la  al  fem.  Il  pron.  atono  ce,  oltre  che  per  la  1.*  plur.,  vale 
pel  dat.  masc,  e  fem.,  sing.  e  plur.  di  3.^  ps. :  c'u  doice  glielo  dice,  ecc. 
Annesso  all' imperat. ,  sia  pronome  o  avverbio,  si  suol  far  precèdere 
da  hie  'nde:  dinge  dicci,  ecc.  Susseguito  nella  combinazione  stessa 
da  ille  'lo,  la':  imrtangille  'porta-ne-glie-lo';  cfr.  purtatille,  ali.  a 
puertetele.  Similmente  per  in?ie  =  inde:  venimenginne ,  ali.  a  venirne' 
cene.  —  I  pron.  possessivi  seguono  il  sostantivo  :  la  case  meje,  u  cambe 
tùe\  e  sono  affissi  ai  nomi  di  parentela:  attaneme  mio  padre,  tnatnete, 
sorde  n.  2^,  fraterne,  fratte,  zejaneme^  serogete,  cierneme,  nunete  tuo 
nonno,  nanete  tua  nonna,  canatte.  Ancora:  patruneie^  e  finalmente  ca- 
ste casa  tua,  ma  non  caseine.  —  Prefisso  e  inseparabile  è  il  pron.  in 
meninne  'mi-ninno'  bambino,  come  in  tnadonne  ecc. 

110.  Conjugazioni.  — Sono  propriamente  due  :  quella  dei  verbi 
in  -are,  e  l'altra,  che  diremo  seconda,  di  tutti  i  restanti,  salva  la 
difibrenza  negli  infiniti  {vedeje,  murgie,  legge;  e  sul  tipo  legge  anche 
sende  sentire,  come  il  nap.  sendere).  La  tonica  del  tema  verbale  se- 
gue nella  secondale  norme  dell' e  (nn.  8-10).  Cosi,  accanto  alla  prima 
conjugaz.  che  fa  nell'impf.  candàve,  nel  perf.  candappe,  candaste,  nel 
cong.  candasse,  la  seconda  ci  dà:  impf.  1.*  e  3.*  sing.  ved^dve  mureive 
leggeive,  2.^  sing.  o  pi.  vedieve  murieve  leggieve\  ^evtvedieppe  1/  sing., 
vedieste  2.^  sing.  e  pi.,  vedgie  3.*  sing.,  vederne  3.^  pi.,  e  cosi  mu- 
rieppe,  leggieppe\  congiunt.  vedesse  vediesse,  vedessene  ecc.  Una  note- 
vole eccezione  è  nella  l.'^  pi.  del  pres.,  dove  all'incontro  saremmo 
alle  ragioni  dell' e  o  dell'/:  vedgime  le  gg  girne  muroinie,  vedoite  le  gg  gite 
murgite.  Anche  i  verbi  della  prima,  cfr.  n.  1,  piegano  nelle  2.®  del- 
l'impf.  all'analogia  dell'altra  conjug.:  candieve,  ali.  a  candàve;  ecc. 
—  Terze  plurali:  candassene  candarrinne  n.  115,  candarne.  —  Il 
partcp.  :-rtte  nella  prima  conjug.,  -i5;fg  nell'altra:  caudate,  leggùte.  Si 
conservano,  organici  ed  analogici,  alcuni  ptp.  forti,  ma  tutti  hanno 
accanto,  più  o  meno  usata,  la  forma  debole:  apierte,  acógise  ucciso, 
chjùse,  cuetie,  ditte,  annuite  n.  95,  affeise,  fritte,  rmndse  rimase,  mgise 
{misse  è  letterario  per  'messo'  sost.),  spase,  perse .^  chiande  pianto, 
pueste,  mueste  Arch.  Ili  467,  punde,  tinde,  tuerie^  stuerte,  unde,  vinde, 
fatte,  rutte,  viste.  Notevole  vippete  formato  sopra  un  perf.  vippe  che  è 


234  Zingai-elli, 

nel  sic.  vippi  '^bibiii,  ed  era  nel  napolitano.  —  Nei  tempi  composti 
spessissimo  interviene  l'ausil.  'essere'  invece  di  'avere'. 

111.  Presente  dell'indicativo.  Nei  verbi  con  à,  w,  I  non 
variano  le  persone  del  singolare,  e  sogliono  perciò  richiedere  il  pro- 
nome ;  variano  in  quelli  con  e  i,  è,  6  u,  ó,  secondo  i  nn.  6,  10,  14,  16. 
Altre  volte  ci  soccorre  la  consonante  a  discernere  la  prima  pers.  nei 
verbi  in  -co  -go:  dgihe,  ma  dgice  2.*  e  3.%  annuke  annùce',  ma  per  lo 
più  la  1.*  è  attratta  dalle  altre;  ed  ecco  gli  esempj  raccolti:  ^nge 
fìngo,  pgnge  pungo,  strenge  stringo,  venge  vinco,  onge  ungo,  monge 
mungo,  songe  jungo  n.  35,  porge  porgo;  reice  rego,  frgice  frigo, 
leióe  lego,  5^mee  struggo  (propriam,  consumo,  dissipo),  creie  cresco, 
nase,  pase,  canose,  esse  exeo.  Noterò  alcune  altre  voci:  vggghje  vù 
voule,  fazze  fa'  face,  sacce  sa'  sape,  ven^e  viene  veine,  vdhe  va',  stdke, 
dàhe.  —  112.  Imperfetto.  A  ciò  che  è  détto  al  n.  110  va  aggiunto 
che  la  1.*  plur.  si  riduce  a  canddmme,  vedèmme',  e  cosi  si  pareggia 
a  quella  del  perfetto.  —  113.  Futuro.  Si  aggiungono  alla  voce  del- 
l'inf.,  con  raddoppiamento  di  rr  in  protonica,  e  livellazione  sul  tipo 
della  conjugaz.  in  -are,  le  voci  del  pres.  del  vb.  'avere',  onde  can- 
darragge,  e  con  la  variante  contadinesca  candarragghje;  ecc.  Ma 
queste  forme  pesanti  si  vanno  perdendo,  sostituendosi  ai/ga  candà', 
agga  sendc,  'ho  cantare'  ecc.  È  rifatto  insomma  il  processo  mede- 
simo della  altre  forme,  ma  posponendosi  l'inf.  Che  non  sia  agg'a 
'ho  a',  cfr.  n.  102,  103. 

114.  Perfetto.  Rare  forme  forti  sarebbero  vidde,  strtte  e  l'ana- 
logico dette,  se  non  fossero  *vidui,  '^stetui,  Meyer-Lììbke,  li  380 
382.  Formazioni  in  -si:  annusse  induxit;  morse,  vgleze  volle  cfr. 
n.  69  e  anapol.  voze',  le  quali  cadono,  con  le  prime,  sempre  più  in 
disuso.  Si  è  vidde  rifugiato  nel  proverbio  ìneine  a  echi  vidde  e  cog- 
ghje  a  echi  non  viddi  'tiro  a  chi  vidi  e  colgo  chi  non  vidi';  morse  de- 
sta il  riso  e  richiama  la  morse,  arnese  dei  fabbri.  A  tutti  i  verbi 
s'estende  la  prima  singolare  col  -pp~',  e  insieme  accenna  a  estendersi 
anche  ai  verbi  di  prima  la  vocale  tematica  degli  altri.  Onde  abbiamo: 
candappe  candaste  canda  ,  candamme  candaste  candarne\  sendieppe 
sendieste  sendgie,  sendemme  sendieste  senderne;  e  talvolta  pur  can- 
dieppe  ecc.  Al  nostro  -ieppe  -appe  rispondono  le  vicine  contrade  con 
-iehhe  -abbe^  è  cioè  tutta  quasi  la  Terra  di  Bari,  cominciando  dalla 
limitrofa  Canosa,  e  anche  alcuni  luoghi  di  Capitanata,  fra  cui  Man- 
fredonia, che  ha  -iebbe  -abbe  accanto  a  -ette  -atte.  In  Basilicata,  Spi- 
noso ci  dà  avippi  aveppi,  Casetti  e  Imbriani,  Canti  popolari.  In  questa 
desinenza  di  1.^  pers.  abbiamo    notoriamente  la  propagazione  di  ha- 


Il  dialetto  di  Cerignola.  235 

bui,  come  nell' -e^3  forlivese  di  3,^  pers.  quella  di  habuit,  cfr,  Asc. 
II  401,  e  tutto  ormai  in  M.-L.  II  304  segg. 

115.  Congiuntivo  e  condizionale.  —  Non  usandosi  più  il 
cong.  presente  (cfr.  l'imperat.  degli  ausiliari),  si  adopera  in  vece  sua 
il  presente  dell'indicativo,  e  il  congiunt.  impf.  quando  si  voglia  insi- 
stere sul  concetto  ipotetico.  Anclie  l'imperfetto  è  alquanto  raro,  e  vi 
si  sostituisce  spesso  il  condizionale.  Questo  modo  fa:  candarrgie,  can- 
darriesse^  candarimme,  candarinne  accanto  a  cui  la  forma  in  -ibbene, 
specialm.:  sarribbene.  —  II  Db  Lollis,  XII  9  n,  mosso  dalla  desinenza 
teramana  -iste,  vuole  che  la  2.^  sing.  derivi  dalla  voce  corrispondente 
del  perf.  anziché  del  piuccheprft.  cong.  Ma  la  forma  teramana  sta 
isolata  e  si  potrebbe  spiegare  col  pron.  di  2.*  suffisso  ad  -isse,  come 
nel  nostro  dialetto  e  in  altri  accade  nella  2.*  pi.  facisseve  vedisseve 
ecc.;  laddove  ss  non  potrebbe  qui  esser  mai  riduzione  di  st'^  v.  n-,  117-8. 

116.  Imperativo.  La  2.*  del  sing.  pi.,  e  la  prima  plur.  suonano 
come  nell'indie,  pres.,  la  3.*  sing.  e  pi.  come  nel  cong.  impf.  Ma  se 
precede  la  negazione,  l'imperativo  della  2.*  sing.  e  plur.,  e  della  1.^ 
pi.  si  forma  con  le  voci  dell'indie,  pres.  del  verbo  'essere',  prèmesse 
al  gerundio  del  verbo  che  si  conjuga.  Es. :  non  zi  candanne  'non  can- 
tare'; ali.  a  non  gandasse,  'non  canti'. 

117.'  Essere  '.  —  Ind.  pres.  :  sonde ,  atono  so  ;  sinde,  si  ;  ejc,  e  ; 
sginie;  sgite;  sonde,  at.  so.  Impf.  1.^  e  3.^  eive  ed  nre;  iere;  erme;  ie- 
reve^  erene.  Fut.:  sarragge.^  sarrajg,  sarrà;  sarrame,  sarrcUe,  sarranne. 
Perf,:  fueppe,  fueste,  fùe;  fumme,  fuesteve  (con  pron.  affisso),  fùrne 
e  forne.  —  Cong.  impf.  1.*  e  3.*  fosse,  2.*  fusse,  fosseme,  fuesseve,  fos- 
seve,  fossene.  —  Condiz.  sarrgie,  2.*  sarriesse\  sarrirnme,  sarrinne  e 
sarribbene.  —  Imperat.  si,  fosse;  sgime ,  sgite,  fossene.  —  Inf.  esse; 
ptp.  state. 

118.  'Avere'.  —  Ind.  pres.:  agge,  agghje,  atono  e;  à\  ave,  at.  o; 
avgime,  avgite,  at.  girne,  gite;  anne  e  onne  (e  sopra  onne:  stonne  donne 
vonne).  Impft.  aveive;  avieve;  avemme;  avevene  (atone  eive,  «eue,  em)ne^ 
evene).  Fut.:  avragge  ecc.  Perf.  avieppe,  avieste,  avgie;  cwemtne^  averne^ 
—  Cong.  impft.  avesse,  aviesse,  avesseme,  avessene  (atone  esseme,  ies- 
seve,  esscne).  —  Cond.  avgie  e  avarrgie,  ecc.  —  Imper.  agghje  e  agge, 
agghicde  ecc.  —  Inf.  aoeje;  ptp.  aùte,  atono  ùte  e  anche  vùte. 


D'UN  SAGGIO  TOPONOMASTICO  ELBANO. 

Appunti    cPv itici 

DI 

SILTIO  PIERI. 


Ho  potuto  leggere  un  'Saggio  di  toponomastica  dell'isola  dell'Elba'* 
di  R.  Sabbadini,  estratto  dal  I  voi.  degli  Studi  glottologici  italianii 
diretti  da  G-.  De  Gregorio  (Palermo,  1899;  pgg.  203-21).  Nonostante" 
l'ingegno  riconosciuto  dell'Autore  e  la  ricca  ed  elegante  coltura,  che 
si  mostrano  anche  in  codeste  pagine  per  osservazioni  felici  e  dotte 
citazioni,  non  si  può  considerare  il  suo  Saggio  (ciò  che  del  resto  il  S. 
stesso  par  consentire)  se  non  come  il  lavoro,  e  diciamo  pur  notevole, 
d'un  dilettante.  Nondimeno,  anche  per  l'indole  deUa  Rivista  in  cui 
avrebbe  ad  esser  comparso,  giova  che  ne  sia  qui  parlato;  e  s'intende, 
senz'  ira  e  insieme  con  pièna  franchezza,  e  badando  sopra  tutto  alle 
questioni  di  principio  e  di  metodo.  m 

Quanto  al  distribuir  la  materia,  il  S.  s'  è  generalmente  attenuto  a 
una  pubblicazione  dell' Archivio  \  la  quale  gli  riusciva  anche  a  pro- 
posito per  la  molta  aflSnità  idiomatica  de'  due  territorj  -,  nonché  per 
la  qualità  del  materiale  preso  in  esame,  essendo  quésto  in  tutti  e  due 
per  buona  parte  il  medesimo.  Nella  trascrizione  de' nomi  locali  manca 
quella  maggiore  esattezza  che,  ove  pur  si  faccia  uso  della  comune 
grafia  italiana,  è  agevole  ad  ottenere  con  qualche  altro  segno  (come 
distinguendo  e  ed  g  tonici  da  e  ed  g,  z  da  z,  ecc.).  Anzi  nasce  il  so- 
spetto, che  alcuni  nll.  viventi  siano  copiati  dalla  Carta  topogr.  mili- 
tare del  1881,  senza  poi  esser  verificati  su' luoghi  quanto  alla  loro  giu- 
sta pronunzia.  E  passo  senz'altro  all'esame  de' fatti  singoli. 

(pg.  205.)  L'attestazione  che  ci  fosser  de' Bibuli  a  Portoferrajo 
non  basterà  di  certo  per  riferire  ad  essi  Acquavivola,  considerata  la 
frequenza  del  ni.  Acquaviva,  tanto  più  eh'  esso  occorre  anche  nella 
stessa  Elba  (v.  a  pg.  208).  —  In  Campita  Manci  o  Campi  Tam,anci 


^  'Toponom.  delle  Valli  del  Serchio  e  della  Lima'  di  S.  Pieri  (Quinta  disp. 
ào'Supplem.  periodici),  che  in  questo  articolo  citerò  anch'io  con  P  e  il  num. 
della  pagina. 

^  L'elbano  è  un  vernacolo  toscano,  in  cui  pajono  prevalenti  i  caratteri 
del  pisano-lucchese. 


D'  un  saggio  toponom.  elbano.  237 

parrà  anche  a  noi  da  riconoscere  il  gen.  di  Manciù s;  sennonché  il 
primo  termine  del  composto  non  riviene  già  a  capita  vette,  ma  è 
proprio  Campita  da  campus,  vivo  nel  lucchese  qual  ni.  a  sé  e  con 
numerosa  progenie  (v.  P.  142-3).  Del  resto,  l'epentesi  della  nasale  deve 
riuscire  al  nostro  Autore,  anche  nell'ambito  toscano,  cosa  assai  natu- 
rale, giacché  poco  di  poi  (pg.  seg.)  per  Calenzano  è  postulato  un  *Ca- 
letianus,  ins.  con  *Oalent-.  —  (pg.  206).  Monte  Poppe  esigerà  il 
gen.  di  Puppius  (invece  di  Pupius);  e  l'è  del  secondo  termine  ri- 
peteremo anche  qui  da  concordanza  col  primo.  Ma  bisognerà  poi  ve- 
dere, se  la  configurazione  corografica  non  consenta  proprio  di  pensare 
alle  poppe  (mammelle),  che  secondo  il  S.  sarebbero,  per  falsa  etimo- 
logia, in  questo  ni.  Giacché  nella  denominazione  de'  monti  ha  molta 
parte  il  loro  aspetto,  vero  o  'veduto'  dalla  imaginazione  volgare.  — 
In  Cala  d'Istia  si  riconosce  aristula,  a  cui  non  si  può  quesVIsiia 
ragguagliar  senza  sforzo  (n'  avremmo  '^rischia  ristia,  e  della  caduta 
di  r  non  si  vedrebbe  ragione);  e  d'altra  parte  esso  riviene,  quasi  di 
certo,  ad  insula  (v.  P.  150);  ed  é  forma  volgare  toscana  da  Ischia  di 
f.  a^.  —  Per  etimo  di  Castdncoli  si  stabilisce  senz'altro  un  'locativo 
di  castàniculu  coli' accento  ritirato'.  Ammesso  anche  il  locat.  del 
nome  botanico,  non  necessario  a  dichiarar  1'  -i,  potendosi  aver  qui  un 
plur.  ;  codesto  accento  di  quartultima  parrà  cosa  da  far  proprio  ag- 
grottar le  cigliai  Se  il  nome  in  questione  fosse  realmente  dal  'casta- 
gno', bisognerebbe  pensar  piuttosto  al  dimin.  seriore  d'un  "^castanco  -a 
da  *castanicu  -a;  cfv.  Pisdngola  P.  25.  —  (pg.  207).  Fegatella  pare 
senz'altro  il  collettivo  per  -ato,  in  forma  di  diminutivo,  da  ficus; 
né  si  dovrà  per  esso  proporre  il  bl.  fegum  feudo  (vale  a  dir  fego  da 
fevo,  per  feo,  v.  XII  156)  ;  giacché  dal  lato  morfologico  il  nome  riu- 
scirebbe in  tal  caso,  per  la  diversa  sua  qualilà  ideale,  assai  malage- 
vole a  spiegare.  E  farà  poi  concorrenza  fégato,  posto  che  vi  convenga 
il  colore  del  terreno  o  della  roccia  (cfr.  Bianchi  IX  386  n.).  —  Moriajo 
potrà  bene  esser  *moretaJo  da  morus,  con  doppio  suff.  di  collettivo 
(cfr.  P.  238-9)  ;  ma  anche,  e  molto  più  probabilmente,  il  fratello  ger- 
mano del  cosi  frequente  Morteto  da  murtus.  —  Con  ingenua  fran- 
chezza il  S.  accoglie  il  Mt.  Pericolo  tra  i  derivati  da  pirus,  rico- 
struendo un  *piriculul...  Ora  è  ben  noto  che  codesta  voce  letteraria 


*  È  ni.  citato  da  una  e.  del  1779,  che  ora  non  m'  è  dato  di  riscontrare. 
Avrà  esso  la  sua  ragion  d'essere  da  qualche  scoglio  presso  la  spiaggia,  o 
anche  da  'isola'  formata  per  la  confluenza  di  due  ruscelli.  E  qualche  scru- 
polo rimarrà  poi  a  causa  d'ischio  -a. 


238  Pieri, 

occorre  spésso  nella  toponomastica  a  dinotare  una  frana  o  un  precipi- 
zio 0  un  altro  qualsivoglia  accidente,  che  sia  occasione  di  'pericolo'.  — 
In  Cala  deltArpaja  il  S.  scorge  ra'paja  da  rapa.  Può  essere;  ma  ad 
ogni  modo  importerà,  onde  non  s'abbia  erroneamente  a  supporre  il  noto 
fenomeno  emiliano,  che  ne  sia  bene  spiegata  la  genesi,  vale  a  dire:  del- 
la-rapajd,  e  poi  della-rpaja  o  dell' Arp-,  aggiunto  1'  a  della  prep.-ar- 
ticolo  e  con  ettlissi  della  vocal  protonica.  E  uguale  diritto  poi,  se  non 
anche  maggiore,  vanterà  qui  Ripaja  da  ripa;  cfr.  P.  1G2.  —  (pg.  209). 
'PevAì-egno  o  Nar-  (questa  voce  con  n  della  prep.  in;  cfr.  XIV  434),  si 
postula  senza  esitare  un  *arenio  (-onis),  che  secondo  il  S.  starebbe 
ad  aréna,  come  sabulo  (-onis)  a  sabulum.  Sennonché  la  morfo- 
logia storica  del  latino  opporrebbe,  mi  pare,  una  non  piccola  difficoltà 
per  causa  di  quell'  i  derivativo  di  più,  che  si  suppone  nella  base  e  che 
d'altra  parte  al  nostro  etimologo  riusciva  qui  indispensabile.  Piutto- 
sto è  ovvio  per  Aregno,  dato  che  quésto  ni.  spetti  all'  età  romana,  il 
pensare  ad  Herennius  (cfr.  P.  47),  intendendo  però  che  la  vocale 
protonica  si  debba  ripetere  dalla  prep.  ad:  '^Regno  onde  ai-Regno,  e 
poi  Aregno  (giacché  rr  si  sdoppia  anche  in  questo  territorio;  v. 
Zucc.-Orl.  472).  —  Da  Torre  del  Giove  e  Mt.  Giove,  che  si  donano  a 
iugum,  s'esclude  del  tutto  lòvis;  e  si  cita  poco  a  proposito  il  Bian- 
ca, IX  387  e  420,  il  quale  per  nomi  diversi  ammetteva  cautamente 
le  due  diverse  origini.  Se  Monte  Giove  provien  da  iugi,  avremo  li- 
vellato nella  vocal  finale  il  secondo  termine  al  primo.  Ma  che  a  Rio 
si  pronunzj  Gigve,  come  ci  é  fatto  osservare,  non  prova  nulla  contro 
Io  vis,  perché  nell'elbano  si  ha  di  regola  g  anche  da  ó  libero,  onde 
pQi,  novo,  egeo,  ecc.  ;  v.  Zucc.-Orl. 473  sgg.  ;  e  cfr.  XII 112  n.  -  (pg.  210). 
Quanto  a  Lavacchio  da  labes  (v.  P.  151),  al  S.  par  forse  meglio  la 
molto  ipotetica  base  *lavaculu  (non  vedo  se  presunto  come  un'al- 
terazione di  lavàcrum  o  ricavato  direttamente  da  lavare).  Gli  tien 
dietro  La  Vecchia,  che  potrà  certo  essere  della  stessa  famiglia  (però 
da  *labTcula,  se  mai,  non  da  -écìila);  ma  come  affermar  ciò  con 
certezza,  ed  escluder  che  ripeta  invece  il  suo  nome  da  una  'vecchia'  qua- 
lunque ?...  —  Per  la  Madonna  del  Lacona  o  dell' Ac-  o  della  C-  si  dovrà, 
per  ragion  della  tonica,  rinunziar  senz'altro  a  lacuna.  La  base  cona 
ancona  (sktóv),  registrata  nei  Dizionarj  con  esempio  del  Gennino,  alla 
quale  anche  il  nostro  A,  si  riferisce,  sarebbe  convenientissima  dal  lato 
ideale  (cf.  P.  182-3  s.  imagine  e  maiestate);  e  in  tal  caso  la  Mad.  della 
Cona  risulterebbe  un 'duplicato',  una  'reiterazione',  peraltro  di  qualità 
ben  divèrsa  da  quella  che  è  in  Linguaglossa  ecc.  —  A  dichiarazione  di 
Mt. Puccio  Vu  non  ci  consente  di  ricorrere  a  piiteus;  e  d'altra  parte 


D'  un  saggio  toponom.  elbano.  239 

vien  fatto  di  pensar  sùbito  ad  *Apucius  (cfr.  -icius),  o  anche  al  vol- 
gare Puccio,  ravvisando  qui  un  genit.  passato  ad  -o  di  sng.  (ma  monte, 
in  questo  ed  altri  casi,  potè  essere  anche  una  'prostesi' molto  tardiva). 
—  In  Cala  di  Uscelli  il  S.  scorge,  credo  con  ragione:  ruscelli.  Torna 
male  però  ad  ammettere  un  *luscelli,  per  aver  la  comodità  di  separar 
da  esso  l'articolo.  E  dove  sono  altri  l-l  da  r-l  ?  Si  vede  invece  di  con- 
tinuo il  contrario  {r-l  o  l-r  da  l-l,  per  dissimil.).  Riveniamo  qui  forse 
a  *7'msce^^t  =  * ri V uscelli  (cfr.  P.  235),  del  quale  il  ri  poteva  essere 
eliminato  come  un  presunto  affisso  inutile,  o  anche  trasformato  nel 
segnacaso  (cfr.  Pie  di  Bondo  in  e.  del  1779,  riportato  felicemente  dal 
S.  a  Perimundo,  pg.  214).  —  Rialbano  sarà  forse  =  no  cibano,  ma 
ad  ogni  modo  non  si  dovrà  affermar  come  cosa  certa,  facendo  qui  con- 
correnza Alban  US  e  forse  *albanu;  cfr.  P.  16  e  232  n.  —  (pg.  211). 
Per  Tofonchino,  che  si  vuol  riconnettere  atófus  (v.  P.  168),  é  postu- 
lato con  tutta  franchezza  un  ^tofunculinu,  aggiungendo  cosi  al 
tema  ben  tre  suffissi;  e  ciò  senza  che  occorrano  altri  nomi  corradi- 
cali che,  anelli  intermedj  della  catena,  coonestino  in  qualche  modo  la 
presunzione.  Del  resto,  per  questo  ni.  il  S.  é  proprio  sicuro  della  pro- 
nunzia 0  lo  ha  trascritto  dalle  Carte  ?  G-iacchè,  tra  1'  altre  cose,  mi 
viene  il  dubbio  che  si  tratti  d'  uno  sproposito.  —  In  Nisporto  ed  in 
Namnia  si  riconosce  amnis.  Per  Nisporto  è  realmente  amnis  por- 
tus  un  etimo  che  pare  non  lasci  nulla  a  desiderare.  Sennonché  co- 
desto ni.  potrebbe  anche  avere  un'origine  meno  antica  e  assai  più  mo- 
desta ;  e  non  esser  altro  che  i]n  isporto.  Infatti  ha  il  sost.  sporto  varj 
significati  bene  acconci  alla  toponomastica  ('aggetto  di  muro',  'risalto 
di  monte  o  poggio',  are.  'tettoja').  Quanto  a  Namnia  non  si  capisce 
come  mai  la  supposta  base  in  amnia  (da  un  agg.  *amnius,  cfr.  a 
pg.  217)  non  producesse  qui  *  Magna',  e  ad  ogni  modo  il  mn  che  per- 
sistesse inalterato,  sarebbe  cosa,  in  territorio  toscano,  da  strabiliare! 
Innanzi  tutto  bisognerebbe  dunque  verificar  diligentemente  sul  luogo 
la  reale  entità  di  codesto  nome.  —  (pg.  213).  Lo  s  di  Pisciatoio  o  Pe- 
s' oppone  alla  origine  da  peti  a;  ed  esso  sarà  forse  una  parola  assai 
umile  (e  poco  pulita),  che  non  ha  alcun  bisogno  d'illustrazione.  —  Per 
la  sua  tonica  e  per  altro,  il  Fosso  al  Ziro  non  ci  lascia  pensare  a 
seria  pignatta,  olla;  e  può  esser,  se  mai,  l'equivalente  it.  ziro,  forse 
in  senso  idraulico;  cfr.  ìt.  bottaccio  K  —  (pg.  214).  Ripugnando  anche 


*  Per  una  curiosa  distrazione,  il  nostro  A.  citando  la  base  araba  di  ziro 
rimanda  all'AvoLio  (Suppl.  Arch.  VI  99),  il  quale  ivi  adduce  nll.  provenienti 
dal  bl.  ziro  bastione  (probabilm.  =  gyrus)! 


240  Pieri, 

qui  la  fonetica,  il  Fosso  di  Baracane  non  dovrà  essere  riportato  a 
*barga  (P.  139),  né  confrontato  con  Bargana,  che  a  ogni  modo  era 
relegato  da  me  nel  Capii  VII  tra  i  'Problemi'.  Esso  del  resto  è  quasi 
certamente  da  barbacane  (cfr.  Kòrt.  999),  con  cui  già  si  designarono 
diverse  opere  di  fortificazione  (oggi  vale:  scarpa  a  rinforzo  d'una  mu- 
raglia), forse  alterato  per  infl.  di  barra  o  sb-.  —  Per  la  Punta  di  Buz- 
zancone  si  ricorre  al  téd.  butzen  torso  delle  frutta  (che  di  certo 
non  si  saprebbe  donde  fosse  piovuto  all'Elba!).  Non  dico  che  tale  ori- 
gine sia  troppo  bassa;  anzi,  se  non  erro,  codesto  ni.  n'ha  una  assai 
peggiore  e  meno  decente.  Se  infatti,  come  pare,  si  deve  legger  Bu'z- 
zancgne,  sarà  esso  il  'nomen  agentis'  da  '^buzzancare  per  buggian- 
care  (cfr,  buggiancone),  che  è  come  buscherare  una  forma  eufemistica 
di  buggerare  (cfr.  Kòrt.  1408)  ;  e  avremo  qui  uno  di  quei  nomignoli 
personali  di  scherno,  che  non  di  rado  appajono  anche  e  si  fissano  nella 
toponomastica.  —  Per  il  Fosso  della  Gneccarina  il  nostro  A.  ha  lì 
pronto  il  ted,  sneck  barca;  e  ne  deriva  sùbito  una  ^sneckulina,  che 
gli  pare  il  fatto  suo  (eppure  n'avremmo  probabilm.  ^ Seneccarinaì  cfr. 
il  lucch.  seneppino,  dall' aat.  snepfa  beccaccia,  Caix.  st.  153). 

Qui  siano  anche  notati  altri  nomi,  de' quali  è  oflerta  una  dichiara- 
zione 0  tutt' altro  che  certa  od  erronea;  e  mi  limito  per  amore  di 
brevità.  —  (pg.  204).  Moio  s.  Modius.  Sarebbe  da  riconoscervi  una 
forma  mal  volgarizzata  (come  noia  da  i]n  odia,  ecc.)  ^.  Se  il  ni.  spetta 
realmente  a  questa  categoria,  potrà  rivenire  aMaurius  o  simile. — 
Capo  Viti  s.  Vitus,  per  cui  non  si  deve  trascurar  vitis,  cfr.  P.  109. 
—  (pg.  205).  Isola  di  Cerboli  s.  Cervulus.  Fa  concorrenza  il  nome  co- 
mune, nonché  acervus  mucchio,  e  fors'anche  acerbu.  —  (pg.  206). 
Nercio  s.  erica.  —  Isolotto  del  Liscoli  [dell'Isc-)  s.  esculus.  Qui  un 
discolo  non  sincopato  par  poco  verosimile,  al  pari  d'un  Hscoleto  ecc., 
con  cui  bisognerebbe  giustificare  l'anormalità  della  tonica.  Che  questo 
ni.  ci  asconda,  dissincopato,  *isclae=  i[n]sulae  (locat.)?  E  un'ipo- 
tesi, confesso,  che  mi  seduce  assai.  Ma  ci  sarebbe  da  pensare  anche  a 
un  tardo  dimin.  di  *lisca  da  esca  (cfr.  P.  86),  e  anche  ad  altro.  —  (pg.  207). 
Cala  di  Paieto  s.  pabulum,  che  deve  essere  invece  ■=  it.  paglieto,  cfr. 
p,  157.  _  (pg.  209).  Punta  di  Cocliio  s.  cucco  (in  e.  del  1779),  dove  tra 
l'altre  cose  si  resta  incerti  anche  dell'accento.  —  (pg.  211).  VolUana  s. 
vallis.  È  dato  senz'altro  per  valle  plana;  il  quale  etimo,  se  non  é  da 
escludere  in  teoria  (il  b  ci  ricondurrebbe  alla  fase  ^Vallebiana  ecc.), 
pare  assai  poco  probabile.  Forse  ha  per  base  un  gentilizio.  —  (pg.  212). 


*  Lo  stesso  dico  di  Poio,  che  vien  riferito  a  podium  (pg.  210). 


D'un  saggio  toponom.  elbano.  241 

Fosso  Caubbio  s.  bubulus.  —  Punta  della  Gioma  s.  glomus.  Quasi  che 
il  toscano  potesse  aver  ^  da  gl  !  Ricordo,  senza  darvi  importanza, 
che  Giorno  è  forma  accorciata  di  Girolamo.  —  (pg.  213).  Cala  Serégoli 
s.  sericum.  Forse  è  *serTcnlaé  da  sera  (cfr.  P.  166).  E  si  potrà 
pensare  anche  al  genit.  d'un  ser  Regolo.  —  (pg.  214).  Consmnella  s. 
^Gonisummulus.  —  Capepe  s.  Pipo  {*Pipo  presunto  generatore  di  Pi- 
pino).  —  Punta  dei  Ripalti  s.  Ripaldi.  Vi  riconosceremo  piuttosto  rip[ej 
alte  (cfr.  Ripalta  e  Riv-  in  varie  parti  d'Italia),  mutato  il  genere  per 
via  dell'  /  desinenziale.  —  Colle  di  Tutti  s.  Totto,  il  quale  ebbe  per 
avventura  il  nome  da  una  proprietà  comunale  (cfr.  P.  123  s.  commune 
e  compascuu).  —  Poggio  Berghino  s.  berg.  Starà  meglio  s.  *barga;  e 
per  l' e,  cfr.  P.  2^.  —  Fosso  di  Chiassi  s.  gasse,  mentre  chiasso  viuzza 
stretta,  è  voce  d'etimo  incerto  ;  e  ad  ogni  modo  non  dal  ted.  gasse,  come 
pone  anche  lo  Zamb.  287,  perchè  vi  contrasta  la  fonetica.  —  Noterò  qui 
che  a  S.  Feto  (pg.  205),  per  cui  è  citato  il  S.  Fili  di  Calabria,  fa  ottimo 
riscontro  il  pis.  S.  Fele,  XII  156;  e  che  S.  Mamiliano  (ib.),  se  la  gra- 
fìa corrisponde  al  vero,  mal  può  parer  Mamilianus  trasformato  in 
'santo',  a  causa  del  -IJ-  (e  non  -gli-);  giacché  la  forma  letteraria  di 
codesto  ni.  si  conservava  più  facilmente  per  tradizione  chiesastica. 

Come  d'origine  araba  (pg.  215),  trovo  VAcqua  Moresca,  ove  l'agg. 
non  ha  nulla  d'arabo  in  sé  (Maurus!);  ma  di  certo  il  nostro  A.  in- 
tende che  il  nome  accenni  a  soggiorno  d'Arabi  o  Turchi  all'Elba  (cfr. 
i  Sassi  Tedeschi,  addotto  a  pag.  214  tra  i  sost.  d'or,  germanica).  Gli 
s'aggiunge  /  Magazzini,  che  é  il  nome  com.  italiano  (e  nulla  di  pe- 
culiare s'inferisce,  credo,  dal  fatto  che  all'Elba  le  case  campestri  si 
chiamino  magazzini;  cioè  'granaj',  col  sign.  fondamentale  della  base). 
Del  resto,  che  si  parli  di  nll.  arabi  della  Sicilia,  soggetta  per  assai 
lungo  tempo  alla  dominazione  degli  Arabi,  si  comprende,  e  nulla  di 
più  naturale;  e  v'occorron  difatti  in  bel  numero,  a  serie  continue  e 
per  intere  categorie  nominali  e  ideali.  Ma  all'Elba  chi  ce  li  avrebbe 
portati  ?  Giacché  ad  ammetter  tale  imposizione  non  basta  il  fatto  di 
qualche  approdo  o  scorreria,  onde  la  storia  ci  abbia  tramandato  il 
ricordo.  Così  non  leggiamo  senza  gran  meraviglia,  che  per  la  Spiag- 
gia di  Marcidore  o  Marg-  (pg.  210),  in  cui  prima  si  ravvisa,  forse  non 
a  torto,  un  marcldae  orae,  poi  s'accenni  a  concorrenza  dell'ar. 
marg'ah  padule,  acquitrino;  e  che  per  il  Fosso  dell'Inferno  ecc. 
(pg.  212)  si  creda  di  poter  postulare  anche  l'ar.  fern  mulino'.  Se 


'  L'Inferno  è  assai  frequente  nella  toponomastica.  Ove  per  esso  si  de- 
signi un  luogo  molto  basso  ed  oscuro  o  un  burrone  o  altro  di   simile,  vi 

Archivio  g-lottol.  ital.,  XV.  16 


242  Pieri, 

poi  si  tratta  di  nomi  com.  italiani  di  provenienza  arabica  divenuti 
nll.  all'Elba,  quale  è  uno  dei  sopra  citati,  la  cosa  è  allora  ben  diversa. 

Ed  eccoci  ai  'Tentativi  etimologici'  (pgg.  215-9),  in  molta  parte  de- 
dicati a  illustrare  alcuni  de'nll.  lucchesi  da  me  confinati  nel  Oapit.  VII. 
La  fiducia  e  lo  zelo  del  S.  in  questo  assunto  non  appajono  indeboliti 
per  nulla  dal  considerare  il  mio  riserbo,  mentre  io  dichiaravo  d'aver 
omesso  molte  altre  congetture  ed  ipotesi  per  riguardo  alla  indispen- 
sabile sobrietà  che  m'era  imposta  dal  metodo.  Avremo  noi  dunque, 
secondo  il  nostro  Autore:  —  Papi,  dal  genit.  o  loc.  di  Papinius. 
Quasiché  il  lucch.  comportasse  qualciie  cosa  di  simile  al  noto  feno- 
meno bergamasco,  per  cui  Giopino  Gepp-  si  riduce  a  Giopì  (cfr.  Lorck, 
Altberg.  33)!  —  Calabaja,  da  calle  Varia.  Ma,  a  tacere  del  -h-  da 
V,  che  per  lo  meno  sarebbe  insolito,  dove  s'ha  mai  un  gentilizio  in  -iu, 
con  funzione  d'aggettivo,  -  come  sarebbe  qui, -non  ampliato  in  -ianu? 
—  Campo  Simignani,  dal  genit.  d'un  '^Semonianus.  Questo  gentili- 
zio, per  cui  dovremmo  ricorrere  alla  dea  S emonia,  se  non  è  im- 
possibile, è  tutt' altro  che  verosimile  (meglio,  se  mai,  ^Simonius  da 
Simo);  e  d'altra  parte  ci  avrebbe  dato,  probabilmente:  ^Simognani 
o  -ugnani;  perchè  1' o  od  ic  prot.  doveva  resistere,  protetto  com'era 
dalla  contigua  labiale.  —  Man/selvi,  da  Mani  silvae.  0  perchè  non 
anche  da  Malli  silvae?  La  fonetica  lucchese  non  avrebbe  nulla  da 
opporre  (P.  228  e  XIV  432).  E  avremmo  da  postulare  anche  mali 
silvae,  'meli  della  selva'  o  'selve  del  melo'!  Giacché  per  limitarci, 
indagando  l'etimo,  alla  categoria  de'personali,  è  un  criterio  il  più  dello 
volto  sicuro  la  desinenza  de' nomi;  ma  ove  esso  non  ci  soccorra,  qual 
ragione  di  preferire  il  personale  al  nome  comune?  —  Maitemgnti,  da 
Matti  monte s.  Anche  per  questo  potrei,  volendo,  seguitar  sullo 
stesso  tòno. 

Circa  il  Inceli.  Cai,  da  Caius,  domanda  il  S.  se  non  sia  da  attri- 
buirne la  sorda  iniziale  alla  pronunzia  longobardica.  Non  saprei  se 
convenga  escluder  del  tutto,  che  Caius  abbia  realmente  esistito  in- 
sieme con  Gai  US,  e  che  prima  del  520  di  Roma  (quando  fu  intro- 
dotto il  e,  V.  Georges)  si  confondessero  insieme  nella  scrittura.  Escluso 
ciò,  sarebbe  forse  meglio  vedere  in  Cajo  (e  in  Cai  ni.)  una  forma  se- 
midotta. Ma  si  casca  dalle  nuvole,  udendo  che  il  S.  riconosce  il  genit. 


potremo  risconoscGr  di  certo,  in  senso  religioso  cristiano,  'la  dimora  dei 
malvagi  dopo  la  morto';  ma  in  molti  casi  non  si  tratterà  che  d'im  mera- 
ramente  corografico  inforna  inferioro,  basso,  divenuto  l'Inferno  por  una 
volgare  etimologia,  a  dir  cosi, 'anacronistica'. 


D'  un  saggio  topoiiom.  elbaiio.  243 

Cai  0  Gai  anche  in  Cqjanoì...  —  E  sùbito,  a  dichiarazione  di  Covecchia, 
Baciglio,  Navdlico  e  Persoldtica,  mi  vedo  regalare  altre  quattro  basi: 
cubie u la',  *opaciculus,  -novalicus,  *solaticus;  e  senza  pure 
una  parola  che  giustifichi  il  diverso  etimo  proposto  o  spieghi  le  no- 
vissime costruzioni.  Ma  dunque  l'egregio  A.  mi  crede  così  mal  prov- 
visto di  fantasia  da  non  sapere  iraaginar  da  me  tante  basi  ipotetiche 
(magari  più  plausibili  per  la  jiarte  formale),  quante  n'occorrano  per 
dichiarare  anche  tutti  i  nomi  del  mio  Capit.  VII?  Sennonché  il  Di- 
rettore di  questo  Archivio  avrebbe  dato  di  frego  senza  pietà;  e  con 
sacrosanta  ragione!  Il  proceder  con  estrema  cautela  nello  studio  di  pa- 
role morte  e  per  avventura  fossili,  è  una  necessità  che  s'impone 
come  assoluta  a  cln  non  voglia  far  cosa  puerile;  e  il  pretendere  di 
spiegar  tutto  o  quasi,  mentre  non  siamo  che  all'  inizio  di  questa  sorta 
d'indagini,  è  cosa  che  'a  priori'  suscita  diffidenze  è  ci  scredita  presso 
agli  altri  cultori  della  disciplina  storica. 

Segue  il  S,  contestando  l'origine  del  lucch.  Agno  da  agnus  (P.  109). 
Non  escludo  che,  secondo  egli  propone,  codesto  ni.  si  possa  senza  vio- 
lazione della  fonetica  ragguagliare  ad  angiilus  (cfr.  ug)ia  da  un- 
gìila,  ecc.);  sennonché  io  là  ho  avuto  per  norma,  oltre  il  fonetico, 
anche  altri  criterj.  Ma  il  supporre  Nagni  (e  non  '^ Nanni)  da  i]n 
amni  é  mal  cauto,  se  anche  non  impugnabile  in  teoria  (cfr.  ogni  adi, 
omnis,  che  peraltro  si  potrà  risentire  dall'are,  ogna  da  omnia).  E 
Anja  a  ogni  modo  non  deve  esser  ^'amnia,  con  nj  intatto  per  intl. 
di  m  (cfr.  sogno  da  s omnium).  Ciò  vale  altresì  per  Volanja,  che  il 
S.  vorrebbe  =  vallis  "^amnia  (la  variante  Volagna  si  dichiarerà  col- 
l'attrazione  della  serie  nominale  in  -agno  -a).  Io,  accennando  con  molto 
riserbo  alla  possibilità  di  Volanja  o  -agna  da  valle  *alnea,  sup- 
ponevo di  tradizione  volgare  la  seconda  forma,  e  che  la  prima  fosse 
rifoggiata  su  Anja. 

Rispetto  a  mal  {mar)  da  vall[e],  che  il  S.  riconosce  anche  in  due 
nll.  dell'Elba  (e  ch'egli  crede  risultare  da  'adattamenti  etimologici'), 
non  sarò  io  di  certo  a  fare  obiezione;  mentre  posso  aftermare,  parmi, 
d'essere  stato  il  suo  ispiratore  (v.  il  S.  stesso,  ivi;  e  P.  230  al  nm,  70). 
Ma  egli  abusa  del  fonema  che  io  gli  suggeriva,  quando  vuol  togliere 
dai  loro  luoghi  (dove,  almeno  per  ora,  stanno  assai  ad  agio)  :  Mala- 


*  Per  Covecclda  io  proponevo,  interrogando:  ^cavicula;  e  rimandando 
a  cava,  sotto  cui,  se  vedevo  giusto,  il  nome  avrebbe  trovato  una  numerosa, 
parentela. 


244  Pieri, 

piana,  Malocchio  e  Maloperta  (  P.  129,  93  e  118),  per  l'accostarli  a 
vai  li  s;  quasiché  fosse  la  cosa  più  naturale  del  mondo  il  supporre 
per  ogni  m  inizialo  l'origine  da  un  b  secondario!  Né  la  prudenza  mi 
consiglia  di  tener  proprio  per  certo,  che  Bareylia  e  -uglia  siano  val- 
licula  e  -ucula;  tanto  più  che  Tesito  rallentato  di  cl,  non  am- 
messo neanche  da  tutti  per  l'italiano,  é  ad  ogni  modo  relativamente 
assai  raro  (cfr.  Asc.  XIII  453). 

Ma  ecco  il  S.  afterraare  che  ogni  mio  scrupcdo,  a  postulare  un  *fal- 
c  uà  ria  come  base  di  Falcovaja  (P.  205),  deve  cessare  di  fronte  al- 
l'elb.  Fetovaja,  ch'egli  riconduce  -  credo,  felicemente  -  a  *fagot  na- 
ri a  (per  la  riduzione  protonica  in  questa  base,  cfr.  P.  87)  ;  e  m'insegna 
che  d'-uario  da  temi  in  -o  ci  olire  esempj  anche  il  latino  lettera- 
rio. Sennonché  nel  caso  mio  non  si  tratta  d'un  tema  in  -o  ovv.  di  se- 
conda declinazione,  ma  d'un  tema  in  -on  o  di  terza  (falcon-)! ...  Ri- 
costruendo un  *falcuaria,  bisogna  supporre  un  metaplasmo  assai 
antico  (promosso  per  avventura  dal  nomin.  dell'imparisillabo),  in  guisa 
che  falco  passasse  alla  quarta  deci,  o  anche  alla  seconda.  E  i  miei 
scrupoli,  ahimé,  persistono  ancora! 

Terminerò  rilevando  con  vivo  piacere,  -  tanto  più  che  le  mie  pa- 
role potrebbero  in  qualche  modo  aver  trapassato  il  segno,  -  che  il 
Saggio  del  S.  si  chiude  con  alcune  'Considerazioni  storiche'  (pgg.  219- 
21),  le  quali  non  esito  a  dire  eccellenti.  E  osservazioni  felici,  come  fu 
avvertito  in  principio,  o  argute  intuizioni  si  notano  altrove,  qua  e  là, 
e  non  di  rado  ;  sicché  non  par  dubbio  che,  proseguendo  ed  estendendo 
la  sua  ricerca  e  rendendo  più  rigoroso  il  suo  metodo  e  più  compiute 
e  sicure  le  sue  cognizioni  glottologiche,  il  S.  riuscirebbe  di  certo  a 
fornire  un  ottimo  contributo  alla  toponomastica.  Intanto  io  credo  sa- 
pere ch'egli  è  d'animo  cosi  buono,  da  non  s'aver  punto  a  male,  se  gli 
ho  fatto  un  poco  il  pedante  addosso  '. 


'  Aggiungo  qui  due  parole  intorno  a  un'altra  (piestione  che  mi  ri- 
guarda. Ecco  dunque.  Il  prof.  Francesco  D'Ovidio,  in  una  sua  recente 
Memoria'^,  chiude  l'ultima  parte  della  trattazione  (pg.  82-4)  col  far 


*  Note  etimologiche,  estr.  dal  Voi.  XXX  degli  'Atti'  della  R.  Accademia  di 
Scienze  Morali  e  Politiche  di  Napoli. 


D'  un  saggio  toponom    elbano.  245 

cenno  di  quegli  otto  nomi  locali  che  io  ho  'trovato  ribelli  alla  solita 
accentuazione  latina  e  romanza'.  Egli  dice  :' 5»  Cdmpiylia,  Cóciglia, 
Grdnciglia,  Mai-iglia,  Ndmpizzo,  Pidnizza,  Bétigna,  Strùttiglia . . .  non 
accade  fermarsi.  Vengono  da  un  territorio  di  confine;  appartengono  a 
piccoli  luoghi  clie  non  possono  opporre  resistenza  a  mutazioni  capric- 
ciose, a  false  analogie,  a  incongrue  storpiature  nel  passaggio  dal  ver- 
nacolo alla  lingua  o  viceversa;  e  non  hanno  storia  o  l'hanno  breve  o 
frammentaria'.  Ora  io,  com'  è  naturale,  non  presumo  per  nulla  d'en- 
trare nella  questione,  la  quale  ha  provocato  codest' assalto  ;  ma  credo 
anche  di  non  meritare  alcun  biasimo,  se  cerco  difendere  un  poco  que' 
poveri  e  maltrattati  miei  eterótoni.  E  poiché  mi  limito  a  una  parte 
di  ciò  che  mi  sembra  si  possa  dire  in  proposito,  ciiiedo  perdono  se 
cosi  risulta  troppo  lungo  l'esordio. 

Certo,  essi  spettano  ad  un  paese  di  contine.  Ma  il  confine  qui  non 
è  una  linea  arbitraria  e  convenzionale;  è  nettamente  e  fortemente  se- 
gnato dalla  natura  col  dorso  dell'Appennino  e  coi  blocchi  dell'Apuana; 
e  il  popolo  che  vive  di  qua  non  è  una  stirpe  di  meticci  né  parla  una 
lingua  da  portofranco!  E  nessuno  di  questi  nll.  ci  viene  dalla  'più  alta' 
Valle  del  Serchio,  dove  occorrono  infiltrazioni  dall'Emilia,  quantunque 
in  nuclei  ben  distinti  e  omogenei  (v.  XIII  329)  ;  anzi,  e  sono  i  due  più 
osservabili,  Mdriglia  Marlia  fu  od  é  presso  il  Serchio  a  breve 
tratto  da  Lucca,  e  Cóciglia  è  presso  ai  Bagni  di  Lucca,  vale  a  dir 
sulla  foce  di  Val  di  Lima  e  suppergiù  al  centro  di  Val  di  Serchio.  E 
d'altra  parte,  si  noti  bene,  questi  nomi,  o  i  loro  corrispondenti  fone- 
tici, non  riuscirebbero  men  curiosi  e  bizzarri  ove  spettassero,  dall'al- 
tra costa  dell'Appennino,  al  territorio  di  Reggio  o  di  Modena.  Ma  come 
parlare  d'analogie  ?  Dove  sono  le  serie  in  i-iglìa  ecc.  che  possano  avere 
attratto  questi  pochi  nomi?  E  ci  fanno  meraviglia  giust'appunto  per  il 
tono  anormale,  ossia  per  la  loro  strana  pronunzia,  obbligante  a  uno 
sforzo  insolito  e  che  si  vorrebbe  evitare.  In  Mdriglia  s'evitò  infatti 
coll'ettlissi,  onde  Marlia  (riduzione  questa  che  avvenne  alla  piena  luce 
della  storia;  v.  P.  23);  e  sarà  lecito  il  presumer  che  in  altri  casi  allo 
sforzo  s'ovviasse  col  protrarre  l'accento,  giacché  de'  molti  nll.  in  -iglio 
-a  ecc.  come  escluder  che  qualcuno,  se  altri  pur  l'ebbero  o  l'hanno,  in 
antico  avesse  l'accento  di  terzultima?  E  (neanche  a  farlo  apposta!) 
cinque  de'  nomi  in  questione  appartengono  a  una  stessa  categoria  mor- 
fologica, e  proprio  quella  che  si  vorrebbe  rappresentata  nell'are,  la- 
tino da  Mànilius  (v.  Asc.  XIV  341)1  Certo,  questi  poveri  nomi  non 
tutti  hanno  una  storia,  quantunque  alcuni  possano  dar  buon  conto  di 
sé  per  nove  o  dieci  o  più  secoli,  che  non  é  poi  tanto  poco.  Ma  i  nomi 


246  Pieri,  D'un  saggio  toponom.  elbano. 

che  vantano  una  storia  di  più  millennj  son  già  acquisiti  al  sapere;  e 
ora  si  vuol  piuttosto  rintracciar  gli  umili  e  ignoti,  cercando  di  strap- 
par loro  qualche  segreto  e  far  che  irraggino  nuova  luce  anche  su  que- 
gli altri  più  illustri.  Se  noi  screditiamo  'a  priori'  quanto  di  nuovo  e 
inatteso  ci  può  rivelare  l'indagine,  si  riduce  di  molto,  a  me  pare,  il 
vantaggio  che  é  ragionevole  sperarne.  Ora  che  faremmo  se  solo  dalla 
compiuta  esplorazione  dell'intera  Toscana  ci  saltassero  fuori  un  centi- 
najo  o  anche  solo  cinquanta  di  codesti  eterótoni?  Li  vorremmo  con- 
siderar come  'fatti  che  son  fatterelli'  (pg.  84),  e  francamente  proscri- 
vere? La  scienza,  è  vero,  ama  d'esser  liberata  dalle  eccezioni,  e  a  ciò 
deve  intendere  anche  il  suo  più  modesto  cultore.  Ma  le  eccezioni  son 
nodi  da  sciogliere  e  non  da  tagliare;  e  fa  meraviglia  che  un  cosi  no- 
bile e  operoso  intelletto  come  il  D'Ovidio  abbia  ricorso  questa  volta 
ai  metodi  d'Alessandro  Magno! 


Correzioni.  —  Pag.  91,  num.  41:  invece  di  summariu  è  da  leg- 
gere sagmariu.  —   Pag.  96,  num.  68:  1.  battello. 


( 


CONTRIBUTI  ALLA  CONOSCENZA 

DE' DIALETTI  DELL'ITALIA  MERIDIONALE, 

NE'  SECOLI  ANTERIORI  AL  XIII. 


DI 

V.  DE  BA.RTHOLOMAEIS. 


I.^  SPOGLIO  DEL  'CODEX  DIPLOMATICUS  CAVENSIS'^. 


Sommario:  —  §  I.  Scrittura.  —  §  II.  Fonetica.  —  s  III.  Morfologia.  —  §  IV.  Appunti  sin- 
tattici. —  §  V.  Lessico. 


Avvertenza.  —  Con  la  presente  ricerca  e  con  quelle  che  faran  séguito 
ad  essa,  intendo  ad  illustrare  lo  stato  de'  dialetti  dell'  Italia  meridionale, 
ne' secoli  che  precedettero  l'apparire  delle  scritture  intieramente  in  vol- 
gare. Verrò  comunicando  perciò  una  serie  di  spogli,  che  mi  trovo  d'  aver 
compilato  da  qualche  tempo,  dell'elemento  volgare  che  si  rinviene,  fram- 
misto 0  latente,  nel  latino  delle  scritture  diplomatiche  e  d'  altro  genere, 
appartenenti  a  quella  regione.  E  incomincio  dallo  spoglio  del  Codex  Diplo- 
MATicus  Gavensis,  principalmente  per  ciò,  che,  risultandone  uno  schema 
fonetico  e  morfologico  presso  che  intiero,  potranno  poi  opportunamente 
raccogliersi  intorno  ad  esso  le  materie  provenienti  dalle  altre  fonti,  e  riu- 
scirne così  facile  e  nitida  la  comparazione  finale. 

E  invero  di  cotali  fonti  questa  della  collezione  cavense  è  indubbiamente, 
sotto  ogni  rispetto,  la  più  cospicua.  Le  carte  contenutevi  son  tutte  originali  e 
non  già  copie,  per  quanto  antiche,  pur  sempre  ritoccate  nella  forma,  come 
sono,  a  cagion  d'esempio,  quelle  che  si  leggono  ne'regesti  di  Casauria  e  di 
Farfa  e  nel  '  Chronicon  Vulturnense'.  Esse  sommano  a  mille  trecento  trentotto; 
corrono  dall'anno  792  al  1064,  e,  fatta  eccezione  di  pochissime,  provengon 
tutte  dalla  regione  che  un  di  formava  il  principato  longobardo  di  Salerno  e 


»  I-IV,  Milano-Napoli,  Hoepli  1874-9;  VI-VIIl,  ibd.  1884-8. 

Archivio  glottol.  ital.,  XY.  17 


248  de  Bartholomaois, 

dalle  terre  finitime.  La  veste  latina  vi  è,  più  che  mai,  sottile  e  grama:  il  lin- 
guaggio vivo  traspare  e  prorompe  da  ogni  parte,  e  talvolta  si  lascia  cogliere 
in  una  nudità  veramente  inaspettata  e  singolare.  Né  codesta  condizione  di 
cose  muta  col  variar  di  tempi  di  località  e  di  scriventi,  ma  si  continua 
imperturbata,  da  cima  a  fondo,  per  tutta  la  raccolta;  onde  si  riesce,  alla 
fine,  a  una  descrizione  dialettologica  compiuta,  né  più  né  meno  di  quello 
che  accadrebbe  con  scritture  schiettamente  dialettali.  La  qual  cosa  acqui- 
sta maggior  valore,  in  quanto  che  siamo  a  una  sezione  dialettale,  non 
disgiunta  certamente  dal  comun  fondo  campano,  ma  che  tuttavia  non  ci 
era  fin  qui  altrimenti  rappresentata  che  dalla  novellina  boccaccesca  del  Pa- 
panti. 

Assai  più  ricco  ed  utile  sarebbe  ancor  venuto  V  inventario,  se  mi  fosse 
stato  possibile  di  appurar  l'etimologia  de'  molti  nomi  locali  che  ricorrono 
nelle  carte,  non  tutti  i  quali  son  compresi  negli  elenchi,  che  stanno  in  fondo 
a'  singoli  volumi.  Una  tale  indagine  esigeva  necessariamente  l'aver  di  con- 
tinuo a  portata  di  mano  il  reagente  della  pronuncia  moderna,  al  quale  pro- 
vare la  forma  basso-latina.  Ma  poiché,  per  questo  rispetto,  assai  poco  c'era 
da  contare  suU'ajuto  delle  trascrizioni  fatte  da'  geodeti  militari,  e  a  me  non 
era  consentito,  per  ragion  d' ufficio,  di  condurre  personalmente  la  ricerca 
sopra  luogo,  cosi,  non  volendo  sconfinare  da'  limiti  entro  i  quali  la  serietà 
del  lavoro  m'imponeva  di  rimanere,  mi  fu  giocoforza  di  tentar  soltanto 
quelle  categorie  toponomastiche,  che  sono  ornai  più  sicuramente  riconosci- 
bili; quali  i  derivati  da  personali  e  da  gentilizj,  da  nomi  di  piante,  da 
nomi  d'animali.  Del  rimanente,  dato  lo  scopo  a  cui  la  presente  indagine 
è  principalmente  diretta,  non  dee  questo  lamentarsi  come  una  grave  iat- 
tura; e  forse  e  bene  che  codesta  massa  di  nomi  si  serbi  intatta  per  chi 
un  giorno  imprenderà  la  compiuta  esplorazione  toponomastica  delle  valli 
del  Sole  e  dell'Imo  e   della  penisola  sorrentina. 

A  ogni  modo,  mi  studiai  che  l'inventario  riescisse  quanto  più  completo 
ora  possibile,  raccogliendo  per  ciascuna  serie  tutto  quanto  il  contingento 
de' rispettivi  esempj.  I  quali  cito,  d'ordinario,  con  la  data  più  antica,  fa- 
cendo seguire  ad  essa  l'indicazione  del  volume  e  della  pagina,  quando 
da  sola  non  basti  al  facile  reperimento.  Non  fo  susseguire  da  alcuna  in- 
dicazione i  nomi  locali,  che  sien  reperibili  negl'indici  de' singoli  volumi. 
Ma  devo  dire  che  più  d'una  volta  m'è  toccato  di  doverne  ripristinare  la 
forma,  che  la  stampa  dell'indice  aveva  alterato. 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  I.  249 


§  I.  —  Scrittura. 

NB.  Mi  limito  naturalmente  alle  grafie  del  nostro  Codice,  che  abbiano 
speciale  attinenza  con  la  storia  del  volgare,  o  possano,  comunque,  giovare 
alla  intelligenza  de'  passi  e  degli  esempj  che  accada  riferirne. 

1.  L'eu-  di  'evangelo'  è  reso  variamente:  evvangelia  ebvangelia  eu- 
hangelia,  forme  assai  frequenti  nelle  scritture  medievali  e  probabilmente 
non  soltanto  grafiche.  Cfr.  Schuch.  II  327,  522  n,  Bonnet,  Le  lat.  de  Grégoire 
de  Tours,  145  e  167  n, 

L'y  è  assai  raro  pur  nelle  voci  greche  d'importazione  recente.  Nelle  uscite 
de' masc.  plur.  volg.,  se  ho  ben  veduto,  non  occorre  che  una  sol  volta: 
'ubi  a  li  gabatary  dicitur'  1062  viii  185,  probabilmente  con  valore  di  -ii, 
secondo  la  consuetudine  che  vediamo  prevaler  grandemente  nelle  scrit- 
ture volgari  napolitano  e  abruzzesi  del  sec.  XIV  e  del  XV.  Trovasi  ày 
per  m  in  Laudelayca  e  Laudelayce  1064.  Mayardo,  allato  a  Man- 
g nardo  1044,  può  esser  nient'altro  che  un  ^ Mày-\ 

2.  Consonanti  finali:  v.  Bonnet,  o.  e.  150  sgg. 

Il  -e  è  generalmente  rispettato.  Non  manca  tuttavia  qualch'  esempio  di 
omissione:  'componere  promitemus  nos  vobi  duplo  pretius,  o  sunt  solidi 
quactuordeci'  798,  '/io  sunt  tremissi  dece'  819. 

Talvolta  omettesi  anche  il  -d.  Ma  più  spesso  gli  si  sostituisce  la  sorda; 
così,  a  ogni  passo:  aput  quot  quit  at.  Caduto  e  risarcito  erroneamente 
per  -s:  apo-s  'appo'  798. 

Manca  frequentemente  il  -m  delle  desinenze  -am  -em  -um;  cfr.  Pott,  in 
Kuhn's  zeitschr.  XIII  24.  Non  è  raro  il  vederlo  all'incontro  impropriamente 
aggiunto  a  terminazioni  in  vocali;  cosi:  defensare-m  difendere  v.  less., 
'gentis  nostre-m\  e  simili.     Innanzi  a  dent.  è  n  in  tan  tu  798. 

Pur  frequentissima  l'omissione  di  -s;  così:  'cum  Consilio  Aldefusi  ge- 
nitori meo'  792,  'sicundum  ritum  genti  nostre  langubardorum'  792,  hobi 
vobis  798  ecc.,  'apos&o'  apud  vos  798,  '■abea  et  possideas  tu'  803,  sa- 
tisfacimu  819;  cfr.  Pott.,  1.  e.  241.  Impropriamente  aggiunto  a  voci  uscenti 
per  vocale:  'cum  boluntate-s  Aldefusi'  792,  'pettia...  abente-s  fine' 
799,  'accepi  pretium  a  te  hemptore-s  meo-x''  818;  ecc.,  ecc.  E  di  qui  lo 
scambio  frequente  delle  terminazioni  -es  ed  -is,  cioè  -i-s\  v.  num.  64  e 
cfr.  Pott,  zeitschr.  cit.  XII  198.  Vadan  citate  le  male  vQ?,i\t\x7.\om:  pluls  798^ 
'solidi  treoa''  803,  e  più  strane  ancora:  bobit  vobis  803,  'bonu  serbitiu 
quas  mihi  factum  abit'  habes  837.     Pur  qui  occorre  forsitans  860,  dove 


250  de  Bartholomaeis, 

il  Pott,  zeitschr.  cit.  XH  176,  vedrebbe  forsitan,  accresciuto  di  un  -si 
dubitativo. 

Anche  il  -x  manca  assai  di  frequente:  colibe  quolibet  798*,  'cot  apos 
bo  remelioratu  fuerV  798,  discerni  821  ecc.,  citi...  au...  798,  si  sit 
ibd.;  ecc.  ecc.  Cfr.  Pott,  zeitschr.  cit.  XII  167  169  180,  Meyer-Lùbke,  gramm. 
rom.  I  17.     Spesso  è  -d:  fiad  sead  sia,  e  simili. 

Per-ph  talvolta  solo  -p  in  losep. 

3.  Della  doppia  scrizione  j  e  g,  pure  innanzi  ad  a  o  u,  v.  al  num.  27. 
Di  -bff-  che  renda  probabilmente  ffg,  al  num.  28. 

l  è  reso  per  li  Ili  II  gì  gli  Igl;  v.  num.  28.  Cfr.  Mussafia.  Regim.  Sanit. 
§§  44  53  54,  Kathar.  44. 

ti  è  roso  con  ng  ngn  gn  e  talvolta  anche  con  7in  (cfr.  nn  =  n  nell'ant. 
spagn.  ^),  scrizioni,  com'è  noto,  assai  antiche.  Di  nie  nelle  risoluzioni  di 
NGE,  v.  num.  41.     Quanto  a  bendidiamus  vendemmiamo,  v.  num.  28. 

Stenteremo  all'incontro  a  vedere  la  rappresentazione  di  un  n  ne'  molto 
frequenti  vinia  castania  castanietu  e  sim.,  allato  a' quali  non  occor- 
rono le  grafie  testé  menzionate;  v.  num.  33.  Sopra  castanietu  si  sarà 
poi  rifoggiato  cannietu  canneto,  pur  esso  assai  frequente. 

Dell'alternarsi  di  -z-  con  -ti-  v.  num.  28;  di  -j-  con  -gi-  ibd.,  e  cfr.  Mus- 
safia. Regim.  Sanit.  §  44  n. 

Inutile  addurre  esempj  di  ci  per  </,  scrizioni  già  legittimate  da'  gramma- 
tici medievali.  La  schietta  pronuncia  è  resa  però  in  paziantur  990.  Per 
scolsient  ali.  a  scalciare,  v.  less. 

zz  è  rappresentato  con  tli  cci  cz  zz\  v.  num.  28.  Curioso  il  ni.  har- 
vajanu  ali.  a  barbazanu  1041,  forse  da  g.  Falsa  ricostruzione  in  pictii- 
lum  1038,  e  nel  npr.  catzotti  987  less. 

s  è  reso  con  se  e  una  volta  con  ssc,  v.  numm.  28  e  32;  con  ss  in  assias 
che  sta  allato  ad  ascia,  v.  num.  32.  Si  ha  inoltre  un  semplice  5,  che  non 
può  certo  dipendere  dalla  pronuncia  locale:  septu  sepie  (ma  scepte), 
v.  num.  32,  np.  cresentia  857,  '  faciant  sire'  1061  viii  174,  biselle  ali. 
a  bisci llietum,  less.  Cfr.  Monaci,  Gesta  di  Federico  I  in  Italia,  p.  xxix  ^. 


*  Strana  ricostruzione  parrebbe  ' qtcalibisi  ingenio'  799;  ma  trattasi  pro- 
babilmente di  'quolibet+  sit'. 

^  nn  per  n  spesseggia  nella  Cronaca  del  De  Rosa  e  ricorre  anche  negli 
antichi  testi  siciliani. 

^  Anche  ne'  'Bagni  di  Pozzuoli'  troviamo  la  medesima  grafia  :  siatica  sin- 
dere,  gloss.  s.  vv. 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  I.  251 

kj  (supposto  che  così  sonasse  la  pronuncia  dell' etimologico  ci.)  è  rap- 
presentato generalmente  da  cl\  una  sol  volta  troviamo  eh;  v.  num.  30.  No- 
tevoli le  scrizioni  ecclesia  872,  ecglesie  882. 

Già  ben  stabilito  Fuso  del  z\  e  basta  guardare  al  less.  s.  lett. 

4.  La  gutturale  sorda  rappresentasi  talvolta  con  k:  spelonke  1039  (che 
ci  toglie  ogni  dubbio  circa  il  valore  fonetico  del  e  di  spelonce  1042), 
genha  1047.  Tra  vocali  è  però  sempre  e.  La  doppia  è  resa  con  et:  secke- 
mus  959,  b ackarecze  1040;  all'incontro  sechent  1035  e  sicchum  962, 
seccare  sempre;  ma  '  castanee  socce'  953.  Mera  gutturale  sarà  anche 
nella  strana  scrizione  baccia  vacca  1047  vii  67.  Sieno  ancora  citati:  gre- 
cesche  1043,  greciscki  1052  ali.  a  grecesce  1043;  e  le  varie  forme  del 
medesimo  ni.:  flescketo  le  fleschetole  flescetole.  All'iniziale  trovasi 
una  volta  i-:  iugitavi  'cogitavi'  982,  che  pare  uno  sbaglio. 

g  è  con  valore  di  gutturale  innanzi  a  /,  in  gengi  *jenchi  *jen^i  gio- 
venchi 1043.     w-gu^ìn  wuaclia  904. 

guadraginta  986  ricorda  il  guasi  quasi,  che  risuona  oggidi  in  larga 
zona  dell'Italia  meridionale.  Mentre  in  quomo  come,  vedesi  il  qn  etimolo- 
gico, questo  è  e  in  voci  latine,  quale  cot  quod,  e  q  semplice  in  atqe, 
e  simili. 

Più  frequente  è  michi  che  non  mihi.  Di  trahere  occorrono  le  se- 
guenti forme:  traanius  1050,  cfr.  Pott,  zeitschr.  cit.  XII  107,  tr a g amus 
1009,  traghamus  1012,  traierent  1020  1039,  traiere  1023,  tragendum 
1016,  subtraggere  848;  cfr.  Schuch.  II  520.  Qui  sien  ricordate  le  oscil- 
lazioni grafiche  in  alcuni  nomi  germanici,  che  largamente  son  dati  negl'in- 
dici de' singoli  volumi;  p.  es.:  Ahenardus  Agenardus  Aghenardus , 
Rahenaldus  Ragen-  Raghen-,  Aheprandus  Acepr-  Aiepr-,  Ahi- 
nonius  Agin-  Aghin-;  ecc.,  ecc.  Di  h  anorganico  sieno  esempi,  all'i- 
niziale: honde  hobb  lig are  hosculum  kube  uve,  ecc  ,  ecc. ;  all'interno, 
tra  vocali:  cumvenihentia  976. 

Accanto  a  promittemus  801  si  ha;  promitemus  798,  e  promic- 
temu  803  823.     Altre  restituzioni:  quadro  848  849,  quadtuor  1011. 

Allo  scambio,  già  frequente  nell'epigrafìa  cristiana,  e  che,  fra'  testi  vol- 
gari, appare  ancora  nel  'Ritmo  Cassinese',  di  b  per  u  e  di  u  per  &,  è  ap- 
pena il  caso  di  accennare,  appunto  perchè  ricorre  a  ogni  passo.  Di  qualche 
esempio  problematico,  v,  al  num.  45.     Sia  ricordato  tvesta  veste  827. 

PT  spesso  è  reso  per  et:  seetembere  croeta  ecc.  Scompare  il  p  di 
mpt:  emtum  847,  eintam  843,  hemturem  857.  E  qui  può  rientrare  la 
ricostruzione  semi  ima   sept-  798;  cfr.  Bonnet,  o.  e.   188  n. 


252  de  Bartholomaeis, 

§  IL  —  Fonetica. 
A.  Vocali  toniche. 

'Umlaut'. —  5.  ì...-u:  Dominicu  890  (ma:  Domenica  960  961,  memo- 
ratorium  factum...  Domeneke  monache  964),  ribus  siccu  971,  ribus  qui  di- 
citur  siccu  1027  (ma:  castanee  secche  884,  abellane  secche  884  953  982),  ni. 
pÌ7'u  995  1004  (ma:  quante  noci  et  pera  inde  coUexerimus  1015  1061  viii 
174),  una  pactena  de  stamu  et  alia  de  lingnu  1006,  singnule  canestra  de 
ube  et  ana  singnule  canestra  de  castanee  ad  canistrum  mediocre  1036,  una 
genka  abente  pilo  rublo  1047  vii  67,  j3?7o-scacio  1014  less.,  passos  quin- 
quagintatres,  tnino  palmo  uno  1050  vii  143  (ma:  menime  799  ecc.,  cfr.  Schucli. 
II  25*),  ni.  salitili  1019  less.,  npr.  desiu  e  desigiii  1031  (ma:  deseia  desegia 
1023),  npr.  giczu  1046  (ma:  gecza  sempre),  ni.  atcw-piniu  1016  (ma:  sin- 
dones  penta  1042).  -illu:  monte  qui  dicitur  pnnzillu  963,  npr.  ncurillit 
928,  ni.  tiirzillu  1045  less.,  ni.  ad  innillu  1048  vii  82,  picciolillum  1056  vii 
275,  npr.  piczillu  1012  less.  (ma  -ella  -elle,  v.  num.  85).  -iscu:  liber  con- 
tinente franciscu  1042  less,  (ma:  sindones  greccske  1043). 

(i...-u:  nucillitum  prisum  et  cultatiim  1016  (ma:  si  de  presam  au  de  li- 
gamen  884),  pianeta  de  siricu  1006  (ma:  sendone  serica  986).  -e  tu:  inse- 
titu  857  less.,  abellanitu  993,  genestrito  917,  laiiritu  947  992,  olicitu  et  li- 
cinitu  956  less.,  nocellitum  968  1025,  carpinitu  973  977,  cannitu  984  1016, 
sabucitu  997,  ni.  ferolitu  1006  less.,  ni.  eippitu  1011,  insertitum  1011,  ni. 
cerbitu  1014,  mortitum  1020,  aunitii  1021  less.,  tigillitum  1024,  persecitu  1034, 
ni.  cornitu  1047  vii  49,  ni.  faitu  1057  vili  10  e  fagitu  1060  viii  137,  nu- 
citum  1063  vili  205  (ma:  enseteta  castanieta  abellanieta  catinieta  passim). 

Va  inoltre  fatta  qui  menzione  dell"  umlaut'  analogico,  cui  soggiacciono 
i  nomi  personali  germanici  terminanti  in  -fri ed,  che  riescono  a  -frid  -fri- 
dus  al  msc. ,  e  a  -freda  al  fm. ;  così:  Adelfrid  Ausfrid  Cumfridus  Com- 
frid  Lamfridns  Lamfrid  Medelfrid  Odelfridus  Walfridus  ;  ma  :  Adelfreda 
Ausfreda  Confreda  Ermefreda  Medelfreda  Walfreda,  ecc.;  v.  gl'ind. ^  Del 
finimento  -eng  abbiamo  Ardingu  1046  vii  6^ 


*  Si  rimanda,  d'ordinario,  agli  elenchi  dello  Schuchardt,  quando  vi  sieno 
accolte  forme  provenienti  da  fonti  della  regione  che  qui  si  esplora  o  dalle 
regioni  contigue  ad  essa. 

*  Isolato  affatto  l'esempio  di  Acefrede  msc,  che  contiene  probabilmente 
un  lapsus:  'terra  Acefrede  filio  Maiuni'  843. 

*  Gli  fa  riscontro,  con  -enqa,  la  'civitas  ardenga'  del  'Cod.  diplom.  sul- 
mon.'  44  311,  che  è  l'odierna  Civita  retenga. 


Spoglio  del  Codox  Cavensis;  §  II.  253 

6«  Ì...-Ì:  sancte  Marie  de  ircli  978  990  (ma:  in  locum  ercle  989)  less.  * 
-illi:  pannilli  1006.  -ischi:  greciski  1052  vii  191,  amalfUaniski  1058  viii 
50  (ma:  greceske  1043,  grecesce  ibd. ).  Terremo  in  disparte  hinii-iwhQxa 
1001. 

e...-t:  ni.  pariti  de  Nucera  *p  a  riè  te  980  num.  12.  -ensi:  saranianisi 
928  1017  less. ,  migrisi  979  less.,  hatollisi  994,  terris  cum  magisi  994,  sex 
miliarisi  999  1012,  coperclisi  1001  less,  ni.  maurintisi  1041,  ni.  maceria- 
tisi  1041.  Ma  -ese  sempre,  di  cui  v.  gli  es.  al  num.  33.  Vadan  qui  pure 
sidici  799  ecc.,  e  tridecim  954,  dove  mal  si  penserebbe  all'azione  analogica  di 
'  quindici  '.     Per  sitis  siete  v.  num.  69,  per  avariti  num.  70,  per'  tolliti  num.  74. 

7.  ù...-2«:  usque  ad  toru  rotundu  (ma:  terra  que  dicitur  pecia  rotonda 
905,  ni.  rotonda  1039),  npr.  ursu  ind.  (ma:  orsa  sempre),  npr.  palumhu  868, 
ubi  "^vo^tvìo  palumbulu  bocatur  877  (ma:  ni.  palomba  983  1000,  e  come  npr. 
1052  VII  184),  ni.  «Zmo-longum  993,  da  loco  ulmo  1050  vii  139,  pullu  1031 
less.,  ni.  puczu  1049  vii  96,  in  loco  suùco  1063  viii  260,  cappellu  fuscu 
unum  881.  -ullu:  npr.  Scasullo  ind.  (ma:  nll.  batolla  catolla  casolla  casolle 
petrolle,  ind.;  inoltre:  ortum  de  cepolle  1035,  ortora  de  cipolle  1040). 

0...-U;  -osu:  cgn.  inginiusu  947,  calbarusu  1057  viii  12,  venenusii  1964 
vili  294,  gaiusu  less.,  littusum  ratigusicm  millusum  ind.;  laddove  il  femi- 
nile  va  sempre  in -osa.  -orju;  susceluriu  856  less.,  ni.  preturu  less.;  po~ 
tatiirii  1047  vii  64  less.,  coperturu  1057  viii  26  less.,  tracturu  1047  vii 
64  less.  Abbiamo  ancora:  exe  dominaturu  nec  possessurus  1004  viii  398, 
dove  può  parere  che  -ore  si  confonda  con  -orju.  Ma  per  questa  sezione 
deir 'umlaut'  è  da  riveder  bene  il  num.   15. 

Van  qui  pure  addotti,  ancorché  non  trattisi  di  un  g  antico  i  due  più  si- 
curi esempj  che  si  abbiano,  da  età  ben  remota,  del  noto  fenomeno  meridio- 
nale -uhi  -ola  da  -eolu  -e ola:  ni.  cirasulu  854  968  1012  less.,  ni.  cuprulii 
1016;  ma:  caldarola  986,  carrarola  917  less.,  fabritola  1057  less.,  rubiliole 
1010  less.,  viniola    1061  viii  157. 

8.  U....-Ì:  unum  parlo  de  pulii  boni   1000  1002.     Per  dui  v.  num.  67. 
0...-Ì:  urdini  triginta  1045,  urdini  vestri  (Melfi)   ibd.     -oni:  palos  tcn- 

ciuni  1005  less.,  capessìcni  1053  vii  198  less.    -ori:  ipsi  germani...  posses- 
suri  sunt  952;  meno  sicuri:  in  ipsi  locis  habitaturi  erunt  1059  viii  96,  da- 


*  Potrebbe  aggiungersi  il  ni.  circli  969;  ma  non  è  ben  chiaro  se  trattisi 
di  circuii  o  non  piuttosto  di  quèrculi,  nel  qual  caso  avremmo  'um- 
laut' di  è. 


254  de  Bartholomaeis, 

turi  et  vendituri   seu   alio    modo   aleniaturi   fueriiit    1064  viii  304.     -orj: 
trado...  case  curte  territuriis  792. 
-eoli:  seminatione  de  fasull  media  viginti  868;  cfr.  nm.  7*, 

9.  A:  cerasa  854,  less.,  e  ni.   Cirasulii  854;  stainum  stagno,  num.  54. 

10.  -ARIU,  -ARIA;  -àr-:  aquara  893  less.,  ni.  ad  linzara  907  1049  less., 
bia  carrara  982  less,  (e  carrarola  917),  labandara  917,  flubio  de  cetara 
cetaria  988  ecc.  ecc.,  flubi  de  carbonara  952  ecc.,  ubi  ad  ipsa  fusara 
dicitur  956  less.,  ubi  proprio  salava  dicitur  956  1008,  ipsa  ^orimara  pe- 
cia  965,  via  de  pecara  969  1016  less.,  quatraru  979  less.,  cetraro  980 
less.,  locum  tabellara  986  1077,  ammessarum  990  less.,  faber  qui  bocor 
caballaru  994  996,  serra  de  calcara  995  less.,  toru  de  calcara  995,  aqua 
palomvara  997,  ni  lu  erbaru  998  10.57  viii  26  less.,  ni.  carbonaru  999, 
gestaru  1006  less.,  canc^eZan  de  rame  1006,  colciara  1008  less.,  buttarti 
1009  less.,  ni.  corbaru  1010,  ni.  cretaru  1024,  caldara  1028  1030  (e  calda- 
rola  986),  mela  repostara  1029  less.,  Jestort<m  1029  less.,  baniara  1030  less., 
ni.  palmentara  1041,  mannara  1042  1047  vii  104  less.,  ferrarum  1042  less., 
calcare  1049  vii  104,  cgn.  mangnanara  1057  viii  15  less.,  ni.  fossa  lupo.ra 
1058  VITI  80,  terra  ptimicara  1060  viii  150  less.,  monte  de  coronava  1061, 
cgn.  cancellava  1061  viii  177,  1063  viii  223,  fusarum  1061  viii  181  less., 
campanaru  1063  tiii  209  less.,  unum  pare  de  carafoli  1058  viii  QQ  num. 
27;  da  area:  carapum  qui  dicitur  hare  983  1009  1050  vii  142,  ubi  ara  Fe- 
derico sunt  1026,  tempore  de  are  1056  vii  293;  alia  pecia  ad  ayra  Mode- 
rasu  868,  obligaberunt  se...  tribus  aire...  tenere  980  (e  aivatico  1021  less. 
ni.  airole  928  OSO  990)  ^.  —  Abbiamo  -ér-  solamente   in   flumen   anguille- 


*  Largamente  diffuse  in  tutto  il  Codice  son  forme  genitivali  come  que- 
ste: fìlius  quondam  bisinianisi  1040;  fllius  quondam  Maiuni  798,  fine  Cai- 
tiuni  799,  Waniperto  filio  Amimi  823,  rebus  Guiduni  1024,  e  cosi  lufuni 
Lìzuni  ecc.;  heredes  Maurusi  (-osii)  979.  Queste  forme  mostrano  che 
r 'umlaut'  portavasi  anche  nella  pronuncia  del  latino,  e  porgono,  a  un 
tempo,  bella  riprova  dell'energia  onde  operava  quella  legge  nella  lingua 
parlata.  Occorre  altresì  di  frequente  la  strana  forma,  non  limitata  del  re- 
sto alle  nostre  carte,  apvelis  aprile.  Essa  pure  si  dovrà  forse  spiegare  con 
r 'umlaut'.  Che,  data  la  pronuncia,  naturale  in  quegli  scribi,  di  -ili  por 
-elis,  essi  tornavano  a  -eli  anche  ne' casi  di  -ili;  onde,  come  per  crude- 
lis  leggevano  cvudilis,  per  fidelis  fidilis^  così  riveniva  loro  aprilis 
da  aprelis. 

^  Per  mora  svi.sta:  ad  ira  dibidamiis  inter  nos  980,  cioè  'suU'aja'. 


à 


Spoglio  del  Codex  Caveiisis;  §  II.  255 

riuin  1049,  o  nel  npr.  herengneri  1013  ecc.,  cui  una  sol  volta  sta   di  con- 
tro berengari  1051  vii  169. 

11.  E  breve,  M.  Appare  intatto,  secondo  gli  esempj  che  seguono:  passi 
dece-septe  et  pedi  du  et  metiu  798,  ad  mensura  per  longu  passi  sidici  et 
gubita  trea  et  pede  unu  849,  fabricare  in  ambo  ipsi  pedi  de  ipsa  terra  1022.; 
ni  metia-sepe  801,  de  locuni  sepi  997  1004;  ipsa  res  quod  tu  teni  854;  Pe- 
tru...  absolutione  dede  856;  dividere  mecura  ipsa  cimenta  qì  prele  et  ligna 
935,  ipsa  curte  frabiceraus  ad  petre  et  calce  995,  ni.  petra-ìena.  988,  ni. 
petra-lsLta  1058  viii  38  (e  ni.  petrone  917);  una  lancella  de  ìnele  1051  vii 
192.  —  Esempio  unico  di  dittongamento,  ma  in  pos.,  e  che,  appunto  per- 
chè solitario,  va  addotto  con  la  debita  circospezione,  è  nel  cgn.  bìelli-vote 
1058  vili  72  ^ 

12.  E  lungo.  Frequenti  sono  prindere  848  860  e  vindere  868  ecc.,  ma  ne 
è  sospetta  la  schietta  popolarità;  cfr.  Pott,  zeitschr.  cit.  XII  189;  che,  del 
resto,  occorre  anche  beìinere  826.  Pur  qui  ricorre  mercides  872  882,  ma 
ancora  è  caso  più  che  sospetto;  cfr.,  a  ogni  modo,  Schuch.  I  285  343.  Per 
V  r]  abbiamo  stratigo  899.  Allato  a  mela  è  una  volta  anche  mila:  tantum 
exinde  exceptabo  tribus  talee  de  mela...  et  quod  est  pertinentes  ipsa  iam- 
dicta  7nela  979,  ipsa  mela  et  nuci,  ipse  nuci  et  mela  cultare  1033  v  231, 
ni.  meZa-massana  1045  less.,  mela  repostara  1029  less. ;  ma:  insitare  inserte 
et  mila  936;  cfr.  Morosi,  Arch.  IV  118  122  143,  D'Ovidio,  IV  147  (all'a- 
tona:  melarium  1029,  di  fronte  al  ni.  castello  milillam  994  in  16).  Con  Vi 
ben  legittimo:  quattuor  bracchia  de  ciria  cerei  1053  vii  197.  Un  i  solo 
per  ii  (ie)  in  pariti  980  num.  6. 

13.  I  breve;  in  e,  tranne  il  caso  di  u  od  i  all'uscita:  possedea  possegga 
798,  bece  816,  ego  Gentile  bece-àominns,  821,  seloa  991  ecc.,  berga  verga 
1062,  cfr.  Schuch.  II  58,  cerbarezze  1063  viii  165  less.,  backarecze  1040 
less.,  aqua  que  dicitur  fregdola  1058  viii  86,  enfra  821.  Notevole  il  npr. 
cecere  ('supradictus  cecere  genitor...  donabit'  968,  'imbenimus  cecere 
filius  quondam  Mastali'  1009),  che,  come  npr.,  sarà  l'antico  Cicero  o 
Cicerus  (De-Vit),  ma  con  la  flessione  onde  nel  vernacolo  continuavasi 
cicer  -ère.  —  Con  e  passato  all'atona:  flubio  qui  selano  bocatur  1025 'il 
Sele'.  —  Altri  es.  di  e...  -a,  e...  -o,  v.  al  num.  5. 


^  A  togliere  ogni  illusione,  devo  dire  che  le  forme  con  ie  (cgn.  bocca- 
bitiello,  piescu),  citate  dall'editore  come  volgarismi  nella  'synopsis',  I  lvi, 
non  si  ritrovano  nelle  carte,  ove  si  legge  sempre  -bitellu  e  pescu. 


256  de  Bartholoniaeis, 

14.  0  breve.  Intatto  sempre,  secondo  che  appare  negli  esempj  seguenti: 
recepi...  solidos  numerum  quattuor  de  dinari  nobi  882,  ut  bois  ipso  labo- 
rate  cura  bobi  882,  ni.  billa-no&a  990,  lectum  paratura  cura  lena  colcetra  et 
plumateum  toti  nobi  et  voni  1009,  ni.  casa-noòa  1046  vii  36,  Ugna  prò  foca 
absidere  1017,  quattuor  ooa  de  sturzio   1058  viii  39.  Per  -ola,  v.  num.  7. 

15.  0  lungo.  Veramente,  di  o  per  o  lungo  non  avrei,  a  rigore,  se  non 
V-osa  fera.,  di  contro  al  rase,  -usu-^  nm.  7.  L'alternarsi  di  o  ed  ii,  in  quella 
serie,  non  potrà  però  non  ripetersi  dall' 'umlaut',  com'è  mostrato  dalle 
serie  analoghe  e  anche  da  -ulu  e  -ola  nei  riflessi  di  -eolu  -e ola,  di  cui 
nello  stesso  num.  Ma  ora  in  effetto  ritroviamo  sempre  u  per  l'ant.  o,  senza 
che  c'entri  la  diretta  ragione  dell' 'umlaut';  e  converrà  dire  che  V  u  del- 
l''umlaut'  oltrepassasse  i  primi  suoi  limiti.  Si  notino:  ni.  a  li  curie  1048 
VII  74,  trado  case  curte792;  crista  de  ipso  sirrune  1034;  iu  locum  spianu 
iiiaiure  872,  te  qui  supra  hempturem  nostrum  857;  dal  sng.  potaturn,  di  cui 
al  nura.  7,  il  npl.  potatura  dua  1042,  e  così  da'  rispettivi  masc,  ibd.,  i  fra. 
dominatura  e  possexura  ('pars  ipsius  ecclesie  d.  et  p.  est'  952);  né  avrà 
diversa  spiegazione  tracticria  unam  1053  vii   198  ^. 

16.  U  breve.  Sembra  ribelle  alla  legge  dell'' umlaut'  il  npr.  Iojjo:  ego 
lopo  816,  lopolo  803,  cfr.  Schuch.  II  153,  aqua  que  dicitur  lopa  1003,  fla- 
vio  qui  lopa  dicitur  1003,  ni.  mamma-Zo/)a  1008.  Notevole  noci,  che  ri- 
corre due  volte  ('quante  noci  et  pera  inde  coUexeriraus'  1015  1061  viii 
174),  ove  direbbesì  ^-^  di  plur.  fm.  non  influire  sulla  tonica.  Ed  ora  gli 
es.  di  0...  -a,  a...  -e  da  aggiungere  a  quelli  che  sono  allegati  al  num.  7; 
ni.  a  la  noce  1061  viii  180;  una  bote  da  bino  mittendum  845,  bocte  1036; 
ni.  casa-padule  supter  ipsa  forca  866,  cludamus  illos  ad  forcas  983,  ligna- 
raen...  ad  forcas  facere  991,  force  et  assari  inde  tulissent  1006,  ni.  forca- 
-alfani  1058  viii  991  ;  cga.  &occa-pizzola  954,  cgn.  ftocca-faldola  9.54  1057  viii 
\r>, 'bocca-Xu^ì  1012,  &occo-bitellu  ind.,  npr.  monda  966  997  1017;  torre  que 
dicitur  tegolas  994,  da  la  torre  1042;  npr.  tortora  1014;  ni.  somma  (vesu- 
viana) 1015;  dua  paria  de  atra  caprina  1031;  spelonke  lOoQ,  spelonce  1042; 
ubi  a  la  congna  dicitur  1041  less. ;  ronca  1042;  ubi  ad  gorga  de  lupenum 
dicitur  1042  less.;  npr.  jjorpore  1043;  corcoma  966  less.  —  Di  nurus  oc- 
corre, oltre  nora,  anche  noma,  onde  si  conferma  la  fase  intermedia  ima- 
ginata  dal  Bianchi,  Arch.  XIII  198:  'si  uxor  rnea  aut  nore  mee...  toUere 
voluerit'  8.56,  'filia  et  noma  nostra'  1013. 


*  Naturalmente,  qui  pure  octubrio,  che  è  tanto  diffuso,  come  ognuno  sa. 


Spoglio  del  Codex  Cavensls;  §  II.  257 

17.  Y.^ello  e  legittimo  amendola  amygdala  1064  less.  Cono  il  solito 
grotta  1014,  fravice  et  crocia  1036,  grotte  1060  viii  150.  Sia  qui  citato  pur 
mortitum  mirteto  1020. 

18.  Dittonglii  tonici.  —  AU  è  «o  in 'enfra  isto  c^aoso' 821,  oori«  821. 
Allato  al  solito  'causa'  ò  cosa  nel  passo  'in  ipsa  iscla  de  ipsa  cosa'  1034, 
forma  che  ha  costantemente  per  'res\ 

B.  Vocali  atone. 

19.  A.  Iniziale  conservato  in  amendola  1064  less.  L' -J  naturalmente  qui 
pure  in  gennari  855.  Una  sol  volta  longohardorum  1012,  di  contro  al  solito 
lang-.  Innanzi  a  r:  mackarone  1041  less.,  compara  1014,  cammara  987 
988,  cammare  1046  vii  ì,cammareUa  1031,  assari  1006  less.  Postonico  in 
e:  epdomeda  995;  in   o:  amendola. 

20.  E.  Passa  ad  i  nella  sillaba  iniziale,  oltre  che  in  tinore,  che  è  tanto 
frequente  nelle  carte  medievali  (in  ispecie  nella  formula  'tali  t.'),  in  si- 
cundiim  792,  milioratu  844  847  (remilioratos  818),  cirasidu  854,  958,  dinari 
868  927,  ni.  diaria  950  less.,  ecclesia  santi  cisari  (Cesario)  991,  unu  quar- 
tariu  de  Ugumina  999,  tricenti  1005,  licticellum  1031,  sirrune  1034  less., 
npr.  criscentiiis  1035,  ortora  de  cipolle  1040.  Nella  seconda  protonica  i: 
consinlientes  848,  potistatem  871,  insirtitiim  1022  less.,  inginiiisu  948  less., 
alifanto  1040  1050.  Oscillasi  tra  i  ed  e  in  flumicellii  918,  munticellu  980 
984,  hallicella  957,  che  stanno  allato  a  montecellum  1034,  ballecelle  1057; 
hallotellu  986.  Passa  ad  a  in  alifanto  testé  citato.  E  U  è  molto  spesso  io 
ne'  npr.  liopardus  liopertus  e  sim.,  che  posson  vedersi  agi'  indici.  Abbiamo 
anche  qui  au-  nel  npr.  dausdedi  893  ecc.  *.  Conservasi  in  setazza  105.3 
less.  Postonico  in  t,  dato  un  -i  alla  finale:  sidici  799,  chiodici  801  824, 
quindici  824,  quinque  solidi  èe<in  859,  bommiri  986  less.  Cfr.  Mussafia, 
Regim.  Sanit.  523,  ]\Iorosi,  Arch.  IV  142.  —  Di  -oreu  il  semipopolare  mar- 
moria  986. 

21.  I.  Di  sillaba  iniziale,  in  e:  fenitu  793  801,  stetnatione  823,  ensetitu  848 
1045,  less.,  ensetare  1033,  treginta  849,  edone  persone  858,  semiliter  866, 
iie&iciere  912,  npr.  Delecta  negl'indici.  In  seconda  protonica:  edeficiu  29S, 
hindetori  843,  alequantulum  845,  vindetrice  84.5,  ensetitu  848,  macenare  934, 


*  Cfr.  il  provenz.  Dande;  Schuch.  II  324. 


258  de  Bartliolomacùs, 

ìnplefura  983  less.,  ammessarum  993  less  ,  neclegentia  1003,  canlenalis  1025, 
capetania  1029  less.,  ensetare  1033*.  In  postonica:  lìrincepe  826,  ni.  casa- 
-amahele  857  1046  vii  6,  semeta  882  less.,  palmentateca  907,  terrateca  934, 
airateca  1025  less.,  aqua  pitteda  955,  npr.  domeneca  960  961,  colcelra  1009 
less.,  calece  1047  vii  64,  monimene  1048  vii  72. 

22.  0.  Di  sillaba  iniziale  in  ?ì:  cumponere  799,  Juhanne  810,  urtatu  826 
less. ,  pMm2'/era  857,  ni.  muntone  884,  pruntissima  952,  cumoenientia  976, 
inulina  989,  monasterii  sancte  SM/?e  1002,  sulario  1023,  curtìna  1029  1058, 
vili  38,  ni.  punzanu  1049  vii  99,  cusentinu  1052,  custantino  1057  1064, 
npr.  fluritus  1058,  urlandus  1063;  accanto  a  cositore  1610  less.,  cusita 
1009  ibd.  In  seconda  protonica:  langubardorum 799,  languvardica  972  less. 
In  postonica:  diacunu  818.  Di  -ora  passato  ad  -er«  si  ha  sa^tóra  936  less., 
■pignera  1006  ^ 

23.  U.  In  o:  nella  sillaba  iniziale,  futuro  792,  Lodoyco  868  1016,  notrire 
884  977,  Sosanna  979,  plomacio  1008  less,  pontone  1049  less.,  ni.  pronelle\ 
alternansi  dolcare  1911  e  dulcare  989  less.,  nocelle  1048,  ma  nwce/ZiiM  988. 
Nella  seconda  protonica:  pgolatiim  790  less.,  tribolaium  826,  ni.  derropate 
990  less.,  pergolatum  1008,  ni.  palombara  1064  viii  295.  Nella  postonica: 
pergola  1009.     24.  Y  :  ni.  turzillo  1045  less. 

25.  Dittonghi:  mense  aogustus  905  allato  a  mense  agustu  823  982; 
tidìentes  1060  viii  156;  clodamiis  1060  viii  132  potrebbe  anche  rientrare 
nelle  ragioni  del  nura.  23;  doferius  negl'indici;  restaorare  823 '. 

26  Atone  finali.  Sempre  intatto  T-e,  salvo  ne' casi  di  alterazione  mor- 
fologica, di  cui  addiiconsi  alcuni  es.  al  num.  63. 

L' -1  si  riduce  ad  ~e  nell'uscita  verbale  -it  e  in  live  tibi;  gli  es.  v.  a' 
numm.  68  e  74*. 

Anche  1'  o  è,  di  regola,  intatto:  una  sol  volta  troviamo  -u  in  comt«  8.56, 
caso  affatto  solitario. 

L'-u  oscilla  continuamente  tra  -u  ed  -o  pur  nelle  stesse  voci,  nelle  stesse 
soscrizioni  e  dentro  la  stessa  proposizione.  Gli  es.  occorrono  passim:  'ego 


*  antefanaria  974  non  è  specifico;  cfr.  Schuch.  II,  5,  Bonnet,  o.  e.  164. 

^  Nemmen  questo  è  esempio  specifico;  cfr.  Schuch.  II  211-2,  Bonnet,  131. 
'  Gasare  per  'causare'  ('contendere  au  c\)  854,  sarà  un  mero   svarione. 

*  Nessun  esempio  di  -e  da  -i,  fuor  dei  casi  di  cui  si  tocca,  che  è  al- 
l'incontro fenomeno  frequente  negli  antichi  testi  napolitani,  in  ispecie  in 
quello  del  Do  Rosa. 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  II.  259 

Liipu''  ed  'ego  Lupo',  'ego  Aceprandu'  ed  'ego  Aceprando\  ftliu  e  fìlio, 
propriu  0  proprio,  dupplu  e  dupplo,  'ubi  campo  saiuli  vocatur'  858  e  poco 
appresso  'loco  qui  campu  saiuli  vocatur'*.  —  Abbiamo -e  in  Tarente  lOGO 
vili  135,  cfr.  Schuch.  iii  108,  e  in  pare  pajo,  less.  ^ 

e.  Consonanti. 

J.  27.  All'iniziale  e  all'interno,  dinanzi  a  ogni  vocale,  occorrono  J  e  r/ ; 
ma,  anche  in  ga  yo  gu,  il  g  può  aver  funzione  di  if.  Notiamo:  locum  qui 
dicitur  jobi  837  e  jovi  855,  ad  justo  pretium  842  ecc.  ecc. ,  jumente  966 
990,  jummenta  1029,  jenca  968  less.,  domno  Jannu  976,  cgn.  joncatella  990 
less.,  cgn.  jubene  1012  less.,  licticellum  cum  panni  da  jacere  1031,  si  ibi 
plus  iuniere  voluerint  1033,  npr.  jannaci  1042,  jicppa  1053  less,;  —  npr.  gen- 
nari  855  ecc.,  np.  geronìmi  926,  genuense  966,  genca  gencu  gengi  less.,  Ge- 
rnsalem  1044;  —  locum  gooi  872,  si  de  gamdicto  debitum  882,  terra  gn- 
stini  1099;  —  maiure  872  e  mense  magio  824  395. 

28.  LJ;  /,  reso  dalla  scrittura  con  li  Ili  II  al  gli  Igl:  lohanne  fìlio  gillo 
1063  vili  229,  fine  de  fili  Rodiperti  816,  Johannes  galiardu  1053  vii  209; 
-  fine  de  fìlli  Potelfrid  852,  colliendum  1041,  cgn.  lohannes  battallia  v. 
gl'indici;  -  biselie  1056  less.,  sindonera  siriaticum  in  intallatum  1058  viii 
&Q,  oralem  unum  cum  intallatum  ibd.,  cfr.  Schuch.  II  489;  -  cirnegla  1047 
less.;  -  cgn.  lohannes  gagliardu  1052  va  190;-  ubi  ad  castelgloni  àìa'iin? 
1053  VII  293.  MJ:  forse  ii,  latente  nella  ricostruzione  'potamus  et  bcìidi- 
diamits'  vendemmiamo  882.  NJ:  n,  v.  num.  33.  BJ:gg,  ricostruito  in  bg: 
subgecta  1025,  subgectes  994.  ISIBJ:  n,  ricostruito  in  mni'.  commutare  et 
concainniare  91Q,  comparare  et  camniareQlQ,  comparastis  et  camniastis  987; 
cfr.  num.  3.  DJ:  J  in  iusii  976  ecc.,  poiu  frequentissimo,  ni.  faiana  less, 
ni.  correianu  less.,  ni.  prialu  *praediatu;  z,  in:  pedi  du  et  metile  798, 
ni.  mezia-sepe  801,  solidum  constantinum ...  mezanum  1012,  turre  mezana 
1028;  cng.  mecza-^ocacza.  less.  Alternansi  Disiio  e  Disigio,  Deseia  e  Desegia, 
da  Desid.j  u  (De-Vit).  NDJ  :  potamus  et  bendidiamus  cum  omnem  meo  spen- 
gio  882.  TJ;  zz,  scritto  tti  coi  cz  zz:  pettia  de  terra  799,  ^je^iz'e  827,  pet- 
tiola  826;  -  peccias  1055  vii  272;  -  pecza  e  pecze  995,  npr.  giczu  e  gecza 
Gizio  Egizio  1046,  pitczu  1048  vii  96,  npr.  Peczi  1057  viii  21  ;  -  ni.  poz- 
zolanu  801  less.  -  Il  comune  zi  in  '  molestationem  paziantur''  990.     NTJ: 


*  Di  qui  i  frequenti  scambj  di-!(s  ed  -os  e  viceversa;  cfr.  Pott,  zeitschr. 
cit.  XII  169,  XIII  30,  Schuch.  Il  100. 

^  E  anche  nel  Ritmo  Cassinese,  v.    16,  e  nel  Regim.  Sanit.  §  79-80. 


260  do  Bartholoniaeis  , 

ni.  banzanum  1058  viii  41,  v.  Flechia ,  nll.  derlv.  da  gentil,  s.  v.  RTJ: 
npr.  mm-zu  1004  vili  170.  STI-  in  si-,  scritto  sci  e  si:  sciricidio  sciricin- 
dio  siricidio  e  sericidio,  less.  PJ:  ni.  puciano  859,  v.  Flechia,  nll.  deriv. 
da  gentil,  s.  v.  '.  SJ;  5  in  cerasa  cirasulu  less.,  casu  cacio  J043,  fasuli  868, 
cammisa  caruso  camisulatum  less.  [SI;  è:  Bascilii  102-5,  Mascinus  1064, 
ni.  ruscilianum  1048  less.,  scippare  less.;s  in  cusita  cositore  less.l  G'J  ;  zz, 
scritto  zz  z  cz:  tnanizzi  875  less.,  sozza  987  less.,  setazza  less.;  asozatnm 
1048  VII  74;  filia  quondam  amiczi  997,  acsoczabimus  et  dividimus  1009 
1042  less,  socza  1020,  sfeczare  1029  less.,  ni.  cretaczu  less.  LC'J:  calze  o 
calzare  less.  Per  scolsient  scolciare  v,  less.  GJ;  -./-:  plaiu  ^plagju  less., 
reiales  less. 

L.  29.  Dileguato  nel  solito  esempio  vaneo  bagno  968,  coi  frequenti  nll. 
haneo  e  baniara.  Passato  a  r  in  scarpellum  1063  viii  210.  Per  cirvinara 
V.  less.  ALD  ALT  riescono  ad  aud  aod  ant  e  ad  ne'  nomi  personali  d'ori- 
gine germanica,  che  posson  vedersi  negl'indici  de' volumi.  Cosi  AicdeìJia- 
inarius  e  Ademarius,  Aoderisius  e  Aderisius,  Audipertus  Aodebertus  Adel- 
bertus,  Aniiperga  Antipertus,  Wanpertus.  Riviene  qui  forse  pur  cauda:  ri- 
bus  qui  dicitur  cauda  1062  viii  204  less.;  ma  ald  è  ben  saldo  nel  cgn. 
scaldafolia  1041,  e  in  caldara  caldarola  less.  ALN:  ni.  aunitu  *alnetu 
less. 

30.  CL  (v.  num.  3)  :  dua  cercla  bona  1006,  esoleta  956  ecc  ,  ni.  troccle 
less.,  nll.  turricle  e  copercle  999;  ecc.,  ecc.  Ma  cercha  less.  Frequente  pe- 
sclu  816  ecc.,  con  allato  pescara  less.,  e  iscla  ibd.,  v.  Ascoli,  Arch.  Ili 
458.  GL:  grandi  ghiande  1042.  PL.  Un  es.  di  pj-  in  'sancta  Maria  inter 
piano'  799,  ma  è  forse  un  mero  sbaglio^;  -  pr-  in  pragellu  801  less.  ^  Del 
resto  sempre  jìl:  mihi...  ec  divìsìo  place  987,  plutnac  zìi  988  less.,  ni.  pla- 
ìiellu  less.;  ecc.,  ecc.  FL:  fi  sempre,  se  bene  riesca  difficile  trovare  esempj 
non  sospetti,  se  non  forse  fluminara  less.  Abbiamo  un  fj  in:  ubi  propie 
duo  fulmina  dicitar  1047.  E  sien  qui  tollerate  le  diverse  forme  ond'è  scritto 
il  nomo  d'un  corso  d'acqua  di  oscura  etimologia:  aqua  de  fleschetole  (ed  è 
questa  la  forma  più  frequente),  de  fìschetole  988,  fesckelole  992,  felsketolo 
992,  floscetole  1036. 


*  A  confermare  la  base,  bellamente  postulata  dal  Maestro,  dirò  che  le 
carte  scrivono  indifferentemente  le  due  forme  pupianu  e  piicianu. 

^  Il  volgarismo  occorrerebbe  nel  titolo  di  una  chiesa,  e  cioò  proi)rio  là 
dove  si  conservano  più  inviolate  che  mai  le  formule  latine! 

^  pr-  è  tuttora  ben  saldo  nel  cai.  e  sic.  praia  piaggia. 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  II.  261 

R.  31.  Dissimilato  in  quedere  872,  due  volte.  Non  scempiato  in  scarricad 
1042  less.,  carricata  1035  less.  Quanto  a  propio  frates  cribu  v.  num.  58. 
TR:  dileguo  di  r  in  quacto  849.  PR  :  plesbiteri  842,  non  senza  influenza 
di  'plebs'. 

S.  32.  Passa  in  z  nel  ni.  zapino  less.,  e  nel  meno  sicuro  zoca  997  less.  - 
SCE  SCI:  dissernit  1006  1042,  nossenies  1040,  assend.ente  1041,  ecclesia  sancti 
Frissi  1060  vili  143,  stahilissendum  1060  viii  447;  cfr.  Mussafia,  Regim. 
Sanit.  §  QQ]  scepto  scepte  septu  sepie,  di  cui  v.  num.  124  e  less.;  accanto 
ad  assias  occorrono  ascia  e  asciane,  v.  less.  LS:  npr.  Balzami  998  1009. 
RS:  ni.  turzillu  1045  less.,  cgn.  lohanni  Curzoìie  1047  vii  36,  cgn.  Ignil- 
freda  de  marzecaniim  1034. 

N.  33.  NL:  il  locmn  855  872.  N  +  lab.:  imvalida  982,  im  fines  936,  im 
perpetuis  936  942,  im  vestra  936,  im  predicta  942,  im  partibus  942  im  bene- 
fcium  962,  im  prefata  952,  im  posteruni  917,  im  manti  982,  due  volte.  NS  : 
pisare  pinsare  less.,  presu  848,  presani  881,  traversum  da  ipso  flubio  978, 
trasito  et  exito  958  h79  1004,  bia  qui  dicitur  da  traberse  984,  via  traversa 
1004  1010.  Per  -ense  v.  num.  6,  e  aggiungi:  actum  forinese  [loco]  792,  Jo- 
hann! fricennese  1064  vii  11,  lohannes  qui  dictus  est  padulese  1048  vii  76, 
lohannes  fasanese  ind.  GN  (e  NG,  NJ).  Sarà  certamente  ng  in  singatum 
Cpassum  qui  singatum  est  in  cohimna  marmorea"  1004  iv  39j,  secondo  che 
è  presso  che  solito  nel  Mezzogiorno  e  anche  ricorre  in  Jacopo  da  Len- 
tini  *.  Esempj  delle  varie  scrizioni,  accennanti  tutte  a  n  (v.  num.  3);  ng: 
congovimiis  900,  congato  994,  angoscentes  994,  mangus  princeps  997,  ortum 
jnangum  997;  n  e  7in:  ad  pinerandum  omnia  sua  pinnera  1044  1062  viii 
185,  connovit  845;  ng)i:  congnobimiis  960,  hortum  Mangnuni  970,  angno- 
scente  970,  congnato  983,  lingnamen  983.  All'incontro:  singnula  parte  977, 
Ermengnardi  842,  Ingnelgarde  933,  ubi  proprio  ad  longna  dicitur  1010, 
cingnulu  1031;  e  con  gn:  signuiis  singoli  962,  signula  parte  977,  per 
alia  signula  loca  984,  due  volte,  lagnobardorum  lege  979.     Assai  notevole 


^  E  nella  canzone  '^Maravigliosamente',  e  in  rima  (ediz.  Monaci,  Crest- 
44):  «Sacciatelo  per  singa  Zo  ch'i'  vi  dirò  [a]  Unga»  (=  lingua).  Tale  è 
la  lezione  del  cod.  vat.  3793;  ma  i  copisti  toscani  del  cod.  Laurenz.  -Red, 
9  e  del  Palat.  418  corressero  singna  e  insegna.  Cfr.  agnon.  e  campb.  singe 
nzgngà  (Cremonesi,  vocab.  agnon.  s.v.;  D'Ovidio,  Arch.  IV  173),  cai.  nzingu, 
singa  nzingare  (Accattatis,  vocab.  cal.-ital.  s.  v..  Gentili,  fonet.  cosent.  p.  34), 
sic.  singa  singari  singaliari  sfregiare,  singnni  sfregio  (Nicotra,  vocab.  sic. 
s.  vv.). 


262  de  Bartholoinaeis, 

è  sUunu  stagno,  che  non  può  credersi  errore  grafico  perchè  ricorre  due 
volte:  calice  de  stamu  duo  1006,  una  pactena  de  aiamic  ibd.  nu:  gennari 
855  (ma  jenoario  824),  mannara  1042  1063  less. 

M.  34.  MP  riducesi  a  pp  in  cappu  de  are  1046  vii  36,  due  volte,  cappu 
pizulu  1048  VII  74,  cappara  de  Stabi  1048  vii  75,  che  si  avvicendano  con 
campii  campar a^, 

V.  35.  Dileguato:  riu  sicchum  962,  riale  less.,  riatellu  less.,  ni.  riii  curvu 
1007,  npr.  Paone  2053  vìi  196,  Lodoicus  1062  viii  214.  Circa  lo  scambio 
b=v  e  V  =  h,  V.  num.  4.  Cfr.  Schuch.  II  472  478. 

C.  36.  Esempj  di  digradamento:  gubitu  826,  rjubita  dua...  et  gubita  trea 
849  905  907;  bigarialione  905,  sancti  Mighaelis  972,  Nigola  980  bia  publica 
qui  deducit  ad  lagu  990,  ipso  lagu  piczolu  1002,  ni.  lagu  paulino  1041. 
In  ultima  di  proparossitono:  lohanni  monaghi  980.  Circa  baccia  secce  e  iu- 
gitavi,  V.  num.  4. 

CT  :  fattam  habemus...  medietatem  981,  finem  fatlam  983,  fruttifera  de 
arboribus  1002,  focacie  bone  facte  et  cotte  1031,  viftu  1053  vii  198;  spesso 
incontrasi  autorem  948  ecc.  —  Vada  qui  pure  iucta  995.  NCT:  sindones 
penta  1042,  iuntum  844  847,  defitnlus  855,  coniunii  949,  ni.  arcu-pintum 
1016.  NC:  bangam  unam  1063  viii  210,  monte  de  spelengaru  1064  viii 
281,  cfr.  num.  61;  è  ng  in  gengi  'ienchi'  1043  num.  4  e  less.  CR:  sagra- 
menta  799,  sagrameniu  818,  curtem  sagri  palatii  853,  gripte  960  1014,  flubio 
grancaria  1007,  grancario  ibd.,  npr,  grisomenum  1057  viii  8.  CS  :  sessa- 
ginta  856  980,  santi  Massimi  872  882  965,  àinw-'visserit  872,  dissimits  935  979, 
contradisserit  964,  Leoni  qui  dici  tur  do  sassa  965,  constriisserunt  993,  tas- 
simi 1021,  lassante  1042,  assunia  1047  less.  E  di  qui  la  ricostruzione  exere 
1047.  Frequenti  iusla  798  ecc.  ecc.,  sesiatn  partem  1001  ecc.  Accanto  a  pe- 
resse  852:  ecclesia  de  nostro  dominio  non  esceat  935. 

G.  37.  Fognato  nel  n\.  pau  pagu  963  1006  1009;  cfr.  mense  aviisto  974. 
Fognato  e  sostituito  da  labiale  in  tubiirio  1055  vii  267,   Ubolino  1047. 
GM.  Di  sagma  occorrono  le  tre  forme:  siiigulas  saomas  de  ligna  da  focu 


^  E  così  si  risolve  ogni  dubbio  circa  il  ceppare  campare,  che  occorre 
nella  'Cronaca'  del  De  Rosa,  e  che  apparve  forma  sospetta  al  De  Blasis 
(p.  419  n):  'ly  frate  de  san  Francisco  non  cappano  se  no  de  limmosine' 
p"  419;  'signioro  mio,  io  non  voglio  più  cappare,  yo  aio  veolato  lo  lietto 
vostro'  p.  443,  'yo  te  voglio  cappcre  la  vita'  p.  445. 


spoglio  ùel  Codex  Cavensis;  §  II.  263 

1061  vai  175,  una  sauma  de  ligna  bona  1035,  quatuor  saume  de  binum 
1028,  quinque  saume  de  binuni  1034;  —  due  salme  de  vinum  1047  vii  52; 
—  quiaque  sarme  de  vinura  1045  *. 

QV.  38.  Convivono  le  tre  forme  di  'quercia"  qiiertia  cerqita  e  cerza,  ac- 
canto alle  quali  stan  cercitm  e  cercetum,  v.  less.  In  C'irico  Quirico  ('monte 
sancti  ciricV  1042),  può  trattarsi  di  un  mero  y.v-;  cfr.  Bonnet,  o.  e.  139. 
Del  resto:  comu  corno  e  comodo  v.  num.  122,  bia  antico.  901  952,  parieti 
antici  942,  acqua  955,  cum  usi  aqquarum  912,  ubi  dicitur  acquale  972,  lo- 
cum  propinco  ecclesie  855,  propinai  974,  ed  anche:  propinguo  ipsa  fon- 
tana 975.  Di  gnadraginta  v.  num.  4. 

\V.  3V>.  Alternansi  guahhi  e  galdu,  less.,  hadu  e  vadii,  less.  Ed  è  appena 
il  caso  di  accennare  che  gu-  e  g-^  b-  e  u-,  occorrono  indifferentemente  ne' 
molti  npr.  d'origine  germanica  incomincianti  per  io;  vedi  negl'indici. 

CE  CI.  40.  Anche  qui  il  solito  plaitum  821  less.  —  È  zz,  scritto  tal- 
volta cz:  cgn.  'boGca.-pizzola  954,  ipso  lagu  piczulu  1002,  caldarola  piczula 
986,  cappu  pizulu  1048  vii  74.     NCE:  ingendio  976. 

GÈ  Gì.  41.  tenitori  853  1034,  ierrnanis  853,  ierrnani  905,  ienitor  860, 
iestarum  1029  less.,  npr.  iemmo,  1051  vii  157,  1054  vii  245,  cgn.  iernmato 
ieorgeus  &g\"\ì\à.;  ni.  aiella  826  less.,  ni.  puteo-reiente  1041,  ni. /aifum  less. 
Meno  sicuri:  colliiere  1039  1040,  recolliiere  recolligere  1040,  aiere  1047 
VII  61.  FÉ:  npr.  kalozuri  1024.  NGE:  coniunie  853,  conitmiente  1039, 
inienium  860,  ebanielia  860,  allato  ad  adiungnetis  979,  accennano  a  n;  cfr. 
num.  3.     RGE:  periere  1033,  surierent  10.39  less.     Di  mastro  v.  num.  55. 

T.  42.  Di  NT  in  nt?  un  solo  esempio  :  ecclesia  sandi  nicolai  1045. 

D.  43.  Fognato  e  sostituito  da  labiale  in  parabisu  1051  vii  177  less.  - 
ND:  bennere  826.  DM:  quemammoJAim  842,  amminuare  979  less.,  arnrnes- 
sorum  990  less.,  amminuata  1046  vii  27,  ubi  ammunticello  dicitur  1047  vii 
54.  DP:  appare  843  num.  122,  appretiarent  1012.  DV:  abbocatore  913  less. 
DL:  alluminemus  1046  vii  23  less. 


*  La  forma  con  r  è  nella  'Cronaca'  del  De  Rosa:  'legna  de  cercua  ind' è 
abbundancia  che  vale  gr.  v  la  ssarma''  p.  430.  Tra' moderni  dialetti  merid. 
sarma,  vive  nel  cai.  e  nel  sic;  Scerbo  s.  v.;  Avolio,  Arch.  Suppl.  VI  101. 

Archivio  glottol.  ita!.,  XV.  IS 


264  tle  Bartholomaeis , 

P.  44.  Intatto  in  jMechis  1058  viu  88  less.;  cJigradato  in  Bifanim990  nura.  47. 
PS:  ab.  issu  biro  meo  854  855;  ssalteria  1045.  PR:  abrili  872,  mense  abbre- 
lis  982.  PT:  in  die  nuttiaru  855,  pruntissima  sua  voluntate  250,  grotta  1014. 

B.  45.  Allo  scambio  continuo  di  ò  e  r,  e  di  ^;  e  ^,  si  è  accennato  al  nuui.  4. 
Rappresentan  forse  la  realtà  avere  853,  aviendu  875,  guoitum  907  less.,  ni. 
carvonara  952,  /raué-s  1034.  BS:  sustantiis  952.  |BM:  ut  «  «ìhìo^o  et  sem- 
per  826]. 

D.  Accidenti  generali. 

46.  Prostesi:  per  oc  escriptii  842,  abitator  sum  in  extabi  Stabiae  866, 
cfr,  num.  62.  47.  L'Agge  minazione  di  ?h,  caratteristica  del  napolitano, 
è  ben  rappresentata:  ijuinmiferis  848,  pommiferi  855,  semmite  less.,  si  vos 
ipsos  sic  emmere  volueritis  974,  bommiri  vomeri  986,  cammara  camera  987, 
commitatum  Nucerie  997  1022  ecc.,  jummenta  una  1029  less.,  lohannes  fìlio 
ammori  1033,  Rommoaldii  1038,  cammisa  larga  1047  vii  37.  Inoltre:  si  mme- 
nime  potuerimus  893  917.  Di  b  :  abbemiis  875,  bia  pubblica  905,  obbligavit 
1064  vili  301.  Di  p:  dupplo  801  826  ecc.,  apperire  1062  viii  192.  Di  f: 
diffinitionem  900,  inter  nos  diffìniret  954.  Di  r:  Sarracinu  803,  sarraceni 
912,  ipso  molinum  dirrupasset  978,  locum  ubi  derropate  dicitur  990  less. 
Di  e:  faccuUatibus  938.  Di  v:  aplitum  fravvitum  1046  vii  19,  cfr.  num.  53. 
48.  Epentesi  di  d  in  ladicu  laico,  less.;  di  r  dopo  st  in  genestrito  917;  di 
q  in  congrugu  848,  congrigum  856;  di  n  in  lancella  e  sciricindio,  less.;  — 
di  e:  mense  septembere  857,  Berenardi  986;  di  z:  da  pede  de  ipso  ulimu 
872,  alipergum  996  less.,  tuliium  se  'tolto'  e  non  'toUetto'  880  i  108. 

49.  Aferesi;  cVa:  per  nulla  humana  stutia  978,  Nastasie  1020;  —  d'«? 
e:  stimatio  801,  spletos  less.,  tu  tuisque  redibus  856,  qui  discerni  da  fine 
de  rede  Gaidenardi  856,  fines  do  redes  Patri  956,  fine  de  rede  Guaimarii 
982,  np.  Bifanius  990  cfr.  num.  45,  in  deficium  911,  pannos  et  rame  1014; 
—  d'ei  («)•  cona  co»e  less.;  — d'o:  allu  scuru  1057  viii  26,  la  scto'a  less. 
E  ancora  sien  citati  i  proclitici  sto  sta,  num.  67.  50.  Apocope  od  Et- 
tlissi  di  ragion  speciale  ò  in  disc urr e  discorrere,  num.  74.  51.  Elisione 
de  nostro  propio...  non  d'alio  hominc  872. 

52.  Metatesi:  di  l:  via  plubica  849  982,  via  pluvica  853;  sarà  una  ri- 
costruzione impropria,  via  pulbicam  848,  che  ricorre  due  volte;  glutte 
guttulae  853,  less.;  plescu  983  1058  viii  42,  plescora  980  less,;  sancta 
Maria  de   li  pluppi  994  1047  vii  42,  plaione  'paglione'  less.     Di   r:  quo- 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  IL  265 

modo  treìniti  fleti  sunt  (termites)  856*;  casam  vestram  terraneam  fra- 
vitam  fabbricata  853,  casa  frabita  solarata  905,  parietes  frabiium  905,  fra- 
bicnvit  989,  fravicemus  ad  petre  et  calce  905;  cimenta  et  prete  935,  ni.  pre- 
tuì-u  980;  quattuor  ova  de  sturzio  1058  viii  39  less.;  berva  brevi  1038;  scri- 
mariiis  less.  Qui  pure  padule  952  1039.  Un  caso  di  metatesi  e  di  assi- 
milazione a  un  tempo,  presenta  linilo  ('rivo  qui  nominatur  Z. '),  nome  del 
fiume  chiamato  oggi  l'Imo,  lirinu  *lilinu  *linilu. 

53.  Propaggine:  casa  frabrita  960,  frabrica  antiqua  960;  virdiareum 
934  less.  54.  Attrazione:  ni.  faibano,  v.  Flechia,  ni.  deriv.  da  gentil,  s. 
V.,  ni.  rnaimano  less.,  ni.  mairano  less,,  ni.  ubi  a  lu  stainum  dicitur  1035. 
55.  Contrazione:  Janni  994  ecc.,  Jannaa  1042  ecc.,  jenca  giovenca,  less.; 
heredes  mastri  catzotti  987.  57.  Assimilazione:  unum  antefanario  ro- 
mano 974  986,  intefanaria  1029,  casa  frabrita  salarata  'solarata'  1048  vii 
79,  monte  de  spelengaru  1064  viii  297  cfr.  num.  61;  locilletu  less.  58.  Dis- 
similazione: ubi  propio  (e  i^ropiu)  dicitur,  è  formula,  assai  frequente; 
così  anche,  cum  propie  finibus  860,  nos  frates  sumus  938,  cribu  105^  vii 
198  less.  —  Di  u-u'.  congrigum  8-56  872. 


§  III.  —  Morfologia. 

A.  Flessione  nominale. 

59.  Figure  nominativali:  cibila  ('finis  ab  oriente  sicut  fuit  ipsa  ci- 
bila de  Beteri'  972),  potestà  ('permaneat  in  potestà  prefate  ecclesie'  872, 
'non  habeamus  cuicumque  illa  vel  ex  ipsa  potestà  dare'  1048  vii  79)  ^  Fete 
('ecclesia  sancti  Felis'  980,  'heredibus  santi  Feli"  ibd. ;  v.  Arcb.  XIII  281), 
ni.  campum-wiamm  (se  'maggiore')   1035*. 

60.  Notevole   la  forma   obliqua    abbocatore,    in  funzione  nominativale 


*  E  parrebbe  essere  stata  ben  salda  la  metatesi  in  questo  esempio,  se  que- 
sta è  l'etimologia  del  nome  odierno  delle  'insulae  diomedeae". 
2  Ne'  'Bagni  di  Pozzuoli',  vv.  301-2: 

Chi  sente  de  micranea     longo  dolor  de  testa 
Chest' acqua  per  remeverlo     ci  ave  grande  potestà. 
^  Cfr.  Fontana-ma^^io,  Ovto-nirrggio,  Rio-maggio  nella  toponomastica  luc- 
•chese  (Pieri,  Arch.  sappi.,  V  129).  In  Aquila:  Colle-maggio. 


266  de  Bartholoaiaeis; 

(cfr.  Salvioni,  Post.  257):  'unamque  mecum  adesset  ipso  nominato  ienitori 
meo  et  Jeanne  abbocatore  meo'  1034  vi  1,  'cum  ipse  domnus  abbas  ades- 
set  amatus  iudex  adbocalorem  predicte  ecclesie'  1034  vi   15. 

61.  Avanzi  di  genitivi  plur.  son  probabilmente  da  vedere  nel  ni.  monte 
de  spelengaru  'delle  spelonche'  1064  viii  297,  e  meglio  ancora  in  campii 
rapistaru  less. 

62.  Locativi  in  -i:  abitator  sum  in  Eslabi  866,  quas  abemus  in  Stabi 
870,  Stabi  1042,  Stabiae,  filius  Offi  qui  fuit  de  Acerni  Acernum  1027 
V  129,  e  forse  anche:  locum  qui  dicitur  Jo&i  837. 

63.  Me  tapi  asmi.  Di  III  in  II:  suscepi  a  te  launegild  westa  una  837,  in 
partibus  de  ipsa  rupa  917,  turra  938,  ipsa  bia  priora  1003,  Rosa  posteriora 
coniux  mea  1025,  ipsa  iaradieta  pnora  fine  1029  1046.  Di  III  in  II:  domno 
Janna  976,  due  salme  de  vinum  de  nnwm.  pecuru  1047  vii  52,  est  finis  ipso- 
rum  riipu  1057  viii  13. 

64.  Plurali.  Di  l:  secce  come  es.  di  -cce,  è  poco  sicuro;  num.  4.  Di  II; 
frequenti  es.  come  questi:  vallone  qui  dicitur  da  li  gibiruti  less.,  terram 
que  dicitur  da  li  romani  1063  viii  264.  Dal  sng.  -co  il  pi.  -ci:  parietes  un- 
tici 942.  Di  III  e  IV:  passi  pedi  termiti  fini  (v.  Rajna,  Rom.  XX  391)  ri- 
corrono a  ogni  passo,  pel  servire  che  fanno  alle  descrizioni  fondiarie.  I 
patronim.  in  -isi  v.  al  num.  6.  Cito  inoltre:  de  duas  parti  799,  consentien- 
tes  mihi  duos  mei  parentis  848,  ubi  ad  fonti  dicitur  966,  toUant  pastori  qui 
curam  habeant  1045,  ni.  septem-ar^on  1061  viii  167,  adimpleamus  ipse 
viti  et  irapalemus  901,  faciant  ipse  ^/anfZi  coUigere  1011.  Plurali  neutri 
e  di  tipo  neutro:  ubi  sunt  ara  Federico  1026,  cercha  less.,  cu/jc/^a  less., 
[Ornella  less.,  dua  paria  de  otra  caprina  1031  v  211,  si  non  paruerit  tol- 
lere  ipsa  oiì-a  ibd.,  quattuor  ova  de  sturzio  1061  viii  39,  setazza  less.;  — 
applictora  less.,  in  tote  ipse  pile...  facere  debeatis  arcora  1034  vi  8,  or- 
tara  ibi  facere  161  viii  174,  campora  e  cappara  num.  34  e  less.,  lacora 
1012,  plescora  e  pescora.  less.,  rebus  qui  dicitur  dua  ribora  984,  pratora 
1064,  capjora  de  trabes  1022,  ubi  repausent  toti  ipsa  capora  de  travi  solarli 
de  ipsa  casa  1035. 

65.  Genere.  Fem.,  come  ne' dial.  odierni,  i  nomi  di  piante  cerza  licina 
oliba  nuce  zenzala  castanea,  less.;  masc.  il  nome  di  frutto  columbri  less. 
Fem.  passati  al  masc.  con  l'assumere  forma  accrescitiva  o  diminutiva, 
v.  a'  numm.  98  106  108  109. 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  III.  Morfologia.  267 

66.  Articolo.  La  funzione  dell'articolo  è  generalmente  disimpegnata  da 
1P5E  ips.v  (v.  Rajna,  Romania  XX  393-7)  ^  La  forma  da  ille  s'ha  però  co- 
piosamente ne'  nll.;  ond' è  che  non  la  troviamo  se  non  accoppiata  alla  pre- 
posizione Maschile  :  introire  in  ipsa  rebus  nostra  da  lu  mercatum  996,  ubi 
a  lu  valneo  dicitur  1013,  ubi  a  lu  labellu  dicitur  1022,  ubi  a  lu  pratu  di- 
citur  1035,  a  lu  labellum  1041,  a  lu  megarum  1041,  Johanni  da  lu  portu 
1042,  a  lu  stafRlu  1046  a'ii  2,  ubi  dicitur  ad  lu  fusu  1047  vii  51,  a  lu  er- 
baru  1057  viii  26,  allu  scura  1057  viii  26;  sancta  Maria  de  Zi  pluppi  994, 
rebus  de  li  barbuti  1046  vii  31 ,  Johannes  buttone  qui  dicitur  da  li  muti- 
none 1049  VII  99,  ubi  a  li  scarzaventri  dicitur  1055  vii  272,  de  li  capilluti 
1056  VII  296,  a  li  lauri  1062  via  191,  vallonem  qui  dicitur  da  li  gebiruti 
1063  vili  264,  terram  que  dicitur  da  li  romani  1063  viii  264.  Ferainile: 
pecie  quod  vocamur  a  la  fusara  988,  Johannes  qui  dicitur  de  V  anelila  dei 
1013,  ubi  a  la  statua  dicitur  1028,  ubi  a  la  sala  dicitur  1028,  da  la  iscla 
1035,  da  la  forma  1041,  ubi  a  la  congna  dicitur  104^,  a  la  cisterna  1052 
VII  172,  Mauro  da  la  fabrica  1058  viii  71,  a  la  fornella  1064  viii  299,  a  la 
longa  1064,  viii  299;  a  le  fosse  1044,  alle  ballecelle  1057  viii  26,  dalle  pia- 
gare 1063  vili  215,  ubi  alle  bene  dicitur  1064  viii  278. 

67.  Numerali:  Mantenuta  la  flessione  di  'due';  onde:  pedi  dui  et  metiu 
798  (ivi  anche,  pedi  du  et  metiu,  ma  può  essere  un  lapsus),  solidi...  bi- 
ginti  et  dui  849,  tari  dui  983,  ecc.  ecc  ;  ipse  due  petiole  826,  cedo  dues 
pettie  de  terra  837,  planete  de  linum  due  et  orari  dui  1006;  dua  sempre 
al  neutro,  ambo;  esempj  di  flessione:  potestamem  habearaus  de  ambi 
ipsi  balloni  1031;  ambe  ipse  sortionis  1004;  amba  dua  capita  799.  Si  hanno 
inoltre  :  quadro  848  e  quacto  849;  cinque  798,  triginta  cinque  855;  nobe  821, 
(due  volte)  solidi  nove  823;  dece  818  e  decim  anni  998;  duodici  801;  trede- 
decem  1019;  quactuordeci  798;  quindeci  798  e  quindici  824;  sidici  799  e 
sedeci  818;  bintinobem  1001;  passi  octonte  et  octo  1043.  Ordinali  :  pnma)'« 
prima,  num.  10. 

68.  Pronomi.  Personali:  trado  adque  tradedit  Uve  792,  live  que  supra 
uxori  mee  tradedit.  Cfr.  D'Ovidio,  Arch.  IX,  58-9^.  Congiuntivi:  cgn.  Ro- 
mualdus  qui  dicitur  caca  hi  iuba  1049  viii   100,  se  è  'caca-lo-giova'.     Fre- 


'  [V.  più  in  là,  in  questo  stesso  volume,  una  Nota  sui  continuatori  di 
ipsu-  in  Italia.  —  G.  I.  A.] 

^  teve  e  meve  vivono  tuttodi  ne'  dial.  pugl,;  ne  ho  qualche  es.  da  Mol- 
fetta  e  da  Bari  (cfr.  Abbatescianni,  Fonol.  bar.  p.  58,  ove  però  son  frain- 
tese). Per  la  Terra  d'Otranto,  v.  Papauti  477  484-5. 


268  de  Bartliolomaeis, 

queiitissirao  inde  'ne',  ancora  intatto  nella  'Cronaca'  del  De  Rosa  e  ne' 
'Bagni  di  Pozzuoli',  gloss.  s.  v. :  noci  et  pera  inde  collexerimus  1015,  de 
que  per  annum  ibidem  seminatum  fuerit,  deant  inde  ad  pars  ipsius  mona- 
sterii  per  annum  terraticum  907,  ecc.  ecc.  Dimostrativi  :  conligo  tibi  qui  sa- 
prà et  tuis  eredibus  de  sta  nostra  donatione  837  848,  quicumque  omo  de 
sta  suprascripta  binditione  856,  clauso  sto...  benumdo  855;  at  questa  vicem 
eam  [portionem]  aveamus  976.  Indeterminati:  si  forsitans  uxor  mea  aut 
quiwique  alios  omo  860.  Relativi:  ponere  ipso  molinum  mole  quali  me- 
ruerit  1029  v  174. 

B.   Flessione  verbale. 

69.  'essere'.  Indicativo:  sianius...  nos  obligati  |978;  vobis  ^Matrone 
et  Blactule  que  sitis  germane  1009,  vos  qui  sitis  pater  et  filius  1040  (più 
volte);  corno  termini  fleti  sum  856  (=  sono,  'so');  Ausfrid  qui  fuet  viro  meo 
842  845,  qui /"«e  de  filio  lannerisi  848.  Congiuntivo:  tertiam  vero  par- 
tem  siat  in  potestate  tua  947,  siat  distractum  961,  in  eadem  ecclesia  seat 
offerta  982,  obligati  siat  meis  heredibus  982  *  ;  vobis  inde  defensori  siamits 
856,  amplius  culpabilis  non  siamus  870,  nos  ipsis  siamus  inde  autorem  et 
defensorem  948;  vos  ipsi  sìatis...  defensores  936;  ut  siant  clerici  vel  pre- 
sbiteri 901.  Infinito:  liceam  te  et  tuos  heredes...  defensori  essere  956, 
debeant  essere  in  potestate  965,  exere  1047  vii  37.  Gerundio:  convocati 
essendo  da  isto  iamdicto  Domnandus  1021,  una  cum  ipsum  Petrus  essendo, 
posueiunt  1036. 

70.  'avere'.  Indicativo:  quod  quantum  ibidem  abo  903^;  tuo  bonu  ser- 
bitiu  quas  mihi  factum  abit  837  (='ài');  ipse  passu...  abes  pedi  798;  fre- 
quente, abicnt  1010  ecc.  Si  dubita  se  sia  'habui'  o  'ajo'  ho,  la  forma  latente 
in  'quem  ipso  (ego)  temtum  abi''  857,  abuet  habuit  864.  Congiuntivo: 
ego...  congruum  avea  vindere  845;  abea  et  possidea...  tu  798,  abea  et  pos- 
sideas  tu  803;  inoltre:  ut  numquas  abeis  requisitione  864,  ipso  (tu)  habei 
firme  872,  firmo  ipso   (tu)  habei  872;  potestate  abea  ipsa  sancta  ecclesia 


*  Dato  che  non  si  tratti  d'un  lapsus,  s'avrebbe  qui  un  esempio  meridio- 
nale di  3=^  sng.  in  funzione  di  3^  pi.  —  Analogico,  ma  non  reale,  sarà  sie- 
ret  842. 

^  Ben  può  imaginarsi  che  questo  abo  sia  un  *ao  *avo  della  pronuncia, 
sorto  analogicamente  dalle  forme  di  2^  e  3^  ps.  {abit  =  abi-s,  abi,  cfr.  num.  2, 
nell'esempio  che  si  cita  subito  dopo)  e  da  fare  il  pajo,  se  non  anche  a  do- 
cumentarne l'origine,  col  sao  dei  due  periodetti  volgari  del  960  e  del  964. 
V.  Rajna,  Rom.  XX  390. 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  III.  Morfologia.  269 

845;  ipsa  terra  abeates  per  istu  scripta  842  (due  volte);  si  de  coUudio  pluls 
aberili  708  (=haberitis  o  *averitiì). 

71.  'potere':  dam  erecte  me  loqaere  posso  837;  ipse  abbas  non  -potehat 
949,  cfr.  Pott,  zeitschr.  cit.  XIII  93;  ut  ego  bibere  possam  882,  ut  maci- 
nare possam  983;  ut  ipso  firme  abere  possat  857;  talia  facere  non  i^o- 
tere  928. 

72.  'volere':  volere  e  balere,  frequentissimi.  Maraldus  presbiter  •uo^e?uZo 
ipsa  sacramenta  ei  persolbere  952. 

78.  -are.  —  Indicativo;  presente:  dabo  do,  è  assai  frequente  nella  for- 
mula: dabo  atque  trado,  che  si  alterna  con  'do  a.  t.'  (cfr.  abo  ho,  al  num.  70); 
aqua  ibi  se  aduna  1041,  bia  que  modo  se  anda  1046  vii  6;  hiremus  giu- 
riamo 821,  demiis...  ad  iustu  pretiu  842;  [la  terra  che]  bos  ipso  laborate 
cum  bobi  882.  Perfetto:  donatio  prò  quo  tu  mihi  desti  guadia  960;  npr. 
àen^-dede  842,  Petru...  absolutione  dede  8.52,  cfr.  Schuch.  II.  47.  Con- 
giuntivo: partem  nobis  dea72t  884,  deant  ad  pars  ipsius  monasteri  907. 

74.  -ère,  -ere,  -ire.  —  Indicativo;  presente:  quomo  raetia  sepe  decerne 
303,  comodo  mensura  decerne  824  826,  de  uno  capite...  peì-tange  in  fine 
852  (due  volte)  qui  mihi  perline  853,  mihi...  ec  AWi&ìo  place  987,  perbade 
[il  confine]  in  fine  Radechisi  860,  deduce  in  fine  949,  perdeduce  fine  bia 
856,  de  uno  capite...  peresse  in  fine  (-exit)  852,  bia...  itcnc/e  in  iamdicto 
termine  989,  coniimie  853,  que  vivet  in  casa  1056  vii  274;  cfr,  Schuch.  II  46  *; 
quanto  alle  uscite  in  -i  delle  3*  prs.  sng.  cfr.  num.  2;  promilemus  798  799 
801  822,  promiclemu  803,  spondemus  842,  restituemus  821;  complunt  1310, 
debnnt  1041  ecc.,  ecc.  Imperfetto:  aliut  contineba  in  ipso  scripto  982. 
Perfetto:  unde  ì'ecipi  pretium  799;  nos  queset  dicendo  875,  inantistare  et 
defendere  promise  905;  cfr.  Schuch.  II  47^.  Congiuntivo:  permanea  801, 
licea...  bos  tollero  872,  licea  bos  ire  872,  semper  redea  ad  vestra  potestate 
855;  cultata  et  elusa  remittate  ipsius  ecclesie  1020,  vos...  abere  et  possi- 
dere  baleates  849.  Imperativo:  tu  exinde  talli  due  sorte  872;  tantu  et 
tale  adpretiatu  exinde  tolliti,  quantu...  864  cfr.  Schuch.  I  260-1.    Pei  com- 


*  Agli  es.  di  -et  provenienti  dalla  nostra  regione,  raccolti  dallo  Schu- 
chardt,  si  aggiunga  questo  d'un' iscrizione  nolana:  HIC  REQVIESCIET  IN 
PACE,  CIL.  1378. 

*  In  iscrizioni  sorrentine:  FECET,  CIL.  606,   <^HKET,  CIL.  719. 


270  de  Bartholomaeis, 

posti  imperativali  v.  nurn.  114.  Infinito:  lavine  de  aqua  pluviale  que  inde 
discurre  solunt  1035;  derivato  dal  tema  del  partic,  rebus  fodere  et  abere 
potuerit  1002.  Gerundio:  et  nos  dicendo  a  parte  nostra  1014;  ecc.  Parti- 
cipio: ipsum  Petrus  exinde  conUncutum  habuerat  902,  parutum  1010,  exjìc- 
tutum  823  1049  vii  108,  Johannes  spetutum  illos  habebat  902,  si  nos  exud 
fuerimus  'usciti'  988,  investutam  1058  viii  38,  nulli  violentia  sumus  patute 
1057  vili  41;  tultum  e  tiditiim  tolto,  less. 

75.  Passivo.  Inutile  riferire  esempj,  che  occorrono  passim,  come  :  se  to- 
cal,  se  dicit  ecc.  Citerò  bensi:  Inter  nos  fiad  dibisum  954.  76.  Incoativo: 
ad  slabiliscendum  993  *. 

e.  Derivazione  nominale. 

77.  -abile:  ni.  casa-a/na&e^e  857.  78.  -aceu  -aciu:  ^sZw/nacjM  accanto  a 
pjlumateo  less.,  ni,  tostazzu  980,  focacie  1030  e  \aQQza.-focacza  1049,  setazza 
less.,  \\]yTs.  jannaci  'lannaccio'  'Giovannaccio'  1042,  ni.  spinacze  990,  ni. 
cretaczu  less.  79.  -ale:  guttali  cesinale  boccale  lupinale  pratalc  fabale 
less.  80.  -anicu:  amalfdanicos  less.  Notevole  l'uso  che  se  ne  fa  nella  de- 
rivazione de'  nll.  da  nomi  di  animali,  come  tauranicum  bespanicum  capra- 
nicum,  less.  81.  -anu  o  -i-anu.  Della  larga  serie  di  gentilizj  passati  nella 
nomenclatura  fondiaria,  sien  ricordati:  bibanum  castrezzano  campilliaiiu 
casilianum,  less.  82.  -arju.  Alla  serie  del  num.  10  si  aggiungono;  quar- 
tariu,  flubio  grancaria^  labinario,  ',nelariuni^  salicario,  scutararifoj,  less.  In 
gallara  (ni.  cerzìsL-gallara  1049,  viii  111)  e  'p'^^ara  ('via  de  pecara'  less.) 
abbiamo  esempj  della  derivazione  de'  nomi  d'alberi  da'  nomi  di  frutti,  me- 
diante il  sufF.  fem. -rtra  (sottint.  'pianta')^.  83.  -aticu.  Semiletterarj  : /jo/- 
mentateca  terrateca  airateca,  less.  Cfr.  Schuch.  II  3,  Ascoli,  Arch.  III  282  n. 


*  Non  è  peculiare  delle  nostre  carte  (cfr.  Schuch.  I  364),  ma  va  qui  ad- 
dotto a  cagione  della  larga  parentela  d'infiniti  di  forma  incoativa,  che  vi- 
vono nel  pugl.  e  nel  calabrese.  Per  il  cai.,  v.  Scerbo  217. 

^  Tra'  dialetti  moderni,  il  cai.  non  conosce  altro  modo  che  questo  per  la 
formazione  de'  nomi  d'albero.  Esso  dice:  purnu  la  mela  a  pumara  il  melo, 
nzinzulu  la  giuggiola  e  nzinzulara  il  giuggiolo,  sorbii  e  surbara,  purtn- 
garìdn  e  purtiigaddara,  nispulu  e  nispulara,  e  perfino  garofolara  rusara 
la  pianta  del  garofano  e  della  rosa;  ecc.  ecc.  —  Chiamano  anche  a  Na- 
poli 'cerza  castagnara'  il  'quercus  aesculus'.  —  Analogamente  si  dice,  ne' 
dialetti  romaici  di  terra  d'Otranto:  siizyvo  e  ziszyvea,  la  giuggiola  e  il 
giuggiolo  (Pellegrini,  Arch.  suppl.  Ili  62).  —  Di  qualche  esempio  di  -ara 
allato  al  più  frequente  -aro  (fr,  -ier)  nell'Italia  settentrionale,  v.  Mussafia, 
Baitrag  s.  nogara. 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  IH.  Morfologia.  271 

SI.  -atu,  -ata.  Sostantivi  di  forma  participiale,  indicanti  collettività  op- 
pure formazione,  costruzione  o  sim.:  farciti,  urtata,  perr/olatum,  inlalkitiun, 
serokitum,  taholatum,  (errata,  laoinata,  ferolatum,  nomi  locali:  priatu  can- 
cellata perticata  macerata  pescata;  less.  85.  -ella  -ella:  ni.  pragella, 
serra  de  platiellu,  sicclellum,  mercatellu ,  pallidellum,  less.,  nuce  tenerella 
992,  ni.  mandrelle  995,  pratella  997,  ni.  camniinatella  1006,  trasandella  less., 
catenella  986  1017,  mercatella  1043,  capretta  1023,  scaletta  1026,  ortella 
1021,  cammarella  1031.  cgn.  campanella  1038,  ni.  andrelle  1042,  ni.  ajella 
e  agella  less.,  portell-one  less.,  ortelle,  insertelli  1015.  Gli  es.  di  -illu  -ilio 
V.  ai  nra.  5  e  6.  86.  -ense;  v.  num.  6.  Notevole  il  doppio  suff.  in  acqua- 
bellanense  1034  vi  18  (da  'Aquabella'  ibid.).  87.  -eolu;  v.  num.  7.  88. 
-e tu.  Alle  forme  con  -itu,  che  v.  al  num.  5,  aggiungonsi:  cannieiu,  v.  §  l 
e  less.,  cannietulu,  cerretu,  locillelu,  quertielu,  solicetu  less.  89.  -iciu: 
manizzi,  casa  lignizza,  cerbaricia,  hacharecze,  cerharezze;  less.  90.  -iculu: 
securricla  less.;  e  qui  sia  posto,  con  tutta  riserva,  cirnegla  less.  91.  -ictu: 
salittu  less.;  cfr.  Schuch.  II  454,  Ascoli,  Ardi.  XIV  342  n.  92.  -inu:  pare- 
iine,  terra,  casalina,  ferri  caballini,  npr.  lohannes  pilusinw,  less.  98.  -iscu: 
franciscu,  grecescke  e  grecesce;  num.  5  e  less.  -anu  +  -iscu:  amalfitani- 
schi  less.  94.  -istra:  pollistri  less.  95.  -itu:  parietes  fabritu,  casa  fa- 
brita;  less.  96.  -lu.^  Riducesi  a  -i  d'ordinario  ne' npr.  (cfr.  Schuch.  II 
384).  Gito  dalle  soscrizioni:  ego  dinari  798,  ego  Maurici  801,  ego  Tra- 
sari ibd.,  ego  Aldemari  803,  ego  Godini  819,  ego  Filicerni  clerico  822,  ego 
Teodici  teste  824,  ego  Landemari  826,  ego  Autecari  826,  ego  Lambaiari 
837,  ego  Lupini  842,  ego  Aderisi  844;  ecc.  ecc.  97.  -oc'ju:  npr.  carozzo 
816.  98.  -one:  castellione  877,  petrone  917,  asciane,  plaione,  cristone,  sir- 
rune,  less.;  -ella  + -one:  portellone  less.;  -wV:  lìlatamone  e  bollinionio, 
less.  99.  -orju;  v.  n.  7.  100.  -osu;  v.  num.  7.  101.  -ottu:  npr.  terra 
catzotti  less.  102.  -uc'ju,  -utju:  ni.  caslelluccio,  e  forse  qui  pure  il  npr. 
masc.  Incazza  966.    -uciu  +  -ellu:  arcuscellu  less.    103.  -ullu;  v.  num.  7. 

104.  -ura:   spurclatura   less.   Scambio    di   suff,   in   clausora   clausura   996. 

105.  -utu:  cgnomi:  cintrutu  piccecuta  sannutas  barbuti  capizuto  capilluti 
pedntum;  less.  106.  -e -inu:  roticinum  less.;  -on-cinu:  silboncinurn  less. 
107.  -t-anu;  foretani  calabritani,  less.  108.  -t-ellu:  ballitellu  e  ballo- 
lella,  serretella  balletella  campiteli  a  sjìongatettu  riatellu,  less.  109.  -e -ellu: 
flumicella  918  1000,  munticellu  980  984,  ni.  ad  ponticellu  992,  torticellum 
less.,  licticellum  1031,  ciibecella  less.,  ballicella  9o7,  terrecella  1026  e  ter- 
ricella  1034  1043,  apothecelle  1030,  clusuricella ,  curticella,  rescella,  less.; 
balloncella  984,  serruncellu  994. 


272  de  Bartlìolomaeis, 

D.  Derivazione  verbale. 

110.  Forme  infinitive  derivate  dalla  sostantiva:  prexurare  less., 
bacca  betellata,  iumenta  polUtrata,  scuria  porclata,  capra  edata,  che  v.  al 
less.     111.  -idjare:  manganiiare  v.  less. 

E.  Prefissi. 

112.  ad-:  acsoczare  adaqiiare  aiungere  alluminare  amminiiare  appinzare 
apprettare,  less.  de-:  ni.  derropate  ib.  ex-:  exfossare  sfeczare  spurgare 
spetutum,  spletos  ib.;  scalciare  e  scalciare  ib.,  dove  sé  forse  da  dis-.  in-: 
incannare  impalare,  re-:  rebolta  reclarare  residiare  reprovam.  cata- 
xnzc'f.  nll.  cata-palubuluìn,  cata-licbulu,  cata-grisulum,  ortu  cata-lupu,  cat- 
ahati,  cata-maurici,  che  v.  agl'ind.  Cfr.  D'Ovidio,  Arch.  IV  409,  D'Ambra» 
Voc.  nap.  s.  v.;  e  v.  less. 

V.  Composizione. 

113.  Composti  imperativali:  cgn.  torna-in-poe  1049  less.  s.  'poe', 
cgn.  frangi-tremesse  1063  less.,  cgn.  scalda-folia  1041,  heredes  de  honiini- 
bus  qui  bocabat  caca-in-sanii  990,  cgn.  caca-littere  ind.  114.  Composti 
genitivali:  cgn.  bocca-bitellu  'bocca  di  vitello' ind.,  cgn.  ca/)M-cane  'capo 
di  cane'  1011.  115.  Sostantivi  con  sostantivi:  Raddoppiamento:  ni 
bado-bado  larinense  (Lucerà)  842.  Vanno  qui  i  personali  e  i  gentilìzj,  lar- 
gamente diffusi  ancora  nelle  Calabrie  e  più  nella  Sicilia,  composti  con 
nanna-  (cfr.  Morosi,  Arch.  XII  94),  quali  pappa-cena,  pappa-carbone,  pappa- 
lardo, pappa-boe ,  pappa-mona,  pappa-salbana  ;  ind.  Come  pappa-,  anche 
maìuma-  in  mamma-lopa  1008,  ni.  proveniente  da  prs.  116.  Sostantivi 
con  aggettivi:  cgn.  bocca-pi: zola  ind.,  ni.  casa-amabele  857,  ni.  casa- 
orsana  947,  ni.  casa-noba  1047  vii  30,  n\.  petra-lata  1058,  ni,  ulmo-longum 
993,  ni.  billa-noba  996.  ni.  arcu-pintum  1016,  ni.  pannu-jnctulum  1038,  ni. 
laina-cupa  1038,  cgn.  capu-grasso  1044,  ni.  mela-massana  1045,  ni.  cappu- 
pizulu  1048  cfr.  num.  35,  cgn.  berga-torta  1063.  117.  Aggettivi  con  so- 
stantivi: ni.  rnetia-sepe  861,  cgn.  meczu-pane  1038,  cgn.  mecza-focacza 
1049;  aggettivi  greci:  calo  petri  1050  è  ni.  ma  trarrà  origine  da  prs.,  cgn. 
calo-ioìianne  1057;  e  van  qui  pure  i  cgn.  protomandrita  'protopapa  proto- 
spatarius,  ind. 

G.  Indeclinabili. 

Avverbj.  -  118.  Di  tempo:  tamia,  il  noto  correlativo  meridionale  di 
'quando',  'ipse  Ademari  dixit,  sic  illut  aberet  factum  et  laboratum,  sicut 
ipse  genitor  suus   obligatus   fuit,  et   tando   super   rebus   ipsa   perreximus 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  IIL  Morfologia.  273 

1009,  '  usque  termine  qui  fictum  est  in  aira  que  tando  ibi  est'  1017.  modo^ 
da  modo  ora,  da  ora;  son  frequenti  le  formule,  ubi  modo  resedimus  'lo  sta- 
llile ove  ora  dimoriamo'  842,  cZa  modo...  usque...  Inoìiv e,  ammodo  q\.  sem- 
per  835  ^  d,a  presentis  immediatamente,  porge  il  riscontro  meridionale  al 
Jaì  presenta  dell'aait.  (cfr.  Flechia,  Ardi.  X  165):  'si  ipsa  arcaturia  de  ipsa 
melina  piena  vel  rupta  fuerit,  ubi  nos  inde  scire  fecerint,  da^presentis  il- 
lam  conciare  faciamus'  1018. 

119.  Di  luogo:  iusu,  'da  caput  usque  insù  ad  marem'  970,  'at  Salerno 
usque  hisn  at  marem'  ibd.,  'caput  fixum  de  susu  in  iusu^  1009,  'de  ipsu 
buttaru  in  insù''  ibd^  susu,  'usque  snsu  ad  ipsum  cercum'  976,  'usque 
susu'  ad  ipsam  viam  publicam'  ibd.,  'cercum  de  caput  in  susu'  ibd.,  'qui 
pergit  at  Salerno  in  susu'  ibd.;  cfr.  Scerbo,  s.  v.  poe  dietro,  nel  cgn.  'Jo- 
hannes torna-m-^'oe'  quasi  'torna-in-dietro'  1042.  lionde  per  dove,  ^honde 
nos  andavimus'  821  826.  Ancora:  'da  undx  vadit  modo  ipso  ballone,  1034, 
VI  19.  ''per  traversum  da  ipso  flubio'  978.  rido;  frequente  la  formula 
^ricto  descendente',  detto  del  confine;  cfr.  Schucli.  I  333,  III  128. 

120.  Di  maniera:  appare  ^aWa.  pari',  'per  adpretiatum  exinde  «jj^are  tan- 
tum abere  et  tollere,  quantum'  843.  sceptu  eccetto,  'totum...  vinumdedi 
possidendum,  sceptu  bece  de  bia'  824.  proprio  e  propio  propriamente  pre- 
cisamente, è  frequentissimo  nello  formule  'ubi  proprio...  dicitur'  ecc. 

121.  Maniere  avverbiali:  'case  quas  in  sclimbo  edificate  sunt'  1005, 
di  sghembo;  'si  infra  constitutum  necessum  ibi  fuerit'  1034 ^ 

Congiunzioni.  —  122.  qua  quam  'ca':  'nos  queset  dicendo  qua  nos 
aberemus  terre  eius  celate:  unde  nos  iurare  abbemus  ^«a  amplius  exinde 
non  tenemus,  nisi  quantum...'  875.  Cfr.  Pott,  Zeitschr.  cit.  XVI  124,  e  v. 
Ascoli,  Arch.  Ili  265-6,  Kòrting  6541.     corno:  '•corno  petre   ficte  sunt'  818, 


*  Cosi  ne'  Bagni  di  Pozzuoli,  v.  229,  e  nel  Regim.  Sanit,  gloss.  s.  v.  V.  an- 
che Pott,  zeitschr.  cit.  XIII  223-4. 

*  Anche  nel  'Chron.  Casin.'  leggesi:  «civitatem  iuso  fieri  voluit»,  cioè 
'la  città  di  sotto',  s.  Germano;  MGH.  scr.  HI  227.  Nella  'Hist.  lang.'  di 
Erchemperto  da  Teano:  «  monasterium...  coeptum  est  rehaedificari  iuso»; 
ibd.  p.  259;  e  «de  iusso»  occorre  nel  passo  corrispondente  del  'Chron. 
Salernit.';  ibd.  p.  540. 

'  Nel  Ritmo  Cassinese,  v.  69:  «  nullu  necessu  n'abete  ».  Occorro  anche  nel 
Regim.  Sanit.  92  95.  Per  gli  ant.  testi  lombardi,  v.  Salvioni,  Arch.  XII  416. 


274  de  Bartholomaeis,  Spoglio  del  Cod.  Cav.;  §  III. 

'■corno  raetia  sepe  discerni'  856,  ''corno  termiti  fleti  suut'  85'3,  ^comu  medio 
ballo  discerni'  850;  '■comodo  uno  piriis  signatus  est'  856;  quorno  metia 
sepe  decerne'  803,  Squamo  forcati  fleti  sunt'  837,  più  volte  (cfr.  Schuch. 
II  393).  con:  '■con  summa  raea  bona  boluntatem'  856.  Incerto  è  cu  nella 
frase  'cm  notitia  suprascripti  iudicis'  882,  atteso  il  n  susseguente.  Cfr. 
Scbuch.  II  166. 

Preposizioni.  —  123.  a;  'passi  numero  quactuordeci  a  passu  Teopi' 
798,  cioè  'secondo  il  passo';  mensuratu  a  pede  meo'  ibd.,  cioè  'secondo  il 
piede';  'cludamus  illos  ad,  forcas'  983,  'pastenemus  ad  zappam'  1024,  qui 
'con';  'molis  a,  macinare  parium  unum'  1063  viii  210,  'da  m.'.  Superfluo 
allegare  esempj  come  'repromitto...  tivi  et  a  tui  heredibus'  798.  Oc- 
corrono anche  costrutti  come  'abuit  ab  a  Lioprandus'  872;  cfr.  Parodi, 
Arch.  XIV  12.  apud:  'cot  apos  bos  remelioratu  fueri'  798.  circo:  'clau- 
so...  circo  fine  tua...  benumdo'  855,  'est  circo  casa  amabile'  868.  da: 
^da  terra  mea'  798,  'da  fine  terra  domneca'  816,  'da  ipsa  pars  et  da  illa' 
821,  'da  prima  vero  pars'  821,  'da  modo'  842;  'biolentia  patere  da  supra- 
scripto  viro  meo'  844,  due  volte,  'emptum  abeo  da  Orsa'  847;  'Petrus  qui 
facit  materie  da  barche'  991,  'Ugna  da  laborem'  1004,  'piagarle  da  pa- 
lumbi  iocandum'  1012,  less.  s.  'plag.',  'ficu  autem  da  seccare  seckemus' 
1022,  'licticellum  cum  panni  da  iacere'  103),  'panni  da  vestire'  1031,  'li- 
gnum  bonum  da  focum'  1035,  'zani  dui  da  coperire  altare'  1043;  'terra 
que  appellatur  da  Padula'  868,  'ubi  d.a  selberanu  dicitur'  893;  e  altre 
molte  simili  formo  di  nll.;  'qui  sopranominatus  da  Libolta  se  bocat'  965, 
•lohannaci  da  lu  portu'  1042,  'Petri  qui  dicitur  da  la  scura'  1053  vii  244; 
per  altre  simili  forme  di  gentil,  possonsi  vedere  gl'indici,  de:  superfluo 
addurre  esempj  come  'de  sancta  sofia'  818,  'lohannes  presbiter  qui  dicitur  de 
Rosa'  1003;  ecc.  ecc.  inter:  '■intre  iste  finis'  848.  infro  è  frequentissimo. 
in:  'animalia  legata  in  zoca'  997,  'manule  de  siricum  unum  cum  liste  in 
fresa'  1057  viii  26,  'sindonem  siriaticam  iìi  intallum'  1058  viii  66,  'ora- 
lem  in  ragiolum'  1058,  viii  66,  'buctes  duas  in  salictum'  1058  viii  67. 
intu:  'casa  mea  quas  abeo  intii  beneventanam  cibitatem'  845;  cfr.  Bianchi, 
Arch.  XIII  199,  Meyer-Lùbke,  Zeitschr.  f.  d.  òsterreich.  gymn.,  1891  p.  771. 
2^er:  'scurie  tres  porclate  cum  ana  tres  filios  ^er  scuria'  1029.  se  [si]:  'et 
se  de  colludio  pluls  aberiti'  798,  '■se  ante  ipso  suprascripto  constituto  ubi- 
qua  dare  presumserimus'  842.  supto:  'in  Puciano  siqito  monte  Lebinu' 
857,  'qui  pergit  siqjtii  ipsa  ecclesia"  982, 

[Continua.] 


NOTE  ETIMOLOGICHE  E  LESSICALI. 


e.  NIGRA. 


Quarta  serie  (v.  voi.  XV,  p.  97-130). 


1. —  fi\  ah  è  e. 

Littré  definisce  dbèe:  '  ouverture' par  laquelle  coule  l'eau  qui 
fait  aller  un  moulin',  e  ricorda  pure  la  definizione  data  da  altri, 
secondo  cui  questo  vocabolo  significherebbe:  'ouverture  par  où 
l'eau  a  son  cours  quand  les  moulins  ne  tournent  pas'.  Egli  iden- 
tifica hèe  con  baie,  considerando  Va  come  un  prefisso,  ma  am- 
mettendo che  possa  anche  appartenere  all'articolo  feminino.  E 
parimente  lo  Scheler  considera  l'abèe  come  una  falsa  grafia  in- 
vece di  la  hèe,  e  fa  di  questo  vocabolo  un  sostantivo  verbale  del 
verbo  hèer. 

I  due  lessicografi  rettamente  stimarono  Va  di  ahèe  come  ap- 
partenente all'articolo  feminino;  ma  l'etimologia  da  essi  proposta 
non  porta  a  un  senso  soddisfacente.  La  hèe  è  il  '  canale  del  mu- 
lino', faccia  0  non  faccia  girare  la  ruota.  La  base  del  vocabolo 
è  un  fem.  *heda,  che  è  pure  riflesso  nei  prov.  heso,  for.  hie,  e 
al  mascolino  nel  gen.  hèu,  bl.  bedum,  tutti  col  senso  di  'ca- 
nale, gorello',  come  i  derivati  equivalenti  bl.  bedale,  aprov. 
hezal,  ment.  bea  e  altri,  di  cui  s'è  fatto  menzione  nell'art,  hja- 
lera  (Arch.  XIV  358),  dove  è  indicata  la  provenienza  di  simili 
voci. 

2.  —  prov.  acampeir  à  champ  eira,  quey.  champayrar, 
can,  carnparar  scampar  ar,  piem.  camp  ejrè  scam- 
pejrè,  'fugare,  rincorrere'. 

La  base  di  questi  verbi  risalirà  a  "campar  ius  'guardia  cam- 
pestre ',  come  quella  del  piem,  hergajrè,  can.  ber-  s'bèrgarar,  di 
significato  identico,  risale  a  ber  gè  bèrgér  'pastore'. 


276  Nigra, 

Mistral  registra,  pur  col  significato  <ii  'fugare',  altre  forme 
provenzali  affini,  campejd,  delf.  champejd,  ecc.,  senza  dubbio 
connesse  foneticamente  coU'afr.  champojer,  it.  campeggiare,  sp. 
caìnpear,  ecc.,  per  la  cui  base  si  vegga  Diez  s.  campo,  e  Kor- 
ting  1545. 

y  3. —  piem.  lomb.  ecc.  amis'  'amico'. 

Il  s  finale  di  questo  vocabolo  attende  ancora  una  spiegazione 
soddisfacente.  Il  Salvioni,  parlando  della  voce  milanese,  Ardi.  IX 
255,  e  il  Gorra  della  piacentina,  'Dial.  di  Piacenza'  §  101,  spie- 
garono arnìs'  come  un  plurale,  amici,  passato  al  singolare.  Alle 
obiezioni  sollevate  contro  questa  dichiarazione  dal  Meyer-Lùbke, 
I.  gr.  §  339,  il  Salvioni  contrappose  recentemente  nuove  conside- 
razioni che  si  possono  leggere  in  Zeitschr.  XXIII  514. 

Senza  ricorrere  al  fenomeno,  non  abbastanza  giustificato  nel 
caso  presente,  del  passaggio  d'un  plurale  a  funzion  di  singolare, 
il'  s'  finale  di  amis  si  può  spiegare  molto  facilmente,  quando  si 
risalga  al  vocativo  amice,  l'uso  della  qual  forma  doveva  essere 
frequentissimo  anche  nella  conversazione  popolare,  sì  da  parere 
assai  probabile  che  in  qualche  filone  neolatino  la  forma  con  la 
labial  finale  (araicu  amico)  ne  andasse  sopraffatta.  Per  altre  forme 
vocative  nel  neolatino,  cfr.  Arch.  Ili  384-5,  XIV  436,  M.-L.  gr.  II 
10.  Il  s'  di  amis'  passava  poi  a  nemìs'  inimìs',  e  anche  a  amisa. 
Superfluo  notare  che  un  alto-it.  amis'  da  amice  è  foneticamente 
regolare;  cfr.  dis  radis  cor^nis,  dicit  radice  cornice;  ecc. 

4.  —  A^B.  a n trevar,  ' i nter rogare '. 

Risponde  agli  equivalenti  apr.  entervar,  afr.  enterver,  svizz. 
rom.  entrevd  eintrevà,  cfr.  Arch.  III  106-7  n,  ya.  ejntervè.  E 
qui  non  s'addurrebbe  questa  serie  di  forme,  se  non  fosse  per 
contrastare  vie  maggiormente  alla  presunzione  che  si  tratti  di 
una  'voce  dotta'  o  rara;  v.  Kort.  4388  ^ 


*  Come  il  Kòrting,  che  allegava  egli  pure  il  rum.  tnlrebd,  stentasse  a 
ammettere  la  continuazione  popolare  del  lat.  interrogare,  non  si  capiva 
bene.  Egli  a  ogni  modo  non  istaccava  ancora,  nel  'Lat.-rom.  wtb.',  Tafr. 
rouver  da  rogare.  Oggi  però  (Ztsclir.  f.  frnz.  spr.  u.  litt.,  XXI'  101  sgg.), 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  IV.  277 

5. —  VB.  arpja  'artiglio;  branca;  mano'. 

Il  vocabolo  valbrossese  si  accompagna  coi  prov.  arpa  arpo 
avpi  'artiglio',  e  collo  stìzz.  rom.  arpion  'griffe  d'animai'.  Sono 
da  aggiungersi  ai  vocaboli  che  il  Baist  (Zeitschr.  V  234)  fa  pro- 
venire dal  gr.  (XQTcri  per  mezzo  di  corrispondenti  forme  latine. 

6. —  piem.  avjé  'alveare'. 

Risponde  normalmente  al  lat,  api  a  riunì;  e  sarebbe  super- 
fluo il  trascriver  qui  questo  vocabolo,  se  il  corrispondente  val- 
brossese non  avesse  un  significato  che  merita  di  essere  avvertito. 
Il  VB.  avjér  si  usa  per  significare  'confusione  disordine',  e  que- 
sto significato  è  dovuto  all'apparente  confusione  che  presenta  uno 
sciame  d'api  dentro  e  intorno  all'arnia. 

7. —  Valses.  bar  e  di  a  'salamandra'. 

Quando  la  salamandra  tiene  alzata  la  testa  e  la  coda,  essa  ha 
una  curiosa  rassomiglianza  con  una  barca,  i  cui  remi  sarebbero 
rappresentati  dalle  quattro  zampe  dell'animale.  Da  tale  appa- 
renza ebbe  origine  il  vocabolo  valsesiano. 

8. —  ant.  vallone  hertisse  'scojattolo '. 

Il  vocabolo,  che  è  riferito  nel  dizionario  del  Grandgagnage,  non 
si  potrà  disgiungere  dagli  equivalenti  va.  vergasse,  ve.  vergappa, 


egli  tira  rouver  da  un  ipotetico  gallolatino  *loquare  (=loqui);  e  io  son 
lieto  che  non  mi  tocchi  di  portar  diretta  sentenza  intorno  a  questo  pen- 
siero del  valoroso  collega.  Ma  in  codesta  occasione  egli  intanto  dice  e  con- 
danna, che  io  reputi  normale  il  ricondurre  Tafr.  rotiver  a  *rogoare  e  ugual- 
mente opini,  a  quel  che  pare,  anche  il  Meyer-Lùbke,  gr.  1  355  (leggi  366). 
Ora,  potrà  ben  darsi  che  io  la  pensi  proprio  così.  Donde  però  lo  ricava  il 
prof.  Korting?  Dall' ultima  riga  delle  note  di  Arch.  I  211  ;  nel  testo  della 
qual  pagina  si  discorre  dell'ant.  basso-engadinese  roiigua  ruguar,  ant.  alto- 
engad.  a-rouua  a-ruér,  ecc.  ecc.,  con  la  dichiarazione  esplicita  che  l'esplo- 
razione si  limiti  a  quel  dato  territorio;  cfr.  ib.  206  n  ,  225,  239,  Gartner 
Raetor.  gr.  p.  68-9,  Meglio  valeva,  e  per  la  cosa  in  sé  stessa,  e  per  l'in- 
dagine che  di  qua  dall'Alpi  ci  abbiamo  speso  intorno,  studiare  attenta- 
mente quello  che  ne  dice  il  Gorra,  Studj  di  filo!,  rom.  VI  560  sgg.,  citato 
alla  sfuggita  dal  Korting  stesso,  —  G.  I.  A. 


278  Nigra, 

svizz.  rom.    verdjassa,  ravvicinati  a   viverra  in  Ardi.  XIV 
270.  Ma  la  parte  ascitizia  domanderebbe  indagini  ulteriori. 

9.—  pieni,  bicolan  'pane  bislungo  e  rotondo',  vercell. 
'specie  di  biscotto',  mil.  -sorta  di  pasta  dolce'. 

La  voce  è  comune  al  canavese;  in  berg,  hiciolà.  Verosimil- 
mente è  un  accrescitivo  masc.  di  buccella  'specie  di  pane',  come 
buccellatum.  Alla  stessa  base  il  Pult  riferì  gli  engadinesi 
bifshm  'pane  bislungo'  e  bitsella,  'pane  rotondo  e  piatto  ('Le 
parler  de  Sent'  §  161;  e  cfr.  Korting  1384). 

10. —  piem.  can.  biì^o,  romagn.  bi?'én,  'tacchino'. 

Il  tacchino  ebbe  i  nomi  dialettali  qui  sopra  riferiti  per  il  co- 
lore rosso  (birrus)  della  testa  e  dei  bargigli,  come  l'it.  bù'ro 
fu  cosi  detto  per  il  color  rosso  dell'abito  (  v.  Diez,  s.  birro; 
Kort.  1188).  Il  vocabolo  piem,  can.  sta  per  *birriilu,  il  roma- 
gnuolo  (Morri:  &M'e^z;  Mattioli:  biren  birdna)  è  un  dini.  in-Inu. 

11. —  it.  bisciabova  'tifone,  turbine  vorticoso'. 

Il  vocabolo  è  registrato  dall'Alberti  e  dal  Tommaseo,  Vive  in 
parecchi  dialetti  collo  stesso  significato:  friul.  bissebòve,  ven, 
ferr.  bissaboua^  berg.  bissaboa  bissaboga,  romagn.  boi.  bessa- 
bova.  Il  trent.  bissaboa  significa  'tortuosità',  giravolta,  andiri- 
vieni', e  questo  significato  è  pure  nei  citati  termini  bolognese  e 
ferrarese.  Si  scostano  alquanto  da  queste  forme  il  mil.  bisabosa 
'guazzabuglio',  il  valses.  bisibosa  'linea  serpeggiante',  e  il  com. 
bisaboss  'trina,  gala  increspata,  fatta  a  spire',  ma  non  sono  so- 
stanzialmente diversi,  benché  la  seconda  parte  del  composto  bosa 
difficilmente  si  pieghi  ad  un'equiparazione,  non  solo  col  Pliniano 
boa  bova,  ma  anche  col  lat,  bovea  'salamandra'.  Si  compa- 
rino tuttavia  i  friul.  bos'e  'insetto,  e  berg.  bós'ole  'trùcioli'. 

Che  bisciabova  sia  un  composto,  e  che  la  prima  parte  di  esso 
sia  biscia  'serpente'  (da  bestia;  v.  Ascoli,  Arch,  III  339)  non 
par  dubbio.  Il  senso  di  'tifone,  girone  di  vento'  è  sicuramente 
preso  dal  moto  a  spire  del  rettile,  come  appare  del  resto  dal 
verbo  berg.  bissa  'serpeggiare',  e  dalle  frasi  it.  a  biscia,  piem. 


Note  otimologiche  o  lessicali.  -  IV.  279 

berg.  a  hkui  ^  boi.  a  bessa,  mil.  in  bissa,  herg.  a  bissaboa,  a 
bissaboga,  romagn.  a  bessabova,  valses.  a  bisibosa,  che  signi- 
ficano tutte  tortuosamente'.  Il  significato  di  spira  è  parimente 
perspicuo  nei  ven.  bissela  'riccio  di  capelli'  e  'cavastracci',  mil. 
bisà  'arricciare'  bis,  bisoèii,  'ricciuto',  bisorin  'ricciolino  ',  friul. 
bisse  'ricciolo',  e  nei  berg.  vissinèl,  vessinèl,  br.  com.  poscli. 
visinel,  vie.  bissinelo  'vortice  di  vento  o  di  acqua,  turbine'. 

Anche  la  seconda  parte  del  composto:  bova  'boa'  ha  i  signi- 
ficati originarj  e  traslati  di  '  serpente  ',  come  sarà  mostrato  nel- 
l'articolo che  qui  segue  sotto  il  nuni.  13.  Etimologicamente  bi- 
sciabova  risponde  quindi  a  'biscia-boa',  e  consta  di  due  vocaboli 
quasi  equivalenti.  La  formazione  è  la  stessa  che  appare  nel  gen. 
hiscebaggi  'raggiro,  tranello',  letteralmente  'biscie-rospi'.  Non 
si  deve  escludere  in  quest'ultimo  vocabolo  la  possibilità  della  con- 
crezione della  congiunzione  et  tra  i  due  membri  del  composto. 
Se  ciò  fosse,  converrebbe  ammettere  un'eguale  supposizione  per 
la  concrezione  della  congiunzione  ac  tra  biscia  e  bova. 

12. —  tose,  bizzuca  'testuggine'. 

Si  pronunzia  anche  bizzuga,  e  nell'isola  d'Elba  vezzuca.  Que- 
ste forme  toscane  rappresentano  un  composto  di  biscia  e  zucca, 
e  rispondono  nel  significato  al  lomb.  bissa-scildeller^a  e  al  piem. 
bissa-kupera  'tartaruga'.  Sono  casi  interessanti  di  fusione  di  due 
voci,  come  quelli  raccolti  dal  Caix  in  St.  200  (Cf.  Arch.  XV  97). 
Il  sicil.  piscia-cozza  (cfr.  nm.  30)  dà  ancora  le  due  voci  mera- 
mente accozzate  e  alterata  curiosamente  la  prima.  La  desinenza 
-uca  -uga  invece  di  -ucca  si  dovrà  all'influenza  di  tartuca  e 
tartaruga. 

13. —  velses.  bova  'serpente'. 

È  il  pliniano  boa  bova  'serpente  acquatico',  riflesso  nel  bl. 
boba  'species  serpentis'  del  Carpentier.  Vive  nel  dim.  ven.  vie. 
bòvolo  'chiocciola  vortice  cateratta  mulinello  ghirigoro'  donde  le 
dizioni  a  bòvolo  'a  spire',  imbovolar  'inanellare',  nel  già  citato 
bisciaboca  (num.  11)  e  nel  sardo  merid.,  dove  trovasi  in  forma 
d'aggettivo  sizzigorru  boveri  'lumaca  a  chiocciola',  cui  si  con- 
trappone sizzigorru  nudu  'lumacone  ignudo'. 

Archivio  g-lottol.  ital.,  XV.  19 


280  Nigra , 

All'esame  degli  studiosi  si  sottomette  qui  anche  l'ipotesi,  se- 
condo cui  la  stessa  base  latina  sarebbe  postulata  dai  ven.  vie. 
dova,  friul.  bove,  'callone',  trent.  boa  hova  boal  hoval,  tic.  coni. 
òva  (=  hova),  lad.  homi,  Val  Bregaglia  voga  (cf.  lorab.  ùga  = 
ava),  braccia  della  lavina,  sdrùcciolo  per  cui  si  rotolano  le  le- 
gna del  monte  al  piano',  eng.  soprasilv.  ovel  ual  'rivolo',  e  forse 
il  morbegnese  voeugia  (leg.  voga)  'sentiero'.  Tutti  questi  signifi- 
cati implicano  il  concetto  originario  di  'spirale',  rappresentato 
dal  moto  tortuoso  del  serpente,  che  appare  nel  vortice,  nella  chioc- 
ciola, nella  traccia  tortuosa  del  callone,  della  lavina,  dello 
sdrucciolo  montano,  del  ruscello  e  del  sentiero  ^. 

14. —  prov.  e  a  mhis,  1x110  li.  gamhis'a, 

'collana  a  cui  s'appende  il  campano  al  collo  delle  vacche, 

pecore,  capre'. 

Oltre  alla  forma  provenzale  precitata,  Mistral  riferisce  le  va- 
rianti chambis  e  gamhis.  La  forma  fem.  ga?nbis'a  è  piemontese, 
monferrina  e  lombarda  ;  in  Valsesia  e  Valtellina ,  daccanto  al 
feminino,  v'è  pure  il  masc.  gambis.  Il  significato  è  dovunque  lo 
stesso.  Cambis  §ambis'a  sono  sinonimi  di  kandtda,  che  fu  esa- 
minato in  un  articolo  precedente  (Arch.  XIV  368),  e  dicono  un 
sottile  listello  di  legno  o  striscia  di  cuojo,  curvantesi  in  arco  rien- 
trante ai  lati,  alla  cui  corda  si  appende  il  campano. 

La  radice  è  sicuramente  kamb  'curvare',  la  stessa  cioè  da 
cui  procede  il  romanzo  camba  gamba,  ecc.  È  quindi  celtica 
(v.  Holder,  s.  camba  cambo-),  e  risponde  alla  greca  xafin-  d'egual 
significato.  Si  comparino  per  il  senso,  come  per  la  radice,  oltre 
i  già  citati  gamba  ecc.,   il   berg.  gamf  'bilico,  bastone  curvo 


'  Il  Salvioni  (Zeitschr.  XXII  466;  Rom.  XXVIII  109  n)  interpreta  il  ven. 
bòvolo,  chiocciola'  come  un  diminutivo  di  'bue',  e  l'equivalente  ver.  ho- 
gon  come  un  bovone,  pur  proveniente  da  bove.  Connette  poi  (ivi  478)  i  lomb. 
èva  uwci  voga  vóga,  ecc.,  con  dkwa  =  aqixa.  Ma  il  significato  della  base 
bove  può  difficilmente  concordare  con  quelli  di  bòvolo.  E  d'altra  parte  ò 
anche  più  arduo  ravvicinare  foneticamente  bava  òca  vóga  voga  ad  aqua, 
come  per  vóga  è  riconosciuto  dallo  stesso  Salvioni.  Il  morbegnese  vóga 
'sentiero',  se  qui  appartiene,  com'è  ammessibile,  potrebbe  spiegarsi  come 
un  di m i n u ti vo  f e m.  :  *  b ó  v o  1  a  *bogla  boga . 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  IV.  281 

che  serve  a  portar  sulle  spalle  due  secchi  appesi  alle  due  estre- 
mità', e  il  fr.  jante  (=  *gambìta),  'gàvio,  parte  della  circon- 
ferenza della  ruota  del  carro'.  11  cambis  è  appunto  simile  nella 
forma  ad  un  gàvio,  ma  coi  lati  molto  più  ravvicinati  in  forma 
d'un  U  rovescio.  Il  suffisso  ricorda  quella  di  camlsiu. 

15. —  it.  carpone  'con  le  mani  e  le  gambe 
appoggiate  a  terra'. 

Si  dice  anche  carponi;  piem.  a  grapun  'a  quattro  gambe'. 
E  un  avverbio  foggiato  col  sufT.  -òne  -óni,  come  gmocchione  -Oìii, 
boccone,  sdrucciolone,  penzolone,  ecc.  La  forma  piemontese  ci 
ammonirebbe  che  carpone  stia  per  *crapone',  e  siamo  cosi  ri- 
condotti ad  un  *crapa  o  *crappa  (dall'aat.  krapfo,  v.  Arch.  XV 
109),  che  si  trova  in  fatti  nei  tose,  grappa,  sp.  port.  grapa,  sv. 
rom.  krdpia,  'zampa'.  Quindi  carponi  etimologicamente  equivar- 
rebbe ad  un  ^zamponi,  cioè  colle  mani  appoggiate  a  terra,  come 
zampe  d'animale. 

Diez  s.  V.  fa  veramente  risalire  carpone  a  carpus  (gr.  xaq- 
TTÓg);  ma  questa  è  voce  scientifica  anche  in  latino,  ed  è  poco 
verosimile  che  sia  stata  presa  per  base  di  una  locuzione  toscana 
essenzialmente  popolare.  D'altronde  la  forma  piemontese  non  si 
può  trarre,  senza  arbitrio,  dalla  toscana. 

16. —  Verbi  in  -ce are;  v.  Arch.  XIV  337;  XV  107.  —  prov. 
truca,  piem.  truké,  it.  truccare,  ecc.;  prov.  truc,  piem. 
triikk,  ecc. 

I  significati  principali  di  queste  voci  sono:  prov.  truca,  piem. 
triìké,  'urtare,  cozzare',  quindi  'urtare  colla  propria  la  palla 
dell'avversario  nel  giuoco  del  trucco  e  delle  boccie';  —  com. 
trucca  'calcare  colla  mazzeranga  (truch)';  —  it.  truccare  'ur- 
tare le  palle',  come  sopra;  —  prov.  truc,  piem.  can.  triikk, 
Hu'to,  intoppo,  giuoco  del  trucco,  poggio,  tranello,  macchina,  com- 
binazione', in  prov.  anche  'sasso  sporgente  dal  suolo';  —  prov. 
fem.  truco  'cozzo,  intoppo  ';  —  it.  trucco  'giuoco  di  questo  nome'; 
—  fr.  truc  '  urto,  giuoco  del  trucco,  giochetto,  ripiego  ';  —  berg. 
fróc,  com.  truch,  'mazzeranga';  —  Valsoana  trilka  'pallottola' 
che  urta  ed  è  urtata;  piem.  can.  antriÀkk  'cozzo,  intoppo'.  —  Si 


282  Nigra, 

aggiungono  con  s  intensivo:  berg.  stròcà ,  ven.  struca);  bresc. 
strucà,  coni,  slriiccà  'schiacciare,  stringere'.  —  Significali  figu- 
rati: gergo  ita],  tìmccare ,  argot  tV.  trucher  truquer,  'mendi- 
care' cioè  'bussare'  alle  porte',  e  quindi  'imbrogliare';  it.  triic- 
canie,  fr.  trucheax  'accattone;  it.  truccone,  fr.  truqueur,  'im- 
broglione'; fr.  truche  'elemosina'. 

Le  voci  truc  tmicco,  truca  truccare  ecc.  furono  dal  Diez 
latte  risalire  al  ted.  drudi  drucken,  anglosass.  Ihrykan,  'pre- 
mere, stringere'.  Ma  il  Mackel  (p.  25)  trova  quest'etimologia 
mal  sicura,  ed  è  tale  infatti. 

Le  forme  col  s  intensivo,  berg.  stròcà,  com.  stracca  ecc., 
furono  riferite  dall'Ascoli  (Arch.  XIV  338)  ad  un  presunto  ex- 
troc-[i]care  da  ex-torcere.  Ma  è  difficile  separare  queste  dalle 
forme  semplici  precedenti,  e  Vii  radicale  lombardo  postula  Yu 
lungo  nella  base  ^  Siamo  quindi  condotti  a  porre  per  base  di 
truccare  ecc.  un  *trudicare  da  tr  fide  re  'spingere'.  E  si  avrà 
la  conferma  di  questa  spiegazione  nei  riflessi  delle  forme  frequen- 
tative latine  tr  usare:  ferr.  trusar,  com.  ti^usà  (leggasi  trus'à) 
'cozzare';  trusitare  (trustare  trustjare):  venez.  strussiar  'fati- 
care'; can.  iriisjar,  com.  siriizià ,  'importunare',  vb.  trùs'jun 
'cuneo  di  legno';  alomb.  terruccar  (Arch.  XII  436),  sic.  truz- 
za?'i.  friul.  tinissà,  ievv.  trussar,  'urtare';  ven.  tru.ssante,  vie. 
Irussore  Irusson,  'accattone'. 

Dai  precedenti  vocaboli  si  dovranno  separare  i  fr.  argot  dì'o- 
guer,  can.  vb.  droga)',  'mendicare',  can.  drogass  'accattone', 
dì'oga  'mendicità'.  Questi  sono  probabilmente  di  origine  celtica, 
e  vanno  comparati  coll'airl.  tróg  irilag,  brett.  t)'u,  'povero',  da 
una  base  *trogo  *trougo  (Thurn.  81). 

17. —  La  ^chiérica'  in  cucina. 

L'uovo  cotto  al  tegame  o  sul  piatto,  o  fritto  in  padella,  per 
la  somiglianza   che  il  suo  giallo  rimasto  intatto    presenta  colla 


'  Circa  To'  delle  l'orme  bergamasche,  sono  in  ispecie  da  confrontare  i 
berg.  sócc  =  mil.  sùcc  exsiìctus,  lóccd  (e  li(ccà)  =  mil.  liìccà  *Iuctare,  Arch.  I 
305  n. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  IV.  283 

tonsura  clericale  nella  dimensione  e  nella  forma  circolare ,  si 
(lice:  in  can.  of  al  cèrik,  letteralmente  'uovo  al  chierico',  òf  a 
la  éirjd  'uovo  alla  *chiericata',  cioè  alla  'chiérica';  in  Valses. 
cirighin]  in  piem.  od  al  éerifjin;  in  mant.  oeuv  cerghin',  in 
niil.  cereghitt  m.  pi. 

18. —  mant.  co  sita  'cos'i'. 

Il  vocabolo,  registrato  nel  dizionario  del  Cherubini,  va  col  eus- 
s/ta  del  Boerio  e  certo  d' altri  lessici  e  fonti  ancora  ;  e  consta 
dell' it.  cosij  più  il  lat.  ita.  Quest'ultima  voce,  come  si  sa,  fu 
sempre  usata  nel  latino  popolare  delle  scuole  e  dei  chiostri  per 
esprimere  l'affermazione. 

19. —  piem.  dcsslé  'rivelare,  palesare'. 

Questa  e  le  corrispondenti  voci  can.  dsèjlar,  vb.  dessèjlar, 
corrispondono  a  dissigillare. 

20. —  ant.  prov.  dolsa,  piem.  dossa  'guscio,  baccello,  siliqua'. 

Bl.  in  Carpentier:  do  ss  a s  legumi  num;  prov.  dosso  dousso 
douesso,  ling.  dolso,  lim.  dorso,  rouer.  douolso,  menton.  daus- 
sa,  ecc.,  'gousse'.  Il  tema  comune  è  sicuramente  dorsa  n.  pi. 
di  dorsum  'dosso' ^  Questa  denominazione  data  all'involucro 
di  legumi,  come  piselli,  fave,  fagiuoli  ecc.,  è  dovuta  alla  forma 
convessa  del  dorso  e  al  senso  di  pelle  che  dossum  ebbe  nel 
basso-latino.  Si  compari  il  fr.  dosse  'sciàvero,  asse  d'albero  che 
è  segato  da  un  lato  e  conserva  dall'altro  lato  la  scorsa  convessa  ' 
(v.  Littré  s.  dos).  La  forma  svizz.  rom. ,  addotta  dal  Bridel,  è 
dontha. 

21. —  *  fai  àppo  la,  'falbalà'. 

Diez ,  registrando  la  voce  falbalà  tra,  le  comij^ii  ai  parlari 
neolatini,  la  dice  d'origine  ignota.  E  Horning,  nell'importante 
suo  lavoro  'Lat.  faluppa  und  seine  romanische  Vertreter', 
Ztschr.  XXI  192  sgg.,  che  la  rasenta,  non  la  tocca. 


'  Si  avrebbero  insieme  i  continuatori  di  *dossa  e  quelli  di  dorsa.  Ma 
può  parer  singolare  il  tipo  dolsa.  D'altronde,  douesso  e  douolso  parrebbero 
<la  leggersi  duésso  duólso  e  allora  non  si  combinan   più  con  dorsa  dos- 


284  Nigra, 

Le  forme  sono:  tose,  rom.  march,  plem.  falpalà:,  tose.  ven. 
vie.  abruzz.  piem.  fr.  ling.  sp.  pg.  falbalà',  nap.  sie.  gin.  sp.  prov. 
cat.  farhalà'f  piem.  Carpentras  fa7'abald;  ferr.  fàbalà',  mil.  feri-, 
friul.  Piazza-Armerina  frabald;  cremon.  ^avm.  frambald;  sp.  far- 
falà.  Il  significato  è  'frangia,  gala',  che  è  pure  della  forma  sem- 
plice: ital.  frappa,  mant.  frapa,  e  dei  dimin.  lion.  farbela,  prov. 
farbello,  'frange,  guenille',  donde  il  lion.  farbelòu  'déguenillé'^ 

Ora,  accanto  a  faloppa,  s'ebbe  sul  territorio  italiano  anche 
falappa,  onde  '^f 'lappa  frappa  (cfr.  Horning  1.  e;  Arch.  XIV 
365).  E  insieme  ne  veniva  il  dimin,  "^falàppola;  onde,  con  la 
trasposizione  dell'accento  che  è  normale  nelle  voci  latine  di  vecchio 
accatto  germanico  (cfr.  kéller  e  e  Ilari  u,  Kóhi  colonia;  ecc.), 
il  ted.  fàlbel,  che  anche  ha  generato  un  verbo  :  falbeìn  fdlbeln. 

Oltre  faldppola,  l'Italia  ha  potuto  avere  frdppola,  e  le  due 
varianti  si  saranno  anzi  incrociate  ;  ma  l'Italia  non  ha  più  que- 
ste parole  nel  loro  conio  genuino.  La  moda  le  deve  aver  por- 
tate in  Francia  e  di  là  riversate  in  Italia  e  altrove,  secondo  che 
mostra  l'accento  sull'  a  finale. 

Curioso  che  il  riflesso  tedesco  fdlbel  ^ia  la  più  genuina  ripro- 
duzione che  oramai  s'abbia  di  *falappola.  Lutero  ha  falbel  di 
schietta  provenienza  italiana,  Goethe  ha  falbalà  d'importazion<' 
francese  (v,  Grimm  s.  v,). 

22. —  boi.  fi  ammarai  a,  ferr.  fiamarada,  'baldoria'. 

Composto  da  fiamma,  e  ratta  =  rapida,  cfr.  Arch.  XV  121. 
La  'baldoria',  come  si  sa,  è  una  fiamma,  che  tosto  s'apprende  e 
tosto  si  spegne  (Fanfani).  Il  d  della  voce  ferrarese  andrà  ripe- 
tuto dall'analogia  àeW-ada  di  participio  feminile  ecc. 

23. —  Alcuni  nomi  della  ^ghiandaja'. 

Afr.  picc.  prov.  gai,  neofr.  geai,  lini.  delf.  borg.  jai,  ingl.  jay,. 
VA,  gè,  sav.  svizz.  rom.  dze^  vallon.  djd,  ling.  gach,  rouer.  gaicJi, 


sa.  Queste  due  forme  fanno  pensare  a  un  incrociamento  con  una  base  comò 
de-vorso  'dietro';  cfr.  soprasilv.  daoos,  ecc.,  Arch.  I  <ìO-(3I,  140,  200,  — 
G.  I.  A, 

*  Il  sardo  merid,  prefagliu  'falpalà'  suppone  manifestamente  un  derivato 
f'r appa glio,  e  ha  le  labiali  invertite. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  IV.  285 

cat.  gaig,  piem.  gaj,  can.  mond.  Qe,  Garfagnana  go,  Langhe 
(monf.)  gei,  sic.  gidi  (importato  di  Francia);  —  forme  feminine: 
friul.  gaja,  tic.  sopras.  gagà,  valses.  gaggia,  piem.  §eja,  monf.. 
com.  (jaja  (che  significa  anche  'gazza');  —  altre  forme:  bl.  di 
Papias,  sec.  XI,  gaius  'picus'  (gaia  'pica'),  rum.  gaitzà,  vs. 
gaj7^,  sic.  gidu,  sp.  gayo,  pg.  gaio,  Vigo  (trent.)  gdtso:  —  ag- 
giuntivi masc.  afr.  gaion  (Cotgr.) ,  menton.  gagian;  —  dimin. 
fem.  bl.  di  Uguccione  in  Due,  sec.  XII,  cacciila  qaae  vulgo 
dicitur  gaccùla  'raonedula',  Carpent.  gagiila  'graculus',  lomb. 
gàsgia  gdscia,  friul.  (Cadore)  gajola,  lad.  centr.:  Gardena  dya- 
zòla,  Badia,  s.  Vigilio,  yayóra;  —  tutti  col  senso  di  'ghiandaja'. 

Diez  (s.  gaio)  connettendo  il  prov.  fr.  gai  geai  'ghiandaja' 
coir  aggettivo  fr.  prov.  gai,  it.  gajo,  ecc.  'allegro  vispo',  fece 
risalire  tanto  il  sostantivo  quanto  l'aggettivo,  come  già  aveva 
fatto  il  Muratori  per  quest'ultimo,  all'aat.  gdhi  'rapido  repentino 
impetuoso';  e  il  Mackel  (40)  difese  contro  il  Baist  la  possibilità 
di  questa  etimologia,  benché  la  inserisca  tra  le  non  sicure  ^.  Lo 
Schwan,  in  una  nota  che  apponeva  alla  1.*  ediz.  della  sua  Gram- 
matica dell'antico  francese  (§  181),  ammetteva  egli  pure  la  pro- 
venienza del  sostantivo  dell' aat.  gdhi,  ma  ne  separava  l'agget- 
tivo, riferendolo  all'aat.  lodhi  'bello'  (v.  Korting  3557  e  Nachtr). 
Questa  nota  non  figura  più  nell'ultima  edizione. 

La  distinzione  dello  vSchwan  tra  gai  'allegro'  e  gai  'ghian- 
daja' potrà  essere  discussa.  Ma  qui  per  ora  si  lascia  da  banda 
l'aggettivo,  limitando  l'indagine  al  sostantivo.  Ora  sembra  evi- 
dente, che  i  vocaboli  riferiti  in  capo  a  quest'  articolo  non  si  pos- 
sono far  risalire  all'aat.  gdhi.  La  logica  e  la  fonetica  protestano 
del  pari.  Il  senso  dell'aat  gàhi,  'rapido,  repentino,  impetuoso', 
e  poniamo  anche,  se  si  vuole,  'vivace,  snello',  non  è  special- 
mente applicabile  alla  'ghiandaja',  avendosi  non  pochi  uccelli 
più  veloci,  più  snelli,  e  più  impetuosi  che  essa  non  sia.  I  movi- 
menti della  ghiandaja,  come  quelli  di  tutti  i  corvi,  sono  goffi,  e 
il  volo  è  lento.  Non  si  vede  poi  facilmente  come  un  uccello,  che 


*  Anche  lo  Skeat  connette  gl'ingl.  Jay  'ghiandaja'  e  gay  'allegro',  rife. 
rendo  entrambe  lo  voci  all'aat.  gdhi.  Egli  dice  che  il  jay  fu  'so  called  from 
its  gay  colours'  (s.  Jay). 


280  Nigra, 

è  indigeno  nei  paesi  romanzi  e  de'  più  noti,  avesse  a  pigliar  nome 
da  una  parola  germanica,  la  quale,  si  badi  bene,  non  ha  mai  si- 
gnificato punto  l'uccello  stesso  o  un  uccello  qualunque.  Per  quanto 
poi  spetta  alla  fonetica,  è  troppo  difficile  ammettere  che  lo  h  in- 
tervocalico di  galli  si  risolva  nella  gutturale  finale  delle  voci 
occitaniche  gach  gaich,  cat.  gaig.  Gli  esempj  citati  da  Mackel 
(134):  prov.  gequir  dal  gemi,  jéhan,  fr.  flagorner  dal  germ. 
flaihan,  e  agacier  del  longob.  Viazjan,  non  sono  conclusivi.  Lo 
voci  occitaniche  come  le  francesi,  come  le  pedemontane,  postu- 
lano tutte  all'incontro  una  base  in  -a cu  (-àgu);  e  appena  occorre 
che  si  ricordino  i  riflessi  di  ebriacu  Kort.  2746  e  di  *veracu 
ib.  8628,  afr.  vai  vagu,  va.  laj^  can.  le,  lacu;  [vs.  Cogne  laj, 
VA.  le,  =  illac];  piem.  Vinzaj  ni.  Vinciacu,  Baj  can,  Be  ni. 
opacu;  can.  Ajé  ni.  Alliàcu,  ecc.  Per  i  fem.  monf.  gaja,  piem. 
geja,  si  compari  il  monf.  piem.  braja  braca.  In  conclusione,  noi 
dobbiamo  restare  a  quella  base  gaca,  che  già  è  affermata  dai 
citati  diminutivi  dei  dizionarj  medievali:  caccula  gaccula  ga- 
gula.  E  quanto  all'etimologia  vera  e  propria  o  alla  più  speciale 
dichiarazione  di  alcune  forme  particolari,  sarà  prudente  non  an- 
dare per  ora  più  oltre.  —  Cfr.  l'articolo  che  segue. 

24. —  La  gajeita  pelle  della  lon'za  di  Dante. 

Il  vocabolo  gajeita,  adoperato  da  Dante  nell'Inferno  (i  42), 
ebbe  dai  commentatori  italiani  e  stranieri  due  diverse  interpre- 
tazioni. I  più  spiegarono  gajetto  come  diminutivo  di  gaio  col  si- 
gnificato di  'leggiadro  vago'  (Buti),  blandulus  venustulus 
(Crusca  Manuzzi)  'leggiadro  alla  vista'  (Fanfani),  'vivace  di  co- 
lore o  simile'  (Tommaseo).  Altri,  meglio  inspirati,  avendo  osser- 
vato che  Dante,  in  due  altri  luoghi  della  Divina  Commedia  de- 
scrive la  pelle  della  lonza  cogli  aggettivi  maculata  (Inf.  i  33) 
e  dipinta  (Inf.  xvi  108),  interpretarono  gajetta  come  un  equi- 
valente di  codesti  aggettivi,  quasi:  'variegata'.  Fu  questa  l'opi- 
nione del  Salvini,  condivisa  dal  D'Ancona  e  da  altri.  Tra  i  Te- 
<leschi,  vi  consentirono  il  Re  Giovanni  di  Sassonia,  il  Witte,  il 
Gilderaeister,  che  tradussero  'bunt,  buntgefleckt';  tra  i  Francesi, 
PJvarol  ('couleurs  varièes'),  Brizeux  ('peau  tachetée'),  Albj  ('man- 
teau tachetè'),  Diiez  ('peau  mouchetée'),   ecc.;    tra  gli   Inglesi, 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  IV".  2S7 

Boyd,  Wright  (nella  prima  edizione),  Bannerman,  Ramsav,  Wil- 
kie,  Ellaby,  Tomlinson,  Norton,  Longfellow,  Vernon. 

Però  gli  etimologisti,  anche  quando  interpretarono  bene  questo 
vocabolo,  lo  spiegarono  male.  Cosi  il  Salvini  fece  provenire  gajetto 
da  vajo,  ossia  dal  lat.  variu;  la  qual  base,  anziché  gajetto, 
avrebbe  dovuto  dare  in  italiano  vajato  o  *guajato,  e,  se  si  vuole, 
*cajetto  o  *guajetto. 

Nessuno,  che  si  sappia,  ha  pensato  che  gajetto  è  verosimil- 
mente una  parola  provenzale  italianizzata.  Si  trovano  in  fatti , 
nel  territorio  occitanico  e  franco-provenzale,  collo  stesso  signifi- 
cato di  'maculato,  screziato',  due  serie  di  forme  che  hanno  con 
gajetto  un'evidente  comunanza  d'origine. 

I  vocaboli  della  prima  di  queste  serie  hanno  la  gutturale  ini- 
ziale sorda:  prov.  caiet,  ling.  calhet,  'screziato,  picchiettato  di 
])ianco  e  di  bruno',  prov.  hiòu  caict  'boeuf  pie',  caietd ,  lim. 
calhetd  'screziare',  e  con  altro  suffisso  prov.  caiou,  ling.  caiol 
calhol ,  'screziato',  prov,  vaco  caiolo  'vacca  pezzata',  caioulà, 
rouer.  calhould,  'vajare,  saracinare,  ecc.  (Mistral). 

Quelli  della  seconda  serie  hanno  la  gutturale  iniziale  sonora  : 
guasc.  galhat,  dell",  jalhat,  'screziato,  vajato',  che  sembrano  par- 
ticipj  ;  altre  forme,  che  si  estendono  pure  alle  regioni  pedemon- 
tane e  ladine  :  afr,  dialett.  perdri.x  gaille  (Cotgrave)  '  pernice 
rossa',  a  cui  risponde  il  pieni,  pérnts  gaja,  alp.  jalh,  vs.  galj, 
vald.  gai,  can.  gajo  gajd  gajold,  Dissentis  galy ,  Oberalbstein 
dydhj,  Samaden  zdyalyó,  Sleins  yaly,  vallon.  gaieloté,  tutti  col 
senso  di  'chiazzato,  screziato';  vb.  gajola  f.  'macchia  bianca 
sulla  pelle  o  nelle  penne  di  animali';  can.  vaka  (jaja  'vacca  pez- 
zata di  bianco',  vb.  passetta  gaja  'cingallegra',  r^uss  gajo  'co- 
dirossone', ecc. 

È  chiaro  che  queste  due  serie  non  si  possono  tra  di  loro  dis- 
giungere, e  che  d'altronde  la  sorda  iniziale  della  prima  serie 
esclude  per  entrambe  ogni  connessione,  sia  coll'aat.  galli  'rapido', 
che  Muratori  e  Diez  ponevano  a  base  dell'it.  gajo  e  del  fr.  gai 
'allegro',  sia  coll'aat.  wdhi  'bello',  a  cui  lo  Schwan  riferiva  lo 
stesso  aggettivo  (v.  Korting  3557). 

Le  due  serie  dei  vocaboli  qui  esaminati  postulano  le  due  basi 
cac[u]lu  gac[u]lu,  vale  a  dire  fondamenti  non  diversi  da  quelli 


■288  Nigra, 

che  nel  precedente  articolo  trovavamo  nell-e  voci  per  la  'ghian- 
rlaja'.  E  ben  potrebbe  essere  avvenuto  che  le  penne  così  speci- 
ficamente screziate  di  codest'uccello  dessero  al  lessico  un  agget- 
tivo, che  alla  sua  volta  generava  un  verbo.  Similmente  il  fr. 
grivelé  e  il  piem.  grivold  'picchiettato  di  bianco  e  di  bruno', 
risalgono  al  fr.  grioe,  piem.  griva  grivola,  'tordo';  il  ferr.  impar- 
nlgar  Spezzare,  picchiettare'  trarrà  la  sua  origine  da  pernice. 

25. —  1)erg.  bresc,  mani  gheda,  trent.  gajda, 
venez.  glie  a,  'grembo'. 

È  la  stessa  voce  che  il  piem.  parm.  gajda,  bresc.  gheda,  va. 
ghede,  ecc.  'gherone',  che  si  fa  provenire  dal  longobardo  gaida 
'pilum'  e  'pilum  vestimenti'.  E  usata  a  significar  'grembo'  per 
la  forma  angolare  della  biforcazione  delle  coscie  (cfr.  Diez  s. 
ghiera;  e  Arch.  XIV  365).  Collo  stesso  significato  di  'grembo' 
abbiamo  i  giudic.  gèda,  Val  di  Non  ydkla. 

26. —  it.  ghiribizzo  'capriccio';  vie.  sghiribisso 
'scarabocchio'  ecc. 

Dovrà  connettersi  col  fr.  ècrcDÌsse  e  provenire  perciò  dall'aat. 
krebiz,  che  significa  'gambero'  e  anche  'locusta,  grillo'  (Gratf 
s.  V.).  Per  il  senso  di  scarabocchio  che  è  nello  sghiribisso  vie.  ecc., 
si  compari  lo  stesso  vocabolo  tose,  scarabocchio  da  caràbu, 
Arch.  XIV  278.  Il  senso  traslato,  assunto  dall'it.  ghiribizzo,  ha 
il  suo  riscontro  in  grillo,  che  ha  insieme  il  significato  dell'  in- 
setto saltellante  e  quello  di  'capriccio'.  L'epentesi  del  primo  i 
in  ghiribizzo  non  ha  nulla  di  singolare. 

27. —  Altre  voci  romanze  connesse  per  il  significato  o  fonetica- 
mente coll'aat.  grmaisón  'rabbrividire',  e  col  mat.  griuwel 
'ribrezzo'  (v.  Arch.  XV  117).  —  tose,  brivido. 

Coll'aat.  gruioisón  'horrescere'  e  eoi  neoted.  gì'us  graus  'ri- 
l)rezzo',  e  d'accanto. al  piver,  viver.  gruAzu,  dovrà  porsi  il  valses. 
gruviggiu  ^hvWiào  per  freddo,  febbre  o  terrore'.  E  colla  riser- 
va già  fatta  (Arch.  ib.  118)  circa  la  sostituzione  di  ce  zz  al- 
l'aat.  .9,  e  circa  la  mancanza  dell'elemento  labiale,  si  aggiungono 
r|ui,  come  nuovo  contributo  lessicale,  le  voci  seguenti.  Con  ss  z 


Note  ctiinologiche  e  lessicali.  -  IV.  289 

per  .9  occorrono  anzitutto  lo  svevo  grùssehi  griheln  'vn^coxi^vìc- 
ciare'  e  il  palatino  di  Bliesgaii  grmsellg  'grausig'.  Colla  man- 
canza dell'elemento  labiale:  sardo  merid.  grisù  'ribrezzo',  grisài 
^•iver  ribrezzo',  frinì,  sgrisul,  daccanto  a  sgrlzzul  'ribrezzo',  tic. 
sgrisora  'ribrezzo  di  febbre,  Bas-Maine  gerzolè  'tremare  dal 
freddo'.  Con  entrambe  le  modificazioni:  palat.  di  Oberotterbacli 
e  Scliweigen  grissel  'grauen';  tose,  griccio,  rom.  marchig.  gric- 
ciore, 'brivido';  e  da  griccio  proverranno  i  tose,  aggricciare 
'agghiacciarsi  per  lo  spavento',  raggricciarsi  'rannicchiarsi  per 
freddo';  abruzz.  grlccele  'brivido';  sopras.  sgarzeioel  'atroce, 
terribile,  che  mette  griccioli'  Arch.  VII  500,  sottoselv.  schgri- 
schur  'terrore',  schgrischar  'atterrire'  (Stùrzinger,  Rom.  X  256; 
Zeitschr.  XXI  127;  Ulrich,  Rom.  XXV  333),  gard.  i^r^V.^e 'tre- 
mare dal  freddo'. 

Col  mat.  griuwel  griul,  mbt.  gruwel  'ribrezzo',  e  quindi  con 
gli  afr.  greidler  groider  'grelotter',  si  connetteranno,  oltre  i 
vocaboli  riferiti  nell'Arch.  Le,  anche  i  seguenti  :  albv.  grvó 
'tremblement  par  le  froid',  gr'cold  'claquer  des  dents',  morv. 
grebaler  grevaler ,  borgogn.  grihouler  'frissonner ',  Le  Tholy 
greuìons  'brividi'.  E  col  fr.  grelot  {=*greidoi)  delf.  morv.  gner- 
lot,  'sonaglio',  pure  colla  riserva  circa  il  dileguo  dell'elemento 
labiale,  andranno  i  fr.  grillet  grillette,  prov.  grelei  greloiUet , 
delf.  grelhet,  vel.  garlef,  rouer.  grilloif,  posch.  gril,  mani  gri- 
ì.et  grilin,  tutti  col  senso  di  'sonaglio  campanella';  mant.  gri- 
derà, piac.  parm.  g rièra,  posch.  grillerà,  prov.  greloutiero,  Bas- 
Maine  gèrlokyere,  'sonagliera'.  Si  possono  aggiungere  i  neerl.  gril 
'bfivido,  capriccio',  grillig  'tremante'  e  'capriccioso' ^  La  base 
gril  occorre  egualmente  in  alcune  voci  toscane  aventi  un  signi- 
ficato affine  a  quello  di  'tremolio',. come  grillone  'pelo  di  lanu- 
gine', grillotto  'filo  di  frangia,  pènero  di  spallina,  ciniglia  pen- 
dente', grilletto,  i)hi.  grillone,  'linguetta  dello  scacciapensieri'. 
Il  ravvicinamento  etimologico  tra  i  vocaboli  di  quest'ultima  se- 
rie e  i  temi  germanici,  per  il  completo  dileguo  dell'elemento  la- 
biale, benché  questo  si  verifichi  pure,  come  s'  è  visto,  in  alcune 
forme  dialettali  tedesche,  lascia  naturalmente  sussistere  dei  dubbj^ 
che  si  potranno  forse  chiarire  da  studj  ulteriori. 


*  Lo  sviz.  rom.  rollet  'sonaglio'  starà  per  *grollef. 


290  Nigra, 

Eguali  dubbj  fanno  esitare  a  connettere  gli  stessi  vocaboli 
con  altre  parole  romanze  aventi  il  significato  di  fermento  o  bol- 
limento superficiale  dei  liquidi,  che  ha  una  stretta  relazione  con 
cfuello  di  'orripilazione,  tremito'.  Sono  questi:  tose,  grillare  gì'H- 
ìettare  sgrillettare,  bologn.  grillar,  romagn.  grilè,  ferr.  sgrisu- 
lar  e  grimullar  {  =  gribullar)  'fermentare,  principiare  a  bollire', 
e  dicesi  del  bollire  dell'olio,  del  burro  e  simili,  e  del  fermentare 
e  frizzare  del  vino.  A  Lille  guernoter  (dissimilato  da  guerloter) 
i^ignifica  non  solo  'frissonner',  ma  anche  'bouillir  à  petit  bouil- 
lon'  (De  Chambure,  s.  gueurloter),  e  il  ferr.  sgrisular  dice  in- 
sieme 'rabbrividire'  e  'bollire'^. 

L'italiano  brìrido  dice  la  sensazione  di  tremito  per  freddo, 
febbre  o  paura.  Donde  proviene  questo  vocabolo?  Il  Diez  non  ne 
parla.  Il  Forster  (Zeitschr.  Y  99)  lo  faceva  risalire,  insieme  con 
brio,  ad  uno  stipite  briv  connesso  col  celtico  brig ,  latinizzato 
in  brigum  'valor  virtus  potestas'.  Ma  la  congruenza  del  signi- 
ficato tra  il  vocabolo  romanzo  e  il  tema  celtico  non  è  facilmente 
percettibile.  Se  nel  caso  presente  fosse  ammessibile  il  cangia- 
mento del  gruppo  originario  gr-  in  br-,  si  sarebbe  tentati  di  rav- 
vicinare anche  brìoido  al  germ.  griuwel,  essendo  identici  i  va- 
lori ^.  Ma  il  tentativo  sarebbe  reso  anche  più  temerario  dalla  di- 
versità del  suffisso.  Ci  limitiamo  adunque  a  trascriver  qui  alcuni 
vocaboli  che  foneticamente  e  per  il  significato  sembrano  con- 
nessi con  brivido.  E  sono:  Onsernone  (Lago  Maggiore)  brécad 
'intirizzito  dal  freddo'  (Arch.  IX  260),  com.  breca,  berg.  brea, 
'vento  fresco  o  freddo',  e  con  altri  suffissi  it.  brezza,  ribrezzo, 
brisciamenio  'tremito',  pist.  brezza  'tremare  per  freddo'.  Ed 
Si  questi  ultimi  si  accosteranno  i  fr.  brise,  berg.  brlsia,  com.  brisa, 
■'vento  freddo',  com.  sbrisa  'nevischio'. 


*  La  connessione  logica  tra  i  due  significati  'brivido'  e  'bollimento'  ò  pur 
■comprovata  dal  pieni,  s'boj  'sgomento',  quasi  'sbollimento  '  (v.  Ardi.  XV  124;, 
non  meno  che  dai  fr.  frisson  frissonner,  che  si  fanno  provenire  da  frigere 
(Diez,  Scheler,  Grober,  Kòrting),  ma  che  in  realtà  debbon  risalire  a  fri- 
gere, al  pari  dei  tose,  friggio  frizzo  frizzare  (ctr.  Canello  Arch.  Ili  388). 

^  Esempj  di  cangiamento  di  gr-  gì-  g-r  in  br  b-r  vr  v-r:  it.  gràppolo, 
mant.  grapell,  e  viver,  varpell,  'racimolo';  fr.  glisser,  it.  glisciare,  e  mant. 
sblissar  sblisciar,  ven.  sbrissar,  mil.  brissà,  basso-eng.  zbletsgar;  piem.  gn"'- 
jiiestja  e  briimestja,  it.  brumesta;  fr.  feu  grisoii  e  fen  bn'sou.  Ma  in  ispecio, 
•nel  sardo  merìd.:  grivillosu  e  bribbiddosu  'schifiltoso,  che  ha  ribrezzo'. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  IV.  29t 


28. —  vlses.  lèttiija  'solletico'. 

Una  conferma  dell'aferesi  di  '^UUèiico  (da  *tUèllico,  lat.  titil- 
licare),  riconosciuta  nell'it.  solletico,  nel  gen.  ImlUtigiù  e  nel- 
l'emil.  blédeQ  (v.  Flechia,  Ardi.  II  320;  Nigra,  Ardi.  XV  97- 
101),  si  trova  nel  valsesiano  léUigit,  il  qiial  vocabolo  è  special- 
mente notevole  perchè,  al  pari  del  nap,  tellecare  'solleticare',  non 
ha  prefisso. 

29 —  Derivati  dal  lat.  nldu. 

La  maggior  parte  dei  derivati  neolatini  da  nldu  è  nota,  o  fa- 
cilmente riconoscibile.  In  altri  l'origine  è  meno  apparente. 

Largamente  diffusi  e  ben  noti  sono  i  riflessi  di  *nidale  (-iale), 
col  senso  di  'éndice',  come  i  sicil.  nidali,  sard.  niali,  sp.  nidal, 
prov.  nisal  nisau,  lion.  gniau,  mars.  gin.  niaii,  delf.  piem.  berg. 
trent.  nydl,  bresc.  guai,  Vaud  nyo,  for.  vel.  7iid,  e  nel  signifi- 
cato di  'nido'  il  mant.  gnial  (coi  quali  andrà  anche  il  va.  naia 
'nidiata');  e  cosi  i  riflessi  di  *nidariu  nidariólo^  'éndice'  e 
'nido':  ven.  niaro,  trent,  agnaro,  quey.  niar,  friul.  nijar,  va. 
ìiarrOy  vb.  nerro,  can.  nero,  alessand.  neru,  mant.  bresc.  berg. 
gnarel,  albertv.  gndroea,  col  senso  di  'ragazzo  o  pulcino  mal 
cresciuto,  inetto,  fiacco',  mil.  nìaroeu  'nidiace',  mant.  gnagna- 
roel  'éndice'.  Dove  forse  apparterrà  anche  il  prov.  gnarre  'le 
plus  petit  cochon  de  la  ventrée',  e  anche  'valet'. 

Coi  suffissi  -àce  -àceu  -a cu  -ascw.  it.  nidiace,  fr.  niais,  prov. 
nizaic  niaic  (v.  Diez  s.  nido,  e  gr.  II  307);  mil.  nias,  trent. 
gnaso,  'nidiace',  berg.  gnas  gnaz  'covo',  com.  mil.  ntasc  'nido, 
covo,  letto  dei  bigatti',  e  dim.  mascioeit  'scacanidio'  (Cherubini), 
'ultimo  nato',  mascià  'nidificare',  ntascion  'poltrone',  niscia, 
niscion,  ni:c,  niscei,  'languido,  gracile,  scriato,  malaticcio'. 

Col  suffisso  -ùculu  occorrono  i  va.  nalj ,  vs.  njalj,  can. 
njaj,  'guardanidio';  con  -arda  il  piem.  nard  'cacheroso',  con 
-ola  il  mil.  n'ioèa  'ragazzo  poco  vegnente  e  di  mal  aspetto'  (Che- 
rubini), vaiteli,  nioèal   'nido  di  gallina'. 

Nell'italiano  è  chiara  la  derivazione  di  nidiata  da  nidio.  Ma 
a  nidiata,  cosi  come  a  *nidata,  possono  anche  rispondere  i  prov. 


292  Nigi-a, 

oiiaclo,  mil.  oiiada,  sard.  niada,  monf.  njaja,  pieni,  can.  njd,  delf. 
nid,  albv.  gnd,  ììegese  nyaje. 

Se  sta  il  *nidiclu,  a  cui  s'è  fatto  risalire  l'it.  nicchio  {ni- 
\d'\iclu),  si  avrebbe  la  chiave  per  iscoprire  la  provenienza  dei 
termini  seguenti:  can.  nilja,  biell.  nelja,  'sudiciume  del  nido, 
inedia,  pigrizia,  inettitudine',  can.  niljd  'neghittoso,  pidocchioso', 
alhv.  nilld  'nidiata',  nii^oei/.  'meticoloso'.  Si  rasenteranno  cos'i, 
senza  risolvere  tuttavia  la  difficoltà  ad  esse  inerenti,  le  curiose 
voci  emiliane  neclenza  'miseria',  parm.  niclizia  'dappocaggine', 
addotte  dal  Biondelli. 

30. —  ital.  pazzo. 

Il  vocabolo  pazzo  per  'demente'  è  speciale  alla  Toscana  e  al- 
l'Italia inferiore  (Roma  e  Marche  pdscio,  pdcio  ^,  Abruzzo  pazze, 
Sicilia  pazza,  ecc.).  Nell'Alta  Italia,  il  'demente'  è  detto  malia, 
il  qual  vocabolo  è  pure  usato  in  Toscana  e  in  qualche  parte  del- 
l'Italia inferiore,  come  sinonimo  di  pazzo. 

L'etimologia  di  inatto  non  fa  oggetto  di  quest'articolo.  Occorre 
soltanto  qui  ritenere:  1."  che  nell'Italia  superiore  inatto  ha  il 
doppio  significato  di  'ragazzo'  e  di  'pazzo' ^;  2."  che  questo  vo- 
cabolo, in  alcune  forme,  come  nelle  piemontesi  tota,  tota,  ha  pa- 
tito aferesi  sillabica  ^- 

Delle  etimologie  finora  imagi  nate  di  pazzo,  nessuna  si  può  dire 
convincente,  compresa  quella  dal  gr.  natòiov  proposta  recente- 
mente dal  Rheden,  e  con  ragione  oppugnata  dal  Salvioni^.  11 
Diez,  che  escluse  ricisamente  patior  e  ogni  altra  base  latina, 
propose  alla  sua  volta  una  spiegazione  non  punto  felice,  risa- 
lendo all'aat.  parzjan  harzjaìi  'infuriare'.  Per  contro  la  base 
patior  fu  ora  ripresa  dal  Salvioni,  Arch.  XV  130,  nella  forma 
di  patiens.  Certo  non  non  mancano  esempj  di  riflessi  romanzi  di 
forme  latine  nominativali,  pur  nell'aggettivo.  Però  son  rari,  né 


^  Raccolta  di  voci  romane  e  marchiane,  Osimo  1768,  s.  [lascio. 

*  Valses.  posch.  bellinz.  ecc.  matt  'ragazzo'  e  'matto'. 

*  Piem,  matota  'ragazza',  tota  'damigella',  loto  'damigello'  in  senso  spre- 
giativo, ecc.;  V.  Monti,  s.  matel,  e  Forster,  Zeitschr.  XVI  252. 

^  Rheden,  Jahresbericht  d.  Priv.  Gymuas.  in  Brixen,  XXIII  3t;  Salvioni, 
Arch.  XV  130. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  I\'.  293 

-si  possono  facilmente  ammettere,  se  non  quando  l'etimologia  sia 
imposta  dall'identità  o  dall'evidente  figliazione  del  significato.  Ora 
ciò  non  può  dirsi  di  patiens  come  base  di  pazzo.  Nel  pensiero 
popolare, jM^rc'o  equivale  a  'stravagante,  sragionevole',  talora 
anche  a  'furente',  ma  non  a  'paziente'  o  'malato'  che  sono  i 
due  significati  proprj  di  patiens.  Né  si  deve  dimenticare,  che  da 
tempo  antico  il  nome  di  pazzo  fu  portato  dai  buffoni  delle  corti, 
che  erano  ordinariamente  dei  nani  contraffatti,  più  o  meno  spi- 
ritosi, a  cui  i  significati  del  lat.  patiens  non  sono  applicabili. 
Nelle  figure  tradizionali  dei  tarocchi ,  il  pazzo  è  dipinto  come 
uomo  barbuto  in  viaggio ,  con  un  bastone  nella  mano  destra  e 
un  altro  nella  sinistra,  posato  sulla  spalla,  a  cui  sta  appeso  un 
fagotto,  seguito  o  piuttosto  perseguitato  da  un  cane  che  gli  si 
arrampica  alle  natiche  come  per  morderlo.  Porta  in  testa  un 
berretto  frigio,  giallo,  orlato  di  rosso,  al  corpo  una  tunica  con 
cintura  al  fianco ,  e  con  bavero  d'altro  colore ,  branche  larghe 
affibbiate  al  ginocchio,  e  calze  di  colore  talora  alterno.  II  ber- 
retto frigio  indica  il  costume  storico  dei  buffoni  di  corte  medio- 
eA^ali.  L'iscrizione  in  fondo  alla  carta  è  in  italiano  pazzo  o  malto. 
In  francese  è  fou;  ma  il  Court  de  Gobelin,  Du  jeu  des  tarots  ecc., 
Paris  1781,  avvertì  che  'on  l'appelle  vulgairement  mat'  (il  qual 
vocabolo  fu  importato  in  Francia,  insieme  col  giuoco,  dall'alta 
Italia).  Si  com^pari  anche  V ìngì.  patcìi]  intorno  al  quale  il  Di- 
zion,  di  Gordon  Latham  ha  le  seguenti  citazioni  :  «  Laugh  at  me. 
—  I  do  deserve  it:  cali  me  patch  and  puppy  [Beaumont  and 
Fletcher,  Wild  Goose  ChaseJ.  —  It  seems  probable  that  fools 
were  nicknamed  patch  from  their  dress  ;  unless  there  happen  to 
be  a  nearer  affinity  to  the  Italian  p«j;:o...».  Il  vocabolo  fu  usato 
da  Shakespeare  ;  e  prima  di  lui  era  stato  applicato  ai  buffoni 
del  Cardinale  Wholsey.  La  connessione  tra  'pazzo'  e  'buffone' 
è  pur  confermata  dal  significato  del  sardo  macca  'pazzo',  che 
risale  senza  dubbio  al  lat.  maccus  'buffone'. 

Ciò  posto,  se  si  considera  che  il  nome  di  matto  fu  ed  è  usato 
per  significare  'ragazzo'  sarà  lecito  supporre  che  all'inverso  il 
nome  etimologico  di  'fantoccio'  sia  stato  e  sia  usato  per  signi- 
ficar 'pazzo'.  Si  può  quindi  chiedere  se  pazzo  non  equivalga, 
avendo  patito  aferesi  sillabica,  a  pupazzo  'fantoccio'  da  pupus 


294  Nigi-a, 

'ragazzo'.  Si  osservi  il  parallelismo:  altit.  matt  'pazzo'  —  matt 
matott  'ragazzo'  —  e  coll'aferesi  iota  'damigella';  di  contro  a  it. 
dial.  pupo  'putto'  ^  —  pupazzo  'fantoccio  —  e  coll'aferesi  pazzo 
'  matto  '. 

La  connessione  logica  tra  i  concetti  di  'putto'  (pupazzo)  e  di 
'pazzo'  già  par  di  vederla  negli  omerici  vrinioi;  'fanciullo'  e  'de- 
mente', vìiniéri  'fanciullaggine'  e  'stoltezza'  (x  445,  w  469).  E 
la  confermano,  oltre  che  il  doppio  significato  di  malto,  cui  già 
si  accennava,  anche  le  dizioni  napolitano pa^mì  'baloccarsi',  paz- 
zie de  li  piccerille,  pazzielle,  'balocchi  da  {smc'mllo \  pazziaro 
'baloccaio,  fabbricante  o  venditore  di  pupazzi,  quasi  ' pupazziaro ', 
il  tose,  hambo  'sciocco,  vano',  comparato  con  bambino  e  bam- 
bolo, l'agen.  mozo  'stolto',  comparato  col  moderno  mosso  'mozzo, 
ragazzo'  (v.  Arch.  XV  68;  e  segnatamente  l'annotazione  di 
Flechia  in  Arch.  Vili  361,  s.  inmocij  e  n.). 

Per  l'aferesi,  basti  qui  ricordare  i  toscani  dulia  =  fanciulla, 
veggio  =  laveggio ,  zucca  per  *cuzza  =  cucuzza,  zùccolo  =  cuc- 
cilzzolo,  stoviglia  =  *testuilia,  tavia  =  tuttavia,  cesso  =  secesso. 

31. —  ven.  peca  'pedata'. 

Sta  per  pecca  =  pedca  da  pedica.  Risponde  all'it.  pedica 
'pedata',  rom.  e  march,  'pedale  dei  tessitori'.  Ne  risulterà  come 
una  nuova  significazione  del  lat,  pedica. 

32. —  piem.  pjanka. 

Il  significato  di  pjanka  non  è  soltanto  'palancola  di  travi  o 
d'assi',  ma  anche  'passatojo,  di  pietre'.  Non  ha  che  fare  col  IV. 
pianelle',  e  proviene  invece  da  ^pedanca,  e  questo  da  pede, 
com'  è  dimostrato  dall'  equivalente  valsesiano  pedanca.  Si  com- 
pari il  piem.  dimin.  pjankète  f.  pi.  'pedali  dei  tessitori'. 

33.  —  alt.  it.  puina. 

In  un  precedente  articolo,  Arch.  XIV  288-9,  questo  vocabolo, 
che  significa  'ricotta',  fu  fatto  risalire  a  *puplna,  da  pupa, 
col  senso  etimologico  di  'mammella,  tettina'.  La  spiegazione  ivi 


Cf.  vaiteli,  pup,  borm.  pop,  'putto',  valscs.  poppa  'bimbo'  e  'pupc'ittolo'. 


NotT  otlmologiche  e  lessicali.  -  IV'.  295 

•lata  trova   una  conferma   nelle   voci  veneziane  puma  puineta 
^l'icotta',  e  puineta  'raammellina  piccola  e  bianca'  (Boerio). 

La  sua  forma  sferica  e  la  sua  bianchezza  valsero  pure  il  nome 
veneto  di  puina  al  fiorellino  di  maggio  più  noto  sotto  l'appella- 
zione di  'pallone  di  neve',  viburnum  roseum. 

34. —  Valle  Anzasca  :  rapala  'lucertola'. 

Tra  i  nessi  inziali  di  consonanti  che  negl'idiomi  neolatini  più 
patiscono  l'aferesi  debbono  annoverarsi  'kr  gr.  Di  questo  feno- 
meno offre  non  pochi  esempj  la  famiglia  lessicale  che  fa  capo 
all'aat.  krdpfo  krampfo  'uncino'  largamente  rappresentata  nel 
territorio  romanzo.  Sul  quale  cosi  troviamo,  con  significati  iden- 
tici 0  affini:  it.  graffio  e  raffio,  grampa  e  rampa,  gràppolo  e 
com.  rapala,  mil.  grappa  e  piem.  com.  rapa  'grappolo',  piem. 
friul.  boi.  parm.  ecc.  granfe  piem.  mil.  com.  ra;«/* 'crampo', 
])iera.  grampun  e  i^ampun  'rampicone',  grarnpin  e  rampin  'ram- 
pino', e  altri;  cfr.  Flechia,  Arch.  II  349. 

In  questa  serie  deve  trovar  luogo  anche  il  vallanz.  rapala 
'lucertola',  che  fa  parallelo,  salvo  il  suffisso,  al  delfinese  e  pittavino 
grapiette^  lucertola',  già  precedentemente  esaminato  in  Arch.  XV 
109.  La  spiegazione  di  rapala  sarà  naturalmente  la  stessa  che 
(liiella  di  grapietle  e  di  crapaud;  e  ne  avremo  etimologicamente 
come  chi  dicesse  la  *'zamputella'. 

35. —  ital.  rebbio,  com.  reppia. 

La  prima  di  queste  voci  significa  'punta  di  forca,  di  forchetta 
(»  di  tridente',  la  seconda  'tetta  di  vacca'.  Già  precedentemente 
si  ebbe  occasione  di  avvertire  la  connessione  logica  e  fonetica 
tra  vocaboli  esprimenti  oggetti  sostanzialmente  diversi,  come  sono 
i  rebbj  e  le  tette  di  alcuni  mammiferi,  specialmente  delle  vac- 
che (Arch.  XIV  360,  s.  bua)  '.  Ora  i  vocaboli  trascritti  qui  sopra 
sono  una  bella  conferma  di  questo  fenomeno  linguistico,  poiché 
non  v'  è  dubbio  che  rebbia  e  reppia  risalgano  alla  stessa  base. 


*  Si  noti,  a  questo  proposito,  anche  l'alessandi*.  pecu  pectine,  che  in- 
sieme dice  'pettine'  e  'tetta  di  vacca'. 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  20 


291)  Nigi'ci, 

Il  Diez  riferisce  rebbio  al  ted.  riffel  =  at.  *ripil,  'pettine  con 
(lenti  di  ferro',  ingl.  ripple  'flax-coml)',  'diliscatojo'. 

36. —  can.  rèpja,  pieni.  rìXpja,  'ruga,  grinza'. 

VB.  réppa,  monf.  ripja,  viver,  rapja  (=  5'6'/5-),  collo  stesso  si- 
gnificato. Il  VB.  reppa  significa  anche  il  'ciglio  o  rialzo  della 
strada'.  Derivati:  can,  repi,  pieni,  vb.  rilpi,  'rugoso'.  Queste  voci 
vanno  manifestamente  coi  ted.  rippen  'scanalare',  aat.  rumpfen 
'raggrinzare',  rumpfunga  'ruga',  ingl.  ripple^  rimple,  'corru- 
gare, increspare'. 

Per  la  diversità  della  vocal  radicale,  si  debbono  spiegar  di- 
versamente i  geii.  trent.  rappa ,  lomb.  rapa,  monf.  rapejra, 
'ruga,  grinza',  e  il  tose,  rappa  'crepacela  alla  piegatura  del 
gai'retto',  che  Diez,  s,  rappare,  connette  coi  mat.  e  neerl.  rappe 
'tigna,  crosta', 

37. —  VB.  saramun  'rimprovero'. 

E  sermone,  con  un'epentesi  abbastanza  singolare,  che  si  ri- 
pete nel  bologn.  garaocll,  citato  al  ii.''  46.  Per  il  significato  di 
'riprensione',  vanno  qui  in  ispecie  ricordati  i  frnc,  sermon  sei'- 
rnonncr,  senza  dire  dello  sp.  se)'monar,  venez.  sermon;  ecc. 

38. —  ferr.  sbargar  'squarciare'. 

È  metatesi  di  sgarbar,  che  procede  dalla  rad.  germ.  e  greco- 
lat.  skarp  'tagliare',  donde  l'ingl.  scrap  'squarcio  di  stofi'a, 
brandello',  ecc.,  Arch.  XIV  287.  Cf.  pieni,  ^'^ar^e// 'squarcio '; 
boi.  sgarbelld  'scorticare',  ecc. 

39. —  agen.  xboir  (leg.  s'boir)  'sbigottire'. 

Il  vocabolo ,  citato  dal  Parodi ,  Arch,  XV  74 ,  è  dato  come 
d'etimo  incerto.  Risponde  in  realtà  all'equivalente  pieni,  s'bòjì, 
da  sbòj  'sgomento',  che  è  spiegato,  in  Arch.  XV  124,  come  pro- 
veniente da  bull  ir  e. 

40. —  vs.  skatar,  piera.  s'gatè,  can.  s'gatar,  'razzolare'. 

Si  postula  per  queste  voci  una  base  *excaptare,'  mentre  i 
coni,  scazar,  posch.  scazza,  e  il  frequent.  vtell.  scazegà,  d'iden- 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  IV.  297 

tico  significato,  vorrebbero  *excaptiare.  In  vb.  il  part.  sgatjd, 
*excapticatu,  ha  il  senso  di  'arruffato'. 

41. —  piem.  stèrmé,  quej.  estreìnar  ecc., 
'nascondere,  rinchiudere,  mettere  al  sicuro'. 

Si  aggiungano  gli  equivalenti:  can.  stèrmar,  ment.  streind, 
gin.  ètramer,  albv.  etramà,  lion.  èlrèmó.  Questi  verbi  postulano 
come  base  un  *extremare  da  extrè.mu,  Kòrting  3060.  In  piem. 
c'è  anche  il  nome  slrèm  'ripostiglio'. 

42. —  VA.  terrere,  terrire,  vb.  trera,  'ereditiera'. 

I  vocaboli  valdostani  e  valbrossese  rispondono  etimologicamente 
a  *t errarla  da  terra,  quasi  'terriera',  e  dicono  una  ragazza 
nubile,  che  ha  ereditato  o  deve  apparentemente  ereditare  beni 
stabili. 

43. —  can.  tracnr  'pevera'. 

Col  vocabolo  canavesano  concorda  il  sopraselv.  tracliuoir  (Conr. 
targicir);  e  non  possono  essere  diversi  d'origine  gli  aven.  tor- 
iore,  ver.  tortor,  trent.  tartor,  benché  quest'ultimo  indichi  1'' im- 
buto da  salami',  mentre  le  altre  forme  significano  la  'pévera'. 
Il  ven.  tvaturo  si  usa  ad  indicare  una  specie  di  'rete  a  foggia 
d'imbuto'.  Hanno  il  significato  ora  di  'pevera',  ora  d''imbottatojo' 
o  d' 'imbuto',  ora  di  tutti  questi  arnesi,  i  diminutivi:  bl.  di  Ver- 
celli (Due.  Carp.)  tr actarolius,  viver,  turcaì'él,  valses.  Por- 
caro', gen.  turtajò\  bresc.  iortarol,  borm.  irigiarol,  prov.  nizz. 
iourieiroù  tourtairoù  ^ 

Lo  Schneller  fa  provenire  il  trent.  iorlov  dall' aat.  Irahtari , 
ted.  trachter.  Ma  il  Kluge  osserva  con  ragione  che  in  generale 
i  vocaboli  germanici  relativi  alla  vinificazione  procedono  dalle 
regioni  romanze  vinicole,  e  fa  appunto  risalire  trahtari  ad  un 
miai  tractarius,  formatosi  sul  lat.  trajectórium.  Questa  base 
tra[j  ejctorium  era  già  stata  data  dall'Ascoli  alle  forme  la- 
dine, Arch.  I  87  n,  106.  11  Mussafia,  per  le  stesse   forme  e  per 


*  Nell'Etym.  wrtb.  del  Kluge,  s.  tricliter,  .sono   pure    citati   il  vallone  e 
vogese  trefoè,  l'armor.  frezer,  e  un  alto-it,  turtois^  a  me  ignoto. 


298  Nigra, 

le  italiche,  pensava  invece  a  tract-  da  trahere.  Ma  l'ipotesi 
dell'Ascoli  sarà  pure  la  più  probabile,  essendo  essa  fondata  so- 
pra una  maggiore  congruità  di  senso  e  sull'esistenza  storica  del 
lat.  trajectorium.  Quanto  alla  sincope,  il  Kluge  la  giustifica 
con  esempj  germanici,  che  valgono  anche  per  le  forme  neolatine, 
come  sono  Utrecht  Ultrajectum,  Maestricht  Mosae-tra- 
j  ectum. 

[1  can.  tracùr  risponde  normalmente  a  *tractdi'e  da  trajec- 
tóre,  col  e  =  et,  che  è  pure  nel  valses.  torcaro  e  nel  viver. 
iaróarél,  rispondenti  entrambi  a  '^tractariòlo  (cf.  ancora  per 
e  =  et,  piem.  can.  lacett  'animelle',  can.  lacila,  valses.  lacciucfa 
'lattuga',  valses.  teca  'tetto',  viver.  /acor?/a  -  *facto  ri  a,  peca 
'pettine',  lacc  'latte,  ecc.).  Le  deformazioni,  a  cui  andarono  sog- 
gette parecchie  di  queste  forme,  poterono  essere  provocate  dalla 
connessione  logica  tra  lo  stromento  per  imbottare  e  la  'torchia- 
tura' delle  uve. 

44. —  ferr.  ttmddl  'soglia'. 

Sta  per  li/nitar-e,  Il  l  è  passato  all'articolo;  e  il  primo  /,  atono 
com'era,  si  cangiò  facilmente  in  u  per  il  seguente  suono  labiale; 
cfr.  nel  can.,  pur  nella  tonica,  Uhni  limite  'spazio  erboso  tra 
due  campi,  o  filari'.  11  l  finale,  invoce  del  r  di  limitare,  si 
<lovrà  attribuire  all'influsso  della  frequente  terminazione  in  -àl^ 
come  in  clidàl  cenciài  casal  fvantàl  giazzòl  gvembiàl  ecc. 

45. —  piem.  can.  vulba  'regione'  tratto  di  paese'. 

Sarebbe  un  bel  cimelio  se  risale  al  lat.  valva  'vano  di  porta 
o  finestra  sulla  campagna',  e  quindi  figuratamente  il  tratto  di 
paese  che  si  scorge  da  quell'apertura.  Plinio,  5  ep.  6  :  «  Tricli- 
nium  valvis  xj^stum  desinentem,  et  protinus  pratum  multumque 
ruris  videt  fenestris.  »  EYitruvio:  «  Triclinia  habeant  dextra  ac 
sinistra  lumina  fenestrarum  valvata,  uti  viridia  de  tectis  per  spa- 
tia  fenestrarum  prospiciantur.  » 

46. —  viver,  vurpell  d'ùa  'grappolo  d'uva'. 

E  un  bell'esempio  di  (jr-  in  ur-,  non  essendovi  dubbio  che 
varpell  equivale  a  *grapell,  come  è  anche  comprovato  dal  bo- 


Note  otimolog-iclie  e  lessicali.  -  IV'.  209 

logli,  e  romagn.  garavell  'racimolo'.  Il  dimin.  viver.  varplaU 
significa  pure  'racimolo'. 

47. —  it.  vetta  'pèrtica,  bacchetta;  cima'; 
ferr.  v  elida  sv  etiti  a  'bastonata'. 

L'it.  vetta,  col  significato  indicato  qui  sopra,  risale  al  lat. 
vectis  'spranga,  leva',  col  passaggio  non  insolito  alla  1.^  de- 
clinazione. Il  significato  originario,  come  si  scorge  nel  riflesso 
italiano,  dovette  esser  quello  di  'ramo',  per  cui  si  spiega  quello, 
certamente  posteriore,  di  'cima'. 

La  forma  diminutiva  è  nel  ferr.  vétida,  e  con  .9  intensivo  své- 
iula,  'bastonata',  dove  è  notevole  il  passaggio  dal  significato  dello 
strumento  a  quello  df^l  colpo  dato  con  esso,  come  p.  e.  in  pugno^ 
che  ha  pure  i  due  significati. 

L'it.  Detta  'benda'  risale  invece  notoriamente  a  vitta  (v.  Ivir- 
ting  8788). 

48, —  it.  dial.  viola  zoppa  'mammola'. 

La  mammola  è  detta  tnola  zoppa  a  Roma,  nelle  Marche,  a 
Mantova  (Cherubini),  zopa  a  Bologna  e  in  Romagna,  sopa  a 
Brescia,  zoppina  o  zoppinna  in  Lombardia,  zota  nel  veneto  (cf. 
ven.  zoto  'zoppo',  can.  sòta  'chioccia',  cioè  'zoppa').  Questo  at- 
tributo di  'zoppa',  dato  alla  mammola  nell'alta  Italia,  e  nel  Friuli 
anche  alla  viola  tricolore,  riòle  zuète  (Pirona),  è  dovuto  alla 
gamba  storta  e  alla  corolla  piegata  della  viola.  È  espressa  que?;ta 
particolarità  anche  in  altri  nomi  popolari  della  mammola:  mil. 
viòr  genoggin  pi.,  cioè  'viole  storte',  nella  Francia  merid.:  Lot 
contorto,  ling.  coUorto,  ^ co\ìo-iovto\  Aveyron  contorto,  ling.  cap- 
torto  'capo-torto',  svizz.  rom.  iorcou  'torcicollo  ',  che  sono  da  ve- 
dersi, con  altri  simili,  nella  'Flore  populaire'  di  E.  Rolland,  II 
162.  E  così,  non  la  soavità  del  profumo,  ma  il  gambo  storto  diede 
alla  violetta  il  suo  nomignolo  popolare  in  tanti  luoghi.  Ma  in 
altri  ebbe  in  compenso  nomi  più  graziosi,  come  il  toscano  màm- 
mola quasi  'mammina',  e  il  veneziano  piitina  'bambina'. 


300  Nigra, 

49. —  Appendice    toponomastica. 

a. —  Il  nome  di  fiume:  Dora. 

Il  nome  delle  due  Dorè  ci  fu  conservato  dagli  scrittori  greci 
e  latini  con  due  grafie  diverse.  Strabene  scrisse  JovQÓag,  e  cos'i 
Plinio  Durias  duas,  con  ov  u.  Ma  Tolomeo  ha  nò  JoQtq.  no- 
raf.io),  Tov  JoQÓa  TToraf-iov,  con  ò.  GÌ'  idiomi  neolatini  danno,  nei 
loro  riflessi,  ragione  a  Tolomeo.  Senza  parlare  dell' it.  Dora  e 
del  fr.  Doire,  die  possono  parere  infidi ,  i  riflessi  locali  postu- 
lano un  0  tonico  breve:  piem.  Dojra,  va.  Dgwere  Dgwire]  coi 
quali  si  possono  comparare  i  riflessi  di  t'orla  'dissenteria':  pieni. 
sfojra,  VA.  fw(^re  fwire.  Il  can.  Dora  risponde  ad  un  tema 
*D  o  r  a. 

h. —  can.  Filja. 

È  il  nome  d'una  frazione  del  comune  di  Castellamonte,  cui 
sovrastano  i  due  monti  detti  Le  Filje  {La  Filja  granda  e  la 
F.  cita,  la  grande  e  la  piccola  F.),  situati  nella  regione  di  Villa- 
Castelnuovo.  Filja  risale  a  ^filica  (cfr.  can.  manja  manica, 
milja  melja  melica,  ecc.)  =  filix,  v.  Ardi.  X  91  sgg. ;  e  sarà 
una  buona  aggiunta  all'articolo  'Filix',  nei  'Nomi  locali  deriv. 
dal  nome  delle  piante',  dove  il  nostro  Flediia  ritrovava  il  pro- 
prio suo  casato. 

e. —  can,  piem.  Koì'nè,  vs.  Kornej. 

È  malamente  italianizzato  in  Caorgnè.  Il  Flecliia  'Di  alcune 
forme  de' nomi  locali  nell'Italia  superiore',  risale  a  Coronia- 
cus,  dal  nome  personale  Cordnius;  ma  la  spiegazione  è  senza 
dubbio  erronea  per  varie  ragioni,  e  segnatamente  perchè  la  ter- 
minazione -acu  esige  un  piem.  can.  -é  aperto,  com'è  in  Ajé -^ 
*Alliacu,  Loransé  ecc.  Ora  Ve  di  Kornè  è  chiuso;  sta  per  e/, 
com'  è  dimostrato  dalla  forma  corrispondente  valsoanina ,  e  ri- 
sponde ad  un  lat.  -è tu,  it.  -éio.  Perciò  Kornè  Ko'nej  debbono 
risalire  a  *cornietu  da  corneus  (cornus)  'corniolo',  ov- 
vero a  ^covnilétu  da  *cornulus  (cf.  Corniliacum  ni.  in  Hol- 
der  s.  -aco).  I  nomi  di  luogo  derivati  da  piante,  col  suffisso  -etu, 
sono   frequenti  in  Canavese,   e  basti  citare    i  seguenti:    Ktu-aej 


Noto  etimologiche  e  lessicali.  -  IV.  301 

*cornetu,  Kolrè  Kolrej  Ka-  Korrej,  vs.  Kolerej,  *coriletu, 
Frassmej,  Vernej  *vernet  u  da  verna  'ontano',  Praparej  *plop- 
puletu,  Bjuìej  '"betulletu,  Gurvej  da  gara  gurra  'vimine', 
Tàmlej  da  tilmell  'sorbo  corallino',  Bro-  Brunrej  da  bìnmva 
'larice',  vs.  Scinde  j  sali  ce  tu,  ecc. 

d. —  can.  Kwlnsné. 

Comune  sulla  destra  della  Dora  Baltea  a  circa  quindici  cliilom. 
al  nord  di  Ivrea.  Italianizzato  in  Quincinetlo.  Secondo  il  Flechia, 
la  pronunzia  locale  sarebbe  Quisnè,  senza  il  primo  n,  e  coll'^? 
chiuso,  rispondente  ad  -ètu;  epperció  questo  nome  sarebbe  raddu- 
cibile  a  quercinelo  da  quercus.  Il  Flechia  citò  come  termini  di 
comparazione  i  nomi  locali  francesi  Cìiesnai/  Chanaij  ecc.,  dal- 
l'afr.  chasne  'quercia'.  Ma  dopo  che  questa  spiegazione  era  stata 
pubblicata,  l'Ascoli  dimostrò  che  la  base  dei  fr.  chasne  chéne  è 
ben  diversa  da  quercus  (Arch.  XI  425).  Del  resto,  la  pronunzia 
locale  è  Koisné,  in  Ivrea  Kwlnsné,  e  in  vb.  lùoinpiné,  sempre 
coll'e  aperto,  che  risponde  alla  terminazione  -àcu. 

Quale  sarà  dunque,  esclusa  quella  proposta  del  Flechia,  l'ori- 
gine di  questo  nome?  L'Ascoli  mi  ricorda  molto  opportunamente 
il  nome  pr.  latino  Quinti o  -onis,  donde  può  regolarmente  pro- 
venire il  ni.  Quintionacu  -  Kiohisné^.  Questa  etimologia  è  con- 
fermata dall'altro  nome  locale  can.  Kwinson  che  è  evidentemente 
un  riflesso  normale  di  *Quintiòn-iu  ^.  Sia  anche  ricordato  il 
ni.   Qnlnsonas  (Francia  meridionale). 


^  Già  il  Bertolotti  (Passeggiate  nel  Caiiavose),  con  ragionata  divinazione, 
risaliva  a  ^Qidncinacco;  e  giova,  per  varj  particolari,  ch'egli  sia  qui  citato 
con  qualche  larghezza.  Dice  dunque  (V  53):  «  Qiiincinetto  ebbe  nel  suo 
«nome  corruzione  moderna,  poiché  in   origine  doveva  aver  nome  Quinci- 

«  nacco  0  Qiiincinasco Il  dialetto  rammenta  meglio  il  primitivo  nome 

«nel  Quinsnò,  come   di  Drusacco  fa  Druse  e  di  Lugnacco  Lugnè Lo 

«poche  memorie,  che  n'abbiamo,  risalgono  solamente  al  sec.  XIII,  nomi- 
«  nano  Cast  rum  Quingenati,  appartenente  alla  chiesa  d'Ivrea.»  Rife- 
risce egli  poi  (ib.  54)  una  lettera  del  De  Morales,  governatore  d'Ivrea, 
aprilo  1553,  in  cui  è  scritto:  'A  quest'ora  sono  giunti  duy  preggioni  ch'ho 
mandato  pigliar  in  Quincenalto  liiocho  di  là  di  la  Dora'. 

^  [V.  Quintio  -onis  già  nel  vecchio  Porcellini.  —  D'Arbois  de  Jubain- 
viT.i.E,  Recherches  sur  l'origine  de  la  propriété  fondere  etc,  p.  516  :  «  *Q  u i  n  e- 


302  Nigra,  Note  etimologiche  e  lessicali.  -  1  V. 

e.  —  can.  L'ime. 

Italianizzato  in  Liignacco:  È  riferito  dal  Flecliia  (1.  e.)  a  un 
tema  *Lusiniricum  da  Lusinius  n.  pr.  di  persona.  Ma  Lusi- 
niacura  avrebbe  dato  in  piem.  e  can.  *Lils'né.  Siccome  il  lat. 
Julius  'mese  di  luglio'  s'è  riflesso,  per  dissimilazione,  nel  piem. 
can.  Lùn,  co.sì  è  pur  probabile  che  Lime  risponda  a  Juliacu, 
avvertito  dall'Ascoli  che  sono  ormai  trent'anni  (Ist.  Lomb.,  ren- 
dic.  1870,  p.  162)  e  ora  registrato  dall'Holder  s.  -aco. 

/". —  alto-can.    Vistr-ur. 

Vistrur  è  un  comune  di  appena  1000  abitanti,  capo-luogo  di 
mandamento  nel  circondario  d'Ivrea,  situato  nella  valle  di  Kì 
(vallis  Clivi  o  divina),  contigua  alla  valle  di  Chiusella  o  di 
Brosso.  11  nome  di  questo  villaggio  nelle  carte  medioevali  è  Yi- 
cus  subterior,  e  fu  cosi  detto  per  distinguerlo  da  Vico  in  Yal- 
Chiusella,  che  nelle  stesse  carte  è  detto  Vicus  superior.  Da 
Yico  subteriore  proviene  il  vernacolo  Vistrur^  malamente  ita- 
lianizzato in   Visirorio. 


tio,  -onis  est  le  noin  antique  dont  un  diminutif  nous  est  offert  par  un 
teste  de  la  fin  du  onzième  siede:  à  Tablatif  Quincioneto  [Guérard,  Cartu- 
laire  de  Saint- Victor  de  Marseille,  t.  I,  p.  388].  Le  nom  de  Quinson  (Bas- 
ses-Alpes)  a  la  unìme  origine.  On  a  parie  du  gentilice  Quinctius  p.  155- 
156,  ;i  propos  du  d'H-ivó  QHÌn'iaciis»J\ 


Aggiunte. 

Al  num.   14:  va.  <t'am&ó'5se  '  collana  del  campano'. 

Al  num.  21:  va.  faribolà  'gala  della  camicia;  (Verrayes)  falopeù,  quasi 
''faloppino,  aggiunto  di  j)  y  'pelo',  'peluria,  lanugine'. 
Al  num.  26:  aven,  cìierebi::o,  sic.  scliiribizzo. 

CORUEZIO.NI. 

Pag.  279,  lin.  28  :  velses.  leggasi  valses. 
»  293  »  17:  branche  »  brache 
»     281      »       5:  (piella  »       quello 


INTORNO  AI  CONTINUATORI  NEOLATINI 
DEL  LAT.  1PSU-. 


a.  I.  A. 


Questa  è  veramente  un'indagine  piuttosto  frammentaria,  che  doveva  es- 
ser compendiata  in  una  Nota  a  cui  m'invitava  il  passo  concernente  Tip  se, 
in  funzione  d'articolo,  nel  'bassolatino',  presso  il  De  Bartholomaeis,  a  p.  2G7 
del  presente  volume.  Ma  la  Nota,  per  quanto  io  mi  sforzassi  a  contenerla 
in  modesti  confini,  diventava  così  lunga  da  produrre  una  deformità  tipo- 
grafica. Ora  mi  provo  a  farla  stare  da  .so,  e  m'auguro  che  altri  la  continui 
o  forse  la  migliori. 

Rappresento,  in  queste  riglie,  per  'khv-epsu,  o  'hlm-L'ssn ,  la  combi- 
nazione pronominale  neolatina,  contenente  Tip  su-,  parallela  alle  altre  due 
che  andrebbero  conseguentemente  rappresentate  per  'hha-dlu  e  'kJcn- 
estu.  Pongo  'kkii-  per  evitare  ogni  dibattito  preliminare  circa  il  fonda- 
mento latino  del  primo  elemento  di  queste  combinazioni,  per  il  quale  c'i" 
ora  competizione  tra  eccu  e  atque;  ma  a  suo  luogo  ritorno  a  quest'ar- 
gomento, per  una  considerazione  che  mi  pare  di  qualche  utilità.  E  scrivo 
'ssii  {'su)  la  forma  aferetica  e  proclitica,  a  cui  si  riduce  il  semplice  ipsu-. 
Nel  porre,  come  tipi,  'kku-essu  od  essu,  non  mi  fermo  sempre  a  distin- 
guere dove  il  riflesso  neolatino  risalga  al  nominativo  anzicln''  all'obliquo. 

Poiché  innegabilmente  ipsu-  si  riduce  a  funzione  d'articolo  in 
Sardegna  e  nei  lidi  occidentali  del  Mediterraneo  [sit  ecc.),  cosi 
come  alla  stessa  funzione  s'è  ridotto  ille  illu  nel  resto  del 
mondo  neolatino,  può  parere  che  sia  detta  ogni  cosa  quando  s'af- 
fermi senz'altro  che  se  ille  ecc.,  cioè  ^quello',  ha  perduto  una 
parte  notevole  del  suo  contenuto  ideale  riducendosi  a  codesta 
funzione,  ipsu-,  cioè  'egli  stesso',  ve  ne  ha  perduta  una  molto 
più  notevole  ancora.  Questa  affermazione,  però,  altro  non  è  che 
il  semplice  riconoscimento  di  un  esito  patente,  non  già  una  di- 
chiarazione comunque  argomentata.  E  i  riferimenti  al  bassola- 
tino credo  che  si  risolvano,  a  veder  bene,  in  una  specie  di  pe- 
tizione di  principio. 


304  Ascoli, 

I  continuatori  di  ipsii-  sono  stati  alquanto  trascurati  dall'in- 
dagine comparativa,  cosi  sotto  il  rispetto  della  diffusione  e  della 
distribuzione  che  loro  son  proprie,  come  sotto  quello  dei  signi- 
ticati  che  hanno  assunto.  Eppure,  se  io  vedo  bene,  quest'è  un 
soggetto  che  doveva  stimolare  in  particolar  modo  l'esercizio  dei 
metodi  rigorosi. 

Per  quello  che  è  della  diffusione  di  'kkic-essu,  si  resta  at- 
toniti al  sentir  dire  da  Meyer-Lùbke,  II  596,  come  sia  notevole 
che  la  combinazione  ' hliu-essu  non  si  trovi  attestata  se  non 
dalla  Sardegna.  A  questa  strana  affermazione  deve  avere  in  gran 
parte  contribuito  il  non  felice  pensiero  di  questo  cosi  valoroso 
romanista  circa  la  genesi  dello  spagn.  ese,  che  egli  imagina  svi- 
lupparsi da  es  a  cui  nell'ani  sp.  si  riducesse,  dinanzi  a  conso- 
nante, l'e*^^  =  iste  (I  385  522)^.  Trascorre  egli  perciò  (II  595) 
a  mandar  senz'altro  sotto  iste,  oltre  che  lo  sp.  ese,  anche  il 
port,  esse;  e  nella  mente  sua  lo  sp.  aqiiese,  port.  aquesse,  sta- 
ranno come  rappresentanti  di  'kkiiestu,  anziché  di  'kkuepsu, 
alla  qual  base  pur  sicuramente  spettano,  anche  per  la  insupe- 
rabile testimonianza  delle  significazioni,  secondo  che  tosfo  ve- 
diamo^. Pure  il  catalano  ha  il  riflesso  di  'khuepsa  [aqiteix  = 


*  Bisognerebbe,  oltre  il  resto,  esaminar  bene,  in  ispecie  secondo  il  criterio 
del  significato,  so  e  dove  Ves  piuttosto  non  sia  una  riduzione  di  ese,  anzi- 
ché di  esl.  Apro  a  caso  la  Lingua  e  Letteratura  spagnuola  del  Gorra,  e  vi 
leggo:  'grand  es  el  gozo  que  va  per  es  logar;  dos  rreyes  de  moros  ma- 
taron  en  es  alcanz'  (p.  19tì;  Poema  del  Cid),  dove  tutt'e  due  gli  e-f  (uno 
dinanzi  a  consonante,  l'altro  dinanzi  a  vocale),  s'avranno  a  tradurre  ben 
Itiuttosto  per  'codesto'  che  non  per  'questo';  e  sicuramente  ò  'codesto' 
Vaques  di  'en  aques  dia,  a  la  puent  de  Arlancjon,  ijiento  e  quinze  caualle- 
ros  todos  iuntados  son'  (p.  191;  stesso  testo).  P.  Foerster,  Span.  sprachl. 
§  406,  pone  aques,  giustamento,  come  io  presumo,  sotto  aqicese. 

^  Curioso  che  il  Diez,  gr.  11'^  449,  anch'egli  non  vedesse,  cosa  abbastanza 
naturale  a'  suoi  tempi,  se  non  un  solo  riflesso  di  occu'ipse,  ma  questo 
appunto  fosse  lo  sp.  aquese.  —  Il  M-L.  ha  per  sé  l'ant.  sp.  exe  (eje),  che 
gli  vale  come  il  solo  rappresentante  legittimo  di  ipso,  di  contro  all'e.^t; 
ch'egli  dichiara  noi  modo  che  s'è  qui  ricordato.  E  al  a- =  ps  di  yeso  gip  su, 
port.  gesso,  tenta  egli  di  dare  uno  special  motivo.  Altra  antica  forma  spa- 
gnuola di  ipse  é  però  notoriamente  esse  ecc.  Non  mi  fermo  aWeiso  della 
glossa  per  sihi  cl-eiso,  di  cui  v.  Priobscli  in  Zoitschr.  XIX  2'A,  perdio  si  può 


1  continuatori  dui  latino  i  p  s  u-.  305 

ake's)]  e  cosi  dunque  questa  combinazione  risulta  estesa  a  tutta 
la  penisola  iberica. 

Ugualmente  è  riflessa  la  combinazione  'khu-epsu  per  tutta 
l'Italia  insulare:  Corsica  {hiiessit),  Sardegna  in  tutti  e  tre  i  dia- 
letti (log.  e  cagl.  hussK,  gali,  lussa;  Guarnerio,  Ardi.  XIV  193), 
e  Sicilia.  E  passando  al  continente  italiano,  essa  ancora  si  estende 
a  tutti  quanti  i  dialetti  che  si  soglion  dire  meridionali.  Si  spinge 
ancora,  oltre  gli  Abruzzi,  nel  territorio  ch'era  degli  Stati  ponti- 
fici, e  qui  basti  notare:  quissu,  quésse  bbisacce,  che  raccolgo  da 
testi  reatini^.  Di  codesti  riflessi  di  'khu-epsu  nel  continente  ita- 
liano, s'è  occupato  per  bene  quest' 'Archivio';  e  parecchi  ne  fu- 
rono recentemente  raccolti,  come  per  incidenza,  in  uno  studio 
complessivo  e  di  molto  momento^,  tutti  noti  all' 'Archivio'  o  da 
esso  provenienti:  l'abruzzese,  il  campobassano,  il  barese,  l'arpi- 
nate,  l'alatrino. 

Ora,  si  badi  bene.  La  combinazione  'kku-epsa  (cioè  l'esito 
'kku-essu)  ha  sempre  accanto  a  sé  la  combinazione  likit-estu. 


vedervi  un  ese  e  perciò  cosa  non  diversa  ààW exe.  Ma,  insomma,  clii  vorrà 
mai  disgiungere,  a  parlar  per  via  d'esempj,  il  port.  aquesse  dal  catal.  aqueix\ 
Circa  la  duplice  continuazione  di  ipsu  nei  filoni  catalani  {xo  e  so),  altro  in 
(juesto  momento  non  m'  è  dato  se  non  di  riferirmi  al  Grundr.  I  G82  n. 

^  B.  Campanelli,  Fonetica  del  dialetto  reatino,  Torino  1890,  p.  172  178. 
Nello  stesso  libro,  p.  122,  parlandosi  dei  'pronomi  e  avverbj  dimostrativi': 
<<  In  qualche  paese  sabino  si  dice  anche:  pé  qquesto,  pé  qquésso,  pé  qquéllo.  » 
Par  di  sentire  il  ppeccìiissii  di  Calabria  (v.  per  es.  :  Fr.  Limarzi,  Il  Para- 
diso di  Dante  AUighieri,  vera,  in  dial.  calabrese,  Castellaniare  1874,  pp.  50 
56  ecc.).  E  siamo  alla  distanza  longitudinale  di  raezz'Italia.  —  Qui  del  resto 
mi  giova  dire,  che  io  punto  non  mi  fido  di  un  forlivese  cus  'questo',  che 
il  Mussafia,  Roraagn.  mundart,  §  256  n,  pone  in  rilievo,  e  non  può  venirgli 
se  non  dalla  Parabola  presso  il  Biondelli ,  229.  Confesso  anzi  di  credere, 
che  si  tratti  di  una  singolare  illusione,  e  s'abbia  a  leggere  (in  luogo  di 
e  cus  aruiané):  e  u  s'  armane  'ed  egli  si  rimase'.  —  E  ancora,  poiché  siamo 
tra  gli  Emiliani,  mi  fo  lecito  qui  annotare,  che  il  substrato  is  te-i  Ile,  av- 
vertito dal  Mussafia  nel  faentino,  ritorna  pur  nella  Parabola  comacchiese: 
stel  mie  fiól,  stel  vòster  fiòl,  stel  tue  (radei,  nei  quali  esempj  gli  sussegue 
sempre  il  possessivo.  Il  Gaudenzi  (Suoni,  forme  e  parole  dell'od.  dial.  della 
città  di  Bologna,  pag.  73)  avverte,  che  nell'odierno  bolognese  il  plur.  di 
sta^  ista,  'può  suonare  anche  stel  da  istae  illae'. 

^  Gust.  Rydberg,  Znr  geschichte  des  franzòsischen  9,  Il  2,  Upsala  1898, 
p.  321-2. 


306  Ascoli, 

Ciò  doveva  già  bastare  a  dissuadere  ogni  tentativo,  vecchio  o 
nuovo,  di  ricavar  V-essu  daW-estii.  Ma  s'aggiunge  ancora  la  dif- 
ferenza del  significato.  La  combinazione  'kkti-epsu,  che  va 
per  tanta  parte  della  romanità,  dall'Adriatico  cen- 
trale all'Atlantico,  ha  un  significato  diverso  da  'kkn- 
estu)  ha  sempre  quella  funzione  che  dicono  di  dimo- 
strativo 'di  seconda  persona',  cioè  di  'codesto' ^  Ne 
viene,  che,  senza  il  soccorso  di  alcuna  ulteriore  erudizione,  l'au- 
torità storica  abbia  ad  affermar  sicuramente  che  il  latino 
volgare  dicesse  ' kku-epsii  (*kkuessu)  per  significare 
'codesto',  cioè  per  una  significazione  assai  rimota 
dalla  classica  di  'ipsu-'.  Cercare  se  nelle  più  antiche  fonti 
neolatine  (o  nelle  bassolatine)  s'abbia  la  diretta  prova  dell'anti- 
chità di  questa  tanto  grande  estensione  territoriale  della  nostra 
formola  e  del  suo  particolar  significato,  non  è  di  certo  cosa  super- 
flua; ma  è  d'altronde  cosa  naturale  e  indefettibile  che  nel  caso 
nostro  s'abbia  a  trovare  quello  che  si  cerca.  Così,  per  offrir  qui 
sùbito  alcuni  dati:  et  lassi  quisso  deii,  nella  leggenda  di  S.  Ca- 
terina, in  ant.  dial.  meridionale  (abruzzese),  ed.  Mussafia,  v.  1494, 
'e  lasci  codesto  [tuo]  Dio';  cfr,  ant.  sic.  quissu  in  'Quaedam  pro- 
fetia'  str.  30,  e  più  esempj  in  Cielo  d'Ale;  le  antiche  forme 
sarde  che  i)iù  in  là  incontriamo;  ant.  catal.  aquexa  era  la 
amor?  'era  egli   codesto    il    [vostro]    amore?',    Sette   Savj    ed. 


*  Cosi  è  tradotto  il  riflesso  di  'khn-r psu  ('kku-Gssu)  da  tutti  i  dialet- 
tologi dell'Italia  meridionale;  e  la  lettura  dei  testi  e  la  conversazione  coi 
nativi  comprovano  in  modo  assoluto  la  giustezza  di  questa  traduzione.  E 
non  è  diversa  la  evidenza  per  la  parte  iberica  del  territorio  del  'kku-essv.. 
Ai  Tedeschi  non  è  sempre  facile  afferrare  il  concetto  di  'codesto',  perchè 
manca  al  loro  proprio  linguaggio  un  'dimostrativo  di  seconda  persona'; 
e  'codesto'  troppo  facilmente  per  loro  si  confonde  con  'questo'  (dieser)  o 
trapassa  a  'quello'  (jener).  Felice  abbastanza  la  traduzione  che  assegna 
P.  Foerster  (Span.  sprachl.,  1.  e.)  allo  sp.  aquese:  'jener  da',  in  confronto  di 
aqueste:  'dieser  hier'.  —  Lo  stosso  è  da  dire  pel  riflesso  di  'ssu  nei  dia- 
letti dell'Italia  meridionale  (v.  più  in  là);  dove  piace  vedere  il  contrasto 
tra  ^ssii  e  'stu  in  esempj  come  questo;  e  ttu  che  stjìe  a  ^ssa  vali' ejji  ''a  'sin 
mónde,  se  mme  vul'isce  hbène,  men) sc-i-ammònde  'e  tu  che  stai  a  codesta 
valle  e  io  a  questo  monte,  se  mi  volessi  bene,  verresti  quassù'  (Finamore, 
Vocabol.  abruzz  ,   l-'^SO,   p.  277). 


I  continuatori  del  latino  i  p  s  u-.  307 

Muss.,  V.  14'^1  ;  dove  circa  lo  spagnuolo  e  il  portoghese  qui 
l)asta  (lire  che  appunto  aquese  aquesse  (come  del  resto  pure 
(/queste)  è  voce  'arcaica'^. 

Lungo  il  territorio  del  continente  italiano  in  cui  vige  'kku- 
epsii^  s'avverte  insieme  un'altra  combinazione  in  cui  Tip  su  ci 
rioffre  la  medesima  vicenda  semasiologica.  È  la  combinazione 
en+'ssu,  ovveramente,  con  l'accento  sulla  prima,  en  +  'ss'+hoc 
{e<só),  in  funzione,  di  'avverbio  dimostrativo  di  seconda  persona': 
«  colà,  costà  »  ^. 


*  Circa  la  precisa  latitudine  settentrionale  a  cui  s'arrivi  nel  continente 
italiano  cogli  antichi  riflessi  dialettali  di  'kku-essu,  avremo  luce  sicu- 
ramente dalle  illustrazioni  di  cui  Ernesto  Monaci  ornerà  tra  non  molto  la 
sua  Crestomazia  italiana  dei  primi  secoli. 

~  Il  Rydberg,  1.  e,  321,  ammette  giustamente  che  l'Italia  abbia  dei 
riflessi  di  en  ipse.  Ma  li  suppone  'pronominali',  e  sono  all'incontro 
esclamativi  e  avverbiali.  E  i  suoi  esempj  son  questi:  teram.  nesso  e 
(;ampobass.  je^se.  Ora,  nesse  non  può  essere  se  non  un  errore,  di 
stampa  o  di  penna,  per  V hesse  del  Savini,  che  vai  semplicemente 
'esso',  ed  è  lo  schietto  ipsu.  Il  campob.  Jf_'S5e,  che  veramente  qui 
spetta,  vale  poi  non  altro  che  'eccoti'.  Nel  'Vocabolario  dell'uso  abruz- 
zese' (sec.  ediz.),  il  Finamore  dà  nitidamente:  esse  'esso',  allato  ad 
'^sse  'ecco'  e  'costà'.  Nelle  'Tradizioni  popolari  abruzzesi'  dello 
stesso  Finamore,  I,  ii  (1885),  p.  8:!:  esso  éndru,  costà  dentro.  La 
presenza  dell' en  è  attestata  dal  riflesso  che  spetta  all'è;  e  il  D'Ovi- 
dio, non  citato  dal  Rjdberg,  è  stato  il  primo,  per  quanto  io  sappia, 
ad  atfermaré  V  ea-'ssu,  Arch.  IV  150,  Grundr.  I  506  n;  aftermazione  che 
altri  poi  hanno  trascurato,  —  S'abbiano  ancora  l'abruzz.  (casal.)  pc 
j'^sse  'per  costà',  De  Lollis,  XII  15  n;  l'arp.  Jesse  'là'  (con  la  dichia- 
razione dell' e),  Parodi  XIII:302n;  e  il  reat.  psso  'costì'.  Campanelli 
o.  e.  121.  —  Se  poi  il  Rydberg,  ib.,  fa  qualche  riserva  circa  le  con- 
tinuazioni, parallele  ad  en-ssu,  che  s'abbiano  da  en-ille,  si  direbbe 
ciie  egli  si  torni  a  confondere  in  singoiar  modo,  poiché  manifesta- 
mente e  sicuramente  l'ellu-  (en  illum)  pronominale  del  latino  ci  ri- 
torna nella  significazione  esclamativa  e  nell'applicazione  avverbiale 
neo-latina;  onde:  campob.  j'^lle  'ecco  li',  reat.  <dlo-lu  'eccolo  co- 
stà'; ecc.  (ma  lo  sp.  eio  'eccolo',  benché  pareggiato  ad  ellum  dal 
Diez,  va  lasciato  in  disparte).  —  Il  Campanelli,  nel  1.  e,  introducendo 
il  discorso  intorno  ai  'pronomi  e  avverbj  dimostrativi'  {istu  issu  illu; 


H')8  Ascoli, 

Ora,  come  sottrarsi  all'idea  che  il  motivo  della  mutata -lìignifl- 
cazione  di  ipsii-  risieda,  e  per  'kku-es su  e  per  en-^ssu,  nel- 
l'avverbio, d'ordine  dimostrativo,  col  quale  egli  veniva  a  com- 
porsi? Di  eccum  e  di  en  si  può  appunto  dire,  come  di  ecce, 
clie  valgano  esclamativamente  a  eccitar  l'attenzione  della  persona 
cui  si  parla  ^  La  riprova  storica  e  pratica  di  questa  azione  del- 


rsso  ecc.:  e  i  testi  aggiungono  qiiissn,  v.  s.),  dice:  'è  importante  trat- 
'  tare  a  parte  dei  pronomi  e  degli  avverbi  dimostrativi  del  dialetto 
'reatino,  perchè  sono  a  nostro  parere  poco  conosciuti,  quantunque 
'similissimi  e  quasi  identici  ai  corrispondenti  tiburtini 
'e  mar  eh  egiani'. 

'  Circa  la  questione,  se  il  primo  elemento  di  'hkn-cpsu  'hku-estti 
'kku-ellu,  sia  eccu-  o  atque,  gioverà  anzitutto  qui  avvertire,  che 
il  nostro  ragionamento  rimane  a  ogni  modo  imperturbato,  poiché 
r atque  non  può  essere  affermato  se  non  in  quanto  si  ammétta  e  si 
j)rovi  ch'egli  riuscisse  latinamente  al  significato  di  eccum.  Ma  una 
vera  prova  di  questa  significazione  non  mi  par  data  e  confesso  di 
non  credere  molto  probabile  che  si  possa  mai  dare.  La  mia  persua- 
sione è  per  ora,  ciie  eccum,  cosi  come  ecce,  in  condizione  procli- 
tica, patisse  l'aferesi  sin  da  antichi  tempi,  e  che  perciò,  in  fondo  alle 
voci  di  tutte  le  regioni  neolatine  (non  esclusa  la  Sardegna),  s'abbia 
realmente  'ccu-istu  'ccu-ipsu  'ccu-illu;  e  che  un'altra  parti- 
cola, d'ordine  congiuntivo  (a e,  et),  si  disposasse  anticamente  al  'e cu 
{ac-'cuistu  et-'cuistu  ecc.),  la  quale  in  alcune  regioni  si  mante- 
nesse, in  altre  no.  Vengo  cosi  ad  accostarmi,  in  qualche  parte,  a  un 
pensiero  del  Rydberg,  1.  e,  322.  Per  le  forme  sarde,  le  informazioni 
del  Meyer-Lùbke,  II  597,  erano  poi  troppo  scarse.  Ricordando  an- 
cora, che  sempre  si  tratta  di  elementi  in  proclisi  (e  perciò  Ve  di 
et,  a  cagion  d'esempio,  non  potrebbe  star  nelle  norme  di  un'e  tonica), 
rammemoro  per  la  Sardegna:  icussu  icustu,  negli  Statuti  sassaressi 
dei  1316,  accanto  ai  soliti  ecussu  ecusiu  del  medesimo  testo,  Guarne- 
rio  Arch.  XIII  100;  ai  quali  la  cortesia  dello  stesso  Guarnerio  ora 
m'aggiunge:  in  icussa,  docum.  del  1105,  Tola,  X,  n.  143,  p.  278.  Un 
Saggio  inedito  (di  G.  Campus)  intorno  al  dialetto  logudorese,  che  mi 
sopraggiunge  mentre  scrivo  questa  Nota  e  che  spéro  veder  pubbli- 
cato nell'Arch.  glottol.,  ha  un'annotazione  in  cui  è  detto  :  «  Negli  an- 
ticiii  documenti  [sardi]  troviamo  ekustu,  ikusti'.  ed  anche  akusùx , . . . 
cfr.  log.  aJikó  'eccum',  forse  *eccu-hoc.  » 


I  contiiinatori  del  latino  ipsu-.  309 

r avverbio,  che  è  il  primo  elemento  delle  combinazioni  qui  stu- 
diate, s'ha  nelle  combinazioni  nelle  quali  anche  istu  entra  nelle 
funzioni  'di  seconda  persona',  com'è  nell'ital.  costà  (eccu-ist'-hac), 
o  nell'ital.  cotesto  codesto  (eccu-tibi-istu). 

Un'obiezione,  che  può  qui  sorgere,  si  ridurrà,  in  ultima  ana- 
lisi, a  una  riprova  ulteriore  della  percezione  contro  cui  sarebbe 
diretta. 

L'ipse  ipsu-  isolato,  si  dirà,  ben  ricorre,  anche  per  l'am- 
pio territorio  del  'khic-epsu ,  quale  schietto  pronome  perso- 
sonale,  così  come  Vesso  della  lingua  italiana  (per  es.  nel  napol. 
issc,  sardo  isse  issu;  ecc.),  ed  è  allora  una  nitida  continuazione 
semasiologica  della  voce  classica  latina;  ma  l'ipse  ipsu-  isolato 
ci  rioffre  insieme,  per  molto  larga  parte  di  quel  territorio,  nella 
qualità  di  dimostrativo,  sia  nella  figura  integrale  e  sia  nell'afe- 
retica,  la  significazione  di  'codesto',  cioè  la  significazione  stessa 
dei  riflessi  del  composto  ' kku-ep^u. 

E  dal  canto  nostro  si  risponde,  che  ciò  e  vero  sicuramente  e 
vero  è  insieme  che  il  significato  di  'codesto'  anche  gli  si  viene 
via  via  attenuando ,  per  modo  da  rasentare  o  raggiungere  la 
mera  funzione  d'articolo,  come  appunto  qui  stiamo  per  ricordare 
o  mostrare.  Sennonché,  tal  funzione  del  semplice  ipsu-  appunto 
è  propria,  se  non  addirittura  esclusiva,  del  vastissimo  dominio 
del  'kliu-eps'U.  Riuscirà  più  che  rara,  o  quasi  enigmatica,  al- 
trove ^.  Ne  risulta  perciò  manifesta   una  particolar  connessione 


*  Esiste  veramente  un  filone  dialettale  in  cui  l'isolato  ipsu,  oltre  la  fun- 
zione di  pronome  personale  ('esso'),  ha  pur  quella  di  'codesto',  senza  che 
vi  si  veda  intervenire  la  combinazione  'kku-essic.  La  condizione  geografica 
di  codesto  filone  è  curiosa.  Giace  appiè  dell'Alpi,  ed  è  principalmente  raon- 
ferrino.  Nell'ordine  dialettologico  vi  è  insieme  notevole,  che  usi  il  riflesso 
dell'isolato  istu  in  luogo  di  quello  del  'kku-estu,  riflesso  dal  pieni,  kiist. 
Le  considerazioni,  che  espongo  nel  testo,  aggiunte  a  quest'ultima  osserva- 
zione, mi  rendono  assai  probabile  che  il  riflesso  del  'kkii-essn  pure  in 
codesto  filone  un  tempo  ci  sia  stato  e  nessun  monumento  più  cel  mostri. 
Gli  ò  come  se  nella  Spagna  più  non  risonasse  l'antiquato  aquese  e  ce  ne 
mancassero  le  testimonianze  letterarie,  —  Le  mie  notizie  intorno  alle  serie 
monferrine  non  sono,  del  resto,  abbastanza  copiose.  Ma  è  certo,  che  pure 


310  Ascoli, 

semasiologica  tra  'kku-epsa  (ed  e/i-ssii-)  e  il  semplice  epsit, 
in  quanto  questo  rappresenti  una  particolare  e  molto  ampia,  e 
perciò  non  moderna,  corrente  volgare.  La  significazione  del  com- 


in  questo  territorio  stanno,  l'una  accanto  all'altra,  la  prosapia  dell' ipsu, 
in  funzione  dimostrativa,  e  quella  dell' istu  (la  prima  ci  dà:  is  's,  issa  'sa, 
'•si;  la  seconda:  ist,  dinanzi  a  vocale  e  a  consonante,  ista  'sta,  isg  *ist-j, 
'st.i,  iste).  Potrà  la  significazione  dimostrativa  del  riflesso  di  ipsu  non  esser 
sempre  abbastanza  nitidamente  quella  di  'codesto',  di  contro  alla  signifi- 
cazione di  'questo',  propria  del  riflesso  di  istu;  e  la  scarsa  distinzione, 
dato  pur  che  questo  difetto  ci  sia,  si  potrebbe  attribuire  al  fatto  che  il 
'dimostrativo  di  seconda'  manchi  generalmente  all'Alta  Italia.  Ma  il  valore 
di  'codesto'  risulta  pur  sempre  perspicuo  nel  riflesso  di  ipsu.  Il  Ferrare, 
nel  Gloss.  monferrino,  sec.  ediz.,  ha  sotto  Jiss:  «jiss  desso,  Jissa  dessa;... 
is-om-lì  quell'uomo  lì,  isa-dona  lì  quella  donna  lì»;  e  all'incontro  s.  Ist: 
«ist  questo,  ista  questa,  ist  chi  qui  questo,  qui,  costui  che  si  tocca,  ista  chi 
qui,  costei  qui ...  ».  Nei  versi  astigiani  dell'Aliene  (principio  del  sec.  XVI), 
son  decisivi  i  passi  dove  l'imperativo  accenna  a  cosa  che  sia  vicina  alla 
persona  cui  il  comando  si  rivolge,  e  cosi  :  o  su,  fé  an  eia  is  benent  soffiot 
(ediz,  milan.  del  1865;  p.  242);  lassò  andò,  metti  (metti)  zu  issa  roca  (76); 
lassenia^ander,  fa  an  eia  issa  roca  (98);  fa  an  eia  issa  niaza  (316).  —  Degli 
aggettivali  is  isa  (issa)  mi  è  detto,  da  più  d'uno  studioso,  che  nel  monfer- 
rino e  nei  dialetti  contermini  se  ne  senta  frequentemente  la  forma  afero- 
tica,  e  con  notevole  attenuazione  del  valor  determinativo,  cioè  con  notevole 
tendenza  alla  funzione  di  mero  articolo.  —  Nei  canti  alto-monferrini  (Car- 
}ieneto),  raccolti  dal  Ferrare,  non  son  riuscito  a  ritrovare  Vis  issa;  ma  nei 
basso-monferrini,  raccolti  dallo  stesso  Ferrare,  ho  notato  i  seguenti  esempj  : 
J è  po'  tanti  d'issi  totini,  che  tradurrei:  'di  codeste  ragazze'  (Ferr. :  di  que- 
ste r.)  XX.XI,  dame  is  bel  mass  ad  reuse  'dammi  codesto  bel  mazzo  di  rose' 
XXXVI,  amprestèmi  an  po' issa  scala,  XLV  ;  e  con  Taferesi:  vad  sii  da  sa 
cantra,  ven  giù  da  'n'atra  'salgo  da  codesta  contrada,  scendo  da  un'altra' 
cxxviii  (all'incontro:  ant  ista  terra  'in  questa  terra'  xviii;  ecc.  ecc.). 

[Nel  momento  che  queste  righe  passano  al  torclùo,  mi  sopraggiunge  una 
lettera  del  Ferrare,  nella  quale  si  contiene  una  singolare  verificazione  di 
quello  che  più  sopra  era  come  pronosticato  circa  la  presenza  del  ' hku-epsu 
in  questo  territorio.  Riporto  qui  sùbito  le  parole  del  benemerito  uomo,  che 
si  riferiscono  al  caso  nostro:  «11  riflesso  della  combinazione  eccu-ipsu 
«nel  significato  di  'cotesto'  è  raro  nel  dialetto  monferrino  di  Carpeneto 
«d'Acqui,  sul  quale  posso  rispondere  con  piena  cognizione,  ed  ò  più  co- 


I  continuatori  del  latino  ipsn-.  31'!' 

posto  si  sarà  estesa  al  semplice,  oppure  sarà  avvenuta  come  una 
riduzione  del  composto,  restando  inalterata  l'attitudine  del  suo- 
particolar  significato,  per  l'analogia  illusoria  deìV estit  allato  a 
'kku-estu. 

Arriviamo  per  questa  via  ai  termini  seguenti  :  sp.  e  port..  ese- 
esse  'codesto'^;  catal.  eix  (es)  'codesto',  e  nel  majorchino:  es 
per  semplice  articolo  definito;  l'aferetico  su  del  sardo,  nella  stessa^ 
funzione  d'articolo  ;  e  ancora  l' aferetico  su  ('ssu)  in  Sicilia  ^  e- 
nei  dialetti  dell'Italia  continentale  del  mezzodì,  con  la  sicura 
significazione  di  'codesto',  ma  di  un  'codesto'  che  anche  si  fa 
tanto  sottile  da  parere  poco  più,  o  nulla  più,  del  mero  articolo- 
Quando  così  leggiamo  in  un  testo  abruzzese:  damme  la  hhene- 
dizzijone,  ca  me  ne  vuojje  jV  pe  'ssu  monne  'dammi  la  be- 
nedizione, che  me  ne  voglio  andare  per  il  mondo' ^,  il  'ssu  ci 
pare  più  ancora  vicino  alla  condizione  di  mero  articolo,  di  quello- 
che  già  non  sia  lo  sp.  eso  in  una  frase  come  questa  :  ir  se  por 


«  mune  nel  feminile  che  nel  maschile.  'È  proprio  codesta  cosa'  si  traduco: 
«  r'è  proppe  csa  roba  le.  Se  chi  risponde  vuole  calcare  sulla  indicazione, 
«aggiunge:  r'è  proppe  csa  le,  oppure  r'è  proppe  j-issa.  A  Molare,  circon- 
«  darlo  d'Acqui  sul  limitare  dei  dialetti  liguri,  dicono  ctiissa  o  quissa  nello- 
«  stesso  senso.  »] 

*  Accanto  a  ese  eso  'codesto'  è  bello  e  curioso  vedere  V eso  che  dice- 
nello  stesso  spagnuolo  'lo  stesso',  in  eso  me  hace  'mi  fa  lo  stesso'  e  al- 
trettali modi  (P.  Foerster,  gr.  §  406,  3).  Non  è  più  Vese  nella  connessione 
semasiologica  con  aquese;  ma  qui  sale  diritto  all'ipsu-  classico,  o  anzii 
pare  lo  spoglio  dell'is tu-ipsu-  che  è  nel  nostro  stesso. 

^  Due  esempj  di  su  'codesto'  nell'ani,  siciliano,  son  questi  che  seguono: 
hi  dichi  or  tu,  fighi,  in  su  to  mal  parlari^  'che  dici  or  tu,  figlio,  in  co- 
desto tuo  malo  discorso?',  Quaed.  prof.  str.  36;  cum  sostancia  e  su  par- 
lar] 'di  sostanza  è  codesto  discorso'.  Vita  di  lo  beato  Corrado,  str.  52;  già 
entrambi  avvertiti  dall'Avolio,  Introduz.  allo  st.  d.  dial.  sicil.,  p.  169,  n.  L 
Ma  nei  due  luoghi  a  cui  ivi  si  rimanda  per  quissu,  la  stampa  ha  quistu,  e- 
correttamente  di  certo.  —  Nel  ritmo  cassinese  :  de  sse  toe  dulci  fabelle^ 
de  ssa  bostra  dignitale,  dove  però  precede,  tutt'e  due  le  volte,  un'  e. 

'  Finamore,  Tradiz.  pop.  abr.  (1882),  p.  106.  All'incontro:  «s'arevà'  Cri- 
ste  pe' lu  munne!  —  se  avremo  buona  raccolta»,  Finamore,  Vocabol.  del- 
l'uso abr.  (1880),  p.  261;  esempio,  del  resto,  che  mi  lascia  qualche 
dubbio. 

Archivio  glottol.  ita!.,  XV.  21 


312  Ascoli, 

esos  raundos  de  Dios,  dove  fu  addirittura  dichiarato  in  funzione 
di  articolo  (P.  Foerster,  gr.  §  370,  12).  Ma  di  più  in  nota  ^ 


'  A  un  lettore,  che  non  abbia  familiarità  coi  dialetti  meridionali, 
può  facilmente  avvenire,  che  la  poesia  popolare,  e  in  ispecie  la  si- 
ciliana e  l'abruzzese,  gli  faccia  imaginare  assai  più  deciso,  che  in  ef- 
fetto non  sia,  l'accostarsi  del  'ssu  alla  schietta  ragione  dell'articolo. 
Ma  resta  sempre,  che  appunto  questa  parvenza  fallace  ben  si  com- 
bini con  la  realtà  di  quella  vicenda  che  altrove  (Sardegna,  Baleari  ecc.) 
lia  fatto  compiutamente  discendere  il  'ssu  'codesto'  alla  ferma  con- 
dizione di  articolo  determinato. 

La  parziale  illusione,  a  cui  accenno,  dipende  da  ciò,  che  la  poesia 
popolare,  in  quanto  è  nel  nostro  caso  considerata,  si  risolve  di  so- 
lito in  un  discorso  invocativo,  cioè  in  un  discorso  che  é  direttamente 
rivolto  alla  'bella',  nel  quale  tutti  i  nomi  che  si  riferiscono  a  quella 
'seconda  persona'  e  in  altri  dialetti  sarebbero  semplicemente  mu- 
niti dell'articolo  determinato,  qui  all'incontro  molto  facilmente  assu- 
mono, anziché  l'articolo,  la  voce  prominale  che  è  un  'codesto'  via 
via  più  attenuato  o  'volatilizzato'.  Si  dice,  per  esempio,  alla  'bella': 
*tu  mi  ferisci  con  codesti  occhi  tuoi',  per  'tu  mi  ferisci  con  gli  oc- 
chi tuoi',  oppure:  'affacciati  a  codesta  finestra',  anziclié  'affacciati 
alla  finestra'.  Il  che  naturalmente  non  esclude  che  il  'ssu  abbia  in 
molti  casi  lo  schietto  e  pieno  valore  di  'codesto',  senza  dire  che  lo 
schietto  articolo  risale  pur  nei  dialetti  del  Mezzogiorno,  compresa 
la  Sicilia,  ad  ili u-. 

L'incontinenza  nell'uso  del  dimostrativo  é  fenomeno  comune  a  ogni 
discorso  popolare;  e  così  nella  poesia,  della  quale  qui  si  tocca,  an- 
che lo  'stu  (istu-)  spesseggia  e  ridonda,  ma  non  già,  di  gran  lunga, 
in  misura  tanto  larga  quanto  è  quella  per  la  quale  esubera  il  'ssu 
(ipsu-).  Grli  esempj  di  questa  esuberanza  sarebbero  infiniti,  e  qui  é 
giocoforza  limitarsi  a  molto  rapide  citazioni.  Le  forme  son  natural- 
mente 'su  'sa  al  sing.,  in  tutti  i  dialetti  qui  contemplati;  'si  'se  al  plur., 
nell'abruzzese  ecc.,  e  'si  per  entrambi  i  generi  nel  siciliano. 

Nei  Ganti  popolari  di  Noto,  raccolti  da  Corrado  Avolio  (Noto 
1875);  str.  117:  scurdari  min  mi  pozzu  ssi  bilUzzi ,  ssa  viccca,  ssu 
pittuzzu  e  ssi  tuoi  renti  (denti);  173:  eli  è  beddu  (quanto  è  bello) 
ss'  uocQÌu  tò!'^  208:  pi  ssa  ranni  (grande)  billizza  ca  Uniti;  270:  e 
vi  stiijati  ssi  beddi  sìirura  'e  vi  forbite   i  bei  sudori';  '29Q:  ju  ti  ri- 


I  continuatori  del  latino  ipsu-,  313 

La  significazione  di  'codesto'  che  vedemmo  assunta,  da  ipsu 
nell'ampia  distesa  neolatina  che  s'  è  tentato  di  descrivere  qui  so- 
pra, rimane  all'incontro  ignota  alla  Francia  vera  e  propria  e 
alla  Provenza  (escluso  l'estremo  lembo  a  nordovest  del  Mediter- 
raneo), e  cosi  alla  zona  ladina,  alla  Rumenia  e  all'Italia  stessa, 


sguarda  ntl  ssu  biancu  pettu]  309:  ma  chi  fu  bedclu  ssu  glugghiu  ca 
còsi!  'ma  quanto  fu  bello  cotesto  giglio  che  io  colsi!';  ecc. 

Il  Lizio-Bruno,  nel  rendere  in  prosa  un  centinajo  di  'canti  popo- 
lari' siciliani  (Canti  pop.  delle  Isole  Eolie  ecc.;  Messina  1871), 
si  avventurò  a  tradurre,  scorrettamente,  il  nostro  pronome  coli' ita- 
liano 'questo',  e  ne  veniva  un  peso  pììi  grave  che  mai.  Cosi  per  esem- 
pio (e.  vii;  Barcellona):  bella,  cu  ss' occhi  to  l'arma  ini  tiri,  e  fa' 
trimari  lu  mari  e  li  scogghi;  teni  ssu  pettu  chinu  di  catini, ...  «  bella, 
con  questi  ocelli  tuoi  mi  tiri  l'anima,  e  fai  tremare  il  mare  e  li  sco- 
gli; liai  pien  di  catene  questo  tuo  petto;...».  Ma  d'altronde,  il  sen- 
timento italiano  gli  vietava  ripetutamente,  in  quel  medesimo  Saggio, 
di  far  corrispondere  al  'ssu  altra  cosa  che  non  fosse  lo  schietto  ar- 
ticolo. Onde:  acuta  chi  d'argenta  porti  ss' ali  «  o  aquila  che  porti  Tali 
d'argento»  (e.  xxvi;  Isole  Eolie);  pirchl  t'haju  stampata  nla  ssu  cori 
«perchè  ti  Iio  stampata  ne^  cuore»  (e.  lxix;  Casalvecchio).  Quando 
poi  il  benemerito  uomo  traduceva  in  verso  (Canti  scelti  del  po- 
polo siciliano;  Messina  1807),  tanto  più  facilmente  trascorreva  a 
questo  modo  di  versione  :  bella,  ss'ucchiuzzi  to''  sana  du  aarori  «  bella 
i  cari  occhi  tuoi  vincon  l'aurora»  (pag.  16;  Piazza);  bedda,  ssu  nomii 
to' si  chiama  Nina  «o  bella  il  nome  tuo  dicesi  Nina  »  (p.  18;  Agira); 
ini  fallasti  e  ss  occhi  m'ammazzaru  «  tu  mi  guardasti ,  e  gli  occhi 
m'ammazzare»  (p.  26;  Modica);  quannu  ti  vidu  a  ssa  finestra  staici 
«quand'io  ti  veggo  a  la  finestra  stare». 

Dal  Vocabolario  dell'uso  abruzzese  di  Gennaro  Finamore 
(Lanciano  1880):  'mmé'j-y  a  ssu  pètte  tue  sce  lègg'  e  scrive;  chesse 
capèlle  tue  so' fflle  d'ore,  avete  'sse  labbriicce  dólg'  e  ffine:...  tenete  'sse 
manùcce  bbèll'e  ffine  (p.  270;  Gessopalena);  ecc.  ecc. 

Più  ancora  perde  il  'ssu  del  suo  contenuto  ideale,  quando  si  rife- 
risce alla  stessa  persona  la  quale  parla,  oppure  a  tal  cosa  che 
realmente  non  ispetti  alla  persona  cui  si  parla.  Già  vedemmo  nta 
ssu  cori  'nel  [mio]  cuore'.  Ora  aggiungiamo  (Lizio-Bruno,  1871):  ó^V/- 
gillata  ti  tegnu  ntra  ssu  pettu^  e.  lvii;  ti  tegnu  nta  ssu  pettu  sigillata, 
e.  Lx.  E  passando  al  continente:  tieni  ssa  cuore  mmio  cumpleto  e  bello 


314  Ascoli, 

quando  s' esca  dai  limiti  segnati  o  accennati  a  suo  luogo.  Di 
guisa  che  si  potrebbe  dire  compendiosamente,  che  la  'romanità' 
resti  come  divisa  in  due  parti,  secondo  che  si  regga  o  non  si 
regga  l'antico  'kku-epsu. 

In  quella,  dove  non  vige  'kku-epsu,  non  ci  aspettiamo  Vepsu 
nel  senso  di  'codesto'.  L'it.  esso  è  poco  più  d'un  mero  pronome 
personale,  con  una  tintura  di  significato  la  quale  ben  s'attiene  al 
class,  ipsu-,  cioè  al  pronome  d'identità  (la  cui  funzione  è  sem- 
pre perspicua  in  stesso,  ecc.),  e  meglio  ancora  si  sente  in  desso. 
La  scarsa  funzione  aggettivale  di  esso  è  pure  nel  senso,  ben- 
ché attenuato,  del  pronome  d'identità.  Il  prov.  eis  rende  ancora 
più  schiettamente  il  significato   del  class,  ipsu^.   Il  quale  è  al- 


(Casetti  e  Imbriani,  II  161;  Latronico  in  Basilicata),  Quando  poi  siamo 
a  un  esempio  come  questo:  ronna,  cimimi  ti  truovi  'nta  'ssu  'mpernoì 
'donna,  come  ti  trovi  [ti  senti]  entro  l'inferno?'  (ib.  266;  Spinoso, 
Basilicata),  rasentiamo  l'abruzzese  me  ne  vuojje  ji'  pe"  ssu  moiine^  ciie 
il  testo  adduceva  qui  sopra,  nel  punto  in  cui  chiamava  questa  Nota. 
^  Il  Diez  e  il  Delius  cercavano  variamente  Tip  se  pur  nell'm  del- 
l'obliquo pfovenz.  fem.  lieis  leis  'lei'.  Poi  si  tentarono  altre  dichiara- 
zioni di  questa  curiosa  forma,  senz'alcun  sicuro  costrutto,  e  l' ipse  pare 
addirittura  abbandonato.  Io  però  lo  riprendo  molto  volentieri,  ma  con 
raziocinio  diverso.  Vi  sento  la  stessa  composizione  di  ille-ipse  che 
s'ha  nel  lezz  lezz  less  ìess  de' Grigioni  'egli  stesso',  dove  la  signi- 
ficazione di  'stesso',  quando  siamo  al  neutro,  ormai  si  sente  poco  o 
non  punto  (cfr.  Cariseli,  gr.,  p.  141-2;  Ardi.  VII  449  n;  Gartner,  gr., 
§  124).  La  differenza  tra  Ij-ess  de'  Grigioni  e  Ij-eis  del  provenzale  sta 
veramente  in  ciò  solo,  che  la  voce  provenzale  essendo  feminile  do- 
vrebbe sonare  Ij-eissa  l-eisa,  come  appunto  tra' Grigioni:  lezza  lessa. 
L'appendice  dell'i p se  va  tra' Grigioni  per  tutta  la  serie  dei  perso- 
nali: iou  m-ezz  'io  stesso',  vns-ezz  'voi  stessi';  ecc.  Cosi,  in  un  pe- 
riodo anteletterario,  sarà  stato  anche  nel  provenzale.  Li' -eis  (analo- 
gamente a  quello  che  avviene  nel  grigione)  non  poteva  mutar  forma, 
nel  paradigma  provenzale  di  singolare  o  di  plurale,  e  avrà  ^nito  per 
riuscire  indeclinabile  pure  al  feminile.  Dell'antichissimo  paradigma^ 
dove  si  saranno  avuti  anche  *luieis,  *elseis  ^ellaseis  (grig.  ils- 
ezz  lasezzas),  sornuota,  allato  alle  forme  semplici,  il  solo  IJeiss,  nel 
quale  il  genere  riesce  a  ogni  modo  ben  perspicuo,  mercè  la  prima 
parte  del  composto. 


continuatori  del  latino  ipsu-.  315 

l'incontro  più  ancora  affievolito  nell'ant.  rumeno  his,  schietto 
personale  di  terza.  Il  riflesso  francese,  es  eis,  senza  qui  dire  di 
nesun  e  di  ne'is ,  sta  come  fossilizzato  nei  costrutti  a  cui  tosto 
arriviamo. 

Nei  dizionarj,  pur  d'indole  comparativa  (Diez,  Korting),  esso 
apparisce  come  un'aggiunzione  che  formi  composto  con  le  pre- 
posizioni 'sopra'  e  'lungo':  sovresso  lunghesso.  Ma  ò  un'illu- 
sione. Si  tratta  veramente  della  combinazione  ipsu-illu,  o  come 
a  dire  di  una  doppia  proclisi,  la  quale  incombe  sul  sostantivo  sus- 
seguente: lung[o]  esso-il  fiume,  sovrFal  esso-il  mezzo,  lung^o^ 
esso-la  camera;  cfr.  con  esso-i  pie,  con  esso-le  mani.  Vesso  ha, 
qui  ancora,  qualche  resto  del  valore  originario  di  ipse^;  e  che 
la  combinazione  sia  antica,  già  risulterebbe  dal  fatto  che  esso 
qui  non  muti  col  mutar  del  genere  o  del  numero  del  sostantivo  ^. 
Ora,  nell'antico  francese  torna  tal  quale  1'  ipsu-illu,  preceduto 
da  una  preposizione  e  seguito  dal  sostantivo,  nei  noti  modi  en- 
-es-le-pas  en-eis-V-ore,  'allo  stesso  istante',  e  ancora  con  Veis  pur 
nella  congiuntura  feminile.  L'ipsu-illu  ritorna,  coll'illu  in  fun- 
zione di  pronome  personale,  nei  costrutti  italiani  con  esso-lui, 
con  esso-lei,  con  esso-loro,  dove  l'antichità  della  combinazione 
è  nuovamente  confermata  àdiW  esso  che  si  sottrae  alla  distinzione 
di  genere  e  di  numero.  Ma  una  maggior  conferma  ne  viene  an- 
cora dalla  mirabile  consonanza  tra  l'italiano  e  l'antico  rumeno. 
Qui  l'ipsu-illu,  insu-l  (con  l'illu  ancora  in  funzione  di  pro- 


*  E  anche  ulteriori  attenuazioni  si  potrebbero  cercare  o  presumere  (p.  es.: 
venne  esso  il  principe,  venne  esso  principe),  per  guisa  di  rasentar  nuova- 
mente l'articolo.  Tuttavolta,  mi  par  molto  singolare,  e  andrà  a  ogni  modo 
vagliata,  la  seguente  notizia,  che  la  memoria  suggerisce  a  un  valoroso  mio 
amico  :  «  Un  fatto  curioso  per  la  Toscana  è  l'antico  uso  di  esso  -a  in  pretta 
«funzione  d'articolo,  in  cui  m'imbattevo  anni  addietro,  studiando  alcune 
«carte  senesi.  Se  ben  ricordo,  c'era  anche  so  sa,  proprio  alla  sardesca.  » 

^  S'illude  all'incontro  il  Rydberg.  o.  e,  317-18,  quando  presume  vedere 
un  antico  illu-ipsu  nell'avverbio  alnt?.  e sselji  (Ceci,  X  170),  ch'egli  del 
resto  dà,  per  isbaglio,  come  forma  arpinate.  U  esse  di  essglji  è  en-ssu;  e 
Iji  =  lo  è  un'appendice  d'ordine  moderno,  come  nell'it.  écco-lo  ecc.  Ofr.  nel 
reatino:  esso  'costì',  èssolu  'eccolo  costà',  cllo-lu  'eccolo  là',  Campanelli, 
o.  e.  121. 


316  Ascoli,  I  coutil! iiatori  del  latino  ipsu-. 

nome  personale,  e  non  già  come  articolo  posposto,  secondo  che 
parrebbe  per  la  condizione  specifica  dell'articolo  rumeno),  è  an- 
cora preceduto  sempre  da  preposizione;  e  così  per  es.  cu  tnsu-l 
(Gaster,  Crest.,  I  139  in  f.),  tal  quale  l' it,  con  esso  lui^.  Anche 
la  ridondanza  dell' it.  esso,  nelle  congiunture  con  esso  meco 
(masc.  e  fem.)  ecc.,  ha  una  particolare  convenienza  coi  rumeni 
Insu-mt,  quasi  esso-mi  (che  avesse  l'accento  sulla  prima),  per  'io', 
insu-ti  '  tu'  ;  ecc. 


^  CtV.  lire  tnsul  ib.  99  pr.,  pre  Insul  137  f.,  186  pr.  —  Qai  si  risolverà 
anche  Teuigma  del  nus  (*nuus),  apparente  sinonimo  di  tns.  Susseguono 
a  cu  'con'  tutti  gli  esempj  che  mi  riesce  di  riscontrarne  nella  Crestoma- 
zia del  Gaster;  onde  cit-n-us  cu-n-usid  (in  *?,  21:  cu  r-usul);  e  il  Meyer- 
Lùbke  vede  nel  -n-  una  permanenza  eccezionale  della  nasale  di  cum,  I  598. 
Di  certo  è  promosso,  da  questo  -n-,  per  dissimilazione,  il  dileguo  della  na- 
sale nel  pronome  susseguente.  —  Al  cu  tnsul,  allegato  di  sopra,  sta  allato 
cu  nunsul  (Moxa;  Gast.  ib.  58),  con  la  nasale  conservata  pur  nel  pronome; 
del  qual  tipo  si  raccolgono  altri  due  esempj,  dalla  fonte  stessa,  a  pag.  83- 
84  (§§  68-69)  del  III  volume  della  gr,  del  Meyer-Lùbke,  che  sopraggiunge 
mentre  questa  Nota  va  al  torchio.  Stupendo  volume,  nel  quale  però  vanno 
rifatti,  da  capo  a  fondo,  cotesti  §§  68-69  ('ille  und  ipse').  Vi  è  trascu- 
rato quanto  importa  nella  storia  dell' it.  esso,  e  perciò  stranamente  negata 
ogni  particolar  connessione  tra  il  continuatore  italiano  di  ipsu  ed  il  ru- 
meno. 


Correzione.  —  A  pag.  309,  quart'ultima  riga  del  testo,  in  luogo  di  tal  fun- 
zione, è  da  leggere  tal  significazione. 


DELL' IT  AL.  SANO, 
IN  QUANTO  RISPONDE  A  'INTIERO'. 


Nota  di  G.  I.  A. 


I  valori ,  pei  quali  sano  viene  a  coincidere ,  nei  parlari  ita- 
liani, con  'intiero',  non  furono  forse  studiati  a  sufficienza.  La 
lessicografia  italiana,  considerata  nel  suo  complesso,  non  li  ha 
per  vero  trascurati^;  ma  andava  poco  di  là  dagli  antichi  scrit- 
tori toscani.  Descrivere  ordinatamente  codesti  valori  e  interro- 
garne la  ragion  latina,  è  il  modesto  compito  di  queste  righe. 

§  I.  —  Le  coincidenze  di  sano  con  'intiero'  si  posson  rap- 
presentare per  gli  esempj  tipici  che  seguono:  1.  un  vaso  sano, 
cioè  'intiero',  in  quanto  sia  illeso,  non  rotto;  2.  im  otre  sano, 
cioè  'intiero'  nel  senso  di  'tutto  quanto  egli  è  nella  sua  capa- 
cità o  nel  suo  volume';  3.  un  giorno  sano,  cioè  'intiero  nella 
sua  durata'.  La  coerenza  naturale  tra  le  accezioni  diverse,  è 
praticamente  dimostrata  dalle  funzioni  parallele  di  intiero.  Pure, 
tra  quelle  che  indichiamo  sotto  i  numeri  2  e  3,  e  l'altra  che 
mandiamo  sotto  il  numero  1,  corre  una  spiccata  differenza  d'en- 
tità ideale,  che  molto  probabilmente  si  risolverà  in  una  differenza 
d'ordine  storico.  Nel  tipo  un  vaso  sano  s'ha  una  metafora  molto 
semplice,  molto  spontanea,  tal  che  non  richiede  alcuna  disquisi- 
zione critica.  Da  animale  sano,  e  vuol  dire  'non  malato,  non 
punto  infetto',  si  passa  naturalmente  a  vite  sana  e  simili,  cioè 
al  vegetale  non  infetto;  e  indi  alla  sanità  d'oggetto  inorganico, 
per  ciò  che  egli  sia  incolume,  non  gli  manchi  alcuna  parte,  non 
sia  rotto.  Ma  sano  in  quanto  significhi  la  totalità  del  quantita- 


*  La  miglior  disposizione  degli  esempj  sarà  da  riconoscere  nello  Sca- 
RABELLi.  —  Il  Tommaseo:  «sano  per  'intero',  è  del  dialetto  napoletano  e 
K  degli  antichi  Toscani.  Gemino  il  senso  del  greco  adóg.  -  Quindi  il  modo 
«vivo  di  sana  pianta  'del  tutto',  'da  capo  a  fondo'.»  Cfr.  Morandi,  So- 
netti del  Belli,  IV  94. 


:318  Ascoli, 

itivo   0  della  diu'ata,  è   manifestamente    cosa  più   remota  e  pe- 
regrina. 

Facciamoci  ora  a  riconoscere,  con  la  voluta  rapidità,  le  te- 
-stimonianze  dei  diversi  parlari,  raccogliendole  secondo  i  tre  di- 
■scernimenti  che  abbiamo  qui  sopra  stabilito. 

1. —  La  significazione,  che  solitamente  si  descrive  colle  parole  se- 
guenti: 'intiero,  senza  rottura  od  apertura,  senza  magagna  o  difetto',  od 
altre  poco  diverse,  va,  si  può  dire,  da  un  capo  all'altro  dell'Italia,  e  va 
pur  fuori  d'Italia.  S'applica  molto  volentieri  al  'fragile  piatto'.  —  Vene- 
ziano (BoERio):  lìiato  san  'piatto  intero,  senza  magagne,  contrario  di 
«rotto»';  e  insieme  il  diverso:  piato  san  'cibo  sano'. —  Milanese  (Che- 
.KriiiNi):  piatt  san  'piatto  intero,  cioè  non  rotto  o  magagnato';  allato  al 
diverso:  ^ia«  san  'cibo  salubre,  sano'.  —  Piemontese  (Sant'Albino), 
la  detta  definizione;  senza  esempj.  —  Genovese  (Casaccia)  :  a  botte  a 
l'éa  sann-na  Ma  botte  era  sana';  cfr.  all'incontro:  abruzz.  s.  2.  —  Par- 
migiano (Malaspina),  la  detta  definizione;  senza  esempj.  —  Bolognese 
i(Coronedi-Berti),  id.  —  Romagnuolo  (Morri,  Mattioli),  id,  —  To- 
scano. Vedi  i  '  Vocabolarj  italiani',  s.  v.  Cosi,  tra  le  vecchie  testimonianze: 
una  femmina,  che  spezzò  un  suo  catino,  raccomandandosene  a  San  Fran- 
cesco, di  presente  diventò  sa7io;  o  tra  le  viventi:  un  vaso  sano.  —  Roma- 
nesco': ve  piizzeno  sane  (cioè  essendo  ancora  intiere)  le  budella?  1169, 
Za  scatola  era  sana  557,  che  ss'  era  sana  (la  catinella)  l'ho  llassata  sana 
584,  a  le  casacche  o  ssane  o  rotte  5190^,  e  cquer  presciutto  è  ssano  (intatto) 
6127,  sta  fi...  è  ancora  sana  6136,  cfr.  6153,  6154,  senza  ave  ppiù  manco  le 
palle  sane  6163.  — ■  Abruzzese:  va  cchiù  ttèmbe  pe'  la  case  'na  jngnàta 
rótte  che  'na  sane,  'basta  più  una  conca  fessa  d'una  sana'  (Finamore,  Vo- 
■cabol.  1880,  p.  252);  me  n'aremenive  che  'na  pianèlla  san'  e  una  rotte  (Id., 
Tradiz.  1885,  p.  8).  —  Napolitano  (Andreoli);  la  solita  definizione;  senza 
•esempj  ^  —  Siciliano  (Mortillaro),  id. —  E  di  là  dai  confini  dell'Italia, 


'  Gli  esempj  sono  sempre  dal  Belli;  e  per  il  modo  della  citazione,  v. 
Arch.  XIV  456-7  n. 

^  In  alcuni  casi,  si  direbbe  che  sano  sia  provocato,  come  antitesi,  da 
rotto.  Cosi:  cuann'è  la  sera  nun  ci  ò  ssano  un  osso  37,  pe'  li  ggeloni  sani 
e  pije'  li  rotti  4393.  Così  forse  anche  dei  numeri  sani  di  contro  ai  numeri 
rotti,  nel  Vocub.  ital. 

'  Cioè  in  vernacolo.  Nel  Puoti  e  nel  D'Ambra,  manca  la  voce  'sano'.  Ma 
cfr.  ai  num,  2  e  3.  -  Il  nap.  sane^wsf  'salubre'  va  col  rum.  sànatos,  alban. 
sendós,  sano,  *sanit[at]osus;  cfr.  Diez  IIP  363,  Arch.  XIII  283. 


sano  per' 'intiero'.  319 

nello  spagnuolo  (Dizionario  dell'Academia),  6ano,  fig.  e  fam.  'entoro,  no 
roto  ó  estropeado':  no  queda  un  piato  sano^.  Per  la  Francia  meridio- 
nale (AzaVs,  Mistral),  abbiamo  le  significazioni  'entier,  en  bon  état';  senza 
esempj. 

2. —  Esempj  di  vecchi  scrittori,  accolti  nei  'Vocabolarj  italiani' 
(v.  in  ispecie  lo  Scarabelli  e  il  Petrocchi)  :  togli  una  gallina  grassa  e  uc- 
cidila... e  falla  cuocere  sana  coll'acqua  e  col  sale;  io  no7t  additìiando  pane 
sano,  né  pezzo  di  pane,  ma  le  òrice  del  pane  ecc.;  un  miglio  intiero  e  sano. 
E  dalle  viventi  parlate  toscane  ('pist.,  pis.,  sen.,  ecc.'),  il  Petrocchi  ag- 
giunge :  s'è  mangiato  un  pane  sano.  Dove  è  insieme  il  legittimo  posto  del 
modo  sempre  vivo  nel  'fiorentino':  di  sana  pianta  'di  tutta  pianta'.  —  Ro- 
manesco: che  mettete  catana  (date  censura)  ar  monno  sano  123,  me  maggnai 
dunque  sano  (cioè:  tutt'intiero)  un  paggnottone  casareccio  ecc,  3285  ^,  quello 
che  ddeoe  affrigge  ogni  cristiano,  è  cch'er  Zagro  Colleggio  non  è  ssano  (c'erano 
tredici  vacanze;  è  un  esempio  che  veramente  pende  incerto  tra  il  num.  1 
e  il  num.  2)  3334,  vv'  ammanca  una  facciata  sana  (una  pagina  intiera)  ?  478, 
che  cquanno  disce  lei  (la  testa)  le  su'  raggiane,  è  ccome  l'abbi  dette  er  corpo 
sano  4148,  hbutta  zecchini  a  ccanestrate  sane  4218,  du'  fujjette  (misure  di 
vino)  sane  4265,  cfr.  6247,  è  er  ritratto  d'un  cocommero  sano  (non  tagliato) 
4280,  che  ppò  sta  ttislimonia  Roma  sana  6136,  la  casterìa  (castità)...  sta 
ttulta  sana  in  ner  gruggnaccio  tosto  6185,  a  ggruggn'  a  ggruggno  coli' in- 
ferno sano  6219;  —  molte  volte  reiterato;  ci  ò  in  bocca  scento  inferni  sani 
sani  310,  er  ghetto  sano  sano  giura  ecc.  339,  bhe'  cche  voe  maggnerebbe 
sane  sane  358,  vèddeno  tutto  er  monno  sano  sano  368,  scombussola  la  Fran- 
cia sana  sana  3153,  d.a  iggnottisse  magara  in  un  boccone  er  zor  P.  B.  sano 
sano  3430,  de  maggnasse  la  grasscia  sana  sana  494,  la  tavola  è  infiorata 
sana  sana  4180,  se  maggnassi  (si  mangiasse)  un  leone  sano  sano  5143,  je 


*  Toccherò,  tanto  per  staccarlo,  del  faser  sana,  nel  senso  di  guarentire 
contro  la  evizione  una  proprietà  venduta,  che  è  in  un  documento  del  1390 
(Valenza),  tra  i  Testi  basso-latini  e  volgari  della  Spagna,  editi  dal  Monaci, 
Roma  1891,  col.  25. 

'•^  Il  medico  aveva  permesso  alla  persona,  che  parla  in  questo  sonetto,  di 
cenare,  a  condizione  che  la  roba  fosse  tutta  sana;  ma  'sano',  secondo  che 
il  Belli  avverte  in  nota,  non  potendo  essere  mai  inteso  dai  Romaneschi  se 
non  nel  significato  di  'intiero',  la  prescrizione  del  medico  diventava  una 
causa  d'indigestione.  Di  sano,  nella  schietta  significazione  di  sanus,  ben 
c'è  qualche  altro  esempio  nei  Sonetti,  ma  si  tratta  di  particolari  combina- 
zioni, che  son  del  linguaggio  più  o  meno  generale:  bbasta  sii  san'  e  llib- 
bero  372,  san'  e  ssarco  3118,  clii  vca  ppiano,  va  ssano,  e  vva  llontano  5363. 


320  Ascoli, 

lassò  er  gallinaro  (poUajo)  sano  sano  5222.  —  Marchigiano.  In  notevole 
assonanza:  Amor,  se  mi  vói  ben,  darmi  el  prescitUlo,  I se  non  lo  vói  spezza', 
darmelo  tutto;  j  Amor,  se  mi  vói  ben,  danni  il  salame,  /  se  non  lo  vói  spezza', 
darmelo  sane  (Rondini,  Canti  pop.  marchig.,  p.  27),  —  Abruzzese  (Fi- 
NAMORE,  Vocab.  1893,  s.  v.):  se  l'd  'jjuttite  sane  'l'ha  mandato  giù  tutt' in- 
tero'; se  magne  'na  pagnòtta  sane  'mangia  un  pane  intero,  tutto  un  pane'; 
la  bbott'  é  sane  'la  botte  è  intera,  non  cominciata,  manimessa,  avviata'  [cfr. 
all'incontro:  gonov.  s.  1].  —  Napolitano  (prof.  C.  Pascal):  'na  bottiglia 
sana,  'mi  piatto  sano,  per  dire,  non  solo  del  recipiente  che  non  sia  rotto^ 
ma  del  liquido  o  della  vivanda,  che  si  beva  o  mangi  tutta  intiera;  e  du- 
plicato l'aggettivo,  quasi  per  dargli  una  significazione  superlativa:  s'ha 
laangiato  'nu  puorco  sano  saìio  'tutto  quanto  intiero'.  —  Siciliano  (Pi- 
TRÉ,  Fiabe  ecc.,  I):  mi  V agghiiittu  (inghiotto)  sana  102,  Noto;  mi  la  man- 
cia sana  136-7,  Vallelunga;  mi  l'ammuccu  sana  168,  Palermo;  e  si  mancia 
sta  maidda  di  pasta,  sta  porcu  santi,  'na  fumata  di  pani  167,  Palermo. 

3.  —  Esempj  di  vecchi  scrittori,  accolti  nei  'Vocabolarj  italiani* 
(v.  in  ispecie  lo  Scarabelli  e  il  Petrocchi):  riìnasi  lì  tre  ore  sane  a  di- 
pingere; talvolta  starà  egli  attorno  ad  una  piccola  preda  i  giorni  anche 
sani.  Dai  viventi  parlari  toscani  ('pisi,  pis.,  sen.,  ecc.'),  cita  il  Petrocchi: 
itn  anno  sano; un'ora  sana.  E  l'ora  sana  torna  agli  onori  della  letteratura 
col  Giusti  ('Storia  Contemporanea',  1847):  «E  un'ora  sana  non  era  passata,. 
Che  già  n'avea  bollati  un  centinajo.  »  —  Romanesco:  d'ave  da  sta  li 
mesi  e  ll'anni  sani  4137,  a  ccacciasse  le  ìnosche  er  giorno  sano  4230,  sta 
(stare)  ssur  un  banco  una  nottata  sana  4304,  pe'  ddiesciora  sane  5161,  un 
anno  sano  6347  (son.  apocr.).  —  Napolitano  (prof.  C.  Pascal):  'na  gior- 
nata sana,  'nu  mese  sano,  'n' anno  sano;  e  duplicato  l'aggettivo  come  so- 
pra: ci  ho  faticato  'nu  mese  sano  sano.  —  Siciliano:  vaju  gridannu  li 
j limati  saiti  (Lizio-Bruno,  Canti  scelti  ecc.,  1867,  p.  112), 

§  II,  —  La  molto  estesa  diffusione  di  sano  =  'intiero'  nel  senso 
del  numero  1,  rende  probabile,  non  ostante  la  molta  agevolezza 
della  metafora,  che  la  determinazione  ne  sia  ferma  ab  antico, 
cioè  che  si  tratti  della  divulgazione  tradizionale  di  un  fenomeno 
risalente  a  età  latina.  Ma  più  valida  ancora  sarà  l'analoga  in- 
duzione per  quanto  concerne  sano  =  ^intiero'  nel  senso  dei  nu- 
meri 2  e  3  ('tutto  quanto'),  sebbene  la  diffusione  qui  appaja 
minore. 

Ora,  se  badiamo  alla  condizione  latina,  la  significazione  di 
*  tutto'  'tutto   quanto'  è   in  realtà,  checché   si  possa  aver  detto, 


sano  per  'intiero'.  321 

assolutamente  estranea  all'aggettivo  sa  mi  s  ^  All'incontro,  c'en- 
tra un  'quid'  ideale,  estraneo  alla  mera  'sanità'  o 'incolumità', 
nell'avverbio  sane.  Le  significazioni  più  solite  del  quale  devono 
aver  per  fondamento  il  concetto  di  'non  manchevole'  =  'com- 
piuto', sia  che  un  giorno  questo  si  esprimesse  pur  nell'aggettivo, 
sia  che  si  venisse  più  tardi  a  determinare  nel  solo  avverbio  ^. 
Lo  schietto  valore  di  'sanamente'  non  si  riscontra  in  sane  se 
non  di  rado,  ed  è  tenuto  vivo  o  addirittura  promosso  dal  valoi^e 
costante  ed  esclusivo  dell'aggettivo  corrispondente.  La  serie  delle 
significazioni  caratteristiche  di  sane,  si  riordinerà  per  conse- 
guenza così:  'compiutamente',  'onninamente',  'a  ogni  modo',  'sia 
pure'.  Cfr.  in  ispecie:  sane  bene;  se  sane  tristem  et  con- 
turbatum  domum  revertisse;  interea  sane  perturbatus 
est;  utebatur  populo  sane  suo;  e  nelle  risposte:  sane  'per 
lo  appunto'. 

Il  combinarsi  delie  significazioni  di  'incolume'  e  di  'tutto' 
nella  stessa  parola,  vigente  in  una  stessa  età,  è  un  avvenimento 
per  il  quale  sarebbe  facile  addurre  analogie  più  o  meno  rimote; 
e  circa  la  precedenza  storica  dell'una  o  dell'altra  si  può  rimaner 
dubbj,  quando  l'etimologia  non  ajuti;  e  non  ajuta,  per  esempio, 
nel  caso  di  sanus,  come  all'incontro  ajuta  nel  caso  di  integer 
'intactus'.  Che  delle  due  significazioni,  una  rimanesse  esclusiva 
dell' aof elettivo  e  l'altra  si  continuasse  all'incontro    nel  solo  av- 

DO 

verbio,  non  sarebbe  fenomeno  pur  questo  da  far  meraviglia.  Ma 
dovremo  poi  ammettere,  che  nell'aggettivo  sano  dei  parlari  ita- 
liani risusciti,  o  si  svolga  indipendentemente  dal  latino,  la  signi- 
ficazione di  'tutto',  la  quale  nel  latino  è  ridotta  a  balenar  nel 
solo  avverbio,  privo  alla  sua  volta,  come  pareva,  d'ogni  con- 
tinuazione italiana?  Confesso  di  aver  qui  sentito  un  complesso  di 
stenti;  dei  quali  il  mio  spirito  ben  si  sarebbe  ormai  liberato,  ma 


*  di'.  C.  Pascal,  nel  suo  del  resto  ben  pregevole  'Dizionario  delTuso  ci- 
ceroniano', Torino  1899,  dove  a  proposito  di  sanus  ricorda  il  meridion. 
sano  =  'intero'. 

^  Duohxii  di  non  conoscere  una  dissertazione  di  C  Peter,  'De  usu  parti- 
culae  sane'  (Exc.  VII  ad  Cic.  Brut.,  pp.  280  sqq.),  se  non  dalla  nota  che  il 
Brugmann  appone  a  p.  49  del  suo  studio  '  Die  ausdrùcke  fùr  den  begriff 
der  totalitàt  in  den  indogermanischen  sprachen'. 


322  Ascoli,  sano  per  'intiero'. 

per  via  di  una  dichiarazione  che  devo  d'altronde  confessare  audace, 
sebbene  io  la  professi  tenacemente  e  speri  di  convertirci  gli  altri. 
Io  credo  cioè,  che  si  tratti,  in  sostanza,  dell'  irradiazione  sto- 
rica o  tradizionale  di  un  unico  fenomeno,  vale  a  dir  di  quello  per 
cui  l'avverbio  sane  passò  dal  significato  di  'sanamente'  o  'schiet- 
tamente', all'altro  di  'onninamente'  o  'integralmente'.  La  riper- 
cussione volgare  o  italiana  dell'avverbio  importò  che  questo  poi 
si  confondesse  con  l'aggettivo,  a  ciò  in  parte  contribuendo  la 
scarsa  sofferenza  dell' -e  avverbiale  nel  neolatino  e  in  parte  l'ap- 
parenza di  desinenza  aggettivale  che  quest'  -e  assumeva  nelle  com- 
binazioni col  sostantivo  al  plurale.  Credo,  in  altri  termini,  alla 
frequenza  di  modi  volgari  come:  raansi  tres  no  et  e  s  sane, 
permansi  horam  sane,  per  dire:  rimasi  per  ben  tre  ore,  per 
ben  un'ora  [addirittura,  certamente,  per  tre  ore  ecc.];  onde  poi, 
in  veste  moderna:  7'imasi  ire  notti  sane,  un  ora  sana.  0  come: 
porcum  devo  rat  sane  'inghiotte  addirittura  un  porco',  che 
poi  diventa  'manda  giù  un  porco  sano  (cioè  tutt'intiero)'.  Simil- 
mente, un  radicitus  sane,  'proprio  sin  dalle  radici',  'di  tutta 
radice',  avrà  il  suo  riscontro  nell'italiano  'di  tutta  pianta',  di 
sana  pianta.  Nei  modi  imperativi  italiani,  d'altri  tempi:  va  sano, 
andate  sani.,  oggi  pare  di  sentir  semplicemente  il  sano  di  sta 
sano  ecc.;  o  in  mandar  sano  ecc.  non  altro  che  un  parallelo  del 
^valedicere'  latino.  Ma  in  realtà  saranno  stati  modi  che,  nelle 
schiette  origini,  altro  non  dicevano  se  non  'vattene,  va  a 
spasso!'  ecc.,  sì  da  potersi  rendere  indifferentemente  per  'va  con 
Dio!'  oppure  'va  al  diavolo!'  ecc.,  come  in  ispecie  sempre  sen- 
tiamo nel  mandar  sane.  E  cosi  essi  rappresenteranno  principal- 
mente la  ripercussione  dei  modi  che  son  della  comedia  latina: 
i  sane,  abi  sane,  'vattene  a  ogni  modo!'^ 


*  Cfr.  in  Forcell.:  Terent.,  Heaiit  3.  3.  27,  Adelph.  4.  2.  48.  —  Un  caro 
e  insigne  collega,  al  quale  io  parlava  di  questa  mia  visione,  mi  diceva  di 
'sentire'  una  vicenda  congenere  tra  l'avverbio  bene  e  la  parvenza  aggetti- 
vale di  buono  nei  napolit.  statte  buono  -a,  sta'  sano,  -a,  sta'  bene,  conser- 
vati. Ma  l'analogia  sarà  per  avventura  più  ancora  compiuta  che  all'amico 
lì  per  lì  non  apparisse,  essendo  pur  sempre  assai  probabile  l'esistenza  di 
un  avverbio  d'antica  età:  bone  =  bene. 


323 


Tarla. 

Ancora  del  tipo  sintattico  'vattelappesca'.  —  La  solu- 
zione che  di  questo  enigma  T'Archivio'  ha  dato  ^,  risultò  dalla 
piena  congruenza  del  modo  corrispondente  nel  latino  dei  comici 
e  dalla  ripercussione  che  se  ne  avvertiva  per  tutta  quanta  l'Ita- 
lia. La  Liguria  non  ne  aveva  però  ancora  dato  esempj.  Ed  ecco 
venircene  per  mezzo  di  Giuseppe  Flechia,  giovane  romanologo 
che  darà  all' 'Archivio'  una  serie  di  reliquie  dialettologiche  e 
toponomastiche  dell'illustre  suo  zio,  e  insieme,  come  fondatamente 
si  spera,  una  serie  di  cose  sue  proprie,  per  le  quali  mostrerà  di 
esser  degno  del  nome  ch'egli  porta.  Scrive  egli  dunque:  «Anche 
«a  Nervi  e  contorni  si  dice:  vallu,  a  plga  'vallo  a  prendere', 
«vegni  a  canta  'vieni  a  cantare',  vanni  a  mingia  'vanne  a 
«  mangiare'  ». 

Del  romanesco  ancora.  —  Così  per  la  questione  del  tipo  sin- 
tattico 'vattelappesca',  come  per  quella  delle  particolari  signi- 
ficazioni italiane  di  'sano',  la  nostra  meditazione  è  stata  parti- 
colarmente promossa  dalle  condizioni  del  parlare  di  Roma,  di 
codesto  gran  centro  della  latinità  dì  tutti  i  tempi,  che  il  capriccio 
della  sorte  ha  voluto  rendere  uno  dei  più  trascurati  nell'ordine 
della  indagine  dialettale.  Speriamo  sempre  nel  jNIonaci  e  nella 
sua  scuola.  Ma  intanto  non  si  voglia  sdegnare  qualche  altro  sag- 
ginolo che  del  parlare  di  Roma  qui  sia  ammannite;  e  uno  sarà 
intanto  d'ordine  fonetico,  l'altro  d'ordine  flessionale. 

Circa  il  dileguo  che  sul  territorio  italiano  possa  avvenire  dell'oc 
finale  disaccentato,  il  Meyer-Liibke  non  dice  presso  che  nulla;  cfr. 
Grundr.  §  58,  Gr.  d.  rom.  spr.  I  §§  302  sgg.,  It.  gr.  §§  106  sgg.  \ 
Ora,  se   badiamo   al  romanesco,  secondo   che   ci  è   rappresen- 


^  Cfr.  Arch.  XIV  453  sgg.,  XV  221  sgg. 

^  Tocca  egli  bensi,  e  in  valoroso  modo,  dell'aggett.  sol  =  sola  {una  sol 
volta,  ecc.),  Gr.  d.  rora.  spr.  II  §  57,  It.  gr.  §  361.  Per  la  qual  riduzione, 
sarà  anche  da  pensare  all'incentivo  delle  dizioni  parallele:  talvolta,  offni 
qual  volta,  e  altrettali. 


324  Ascoli, 

tato  dal  Belli,  il  quale  ci  fa  così  ripetute    dichiarazioni  di  non 
mai  dipartirsi    da  quanto  il  labbro  del  popolo  gli  dava  (cfr.  in 
ispecie:  315  n,  3146  n,  450  n,  488  n,  4174  n),  e  la  cui  precisione 
ho  io   stesso  per   qualche   esempio   potuto  verificare,   il  dileguo 
dell' a  finale  disaccentato  è  abbastanza  frequente  nella  proclisi  e 
in  ispecie  tra  le  denominazioni  'topografiche',  che  è  come  dire  in 
uno  strato  del  vocabolario  schiettamente  indigeno  e  di  carattere 
sicuramente  antico.  Abbiamo  così:  a  la  Madon  de  Monti  117, 
la  Madon  de   la   Pasterla  230,  la   Madon  de  Scerchi  ib.,  la 
Madon  der  bon  Conzijio  2bl,  cfr.  6129,  da  la  Madon-deW-Oì'to 
2234,  la  Madòn  dev  Rosario  353,  la  Madon  de  la   Minerha 
488,  la  Madòn  de  li  dolori  4236,  la  Madòn  de  la  Neve  è  ima 
Madonna,  diverza  assai  da  la  Madòn  de'  Monti  4296,  la  Ma- 
dòn   dell'Arco  de  Scènci  5194,   inzino  a  la   Madon  de  ìnez- 
z  agosto  646,  cfr.  6305,  accosto  a  la  Madon  de  la  Pietà  697  \ 
Similmente:  ggiù  a  Ffuntan-de-Treui  2160,   cfr.  2409,  la  Do- 
gàn-de-terra  3146.  E  s'aggiungono:  imo  sciallo  ch'è  una  tel-de- 
raggno  3306,  una  coron  de  spine  4174,  ha  la  coron  de  spini 
5364.  Superfluo  dire  che  anche  qui  ritorni  l'apocope  in  una.  sòr 
vorta  'una  sol  volta'  6231,  una  sorvòrta  sola  455.  Ma  quella 
à'ora   si   fa  poi  caratteristica:  a  un  0?^'   de  notte  1236,  5183, 
cfr.  3391,  a  or  de  vemmaria  4402,  6122,  a  or  de  Coro  3188, 
è  or  de  pranzo  450,  a  or  de  pranzo  5304,  a  or  de  scena  1247, 
a  or  d'indiggislione  (all'ora  della  digestione)  379,  a  or  de  corza 
3213^.  Fenomeno  analogo  per  V -e  del  plurale:  le  campàn  de 
le  cchiese  3315;  e  per  l'insolito  dileguo  dell' -o:  de  l'an  passato 
5371,  lutto  lo  scoi  de  la  scittà  495,  er  perdon   de    li  peccati 
5286,  Zegretar-de-Stato  5133. 

Or  qualche  aggiunta  circa  l'imperfetto  (cfr.  M.-L.,  Gr.  d.  rom. 
spr.  §§  257  306,  It.  gr.  §§  398  399).  Il  pronome  enclitico,  af- 


*  II  metro  dissuade  l'apocope  in  256:  sta  scritto  a  la  Madonna  der  Zoc- 
corzo,  e  così  in  4104  4201  4285. 

^  Preceduto  da  numerale,  ora  diventa  indeclinabile  o  quasi  un  'plural 
neutro':  era  du'ora  3220,  a  tre  ora  6256,  a  sei  ora  5200,  pe'  ddiesciora 
sane  'per  dieci  ore  intere'  5161,  cfr.  5269,  in  zur  fa  de  tredisciora  5280, 
cfr.  360,  a  ssedisciora  3268,  a  voent'ora  4407;  a  le  Quarantora  611. 


Varia.  325 

fisso  alla  seconda  plurale,  è  schiettamente  -vo  nell'imperf.  con- 
giunt.:  pijjàssivo  535,  credèssico  4121,  seniìssivo  5405  (e  cosi 
nel  condizionale:  sentiréssivo  5154);  ecc.  Ma  nell'imperf.  in- 
dicat.,  il  V  di  codesto  pronome  si  tace,  per  dissimilazione;  onde: 
slàvio  *stàvi-Yo  5441,  ahilàvio  4124,  trovcuno  4403,  penzàvio 
5408,  aìmàvio  6254,  vedéuio  3329,  sapèvio  591,  potéino  397 
5233,  discèvio  3270  3332  4260,  fasoèvio  6214  6252,  avèvio  373 
397  3332  5267,  bevéoio  3270.  Ora,  la  prima  pi.  dell'imprf,  indie, 
che  dovrebbe  sonare  *poriàvemo  o  *portdvÌ7no  (cfr.  alla  3.*:  sta- 
veno  3329  495,  annàveno  688,  salnàveno  *si  affrettavano  pre- 
murosamente' 4221),  suona  all'invece:  poì'tàmio  ecc.;  e  sarà 
come  dire  che  ella  si  sia  conguagliata,  per  metatesi,  alla  seconda 
accresciuta  dal  pronome  (portàvimo  portàmivo  portàmio;  portà- 
vi-vo  portàvio).  Cosi  :  portàmio  5427,  annàmio  3270,  maggnàmio 
5330,  giucàmio  1187  6281,  tirdmio  354,  misuràmio  ib.,  soffiò- 
mio  641,  stàmio  354  3270  4130  5427  641,  fàmio  3399  {fascè- 
mio  630),  nascèmio  44,  vedémio  4199,  par^émio  1223,  movémio 
5427,  ci  avèmio  384,  cfr.  58  ^ 

Ancora  dei  sinonimi  cisalpini  del  frano,  palanche.  —  S'è 
ripetutamente  avvertito,  che  non  esista  un  equivalente  italiano 
o  toscano  di  codesta  voce  francese,  risalente  a  un  lat.  palanga 
(palangae  phalangae),  la  quale  è  il  nome  «  que  les  porteurs 
«  d'eau  donnent  à  l'instrument  de  bois,  un  peu  concave  dans  le 


*  S'accetti  ancora  una  breve  provvisione  di  terze  plurali  del  per- 
fetto. 'Forti':  pàrzeno  parvero  3358,  vòrzeno  vollero  495,  mèsseno  4162 
(ma:  inette  4263,  mettérno  5316),  créseno  credettero  4402  (cfr.  crèso  creduto 
569);  se  n'aggnédono  *andiédono  andarono  424  (ma:  aggnèdero  2319,  an- 
nònno  3154).  Analogamente  tra  i  'deboli'  di  1.^:  passònno  158,  portònno 
2319,  ciarlónno  2413,  m' ari for mònna  (in  rima)  354,  m'imbrojjònno  (in  rima) 
3187,  cercónno  3328,  girònno  424,  se  serrònno  (in  rima)  442,  affermònno  461, 
■assarlónno  597,  se  sposonno  (in  rima)  5179,  trovònno  5386.  Ma  la  maggior 
parte  degli  esempj  di  1.*  fa  in  -orno:  scassòrno  3108,  basciòrno  3167, 
fischiamo  fin  rima)  3272,  sonòrno  (in  rima)  4190,  mannórno  4359,  impor- 
tòrno  5216,  ecc.  ecc.;  come  fanno  in  -érno  -imo  tutti  gli  esempj  che  mi 
notai  di  2.*  e  3.^:  vedérno  181  4343,  dovérno  4284,  potérno  3328,  chiudérno 
566  6256;  vistìrno  AiOO,  invesfìrno  462,  coprìrno  6348  (apocr.);  oììvq  fumo 
4417  5215  5379.  —  Cfr.  Caix,  Orig.  229-30. 


326  Ascoli,   Varia, 

«  milieu,  qu'ils  se  mettent  sui'  l'èpaule  pour  porter  deux  seaux, 
«  accrochés  aux  deux  bouts.  »  I  due  sinonimi  cisalpini  sono  il 
friul.  bujinz  e  il  venez.  big  àio.  Del  primo  ho  toccato  in 
Ardi.  I  497  n,  portandolo  a  bi-congiu;  e  la  dichiarazione  fu 
accettata,  cfr.  Kòrting  1162,  Meyer-Lùbke  II  574;  dove  però  mi 
devo  far  lecito,  a  tacer  d'altro,  un  appunto  concernente  la  par- 
ticolar  significazione  del  composto,  in  quanto  egli  è  riflesso  dal 
friul.  bujinz.  Non  vi  abbiamo  cioè  un  bi-congiu  che  dica  'due 
volte  un  congio'  e  che  perciò  vada  senz'altro  confuso  con  l'it.  bi- 
goncio ecc.  Ma  vi  abbiamo  un  bi-congiu  che  si  riferisce  allo  stro- 
mento  in  quanto  egli  porti  i  due  congi,  ossia,  secondo  la  vecchia 
e  buona  terminologia,  un  'composto  possesssivo'  o  'aggettivale'. 
Ne  viene  una  presunzione  vie  più  ferma  della  schietta  latinità 
della  parola.  —  Orbene,  passando  all'altro  dei  due  termini,  cioè 
al  venez.  bigólo,  la  cui  etimologia  si  può  dire  non  peranco  tentata, 
egli  è  certamente  notevole,  che  n'esca  senz' alcuno  stento  e  con 
assoluta  precisione  fonetica,  un  composto  che  per  il  suo  conte- 
nuto e  la  sua  qualità  semasiologica  ('quello  che  porta  i  due 
congi  0  secchi  ecc.')  risponda  perfettamente  a  bi-congiu  se- 
condo ch'è  riflesso  nel  friul.  bujinz.  Poiché  bi-gólo  sarebbe  l'esatta 
riproduzione  di  un  bi-gaulu;  dove  -gaulu,  cioè  il  greco  yavXó-g 
occuperebbe  assai  bene  il  posto  di  congi u,  secondo  che  si  può 
vedere  nello  Stefano  s.  v.  Senonchè,  è  per  ora  da  obiettare,  clie 
la  latinità  di  yavlo  'mulctra  etc'  sarebbe  troppo  scarsamente 
rappresentata  dall'  unico  esempio  di  Plauto  e  da  quest'  unico  ri- 
scontro che  la  voce  adriatica  verrebbe  a  offrirci  ! 

G.  l.  .\ 


CONTRIBUTI  ALLA  CONOSCENZA 

DE' DIALETTI  DELL'ITALIA  MERIDIONALE, 

NE'  SECOLI  ANTERIORI  AL  XIII. 


V.  DE  BIRTHOLOMAEIS. 


T._  SPOGLIO  DEL  'CODEX  DIPLOMATICUS  CAVENSIS'. 


[Continuaz.;  v.  sopra,  pp.  247-74,] 


§  IV,  —  Appunti  sintattici. 

124.  Notevole  un  avanzo  di  ablativo  assoluto:  'scepte  vie  andandum 
et  ingrediendum'  872. 

125.  Notevole  Tubo  avverbiale,  vivo  tuttora  nel  napolitano,  dell'agget- 
tivo bono,  quale  ne  appare  negli  esempj  seguenti:  'quem  fuerit  adpre- 
tiatu  per  tres  homines  bono  doctos  de  loco'  842,  'ipsa  vinea  lavorare  vona' 
901,  'pelUtia  serica  noba  et  bona  cusita''  1016,  'tres  focacie  bone  facte  et 
cotte'  1031,  'organea  ipsa  concient  bona''  1013  iv  229,  'organea  nostra  per 
illis  bona  conciata'   1013  iv  222. 

126.  Frequentissimo  il  costrutto:  'bia  q^ie  modo  se  anda',  per  la  quale. 

127.  Il  verbo  'essere'  sta  per  'avere'  nel  passo  seguente,  dove,  an- 
che per  la  forma  ben  popolare  del  participio,  ripugna  vedere  una  remini- 
scenza del  deponente  latino,  piuttosto  che  non  la  mera  traduzione  del  vol- 
gare: 'nulli  violentia  siimus  patute  a  cuiqua'  1057  viii  4. 

128.  Esempj  di  gerundj,  già  passati  alla  funzione  di  part.  pres.,  sono 
addotti  a' numeri  69  72  74. 


Archivio  glottol.  ital.,  XV.  22 


328  de  Bartholomaeis, 


§  V.  —  Lessico. 

Avvertenza.  —  In  questo  spog'Iio  lessicale  s'intrecciano  tre  serie  diverse:  la  verna- 
cola, per  la  quale  ricorro  ai  confronti  con  le  odierne  parlate  meridionali,  compren- 
dendovi pur  l'aquilano  e  il  romanesco;-  la  latina,  e  la  greca. 

Consta  la  latina  di  voci  non  registrate  nei  glossarj  del  Forcellini  e  del  Du  Gange; 
di  voci,  registrate  bensì  dal  Du  Gange,  ma  eh'  egli  derivò  da  documenti  della  nostra 
stessa  regione  e  che  si  devono  perciò  presumere  come  facenti  parte,  un  tempo,  del  fondo 
lessicale  di  questa;  e  finalmente  di  voci  pervenute  al  Du  Gange  da  documenti  estranei 
alla  nostra  regione  e  anche  all'Italia,  ma  dell'uso  delle  quali  giovi  conoscere,  per  una 
ragione  o  per  l'altra,  l'estensione  geografica. 

La  serie  greca  non  è  molto  numerosa-  Vi  si  distinguono  due  categorie;  quella  delle 
voci  appartenenti  al  linguaggio  ecclesiastico  e  all'amministrativo,  e  l'altra  delle  voci 
entrate  nel  linguaggio  popolare,  che  spettano,  in  generale,  all'agricoltura  e  alle  arti 
meccaniche.  Son  tutte  voci,  nell'una  categoria  e  nell'altra,  che  provengono  dal  greco 
medievale;  e  formano  un  manipolo  non  poco  importante  per  la  considerazione  cronolo- 
gica di  quello  strato  bizantino  di  cui  si  risentono  i  vernacoli  del  Mezzogiorno,  e  di  cui, 
grazie  agli  studj  del  Morosi  e  di  Gustavo  Meyee,  fu  già  rilevata  qualche  vena  nel- 
l'estrema penisola  (v.  Arch-  XII  76  segg  ,  137  sgg.).  Molte  delle  voci  dateci  dalle  carte 
vivono  in  quelle  parlate. 

Ho  anche  accolto  in  questo  Saggio  lessicale  molti  cognomi,  e  i  nomi  locali  uscenti  la- 
tinamente in  -ano  e  -iano,  che  si  possono  aggiungere  a  quelli  studiati  dal  Flechia.  I 
nprs.  onde  sono  derivati,  provengono,  oltre  che  dal  De-Vit,  dagli  indici  del  Voi.  X, 
parte  II,  del  'Corpus  Inscriptionum  Latinarum',  dove  son  raccolte  le  epigrafi  del  Bru- 
zio,  della  Lucania  e  della  Campania,  citati  semplicemente  per  CIL. 


abbocatore  avvocato,  v.  nura.  60. 

aco  acu  ago:  'lavorata  ad  €1011'  1058  vrii  54,  'oralem  unum  cum  vultiim 
ad  aco'  1058  Aaii  G6. 

acsoczare  'assocciare'  uguagliare:  'Inter  nos  acsoczammics  et  sortis  tra- 
didimus'   1009  1042.  Cfr.  'sozza'  e  v.  D'Ovidio,  Arch.  IV  408. 

acquale  ni.:  '  cesinale  ubi  dicitur  acquale'  972. 

'•adaquare  ortora'  1021,  irrigare;  v.  D'Ambra,  s.  v, 

adunare:  '■adunare  ad  aira  et  tritulare'  994  ni  18.  L'adunare  è  nell'abr, 
propriamente  'il  raccogliere  che  si  fa  del  frumento  nell'aja,  prima  di  treb- 
biare'. 

africazzani:  'panni  serici  africazzanV  1049  vii  112.  Probabilmente  'afri- 
•cani';  cfr.  'planete  due  de  serico  de  panni  de  Africa'  1057  viii  26.  — 'panni 
serici  a f ricali'   1043. 

agella  e  ajella  ni.,  'campicelli'.  V.  Due.  s.  agellus.  Ajelli  appartiene  anche 
alla  toponomastica  abr.  e  calabrese.  Cfr.  inoltre  Pieri,  Arch.  snppl.  V  137. 

aira  ara  aja,  v.  num.  10;  e  aggiungi:  'adunare  ad  aira'  994  ni   18  più 


Spoglio  del  Codex  Gaveiisls;  §  V.  329 

volte;  per  'tempore  de  are'  1656  s'intende  'il  tempo  della  trebbiatura'; 
airateco  1021,  airateca  1025,  aratica  1011  'diritto  d'aja';  ni,  airola  airolc 
V.  gl'indici.  È  ancora  aira  dell'abr.  dell'agnon.  e  del  lece,  Cremonesi  s.  v., 
Morosi,  Arch.  IV  119;  il  tarent.  arriva  sino  a  era.  De  Vincentiis. 

albanu  ni.:  'a  tu  al.'  V.  Due.  s.  albana,  'vitis  species'. 

alòide  ni.  Cfr.  Pieri,  Arch.  suppl.  V  78. 

aliala  ni.  991  ii  319;  da  aliu  aglio,  cfr.  Flechia,  nll.  da  piante,  825. 

alipergum  'albergo'  ricovero:  'adunare  mihi  ibiqne  petre  et  cretra  et  uni- 
ter  nobiscura  alipergum  ibidem  fabricemus'  996  iii  47. 

alluminare  illuminare:  'ipsa  ecclesia  cotidie  ofRciemus  et  alluminemus 
die  noctuque  '  1046  vii  23.  Cfr.  Laud.  aquil.  gloss.  s.  v. 

amalfìtanicos  amalfitani:  'tarenos  bonos  ain."  1057  viii  10;  amalfdani- 
ski:  'tari  boni  am.  triginta'  1058  via  50. 

amendola  cgn.  1064,  ind.  del  voi.  viii;  v.  num.  17  19,  Occorre  anche 
nella  Cr.  del  De  Rosa,  p.  434,  nel  Regim.  Sanit.,  gloss.  s.  v.;  v.  inoltre 
Schuch.  I  219.  Presso  i  dial.  mod.  ben  gli  fa  riscontro,  col  suo  a-  mante- 
nuto, il  nap.  e  pugl.,  amennela  (cfr.  le  forme  prov.  catal.  spagn.  e  portogh. 
in  Kòrting  535  e  i  nll.  d'Italia,  citati  dal  Flechia,  p.  826).  Il  tipo  a]men- 
è  mantenuto,  contro  tutto  il  resto  d'Italia  (anche  l'abr.  dice  inaila  mal- 
lihkje  mandorlo  -a,  mandorlina),  nelle  Calabrie  e  nella  Sicilia:  cai.  mien- 
mda  (Accattatis),  sic.  mendola  mennola  (Mortillaro,  Nicotra);  regioni  in  cui 
lo  ritroviamo  altresi,  come  nel  caso  presente,  quale  gentilizio  (p.  es.,  Men- 
dola e  sim.  a  Catania). 

amrnessarum:  'decera  capita  de  iumentem  et  unum  ammessarum''  990. 
È  admissariu  e  va  col  rum.  annasar,  Kòrting  210.  L'impronta  è  ben  popo- 
lare; ma  non  ne  trovo  riscontri  ne'  dial.  mod.,  e  nemmeno  nella  'j\Iascalcia' 
di  Lorenzo  Rusio. 

amminiiare  diminuire:  *ipsa  pecia...  non  siant  aliquando  tempore  sub- 
tracta  aut  amminuata  per  nuUum  modum'   1046  vii  27. 

anastasimon  1058  viii  38.  V.  Due.  gr.  s.  nyaazaaifzog  iqfiéQa. 

ancilla  dei  è  ni.  assai  frequente.  Secondo  l'edit.  (v.  negli  ind.),  risponde 
all'od.  ancillara,  che  ne  sarebbe  una  corruzione.  A  me  sembra  che  sia  piut- 
tosto esso  nome  ancilla  Dei  la  saccente  traduzione  del  popol.  ancillara  (si 
cfr.,  per  ciò  che  è  di  un  tal  processo  di  formazione  di  certi  nll.,  i  sic. 
sant'Andria,  santa  Conu  ecc.  e  la  spiegazione  che  ne  dà  l'Avolio,  Arch. 
suppl.  VI  73).  E  se  dobbiamo  credere  all'esistenza  di  un  antico  ancillara, 
cioè  Sanguinaria,  ne  avremmo  un  esempio  del  fenomeno  *-n[g]ui-  ~n<ji-, 
ben  diffuso  nell'Italia  meridionale  (sic.  e  cai.  angidda,  bar.  'ìigidde  ange- 
nagghie  anguinaglia,  nap.  lece  bar.  fru»gill§  frungieddf  fringuello;  v.  pure 
Salvioni,  Post.  258),  da  mettersi,  per  ragion  cronologica,  a  fianco  del  frin- 


330  de  Bai'tholoraaeis, 

gyllus  che  già  ci  vieu  pòrto  da  un'epigrafe  cristiana  del  513;  De  Rossi  I 
958,  Schuch.  II  273.  Cfr.  Ascoli,  Riv.  di  fìlol.,  X  16-17. 

andare:  'dare  aururu  tremissi  septe  de  principes  de  suprascripta  mO' 
neta,  aut  si  alia  moneta  ebenerit  que  per  ratione  andaberit  '  870.  Ben  spiega 
l'edit,  :  'moneta  quae  in  commercio  erit'.  Frequente  la  formula:  'bie  ad 
a/idandum  et  ingrediendum'  872,  'bia  que  modo  se  anda'  1046  vii  6. 

andrella  andrelle,  nll.  Cfr.  Due.  s.  andrena  'viarum  concursus,  angi- 
portus'. 

anglone  ni.  856  i  54;  da  angulu,  cfr.  Pieri,  Arch.  suppl.  V  137. 

angre  ni.  V.  Due.  s.  v.:  'intervalla  arborum  vel  convalles'.  Gal.  angra, 
neogr.  «;<pa 'terreno  prosciugato  lungo  il  corso  di  un  fiume  e  dato  all'agri- 
coltura' (Morosi,  Arch.  XII  88).  —  angrisi  978,  abitanti  di  Angre. 

anguillerium:  'fluvium  ang.'  1048  vii  98.  V.  num.   10. 

antennara:  ni  'via  antiqua,  que  dicitur  de  la  aniennara'  1056  vii  296. 

antico:  'bia  antica''  901,  'parietes  antici''  942. 

anzanutn  ni.  Cfr.  Flechia,  nll.  da  gentil,  s.  v.  Ho  anche  un  ni.  anfano 
dalla  Valle  del  Tirino,  alle  falde  del  Gran  Sasso. 

aplittu:  'et  alio  uno  adplicto  de  casa  ipsa  michi  reserbavimus'  856,  ' apli- 
tum  fravvitura'  1046  vii  19,  'habeas  unum  aplittu  de  terra  nostra...  quod 
habeo  coniunctum  ad  ipso  muro  de  ipso  castello'  968,  'tribus  applitora  de 
terra'  986,  'habeas...  unum  applittum  cum  ipsa  medietate  de  predictum 
ortum'  ibd. ;  'corda  oralum  unum  de  serico  cura  aplictum\  in  una  enu- 
merazione di  arredi  sacri  del  1057  viii  26.  L'edit.  annota  (I  60):  «adplic- 
tora  vel  applicium  valet  diversorium,  hospitium  ».  Ma  la  forma  applicium 
non  si  ritrova  nelle  carte;  e,  in  quanto  al  significato,  potremmo  bensì  sfor- 
zarci a  vedere  un  'hospitium'  in  quasi  tutti  i  passi  riferiti,  ma  come  vederlo 
nell'ultimo?  Consuona  il  napol.  acl-itte  'cumulo'  (donde  ackittarse  appog- 
giarsi); cfr.  agnon.  ackia,  abr.  appia  'quella  catasta  di  covoni,  più  grande 
di  una  bica  ordinaria,  che  si  fa  nell'aja  '. 

appare  alla  pari,  v.  numm.  43  e  120. 

apperire  aprire:  'ipso  reiales  claudere  et  apperire'  1062  viii  192. 

appiczare:  'sicut  salit  (il  confine)  ab  ipso  flubio  et  appiczad  et  coniungiti 
in  via  pubblica'  1022;  'toccare'   'collegarsi';  cfr.  l'abr.   appiccia   'prender 
per  mano'. 

appretiare  periziare:  'inquirerent  et  prospicerent  atque  subtilius  appre- 
tiarenV  1012,  'recepì...  una  asina  prò  apprefiatum'  ibd.;  v.  D'Ambra  s. 
appriezze. 

acqua,  col  signif,  di  'fiume'  'torrente'  (per  cui  v.  Due.  s.  v.)  è  assai  fre- 
quente: aqiia  de  Fleschetole,  aqica  stricara,  aqua  fregdola^  aqua  palom' 
bara,  ecc. 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  V.  331 

aquara:  ' sicut  ajtmra  discernit'  893.  Nel  pugl.  acquava  è  'scolo  d'acqua 
[liovana  aperto  nei  campi';  -  acquarola  ni.   1057  viii  26. 

ara,  v.  aira. 

arcellam  archetta,  in  un  inventario  di  oggetti  appartenenti  a  una  chiesa, 
del  1058  vili  38. 

arcupintu  ni.   1016,  'arco  dipinto'. 

arcuscellum  archetto:  'super  ijisum  arcuscellmn  fabricatum'  1062  viii 
192;  num.   102. 

arenala  ni.  ;  v.  num.  7. 

'•ascia  et  asciane',  in  un  elenco  di  suppellettili  rurali  del  1042,  '■assias" 
m  uno  del  1063  viii  210.  Cfr.  Kòrting  864,  e  Meyer-Liibke,  Zeitschr.  f.  d. 
osterreich.  gymn.  1891,  p.  766. 

assari  asserì:  'force  et  assari  inde  tulisset'  1006.  V.  Schuch.  I  206,  e 
Meyer-Lùbke  nel  luogo  ora  citato. 

assuma  sugna:  'medium  modiolura  de  fabe ,  et  medium  assuma  ai  due 
salme  de  vinum'  1047  vii  52;  od.  assona  allato  al  più  frequente  nzgfia. 

astracum  lastrico:  facere  debeatis...  parieti  usque  ad  astracum  de  unum 
solarium'  1034,  '  ipsum  astracum  supranum  quod  ibi  facere  debet  ad  vincli 
et  spagne,  et  intonicet  illud  ad  calce  et  arena'  1056  vii  281.  V.  Kòrting  86'1; 
nap.  àslrake  astr§cieU§  (D'Ambra),  cai.  sic.  àstracu  (Scerbo  s.  v..  Gentili  p.  44, 
Avolio,  Arch.  suppl.  VI  97).  Il  Puoti,  Vocab.  domest.,  s.  v.,  traduce  àslrake 
'terrazzo';  e  cosi  pure  T Avolio,  loc.  cit.,  'casa  con  solajo,  con  terrazzo'. 
Inoltre:  aslracatore  'laterizj  per  terrazzo':  'in  ipso  solarium  ponatis  tra- 
vos  bonos,  quanti  meruerit  et  astracatore  bone...  ibidem  ponatis'  1034, 
' astracatiirie'   1056  vii  281. 

aitnitu  ni.  1021.  Da  alnus;  cfr.  Flechia,  nll.  da  n.  di  piante,  p.  826,  e 
Pieri,  Arch.  Suppl.  V  77. 

baccanare  ni.:  'fons  que  dicitur  de  lu  baccanare'  1063  viii  263.  Forse 
lo  stesso  che  'baccalaria',  in  Due,  s.  v. 

haccia  vacca:  'unum  parium  de  baccie''  1047  vii  67,  ^haccia"  ricorre  più 
volte  nella  stessa  carta. 

backarecze  ni.  1040.  V.  Due.  s.  v.  Si  dice  oggi  'vaccareccia',  nelle  Pu- 
glie, la  parte  del  pascolo  destinato  alle  vacche.  Lo  Scerbo  perù  traduce 
il  cai.  vaccarizzu  'grossa  mandria  di  vacche  e  buoi'. 

badu  guado:  'ad  badu  malore'  1016.  E  frequente  nella  toponomastica 
meridionale  e  ricorre  anche  nell'ant.  sardo,  Guarnerio,  Arch.  XIII  119.  -^  ba- 
derà de  ipso  flubio'   1041. 

^balenem  unam'  1063  viii  210.  Cfr.  Due.  s.  balena. 

ballecelle  ni.:  'alle  6.'  1057  viii  26,  e  ballocellu  984;  baUeteUum  e  bal- 
litellum:  'sicut   medio    balletellum   discernit'   1029   V    178,  'fine   quomodo 


332  de  Bartholomaeis, 

ballilelliim  discernit'  985.   Occorro  anche    ballolellu   986  e    ballelella  1006. 

Cfr.  num.  108  109. 

ballenara  ni.  Cfr.  Due.  s.  ballinus. 

balneara  e  baniara,  nll.  1030  v  181.  Cfr.  Bagnava,  in  Calabria. 

ballimonio:   'da  ipsa  bia  pulbica...  usque  in  ipso  ballimonio'  1011. 

ballane  'vallone'  burrone,  fosso:  'fine  ballones  qui  discerni  da  terra 
opiscopii'  856,  '  potestatera  habeamus  de  ambi  ipsi  bi.illonV  1031.  V.  D'Ovi- 
dio, Arch.  XIII  422  n;  e  cfr.  s    valluncellum. 

baneum  ni.,  'bagno'. 

''bangam  unam',  in  un  elenco  di  oggetti  domestici,  del  1063  viii  210. 

barbane  zio:  '[ricevo  da]  Lupo  barbanes  meo  filio  Longuli'  848,  e  come 
cgn.  'signum  manus  Dominici  ftarZ^ani"  982.  Ricorre  non  infrequentemente 
e  sempre  in  flessione  di  III  (cfr.  Bianchi,  Arch.  X  410  n).  É  di  tutta  l'Ita- 
lia medievale;  tra' dial.  merid. ,  vive  nel  barese  della  provincia  (Nitti, 
p.   14  n). 

barbutu:  'Dauferius  qui  cognominatur  barbuta''  1061  viii  155,  'rebus  de 
li  barbuti'  1047  vii  31. 

bargulie  ni.  Cfr.  Due.  s.  bargus. 

barrile:  cgn.  'lohannes  b.,  1049  vii  95;  v.  varrilario. 

basare,  nel  ni.  'èasa-boe'  1048  vii  97,  se  'bacia-bove'. 

basilico:  'constituimus  ut  nullus  basilico  vel  stratigo  nec  protospatarius 
uec  spatarius'  ecc.  899. 

batolla  ni.,  v.  Due.  s.  batus  3,  e  num.  7;  batollisi  abitanti  di  BatoUa  994. 

batlallia:  cgn.  'Johannes  &. '  ind. 

bece  vece,  passaggio:  frequente  la  formula,  '  cum  bece  de  bia'  cioè  'col 
diritto  di  passaggio'. 

bennere  vendere:  'intra  iste  suprascripte  finis  de  ipse  due  pectiole  ubi 
de  mihi  at  bennere  sortione...  nihil  reservavit'  826, 

bentanus  'bene'  o  'male ventano',  frequentissimo. 

berga  verga:  cgn.  'lohannem  qui  dicitur  berga-iiwiwm.^  1062  viii  201. 

berva  brevi  1030, 

bespatiicum  ni.  V.  num.  80. 

bestarario:  cgn.  'Johannes  qui  dicitur  b/  1049  vii  95.  V,  Due.  s.  vest.,  e 
Schuch.  II  454.  Occorre  anche  negli  '  Annales  Cavenses',  ]MGH,  scr.  Ili  192. 

betellare:  'jumenta  una  pollitrala,  bacca  una  betellata,  scurie  tres  por- 
clate  cum  ana  tres  filios  per  scuria,  capre  tres  filiate,  capre  tres  edate'  1029. 
Nella  'Synopsis',  l  lvi,  l'edit,  interpreta:  'vacca  cum  vitulo,  equa  cum 
puUo'.  Invece  s'avrà  qui  il  medesimo  signif,  che  han  gli  od.  cai.  vicchia- 
risi,  irciarisi,  verriarisi,  aniarisi,  indicanti  rispettivamente  l'accoppiarsi  della 
vacca  col  toro,  della  capra  col  becco,  della  scrofa  col  verro,  e  della  pe- 
cora col  montone.  V.  Flochia,  Postilla  sopra  il  fononi,  'ti  =  ci',  p.  543. 


Spoglio  del  Codex  Caveiisis;  §  V.  333 

betiri  vecchi:  'quinque  solidi  boni  betiri  de  dorano  Sicardo'  859. 

betrano  e  vetrano  (monte);  v.  gli  indici.  Cfr.  Flechia,  nll.  da  gentil,  s. 
Vetrana. 

bibanum  ni.,  *vib[i]anu,  Vibius,  CIL.  Cfr.  Flechia  nll.  da  gent.,  s.  Vig- 
giano,  e  p.  84. 

biselle  105G  vii  302,  'aliqnante  viscilie  de  querele'  1022.  L'edit.  annota: 
oiscilie,  arbores  tenerae  aetatis.  Cai.  visciju  querciolo  (Scerbo);  ''biscillie- 
ticm  de  castaneis'  942. 

bisinianisi,  abitanti  di  Bisignano   1040. 

bdlulum:  'unum  faciolum  et  unum  bittulum'  976.  Cl'r.  Due.  s.  vettis. 

boccale  'parte  del  mulino':  'ipso  molino  conciatum  et  hedificatum...  cum 
bocchale  et  canale'  1027  v  133,  'si  ..  necessum  ibi  fuerit  mole  seu  ca- 
nale vel  vaccaie  ad  ipsum  molinum  '  1034  vi  5. 

boffe:  'sortione  nostra  de  terra  cum  boffe  da  predicta  via  in  suptu  usque 
ad  mare'  1026. 

bolumbrn;  '  pastenent  ibidem  ficus  pera  bolumbra  cerasa  et  aliis  arbo- 
ribus  fructiferis'  1061  viii  174.  Lo  stesso  che  columbri;  'e.  et  pruna  sive 
damascina...  demus'  1022.  Qui  l'edit.  annota:  «  etiam  nunc  apud  vulgum 
primi  ficus  fructus  nuncupatur».  E  il  fico  volumbrella  del  poeta  quattro- 
centista Cola  di  ]Montorte  conte  di  Campobasso,  e  l'od.  napol.  colommra 
(D'Anìbra),  cai.  columbra,  tarent.  culummiro,  bar.  h'iumme  che  già  appa- 
risce in  una  carta  del  1024  ('ubi  stat  ipso  columbo'),  citata  dal  Nitti,  36  n. 
A  ragione  FI.  Pellegrini  ('Cola  di  Monf,  rimatore',  Cerignola  1892,  p.  10) 
pensa  al  gr.  xoQv^^og. 

botte:  'una  botte  da  bino  mittendum'  84.5. 

brache:  'unum  parlo  de  brache^  968,  '  pannu  de  brache  x',  in  un  elenco 
di  oggetti  domestici,  scritto  da  mano  del  X  sec,  a  tergo  di  una  perga- 
mena del  988  II  261,  '■brache  parlo  I'  ibd. 

brebicelli  'brevicelli'  1064  viii  291. 

bronitore:  'est  bronitore  et  est  residente  ad  curte  domnica'  1048  vii  84; 
imbrunitore? 

'■bucticina  quattuor'  1063  viii  209. 

bunanum  ni.  ;  *b  o  n  a  n  u ,  Bonus. 

buttarli  cantina;  'vinea...  cum  predicto  buttarli  et  ipsa  cirvinara  de  su- 
pra  ipsum  astragum  de  predicto  buttarum'  1009  iv  1.57.  Campb.  tonnare, 
D'Ovidio,  Arch.  IV  147. 

buttone,  cgn.:  'lohannes  biittone'   1049  vii  99. 

caba  torrente:  'una  caba  unde  per  imber  aqua  decurrit'  1034  v  251.  Cai. 
caolini  (Scerbo),  nap.  cavane  burrone  (D'Ambra). 

caballinum:  'parlo  de  ferri  caballini  uno'  1042,  cgn.  'Aurelianum  pri- 
micerium  cognomento  caballinum,  filium  quondam  Petri  caballini''  1025. 


334  de  Bartholomaeis, 

cabucella,  v.  ciibecella. 

cacare:  cgn.  'Romualdus  qui  dicitur  caca-lu-iuba'  1048  vii  100,  num.  6S, 
'heredes  de  hominibus  qui  bocabat  car a-in-santi  '  990. 

caccahelli  cgn.,  ind.  del  voi.  iv;  y.dy.yM^og,  lat.  cacca  bus;  donde  il  cai. 
kùkkamu  (Morosi,  Arch.  XII  93),  otrant.  hakkavedda  (Pellegrini,  Arcb. 
suppl.  Ili  64),  abr.  cuccarne  càccame  caccamitt§,  rora.  cùccomo  e  il  tose,  cuc- 
cuma, corso  kakkavK  (Guarnerio,  Arch.  XIV  179). 

calahritano.  cgn.  1020,  'calabrese'.  Nel  'Chron.  Salern.',  MGH,  scr.  Ili 
527,  son  chiamati  '  calabrilani  sarraceni'  i  saraceni  di  Calabria. 

calcara  'fornace  da  calce':  ni.  'ubi  calcare  dicitur'  1049  vii  104;  cal- 
carola  ni.  1053  vii  216.  Il  Tommaseo  s.  v.,  dice  sicil.  calcara,  ma  v.  Ascoli, 
Arch.  1  288  363  383.  Cfr.  Petrus  calcarario  1061  viii  171.  Nella  Oron.  del 
De  Rosa:  'tu,  carcararo,  cìie  vinde  la  coppa  che  sta  alla  carcara\  p.  450. 
caloare:  'dixit...  quod...  Jaquintus  introisset  in  rebus  sancti  Maximi... 
et  caloasset  et  exfossasset'  982.  L'edit.  annota:  '■calcare  scilicet  arboribus 
nudaret'. 

calzare:  'vestire  et  calzare  debeatis'  1031.  —  calzari:  'dentur  ei...  dua 
pari  de  calzari'  1028  v  142.  —  calze  calzoni:  'unum  pario  de  brache  et 
calze'  968,  'parlo  de  calze  II',  in  uu  inventario  di  oggetti  domestici,  scritto 
di  mano  del  X  sec,  a  tergo  di  una  pergamena  del  988.  —  colzolario;  cgn. 
'lohannes  calzolario'  1058  viii  47. 

cammisulatum :  'unum  cammisulalmn  femminile'  976;  una  specie  di 
camicia? 

cammara,  catnmarella,  v.  num    19,  47. 

caniminatella  ni.  1006;  col  probabile  significato  originario  di  'casa', 'ca- 
mera'; V.  Due.  s.  v. 

camisa   camicia,   e   camiso   camice:    'recepit    camiso   unum'   902,  'unum 
caniiso  et  una  camisa'  968;  'cammisa  tres"  camici,  in  un  inventario  di  og- 
getti appartenenti  a  una  chiesa,  del  1063  viii  209. 
eamniare  cambiare  976;  camnium  ibd. 

campanaro  campanile:  'usque  cantonem  campanari  ipsius  monasterii" 
1063  vili  209.  È  del  nap.,  dell'agnon.,  del  cai.,  dell'arpinate  (Parodi,  Arch. 
XIII  301). 

campanella:  cgn.  'Heupraxia  libera  femina  que  nominor  e'  1038. 
campanole  ni.    1030  v    195.    Poiché    n  può  anche  rappresentare  n,  cfr. 
num.  33,  non  è  chiaro  se  si  tratti  di  'campana'  o  di  'campagna'. 
campilianu  ni.,  ^campylianu,  Campylius,  CIL. 
campitellu  ni.  1029  v  172. 

cancella  ni.  1030  v  194;  -  cancellata  ni.  1035  vi  47:  cfr.  Racioppi,  s.  Gan- 
cellara;-     cancellaru  'costruttor  di  cancelli',  cgn.   1071  viii  177. 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  V.  335 

cannitello  ni.  Cfr.  Avolio,  Arch.  suppl.  VI  79. 

capazzana  ni.  Cfr.  Flechia,  nnll.  da  gent.  s.  -ano. 

capessuni:  'capre  undecim,  capessuni  tres,  obes  tres"  10.53  vii  198;  'ca- 
pezzone'  specie  di  cavallo?  Nell'abr.  vuol  dire  'capo'  e  anche  'ricchissimo'. 

capetania  scorta:  'ipse  alle  due  sortis  cum  tota  ipsa  capetania,  que  su- 
pra  dixiauis'  1029.  Il  tarent.  capitarne  è  'la  quantità  di  bestiame,  semenze 
od  altro  che  il  padrone  dà  al  fittaiuolo  come  dote  per  restituirle  al  ter- 
mine della  conduzione'  (De  Vincentiis). 

capistrellum  cgn.:  'filio  Truppoaldi  qui  vocabit  e'  990.  Ct'r.  capistrello, 
ni,  della  regione  marsicana  e  Capestrano,  già  Capistrano,  ni.  abruzzese. 

capizuto  cgn.:  'Stefani  capizuto'  10.54  vii  227;  'capecchiuto'  (cfr.  d'Am- 
bra s.  capizzo)  ovvero  'capocciuto'  testardo  (a  'capoccia'  dell'Italia  cen- 
trale, risponde  il  nap.  capuzzielle). 

captare:  'ipse  infantulum  debeat  capiate  ipsa  animalia  et  curam  bonam 
inde  abere'  993;  domare.  V.  Due.  s.  caplum,  fune.  E  cfr.  l'od.  abr.  scapelà 
'lasciare  andare  i  cavalli  liberamente  al  pascolo".  Il  cai.  scapilari  è  're- 
star da  lavorare'  (Scerbo). 

cappilare:  'licentiam  habeatis  vos  et  vestri  eredes  omni  tempore  caprpi- 
lare  et  toUere  vobis  tanta  lingua  de  ipse  silbe  mee'  1013? 

cappu  cappara,  v.  num.  34. 

capranicus  ni.,  v.  num.  80.  —  caprile  e  caprilia  nll.  —  caprulic  ni.,  v. 
num.  7. 

caprena  caprina:  'lena  caprena'  1063  viii  216.  L'è  si  dovrà  all'analogia 
illusoria  di  prisu  presa  num.  5. 

capsula  'cassata'  nulla:  'mouimina  illa  nobis  daret  salbam,  ut  non  fiat 
ipsa  capsatam'  1025,  cioè  'affinchè  poi  non  siano  cassi  e  nulli'. 

capii:  'de  unu  latu  et  de  unu  capu'  è  formula  frequentissima. 

carafoli:  'unum  pare  de  carafoli'  1058  viri  63;  caraffa,  nap.  carra fella. 
De  Rosa,  p.  436? 

carnara:  cng.  'Leonis  qui  dicebatur  e'  1059  viii  129.  Il  nap.  carnara 
equivale  all'it.  carnaio. 

carrara  'via  carraia':  'fecisset  per  ipsa  rebus  via  carrara''  982  (nel  pugl. 
od.  carrara  è  'carreggiata');  carrarola  917.  Anche  si  ha  '  via  carracia'  857; 
ma,  isolato  com'  è,  si  direbbe  un  lapsus. 

carricata  :  'una  sauma  de  ligna  bona  insta  earricata'  1035.  Cfr.  Regim. 
Sanit.  gloss.  s.  v. 

carzareì:  cgn.  ^ y.oaicci'ttyos  TOf  y.aQ'QaXeyan^iog''   1058  vili  37. 

casane  ni.  V.  Due  s.  casana. 

casattina:  'terra  da  la  pesone,  de  modiis  duo,  que  est  casattina'  868. 

casella:  'liceat  nos  inde    excudere   ipsa  casella    minore    quod  inde  ipsa 


336  de  Bartholomaeis, 

habemus'  1063  viii  219.  Il  cai.  casella  è  'capanna',  'torretta'  (Scerbo);  e 
così  si  dice  casedda  nelle  Puglie  una  'specie  di  capanna  costrutta  con  pie- 
tre a  secco  '. 

casolla  e  casolle  nll.  Il  Due.  spiega  'casula':  'minor  casa  seu  ecclesia'. 
Quanto  al  suff.,  v.  il  n.  7. 

casilianuìn  ni.;  gens  Casi  Ha,  De-Vit. 

cassilanum  ni.,  ^cassilianu  *Cassilius.  Il  nps.  non  è  documentato; 
ma  è  senza  dubbio  contenuto  nel  ni.  retico  '  Cassiliacum',  De-Vit  s.  v. 

castanei  castagni:  'terra  cum  vinea  et  aliquanti  castaneV  1020;  castanie: 
'arbori  de  castanie''  857;  caslanietu  è  assai  frequente. 

castelione  'Castiglione'  ni.  877;  -  castelgloni  ni.  1056  vir  293. 

castrezzano  ni.  1047  vii  61;  *cas  tri  cianu,  Castricius,  CIL. 

cala-  xaiH.  V.  num.  112.  Gli  es.  ivi  raccolti  ci  presentano,  ben  fissato 
nella  toponomastica,  il  particolare  uso  che  di  cata-  suol  farsi  tuttora  nel 
dial.  di  Campobasso,  per  indicare  direzione  verso  un  luogo.  Onde  Cata- 
lupo,  Catabate,  Cata-Maurici  saran  venuti  a  risultare  dalle  frequenti  ellissi 
del  veibo  in  proposizioni  come:  'andare  da  Lupo,  dall'abate,  da  Mauri- 
zio'. —  E  qui  sia  lecito  aggiungere,  agli  esempj  allegati  dal  D'Ovidio,  que- 
sti, che  raccolgo  da'  lessici  meridionali,  ne'  quali  si  mostri,  più  o  meno  evi- 
dente, la  particella  greca:  sic.  catah rinnuU  grondaja,  catacogghiri  'coglier 
per  via'  raggiungere,  cataminu  'di  meno  in  meno'  ratealmente,  catamiari 
'avviare'  spingere,  caiaminarisi  indugiare  (Nicotra,  Mortillaro);  cai.  cata- 
nannu  bisavolo,  vecchio  decrepito,  ni.  Cataforiu  o  Catahoriu,  catacogliare 
e  calacollare  'andare  all'ingiù  in  fretta'  (cfr.  sic.  e  regg.  cttddari  partire, 
che  è  il  collare  delle  navi,  nella  nota  canzone  di  Rinaldo  d'Aquino  'Già 
mai  non  mi  comforto'),  cataforchia  (molis.  cafafuorchii%  abr.  cafurkie)  co- 
vile spelonca  catapecchia  (Scerbo,  ^Nlorisani,  Accattatis);  agn.  meure  ca- 
tameure,  volda  catavolda,  poide  catapgide,  'muro  muro',  volta  per  volta, 
piede  innanzi  piede  (Cremonesi);  abr.,  dial.  di  Scanno:  calamenarse  'intro- 
mettersi nelle  faccende  altrui',  catos^one  fola  (Finamore).  Il  campobass.  ca- 
tapiezze,  è  pur  del  nap.,  sic,  cai.,  teramano  (Savini),  e  anche  del  romane- 
sco (catapezzo  nel  gloss.  delle  poesie  del  Belli,  ediz.  Morandi).  Il  Racioppi, 
s.  Chiaromonte,  ci  dà  infine  un  'monte  Cala-rozzo^  dirupato  'rotto',  in 
Basilicata. 

catabulu  ni.  1064  viii  269.  Cfr.  i  cai.  kaléoulii  katégula  'fossa  lunga  e 
stretta  per  la  propagginazione  delle  viti',  che  il  Morosi  riconnetteva  giu- 
stamente al  pgr.  xaza'^olri^  Ardi.  XII  95  (v.  anche  Korting  1720).  Quanto 
al  genere  però,  siamo  al  mgr.  xcact^o'Aos,  Due.  gr.  s.  v.,  che  è  già  catabu- 
liim  negli  spogli  dello  Schnchardt,  II  133. 

catanicticon  1058  viii  38.  Cfr.  Due.  s.  xcaat^ixTiy.d 


Spoglio  del  Cedex  Cavensis;  §  V.  337 

catena:  'ipsa  filia  mea  dentur  ipsi  filii  mei,  quando  se  maritaberit,  cal- 
dana, frexoria,  catena'  1028.  Qui  più  specialmente  'catena  da  focolare'.  - 
catenelle:  'candele  costantinopolitane  decem  cura  catenelle''  986  ii  233;  ca- 
tenella ni.  1018. 

catoiu  'stanza  terrena':  'ingrediendum  et  regrediendum  a  super  in  ipso 
solario,  quam  in  ipso  catoiu,  cum  omnia  vestra  utilitate  per  ipsa  regia  de 
ipso  catoiu...  et  talem  vicem  abeatis  per  ipsa  regia  de  ipso  catoium''  1031, 
'dibidimus  ipso  hatodeum  de  ipsa  casa  suprana'  1046  vii  10,  '■catodeo'  1057 
vili  9  (si  tratta  di  una  casa  appartenente  a  un  greco).  È  il  hatoju  del  bov. 
e  del  siciliano  (Morosi,  Arch.  XII  92),  catuoju  del  cosentino  (Scerbo  s.  v. 
e  Gentili  p,  12)  'stanza  a  terreno';  nel  regg.  col  valore  di  'cesso'  (Morisani); 
dal  neogr.  xccnóysiov,  secondo  lo  Scerbo  e  il  ]\Iorosi,  e  col  decisivo  con- 
senso dell'accento  (katóju).  Sa  d'arcaico  la  forma  hatodeum,  sull'accento 
della  quale  non  abbiamo  sicuro  giudizio.  Ma  nessuno  vorrà  staccarla  da 
katóju,  0  metterla  in  relazione  immediata  col  pgr.  e  poet.  y.arovóulog. 

catzotti  nprs.:  'terra  Catzotli\  Cfr.  il  Cattius  delle  iscrizioni  meridionali, 
contenuto  nel  ni.   Cacciaìio;  Flechia,  nll.  deriv.  dal  gent.  s.  v. 

cammisali:  'passi  cammisali  quadraginta  de  longitudinem'  981.  L'edit. 
annota:  'idest  passi  ad  mensuram  perticae  (a  voce  y.c<iJLct^)\  Cfr.  il  cai.  ka- 
maci,  dal  neogr.  xafxaxt  (Morosi,  Arch.  XII  90). 

cauda:  num.  29.  Forse  'acqua  calda';  cfr.  'acqua  fregdola'  negli  ind.  de' 
singoli  volumi. 

centa:  'quanta  centa  in  ipso  monasterio  introierit'  1052  vii  193.  Nel  Sa- 
li^rnitano  chiamano  centa  'una  certa  quantità  di  cera  che  suole  offrirsi  in 
dono  a  una  chiesa'. 

centre  chiodi,  borchie:  'finali  et  centve  faciendum'  986  ii  236,  in  una  li- 
sta di  oggetti  appartenenti  a  un  greco.  V.  Morosi,  Arch.  XII  94,  cui  agg. 
pugl.  cendraune,  nap.  cendrella,  cosent.  cintriddi. 

ceraptata:  'quattuor  ceraptata  deargentata'  1058  viii  38;  candellieri,  mgr. 
y.r,Qtc(nvr}g,  Due.  gr.  s.  v. 

cerasa  ciriegi:  'pastenent  ibidem  ficus,  pera,  bolumbra,  cerasa  et  aliis 
arboribus  fructiferis'   1061  viii  174;  ni.  cirasulu  856,  amareno. 

cerbarezze:  ni.  'ubi  cerbarezze  dicitur'  1051  vii  165  e  166,  cerbaricia 
1029,  come  nel  'Chron.  Salernit.'  ]MGH,  scr.  Ili  514.  Cf.  backarecze. 

cerbitu  ni.   1014. 

cemmarola  e  cimmarola  1056  vii  275  ni.  Forse  da  'cima'. 

cercuin  querciolo:  'usque  susum  ad  ipsum  cercum'  976,  'da  Salerno  ab 
ipsum  predictum  cercum''  ibd.;  -  cercetum  querceto  1064  viii  201,  cfr.  Fle- 
chia, nll.  deriv.  da  nomi  di  piante  834;  -  cerqiia  quercia:  ''cerque  que  ibi- 
dem sunt'  992;  -  cei-za:  'terra  cum  arbusta  et  aliquante  cerze'  1036,  'ab- 


338  de  Bartlioloraaeis, 

scidere  ipse  cerze   1038  (è  del  napol.   del  sic.   e  del  cai);  ul.  'acqua  que 
dicitur  puUu  de  cerzia  gallara'  1049  vii   IH.  V.  niim.  38;  e  cfr.  s.  quercia. 

cercla  'cerchi  da  botte':  'ad  conciandum  organea  da  binum  ipsius  ar- 
chiepiscopii,  et  prò  faciendum  ipsa  ccrdia'  1021.  Ancora:  'ipse  bucti  dua 
cercla  bona'   1006. 

cerreta:  'castanieta  quercieta  cerreta''  960;  v.  num.  5. 

cetraro:  'abeamus  et  biginta  cetra,  quale  meliori  fuerint  in  ipso  cetraro'' 
980;  luogo  coltivato  a  cedri,  che  qui  possono  essere  anche  'cocomeri", 
'cetrioli';  pugl.  citrg,  abr.  cetrgne. 

cibila  'Civita'  città,  v.  num.  59. 

cillaro  ni.  'sunt  ipse  vinee  in  ipso  eluso  de  sancto  Angelo  de  loco  eli- 
laro'  1039  vi  HO.  Trattandosi  di  luogo  coltivato  a  vigneto,  non  è  impro- 
babile che  sia  da  cellari  u,  il  cui  continuatore  ò  nell'abr.,  nel  nap.,  e  nel 
calabrese  {ciddaru).  Pieri,  Arch.  XII  114,  XIII  330,  Guarnerio,  Arch.  XIV 
392.  Cfr.  inoltre  Kòrting  1779,  Salvioni,  Nuove  Post.  p.  6. 

cimenta  cementi:  'dibidere  mecum  ipsa  cimenta  et  prete  et  ligna'  935. 

cintruto:  cgn.  'Stefani  cognomento  c\  927. 

ciniirio:  'yconam  argenteam  gemmis  et  auro  laborata  et  cinurio  unam' 
1058  vili  67;  mgr.  y.aiuovqyiog  y.atvovQiog  e  y.ei'-,  Due.  gr.  s.  vv. 

cippitu  ni.  1011.  Cfr.  nap.  cippe  'ceppo'  tronco,  arbusto  (D'Ambra),  Pieri, 
Arch.  suppl.  V.  83  177. 

"■  circitarium  unum  de  lino',  in  un  elenco  di  oggetti  appartenenti  a  una 
chiesa,  del  1063  viti  209.  Sarà  lo  stesso  che  circitorium,  Due.  s.  v. 

circli  ni.,  V.  p.  253  n. 

cirnegla:  'rebus  de  segna  et  cirnegla'  1047  vii  31.  Dal  cotesto  non  emerge 
chiaro  se  trattisi  di  ni.  o  di  prs.  A  ogni  modo  è  da  cfr.  il  nap.  cfrnickje, 
sic.  cirnigghia,  corso  cernilu,  ant.  gen.  cerneio  e  mod.  gerneggu  crivello. 
V.  D'Ambra  s.  v.,  D'Ovidio,  Arch.  XIII  421,  Ascoli,  I  354  n,  Il  129  n,  Guar- 
nerio, XIV  155. 

cirvinara:  'predicto  buttarum  et  ipsa  ciroinara'  10U9.  Il  Due.  riferisce 
'cervinaria'  dal  '  Chron.  Cassin.'  e  dal  'Chron.  Casaur.',  e  interpreta  'cella 
vinaria'.  La  spiegazione  pare  accettabile,  malgrado  l'intoppo  della  in- 
frequente caduta  dell'-a.  -  Cervinara  è  nome  d' un  villaggio  in  prov.  di 
Avellino. 

cisina:  'pecia  que  dicitur  eisina  Jaquinti'  1030  v  192.  Il  Due.  cita  'co- 
sina' da  una  carta  salernitana.  Però  non  tradurrei,  con  lui,  'selva  cedua', 
ma  piuttosto  'terra  sterile',  'sodaglia',  col  qual  signif.  si  trova  tuttora  nel- 
l'abruzzese. Cfr.  Mussafia,  Beitrag  s.  cesa,  Salvioni,  Post.  259.  -  cesinale: 
'alia  pecia  que  est  cesinale''  972,  'alio  castanietum  et  cesinale'  ibd.,  '■cesi- 
naie  ubi  dicitur  acquale'  ibd. 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  V.  339 

cispite  cespite,  proprietà:  'volumus  ut  liberi  vadant  (gli  schiavi)...  qui 
habuorint  cispite,  cum  suo  cispite,  et  qui  cispite  non  habuerint,  sufficiant  il- 
lis  libertate  sua'  868  I  81. 

clianu  ni.;  cfr.  Flechia,  nll.  deriv.  da  gent.  s.  Chiovano. 

clusura:  'loco  que  dicìtur  clusura''  848;  Due.  s.  v.  ;  clusuricella  1038. 

cofinella:  cgn.  'Bona  e'  923.  Cfr.  Due.  s.  coffinus. 

colciara:  'una  colciara  et  uno  plomacio  bindat'  1008;  v.  Korting  2013. 

colcitra:  'uno  lecto  cura  lena  et  calcitra  et  plumateo'  845;  Korting  2318. 

columbri;  v.  bolumbra. 

compara  compera:  'tradidimus  vobis  et  transactum  prò  ipsa  suprascripta 
compara'   1014  iv  247. 

^cona  una'  1006;  shóyrj.  E  del  voc  e  v.  Morosi,  Arch.  XII  89. 

conberzara:  'via  e'   1047  vii  38;  'commerciara'? 

conciare  assettare  ordinare  e  sim.:  'pellitia  serica...  bona  cusita  et  bene 
conciata''  1009,  'inclita  ipsa  molina,  qualiter  conciata  vel  edificata  sunt' 
1018,  'molina...  regere  et  conciare'  ibd.  Col  medesimo  signif.  è  nel  voc; 
V.  Due.  s,  V.,  dove  son  citati  esempj  dal  'Chron.  Cassin.'  —  Inoltre:  'vinum 
nos  porteraus...  ad  cellarium...  et  adiubare  ad  concmntiwm  et  studiandum' 
1029  V  181,  'mittant  illut  ipso  vinum  salvum  in  organeum  ipsius  mona- 
steri! per  illis  bonum  conciatum  et  studiatum'  1029  v  184.  Qui  è  'spre- 
mere'; cfr.  il  cai.  cuonzu,  pugl.  cgnze  e  il  sardo  log,  konzti  (Guarnerio, 
Arch.  XIV  393),  che  indican  tutti  'quel  cesto  di  vimini  dove  si  metton  le 
uve  0  le  sanse  da  spremere  sotto  lo  strettoio'  —  Ancora:  'faciant...  toti 
ipsi  labori  (dopo  essere  stati  raccolti  sull'aia)  bactere  et  conciare''  ossia 
'tacciano  battere  e  vagliare'  il  frumento  o  altro  {conciare  per  'vagliare'  è 
nell'abruzzese). 

^concoliìia  una',  in  un  elenco  di  utensili  domestici,  del  1057  viii  54.  E 
dell'od.  romanesco. 

'■  condacim  unum'   1058  viii  38;  mgr.  xovóuxtof.  Due.  gr.  s.  v. 

congna  ni.  'ubi  a  la  congna  dicitur'  1041,  da  cuneu;  cfr.  Pott,  Zeitschr. 
cit.  XVI  124,  Racioppi  s.  Cognato,  Pieri,  Arch.  suppl.  V  146;  coniclum: 
'  mannariara  unam,  pennara  de  mannariam  unam,  coniclum  sirailiter  de  ma- 
ria unum'  1063  viii  210;  cuniulu  ni.  1030  t  190.  Cfr.  i  pugl.  cai.  sicil. 
ciinu  cunetta  zeppa,  tarent.  curiato  scure;  e  inoltre  Salvioni,  Post.  262, 
Pott,  1.  e. 

consa  cimse  ni.,  scritto  anche  ciimpsie.  Due.  s.  comps  'lignum  quoddam'. 
La  triplice  scrizione  occorre  anche  nel  'Chron.  Salern, '  e  negli  'Annales 
Caven.',  MGH,  scr.  Ili  ind.  del  voi. 

coperclisi  1001,  abitanti  di  Coperchio. 

corace  ni.  1034;  dal  nprs.  Corax  -cis.  Cfr.  Pieri,  Arch.  suppl.  V  42. 


340  de  Bartholomaeis, 

corcoma:  'octo  solidos  costantinos  et  una  corcoma'  966;  mgr.  xovQxovun 
capestro. 

^corcehaldu  l\  in  un  elenco  d'indumenti  del  988.  V.  Due.  s.  '  curcin- 
baldus*. 

cornitu  ni.  1047  vii  49.  V.  Flechia,  nll.  da  nn.  di  piante,  p.  829. 

coronnra  ni.   1061  viii   163;  da  coronariu  lupinella. 

correianu  ni.  *coridianu,  Coridius,  De-Vit.  Per  ciò  che  è  di  -èia- 
da  -idja-,  v.  Flechia,  nll.  da  gent.  p.  88-9. 

costinea:  'uno  capite  tenet  in  terra  que  est  coslinea  de  puteum'  1058  vi:i 
95;  forse  'attigua  al  pozzo". 

cretaru  ni.  1024;  da  'creta'. 

criHaczu  ni.:  'ubi  a  lu  cretaczu  dicitur'  1062  viii  193,  'cretaccio',  ter- 
reno argilloso;  cfr.  Avolio,  Arch.  suppl.  VI  87. 

cribu  crivello,  in  una  serie  di  utensili  del  1053  vii  198;  cai.  crivu  (Mo- 
risani  s.  v.,  Gentili  p.  43).  Cfr.  Kòrting  2266. 

cristoìie  cresta,  vetta:  'in  susu  per  cristonem'  988,  'usque  in  cristone  in 
quo  plescaturia  sunt'  ibd.,  'per  ipso  cristone  recto  descendente'  ibd.  CiV. 
Pieri,  Arch.  suppl.  V  145. 

criice  croce:  'una  cruce  de  rame'  1006  'ubi  battivimus  ipsa  criice'  1000; 
ci'uciclas  crocette,  in  un  inventario  di  arredi  sacri  del  1058. 

cubecella;  'de  plenarie  ipse  grade  fabrite  et  de  ipsa  cabucella  (1.  cub.ì) 
de  predicte  grade  et  de  ipse  apothecelle  de  sub  ipsa  cubecella''  1030  v  194. 
Sarà  la  'volta  della  gradinata';  cfr.  Tommaseo,  s,  cuba. 

cupella  'sorta  di  misura  di  capacità  per  cereali  e  simili':  'deant  nobis 
exinde  terraticum  de  sex  cupella  uno'  966.  Nel  vocab.  ital.  coppella  (Tom- 
maseo), roman.  cupella  (Belli,  ediz.  Morandi,  gloss.);  cai.  cupieódu  arnia 
(Scerbo).  V.  Schuch.  II  108,  Salvioni,  Post.  262. 

cupo:  'fenestras  cupas'  1022;  l'edit.  annota:  «  idest  fenestras  tegmine  ita 
adumbratas,  ut  per  ipsas  nequeant  aspici  domus  vel  loca,  ex  adverso  po- 
sita»;  -  ni.  \a,ma.-cupa-  cfr.  Pieri,  Arch.  suppl.  V  124. 

deficiutn  edificio:  'quod  aput  vos  melioratam  paruerit  in  deficiwn  aut  in 
quavis  parte'  911;  cfr.  edeficiu  num.  21, 

derropare  dirrupare:  'si  ipso  molinum  quam  ibi  fecit  dirrupasseV  978. 
Cai.  sdirrupari,  abr.  tarrupà.      ^ 

'■dialogum  unum'  in  un  elenco  di  utensili  appartenenti  a  una  chiesa,  d3l 
1063  VII!  209. 

diarodanum:  'marnile  de  siricuin  diarodanum'  1057  viii  26.  Cfr.  Due.  s. 
diarodinum. 

disfamare  pubblicare,  manifestare:  'quum  nostra  vena  esset  vindondi  di- 
sfamaviimis  voluntatem'  845. 


Spoglio  dal  Codex  Cavensis;  §  V.  341 

doluta:  'tertiam  pars  ipsa  lingna  da  laboi'em  nobis  dare  dolala  [debea- 
tis]'  884.  L'edit.  annota:  «a  dola  pai-s  nel  portio  ». 

domascina:  'columbri  et  prima,  sive  doìiiascina  que  ibi  fiierit'  1022;  cfr. 
Storm,  Arch.  IV  387,  ecc. 

domnicuin  principesco:  frequenti  'pratu  domìiicum',  ^  tevra.  dornneca'' 8\6. 

dragonavit:  'magna  pars  de  rebus  ipsa  prò  inundatio  aquarum  que  ivi 
superabundavit  et  dragonavit'  1009.  L'edit.  annota:  «Quid  per  dr.'ì  Haee 
vox  deest  in  Du  Gange  ;  fortasse  valet:  fines  disriipit  », 

dragonea  ni.  Va  certamente  co' nll.  sic,  'a  Dragunnra,  'a  Dragunia  che 
l'Avolio,  Arch.  suppl.  VI  104,  fa  rivenire  .dal  gr.  xqdyiov  caprile.  Ma  l'as- 
serzione dell'Ascoli,  XIV  339  n,  che  si  risalga  alla  base  ÓQay.ouT-,  ha,  pel 
caso  e  per  l'ambiente  nostro,  un  valido  appoggio,  ancha  nell'ordine  ideo- 
logico, nell'altro  ni.  'aqua  draguntiu\  che  è  come  dire  '  serpentaria'. 

dulcare  macerare:  '' didcare  linum  nel  cannabum'  987  ii  250,  'Unum... 
totum  illut  faciant  dolcare''  1011   iv  180. 

duliaria  ni.:  'sancta  Maria  de  duliaria'   1032  v  212. 

durano  ni.,  *dur[i]anu,  gens  Duria,  De-Vit.  Quanto  all'-/-,  Picchia, 
nll.  da  gent.  p.  84. 

edare,  v.  s.  betellare. 

'edone  persone'  853;  idonee. 

efìstula'-  'de  alio  capite  fine  plateam  sub  ipsa  eftslulam  publicam'  853. 

ensetitu  848,  v.  s.  ins. 

erbaru  ni.  998,  'a  In  erbarii"  1057  viii  26;  da  ervu;  cfr.  Korting  2840. 

ercle  ni.  v.  ircli. 

^ergadiu  unum',  in  un  inventario  di  oggetti  appartenenti  a  una  chiesa 
greca,  del  105S  viii  38;  ragr  tQyid'toi'  'opusculum'.  Due.  gr.  s.  v. 

escla  esoleta  aesculu  956,  cfr.  num.  30. 

escriptu  scrittura:  'per  oc  escriptu  promictemus'  842. 

essita  uscita:  'casa...  cum  trasita  et  essila  sua'   1004  iv  41. 

'■  euchologia  dna',  in  un  inventario  di  oggetti  appartenenti  a  una  chiesa 
greca,  del  1058  viii  38  e  viii  67.  E  il  neogr.  evxolóyt. 

exfossare  'sfossare',  v.  s.  calvare. 

expetutum  richiesto,  v.  num.  74. 

exuti  usciti,  V.  num.  74. 

fabale  ni.  972,  num.  79,  cfr.  Racioppi  s.  v..  De  Vincentiis,  vocab.  tarent. 
s.  favale. 

fabrito  e  frabito  fabbricato:  'casa  fabrita'  905,  'parietes  frabitiiin'  ibd., 
'parietes  frabili'  ibd.,  'turris  frabita'  ibd.  (altri  es.  sono  al  num.  53);  fa- 
britola  ni.  1057  viii  26. 

faccitergulum:  'unum  faccitergulum  plumatum'  1058  viii  67.  Cfr.  Due. 
s.  'faccitergium'  e  '  faccitergula'. 


342  de  Bartholomaeis, 

faciolum  fazzoletto:  'uiium  camisulatum  feminile  et  unuin  faciolum''  976, 
*camisa  et  faciolum  et  vittulu'  ibd.  '  faciola  II',  in  un  inventario  di  mano 
del  X  sec,  a  tergo  di  una  pergamena  del  988  ir  261.  Nap.  fazzul§;  cfr. 
Korting  3218. 

facora:  'pratis,  cisternis,  facora,  piscine'  965.  V.  Due.  s.  v. 

fagilu  ni.  1060  viii  137  e  faitu  ni.  1057  viii  10;  cfr.  Flechia,  nnll.  deriv 
da  nn.  di  piante,  s.  v.  e  Pieri,  Arch.  suppl.  V.  87. 

faiana  ni.  956.  Cfr.  Flechia,  nnll.  deriv.  da  gentil,  ital.  p.  84. 

falcetra:  egn.  'lohannis  qui  cognominatus  fuit  falcetra'  1058  viii  48. 

jaidola:  cgn.  '  ursi  bocca.- falciola^  1027  viii  15. 

felecta  e  felcete  nll.  1010.  Cfr.  Flechia,  nll.  deriv.  da  nn.  di  piante, 
p.  822. 

fenitu:  ^ fenilu  bero  pretius'  790  ecc.;  'ultimato  il  pagamento',  ovvero 
stabilito  il  valore'. 

ferolatum:  'qualiter  modo  case  nostre  ibi  edificate  sunt  et  sepe  erga 
ipsa  via  et  ferolatum  factum  est'  868;  ni.  ferolitu;  da  ferula. 

ferrarum  fabbro-ferrajo:  cgn.  'lohanni...  qui  dictus  fuit  ferrarum'  1042 
VI  193. 

"^ festaciares  unum',  in  un  elenco  di  oggetti  appartenenti  a  una  chiesa, 
del  1063  vili  206.  Cfr.  Due.  s.  'festagium'. 

figoratu  (aurum),  è  frequente;  moneta.  Nel  'Chron.  Cassin.',  MGH.  scr.  Ili 
221,  'solidi  figurati'. 

fulmina:  ni.  'ubi  proprie   duo  fmniina  dicitur'  1047  vii  41. 

fìssicio:  'impalare  ad  palos  bonos  fssicio'   1003. 

flectola:  'faciolum  et  unum  bittulum  et  una  flectola'  976.  Deve  essere 
una  specie  di  trecciuola;  cfr.  Due.  s.  flecta.  L'abr.  fletta.,  cai.  ììetta  (Scerbo)  è 
una  'treccinola  di  fichi  secchi'. 

fiume:  'fine  ursi,  qui  dicitur  da  fiume''  980;  flumicellu  ni.  918;  -  'usque 
in  ipso  fluvicellu  sunt  passi  triginta'  1034  v  251. 

fluminaria  960,  fiume.  Cfr.:  cai.  sic.  ìiumara  sumara.,  it.  fiumana, 

forca:  'liceat...  lignamen  abscidere  ad  forcas  tacere'  991,'' force  et  as- 
sari  inde  tulisset'  1006.  Inoltre:  'terra  campense,  quem  abemus  in  casa- 
padule  supter  ipsa  forca'  886,  ni.  ^ forca  Alfani'  1058  viii  42;  'valico  tra 
monti',  frequente  nella  toponomastica  meridionale.  (Cfr.  Pieri,  Arch.,  suppl. 
V  181).  -  forcala:  'tarris  forcata'   1012;  ni.  forcatella  1040. 

forcati:  'abet  fine...  quomo  forcati  ficti  sunt'  8-37,  L'edit.  annota:  'for- 
cati, idost  terminus'.  Ma  più  che  'termine'  in  genere,  varrà  qui  'un  filare 
di  arbusti  piantato  come  termine'.  L'abr.  ftircate  è  'una  specie  di  rocca 
di  legno'.  Ricorre  furkata  anche  neU'otrantino,  Pellegrini,  Arch.  suppl.  88. 

foretani  forestieri:  'ipso  genitor  mous  terra  ipsa  ad  casa  faciondum  da- 


Spoglio  del  Codex  Cavensisj  §  V.  343 

tam  abuit  ad  forelani  hominibus'  1000.  Secondo  Tedit.  vive  tuttavia  nel 
dial.  salernitano.  E  inoltre  del  nap.,  D'Ambra  s.  v.,  e  del  cai.,.  Scerbo  s. 
foritanu. 

foì-ma:  ni.  'da  la  forma'  1041.  Col  signif.  di  'canale  irrigatorio'  vive 
ancora  nel  roman.  e  nell'abruzzese. 

fornella:  ni.  'a  la.  formila''  1064  viii  299.  E  probabilmente  un  neutro  pi. 
con  art.  feminile. 

fosara  e  f usava:  ni.  'ubi  ad  ipsa  fosara  dicitur'  956,  'pecia  quod  vo- 
camur  a  la  fiisara''  988,  'subtus  ipsa  via  ubi  sunt  fusaria'  1020.  Il  Due. 
traduce  fu  saria  per  'bosco';  ma  qui  s'avrà  da  intendere  nel  senso  che  lia 
il  nap.  fusar§  (cfr.  il  Iago  del  Fusaro),  cioè  'palude',  'luogo  da  macerar 
canapa'.  V.  D'Ambra  s.  v. 

fragina  al.  1034  vi  18.  Probabilmente  farragine;  cfr.  Kòrting  3148,  cui 
agg.  l'abr.  cai.  ferraina  frraina  ferrana. 

franciscu:  'liber  contenente  franciscu*  1042,  'il  canto  detto  francesco'; 
cfr.  Due.  s.  francisca  nota. 

frangere:  cgn.  'lohannes  qui  dicitur  /ran^t-tremesse '  1063  viii  236» 
'cambia-tremissi',  cioè  'cambia-raoneta'.  Oggi  dicesi,  nel  pugl.,  s frange  quaisì 
'spezzar  la  moneta'. 

'■frabrica  antiqua'  960,  v.  num.  53;  -  fravica:  ■  ubi  sunt  fravice  et  crocta' 
1036.  Negli  'Annales  Caven.'  MGH,  scr.  Ili  191:  casalera  in  Apulia  qui  di- 
citur frabica. 

fravicare  fabbricare:  'in  ipsa  curte  fravicemus  ad  petre  et  calce'  995» 
Cosi  nel  cai.,  Scerbo  s.  v. 

frecdara  ni.,  frigidaria;  fregdola:  ni.  'aquaque  dicitur  fregdola^  105S 
vili  86;  cfr.  Schuch.  II  415. 

fresa:  'manule  de  siricum  unum  cum  liste  in  fresa'  1057  viii  20.  V.  Kòr- 
ting 3464. 

frexoria  padella:  'caldara,  frexoria,  catena*  1028;  abr.  frgssgra,  ecc.  ecc. 
Nel  Regim.  Sanit.  soffressare,  gloss.  s.  v. 
furano  ni.;  *fur[i]anu,  Furius. 

gabalarij  ni.:  'ubi  a  li  gabatary  dicitur'  1062  viii  185;  -  occorre  an- 
che gabatale  nome  d'un  torrente.  Cfr.  Racioppi,  s.  Lavello,  e  Salvioni, 
Post.  264. 

gaiusu  cgn.  ind.,  v.  num,  7;  'gaudioso'  gaio.  Nella  Cron.  del  de  Rosa^ 
p.  432:  'chi  vo  stare  iaiiiso  et  frisco '. 

galdo  bosco:  'exiente  ipso  galdo  in  caput  confixerunt  alio  termine'  1034 
VI  20;  gaudo  nel  De  Rosa,  p.  431;  cfr.  Kòrting  8850,  Racioppi  s.  Gaudello. 
-  gualdizzulu  ni.:  cfr.  Pieri,  Arch.  suppl.  V  109. 
gallara,  v.  num.  82. 

Archivio  g-lottol.  ital.,  XV.  23 


344  de  Bartlioloinaeis, 

gannare  ingannare?;  cgn.  '  lohanni  qui  vocatui"  //ann^-episcopus'  902. 

rjathi:  ni.  *•  gaitu-mortn'  1036.  Può  essere  tanto  'gatto',  quanto  'gattice', 
e  può  anche  indicare  qualche  altra  specie  d'albero.  Cfr.  Avolio,  Arch. 
suppl.  VI  84,  Nigra,  Arch.  XIV  279. 

gauro  ni.  scafa,  canale.  Cfr.  Due.  s.  gaurulus. 

gebirutì:  ni.  'vallonem  qui  dicitur  da  li  gebiruW  1063  viii  204.  Andrà  col 
prov.  gebertil,  cat.  geperut,  Kòrting  3666  (gib  berutus). 

germanu:  'deant  mihi  dua  quartaria  de  granum  et  dua  de  germanu'  999; 
sic.  jrmanu,  cai.  jeì'mana,  segala. 

gestaru:  'unum  gestaru  beterem'  1006.  V.  jestarura. 

gilio  'giglio'  nprs.:  'lohanne  filio  gilio'   1063  viii  209. 

ghetta  grondaja:  'casa...  cum  proprie  glutte  de  ipso  solarium  ceciden- 
tera  853;  num.  52.  Cfr.  s.  guttali. 

gorga:  ni.  'ubi  àà  gorga  de  lupenum  dicitur'  1042;  cfr.  sic.  urvii,  cai. 
vurga  pozza  (Scerbo);  Pieri,  Arch.  suppl.  V  1.50. 

grade:  'plenarie  ipse  grade  fabrite  '  1030  v  194,  'ipse  grade  de  foras' 
ibd.;  gradinata,  cfr.  D'Ambra  s.  grado.  Il  De  Rosa,  p.  426:  'mende  saglive 
per  le  grade  della  porta  faveza'. 

granacze:  'insitent  de  robiolis  et  zenzalis  et  granacze'  1062  viii  188; 
*  granati'  melagrane;  v.   tuttavolta  il    voe.  it.   s.  granaccia.   -  grannczitutn 

1062  vili  189. 

grancaria  e  grancario  (fiume)  1007.  Cfr.  Kòrting  1560,  Pieri,  Arch. 
suppl.  V  111. 

grecesca  grecisku  greco,  num.  6.  Il  De  Rosa,  p.  432:  'buon  vino  grecisco 
{ :  frisco)  '. 

gripta:  'super  gripte  ipsius  ecclesie'  960. 

grosena:  'suscepi...  launegild  grosena  una'  1043,  '' grosinam"  1054  vii 
259;  neogr.  /()i;(TtVjj  'specie  di  veste'. 

gruzzano  ni.;  grutianu,  *Grutius;    nel  CIL.  Grusius. 

gubitii  guvitu  gomito;  num.  36. 

guerdile:  'bommeres  duos,  falces  sex,  serrara  unam,  guerdilex  quinque' 

1063  vili   210.    È   l'abr.   verdele  verdelicchie,   nap.   verdine   trapano,   suc- 
chiello. 

'■guilfati  dui  cum  lecte'  1043.  Cfr.  Due.  s.  guilfa,  Kòrting  8891. 

gulea:  'assias  duas,  ponzonem  ferreum  unum,  guleam  ferream  unam'  1063 
vili  210;  'ago'  o  'sperone'. 

guttali:  'muro  proprium  inde  pertinentem  circumdat  cum  guttali  sui'  868. 
■Cfr.  Due.  s.  'guttarium'  che  è  nel  cai.  guttaru  stillicidio  (Scerbo),  sic. /7^<^ 
tera  (Nicotra).  Nel  sic.  anche  guttena.  -  V.  glutta. 

iactare  piantare:  'potestatem  abeamus...  vites  ihì  iactare'  1022.  La  po- 
polarità sembra  attestarcisi  dal  cgn.  ^incta-h'M(ì\ 


Spoglio  ilei  Codex  Cavensis;  §  V.  345 

Jannu  Jannacci  Giovanni,  Giovannaccio,  num.  55. 
jaole  ni.,  Due.  jaola  'career'. 

jenca  jencu  giovenea  -o  :  'venumdetur  medietatem  meam  de  wnsi  j enea, 
quod  commune  habeo  eum  Leone'  968,  'relinqiio...  filie  mee...  genca  una' 
1028,  'tres  capita  de  bacce  e  unum  de  gencu*  1042,  'de  ipsi  gengi  et  de 
ipsi  pullitri'   1043.  V.  Salvioni,  Post.  2G6. 

jeslarum:  '  nnnm  jestarum  plenarium'  1029, 'semper  ipso  j estar um  SLven- 
duni'  ibd.  Cfr.  Due.  s.  gestarium,  gestatorium. 

igne:  'si  amplius...  inde  habuerimus,  faciamus  ille  salbe  absque  de  igne 
et  zala'  996  ni  53.  Traduce  il  popol.  'fuoco'  fulmine:  'dal  fulmine  e  dalla 
grandine'. 

impetanate:  'cone  impetanate''  986. 

incannare:  'legare,  zappare,  incannare'  1041;  operazioni  attinenti  alla  cul- 
tura della  vite. 

'•  informatoretn  ferreum  unum'   1063  viii  210.  S'avrà  da  leggere  'inforn.'? 

ingendio,  cfr.  num.  41. 

inienium  volontà:  'si  per  nos  ipsi  forsitans  per  <\x[o\\\)Qt  inienium  retor- 
nare  quesierimus'  860. 

insetitu:  'arbustu  bitatu  et  castanietu  et  insetilu  857.  Nel  cai.  nzitari  vale 
'innestare'  (Morisanij;  ma  probabilmente  si  tratta  qui  di  una  specie  di  pianta. 
Cfr.  Kòrting  4333.  Abbiamo  difatti  anche  insite:  'castanee  suo  tempore  et 
rubiole  et  insite  colligere  et  seccare'  1021  v  39. 

intallatum:  'sindonem  siriaticam  in  inlallatmn'  1058  viii  66,  'oralem 
«num  cum  intallatum''  ibd.  Cfr.  Due.  s.  v. 

intefanaria  antifonari   1029  v  171. 

inserare  innestare:  'inpiciamus  (=  incip.)  ipsos  tigillos  inserare  de  ipsa 
zenzala'  1024. 

insirtitu:  'ad  pastenandum  insirtitu  et  zenzale  ad  insitandum'  1022;  - 
*pastenemus  et  insitemus  ibidem  inserte  et  zenzale'  ibd.  -  insertelli  1015. 
Nap.  abr.  nzierte  nzcrte  innesto.  V.  Salvioni,  Post.  266. 

joncatella:  cgn.  'Constantini  joncatella'  990;  'giuncatella'? 

Jrcli  ni.:  '.sancta  Maria'  de  IrcW  988,  Ercle;  v.  num.  6;  oggi  Erchie.  Da 
liircus  *liirc'li,  o  fors'anco  da  erica  *er'cra;  cfr.  Pieri,  Ardi,  suppl. 
y  86;  cai.  erga.  Erckia  ò  nome  di  un  villaggio  di  Terra  d'Otranto. 

iscla  'isola'  frequentissimo;  ni.  da  la  isola  1035;  isclitella  1064  viii  268; 
Arch.  in  458. 

jubene  giovane:  cgn.  'lohannesj,'  \0\2.  Jovene  Jooane  e  sim.  son  cgn. 
assai  diifusi  anche  oggi  nella  Campania. 

judaica  giudecca:  'in  ipsa  jwdajca'  1012,  'la  giudecca  di  Salerno'.  Cai. 
Judeca  (Accattatis). 


346  de  Bartholomaeis, 

jumenta  e  jiimmenta  cavaUa.:  'tres  caballos  et  due  iumente"  966,  'decem 
capita  de  jumentem'  990,  ''jummenta  una  poUitrata'  1029;  abr.  jfmmenda^ 
pugl.  summenda. 

juppa  giubba,  in  un  inventario  di  oggetti  domestici  del  1053  vii  198. 

labandara:  'fine  ipso  genestrito  de  ipsa  labandara^  917. 

labe  laX.:  'ubi  dicitur  a  la  labe'  1048  vii  85.  Da  labes,  donde  anche  i 
nap.  tarent.  lavane  lavarone  (D'Ambra,  De  Vincentiis),  abr.  lama  franare. 

labellu  ni.:  'ubi...  a  lu  labellu  dicitur'  1022.  Lavello  è  ni.  in  Capita- 
nata. Il  Racioppi,  s.  V.,  riferisce  dal  Marini,  Papiri  Diplom,  p.  363:  ""  La- 
bella  sono  quei  ricettacoli  di  marmo  e  talvolta  di  legno  posti  a  pie  de'  pozzi, 
che  la  figura  hanno  di  que' vasi  o  conche  che  si  adoperano  pe' bagni'.  V.. 
Kòrting  4600. 

ladicu  laico:  'si  non  fuerit  de  ipsi  filii  mei  clericus  vel  presbiter  et  es- 
set  ladiciim'  901,  'faciat  ipse  filius  meus  qui  fuerit  ladicu...  scire'  ibd., 
'ipso  filio  meus  et  eius  eredes...  qui  fuerit  ladico'  ibd.  V.  Gorra,  Studj  di 
filol.  rom.,  VI  591,  Guarnerio,  Arch.  XIII  120 

lancella:  'una  lancella  de  mele  '  1052  vii  192.  E  dell'ital.  e  di  tutti  i  dia- 
letti meridionali  (campb.  rangella  rungiellg.  D'Ovidio,  Arch.  IV  147).  Per 
l'etimo  (lagena  *lagen'la),  v.  Flechia,  nll.  deriv.  da  gentil,  ital.  s.  Nan- 
zignano. 

languoardica'.  'cartula  languvardica'  972;  di  scrittura  longobardica, 

lapella  ni.;  1  api  Ila. 

lata  larga:  ni.  'petra-Zato'.  Cfr.  Pieri,  Arch.  suppl.  V  148. 

lavina:  '■lavine  de  aqua  pluviale  que  inde  discurre  solunt'  1035.  V.  Kòr- 
ting 4604,  Salvioni,  Post.  266,  Nigra,  Arch.  XIV  284.  È  anche  del  cai., 
Scerbo  s.  v.  La  Lavenara  è,  come  ognun  sa,  nome  di  un  rione  di  Napoli. 
Inoltre:  'sicut  descendit  labinario  qui  exiet  per  defusorio  de  ipso  muro' 
990  1010,  'ubi  ad  silva  et  lavinata  dicitur'  1019. 

lempe  ni..  Due.  lempa  'specie  di  pesciolino';  ni.  aqua  de  lempole. 

licina  susino:  'ubi  erat  licina'  1061  viii  164,  'scepto  palos  de  quertie 
malori  et  Heine  que  ibi  sunt'  1061  viii  174;  *ilicinu,  Schuch.  II  243, 
Ceci,  Arch.  X  175;  è  anche  dell'abr.  e  del  nap.;  -  licinitu  956. 

Licinianum  ni.  997.  V.  Flechia,  nll.  deriv.  da  gentil,  ital.  s.  v. 

lingnizza:  'casa  lingnizza'  1047  vii  35,  altrove,  lignitia-^  casa  di  legno, 
capanna;  cfr.  'scala  lignitia'  1034  vi  8. 

lenola:  'una  colcetra  et  una  lenola'  1047  vii  61.  Cfr.  Due.  s.  lena. 

linzara  ni.  1049  vii  95;  *lentiariu  (lens). 

locilletu:  'terra  qui  est  locillelu  et  urtatu'  826;  'nocelleto',  avellaneto. 

lunnianu  ni.;  ^lurinianu,  *Lurinius,  cfr.  Lurius  CIL.,  gens  Lu- 
ria  nel  De-Vit. 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  V.  347 

lumbone:  'dorso  di  monte',  giogaja:  'traversante  (il  confine)  ipso  bal- 
lone  et  lumbone  qai  ibi  est'  1034. 

lupara  ni.:  'fossa  lupara^  1058  viii  80. 

lupinale  ni.  1045.  Cfr.  nura.  80. 

macerata  ni.  980.  Cfr.  Kòrting  4962,  cui  agg.  abr.  màc§re  (proparossitono!) 
*  mucchio  di  pietre',  nap,  macera  'muro  a  secco' (D'Ambra).  Per  il  ladino  : 
Asc.  X  453,  Salv.  Nuove  Post,  s.  v. 

macharone  cgn.:  'Mari  qui  dicitur  m. '  1041  vi  153. 

maimanum  ni.;  *maraianu,  Mamius,  v.  nura.  54,  e  cfr.  Flechia,  nll.  da 
gent.  s.  Magnano. 

maiorinum :  'ibidem  animalem  maiorinum  intrare  non  possant'  965;  'ani- 
male maggiorino',  nato  nel  maggio.  Ma  qui  più  probabilmente  'animale 
grosso';  cfr.  nap.  maiicrin§  sost.  'maggiore,  capo'  (D'Ambra). 

7nairano  ni.  1020.  V.  nura.  54  e  cfr.  Flechia,  nll.  da  gent.  s.  Marano. 

mallum  ni,  ci  lascia  troppo  incerti  circa  -la  sua  provenienza.  Nell'altro 
ni.:  malluni  1064  viii  364,  può  essere  tanto  raallone  quanto  il  npr.  Mal- 
Ioni  us  CIL;  cfr.  p.  254  n. 

mandrelle  ni.  995,  e  mantrelle  1064  vili  290. 

manganellu  cgn.:  'acceptore  qui  dicitur  m.'  1061  viii  181.  E  cgn.  tut- 
tora frequente  nel  Mezzogiorno.  In  quanto  al  signif.  di  'maciulla',  v.  Kòr- 
ting 5052,  Morosi,  Arch.  XII  94.  -  'arare  et  manganiiare  illa  [cesina]  cura 
bobes'  1031  'manganeggiare'.  -  manganarli:  'm.  unum  largura  qui  dicitur 
paulinum'  1018;  pare  che  indichi  struraento  attinente  alla  pesca;  cognomi: 
'Sergius  qui  cognominatur  m. '  1063  viii  220,  mangnanara  1057  viii  15. 
Anche  manganaro  si  incontra  fra'  gentilizj  meridionali,  in  ispecie  fra'  si- 
ciliani, 

manizzi  guanti:  'feciraus  launegild  manizzi  nuscini  parie  uno'  875. 

mannarinus  cng. :  'Leonis  qui  vocatus  est  >n.'   1061  viii   167. 

'•  manule  de  siricura'   1029  v  171.  Cfr.  Due.  s.  manulea. 

marcangello  'sorta  di  vitigno':  'bitineo  marcangello'  974,  'vinea  betere 
que  est  marcangelln'  980.  Cfr.  nap.  marcangegne  (D'Ambra). 

marzecanum  marsicano:  cgn.  'Ignilfreda  de  m.'  1023. 

mascianum  ni.;  *raasianu,  Masius,  CIL.  Dallo  stesso  pers.,  più  tosto 
che  da  'Toraraaso',  il  dimin.  Mascinus  1064. 

masclatora  ni.:  'ad  m.'   1024. 

masclo  'maschio'  serrarne:  'clabem  ibidem  et  masclo  ponamus'  1040 
VI  122. 

massana:  ni.  ^ mela-massaìia'  1045;  forse  'selvatica'.  Cfr.  Due.  s.  mas- 
sanus. 

materia:  'Petri  magistri  de  Cilianu,  qui  facit  materie  da  barche'  991;  ar- 
redaraenti,  attrezzi. 


348  de  Bartholomaeis, 

matra  madia:  'molis  a  macinare  pariam  unum,  matraìa  unam,  pariimi 
de  bobi,  asinum'  1063  vai  210.  Ricorre  anche  nel  De-Rosa,  p.  433:  'leona 
per  lo  fìuoco,  tavole,  matre'.  Od.  nap.  martora  martola. 

matroniana  ni.;  Matronia  e  Matronianus,  De-Vit. 

maiirisculu  ni.;  'moresco',  gelso  mora? 

melarium  'luogo  da  serbar  mele':  'mela  repostara...  reponant  in  mela- 
rium...  usque  dum  illa  inde  toUamus'  1029  v  169.  V.  Schuch.  I  188,  III  99. 

mercatum  'piazza  del  pubblico  mercato':  'introire  in  ipsa  rebus  nostra 
da  lu  mercatum''  996  in  49;  mercatella  ni.  1043;  cfr.  'liceat  illis  per  isclis 
indeque  et  per  mercalelliun  folia  colligere  et  lingna  abscidere  et  tol- 
lero' 1018. 

messaru  ni.:  'da  lu  messarii'.  Cfr.  Due.  s.  messarius,  1. 

tnethi  mezu  mezzo:  'pedi  du  et  metlu''  798,  cgn.  'me;w-pane'  1038;  ìne- 
tiana,  'terra  wi.'  880,  unum  solidum  constantinum  aureum  bonum  meza- 
num'  1012;  mezana  ni.:  'turre  rupta  m.'   1032  v  215. 

m,iUllam  ni.  (cfr.  mila,  num.  12).  1  cgn.  milillo  melillo  e  siio.  son  lar- 
gamente diffusi  nel  Mezzogiorno. 

mineaneum:  'casa  edificata  cum  mineaneum''  1009  iv  151,  'si  boluerit 
mineaneum  facere  supra  ipso  anditum'  1056  vii  281.  Cfr.  Salvioni,  Nuove 
Post.  s.  maenianum,  e  il  cai.  vignami  terrazzo. 

minare:  'aqua  ad  minanduìn  ipso  molinum'  865. 

mitilionu  ni.  ;  *m  e t i  1  i  a  n  u ,   M  e  t i  1  i  u  s. 

mollicellu  cgn.:  'lohannes  m.'  959. 

■mot%acellu  ni,:  'valloncello  da  ìn.\ 

mortitum  mirteto: 'ipso  silbosum  et  mortitum  voncarQ  et  seminare'  102O, 

ìnurice  muricele:  'rectam  descendente  erga  murice  de  petre  malori'  100i> 
HI  100.  V.  Flechìa,  Post,  sul  nome  'Nuraghe',  p.  878. 

muricino:  'intus  hoc  cibitatem  (di  Salerno)  inter  muro  et  muricino^ 
1022  ecc.  Probabilmente  'il  maricino'  era  la  cinta  interna  delle  mura  cit- 
tadine. 11  Due,  s.  v.,  cita  lo  stesso  es.  da  altra  carta  salernitana. 

murlula  ni.  854.  Il  bl.  murtus  è  'muricino'  (Due.  s.  v.);  ma  qui  forse 
è  da  ricorrere  a  myrtus. 

'■musio  unara'  1058  viii  38;  mgr.  fiovaioy,  Due.  gr.  s.  v. 

'mutu  mutuo:  'in  mutu  accepit.,.  tremisse  uno'  871. 

necessum,  v.  num.   121. 

nihlonis:  'aqua  w. '.  Sarà  da  'nibbio*  e  andrà  con  'aqua  palombara,  stri- 
cara'  e  simili. 

nucerese  nocerano:  cgn.  'filius  Amori  n.'  1024. 

nuscinii:  'manicios  nuscinii  parlo  uno'  856.  L'edit.  annota:  'idest  chiro- 
thecas  cum  fibulis'. 


Spoglio  del  Codcx  Cavensis;  §  V.  349 

olibe  ulivi:  'super  ipsa  via  in  qua  olibe  sunt'   1048  vii  97. 

olicitu:  'rebus  ipsa...  que  est  quertietu  et  olicitu''  856.  Cfr.  Due.  s.  oli- 
cium. 

opeì'ci  operaio  o  giornata  d'opera:  'dent...  tribus  hopera  ad  vindemiare' 
1061  vili  175. 

"■orariim  et  ammittum'  1029  v  171.  Cfr.  Due.  s.  orarium;  Salvioni,  Arch.  XII 
418,  XIV  211. 

oratusu  ni.  ;  sarà  da  orata,  il  noto  pesce. 

'■  organea  da  binum'  988  ecc.  E  Tod.  cai.  argani  agràni  stoviglie  pentole; 
qui  'arredi  da  far  vino'.  Il  cai.  ha  anche  rugami,  che  è  adoperato  di  pre- 
ferenza al  pi.,  secondo  lo  Scerbo,  per  indicare  'le  masserizie  della  casa'; 
così  anche  regan§  di  qualche  varietà  aquilana.  Con  la  forma  bl.  resta  adesso 
ben  confermata  l'ipotesi  del  Morosi,  Arch.  XII  93,  che  postulava  un  etimo 
*oqyuviov  Qj^yavov). 

orla  ni.   1048  vii  82,  orti. 

ortellu  ni.  1029  v  172. 

ostracare  acciottolare  pavimentare:  '  casam  ostracare'  1059  viii  118.  Cai. 
stràku  coccio  oaioa-Aou ,  Morosi  Arch.  XII  93.  Il  'Chronicon  Salernitanum', 
MGH,  scr.  Ili  .517,  ha  il  seguente  prezioso  passo  circa  il  significato  di 
ostracare;  'praesul...  iterum  ecclesiam  mire  pulcritudinis  construere  fe- 
'cit,  et  pavinientum  parvulis  crustis  ac  testellis  tinctis  in  vario  colore  com- 
'ponere  iussit.  Libet  me  eius  ethimologiam  fidelibus  pandere.  Vocata  autem 
'pavimenta,  eo  quod  paveantur,  id  est  coedantur;  unde  et  pavor  dicitur, 
'quia  coedit  cor.  Distat  autem  pavimentum  ab  ostraca,  nam  o strac us  est 
'pavimentum  testariura,  eo  quod  fractis  testis  calce  admixo 
'feriatur;  testa  enim  Graecie  ostraca  dicuntur'. 

''pactena  de  stamu  et  alia  de  lingnu'  1006,  patena. 

pachile:  'monstraberunt  limite  et  pachile''  9.52. 

palUdellum:  'launegilt  a  te  recepì  palliclellum"  994.  L'edit.  annota:  «  deest 
in  Ducange;  fortasse  parvum  pallium  ».  Sarà  piuttosto  il  diminutivo  di  pal- 
lido 'imagine  su  tela'.  Due.  s.  v. 

palmentu:  'casa  et  palmentu  et  pila  et  puteum'  844,  ecc.  ecc.;  palmen- 
tara  ni.  1041;  palmentata  ni.  1063  vili  144;  palmentateca  'diritto  di  pal- 
mento': 'deant  mihi  vel  in  partibus  ipsius  ecclesie  unum  parium  de  pulii 
boni  prò  palmentateca"  1042  vi  201. 

palomba  ni.  'pars  ipso  flubio  ubi  palomba  dicitur'  1000. 

palumbiili:  'castanei  palumbuW  1033  v  231;  una  varietà  di  castagno,  che 
non  mi  riesce  di  identificare;  ni.  'ad  palumbulu''  SII. 

pandula:  ni.  'da  p.\  Cfr.  Due.  s.  pandulus. 

pannilhmi  pannolino:  'pannillum  de  serico"  1063  viii  209,  'pannilli  se- 
rici decem  '   1006. 


350  de  Bartholomaois , 

pappa-  nanna-,  v.  iium.  115.  Un  nprs.,  passato  a  ni.,  è  il  basii.  Papasi- 
cero,  Racioppi  s.  Certosimo.  Di  mio  posso  aggiungete  un  Papaluco  o  Pa- 
jìalupo,  in  Andria,  terra  di  Bari. 

parahisii  ni.:  'in  locum  Mitilianu,  ubi  parabisu  dicitur'  1052  vii  177 ;  j)a- 
raviso  nella  Cron.  del  De-Rosa,  p.  438,  467;  cfr,  Salvioni,  Post.  270.  In 
quanto  è  ni.,  varrà  'giardino',  'frutteto';  cfr.  Avolio,  Arch.  suppl.  VI  92. 

paratimi:  'lectum  meum  paratutn'   1009;  'con  cortinaggio'. 

paraturia:  'dua  paria  de  vovi  cura  omnia  illorum  paraturia'  1053  vii  198, 
'asinum  cum  paraturiis  suis'  1063  viii  210,  co'  finimenti.  Il  Due.  s.  v., 
riferisce  p.  dalla  Hist.  Cassinensis. 

paretine  ni.  1030  v  191. 

2ìare  pajo:  num.  10;  ijari  paja:  'dentur  ei...  dua  pari  de  calzari'  1028 
V  142. 

pargiare:  'ipso  ambo  germane  propter  ista  tradictione,  quod  illarum  fe- 
cit  pargiare'  1009,  condonare.  Cfr,  Due.  s,  pargia. 

pariete:  ^parietes  fabritum'  frequente,  'a  partibus  meridie  fine  ipse  pa- 
rieti  antici'  942;  frequente  anche  il  ni.  ''pariti  de  Naceria'.  Come  masch., 
è  nel  pugl.  e  nel  sic,  e  vale  più  specialmente  'muro  di  cinta  a  secco'. 

ptarrella  ni.  Cfr.  Due.  s.  parrà  e  parrile. 

pastenare  passim.  V.  Ascoli,  Arch.  IX   177-8,  Salvioni,  Post.  270. 

pastinellu  ni.;  'ubi  propio  ad  paitinellu  bocatur'  905. 

pan  pagu;  num.  37. 

paulinum,  v.  magnanarum. 

pecara  ni.:  via  de  pecara  969  1016.  Cfr.  Mussafia,  Beitrag  28. 

pecte  ni.:  'ubi  ad  pecte  dici  tur'  1046  vii  3. 

pecuru  montone:  'due  salme  de  vinum  et  unum  pecuru'   1047  vii  52. 

peczu  ni.:  'a  lu  2^sczu'  1043;  pezzo,  'pinus  picea'.  Di  qui  forse  il  ni. 
piczillo  1012. 

pedamento:  'licentiam  habeamus...  introyre...  qì  pedamento  faciendum' 
1050  VII  135.  Non  è  ben  chiaro  se  qui  si  tratti  di  'fondamento  d'edificio'; 
V.  Salvioni,  Post.  270,  Arch.  XI  371.  Nella  Cron.  del  De  Rosa,  p.  437:  'foro 
•cavate  le  pedaìnenta  de  la  ecclesia'. 

pede  piede:  'passi  decesepte  et  pedi  du  et  metiu'  798;  ecc.  Citerò  inol- 
tre: 'fabricare  in  ambo  ipsi  pedi  de  ipsa  terra'  1022,  pede  de  pingne  'pianta 
di  pino'  1028. 

penta  dipinta:  'sindones  penta'  1042.  Il  De  Rosa,  p.  437;  'erance  una 
figura  de  la  Vergine  Maria  penta'.  -  Per  penta  ni.,  all'incontro,  cfr.  il  corso 
penta  'parte  scoscesa  di  colle,  oppure  acquatella  che  pende  dai  monti',  Guar- 
nerio,  Arch.  XIV  400;  e  v.  Asc.  VII  141-2. 

jìera  pere:  'quante  noci  et  pera  inde  coUexerimus'   1015;  pera  peri:  'pa- 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  V.  351 

stenent  ibidem  ficus,  pera,  bolumbra,  cerasa,  seu  aliis  arboribus  fructife- 
ris'   1061  VII!  174. 

peresse,  frequente  nelle  descrizioni  dei  fondi,  'terra  peresse  in  fine  ecc.', 
cioè  'va  a  toccare  il  confine'. 

pescora  pietre:  'revolvente  per  ciliuin  et  ptescora'  1038  vi  89,  'aream  an- 
tiquam,  ubi  tria  pescora  sunt'  1038  vi  80.  Da  *pesc'lu,  v.  Kórting  6086 
{Asc.  Ili  456  sgg.  ;  e  per  ciò  che  è  del  significato  e  del  dileguo  di  l  in  al- 
cune varietà  meridionali,  v.  ora  Grassi  in  Rendic.  dell' Istit.  lomb.,  1899, 
640  sgg.).  Qui  anche  il  ni.  pescatu  999. 

piesone  ni.  L'edit.  stampa:  'da  l'apesone\  Sarà  invece  'da  la  pesane'.  Cfr. 
Due.  s.  pesso  pessone,  'locus  ad  pastionem  aliorumve  animalium  assigna- 
tus';  pasciona. 

pestellum'.  'corno  ipse  pestellum  decernit'  877.  L'edit.  annota:  'i?.  hic  ac- 
cipitur  per  palo  ligneo  ad  fines  designandas'. 

petroUe  ni.:  'ballone  qui  dicitur  petrolle'   1034  vi  18. 

petrone  ni.:  'terra  que  abuimus  infra  cibitate  dianense  super  ipso  pe- 
trone'  917. 

pettia  appezzamento,  frequentissimo;  pettiola  ni.  826,  pectiole  ibd. 

peziolmn;  'dentur...  ad  ipsa  filia  mea...  quatuor  saume  de  binum  mun- 
dum  et  due  da  peziolum  ad  insta  sauraa  per  bindemie'   1028. 

piccecuto  cgn.:  'Sergius  atrianense  qui  bocatur  ^j."  995. 

picciolillum  piccolo:  'gestarura  minore,  quod  Q?,t picciolilliim  orale'  1056 
TU  275;  nap.  peccerille. 

picziculo  cgn.  1064  viii  287  292. 

pigna  pino:  'dentur  ei  per  annum  pede  de  pingue  bonum'  1028  v  142. 
Cfr.  D'Ambra  e  voc.  ital.,  s.  v. 

piloscaciu:  *abet  sue  potestatis  una  iumenta  abente  piloscaciu'  1014  iv 
227.  L'edit.  annota: 'idest  pullus  equinus;  intelligitur  ea  aetate,  qua  mutat 
pilos  nativitatis'.  Io  qui  mi  limito  a  dire  che  non  ritrovo  la  parola  in  nessuno 
■da' vocabolari  dialettali  moderai  o  nella  'Mascalcia'  del  Rusio. 

pilusinu:  cgn.  'Johannes  pilusinu',  v.  ind.  del  voi.  vii. 

pinillu  ni.:  'ad  pinillu'   1048  vii  82;  da  'pino', 

piru  ni.:  'sum  abitatori  de  Apusmonte  ubi  Piru  dicitur'  995,  'filio  Ro- 
doaldi  da  Piru'   1004. 

pisare:  'ipsum  palmentum  hibi  abeamus  conciatum,  ut  perfecte  hibi  vin- 
■demiare  et  pisare  possamus'  1012  iv  201,  'ipse  hube  tote  pisemus'  ibd.  É 
pi  usare,  che  si  ritrova  nel  carapb.  pesa  pigiare  (D'Ovidio,  Arch.  IV  410), 
nel  tarent.  lece,  pisàra  'macina  da  pigiar  grano',  pisaturu  'pestello  del 
mortajo'  (De  Vincentiis  s.  v.,  Morosi,  Arch.  IV  119  130),  nel  cai.  pisari 
trebbiare,  pisera  'la  quantità  di  frumento  che  si  mette    suU'aja   per   treb- 


352  de  Bartholomaeis, 

biarla'  (Scerbo).  Pel  soprasilv.,  v.  Salvioni,  Post.  271.  -  Nella  Cron.  dei 
De  Rosa:  'tavole,  matre,  vernecate  piattielle,  pisature'  •^.  433. 

pischina  1011;  sarà  'pescina',  ricavato  da  'pescare', 

'pistoreiim  ligneiim  parvulum  in  rebus  de  salitto'  1058  viii  39,  '■  pistoreum 
scavineum  ligneum'  ibd.;  sgabello  da  scabino;  mgr.  Tiiazióqiov,  Due.  gr.  s.  v. 

pizulatu  cgn.  'filius  ursi  piziilntu'  1020.  È  probabilmente  'buccellato' 
che  nell'abr.  suona  peccellaie,  forse  a  cagione  di  'pizza'  e  'pizzella'  fo- 
caccia. 

piagare  ni.:  'dalle  piagare'  1063  viii  215,  'a  parte  hoccidentis  fine  si- 
cut  discernit  media  serra,  in  quo  piagarle  da  palumbi  iocaudum...  sunt' 
1212;  ni.  ad  ipsu  placarie''  880.  Cfr.  'san  Pietro  a  Plagaro'  in  Basilicata,  ap. 
Racioppi  s.  Muro.  Come  nota  d'edit,  iv  203,  nel  secondo  degli  esempj  sur- 
riferiti si  accenna  all'antico  giuoco  de'  colombi. 

plaio:  'ex  alio  latore  fine  ipso  plaio  de  ipso  monte'  917,  'ipso  plaiu  pro- 
pinguo  ipsa  fontem'  975.  E  'piaggia',  frequente  al  mase.  ne'  nll.  meridionali. 

piatone  'paglione',  pagliericcio,  in  un  inventario  di  oggetti  domestici, 
di  mano  del  sec.  X,  scritto  a  tergo  di  una  pergamena  del  988,  e  in  altro 
del  1053  VII   198. 

plaitum:  'taliter  fecit  nobis  plaitum''  821;  num.  40. 

planellu  ni.  1047  vii  68.  Cfr.  Pieri,  Arch.  sappi.  V  132. 

plataìnone  plataneto:  'habeamus  nos  ipsa  viam  pare  ab  ipsum  plata- 
mone'  976,  'bia  que  pergit  ad  ipso  platamone''  998.  Cfr.  il  nap,  Chiatamone 
e  il  Piano  di  Chiatamura  in  Basilicata,  Racioppi  s.  v. 

plescora:  'Torum  in  quo  ipsa  plescora  sunt'  983.  Lo  stesso  che  pe- 
scora,  V.  s.  v. 

plumaczu;  'uno  lecto  cum  lena  et  colcitra  et  plumateo  plenisque  de> 
plumis'  845,  '■plumaczii  betere',  in  una  nota  di  mano  del  sec.  X,  li  261. 

pluvica  pulbica  plubica  pubblica  num.  52.  * 

pltippi  pioppi:  ni.  'sancta  Maria  da  li  pliippi''  994.  'vadit  usque  in  flu- 
bium  de  pluppV   1047  vii  42. 

poiu  poggio:  'fine...  exiente  in  ipso  pjoiii  da  supradicta  bia'  957,  'cilium 
de  poiu''  1061  vili   156. 

pollitm  poliedro:  '■unii  pollitru'  et  vacce  quinque'  1043,  'de  ipsi  gengi  et 
de  ipsi  pulliiri''  ibd.;  poUitrare  s.  v.  'betellare;  pullistri:  'iumente  duode- 
cim  et  piullistri  de  oc  anno  quadtuor'   1045. 

poltianu  ni.;  *pollicianu,  PoUicius.  Cfr.  Montepulciano. 

poma:  'oninis  vinum  et  poma  et  castanee...  dibidamus'  1020,  Più  che 
'frutto',  in  genere,  qui  e  altrove  può  valer  'mela',  come  nell'od.  cai.  e  si- 
ciliano. 

ponge  cgn.:  'Leoni  p."  936.  Cfr.  Korting  6439  e  Due.  s.  punga   pungus. 


Spoglio  del  Codex  (^avensis;  §  V.  353 

pontone  ni.  1049  vii  97.  Varrà  'cantone',  come  è  nell'abr.,  nap.  e  ca- 
labrese. 

ponzami  e  punzanu  ni.   1049  vii  99,  *pontianu,  Pontius  CIL. 

''ponzonom  ferreuni  unum',  in  un  elenco  di  utensili  del  1063  viii  210; 
Kòrting  6471. 

popiliì:  ni.  'ad  p.'.  Lo  stesso  che  il  prs.  Popillius  GIL. 

porclare,  v.  s.  betellare. 

' potatarias  quattuor'  1063  vili  210;  potatura,  in  un  inventario  del  1042; 
potatiiru  in  uno  dal  1047  vii  54;  'falcetto'.  Cfr.  campb.  p»to<ora,  D'Ovidio, 
Arch.  IV  153. 

poteca  bottega:  'terra,  in  qua  potechis  facte  sunt'  1058  viii  88.  Un  po- 
techa  cita  lo  Schuch.  Il  381,  da  una  carta  pugliese  del  1058,  pubbl.  dal  Mu- 
ratori, Ant.  it.  I  190.  Oggi  pitteca  ecc.  in  tanti  dial.  meridionali. 

pozzolanu  ni.  Cfr.  il  npr.  Puteolanus  e  la  gens  puteolana  CIL. 

pragellu  ni.  801,  *plagjellu. 

pratale  ni.  1045;  pratella  ni.  997;  pratora  ni.   1004  viii  275. 

predulas:  'scamna  quinque,  predulas  tres,  barrilem'  1058  viii  39.  Abr. 
prelgle  predella,  prelela  'tavola  da  lavandaja'.  Cfr.  inoltre  Korting  6364. 

presentis,  nura.  118. 

preta  pietra:  'dividere  mecum  ipsa  cimenta  et  prete  et  Ugna'  935. 

prretiiru  ni.  1034;  v.  al  num.  7.  E  frequente  nella  toponomastica  meri- 
dionale. 

premurare  spremere:  'sortionem  de  ipso  vinum...  faciad  illut  portare  ad 
nostro  cellario...  et  faciat  \\\.y\A  prexurare  vene'  1011  iv  180.  V,  al  num.  110. 

'•  prophitico  uno',  in  un  inventario  di  arredi  sacri  di  una  chiesa  greca, 
del  1058  vili  98. 

pronelle,  ni.;  da  'pruna'. 

Puczanellu  ni.   1056.  Cfr.  Flechia,  nll.  da  gentil,  s.  Facciano. 

pullu:  'qualiter  badit  (il  confine)  per  pullu''  1031,  'saliente  iuxta  uno» 
pullo,  confixerunt  alium  termine  et  traversante  ipsum  pullum  unum  alium 
termine'  1034  \i  20,  'aqua  que  ò\c,\ii\v  pullu  de  cerzia  gallara'  1049.  Cai. 
va(l(]u  'ricettacolo  d'acqua'  (Scerbo);  e  cfr.  l'it.  polla. 

pumicara'.  tevra.  pumicara  1060  viii  1.50,  'vadit  (il  confine)  in  parte  usque 
in  pumicara''  1060  viii  150;  cava  di  pomice;  cfr.  Avolio,  Arch.  suppl.  VI  88. 

puteda:  ni.  'aqua  puteda\  Ha  stampo  ben  popolare  e  va  con  lo  spgn. 
picdìo.  Cfr.  Meyer-Lùbke,  1.  e.  774,  Pieri,  Arch.  suppl.  V.  133.  Negli  'An- 
nales  Cavenses',  MGH,  scr.  193,  è  scritto  'aquam  pudidam'. 

quatraru  fanciullo:  'filius  Ursi  qui  vocatur  qualraru''  979.  È  di  tutto  il 
Mezzogiorno  (cai.  cotraru.  Scerbo;  cfr.  coraisima  quaresima)  e  rivien  pro- 
babilmente a  Squartarla  'il  quartogenito'  (cfr.  'Quintilio,  'Settimio',  Ot- 
tavio'). Nell'abr.  e  in  alcune  varietà  laziali  è  anche  quatrane  -a. 


354  de  Bartholoma'^is, 

quedere  chiedere:  '  no3  suprascripti  quedere  potuerunf  875,  più  volte, 
*queset''  v.  nura.  74.  Cfr.  requedere  nel  Regiin.  Sanit.  gloss.  s.  v. 

quercia:  'aliquante  viscilie  et  querele''  1022,  'terram  que  appellatur  da 
pandula,  ad  ipse  quertie'  86S;  -  'castanietu  et  iiisetitu  seum  qiiertietu'  857, 
•856.  -  V.  s.  cercum. 

ranola,  in  un  inventario  di  utensili  del  1054  vii  250. 

rapistaru  ni.:  'carapu  rapislaru'  1028;  cfr.  nap.  rapesta  rapistrum. 

ratatoria:  'sicut  termiti  fleti  sunt  et  inedia  ralatoria  decernit'  1057  viii 
21;  da  *aratatoria 'terra  arabile';  cfr.  Due.  s.  aratare. 

rehoUa  'rivolto'  svolto:  'extra  re&o^<«  que  facit  ripa'  1023,  'terra...  que 
■est  vacuam  da  ipsa  rebolta  in  super'  983, 'trabersante  (il  confine)  ipso  flu- 
bio,  sicut  rebolla  discernit,  et  ipsa  rebolta  coniungente  in  ripa'  984. 

reclarare  'rischiarare'  dimostrare:  'ipse  quattuor  finis,  quod  reclarat  ipsa 
«artula'   1013  iv  220.  Cfr.  'Bagni  di  Pozzuoli'  v.  229. 

rede  erede,  v.  num.  49. 

refaneo:  '  quomo  medie  refaneo  discerni'  835;  siepe,  riparo  o  simili.  Cfr. 
Due.  s.  refenere. 

regia:  '■regia  de  ipso  catoiu'  1031  v  208.  Qui  'porta'  in  generale;  cfr. 
s.  catoiu;  Salvioni,  Arch.  XIV  213. 

reiale:  'ipsum  reiale  de  ipsa  casa  fabrita'  1055  tu  271,  'cum  ipse  sca- 
iis  rumpere  et  singulos  reiales  ibidem  facere'  1062  viir  192;  forse  'porta' 
•o  'cancello',  cfr.  regia. 

repostara:  ^ mela,  repostara'  1029.  L'editore  annota:  'quae  conservar!  pos- 
sunt  per  annum'. 

rescella:  'ad  solutionem  dandum  dixerat,  ut  ipsa  resoella...  venderent' 
1061  vili  157,  ' venumdederunt...  tota  ipsa  rescella  per  iamdictas  fines  et 
mensuras'  ibd.;  cfr.  Due.  s.  resella.  Una  derivazione  popolare  dal  nomin. 
res,  ripugna  affatto.  Si  dovrà  ben  piuttosto  pensare  a  recula  *recella 
{cfr.  facula  facella). 

residiare:  'frugium...  colligamus  et  residiemus'  1026;  mettere  a  sesto, 
ordinare,  assettare,  ed  è  ancora  di  tutto  il  Mezzogiorno. 

viale  rivolo:  'quomodo  decurrit  viale  a  monte  Faleczu'  973,  'a  pars  orien- 
tis  sicut  medio  viale  discernit'  977.  Cfr.  ant.  lomb.  vial,  Salvioni,  Arch. 
Xn  426. 

riu  rivolo:  '  flubio  riK-sicchum'  962,  'rm  curvu'  1008;  viatellu  1050 
VII  132. 

vonca  roncola:  'ronca  una',  in  un  elenco  di  utensili  del  1042.  -  roncare: 
"liceat  illis  de  ipse  silbis  roncare'  952,  ''roncare  scampare  et  seminare' 
1017. 

rolicinu:  'ipsum  molinu...  cum  tina  et  tremola  et  roticinu'  1029  v  174; 
frullone,  cfr.  D'Ambra  s.  rota. 


Spoglio  del  Cedex  Gavensis;  §  V.  355- 

rubinola:  'insitetum  de  rubiliole  et  inserte'  1010.  L'edit.   annota:  'spe- 
cies  castaneanim',  ruoilietum  e  rubulietum  ibd. 
riMola:  '  castanee  suo  tempore  et  rabiole  et  insite  colligere  et  seccare' 

1021  V  39. 

rubu  ni.:  'carapu  de  rubu\  Mi  par  sicuro  che  trattisi  di  'rovo  . 

^ructura  de  ipsa  piena'  1034  vi  5,  1'  'irrompere  della  piena'. 

rupa  e  rupu  rupe:  'in  partibus  de  ipsa  rupa  de  ipso  petrone'  917,  'de 
alia  parte  fine  sicut  discernit  rupa'  996  iii  50,  rupu  1057  viii  13. 

ruscilianumnX.  1048;  -Roscilius  o  -Rossilius,  da  Roscius  o  Ros- 

si  US  CIL. 

rusticianu  ni.;  *rusticianu,  Rusticus. 

sabucitu  sambucheto,  ni.  997. 

sagramenta  giuramenti  798  ecc.  ecc. 

snlara  ni.:  'ubi...  proprio  ad  salara  bocatur'  1003. 

salicario:  'ipsa  iscla  de  ipsa  cosa  cum  terra  et  salicario'  1034  v  257;  sa^ 
liceto.  -  salicetu:  'terra...  cum  cannietu  et  salicetu/  856.  -  salicto  e  scthttu 
ni.  1019,  'saliceto'.  V.  Ascoli,  XIV  342  n. 

saltera  ni.:  'locum  Nuceria  ad  saltera'  936.  È  nome  d'un  fiumicello,  e 
varrà  pressappoco  'cascata'  o  sim.;  v.  Due.  s.  saltus,  e  cfr.  AvoUo,  Arch. 

suppl.  VI  94. 

sannuttis  'zannuto':  cgn.  'Petri  qui  dicitur  sannutus'  104o. 

saoma  sauma  sarma,  v.  num.  35. 

saranianisi  1717,  abitanti  di  Saragnano. 

sarracinu  saraceno;  come  npr.  803;  'qui  de  s«rmcmi  captus  fuet'  912. 

sassa  ni.  965.  Una  'Sassa'  anche  presso  Aquila. 

scalciare:  'ipso  arbustum  scalciarent  propaginarent  potarent'  1003.  Tro- 
vasi anche:  'ipsa  vinea  annualiter  suo  tempore  potemus  propaginemus  et 

scoltiemus'  901. 

scalena  scaletta:  'anditum  abente  mineaneum  et  scalella'  1026. 

scamangna:  'unum  salterium  et  superiovi  manule  de  siricum  de  scaman- 
gna'  1029.  Ct'r.  Due.  s.  scaram-. 

scampare:  de  ipse  silbis,  quantum  illis  inde  scampaberinV  980,  'hceat 
illis  de  ipse  silbis  roncare  et  scampare'  952.  'roncare,  scampare  et  semi- 
nare' 1017.  Il  Due.  riferisce  scampare  da  una  carta  cassinese  e  interpreta: 
'silvam  in  campum  seu  culturam  redigere'.  Occorre  qui  il  i^^exii.  scappare 
svellere,  spiccare  le  piante  dalla  terra,  con  pp  da  mp  come  negli  esempj 
che  si  citano  al  num.  34. 

scarricare:  'scarricad  ipsa  bucte  saume  quindecim'  1043,  'può  scaricare' 
ossia  'contiene'.  Cosi  ancora  nel  nap.  e  nell'abruzzese.  Il  doppio  r  come 
in  carricata. 


356  àe  Bartholomaeis, 

scarzare  'scarciai'o'  strappare:  'ubi  li  scarza-vanirì  dicitur'  liì55  vir 
272,  ni.  che  verrà  da  una  qualche  erba  (q.  'strappa-vontre'),  che  non  so 
identificare. 

sceptu,  -a  sepia  eccetto:  'totum  in  integrum  ti  vi  qui  supra  vinumdedi 
possidenduni,  sceptu  bece  de  via'  824,  'sceple  bie  andandum  et  ingredien- 
■dum'  872,  septo  1053  vii  207;  -  septuavimus  1047  vii  36.  Cfr.  numm.  32. 

solfato  e  sclifato:  'solidum  sclifato"  842  (Lucerà),  'solidi  voni  scifatV 
■843  (ibid.);  'monete  d'oro',  nel  qual  senso  anche  negli  'Annales  Cavenses', 
MGH,  scr.  Ili  191. 

scirfa:  'deant  illis  ad  ipsa  Maria  de  causa  sua  mobilia  scirfa  et  pan- 
jios  et  rame  et  alia  scirfa  1053  vii  214.  L'edit.  annota:  ''scirfa  vel  scirpta 
idem  ac  palea.  Hic  usurpatur  prò  stramento  tori'.  Cfr.  Due.  s.  v.;  ma  ora 
V.  Salvioni,  'Lomb.  sherpa  ecc.',  in  questo  volume,  p.  364  sgg. 

sciricidio  sericidio  sciricindio  siricirio;  'sicut  sciricidia  ex  casa  ipsius  Tra- 
selchisi  decurrit'  912,  'perexiente  in  ipso  sciricidio  de  ipsa  casa  Leoni  ab- 
bati' ibd.,  'casa...  cum  solo  terre  et  sedimen  et  lignamen  suam  et  cum 
sericidia  sua'  938,  'reserbavimus...  sericiditim  de  ipsa  casa  nostra  usque 
ad  cantonem'  946,  siriciriis  1004  1012,  'de  prima  pars  quod  est  a  sciri- 
cindio et  fine  ipsa  platea'  1014  (Lucerà).  Da  stiricidiu  col  signif.  di  'stil- 
licidio'. Mi  fan  difetto  riscontri  moderni,  ma  son  forme  ben  popolari  da 
aggiungersi  alla  serie  del  Nigra,  Arch.  XIV  380-1.  Cfr.  pure  Meyer-Lùbke, 
1.  e.  776,  Salvioni,  Post.  275. 

scippare:  'quando  eam  (terra)  incipere  at  scippandum'  983,  'ut  a  modo 
incipiamus  eos  (terre)  scippare  et  cultare'  984.  Quanto  all'etimo,  v.  Kòr- 
.ting  2631;  quanto  al  signif.  qui  pare  voglia  dire  'rompere  il  terreno'  ov- 
vero 'far  piantagioni';  cfr.  il  cai.  scippa,  fare  scippa  'far  piantagioni  di 
viti'  (Scerbo).  Ma  il  signif.  prevalente  modernamente  è  di  'svellere',  'strap- 
pare', ed  appartiene  a  tutto  il  Mezzogiorno  e  all'ant.  sic.  {li  minili  ti  scip- 
jiaru,  nella  'Sequentia  beatae  Agathae',  pubbl  da  C.  Gali,  Catania,  Pen- 
sini,  1892). 

sclimbo:  'quas  (le  case)  in  sclimbo  edificate  sunt'  1005,  'di  sghembo". 
V.  Kòrting  7555. 

scoltiare;  v,  scalciare. 

scontratu  cgn.:  'Stephani  qui  vocatur  se'  952;  ni.  '  alli  scontrati'. 

scrimarius  cgn.:  .'Lademarius  scrimariiis\  v.  agli  ind.  del  voi.  vii.  Cfr. 
Korting  7536. 

scura  cgn  ;  'Petri  qui  dicitur  da  \a,  scura'  1054  vii  244;  afflitta,  derelitta, 
fors'anco  'vedova',  come  tuttora  in  qualche  varietà  abruzzese. 

scuria  scrofa:  '■scurie  tres  porclate  cum  ana  tres  filios  per  scuria'  1029, 
'quanti  filli  et  filie  de  ipse  scurie  et    de  alle  scurie   predicte   ecclesie  an- 


spoglio  del  Codex  CavGnsi^^;  §  V.  357 

nualiter  orti  fuerint'  1043,  '■porci  scurie  due  et  porca  scuri  tres'  1053  vn 
i98.  Cfr.  l'abr.  scuriazza  'donna  cenciosa  e  vagabonda'.  Non  penseremo 
al  pgf.  x°^Q°'^'>  *^3.1  quale  ci  dilunga  in  ispecie  la  tonica;  né  al  ngp.  yovqov- 
vtov,  dov'è  tutto  il  grugnire.  Ma  ricorre  insistemente  al  pensiero  il  cor- 
gor-  ecc.,  che  è  tra  i  nomi  galloromani  del  majale:  curin  crin  goret,  forme 
plur.  gouris  gorallles. 

scuru  ni.:  'allu  sc.\  Cfr.  Pieri,  Arch.  suppl.  V  131. 

seccare:  'ipse  abellane...  colligere  et  seccare''  953,  'coUigamus  ille  (le 
■avellane)  et  sacheinus'  959.  E  Foporazione  del  seccare  al  forno. 

sacurrlcla  scuretta,  in  un  elenco  di  oggetti  domestici  del  1047  vn  52. 

saditura  locazione:  'seditura  de  ipsa  terra'  968.  Il  Nitti,  p.  24  n,  cita  da 
«na  carta  barese  del  1075  'dare  casas  ad  sedituram\  L'od.  bar.  ha  il  ìiora. 
agent.  sedeture  pigionale.  Cfr.  'in  eius  sid  potestatem  ipse  case  sediendum 
dominandura  regendum'  872  i  98;  e  il  bl.  sedium  casa,  Due.  s.  v. 

selece  selce  ni.  'ubi  ad  selece  dicitur'   1010. 

■seleczanu  ni.  1049  vii  102;  dal  npr.  Sali  si  us,  CIL. 

semmeta  stradicciuola:  ^ sicat  sem meta  discernit'  è  formula  frequentissima. 
Od.  pugl.  s§mmftedda. 

sepale  siepe:  'in  partibus  occidentis  da  sepale  et  termines'  900,  'arbores 
qì  sepali  inde  abscidisset'  998.  E  dell'od.  nap.  e  del  leccese  (Morosi,  Arch.  IV 
16);  cai.  e  sic.  sipala;  ant.  genov.  seoale,  Parodi,  Arch.  XIV  16.  -  sepe  siepe: 
■'quomodo  metia  sepe  decernit'  è  formula  assai  frequente  nelle  descrizioni 
■de' confini;  ni.  'in  loco  sepV   1061  viii  155. 

serolatu  ni.  'ad  s.'   1028. 

serra  sega:  '■serrani  unam',  in  un  elenco  di  utensili  del  1063  viii  210. 
Così  nel  calabrese  (Scerbo);  nap.  serreiella  seghetta  (D'Ambra).  Assai  fre- 
quente nel  signif.  di  'monte',  com'è  generalmente  nella  toponomastica  me- 
ridionale (cai.  serrale),  -  sirrune  'crista  de  ipso  sirrune''  1034;  pugl.  scr- 
raun".  roccia;  serruncello  994. 

setazza  'setacci'  stacci:  ^selazza  dua'  in  un  inventario  di  suppellettili 
domestici  del  1053  viii  198. 

sfeczare  'sfecciare',  toglier  la  feccia  dalle  botti':  'ipsa  bucte  illls  a  pre- 
■sentis  sfeczare  et  lavare  bona'  1039  vi  112. 

"■  sic clellum  unwwx,'  1057  viiiSl,  secchietto  dell'acqua  benedetta,  '•  sicclelluìu 
tereum  unum  prò  aquam  auriendam'   1063  viii  210. 

silboncinum  selvetta  994;  cfr.  num.  106. 

siricu:  'pianeta  de  siricu'  1006.  V.  Morosi,  Arch.  XII  84  e  96. 

sfagilla:  'lohannis  qui  dictus  est  sfaglila'  1061  viii  159.  Cfr.  Due.  s. 
fagia.   ■ 

s/ixicii:  'impalare  ad  palos  sfìxicii  et  unciuni'  1005.  V.  fissicio  e  on- 
ci uni. 


358  de  Bartholomaeis , 

sociro  suocero:  'genitor  et  sociro  nostro'  853. 

socra  suocera,  è  frequente;  e  quantunque  già  lat.,  giova  che  gli  si  rac- 
costino il  cai.  socra  (Scerbo),  bar.  srgke  srpg^me  'mia  suocera'  (Nitti,  p.  2.5), 
lece,  tarent.  suecrf  socra  (Morosi,  Arch.  IV  131,  Do  Vincentis  248). 

solarium:  'casa...  cum  proprio  glutte  de  ipso  solario  in  sua  terram  ce- 
cidentem'  853;  terrazzo,  cfr.  Avolio,  Ardi,  suppl.  VI  97.  Frequente  'casa 
sularala\  come  dicesi  tuttodì  nelle  Calabrie  (Morisani,  s.  sul.-).  Nel  Chron. 
Salern.,  MGH,  scr.  Ili  530:  'turrem  unam  que  nunc  dicitur  solarata\ 

soliti  sciolti,  disobbligati:  ^solili  exinde  maneamus'  927.  Così  anche  nel- 
l'ant.  vers.  sic.  de' Dial.  di  S.  Gregorio,  e.  104. 

sozza;  'comprehensimus  in  sorte  nostra  de  ipsa  sozza  de  ipso  pede  ìn- 
clita medietate'  987,  'de  ipse  sozze  suprane...  comprehenserunt'  ibd.,  'pos- 
sidemus  per  socza'  1020.  E  'la  quota  spettante  ugualmente  a  ciascun  so- 
cio'. Ctr.  abr.  sgcce  affittuario,  'socio',  pugl.  la  so;;« 'la  stessissima  cosa'. 
V.  inoltre,  Salvioni,  Post.  284,  Due.  s.  'socia'. 

spangne:  'ipsum  astracura  supranum  quod  ibi  facere  debet  ad  vincli  et 
spangne''   1056  vn  281;  neogr.  andyyog. 

^spalterium  monacum  in  uno  volumine'  1063  viii  209,  due  volte;  psal- 
terio. 

spelonhe  ni.  1039  vi  114,  spelonce  1042;  'monte  de  spelengaru''  1064 
vili  297. 

spengio  dispendio,  v.  num.  28. 

spetutum  ottenuto,  v.  num.  74. 

spiczare  cgn. :  'Constantini  spzesa-canzone'  1054  vii  2,56.  Oggi  'spic- 
ciare' vale  'districare'  (e  quindi  anche  'pettinare');  ma  nel  cgn.  il  signiL 
non  è  chiaro. 

spinacze  ni.;  da  'spino'. 

spleto  compiuto  (nm.  49):  'da  modo  et  usque  ad  tredecim  annos  spletos^ 
870,  'post  spletos  tredecim  annos'  ibd.  Così  pure  nell'ani,  aquil.,  Mussafia, 
Kath.  gloss.  s.  V. 

spicrclatura:  '[tollamus]  spurclatura  de  ipse  scurie'  1043;  assai  proba- 
bilmente 'sporcellatura'  cioè  'la  prole  delle  scrofe'.  V.  scuria. 

^squilla  una',  in  un  elenco  dì  cose  appartenenti  a  una  chiesa,  del  1043, 

staffilu  ni.:  'que  (terre)  habunt  a  lu  staffìlu'  1046  vii  2;  cfr.  Korting 
7749? 

stagno:  'calices  de  stagno  quattuor  cum  singulis  patenis  similiter  de  sta- 
gno' 1033  vili  209. 

stainiim  stagno:  v.  num.  54. 

slematione  stima:  'quod  remelioratu  fueri,  sub  stematione  pretiu  restaorare 
promictemus'  823. 


Spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  V,  359 

slamu  stagno,  v.  num.  33. 

siratigo,  v.  s.  'basilico'. 

strectola:  'a  pars  occidentis  fine  media  sf redola'  1022,  'ipso  andito  com- 
mune  et  usque  ipsa  strectola  comune  qui  est'  ibd.;  vale  'via  stretta',  chias- 
setto.  Il  tarent.  sirittolo  è  'via  stretta  che  dalla  principale  mena  alle  abi- 
ta/ioni in  dentro  '  (De  Vincentis).  Il  Due.  cita  strictula,  da   carte  capuane. 

stricara:  'aqua  stricara'  1050  vii  132.  Forse  da  strix  strig-(cfr.  'aqua 
palombara'). 

'sturialem  unum',  in  un  elenco  di  oggetti  appartenenti  a  una  chiesa,  del 
1063  vili  209;  'istoriale'? 

sturzio  struzzo;  'quattuor  ova  de  sL'  1058  viii  39.  Nap.  sturze  (D'Ambra). 

stutia  astuzia  978;  num.  49;  cfr.  l'abr.  stuze  'astuto'. 

suolano  sebi-  sept-  e  subt-:  '■septano  latere'  e  '■sehtano  Z. '  968,  ''subtana 
parte'  965,  'anlbo  ipse  pecie  subtane''  976;  'sottano',  rifatto  su 'soprano'. 
Oggidì  dicon  sotlani  i  terreni  delle  case. 

siibtulari:  'unum  parlo  de  brache  et  calze  et  subtularV  968.  Lo  stesso 
che  subtalares,  che  v.  in  Due.  s.  v.  ;  cfr.  Schuch.  II  245. 

siisceturio  susoit-:  'metia  casa  et  metiu  palmentu  et  medio  susceturio'' 
'faciamus  ibi  palmentura  fravitum  optimum  cu  susciturio  suo'  1012,  L'edit. 
intende  'receptaculo'. 

Suttinianu  ni.  1048  vii  95.  Cfr.  Flechia,  nll.  da  gentil,  s.  Settignano,  e 
Parodi,  Arch.  XIV  6. 

tabolatum:  'terra  mea...  habent  finis...  sicut  parietes  et  tabolaturn  de- 
cerne' 837;  forse  'stecconato'. 

tabulicii:  'casam  edificatam  est  et  cum  suis  propriis  tabuUciis  et  cum 
tecto  suo'  853. 

tauranicuni  ni.,  v.  num.  81. 

tenerella:  ni.  'nuce  tenerella''  982. 

"■  terra  campense'  854,  probabilmente  'seminatorio'.  Così  l'od.  campo  non 
vale  già  'campo'  in  generale,  ma  'seminatorio'. 

terra  casalina:  'pettia  de  /.  e'  799. 

terrata:  'declaro  me  una  terrata  habere  clausa  et  cohopertam' 843  (Lu- 
cerà). Ne' dial.  marchig,  terrata  si  dice  per  'stanza  a  terreno',  ed  è  Yat- 
terrato  ('A  labori to  ne  gio  a  l'atterrato')  della  canzone  del  Castra. 

terricello  ni.:  'abbas  monasterio  sancte  Marie  de  terricello''  1034  vi  17; 
ma  poco  appresso,  'turricello\ 

terzario  'sorta  di  misura  di  capacità':  'dare...  quindecim  terzaria  de 
granum  vonum  culma,  measurato  ad  terzario'  996  ni  47, 

*■  tetra  angelum\  in  un  elenco  di  oggetti  appartenenti  a  una  chiesa  greca, 
del  1058  vili  38. 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  24 


360  de  Bartholoraaeis , 

tianu  zio:  'una  cum  Maio  et  lohanne  tiani  adque  inutidoalt  nostri  pei*- 
reximus  ante  presentia  IMari  iudiceni'  1004  iv  41.  Ricorre  zianu  in  tutto 
il  ISIezzogiorno  ;  e  anche  Tant.  aquil.  ce  l'offre  nella  'Legenna  de  sancto 
Toniascio',  pubbl.  dal  Monaci,  Rendic.  de' Lincei,  1894,  p.  954. 

tifami  ni.  Nel  CIL  occorre  il  nprs.  Tibanus.  Si  tratterebbe  di  un  prs. 
applicato  alla  designazione  fondiaria,  e  di  un  nuovo  esemplare  di  -f-  italico 
sopravvissuto,  da  aggiungere  alla  serie  ascoliana. 

tigna:  'si...  causare  aut  contendere  presubserit  ipsa  tigna,  aut  si  quod- 
cumque  causationes.. .  presubserit'  1025.  E  con  la  significazione,  non  an- 
cor tralignata,  di  'questione',  oggi  'capriccio',  'cavillo';  cfr.  il  vocabolario. 

lina:  '•tinellam  et  aliam  tinam'  1058  viii  39,  '•tinellos  decem'  1063  viii  209. 

tio  zio:  'qui  sumus  tio  et  nepus'  954,  'qui  sunt  tio  et  nepotes'  994  iii  17. 

torcle  ni.  V.  Due.  s.  torcula  e  cfr.  Pieri,  Ardi.  V  191. 

tome:  'duobus  tome  da  vinca'  1012. 

tortellario:  cgn.  'Leoni  t.'  1013.  Cfr.  l'abr.  tortale  tortele  'sorta  di  cialda', 
tortile;  nap.  ttcortane,  che  è  già  nella  Cron.  del  De  Rosa,  p.  434. 

tostatile  ni.  Cfr.  Due.  s.  tostacio. 

tractora  traclura  'sorta  di  recipiente':  'dentur...  ad  ipsa  filia  mea... 
traclora  conciata  per  annuni,  ubi  illuni  (il  vino)  reponant  in  casa'  1028, 
Uracturu  iinu'  1047  vii  64,  'butti  da  vinum  nobeni  et  tracturia  unam,  trat- 
turia  da  vittu  tres'  1053  vii  198.  Cfr,  Due.  s.  trattoria-3,  Ascoli  I  26   87  n. 

tractorarium:  'ad  saliendum  usque  tractorariiitn''  1016.  Secondo  l'edit.  è 
la  stessa  cosa  che  'semita';  onde  andrà  con  gli  odierni  tratturi  che  sono, 
come  sa  ognuno,  larghissime  strade,  aperte,  a  quanto  mi  si  afferma,  fin 
dal  sec.  XV,  pel  passaggio  del  bestiame  dagli  Abruzzi  e  dalle  Calabrie  nel 
Tavoliere  di  Puglia. 

trasenda  1012  iv  191;  'de  tertia  parte  fine  media  trasendella'  1012  iv 
199.  V.  Parodi,  Arch.  XIV  16,  Salvioni,  Nuove  Post.  28. 

trasita  entrata;  'casa...  cum  trasita  et  essita  sua'  1004  iv  41.  Come 
è  noto,  iras'.re  appartiene  a  tutto  il  Mezzogiorno,  dal  Molise  alla  Sicilia. 
Quanto  all'accento,  cfr.  il  nap.  tràsele^  cai.  tràsuta  (Morisani). 

iremesse:  'pretiu  auru  solidi  nove  et  unu  fremesse'  823.  E  la  forma  popol. 
del  'tremissis'  longobardo. 

tribanu  ni.;  *trib[i]anu,  Tribius.  Cfr.  FI.,  nll.  da  gent.  s.  Triggiano. 

'■triodi  unum',  in  un  inventario  di  oggetti  sacri  del  1050  viii  38  e  67. 
Cfr.  Due.  s.  triodium,  ma  qui  piuttosto  il  neogr.  tqLoSi. 

toppa:  'coniungebat  in  toppu  de  monte  qui  dlcitur  mandrelle'  1064  viii 
325;  cocuzzolo;  abr.  tarent.  e  nap.  tuppè  nodo,  viluppo  (più  specialmente 
di  capelli  sulla  nuca),  cai.  tuppu  massa,  mucchio  (Morisani),  e  anche  tuppa 
zolla  (v.  il  periodico  'La  Calabria',  XI  28);  Kòrting  8238. 


spoglio  del  Codex  Cavensis;  §  V.  361 

torre  turre  turra:  'rebus  ijìsiiis  ecclesie  et  ipsa  turre  ad  restaurandura 
et  laborandum'  940  i  217,  'si...  rebus  eiusdèm  ecclesie  et  ipsa  turra  nou 
laboraveritis  voi  restauraberitis'  940  i  218,  ^torre  que  dicitur  tegolas'  994 
III  12;  'casa  di  campagna',  come  ancora  nel  pugl.  e  nel  calabrese.  La 
forma  metaplastica  turra  ricorre  anche  nell'ani,  vers.  sic.  de' Dial.  di  S.  Gre- 
gorio. -  turricelle  ni.   1059  viii  95;  turricle  ni.  1034  v  260. 

tremola  1029  v  174.  É  certamente  t  rimo  dia 'tremoggia,  tarent.  tramo- 
scia (De  Vincentiis),  abr.  trempjje  (Finamore),  nap.  tremoia  (D'Ambra),  sic. 
trimoja  (.Mortillaro).  Il  finimento  in  -ola  sarà  dovuto  a  falsa  ricostruzione, 
non  senza  influenza  di  'mola'. 

tritulare  trebbiare  1023.  Cfr.  Bonnet,  op.  cit.  202. 

troccle  tracciati  nll.  V.  Due.  s.  trogla  'rivus,  canalis',  e  cfr.  Pieri,  Arch. 
suppl.  V   192,  Avolio,  VI  95. 

tra  fé:  'uno  arbore  qui  stat  super  ipsa  casa  et  duo  trof'e'  1045;  xQoifjr^,  e 
qui  varrà  più  propriamente  'la  parte  donde  la  pianta  trae  il  nutrimento'. 
Cal.-regg.  troffa  cespo  (Morisani)  e  troppa  (Scerbo).  Finamore:  trofa  'pianta 
di  gran  cesto', 

india:  cgn.  'Sparanus  macza-<r«^Za'  1048  vii  97;  lat.  trulla  tr nella. 
Cfr.  sd.  trtcdcja  mestola,  Guarnerio,  Ardi.  XIV  176.  Chiaman  trulli  (tritdcje), 
nel  barese,  certe  capanne  costrutte  in  pietre  a  secco. 

trumarca:  'imperialis  trumarca  de  cibitate  Fiorentino'  1044  vi  267  (Manfre- 
donia). Come  gentilizio  (rrzmarc/tz)  non  è  infrequente  nelle  Calabrie  e  in  Sicilia. 

tuburio:  'illud  (il  vino)  reponant  intus  ipso  tubwio,  qui  ibidem...  fece- 
rint,  in  organea  da  vinum'  1055  vii  267;  tugurio,  qui  più  propriamente 
'grotta'.  V.  num.  37. 

tultum  tolto:  'quantum  per  illas  exinde  vobis  tullum  esset'  855.  Anche 
tulitwn  880  L  108,  v.  num.  48. 

turello  ni.:  'pecia  que  dicitur  àa.turello'  1029  v  173.  Cfr.  Due.  s.  'toro'. 

tuscianu  ni.;  *tossianum,  Tossius  CIL.  Qlv.  il  ni.  tuse  (italianeggiato 
in  'Tussio')  in  prov.  d'Aquila  ^ 

tur  Zilla  ni.  1045.  Nap.  turze  turzille  cavolino  'torsolo',  D'Ambra,  D'Ovi- 
dio, Arch.  IV  406;  tursi  ni.  basii.,  Racioppi  s.  v. 

uhilianu  ni.;  *obelianu,  Obelius,  CIL. 

uliara  ni.,  *ulearium,  che  v.  in  Schuch.  II  134. 

unciuni:  'impalare  ad  palos  sfixicii  et  unciunV  1005.  L'edit.  annota:  'un- 
•cinatos  et  concurvos'. 


^  Negli  'Annali'  di  Flodoardo,  jNIGH.,  script,  iii  385,  è  menzione  di  un  Tu- 
sciacum.  A  torto  gli  editori  lo  identificano  con  l'odierno  Tiilley.  Sarà  piut- 
tosto  Tusey,  che  è  un  villaggio  sulla  Mosa. 


362  de  Bartholoniaeis;  Spoglio  del  Cod.  Cav.,  §  V. 

urdini  'filari  d'alberi  o  di  viti':  ''tcrdini  triginta',  'ttrdini  vostri'  1045 
(Melfi).  È  anche  dell'abr.  e  può  venire  direttamente  da  'ordine'.  Tuttavia 
cfr.  il  cai.  urdinu,  sic.  ardìnu  'filari  di  viti',  neogr.  oQ^ivioy  (dal  lat.),  Mo- 
rosi, Arch.  XII  95. 

urnadum:  'unarn  zonara  que  dicitur  iirnadiim'  1058  viii  67.  Forse  è  da 
cfr.  il  radgr.  oquix.  Due.  gr.  s.  v. 

urtatu  orto:  'terra  qui  est  locilletu  et  urtatu"  826. 

valluncellum:  'saliebat  per  ipsum  valluncellum  da  Stefano  usque  serra 
rotunda'  1063  viii  262.  Cfr.  s.  ballone. 

varrilario:  cgn.  'Leoni  y.'  1059  viii  100. 

venenuso  velenoso:  cgn.  'lohannis  v. '  1064  viii  294. 

verinianu  ni.;  *verinianu  *Verinius  o  Verinus,  CIL. 

vetrana:  cgn.  'lohannes  u.  '  1034  vi  18;  ni.  mons  Vetrano.  Cfr.  Flechia 
nll.  da  gent.  p.  130,  Regim.  Sanit.  gloss.  s.  v. 

vincli  vincoli:  'astracuni  supranum  quod  ibi  facere  debet  ad  vincli  et 
spangne'  1056  vii  281. 

vittu:  'tracturia  da  vittu''  1053  vii  198. 

volanum  ni.;  *vol[iJanum,  Voli  a  CIL. 

zala  ^dXrj  grandine,  v.  s.  igne. 

zangari:  cgn.  'Leo  grecus  :;.  '  1047  vii  36.  Zanzara  Zangàri  son  cgn. 
assai  diffusi  in  Sicilia. 

'•Zani  dui  da  coperire  altare'  1043,  tovaglie  d'altare.  Nel  ven.  oggi  'mer- 
letto'. Il  Due.  s.  V.  l'ha  da  una  carta  ferrarese. 

zapino  ni.  1012;  sapinu  (fv.  sapin),  donde  anche  il  ni.  sic.  'n  Zappimi^ 
Avolio,  Arch.  suppl.  VI  83  e  Zappineta,  presso  Manfredonia;  tarent.  zap- 
pino pino  selvatico  (De  Vincentiis).  Riviene  certamente  alla  stessa  base,  ma 
presenta  un  fatto  fonetico  insolito,  l'abr.  ciappine  acciapping  cipresso. 

zenzala  giuggiole:  'insitetum  de  inserti  et  robiolis  seu  zenzaW  1016, 
'a  die  presente  inpiciaraus  (=  incip.)  ipsos  tigillos  inserare  de  ipsa  zen- 
zala' 1024;  -  zenzaletum  1058  viii  70.  E  del  cai.  del  sic.  e  del  sardo  logud. 
(Spano);  v.  Kòrting  8945  (Cl^vrfoy).  Ma,  quanto  alla  nas.  ej)ent.,  più  che  di 
fase  italiana,  par  di  fase  bizantina;  cfr.  neogr.  ì^ivì^irpov.  Però  v.  FI,,  Arch. 
III  182;  e  cfr.  Mus.,  Beitr.  s.  zenzevro. 

zippa:  'una  zippa  de  serico'  990.  L'edit.  annota:  'idem  ac  zipo  ut  in  Du 
Cange,  tunica  ex  maculis  contexta'. 

zita  zito:  'ecclesia  sancte  Marie,  que  dicitur  oj'to'  1055  vii  263,  'Maurum 
qui  dicitur  de  zita'  1060  vii  138,  cgn.  zito  1063  viii  254.  Nel  primo  esempio, 
intenderemo  'vergine'.  Oggi  zito  'fidanzato',  'sposo';  cai.  zitaggiu  'nozze*. 

zoca  soga:  'animalia  legata  in  zoca'  997.  Kòrting  7574. 


LOMB.  SKÉBPA  ECC.,  'CORREDO'. 


e.  SALTIGLI. 


Di  questa  voce  ci  ha  da  ultimo  intrattenuti  il  Nigra  (XIV  77), 
nella  cui  etimologia  si  può  consentire,  tenendo  però  presenti  gli 
articoli  'Sclierflein'  'scharf  'Scliarpe'  del  Kluge*^,  le  disquisizioni 
del  Bruckner  (Die  sprache  der  Langobarden,  Strassburg  1895, 
p.  63)  e  le  considerazioni  che  si  svolgono  più  in  là. 

Il  vocabolo,  di  origine  senza  dubbio  longobardica,  è  impor- 
tante anche  per  la  sua  documentata  vetustà,  e  ben  merita,  parrai, 
che  se  ne  ragioni  con  qualche  ampiezza. 

Gli  esempj  antichi  a  me  noti  son  questi: 

1.  ann.  740:  «  repromittiraus  atque  spondamus  nos...  ut  tu  deveas 
exigere . . .  tam  de  terras  quam  familias  seu  scherpas  vel  peculius  aut  qualis- 
cutnque  res  ad  nos  pertinente  »  *. 

2.  ann.  774:  «  mobilibus  vero  rebus  meis  hoc  est  scerpha  mea,  aurum 
et  arg-entum,  simul  et  vestes  et  cavalli  »^ 

3.  ann.  793:  «  omia  scerpa  sive  notrimina  mea,  majora,  et  minora,  in 
tua  sint  potestatem  »  ^. 

4.  ann.  795-81G:  «  Cajetani  autem...  dixerunt  quod  invenissent  homi- 
nes  occisos  jacere,  et  granum  et  scirplia,  quae  ipsi  Mauri  portare  secum 
non  potuerunt»*. 

5.  ann.  853:  «quando  ad    maritura  ambolaverit,  det  earum  filiis  meis 


*  Monum.  Hist.  Patriae,  voi.  XIII,  doc.  IX.  Parte  di  questo  doc.  è  ripro- 
dotta anche  da  Cari  Mayer  nel  suo  lavoro:  Sprache  und  sprachdenkmiiler 
der  Langobarden  (Paderborn,  1877),  p.  163.  Ma  è  strano  che  la  voce  scher- 
pas non  sia,  come  le  altre  voci  longobardiche  del  doc.  e  come  lo  scher- 
pha  di  p.  256,  rilevata  mediante  il  corsivo,  e  che  sia  trascurata  anche  nel 
glossario.  Il  Lupi,  e  quindi  anche  il  Troya,  non  avevan  decifrata  la  voce. 

^  MHP.  XIII,  doc.  LI.  V.  anche  C.  Meyer,  o.  e,  pp.  255  6. 
^  Muratori,  Antiq.  V.  412. 

*  V.  Ducange-Henschel  s.  'scirpha'.  Il  passo  è  tolto  da  una  lettera  di 
Leone  III,  che  regnò  dal  795  all' 816. 


364  Salvioni, 

toti  insimul  per  unaqnaque  in  die  votorum  dinarii  boni  nonagenta  et  sccrfa, 
quale  ipsas  adquistare  potuerint . ..  »  *. 

6.  ann.  855;  «in  die  votorum  quando  tibi  ad  uxorem  dedit  filia  mea 
Gotenia,  dedi  tibi  cum  ipsa  filia  mea,  et  cum  ea  tibi  sub  mundio  firmavi 
casis  et  rebus  illis  masariciis  juri  meo  omnibus,  quas  abore  visus  fui  in 
vico  et  fundo  Biliciago,  et  aliquantis  familias  de  pertinentibus  meis  seo 
et  scerfa  auro  et  argento...»  —  «una  cum  suprascripta  familia  et  scerfa 
auro  ed  argentum...» —  «de  predictis  rebus  et  familia  vq\  scerfa  auro  et 
argentum  »  ^ 

7.  ann.  870  :  «  et  volo  ut  sit  eidem  Gottinie  post  decessum  viri  sui 
concessura  aurum,  argentum,  scirpa  et  reliqua  mobilia»^. 

8.  ann.  1087.  Uno  seller fae,  'danaro'  è  allegato  di  su  un  documento  fio- 
rentino da  R.  Davidsohn,  Forschungen  zur  tilteren  Geschichte  von  Florenz 
(Berlin,  1896),  p.  164'*. 

[9.  Durante  la  stampa,  si  aggiunge  il  seguente  esempio,  dallo  spoglio 
del  'Codex  Cavensis',  per  opera  del  De  Bartholomaeis,  a  pag.  356  di  que- 
sto stesso  volume:  «  deant  illis  ad  ipsa  Maria  de  causa  sua  mobilia  scirfa 
et  pannos  et  rame  et  alia  seirfa»,  a.  1053.] 

Nelle  varie  forme  di  sldrpa,  sherpa  -pia,  skèlfa  (Como),  la 
voce  vive  in  tutti  i  dialetti  di  Lombardia  s,  e  vi  ha  assunto  dap- 


*  MHP.  Xin,    doc.  CLXXXI. 

'  :MHP.  XIII,  doc.  CLxxxx. 
^  MHP.  XIII,  doc.  ccxLvi. 

*  Per  esempj  seriori,  nei  quali  la  voce  compare  col  già  deciso  significato 
di  'corredo  della  sposa',  v.  intanto  lo  studio  del  non  mai  abbastanza  lacri- 
mato amico  e  collega  C.  Merkel,  Tre  corredi  milanesi  del  Quattrocento 
(Roma,  1893),  p.  74.  Negli  Stat.  di  Milano  del  1498  (voi.  \\  cap.  300),  è 
questa  disposizione:  «Non  liceat  uxori  existenti  sine  liberis,  a  die  quo 
iverit  ad  maritum  aut  matrimonium  consumaverit...  de  bonis  parapherna- 
libus  nec  scherpa  aliqualiter  disponere  ».  —  Lo  schirpa  di  un  documento 
francese  in  Ducange-Henschel  s.  v.,  rappresenterà  l'a.  frane,  esqiiirpe. 

^  Manca  ai  vocabb.  bresciani;  ma  scirpa  è  di  Bagolino  (v.  Studi  di  filo- 
logia romanza,  Vili  29),  Fuori  di  Lombardia,  trovo  la  voce  nella  Valsesia 
(sJcérpà),  e  nel  bellunese  meno  recente  che  ha  schirpin  scorta,  provvista, 
principalmente,  pare,  di  bestie  (v.  Le  Rime  di  Bart.  Cavassico,  II,  gloss.). 
Oltre  i  confini  d'Italia,  in  una  regione  però  attigua  alla  Lombardia,  abbiamo 
le  voci  basso-engadine,  di  cui  è  detto  nel  testo  e  i  cui  significati  già  si 
sentono  di  qua  dall'Alpi.  Non  so  poi  come  giudicare  le  voci  dialettali  fran- 
cesi (vallesane  o  valloni?),  allegate  dal  Nigra. 


Lomb.  sherpa.  365 

pertutto  il  significato  ben  definito  di  'corredo  della  sposai  Al- 
lato a  questo,  abbiamo  però  altri  valori  :  berg.  sciarpa  '  nome 
collettivo  dogli  arnesi  e  mobili  necessarj  nelle  officine',  vaiteli. 
scherp  e  sciarpa  vaso,  arnese  di  capacità,  [basso-engad.  s'chierp 
arnese,  arnese  campestre,  s'chierpa  "  gli  utensili  campestri]. 

Collimano  coi  significati  moderni  gli  antichi?  A  me  pare  che, 
all'ingrosso,  si  possa  rispondere  affermativamente.  È  bensì  vero 
che  tanto  il  Meyer,  quanto  il  Bruckner  e  il  Davidsohn ,  tradu- 
con  la  voce  per  'denaro'.  Ma,  prescindendo  dall'esempio  fioren- 
tino che  non  ho  sott'occhio  e  che  molto  verosimilmente  è  stato 
dal  D.  così  interpretato  sotto  l'influenza  della  dichiarazione  de- 
gli altri  due,  parmi  che  quella  traduzione  calzi  poco  o  punto. 
Infatti  il  num.  2  par  che  con  scerpha  intenda  di  render  più  pre- 
ciso il  valore  del  rebus  ìnohilihus  che  precede,  ne  può  esservi 
compreso  il  denaro,  poiché  questo  s'include  noiV auviim  et  ar- 
genlum  che  segue.  Siccome  poi  i  beni  'mol)iIi',  in  quanto  ve- 
stiario e  cavalli,  sono  specificati  a  parte,  così  l'accezione  più  ov- 
via di  scerpha  sarà  quella  di  'suppellettile  domestica'  (mobili, 
vasellame,  ecc.),  e  così  pure  quella  del  tre  volte  ripetuto  scerfa 
di  num.  6,  e  dello  scirpa  di  num.  7.  Il  num.  1  distingue  pure 
scherpas  da  peciUius,  e,  visto  anche  il  plurale,  interpreteremo 
«masserizie»,  e  ugualmente  si  potrà  interpretare  lo  sco'pa  del 
n.  3,  poiché  notrimina  ben  potrebbe  riferirsi  ai  mobili  semoventi, 
cioè  al  bestiame  (cfr.  sic.  nurrimi  novella  generazione  di  ani- 
mali); e  del  resto  nessuna  difìScoltà  verrebbe  anche  se  fosse  di- 
chiarato per  'alimenti'.  Nel  num.  4,  scirpha  è  il  bagaglio  di 
guerra,  eccettuatone  il  grano.  Ma  che  'danaro'  sia  da  escludere, 
lo  prova  sopratutto  il  num.  5,  nel  quale  si  destinano  a  ognuna 
delle  figlie  'novanta  denari  e  la  scerfa\  Quest'ultimo  passo  par- 
rebbe quasi  off'rirci  scerfa  =  corredo  da  sposa,  ma  esiteremo  d'in- 


*  Ad  Arbedo,  con  valore  secondario,  anche  'corredino  del  neonato'. 

*  Ha  allato  a  se  stirpa^  forma  che,  col  valore  di  'corredo  della  sposa' 
ritorna  nella  Mesolcina.  All'incontrario,  a  Bergamo  è  schirpa  stirpe,  razza. 
Questa  confusione  di  'stirpe'  e  di  'skerpa'  c'è  bene  spiegata  da  un  esem- 
pio berg.  come  gna  schirpa  punto  di  checchessia  q. 'nemmeno  la  razza,  il 
fondamento  '. 


366  Salvioni, 

tenderlo  a  questo  modo,  riconoscendovi  piuttosto  l'insieme  di  og- 
getti mobili  (e  forse,  in  primo  luogo,  di  vestiario  e  monili),  che 
la  figlia  possedeva  in  proprio;  la  qual  dichiarazione,  del  resto, 
pare  imposta  dal  tenore  stesso  del  passo. 

Non  'danaro'  dunque,  ma  nemmeno  'corredo  della  sposa'.  A 
questo  significato  saremo  invece  venuti,  più  tardi  per  la  via  di 
'suppellettile  mobile'  'masserizie'  'suppellettile  di  vestiario';  men- 
tile a  quello  di  'arnesi  dell'officina'  ecc.  saremo  venuti  attraverso 
quello  di  'masserizie,  arnesi  di  casa',  'arnesi  del  mestiere*. 

Ora  a  qualche  questioncella  morfologica  o  fonetica.  Si  può  chie- 
dere, poiché  trattasi  di  un  collettivo  e  poicliè  s'iianno  delle  forme 
come  il  vaiteli,  skerp,  l'engad,  s'chierp,  se  sherpa  non  rappre- 
senti, per  via  analogica,  un  antico  plurale  neutro  venuto  a  singo- 
lare femminile;  o,  all'incontrarlo,  se  sherp  non  stia  a  sherpa 
nel  rapporto  in  cui  sta  orecchio  a  le  orecchia  (Mejer-Liibke, 
It.  gr.,  §  341).  Io  tengo  piuttosto  alla  seconda  alternativa,  per 
quanto  mi  manchi  un  argomento  decisivo  in  suo  favore. 

Le  questioni  fonetiche  son  due,  e  si  intrecciano  l'una  coll'altra. 
In  primo  luogo  quella  dell'z  di  shirpa,  che,  come  il  lettore  lia 
visto,  già  compare  in  documenti  antichi.  Potremo  noi  ammettere 
avvenuta  in  epoca  tanto  lontana  quella  confusione  fra  sherpa  e 
^stirpe' ^,  che  abbiam  visto  ofi'rircisi  nell'engadinese  e  in  qual- 
che varietà  cisalpina,  e  che  qui  si  sarebbe  manifestata  nella  so- 
stituzione dell'/  di  'stirpe'  all'è  di  shérpaì  Non  oserei  ne  affer- 
marlo né  negarlo.  —  L'altro  quesito  riguarda  il  p,  che  già  com- 
pare nel  più  antico  esempio  ^,  e  ricorre  dappertutto,  eccetto  che 
a  Como  dove  s'ha  shèlfa  ^.  Il  Bruckner,  p.  145,  trova  che  già 


*  S'intende  che  si  tratterebbe  sempre  di  'stirpe'  come  voce  dotta;  che 
■come  voce  popolare,  avrebbe  questa  pure  avuto  un  è. 

^  Non  capisco  percliè  il  Bruckner,  o.  e.  p.  145  n,  non  tenga  conto  di  que- 
sto esempio,  né  di  quello  del  num.  3,  che  di  certo  turbano  alquanto  il  suo 
ragionamento  intorno  alle  sorti  di  rp  nel  longobardico.  Dubita  egli  forse 
della  lezione  del  Finazzi? 

^  Questa  forma  è  a  Como  ben  antica,  come  può  rilevarsi  dall'art.  '  schèlfa 
nel  Voc.  del  Monti.  Il  Z  non  oppone  difficoltà  alcuna;  vedine  intanto  lamia 
Fon.  mil.  §§  211,   aggiungendo,    che  folca,   forca,  e  bolca   'biforca'  occor- 
rono in  fonti  scritto  e  in  varietà  vive  di  Lombardia. 


Etimologie.  367 

prima  della  metà  del  sec.  VII,  i  longobardi  avevan  ridotto  la 
combinazione  rp  a  r/)  e  del  fenomeno  allega  parecchi  esempj  che 
pajon  togliere  ogni  dubbio  intorno  a  questa  affermazione.  L'ec- 
cezione che  per  offrirci  scherpa  va  dunque  spiegata,  vuoi  col  ri- 
tenere che  il  legittimo  alternare  di  /'  e  p  in  molte  voci  d'ori- 
gine germanica  ^  sia  stato  presto  analogicamente  esteso  a  altre 
voci,  come  scerfa,  nelle  quali  storicamente  era  legittimo  solo  il 
f\  vuoi  ricorrendo  anche  qui  a  'stirpe';  vuoi  ammettendo  che 
al  longob,  skerfa  siasi  venuta  poi  disposando  quella  Ijase  franca 
che  ne'  dial.  seriori  di  Francia  compare  come  esquevpe  (esch-), 
esquirpe-,  col  significato  di-'sacoche,  bourse,  aumonière'.  Ma 
potremo  noi  ammettere  un'influenza  franca  nel  740? 


Lomb.  sufjacho. 

Della  sherpa  della  sposa  lombarda  faceva  parte,  —  e  ia  Valmaggia  e 
forse  altrove  lo  fa  ancora,  —  un  indumento  che  nell'antico  glossario  ber- 
gamasco è  chiamato  oL  sur/acho  e  tradotto  per  'capitergium'  (v.  Lorck, 
Altbrg.  sprd.,  p.  102.)  La  identica  forma  è  accolta  come  voce  antica  nel 
Voc.  del  Monti  e  tradotta  per  'sudario,  pezzuola,  fazzoletto'.  Il  Lorck  non 
chiosa  la  voce;  bensì,  ma  parzialmente,  l'Horning  (Zeitschr.,  XX,  335),  che 
legge  sur/dcco,  ravvisandovi  un  derivato  in  -àcco.  Sennonché  il  Cherubini 
registra,  come  voce  antiquata,  sugacóo  (cfr.  mil.  eòo  capo),  specie  di  velo 
bambagino  da  mettere  in  capo  alle  donne;  e  sii-  sijahó  (cfr.  ho  capo)  vivon 
sempre  a  Cevio  e  Cavergno  di  Valmaggia,  per  un  "panno  di  tela  bianca 
con  cui  si  coprono  il  capo  le  donne  andando  alla  chiesa,  in  processione,  ecc.'. 
Si  tratta  non  d'altro  che  di  'asciuga-capo';  e  per  la  storia  e  i  più  precisi 
significati  se  ne  può  intanto  vedere  il  Merkel  a  pp.  18-19  dello  studio  ri- 
cordato nell'Articolo  precedente  (s.  sugacapita). 

Pav.  ront,  trent.  ròtler,  rompere. 

Qaeste  forme,  la  prima  delle  quali  s'ode  nell'Apennino  pavese  e  ha  i  suoi 
analoghi  in  qualche  regione  pedemontana  e  tra  i  Franco-Provenzali  (cfr. 
Arch.  Ili  38),  si  risentono  del  participio  :  ròtter  di  rotto,  e  ront  di  un  *rónto 
che  vive  sempre  a  Teramo  {ronde  rotto,  ernioso)  e  rappresenta  un  analo- 
gico *ricmptics  0  *rumpìtus.  Del  perfetto  si  risente  invece  il  march., 
roman.  e  reat.  róppere. 


^  Ai  molti  esempj  noti,  è  forse  da  aggiungere  l'a.  march,  canfguni  'cam- 
pioni'; V.  Pèrcopo,  La  Giostra  delle  virtù  e  dei  vizi,  vv.  461,  548. 

*  L'i  di  questa  forma  potrebbe  dar  ragione  dell'i  di  shìrpa  ecc  ,  che  ap- 
punto compare  quando  l'influenza  franca  si  può  con  maggiore  verisimi- 
glianza  consentire. 


368  Salvioni,  Etimologie. 


verasiis. 


Nelle  note  marginali  della  Toscolana  allo  P]gloghe  del  Folengo  (v.  Lu/io, 
Studi  folenghiani,  p.  34)  si  legge  questa  postilla:  ^oerasus  est  spiritus 
qui  vertit  in  lupum  et  infantes  vorat'.  Questo  verasus  sta  di  certo  per 
un  veràs  del  dialetto  mantovano,  forma  che  ben  ci  potrebbe  ricondurre  a 
vorace.  Sennonché,  nell'Alta  Italia  medievale  e  ancora  oggidì  in  qualche 
parte,  si  ha  lovo  ravase  (e  anche  cani  ravasi  in  Bonvesin),  di  che  v.  le  mie 
Postille  e  le  Nuove  Postille  al  Vocab.  lat.-romanzo,  s.  'rapax'.  Ora  veras 
ben  potrebbe  non  esser  altro  che  la  forma  metatetica  di  un  ^ra-  o  reoàs. 

piem.  vi(jsli,  vecchiccio. 

E  bella  continuazione  di  ve  tu  s  tu.  Per  sk  sostituito  a  st,  penso  a  réska 
altoit.  =  arista,  parm.  fradlask  sitrlfh'kt\  =  fradlastfr]  fratellastro,  ecc. 

berg.  leena,  edera. 

E  egna  (1.  erpiu)  nell'Assonica,  écna  a  Ponte  S.  Pietro.  Se  consideriamo 
che  in  Brianza  la  stessa  pianta  è  chiamata  énguen  t-  (v.  Cherubini,  V  304), 
non  esiteremo  a  riconoscere  nelle  forme  bergamasche  un  *énf/ìia,  come  un 
feminile  ovveramente  il  pi.  neutro  di  énguen.  Cosi  siamo  a  'inguine';  e  lascio 
ad  altri  il  ricercare  come  questo  nome  sia  venuto  all'edera,  contentandomi 
di  ricordare  che  inguinale  inguinaria  pur  dicono  una  pianta. 

Una  sicura  e  bella  continuazione  di  inguen  l'abbiamo  poi  nell'engad. 
cangia  (Palioppi,  s.  'iglia')  '. 

tic.  soii'nà. 

Significa  'governare  il  bestiame'  'dar  da  mangiare  al  bestiame'.  Nelle  mie 
Postille  al  Voc.  lat.-rom.,  avevo  ricondotto  la  voce  a  sustinere,  e  pen- 
savo, per  la  conjugazione,  che  vi  si  fosse  immesso  'sostentare'  o  qualche 
altro  sinonimo  in  -are.  Ma  allora  non  conoscevo  se  non  le  forme,  apparen- 
temente rizotoniche  e  assai  diffuse:  sòs'na  ecc..  non  sapevo  cioè  ancora,  che 
nella  Leventina  s'abbia  invece:  sus'gna  ecc.,  forme  che  necessariamente  con- 
ducono ad  altra  base;  e  sarà  la  stessa  che  nel  frane,  assaisonner,  cioè  sa- 
tio.  Si  pensi  che  nella  Valtellina  è  seson  appetito,  e  che  il  Monti  ha  un 
sosnàs  'nutrirsi  bene'.  L'o  della  prima  sillaba  è  per  assimilazione  a  quello 
della  seconda. 

tic.  salèdra. 

E  voce  della  Leventina  e  di  Bleiiio,  e  significa  'doccia'  'doccia  per  far 
saltare  l'acqua'  'grondaja'.  Riviene  a  salire;  mail  derivato  non  ci  risul- 
terà chiaro  se  non  pensando  al  lat.  salebra,  luogo  aspro  e  difficile  di 
una  via,  quasi  'luogo  che  va  a  salti'.  A  questo  starebbe  *saletra  (onde 
salèdra),  come  palpo  tra  a  palpebra,  ecc.;  v.  Ascoli,  Studj  critici,  II 
35-6,  96-7.  C.  S. 


*  [Mi  permetto  di  ricordare  il  neo-prov,  l-engue,  già  citato  in  Arch.  I 
U3n;  alla  qual  nota  ho  poi  aggiunto,  a  penna:  «  Dip.  d.  1.  Mense:  ingle 
aine,  Cordier  36.  »  —  G.  I.  A.] 


Le  esplosive  sorde  tra  vocali.  371 

-rtpjo  da  aperto;  ecc.),  o  ripetere  dall'omofonia  d'un  participio  (sost.  ca- 
scata, ecc.)*;  nonché,  salvo  casi  particolari,  tutti  quelli  ove  la  sorda  spetta 
al  suffisso  e  di  regola  vi  appare  immutata  (nel  qual  caso  si  registrano  in- 
vece gli  anomali;  cfr.  qui  appresso  i  nomi  in  -adgre  ecc.).  Ma  col  tralasciar 
come  non  provanti  e  fuor  di  questione  i  nomi  della  prima  serie  e  della 
seconda  (derivati  e  participiali)  ho  inteso  di  fare  una  concessione,  la  quale 
d'altra  parte  non  mi  costava  gran  che;  e  non  ho  già  obbedito  all'intima 
mia  persuasione.  Giacché  a  confermarne  la  schietta  ragion  fonetica  sta- 
ranno di  certo  i  nomi  della  terza  serie.  Difatti,  in  che  modo  giustificar  la 
sorda  protonica  che  persiste,  come  ho  detto,  in  molti  suffissi  (-icaja,  -icgne'y 
-icello,  -icino;  -aticcio;  ecc.)  e  in  più  centinaia  d'esemplari  senza  o  quasi 
senza  eccezione ?^  Riuscirà,  credo,  difficile  a  dire  o  vedere  per  qual  pun- 
tello la  sorda,  contro  la  supposta  legge,  si  potesse  ivi  sostenere.  Ne' no- 
stri dialetti  gallo-latini  (per  non  uscire  dall'Italia),  poiché  il  digradamento 
v'è  davvero  normale  in  tutte  quelle  condizioni  ove  noi  non  siamo  disposti 
ad  ammetterlo  per  l'italiano,  troviamo  che  anco  i  suffissi  offrono  la  sonora 
protonica  o  un  suo  normal  succedaneo;  e  l'addurre  di  ciò  esempj  sarebbe 
un  far  torto  all'esperienza  di  qualsivoglia  lettore.  E  ancora:  perché  l'at- 
trazione de'  participj  non  avrebbe  operato  su  alcuni  pochi  esemplari  (cmr- 
madgre,  servidore,  ambiadura,  ecc)^,  e  sarebbe  poi  stata   efficacissima  su 


*  Del  resto,  l'efficacia,  che  s'attribuisce  alle  serie  dei  participj,  di  pro- 
teggere e  conservare  incolume  -ato  -a  (e  con  esso  -àtico  -a)  ecc.  nei  so- 
stantivi, non  si  vorrà  di  certo  ripetere  da  un  impulso  meramente  fone- 
tico (che  allora  nessun  termine  potrebbe  o  dovrebbe  sottrarsene,  e  neanche 
rugiada  ecc.  sarebbero  in  regola);  ma  bisognerà  constatare,  caso  per  caso, 
il  valore  di  participio  astratto  in  quel  sostantivo  che  si  suppone  obbedire  a 
tale  efficacia.  Cosi  in  agliata  si  sentiva  certo  e  si  sente  la  'salsa  condita 
con  molto  aglio'  (ed  ecco  che  peverada  diventerebbe  un'eccezione!);  ma  in 
corata  {-aielLa)  che  dice  o  disse  insieme  'fegato,  cuore  e  polmone'  (Frane, 
da  Buti),  se  anche  fu  od  é  sentita  la  sua  connessione  con  'cuore',  come  si 
farà  a  riconoscere  la  funzione  participiale  ? 

^  Di  queste  citerò  bugigatto  lolo  *.  Ma  ognun  vede  che  cosa  possan  va- 
lere: saligastro  (ali.  a  salic-),  agugella  (ali.  a  -cella),  favagello,  cioè  *fabì- 
cellu  da  'faba',  v.  Tram.  (ali.  a  -uccello  e  -ascella),  e  altri  simili  'divariati' 
con  la  sonora. 

*  Si  suol  derivare  da  bugio  buco  (cfr.  Kòrt.  1293)  ;  ma  di  questo  sostantivo,  dato  dal 
Voc.  it.  senza  alcun  esempio,  sarà  lecito  revocare  in  dubbio  la  realtà  storica.  Si  potè 
aver  direttamente  da  buco  un  assai  antico  huc'-icatto. 

^  Si  tratta  di  voci  e  forme  per  lo  più  de'  nostri  rimatori  più  antichi  e 
quasi  tutte  oggi  fuor  d'uso,  spiegabili  coU'influenza  provenzale  e  de' dia- 
letti dell'Alta  Italia  (cfr.  Caix  or.  156-7).  Ecco  la  lista,  che  dovrebbe  esser 
quasi  completa  :  atnadgre,  amh-  e  imbasciadgre,  arcadgre,  avvogadgre  (av- 


372  Pieri, 

tutti  gli  altri,  de'  quali  cerchiamo  invano  i  divariati  con  la  sonora?  Il  vero 
pur  sarà,  che  non  per  l'analogia  de'  participj,  come  il  Mey.-Lb.  pensa,  ma 
per  insita  e  sua  propria  virtù  la  sorda  vi  permaneva  intatta.  Giacché,  se  esi- 
stesse proprio  codest'attrazione  'morfologica',  ogni  caso  in  cui  dovesse  avere 
e  pur  non  avesse  luogo  riuscirebbe  per  noi  un'eccezione;  se  non  vogliamo 
riconoscer  via  via  e  disconoscere  una  causa,  secondo  che  ci  torni  più  co- 
modo. E  pure  nell'ammettere  in  altri  casi  che  la  sorda  d'una  parola  fosse 
protetta  dalla  'ragione  etimologica',  ho  voluto  piuttosto  abbondare  in  con- 
discendenza. Infatti  se,  ad  esempio,  per  p  incolume  sembra  giusto  che  dal- 
l'elenco s'escludano  verbi  come  dipartire  e  riporre,  sostenuti  com'erano  e 
sono  da  partire  e  da  porre \  si  potrà  invece  far  questione,  se  in  dipanare 
e  dipendere  fosse  o  sia  volgarmente  sentita  la  lor  parentela  con  patie  e 
con  pendere  !  La  stessa  avvertenza  varrebbe  per  buon  numero  di  altre  voci 
che  ometto. 

§  II.  —  Comincio  dunque  dalle  voci  piane  in  -a,  che  mantengono 
intatta  la  sorda  postonica.  E  vengano  primi  gli  esempj  di  tradizione, 
come  io  credo,  schiettamente  volgare,  e  dove  la  sorda  non  par  che  si 
possa  giustificare  con  alcuna  attrazione  seriale  o  semasiologica.  Sono: 
lumaca,  orbaca  (cfr.  il  lucch.  baca),  pastinaca,  verminaca^  cica,  formica 
^oìa,  mica  (nella  negazione  '),  mollica,  ortica,  pica,  vescica,  are.  bajuca 
loia,  carruca  lola,  fanfaluca,  are.  femiche  ferri  o  chiodi  già  consu- 
mati da  ruggine,  festuca  (ali.  ad  are.  fest-  e  fìstuco)  -,  pagliuca  Lola, 
ruca  ^ola'^;-  corata  {-atella),  fata,  ^vq.  fiata,  bieta  Lola,  compieta,  co- 


vogadare),  balladore  -atojo,  carradore,  ciurmadore,  conseroadgre,  impera- 
■dgre  -drice,  lanciadpre,  viallevadgre ,  mertadpre,  rniradgre,  monnoradgre 
-drice,  navigadgre,  parladgre,  pescadgre,  rubadgre,  salvadgre,  sconcacadgre, 
tagliadgre,  taradgre,  trombadgre,  vantadgre^  vengiadore,  voladgre,  zappa- 
dgre-  validgre;  corridore;  sofferidgre;  seroidgre  -orarne,  schermidore;-  am- 
biadura,  armadura,  mantadura,  miradura,  parladura,  pisciadura. 

^  Essendo  il  sost.  viica  in  questa  funzione  avverbiale  un  pretto  idiotismo, 
tornerebbe  male  a  voler  ripeterne  il  e  da  influenza  letteraria.  Il  Mey.-Lb. 
considera  come  normale  miga,  che  è  del  toscano  dialettale  (lucch.  ecc.)  e 
occorre  nel  Voc.  it.  come  un  arcaismo. 

^  C'è  anche  festuga,  su  cui  s'appoggia  il  Mey.-Lb.  Ma  non  ha  esempj,  a 
quanto  io  ne  vedo,  che  di  Franco  Sacchetti  e  d"  un  altro,  e  per  probabile 
ragion  della  rima. 

^  Oggi  son  forme  forse  del  solo  senese-aretino.  La  sorda  v'è  garantita 
come  di  tradizione  volgare  anche  dal  dim.  ruchetta,  che  è  il  term.  toscano 
comune.  Il  Mey.-Lb.  preferisce  qui  ruga,  che  ci  occorre  nella  sola  accezione 
:!Oologica  con  unico  esempio  del  Serdonati. 


Lo  esplosive  sorde  tra  vocali.  373 

meta,  creta^  meta  'sterco',  moneta^  pianeLa,  seta  irAa^,  margherita,  jìi- 
pita,  vita,  carota,  ant.  sen.  jmo(J«  macchia,  r^ofa,  biuta-,  cicuta,  ruta;- 
rapa,  epa  (r-xp)  3,  ripa  (v.  XIV  432  n),  stipa,  scopa. 

Ma  altri  non  pochi  esemplari  potrebbero,  a  parer  mio,  con  ra- 
"gione  aspirare  ad  essere  accolti  in  codesto  elenco.  Di  nomi  botanici 
addurrò  qui  anche  bulimaca  -inaca,  e  t.ola  (ali.  a  bonaga,  v.  Tar?:.- 
Tozz.;  ma  bulinacca,  che  ò  del  Pataffio,  mostrala  genuina  priorità  della 
sorda);  e  insieme  triaca  (theriaca),  term.  di  farmacia  ben  volgariz- 
zato, e  marruca^  né  ometterò  bomberaca  'gomma  arabica'  (nome  an- 
che d'una  pianta),  sebbene  a  tutto  rigore  non  sarebbe  qui  a  suo  luogo. 
Un  curioso  gruppetto  formano  i  nomi  in  -eca,  dove  il  suffisso  è  diminu- 
tivo insieme  e  dispregiativo:  cerboneca  vino  cattivo;  are.  cibeca  (dove 
il  b  sarà  secondario),  mormcca  e  moveca,  tutti  per  'baggèo';  are.  ^a- 
checa  uomo  dappoco  (ali.  a  -eco,  del  Pataffio;  cfr.il  \u.cc\\.bacoco,  XII 
173),  n-YCtnocceca  {cfr.  tnoccicone),  anche  'dappocaggine',  Q,vù.molleca 
granchiolino  di  tenero  guscio  (Mattioli,  Diosc),  ìiaseca  naso  piccolo  e 
brutto  (Ann.  Caro),  are.  spizzica  (montai  -ea],  spilorcio,  minuzia  (cfr. 
spizzicare,  a  spizzico).  In  forma  di  dimin.  seriore:  bazzecola  bagat- 
tella. Aggiungerò,  come  notevoli  per  aver  assunto  questo  suffisso:  ri- 
bcca  -eba  (  v,  Kòrt.  6595),  strafÌT^zeca  (ali.  a  -aca),  stafisagra  (ary-o/U 
àypi'x).  Ricordo  anche:  braca  -che  (cfr.  Kòrt.  1306);  orata  (aurata; 
un  pesce),  calamita  (v.  Diez  s.  v.);paj3a.  Con  o  tonico  da  au  (od  au) 
e  in  cui  la  sorda  è  riputata  normale  dalla  scuola  italiana  e  anche  dal 
Mey.-Lb.  (  V.  Rom.  gramm,  I  IjóS):  oca;  gota,  ■)not(C,  piota;  ìncch.topa 
'cunnus'  (,talpa).  Finalmente,  con  la  sorda  raddoppiata:  sai-  e  sci- 
lacca (v.  XV  190),  sandracca  (che  è  sandaràca  coll'accento  di  o-zv- 
Sasà/v7)),  pasticca  -iglia  (deriv.  per  -ica,  da  'pasta'),  Lucca;  motta  sco- 
scendimento di  terra  (se  è,  come  credo:  mòtta  -  muta,  da  'moveo', 


*  Rinunzio  alla  ricca  serie  dei  collettivi  in  -età  {pineta,  ecc.),  perchè  il  Voc. 
ha  per  ciascuno  anche  -eto,  col  quale  il  Mey.-Lb.  giustificherebbe  la  sorda 
intatta  dei  feminili. 

^  Cfr.  Suppl.  Arch,  V173.  Ma  ci  sarebbe  fors'anche  da  pensare  ad  *o biuta 
(cfr.  obluviura,  Georges;  sott.  'terra'  o  'materia'),  cioè  'versata  sopra',  in 
quanto  venisse  a  dire:  'spalmata  sul  terreno'. 

^  Dove  per  l'è  sarà  il  caso  solito  di  pronunzia  dotta  d'un  termine  già  ben 
volgare. 


374  Pieri, 

sott.  'terra';  cfr.  però  Kòrt.  54:^3);  luppolo^  il  'salictarius  lupus'  (v.  il 
Georges;  meglio  volgarizzato  il  lucch. /c'yjporo,  cfr.  Caix  st.  121);  e 
qualche  altro. 

Vediamo  ora  quegli  esempj,  che  stanno  o  pajono  stare  contro 
alla  nostra  norma.  Primi  s'accampano:  bottega,  spiga,  lattuga 
e  spada;  e  aggiungiamoci  pure:  rugiada,  scuriada  e  riva^.  Quanto 
a  tega  per  'baccèllo',  non  la  registra  che  il  Tommaseo;  e  come 
'resta  del  grano'  (onde  poi  'lisca  sottile')  è  del  dial. pistojese  (e 
dovè  dapprima  indicare  la  'gluma'  o  camerella).  Sarà  voce  im- 
partata  dal  Settentrione,  dov' è  largamente  diffusa  (v.  Salvioni, 
Postille  s.  théca).  E  lettiga  non  fu  mai  cosa  né  parola  del  volgo; 
ma  passò  facilmente  in  Toscana  dai  palazzi  e  dalle  corti  dell'Alta 
Italia.  Di  tartaruga  non  par  che  s'abbiano  esempj  da  più  in  là 
che  il  cinquecento  (il  term.  più  antico  e  schietto  è  testùggine).  E 
poiché  con  codesta  forma  il  nome  in  questione  é  anche  del  Por- 
togallo, a  noi  potrà  esser  venuto  di  là  o  ad  ogni  modo  risentir 
l' influenza  iberica  o  provenzale  (spgn.  e  cat.  tortiuja,  prov.  anche 
tart-)~.  Di  strada,  contrada  e  costada,  v.  XIV  431  n;  e  aggiungi 
WvQ.ingastada  o  guastada,  ove  il  suff.  è  d'accatto  (cfr.  Kòrt.  504). 
Rispetto  ad  essi  ora  insisto  sul  motivo  della  dissimilazione,  d'ac- 
cordo col  quale  operava  la  doppia  spinta  data  da  à-a.  Per  peve- 
rada^  cfr.  ora  qui  sopra  al  §  I.  C  é  anche  l'are,  masnada,  rimasto 


*  Concedo  anche  queste  tre  voci,  quasi  per  cortesia,  all' illastre  con- 
tradittore.  Ma  su  ciò  ch'egli  m'ha  fatto  l'onore  d'opporre  a' miei  dubbj 
circa  la  toscanità  di  esse  (Zeitschr.  XXIII  478),  osserverò  per  rugiada  che,  se 
anche  fosse  da  *rosiata,  resterebbe  sempre  un  termine  non  sicuramente 
volgare;  e  che  scuriada  (non  scurriada,  com'egli  scrive)  sia  s-corrigìata 
('corrigia';  nel  quale  caso  il  rji  non  n'escluderebbe  la  volgarità),  anziché 
s-coriata  ('corium'),  secondo  la  comune  etimologia  (v.Kòrt  2922,  e  cfr. 
Scheler  s.  escourgée)  è  tutt' altro  che  certo  ed  indiscutibile!  E  quanto  a 
riva,  a  impugnar  che  sia  ripa  +  rivu,  bisognerebbe  provar  che  il  secondo 
termine  non  fece  a  tempo  a  influire  sul  primo,  avanti  di  smarrire  il  suo  u; 
il  che  di  certo  non  sarà  agevole  nemmeno  al  Meyer-Lùbke. 

^  Il  Bianchi,  XPV  323,  vi  vede  'lo  spg.torluga  fattosi  più  pesante  strada 
facendo'.  Sarà  una  bella  frase,  ma  che  vuol  dire?...  Io  oserei  domandare,  se 
per  tartaruga  non  fosse  lecito  di  pensare  a  torluluca ,  con  metat.  da  un 
dimin.  *tortucula. 


Le  esplosive  sorde  tra  vocali.  375 

alla  lingua  letteraria;  ma  a' dialetti  toscani  manca  (cfr.  invece  il 
piem.  e  il  lomb. );  e  credo  che  sia  voce  d'accatto.  Restano:  al- 
luda, sorta  di  cuqjo  sottile,  che  è  term.  dell'industria  e  perciò  fa- 
cilmente esotico,  e  venuto  per  avventura  in  uso  piuttosto  tardi; 
e  Igva  lupa,  un  crudissimo  lombardismo  '.  —  Quanto  a  quei  nomi 
in  -0  od  -e,  che  son  fuori  della  norma  anche  stando  alla  teoria 
del  Mey.-Lb.,  spetta  il  primo  posto  a  luogo  (contro  il  quale  oso 
appena  richiamar  luoco,  XII  150)  e  gruogo.  Poi:  ago,  lago,  spi- 
golo (cfr.  spiga  qui  sopra),  sugo,  per  dichiarare  i  quali  non  posso 
io  ricorrere  agli  espedienti  del  Mey.-Lb.  (v.  It.  gramm.  §  205), 
drago  -one;  grado  e  scudo,  nonché  spnede  -o.  ^la  in  'parentado  e 
contado  (ins.  a  lucch.  e  ^h. parentato  é  ant.  lucch,  coniato),  a  cui 
aggiungerò  viscontado,  e  in  tutti  i  nomi  in  -tade  e'  è,  credo,  dissi- 
milazione (v.  anche  il  Mey.-Lb.  al  §  stesso)  ;  e  a  vescovado  e  mo- 
scado  (onde  l'are,  immoscadare)  contrastano  o  prevalgono  le  cor- 
rispondenti forme  con  sorda  (cfr.  XII  122  e  '51);  e  lido  non  è  voce 
toscana  (v.  Asc.  X  SO  n). 

§  III.  —  Veniamo  ora  alle  sorde  protoniche. 

Con  e,  a  contatto  della  vocal  tonica:  cocolla,  cocòmero,  cuc-  e  co- 
cuzza i-olo,  cuculo  -ùlio  ^  ;  cicala^  cicogna^  cicuta,  dicatto  -i  (con  '  ave- 
re'; cfr.  ricattare  al  %Y),  focaccia  -ditola,  giocondo,  secondo  (arce 
dial.  .S7C-;  V.  Bianchi  XIV  323),  sicuro.  Ad  essi  unirò:  bicocca  (v.  Diez 
s.  V.);  e  d'etimo  oscuro^:  bacucco,  hacuccola  nocciuola  selvatica. 


'  Se  n'ha  un  solo  esempio,  a  quanto  pare  (Maimant.VI  7),  e  in  senso  me- 
taf.  ('meretrice');  e  già  dal  Alinucci  fu  riconosciuta  come  una  'voce  stra- 
niera' e  messa  a  riscontro  con  lo  spgn.  loba. 

^  Si  dirà  che  il  persistere  della  sorda  in  questi,  e  più  avanti  in  altri 
esempj,  è  dovuto  alla  'duplicazione  sillabica';  e  forse  non  sarà  lecito  il  ne- 
gare ogni  efficacia  a  codesta  particolare  condizione  (quantunque,  o  perchè 
non  avrebbe  operato  invece  la  dissimilazione?).  Ma  osservo  a  ogni  modo 
che  la  duplicazione  non  basta  a  salvar  la  sorda,  là  ove  la  tendenza  al  digra- 
dare appaja  più  energica;  cfr.  ad  esempio  i  t^vow.  co g ombre  e  coguls. 

^  Quanto  ai  cosiffatti  gioverà  qui  ripetere  (cfr.  XIV  430  n),  che  non  si  può 
ad  essi  non  riconoscere,  in  questa  particolare  questione,  un  certo  valore 
di  prova. 

Archivio  q-lottol.  ital.,  XV.  23 


376  Pieri, 

Alla  nostra  norma  ostano  :  agulo  (che  par  più  schietto  d^ acuto  ; 
cìt.  aguzzare  al  §  V),  are.  aguglia  (v.  XV  130),  Ma  in  eg-  uguale 
ed  uguanno  s'ebbe,  come  credo,  assimilazione  al  contiguo  u  (lad- 
dove in  acqua  ecc.  la  sorda  si  salvò  col  raddoppiamento).  E  do- 
gaja  fossa  di  scolo,  è  d'origine  lucchese,  e  ad  ogni  modo  sta  ali. 
a  Cloe-  (cfr.  Suppl.  Arch.  V  179)  K 

Con  e':  cicigna  specie  di  serpe  (=  pist.  ciciglia,  con  suff.  mutato  ; 
cfr.  Zamb.  297),  cicerchia  e  cicérbita',  acerbo,  aceto,  bacino  -ile  (v.  Kòrt, 
975),  bucello  -ciacchio  bue  giovine,  cucina,  dicembre,  are.  e  pt.  facella, 
fo-  e  fucile  'acciarino',  fucina^  giacinto,  licenza,  lucerna,  lucertola^  lu- 
cignolo {lucignola  cecilia  -),  macello,  inacia,  ìnacigno,  are.  ricesso  (cfr. 
cesso  XV  150),  ricetto,  tre-  e  secento,  vicenda^  vicino;  bacio  -igno.  Inol- 
tre: a.rc.  ìiicistà;  medicina;  macilento  -enza;  e  con  la  sorda  raddop- 
piata: uccello  ^. 

Ora,  di  rimpetto  a  quésta  serie,  a  cui  sarà  ben  più  facile  ag- 
giunger che  togliere  qualche  esemplare,  ben  poco  potrà  il  solo 
dugento  *.   E   dico   il  solo,  perchè  magello^  che  non   so    donde  al 


*  Secondo  il  Bianchì,  XIV  322-3,  anche  dovrebbe  andar  qui  bigutta  sorta 
di  marmitta,  ch'egli  deduceva  con  piena  sicurezza  da  un  suo  '*bi  cu  cu  ti  uni 
nel  senso  di  cucuma'.  E  voce  d'etimo  oscuro;  e  se  mai,  sarà  meno  im- 
probabile il  *bi-guttus  proposto  dal  Caix  (cfr.  Kòrt.  1199),  in  grazia  del 
quale  non  avremmo  più  nulla  a  spartire  con  questa  voce.  Tralascio  poi  quel 
gaccia  per  agaccia^  che  dal  Mey.-Lb.  è  addotto.  Non  so  donde  egli  abbia 
codesta  voce,  mancante  al  Diz.  italiano.  Ma  se  intese  scriver  gaggìa^  questa 
non  è  da  mettere  in  conto,  perchè  si  tratta  d'un  nome,  proprio  'di  nuovo 
conio'  (acacia +  «;;«;{/«),  per  designare  una  pianta  originaria  di  S.Domingo, 
che  fu  importata  a  Roma  nel  1611.  E  galanlo,  che  starebbe  per  agalanto, 
non  dovrà  essere  altro  che  galani  bus  (il  'bucaneve'). 

^  Sec.  Zamb.  715,  da  'S.  Lucia  martire,  a  cui  furono  strappati  gli  occhi'. 
Credo  che  sia  piuttosto,  con  ideale  riferimento  ad  un  pregiudizio  volgare, 
dal  tema  iVal-lucinare  ammaliare,  come  il  sinon.  lucia  da  quel  d'al-luciare 
guardar  fìsso. 

^  E  questa  di  certo  la  schietta  forma  toscana,  a  dichiarar  la  quale  mal 
si  potrà  col  Mey.-Lb.  ricorrere  ad  influenza  d'uccidere.  L'arce  \->t. augello 
è  esotico  e  'ritoccato'  (cfr.  Caix  or.  172-3);  ma  doveva  bensì  trovar  qual- 
che appoggio  in  forme  dialettali  (cfr.  il  lucch.  ugello,  che  il  Mey.-Lb.  dice, 
erroneamente,  attestato  dal  Caix  come  are.  italiano). 

*  Ali.  a  ducento.  Ma  contro  questo  il  Bianchi,  XIII  143,  inveisce.  A  me, 
per  contrario,  in  dugento  parve  sempre  di  sentir  qualche  cosa  di  dialettale! 


Le  esplosivo  sorde  tra  vocali.  377 

Mev.-Lb.  provenga,  non  fu  e  non  é  di  certo  una  forma  italiana; 
e  filug(^llo,  che  non  pare  abbia  esempj  prima  del  Segneri,  è  di 
scarso  uso  fuorché  a  Lucca  (dove  si  dice /?;•-;  v. XII  124),  a  cui 
soltanto  appartenne  forse  in  origine. 

Con  t:  butiro  -rro^,  catarro,  catasta,  slvc.  catf^llo  cagnuolo,  ca- 
tcna,  catino,  catorbia  {\\xcch.  -orba',  v.  Caix  st.  Ili),  cotenna,  latino-,  le- 
tame, matassa,  maturo,  metà,  mutande,  metato  (v.  XII  131),  natura,  no- 
tajo  -aro,  patacca  -o  moneta  di  poco  valore,  macchia  (v.  Zamb.  915), 
palano  grosso,  badiale,  are,  pataffio,  paturna  -urnia,  pitocco,  satgllo, 
statura,  vitello',  cotale  -tanto,  ox e.  ratio.  Inoltre:  cotornice,  cuticagna, 
B.vc,raticQni;-  appetito  'desiderio  del  cibo',  impetiggine,  nepitella,  pe- 
nitenza, solatio,  tracotante  -ansa.  E  ancora:  catafalco,  catafascio,  ca- 
taletto, catapecchia,  cataratta.  Con  la  sorda  raddoppiata  :  bett-  e  bret- 
idnica,  cattolico,  Sivc. scndtino;  bottega;-  gattabuja  (v.  Caix  st.  Ili),  rat- 
tavello  rastrello  de'  vetraj  per  mestare  la  fritta  (Diz.  dell'Alb.  ;  e  cioè 
*rutabellu  =  rutabùlum),  s-frrtWtt^fmma^.  —  Sono  esempj,  che 
per  l'etimo  oscuro  o  per  altro  potrebbero  esser  contestati:  batacchio 
-occhio  bastone  {dv.hatìUnm.),  batosta,  batuffo  i-olo,  bitorzo  lolo^, 
bitume,  catollo  pezzo,  tòcco  (Ann.  Caro),  catorcio  chiavistello,  cetina 
(IX  388-9  n),  chitarra,  are.  citpraa,  cotgne ,  are.  fatappio  calcabotto 
(v.  FI.  IV  382-.J),  }nrt<-  e  paterno  (anche  nll.  ),  axc.  fiatmte  -gre  -gso'', 
fratello  (che  secondo  il  Mey.-Lb.  si  risentirebbe  del  ■sXnon.  frate),  are. 
letane  litanie,  met-  e  mitidio  (cfr.  Bianchi  XIII  207),  petazza  bagattella 
(v.  Caix   st.  133),  p?Y«Ze^;  ò^fa<i<to,  ^M^ore. (anche  'palo    a   sostegno    di 


^  E  are.  bituro  -rro,  o  con  metat.  vocalica  (civ.  rovtstico  e  mìstico  da  ligu- 
.sticu,  che  per  altro  è  il  caso  inverso)  o  sotto  l'influenza  di  burro. 

•  Per  ladino,  che  già  il  Tramater  dava  come  voce  o  forma  veneziana  o 
lombarda,  crede  il  Mey.-Lb.  (Zeitschr.XXllI  477)  che  la  sua  volgarità  appaja 
dal  sign.  specifico  ('chiaro',  'facile',  'largo',  ecc.).  Sennonché  questo  fu  pro- 
prio ugualmente  di  latino,  come  con  piena  certezza  risulta  dai  non  pochi 
esempj  del  Voc.  italiano. 

^  Queste  ultime  voci  pajono  anche  più  conclusive,  perchè  alla  cons.  sorda 
precede  e  succede  un  a. 

^  Pare  il  part.  accorciato  d'un  *bitorzare  -rtiare,  da  'tortu'. 

^  Si  modellarono,  è  vero,  su  fato;  ma  ne  dobbiamo  inferire,  credo,  la 
pretta  volgarità  d'un  ^fetente  ecc. 

°  Lo  Zamb.  967  propone  *pituitàle,  in  quanto  la  voce  it.  dicesse  dap- 
prima 'sputacchiera'.  Ma  forse  era  men  discosto  dal  vero   il  Salvini,  pen- 


378  Pieri, 

Ijianta').  Inoltre:  catapuzza  'euphorbia  latjris'',  a,vc.  scatenato  scor- 
nato (che  pare  da  catello;  cfv.  scagnar  do),  are.  &ov.  pretose'molo  e 
-osello]-  capitale  -ano  -elio  -gne,  are,  capitoso  e  -xito  testardo,  che  ha 
grosso  capo,  capitozza  -,  caratello,  ciarlai-  e  cerretano,  fascit-  e  fascia- 
tello^.  Con  ^  per  'alterazione  progressiva':  cotogno  -«,  cut-  e  scuter- 
co^a  (v.  Suppl.  Arch.  V  H3>.  Ed  è  una  lista,  che  si  potrebbe  di  certo 
allungare. 

Contrastano,  più  o  men  gravemente,  alla  novmdi.:  budello,  pa- 
della (a  cui  non  oppongo  pat-,  XII  151),  scodella,  badile,  bidollo  (di 
fronte  al  Iwcch..  bitglla  -o,  v.  Suppl.  Arch.  V  80);  medaglia,  schi- 
dione (cfr.  XV  19 In);  badessa  e  badia;  spedale.  In  stadera,  in  are. 
meladella  sorta  di  misura,  mortadella  e  are.  pasladella  sorta  di 
vivanda,  e  in  mercadante,  a  cui  vanno  insieme  quasi  sempre  le 
forme  divariate  con  t,  concorre  la  dissimilazione;  e  anche  a  ca- 
dauno -duno  s'appajano  catauno  -tuno.  Un'altra  bella  coppia  è 
codesto  cot-'^.  Di  podere  il  Mej.-Lb.  è  ora  disposto  ad  ammetter 
la  provenienza  emiliana  (Zeitschr.  XXIII  477);  e  anche  in  pode- 
stà, che   indica  per  lo  più  il   magistrato   generalmente  chiamato 


sando  a  niBccQtoy,  dimin.  di  rriQog  doglio.  Gli  esempj  solo  dal  cinquecento 
in  poi. 

'  Con  t  per  dissimilazione,  delTequival.  cacapìizza.  Il  qua!  nome,  poicliè 
i  semi  e  le  foglie  di  questa  pianta  sono  adoperati  in  campagna  come  pur- 
gante, sarà  un  'abbinato'  imperativale  da  due  verbi  d'assai  cattivo  odore! 

^  In  questi  nomi  poteva  forse  il  p  esser  sorretto  da  'capu';  ma  non  già 
il  t  da  'capite',  il  quale  non  si  continua  in  italiano,  e  -it-  vi  dovè  piuttosto 
esser  sentito  come  elemento  derivativo. 

^  Con  cui  manderò:  Sivc.  cazzaiello  cazzerellino  (^h.omnncio''),  ceppatello 
cepperello,  ave.  ramitello  ra,mosceUOf  sassatello  sassolino;  nonché  pescatello 
(ali.  a  pescia-)  pesciolino. 

■*  Oggi  a  Firenze  codesto  regna  da  solo.  Ma  in  passato  le  due  forme  si 
contrastarono  il  terreno  e  prevalse,  a  quanto  io  ne  scorgo,  cotesto  (cfr.  anche 
cotestui  che  non  ebbe  competitori),  ora  limitato  forse  a  una  parte  del  to- 
scano (Valdinievole,  piano  d'Arezzo,  ecc.).  Per  l'etimo,  anziché  un  eccu  tibi 
istu  (  cfr.  Diez  s.  v.),  vi  potremo  forse  vedere  un  semplice  eccu  istu  o 
questo  che  pronunziato  ancora  trisillabo  accogliesse  un  d  epentetico,  qual  ò 
o  pare  in  ciascheduno  qualcheduno.  Sicché  la  variante  cotesto  offrirebbe  un  t 
secondario  in  protonica.  Anche  il  volg.  e  cont.  coresto,  col  suo  r  da  -d-  par 
che  accenni  ad  una  maggiore  antichità  dell'esplosiva  sonora. 


Le  esplosive  sorde  tra  vocali.  879 

dall'Alta  Italia,  -  oltrecliò  si  potette  aver  dissimilazione  -,  non 
stenteremo  a  ravvisare  una  forma  esotica.  In  madornale  ^  ab- 
biamo la  stessa  sonora  che  in  madre  (cfr.  al  §  VI).  Del  pari  non 
toscana  è  gradella  (cfr.  XIV  430;  nonché  grada^  in  rima  presso 
Dante,  Par.  4,  83,  forma  che  starebbe  anche  contro  al  Mej.-Lb., 
giacché  egli  reputa  normale  grata^  da  grate  di  f.  a.).  Di  paladino 
è  ben  manifesta  la  provenienza.  E  madiere  -o  tavola  di  nave,  é 
il  fvnc.madrier  -dier  (*materiario),  cfr.  Scheler  s.  v. -. 

Con  p  :  papàvero,  pop-  e  pepgne,  sen,  papejo  lucignolo  ;  propàg- 
gine; aperto,  capanna  (cfr.  Suppl.  Arch.  V  174-5),  caparra,  ^.vc.capassa 
ceppaja^,  capecchio,  capello,  capestro,  cape'zzolo  {Iwcch.  capittgnoro), 
cipolla,  copig Ho  arnia  (cfr.  Suppl.  Arch.  V  178),  eopf/'to  -2rcJno,  lu- 
pino, napello  (ins.  a  napp-;  'napus'),  nep-  e  nipote,  rapina,  sapone,  sa- 
piore,  sciapi-  e  scipito  (cioè  scidpido,  riformato  'per  antitesi'  su  sapo- 
rito), sep-  e  SiTC.  sipglcro,  arce  cnt.  soperòo  e  -rhia',  soperchio  (che  è 
la  schietta  forma  volgare;  ali.  a  sov-);  tapino  (che  sarà  dello  schietto 
volgare;  cfr.  il  ben  vivo  tap-  e  attapinarsi),  -iqnglio  (v.  XIII  423  e  '54), 
vapgre.  Inoltre;  pipistrello,  peperone  e  pepolino;  capezzale  e  capez- 
zata, sen.  e  ar.  capistejo  -eo  crivello,  vaglio  (v.  Salvioni,  Postille  s.  ca- 
pistérium),  nepiiella.  Con  la  sorda  l'addoppiata:  pupyp-  e  poppdttola\ 
cappìone,  tappeto.  È  p,  forse  per  assimilazione,  in  pipita  {p  da  v  secon- 
dario; ma  per  l'Asce  jj=tv;  cfr.  Kòrt.  6187  )  e  ave.  propenda. 

A  questa  serie  poderosa  non  pajouo  far  serio  contrasto  se  non 
cavezza,  coWa^vc.  cavicciuolo,  sinon.  (ali.  m.  raccapezzare  e  al  mon- 
tai, capezza),  laveggio  (lapide u;  Parodi),  navgne  ('napus')  e  ra- 
vizzgne.  G-iacchè  di  gavgnchio  specie  d'anguilla  (v.  XIII  173  n),  a 
tacer  d'altro,  non  è  sicuro  l'etimo;  e  provana  propaggine,  che  ha 
esempio  del  milanese  Palma,  non  é  voce  toscana  (v.  anche  il  Pe- 


*  A  cui,  per  la  metatesi,  fa  bel  riscontro  cedornella,  lo  stesso  che  cedro- 
nella 0  cedroncella  (v.  Targ.-Tozzetti). 

^  Non  per  altro  qui  ricordato,  se  non  perchè  il  Salvioni,  nelle  sue  'Po- 
stille etimologiche''  ce  lo  dà,  certo  per  mera  svista,  come  un  rappresen- 
tante volgare  'toscano'  di  mate  rie  s. 

*  Potrà  esser  da  *capu',  derivato  per  -aceo  -a  (cfr.  i  sinon.  capellmnento 
e  -atura),  e  offrire  il  ss  da  zz  del  pisano-lucchese  (v.  XII  146-7).  Ne  deriva 
capassgne  balordo  (Varchi). 


380  Pieri, 

trocchi);  il  che  diciamo  ugualmente  di  canovaccio  {cana-,  -cane), 
del  quale  a  ogni  modo  si  potrebbe  ripetere  il  v  da  cannabis 
anziché  da  cànapa.  Per  varj  altri  esempj  dal  Mey.-Lb.  addotti, 
V.  XIV  432  n.  Son  degni  d'avvertenza  piuttosto  alcuni  con  sonora 
invece  di  sorda,  divenuta  iniziale  per  via  d'aferesi:  hottcga,  be- 
fana^ bacio  -igao  (  v.  anche  'Suppl.  Arch.V  131  ),  nonché  bùbbola 
upupa  (cfr.  al  §  IV;  ma  sen.  e  grosset.  ])?<ppo/a),  voce  a  ogni  modo 
di  non  ischietta  volgarità.  Ne'  quali  esemplari  è  notevole,  che  lo 
scandimento  fosse  d'un  grado  (da  p  a  b),  anziché  di  due  (da  p 
a  v),  come  fu  negli  altri.  Ciò  si  chiarisce  col  fatto  che  all'età  di 
codesto  passaggio  la  sonora  labiale,  intatta  a  principio  di  parola, 
mediana  tra  vocali  era  da  tempo  discesa  a  v  (cfr.  Mey.— Lb., 
Zeitschr.  XXIII  478,  il  quale  ammette  ora  per  p  una  deviazione 
dalla  sua  regola).  Tralascio  ve'scovo,  cioè  un  esemplare  'sui  ge- 
neris' e  per  cui  cfr.  Bianchi  XIII  209-10. 

§  IV.  —  Passiamo  alle  sorde  postoniche  negli  sdruccioli. 

Cominciando  da  e  per  seguire  lo  stesso  ordine,  è  questo  il  punto 
in  cui  alla  dimostrazione  della  tesi  da  me  posta  par  che  sorga  di 
fronte  il  più  grave  ostacolo,  giacché  esempj  ad  essa  favorevoli  non 
posso  addurre  a  tutta  prima  se  non  pècora  e  Giacomo,  e  con  la  sorda 
raddoppiata:  ìnàccldìia,  fiàccola,  peccherò  ^ . 

Contrarj  sono  invece:  fegato,  pe'gola,  se'gale  (are. -oto\  e  inol- 
tre sàgoma  e  pettegolo  •.'Sennonché,  a  tacere  della  maggior  dispo- 
sizione della  sorda  gutturale  al  digradamento  (v.  §  VII),  osser- 
verò che   ci  vennero    di  necessità  a  mancare    pressoché   tutti  i 


*  Non  soggiungo:  tàccola  (v.  Diez  s.  v.),  ma: zàcchera  mazza  per  pescare, 
pillàccola  -era  (lucch. -accora;  ctV.  Petrocclii,  Diez  s.zaccaro,  XII  131),  are. 
pisciàcchera  piscialletto,  anitróccolo  e  varj  altri  simili,  perchè  rimane  sem- 
pre il  dubbio  che  siano  dimin.  seriori,  e  che  si  tratti  perciò  di  raddoppia- 
mento postonico  in  voci  piane. 

^  Ma  fre'golo  -a  e  are,  segolo  pennato,  roncola,  stanno  coi  deverbali  frega 
e  sega,  ài  cui  son  diminutivi.  Secondo  il  Bianchi,  XIV  323,  andrebbe  qui 
anche  pe'gola,  ch'egli  trae  da  un  ant.  *pegare  (e  dovrebbe  esser  veramente 
il  dimin.  d'un  deverbale  *pega).  II  Bianchi  al  luogo  cit.  reca  poi  un  tre'gola^ 
che  non  so  donde  egli  abbia,  né  che  significhi. 


Le  esplosive  sorde  tra  vocali.  381 

nomi  in  -culo  -a,  stante  l'evoluzione  consuèta  per  questa  for- 
mula {-echio  -a),  i  quali  pure  avrebber  costituito  il  maggior  nu- 
mero d'esemplari  col  e  intatto.  Del  resto,  la  schiera  poderosa  dei 
nomi  spettanti  a  codesta  categoria  {bacchio,  orecchia,  ecc.)  potrà 
esser  senza  esitare  invocata  a  favore  della  nostra  tesi,  purché  il 
digradamento  che  è  in  fe'gato  ecc.  noi  non  lo  supponiamo  poste- 
riore alla  riduzione  di  -culo  -a  in  -do  -a\  ipotesi  che  non  par 
punto  ragionevole,  nonché  necessaria. 

Con  e';  àcero,  suocero;-  cecino  -ero  cigno  (Kòrt.  1868);  àcino,  lu- 
cine sorta  di  rete  conica  da  pescare  e  uccellare',  duràcine  -o^,  fio- 
cine buccia  dell'acino,  vinacciuolo 3,  le'cito"^,  màcina,  parte' cipe  {-e'ficé), 
ritre'cine  giacchio^,  solle' cito-^  fràcido,  [fràdicio)^  sùcido  {siìdicio),  mu- 
cido ^.  E  credo  che  qui  possano  stare  anche  :  fàcile,  gràcile  e  docile. 
Con  la  sorda  raddoppiata:   diàccido   ghiacciato  (cfr.il  lucch. -zfo,  XII 

123). 

La  riduzione  che  è  in  piato  e  vuoto  ci  condurrà  veramente  ad 

uno  sporadico  g'  da  e',  che  già  s'avesse  in  età  molto  antica  (poi- 


*  Sarà,  come  altri  propose:  bucina  tromba,  per  metafora  (e^r.bnccinello 
sorta  di  pìccola  rete;  Ann.  Caro).  All'etimo  fascina  (cfr.  Kort. 3537)  ripu- 
gna affatto  la  fonetica.  Per  l'alterazione  morfologica,  c?c.V  ave.  màcine  -a. 

^  Si  dice  per  lo  più  della  'pèsca'  con  la  polpa  attaccata  al  nocciolo  e  della 
sua  pianta;  e  su  esso  si  modellò  spiccace  (lucch, -acioro  -a,  pist. -«^«ne),  che 
è  il  suo  contrario. 

^  Ben  derivato  dà  fio  ce  s  feccia  del  vino  (v.  Caix  st.  108;  e  la  voce  lat. 
avrà  denotato,  più  esattamente,  le  buccie  degli  acini  e  i  vinacciuoli  che  si 
depositano  in  fondo  al  tino  e  alla  botte),  A  fio  ce  e  s  col  ce,  che  è  adottato 
dal  Georges  e  poi  dal  Kòrting  (*floccrnus  -um),  contrasta  fortemente  la 
voce  italiana. 

*  Si  opporrà  che  le'cito  fu  protetto  dall'are,  lece;  ma  e  allora,  o  perchè 
s'ebbe,  ad  esemplo,  arroto  (cfr.  i?Monarro<o),  nonostante  arroga  -iì 

'"  Credo  anch'io  non  inverosimile  un  *reticina,  da  reticula  (-um;  cfr. 
Caix  st.  20  s.  dilegine),  con  mutato  suffisso.  Per  la  forma,  cfr.  qui  n.  1  {ri- 
tre'cine  era  fem.  in  origine;  v.  il  Voc.it.).  In  quanto  vale  'apparecchio  idrau- 
lico' in  certi  mulini,  sarà  di  certo  per  metafora. 

^  Codesti  aggettivi  in  lido  non  sono  d'accordo,  è  vero,  coi  meglio  volgari 
marcio  e  rancio,  e  perciò  appartengon  di  certo  a  un  diverso  'strato',  o  che 
la  diff'erenza  si  debba  poi  attribuire  a  'luogo'  od  a  'tempo'.  Ma  ciò  non  ba- 
sterà, io  credo,  per  escluderli  dal  nostro  elenco  come  voci  dotte. 


382  Pieri, 

che  normale  è  questa  evoluzione  per  g',  onde  frale^  dito,  ecc.;  cfr. 
Asc.  X  10 In);  e  lo  stesso  affermeremo  di  dire,  fare  e  -durre. 

Con  t:  artético',  ce'tera  cetra,  cótica,  crètamo  linocchio  marino', 
ffomitolo,  nàtica,  parie' tico,  sciàtica,  scdtano,  serg'tine  -o.  Colla  sorda  rad- 
doppiata: àttimo  -amo,  bre'ttine  (Kòrt.  1342),  ccttimo  (per  trattola,  cfr. 
§V)^.  —  Vengano  in  seconda  linea:  tetano  seppia  giovine  ^,  iw^o/o 
torso  del  granturco  (cfr.  Kòrt.  84.53);  aivc.  òàtalo  falda  del  cappuccio 
(cfr.  il  lucch.  ^r;Y^o/a  lobo  inferiore  dell' orecchio,  bargiglione),  ^r'tofo? 
ciòtola^,  falòtico  (cfr. Diez  s. falò]  e  o.rc. malòtico  maligno,  potano  strum. 
da  salassare  (v.  Caix  st.  50),  avc./ìòtola  flauto,  ùtile  (la  cui  volgarità 
si  potrà  ben  mettere  in  dubbio,  ma  non  del  tutto  impugnare),  zaffetica 
assa  fetida,  zdtico'^;  ve'trice  (dove  altri  penserà  forse  la  sorda  esser 
incolume  per  via  dell'epentesi,  supponendo  il  tr  molto  antico).  Con  t, 
per  'assimilazione  progressiva':  farche'tola  (e  farqu-)^  che  è,  comun- 
que riuscisse  mutato  il  suono  iniziale,  dall' equival.  querquédiila  (cfr. 


*  Anche  cre'lano  -ino.  È  il  'crithmum  maritiraiim';  y.Qrfiuog.  CiV.  Caix  st. 
50  s.  fiama. 

^  Relego  qui:  pittima,  legìttimo  e  'marittimo,  voci  non  bene  assimilate, 
ma  che  pur  qualche  cosa  posson  valere. 

^  Con  iscambio  di  suffisso  e  con  metaplasmo,  da  teuthi'de  {zev^ig  'lo- 
ligo').  Può  esser  voce  originaria  del  Mezzogiorno  (e  allora  proverebbe  ben 
poco  per  la  nostra  tesi),  ma  anche  del  littorale  toscano,  A  ogni  modo  è 
notevole,  in  quanto  ci  offre  un  sicuro  esempio  d'o  da  e u  in  voce  d'etimo 
greco  (cfr.  XV  184  n). 

*  Non  par  separabile  dall'equi'/al.  e  otyla  y.otvlri.  Il  e  si  spiegherà  forse 
per  la  'contaminazione'  di  qualche  sinonimo.  Non  felice  la  dichiarazione  del 
Diez,  che  connetteva  questa  voce  a  docciare  succiare. 

^  Cfr.  Kort.  4068.  Circa  l'origine  del  quale,  credo  che  desse  nel  segno  il 
Ménage,  proponendo  exoticus.  Con  tutta  ragione  bensì  a  questo  proposito 
il  Diez  si  rifiutava  d'ammetter  z  it.  da  x.  Sennonché  si  deve  qui  trattar 
veramente  di  i  (-ii-)  da  un  s,  che  s'otteneva  per  riduzione  'semi volgare' 
in  es'ótico  (cfr.  es'ame  esémpio,  di  fronte  a  sciame  scempio,  ecc.).  Rispetto  a 
codesta  equazione  fonetica,  cfr.  XV  187  s.  razzare.  Agli  esempj,  che  ivi  s'ad- 
ducono, posso  aggiungere  intanto:  bazzotto  fra  sodo  e  tenero,  \\iq,c\\.  bus' otto 
sodo  (agg.  di  'uovo  bollito'),  per  cui  lo  Zanib.  126  proponeva  felicemente  il 
ted.  besotten  bollito.  Lo  svolgimento  concettuale  in  zotico  sarà  poi  quello 
stesso  che  in  strano,  \\  quale  da 'straniero',  e  perciò  'nuovo',  'insolito', 
venne  a  dire  'stravagante',  e  dipoi  'ruvido',  'rozzo'  (cfr.  domèstico  per  'gen- 
tile', 'alla  mano'). 


Le  esplosive  sorde  tra  vocali.  383 

FI.  IV  385);  nonché  piètica  (ali.  o, 'piédica)  cavalletto  per  il  legname  da 
segare,  cioè  pedica  (cfr.  Kòrt.  5989). 

Sola  eccezione:  redine  -i  (plur.);  ma  civ.  òréttine  qui  sopra. 

Con  p:  pàpero  (che  va  con  papa,  v.  Kòrt.  5867);  atre'pice,  cimiero 
-pro  (e  clppero),  disce'poìo  ^,  làpide  -a,  dpcra  Qpra^  ripido  -,  are.  scià- 
yido  0  scipido  ^,  strèpilo  *,  tiepido^  tràpano,  vipera. 

Dei  nomi  stònan  soltanto:  2Jo'rÉ?>-o  e  a.Tc.pe'vere  (onde  impeve- 
ì'are),  pe'  quali  anche  si  potrebbe  pensare  a  dissimilazione.  Un 
caso  'sui  generis'  è  bubbola  (cfr.  al  §  III),  ove  ìa  seconda  sillaba 
fu   forse   fatta  uguale  alla  prima. 

§  V. —  Circa  il  verbo,  a  cui  ora  veniamo,  dall'una  parte  si  di- 
rebbe die  al  Mey.-Lb.  paja  normale  (e  invece  sarebbe  davvero  cosa 
affatto  singolare  e  inaudita)  l'alternar  che  avvenisse,  ad  esempio,  di 
piagere  con  piace\  giacché  la  prima  di  queste  forme  egli  cita  dall'ant. 
senese  contro  piacere,  che  è  alla  sua  volta  giustificato  con  la  seconda 
(v.It.  gramm.  §  198  e  209;  e  cfr.  l'analoga  osservazione  rispetto  a  grato 
e  gradivo,  §  205).  Assai  più  probabile,  anche  'a  priori',  che  esercitino 
invece  le  forme  arizotoniche,  di  gran  lunga  superiori  per  numero,  un'in- 
fluenza livellatrice  sopra  le  forme  rizotoniche,  come  infatti  vediamo 
accader  non  di  rado.  E  dall'altra  parte,  se  non  erro,  il  modo  onde 
il  Mey.-Lb.  cita  i  suoi  esempj  lascia  forse  sospettare  una  specie  di 
'contraddizione  teorica'.  Al  §  198,  dove  si  parla  della  sorda  postonica 
che  rimane  inalterata,  egli  parte  dalle  forme  piane  del  pres.  ind.  ed 
ammette  implicitamente  che  la  sorda  si  mantenga  per  infl,  di  esse  pur 


^  È  una  delle  voci  che  si  mantennero  bensì  sdrucciole  idisce' polo,  e  non 
*dlsceppio),  ma  che  risultano  di  tradizione  volgare  per  la  normale  vicenda 
della  vocal  tonica. 

^  Alla  formazione  del  quale,  se  anche  è  da  ripa  (v.  Diez  s.  v.),  dovè  di 
certo  contribuir  rapidu,  in  quanto  venne  a  dire 'erto'  (cfr.  Suppl.  Arch.V 
135);  ma  potrebbe  fors' anche  non  esser  che  questo,  con  mutamento  della 
tonica  dovuto  a  ripire  (cfr.  XV  188  n),  la  cui  connessione  con  ripido  a  tutti 
par  di  sentire. 

^  Poi  sciapito  0  scipito,  cfr.  al  §  III. 

*  Voce  sicuramente  non  letteraria;  e  gioverebbe  rintracciare  un  are.  *strié- 
pito  (ma  il  dittongo  si  dovè  semplificare  più  presto  che  in  criepa  ecc.,  a 
causa  del  triplice  nesso  iniziale),  che  ce  n'attestasse  la  piena  volgarità. 


384  Pieri, 

nelle  forme  dove  risulta  protonica  [piace,  onde  piacere,  ecc.);  dove 
poi  al  §  208  egli  parte  da  queste  ultime,  che  dovrebbero  aver  modelr 
lato  le  altre  sopra  di  sé  {tnudare,  onde  muda,  ecc.);  e  finalmente  per 
rice'vere,  al  §  212,  l'alterazione  della  labiale  sorda  latina  si  considera 
come  avvenuta  nel  proparossitono,  che  è  quanto  dire  nella  forma  del- 
l'infinito, e  da  esso  estesa  a  tutto  il  resto  della  conjugazione. 

Ma  passiamo  senz'altro  agli  elenchi,  studiandoci  di  raccoglier  me- 
todicamente gli  esempj,  secondo  i  posti  diversi  che  la  sorda  occupi 
rispetto  all'accento  ^  : 

Con  e:  ricatta  -are,  ricordare,  fracassare  (che  altrove  pare  im- 
portato di  qua;  cfr.  Scheler  s. -asser),  ricamare  (v.  Diez  s.  v. );-  are. 
tracoitare  -otore '(' cogito  '  ;  a.nc'o^^v  tracotante  -anza);-  vacare  (che  in 
certe  accezioni  dovè  essere  schiettamente  volgare),  are.  mand-  e  ma- 
nucare,  mendicare,  sprecare'^ ',  e  con  mutato  suffisso:  faticare,  slvc.  e. 
Yolg.casticare;-  màcola  -are  percuotere  a.mma.ccdi.ndo,  piagnucolare, 
[sollùchera  -are,  cfr.  Caix  st.  157]  ;-  càrica  -are,  masticare,  pizzicare, 
solleticare^  vendicare,  e  tutti  gli  altri  simili  ^. 

Parecchie  qui  e  gravi  le  eccezioni:  aguzza  -are  {atv.  aguto  al 
§  III)  ;-  paga  -are,  annegare,  pregaì^e,  segare,  intrigare  e  stngarey 
fregare,  frugare  (cfr.  XV  214-5),  p/e^^are,  affogare  e  soffogare^ 
asciugare  (cfr.  sugo  al  §  II).  Ala  per  segue  -ire  (e  se'guita  -are)^ 
dileguare,  cfr.  ciò  che  è  detto  di  eguale  al  §  III. 


*  Si  tolleri  che  io  mostri,  in  quest'occasione,  coi  cinque  esempj  che  fo 
qui  seguire,  le  diverse  sedi  ove  rispetto  all'accento  viene  a  trovarsi  una 
sorda  (in  questi  esempj  il  e),  secondochè  essa,  al  sng.  del  pres.  ind.  o  del 
congiuntivo,  sia  protonica  o  postonica  in  voce  piana  o  sdrucciola,  o  in  sil- 
laba finale  di  voce  sdrucciola.  Ecco  dunque:  tracolla,  tracollava  -asse,  tra- 
collerai ricapita,  ricapitava,  ricapiterà'^  reca,  recava,  recherà'  màcola,  ma- 
colava,  macolerà;  indica,  indicava,  indicherà.  Ne  risultano  in  complesso  ben 
otto  posizioni  diverse. 

^  Se  trovassimo  un  ara.  *sprieca,  esso  confermerebbe  l'etimo  *exprècarì 
(cioè  'mandare  alla  malora';  v.  D'Ovidio,  Grundr.  I  512),  che  pare  quanto  di 
meglio  si  sia  proposto  fin  qui;  e  insieme  questo  verbo  farebbe,  per  la  sua 
volgarità  che  risulterebbe  certa,  un  singoiar  contrasto  a  pregare. 

^  A  codesta  ben  lunga  serie  s'aggiunsero,  cambiando  il  sufi,  o  l'uscita: 
are.  mìtica  -are  e  navicare,  le'tica  -are;  corica,  -are;  are.  mànica  -are. 


Lo  esplosiva  sorde  tra  vocali.  385 

Con  e':  riceve  i-ere,  re-  o   riciclerei  [maciulla  -are^^'-  racimola 

-are]-  giace  -ere,  piacere,  tacere;  rece  i-ere,  cuocere,  nuocere',  dice  -èva, 

fa[c.e'\  -èva,  conduce  -èva--  bucina  -are^  gracidare-,  recitare,  lacerare^ 

macerare;  luccicare. 

La  soaora  qui  soltanto  in  vagella  -are  (v.  Canello  III  322). 

Con  t:  fatica  -are^  protestare,  [are.  batassare  scuotere  agitando]; 
protegge  -ere',-  dilata  -are,  sfatare,  are.  guatare,  vietare,  invitare  'fare 
invito',  irritare,  tritare,  insetare  innestare,  nuotare,  ajuiare,  attutare., 
mutare'^,  rifiutare,  salutare,  starnutare.^  potare,  fiutare  ;  puo{te],  potere  '^ 
mietere,  rip-jtere  e  competere,  scuotere  e  percuotere',  paté  -ire^,  pute 
-ire',  nitrire  {tr  second, ;  v. FI.  11.381  ;  e  cfr. ve' trice  al  §  IV);-  farnetica 
-are,  letica  -are,  solleticare,  [sgretola  -are,  lucch.  sgretola,  cfr.  Caix 
st.  155;  avo.  ruticare  bucicare]  ;  scotola -are  ^',  scaturire-  tre' Itola  -are 
(cfr.  XV  220);-  merita  -are,  compitare,  ed  ì  parecchi  altri  simili. 

Contraddicon  soli  alla  norma:  sodisfa  -are^;-  grida  -are,  gui- 
dare (cfr.  Kòrt.  8905) ;-  a,rc.  me' scida  -are  e  strepidire  empir  di 
strepito  {cfv.strepidio);  povera  messe. 

Con  p:  ripete  (il  p  è  dopo  cons.  in  compete  i-ere),  strapazza  -are 
(cfr.  XV  199),  strapanato  strappato,  stropicciare  (lucch.  strep-)  ''  ;  racca- 


'  Movendo  dal  nome  (cfr.  Diez  s.  v.)  anziché  dal  verbo,  l'esempio  dovrebbe 
piuttosto  andare  al  §  III.  Del  resto,  inclinerei  a  vedere  qui  una  variante  fo- 
netica di  macellare. 

^  In  cui  par  che  si  fondessero  o  confondessero  gracillare  e  glocidare 
(v.  Georges;  e  cfr.  Mey.-Lb.,  Rom.  gramra.  1  353-4). 

^  Per  mudare,  il  Mey.-Lb.,  non  escludendo  che  sia  voce  importata,  pensa 
che  possa  anche  ripetere  il  d  dal  nome,  dove  a  parer  sub  è  regolare  (v. 
Zeitschr.  XXIII  477).  Sennonché  muda,  come  anch'  egli  ammette  di  certo,  è 
un  deverbale  ;  e  il  dichiarar  mudare  con  esso  è  proprio  un  far  nascere  il 
padre  dal  figlio! 

■*  ìJa.vc.padire  digerire  (anche  in  quest'accezione  fu  molto  più  in  uso  pa- 
tire;  V.  il  Voc.)  è  forma  dialettale  dell'Alta  Italia;  cfr.  Can.  Ili  384. 

^  Da  scuotere  o,  più  anticamente,  da  escutere;  e  scotola  stecca  per  di- 
liscar la  canapa  o  il  lino,  deve  essere  il  suo  deverbale. 

'^  Naturalmente,  se  ponessimo  sodisfa,  questo  verbo  non  dovrebbe  occu- 
pare più  il  posto  che  gli  è  assegnato.  Lo  stesso  si  dica  de'  verbi  citati  in 
-ire,  che  assunsero  al  presente  la  forma  seriore  d'incoativi. 

''■  Propongo  ad  etimo  *strepitiare  (' strepi tus').  Il  verbo  it.  significò  pro- 
priamente 'fregar  co' piedi',  o  meglio  -  come  io  credo  -  'far  rumore  fre- 


386  Pieri, 

-pezza  -are;-  dial.  capare  (ali.  ad  are.  capp-),  v.  Asc.  XI  430,  crepare 
{q.vc.  criepa),  scip-  o  sciupare;  stupire^',  sa[pe],  sapere;  cape  -ire, 
rapire  {civ.  rapina  al  §  III),  a.rc.  strejnre,  concepire  { a.vc.  concepe),  ri- 
pire;  sopire;-  capila  e  scapita  -are;-  (fccupa  -are. 

Fanno  intoppo:  riceve  ^ere  (a  cui  naturalmente  do  assai  mag- 
gior peso  che  all'are,  rice'pere;  cfr.  ricepe,  Farad.  2,  35;  29,  137);- 
sce'vera  -are,  rimproverare  -,  ricoverare.  E  ancora  :  pigolare  (  da 
*piu-  di  f.  a.)  ^. 

§  VI.  —  A  complemento  di  ciò  che  è  stato  esposto  fìnquì,  pi- 
gliamo in  esame  gli  esemplari  che  offrono  la  sorda  seguita  da  r  (cfr. 
Mey.-Lb.,  It.  gr.  [1890J  §  239;  ma,  per  tutto  ciò  che  in  ispecie  con- 
cerne la  combinazione  più  importante,  tr,  v.  Ascoli,  X  [1886]  87-88). 
Di  questi,  mantengon  la  sorda  dopo  la  vocal  tonica:  sacro  -a"*;  lucch. 
catro  cancello  ^,  Pietro  ^  e  pietra.^  dietro,  vetro,  ?nUria   (  ali.  a  m'itera  ', 


gando  co' piedi';  e  poi,  presa  la  causa  per  l'effetto,  'sfregare'  o  'strofinare'. 
Cfr.il  sost.  stropiccio  che  in  origine  disse  "strepito',  e  male  è  spiegato  in 
più  esempj  del  Voc.  per  'travaglio'  od  'affanno'. 

'  Se  la  tonica  è  i,  persiste  o  facilmente  s'ottiene  per  ricorso  nella  pro- 
tonica M  da  ìi  {civ.  fuggire,  onde  fugge,  ecc.);  sicché  nulla  è  in  codesta  voce 
che  n'indubbj  la  volgarità.  Lo  stesso  si  deve  dir  d'i  protonico  da  i,  quando 
s'abbia  e  tonico  (cfr.  vitello,  ecc.). 

^  Sgombrerei  (e  forse  non  a  torto)  il  campo  da  questa  eccezione,  ammet- 
tendo col  Mey.-Lb.  (Rom.  gramm.  II  514),  che  sia  qui  avvenuto  un  compro- 
messo tra  reprobare  e  improperare. 

'  Anche  di  questo  ci  libereremmo,  supponendo  come  i.a..piolare  (v.  Diez 
s.  piva;  Mey.-Lb.,  It.  gramm.  124),  che  è  del  dial.  pistojese.  Sennonché  questo, 
viceversa,  può  esser  da  pigolare,  con  ettlissi  {c'ii'.aùto  da  aguto,  ecc.)!  E  il 
ìncch..  piulare  lamentarsi  a  torto  per  malcontento  (trisill.),  pist.  pù<rare  pian- 
gere (de' bambini),  par  che  accennino  piuttosto  a  plorare  (cfr. Kòrt.  6227). 

*  Credo  questo  lo  schietto  continuatore  di  sacru  -a,  e  che  sagra,  alla 
sacra,  festa  (e  sagro,  ali.  a  sacro,  falcone,  Kòrt.  1642)  non  sia  del  tose,  centrale. 

^  Il  persistere  della  sorda  in  questo  esemplare  parrebbe  un  argomento 
a  favore  del  novello  etimo  proposto  dal  Salvioni  (cratis;  Zeitschr.  XXII 
467),  in  quanto  il  tr  sorto  in  catro  per  la  metatesi  potrebbe  essere  abba- 
stanza tardivo;  sennoché  la  sorda  è  anche  del  ni.  Chiatri  (cfr.  XII  118)!  S'op- 
pongono del  resto  il  suono  iniziale  e  il  diverso  genere  (cfr.  grata,  sost.). 

®  Piero  (e  mi  dispiace  anche  pel  mio  cognome!)  non  è  di  fonia  toscana, 
malgrado  il  già  frequente  'San  Piero\  ma  è  forma  gallica  o  gallo-italica 
{ivnc.  Pierre,  boi.  ant.  Pier  e  moA.  Pir,  ecc  ). 


Le  esplosive  sorde  tra  vocali.  387 

botro,  gire  -o\  capra,  vepro  'prunus  spinosa'  (cfr.  il  ni,  lucch,  Viépori), 
sopra;  nonché  ìppre  e  ginepro,  ove  il  nesso  è  secondario. 

Mostrano  invece  la  sonora:  agro  -a,  magro  a,  lagrima',  are. 
adro  -a,  ladro,  madre  e  padre,  poliedro  (cfr.  il  sen.  pollerò).  Come 
si  vede,  fuorché  nell'ultimo  esemplare  (il  quale  anche  pel  Mey.- 
Lb,  é  un'eccezione)  il  digradamento  avvenne  in  una  formula,  ove 
le  'seduzioni'  della  sorda  erano  due  (a'  precedente,  r  seguente); 
e  non  fa  meraviglia  se  in  molti  casi  essa  dovè  cedere.  Ometto  al- 
legro, perchè  tutti,  credo,  vi  riconoscono  ormai  un  francesismo; 
e  lampreda  (cfr.  Diez  s.  v.,  Asc.  X  88  n  ;  che  per  la  metatesi,  an- 
tica, potrebbe  anche  andare  al  §  II),  in  quanto  pur  questa  non  ap- 
paja  voce  toscana  d'origine. 

Conservano  la  sorda  avanti  la  vocal  tonica:  terracrépolo  o  lat- 
ticrépolo  'picridium  vulgare  ',  atroce,  atre'pice,  cutre'ttola,  'matrigna  e 
patrigno-',  aprile,  caprdggine,  capretto,  cipresso,  ciprino  carpione,  so- 
prano, nonché  latrare  (già  dell'uso  volgare  ;  v.  il  Voc.  it.),  aprire  e  co- 
prire, dove  il  nesso  provenne  da  sincope.  E  in  seconda  protonica:  ve- 
triolo, s^YC. petrose  molo',  capriolo,  a^vc. -latto.  A  questi  esemplari  pos- 
siamo aggiungere  i  meno  antichi  o  d'etimo  incerto:  catrame  (v.  Diez 
s.  V.),  citrullo  (Caix  st.  102),  soccotrino  agg.  d'una  specie  d'aloe  ('So- 
cotra'),  nonché  ave.  catricola  palizzata,  cetr-  o  citracca  (che  danno  per 
arabo:  ceterach,  capriccio  e  avccaprezzo"^,  caprùggine  intaccatura 
delle  doghe  (sec.il  Galvani:  ^caperugine,  da  caperà  re  increspare), 
che  hanno  o  pajono  avere  un  tr  o  pr  secondario. 


*  Nasce  nei  luoghi  erbosi  e  anche  per  le  muraglie  antiche  (v.  Targ.-Toz- 
zetti  e  Tramater).  Per  -crepolo  penso  a  *c ripide,  da  picride,  che  è 
pure  una  specie  di  lattuga  (v.Forcell.).  La  metatesi  potè  essere  agevolata 
da  crepare,  in  quanto  il  terracrépolo  anche  germogli  nelle  screpolature 
o  crepacci.  Il  primo  termine  dovè  servire  in  origine  a  distinguer  la  pianta 
dei  prati  da  quella  dei  inuri;  e  rispecchierà  un  genitivo  {ch.terrangce  o 
'castagna  di  terra').  In  latticrépolo  vedremo  a  ogni  modo  la  stessa  voce, 
rifoggiata  su  latticino  (cfr.  la  e  tu  ca),  altro  nome  della  stessa  pianta. 

**  Le  forme  madrigna  e  padrigno,  rifatte  su  joadre  e  madre,  furono  e  sono 
di  scarso  uso. 

^  Questo  caprezzo,  brivido  che  fa  arricciare  i  capelli  (Dittam.,  i  6),  è  ca- 
priccio, usato  già  nella  stessa  accezione,  fuso  o  confuso  con  ribre'^zo.  Nes- 
sun dubbio  che  sia  qui  i5  e  non  zz  {::  rezzo). 


38S  Pieri , 

Colla  sonora:  luccli.  lograre  (consumare,  metaf.)  e  it.  logorare 
(XY  170  n)^  sagrato^  segreto;  e  in  seconda  protonica:  sagrestia 
-estano  e  sagrameiUo,  agrifoglio.  Ma  ladrone  e  padrone  son  ripla- 
smati su  ladro  e  padre  ;  e  a  nudrire  e  nudricare  (anche  nodr-)  pre- 
valgono di  gran  lunga  i  divariati  con  sorda,  che  son  di  certo  i 
genuini;  e  lo  stesso  si  dirà  de' botanici  ce-  o  citriolo,  matricina  -a 
e  matricale  -a  (a  cui  cedro  e  madre  non  riuscirono  a  imporre  la 
loro  sonora)  rispetto  a  cedrlolo^  ecc.  Per  madornale^  v.  al  §  III.  E 
cavretto  e  cavriuolo  -'iolo  furono  e  sono  dell'uso  scelto  e  poetico,  e 
però  facilmente  esotici;  e  voce  d'accatto  è  anche  sovrano,  limi- 
tato nel  comune  uso  all'accezione  metaforica.  L'are,  hiohhio  (ali. 
a  prQhhio\  Gr.  Vili.)  è  un  caso  d'assimilazione  assai  antica  (cfr. 
obbrobrium,  Schuch.  vok.  I  125-6). 

§  VII. —  Siamo  cosi  al  termine  dell'assunto;  e  vuol  dire  che  ab- 
biamo compiutamente  dimostrato  la  normale  incolumità  dell'espi,  sorde 
tra  vocali,  sia  in  postonica  e  sia  in  protonica;  e  abbiam  misurato  in 
sieme  il  quanto  e  il  quale  degli  esempj  in  cui  la  digradazione  si  av- 
verte. Gioverà  ancora  insistere  sull'osservazione,  che  delle  esplosive 
la  gutturale  si  mostra  assai  più  propensa  a  digradar  tra  vocali  che 
le  altre;  ciò  che  del  pari  si  avverte  per  la  stessa  esplosiva  quand' ó 
iniziale.  Mentre  infatti  i  e  p  iniziali  resistono  costantemente,  e  ini- 
ziale passa  non  di  rado  in  ^,  sia  o  no  seguito  da  r.  Ed  ecco  la  lista 
degli  esempj  ormai  sicuri  o  grandemente  probabili:  gabbia.^  galazza 
(v.  Caix  st.  110),  c/amÒÉ^ro,  gànghero,  a,rc.  garbo  aspro,  brusco  (v.  Diez 
s.  V.),  garòfano^  garzare  e  garzone  -uolo,  gattabuia  (v.  al  §  III),  gatto 
-rt,  golfo,  góìnito,  gonfiare,  gorgoglione.^  gufo',  galappio  ',  ixrc. gale/fare 
schernire  (v. Kòrt.  1505),  (/ayi'Z/rtre,  ave. galigajo  conciatore  di  pelli  (ca- 
ligari us,  V.Georges;  cfr,  Salvioni,  Postille  s.  Y.),gastigare.,  ali.  a  for- 
me parallele  con  sorda  ^  ;-  grasso.,  grata  -ella  e  gre' ola,  grattare  (clr. 
Kòrt.  4ò7b),  gremire  ghermire.,  greppia,  grispignolo  (crispu),  grotta., 
gruccia.,  groppo  -a  e  gruppo  (v.  Kòrt.  4587);  nonc\\è  granchio,  gridare, 


^  Secondo  lo  Zamb.  185  da  un  aat.  klappa  trappola,  laccio  (e  allora  sarebbe 
il  deverbale  di  calnppiare).  Ma  forse  abbiamo  qui  cappio  fuso  o  confuso 
con  laccio. 

^  Escludo,  come  voci  esotiche:  galera  -ea  (v.  Can.III  301  e  "05)  q  gamella. 


Le  esplosive  sorde  tra  vocali.  389 

grongo,  gruzzo  ^olo  ',  che  sono  esempj  per  cr  secondario;  e  insieme 
V Sire,  grollare  ali.  a  croll--.  Cfr.  Schuch.,  vok.  I  124-5. 


*  Disse  in  origine  'raunamento'  (per  'mandra'  di  buoi  occorre  nel  Dittanti, 
e  per 'crocchio'  di  persone  è  nel  Gir.  Gal v.),  e  poi  'mucchio'  o  'mucchietto' 
per  Io  più  di  denari.  Tengo  per  certo  che  esso  sia  il  nome  estratto  da 
*cruzzolare  (cfr.  Caix  st.  52;  e  ruzzola  da  ruzzolare^  Kòrt.  6997).  L'are. 
gruzzo,  anziché  esigere  a  sua  volta  un  *gruzzare  corrotiare  (che  del  re- 
sto non  avrebbe  nulla  di  strano),  sarà  facilmente  il  positivo  che  si  ricavò 
dal  supposto  diminutivo.  In  contrario,  cfr.  Kòrt.  3792. 

~  Quanto  a  esplosiva  iniziale  seguita  da  r,  par  che  il  p  offra  anch'esso 
un  esempio  sicuro  di  digradamento  in  brina  (v.  Asc.  I  llln.).  Ma  l'are. &n'- 
vilegio  fu  raccostato  a  &)vye  '  lettera';  brizzolato,  di  fronte  slIV ave.  pri zzato 
(v.  Diez  s. sprazzare;  e  Q,h\brizzatino  specie  di  fungo)  fa  rifatto  sull'equival. 
brinato  (v.  il  Voc.it.);  e  hrugna  e  brùgnola  non  è  roba  toscana  {brunella 
'prunella  vulgaris',  detta  anche  'erba  mora'  o  'morella', si  risente  iXìbriino). 


NOTE  DI  GIOVANNI  FLECHIA, 

EDITE  DA  Giuseppe  Flechia. 


1.  fiorent.  calenzuolo. 

Questo  nome  d'uccello  è  dato  dal  Fanfani  come  sinonimo  di 
verdone;  ma  il  sign.  Buscaino  ^  vuole  che  esso  dinoti  solo  una 
varietà  della  medesima  specie.  Credo  che  in  questo  il  Buscaino 
prenda  errore  e  che  calenzuolo  e  verdone  siano  veramente  si- 
nonimi e  dinotino  entrambi  una  stessissima  specie  {fringilla 
clil07ns  di  Linneo);  se  non  che  calenzuolo  è  il  nome  usato  dai 
Fiorentini,  mentre  verdone  è  quello  che  adoperano  non  solo  i 
Pisani  e  altri  luoghi  della  Toscana,  ma,  salva  la  forma  dialet- 
tica, si  può  dir  anche  l'universale  degli  Italiani.  11  Fanfani  non 
fa  pur  cenno  di  quest'uso  limitato  e  proprio  dei  Fiorentini,  e 
mentre  sotto  calenzuolo  ne  dà  per  sinonimo  la  parola  verdoìie 


^  A.  Buscaino  Campo,  Studj  di  filologia  italiana,  Palermo  1877,  p.  166. 


390  Giov.  Flechia» 

e  ne  porge  la  definizione,  (orna  poscia  a  ripeter  questa  con  altre 
parole  sotto  verdone,  senza  pur  nominar  calenzuolo.  Ora  a  me 
pare  che  il  meglio  sarebbe  stato  dire  semplicemente,  sotto  ca- 
lenzuolo :  «  nome  che  i  Fiorentini  danno  alla  specie  d' uccello 
più  comunemente  nota  sotto  quello  di  verdone  »  ;  e  a  scanso  di 
ripetizioni,  sotto  questo  soltanto  darne  la  definizione. 

Avvenendomi  di  citar  calenzuolo,  ne  colgo  volentieri  occa- 
sione per  notare  come  qui  veniamo  ad  avere  calzantissimo  esem- 
pio di  voce  fiorentina  la  quale,  al  parer  mio,  contro  la  regola 
generale  deve  nell'uso  comune  degl'Italiani  ceder  luogo  all'e- 
quivalente verdone  adoperato,  come  si  disse,  in  una  parte  della 
Toscana  e  in  quasi  tutta  l'altra  Italia;  e  ciò  non  tanto  perchè 
questo  nome  sia  proprio  di  pressoché  l'universale  della  nazione, 
quanto  perchè  esso  importa  vivo  un  concetto  generale  e  carat- 
teristico dell'oggetto  designato,  il  quale  dà  così  a  questo  vo- 
cabolo la  qualità  essenzialmente  propria  del  nome  considerato 
nella  primitiva  sua  applicazione  e  lo  rende  meglio  atto  a  ri- 
spondere al  sentimento  universale,  dove  calenzuolo  è  nome  che 
per  sé  stesso  non  potrebbe  più  avere  implicitamente  alcun  va- 
lore nella  coscienza  degl'Italiani,  e  potrebbe  quindi  applicarsi  a 
dinotare  tanto  un  essere  di  color  verde  come  di  altro  qualsiasi 
colore,  e  cade  perciò  nel  novero  delle  voci  che  quanto  al  si- 
gnificato intrinseco  e  primitivo  si  possono  dir  morte  in  perpetuo 
o  solo  capaci  di  vita  fittizia,  racquistata,  per  cosi  dire,  mediante 
la  galvanizzazione  dell'etimologista  ^. 

Ma,  ci  si  dirà,  volete  voi  dunque  cassare  dal  vocabolario  il 
nome  calenzuolo,  già  usato  da  buoni  scrittori,  e  privar  quindi 
la  lingua  di  una  voce  leggiadra  e  di  conio  al  tutto  italiano?  — 
Mainò!  Viva  pur  questo  vocabolo  cosi  sulla  bocca  dei  Fioren- 
tini come  nella  penna  degli  Italiani;  ma  si  usi  solo  mediante 
una  data  restrizione;  cioè,  mentre  la  parola  verdone  sarà  ado- 
perata cosi  nella  scrittura  come  nel  parlare  in  cose  d'uso   ge- 


*  Non  è  questo  il  luogo  d'indagar  l'etimologia  di  calenzuolo;  ma  non  du- 
bito d'affermare  come  questa  voce  non  si  possa  etimologicamente  sconnet- 
tere dal  bolognese  cavrenzól  o  cavrinzòl  (verdon  cavrinzol  =  verdone),  la 
qual  forma  sembra  più  vicina  alla  primitiva  che  non  la  fiorentina. 


Note   diverse.  391 

nerale,  cotidiano,  pratico,  positivo,  nazionale,  il  calenzuolo  dei 
Fiorentini,  come  anche  il  verdello  dei  Senesi  (che  pure  avrebbe 
meritato  di  essere  registrato  od  almanco  in  qualche  modo  accen- 
nato, e  non  fu,  dal  Fanfani;  e  che,  dove  non  ci  fosse  verdone, 
sarebbe,  per  le  ragioni  sopra  dette,  meglio  atto  a  diventar  na- 
zionale che  calenzuolo  non  sia)  si  riserbino  per  quelle  scritture 
dove  la  favella  pellegrina  e  più  o  meno  artifiziata  non  solo  non 
è  difetto  ma  è  talvolta  pregio  o  necessità,  come  principalmente 
accade  nella  poesia  ;  ed  anche  in  quelle  prose  che,  destinate  spe- 
cialmente a  lettori  di  più  squisita  cultura,  affettano  quell'attici- 
smo od  urbanità  della  lingua  che  negli  antichi  Toscani  era  na- 
tura ma  che  può  solo  attuarsi  come  opera  d'arte  dai  non  Toscani 
d'ogni  età  e,  sto  per  dire,  eziandio  dai  Toscani  moderni.  Né  si 
creda  che  con  questo  uso  comune  di  voci  non  fiorentine  od  anche 
non  toscane  si  venga  a  porgere  argomento  contro  la  fiorentinità 
0  la  toscanità  dell'italiano;  perocché  quando  pure  verdone  non 
fosse,  come  è  veramente,  proprio  eziandio  di  una  parte  della 
Toscana,  esso  avrebbe  pur  sempre  il  marchio  della  toscanità 
nella  forma,  la  quale  non  sarebbe  né  siciliana  {virduni),  ne 
piemontese  {verdon),  né  quale  altra  particolare  possa  esservi 
in  un  qualunque  dialetto  non  toscano,  ma  si  foggiata  in  guisa 
atta  a  rispondere  a  quel  tipo  che  gl'Italiani  per  mezzo  della 
comune  favella,  formalmente  originata  dal  dialetto  toscano,  ven- 
gono nella  loro  coscienza  a  riconoscere  come  tipo  della  lingua 
nazionale,  e  che,  storicamente  parlando,  è  tipo  primitivamente 
toscano. 

2.  sen.  capifuoco. 

Già  nel  suo  Vocabolario  della  lingua  italiana  (1855)  il  Fan- 
fani aveva  dato  questa  voce  senese ,  sinonima  del  fiorentino 
alare,  come  formata  nella  sua  prima  parte  non  già  da  capo 
secondo  che  vorrebbe  la  naturale  sua  interpretazione,  ma  bensì 
dal  verbo  capere,  vedendoci  egli  un  composto  equivalente  a 
chiudifaoco.  Questa  singolare  e  al  tutto  speciosa  etimologia  venne 
combattuta  con  assai  validi  argomenti  dall'amico  mio  Prospero 
ViANi  nel  Dizionario  di  pretesi  francesismi  ecc.  Ma  le  furon 
parole  al  vento.  Il  Fanfani,  senza  darsene  minimamente  per  in- 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  26 


392  Giov.  Flechia, 

teso,  ripete  testualmente  quella  sua  etimologia  nel  Vocabolario 
dell'uso  toscano.  Le  ragioni  addotte  dal  Viani  mi  pajono  più 
che  sufficienti  per  provarne  l'insussistenza  ;  ma  siccome  il  grande 
argomento  del  Fanfani  è  che  al  singolare  dicesi  capifuoco  e  non 
capofuoco,  quasi  che  non  si  dicesse  anche  capinero,  capipopolo, 
capitombolo,  capitorzolo  ecc.,  e  non  fosse  anzi  una  proprietà 
del  toscano  e  dell'italiano,  ereditata  dal  latino,  il  terminare  ge- 
neralmente in  -i  la  prima  parte  di  tali  composti,  come  verbi- 
grazia  in  caprifico,  coditremola  (cfr.  Flechia,  Arch.  II  325), 
pettirosso  e  va  dicendo;  e  quasi  che  l'idea  di  capo  in  cosifatti 
arnesi  non  fosse  assai  naturale,  e  non  rinchiudesse  fuor  d'ogni 
dubbio  il  capitone  degli  aretini  ^,  che  il  Redi  reca  nel  suo  '  Vo- 
cabolario' e  il  Fanfani  registra  ancora  egli  come  sinonimo  di 
alare',  cosi  agli  esempj  della  forma  singolare  di  capofuoco  già 
allegati  dal  Viani  ne  aggiugnerò,  oltre  all'ancora  non  citato  ca- 
pofuoco dei  Napolitani,  un  altro  pur  non  avvertito,  che  pel  Fan- 
fani dovrebbe  essere  di  grandissimo  peso,  perocché  io  lo  tolgo 
dall'antico  senese,  cioè  da  quel  dialetto,  donde  appunto  venne 
ad  introdursi  nel  vocabolario  la  parola  capifuoco.  Quest'esempio 
trovasi  nell'inventario  del  1492  della  Compagnia  della  Madonna 
sotto  le  volte  dello  Spedale  di  Santa  Maria  della  Scala  di  Siena, 
pubblicato  dal  De  Angelis  {Capitoli   dei  Disciplinati  della  Ve- 


*  Non  credo  che  sia  punto  ammissibile  l'etimologia  data  dal  Parenti  e 
citata  dal  Viani  dell'equivalente  cavedone  o  caudone  modenese,  fatto  ve- 
nire dal  lat.  caudes.  Cavedone  e  caudone,  o,  diremo  piuttosto,  cavedon  e 
caudon  non  possono  essere  altro  che  due  forme  vernacolari  di  quel  mede- 
simo nome  di  barbara  latinità  (capito,  capitonis)  che  nell'aretino  suona 
capitone  e  che  nell'Italia  settentrionale  prende  le  forme  che  porta  la  natura 
de' suoi  dialetti,  quali  sono  per  es.  il  caveon  dei  Veneziani,  il  cavedó  dei 
Bresciani,  il  cavdon  dei  Parmigiani,  Bolognesi,  ecc.  E  perciò  cavedon  sta 
a  capitone  come  cavester  a  capestro;  e  caudon  non  può  essere  altro 
che  un  sincopamento  di  cavedon,  come  lo  sono  per  es.  caudein  di  cave- 
dei»  =  capitino  (capezzolo),  caudagna  di  cauerfa^na  =  capitania;  sincopa- 
mento per  cui  la  semivocale  v  venendo  in  contatto  immediato  colla  seguente 
consonante  passa  naturalmente  nella  corrispondente  vocale  u,  come  ciò 
scorgesi  essere  intervenuto  verbigrazia  nel  latino  fautor  da  favtor  (fa- 
vitor),  lautus  da  lavtus  (*lavitus,  participio  di  lavere),  gaudeo  da 
gavdeo  (*gavideo:  cfr.  gavisus). 


Note  diverse.  393 

nerabile  Compagnia  ecc.,  Siena,  1818,  in  8",  pag.  130,  num.  194), 
dove  si  legge  :  uno  capofuoco  vecchio  e  rugginoso.  Che  ne  dice 
il  sign.  Fanfani?^  Vorrà  egli  ancora  credere  che  osti  alla  deri- 
vazione da  capo  la  forma  singolare  di  capifuoco  ? 

3.    lemhrugiare.    lemhrugio. 

Registrati  entrambi  distintamente  e  senza  accenno  di  connes- 
sione tra  loro,  sebbene  il  primo,  che  il  Fanfani  presenta  solo 
come  proprio  dei  Pistojesi,  abbia  al  tutto  l'aspetto  di  verbo  de- 
nominativo derivato  dal  secondo  ch'egli  reca  come  usato  dai 
Lucchesi  e  dai  Pistojesi.  Hanno  essi  veramente  i  Lucchesi  sol- 
tanto l'uno  e  non  l'altro  ?  Ciò  pare  inverisimile.  Ecco  intanto 
un  nome  ed  un  verbo  che,  se  non  piglio  errore,  non  hanno 
corrispondente  nella  lingua  comune,  e  che,  in  difetto  di  meglio, 
potrebbero  essere  adottati  dal  vocabolario  comune.  Dico  in  di- 
fetto di  meglio,  sembrandomi  poco  probabile  che  manchino  di 
voci  equivalenti  il  fiorentino  e  le  restanti  varietà  di  volgare  to- 
scano, mentre  le  posseggono  altri  dialetti  d'Italia  come  verbi- 
grazia  il  piemontese  che  ha  susnè,  susnon,  rispondenti  appunto 
di  significato  a  lemhrugiave,  lembrugio,  ma  diversamente  ori- 
ginate, perocché  nel  parlar  subalpino  il  nome  è  manifestamente 
un  derivato  del  verbo,  mentre  il  contrario  sembra  aver  luogo 
nel  toscano.  Ho  detto  credere  che  non  vi  siano  voci  equivalenti 
nell'italiano  e  in  questo  mio  credere  mi  conferma  il  non  ve- 
derne citati  dal  Fanfani,  il  quale  dà  poi  delle  due  voci  defini- 
zioni piuttosto  vaghe  e  non  al  tutto  concordi,  tanto  che  io  re- 
puto essermi  fatto  un  giusto  concetto  del  loro  significato  piut- 
tosto ajutato  dalle  voci  piemontesi  che  non  mercè  di  esse  di- 
chiarazioni. Le  quali  sono  le  seguenti  :  cioè  per  lembrugiare 
«andare  attorno  per  un  luogo  dove  si  prepara  desinare  o  cena 
per  vedere  di  assaggiare  qualcosa  di  ghiotto  »  ;  e  per  lemhru- 
gio :  «  colui  che  è  avido  di  cibi  e  vivande  delicate,  ghiotto,  go- 
loso».  Nel  piemontese   susnè   (e  in   varietà   provinciali   anche 


*  [Questa  pagina   evidentemente  fu    scritta  anteriormente   alla    morte  di 
Pietro  Fanfani.] 


394  Giov.  e  Gius.  Flechia,  Note  diverse. 

suste)  suona  «  guardare  con  certa  avidità  quasi  supplichevole  e 
manifestata  principalmente  dall'espressione  del  volto  (secondo 
che  fanno  specialmente  i  ragazzi  e  i  cani)  persona  che  mangi 
cose  ghiotte  od  anche  che  mangi  semplicemente  »  ;  e  per  esten- 
sione «bazzicare  o  aggirarsi  intorno  a  luoghi  o  persone  con 
fine  di  cavarne  qualcosa  da  mangiare  »  ;  susnon  [suston)  sta  poi 
a  susnè  {suste)  come,  verbigrazia,  mangione  a  mangiare,  ciar- 
lone a  ciarlare  ecc.  Come  ognun  vede,  i  verbi  agognare^  ap- 
petire, golare  ecc.  e  loro  derivati  hanno  senso  troppo  generico 
perchè  possano  considerarsi  quali  corrispondenti  a  lembrugiare 
e  susnè;  e  sarebbe  quindi  da  cercare  se  il  dialetto  toscano  non 
abbia  qualche  altro  equivalente,  e  in  caso  affermativo  scegliere 
quello  che  può  parere  il  meglio  adatto  à  far  parte  della  lingua 
comune.  Altrimenti  si  potrebbe  accettare  senza  più  lemhrugio  e 
lembrugiare,  salvo  il  caso  che  qualche  dialetto  non  toscano, 
massime  dell'Italia  meridionale,  avesse,  da  somministrare  all'uopo, 
voci  equivalenti,  di  chiaro  significato  e  di  forma  italiana  o  fa- 
cilmente itàlianabile. 

[Continua.] 


genov.  umiu. 

Detto  di  persona,  vale  'affabile,  socievole,  compunto,  ecc.';  detto 
di  cose:  'morbido,  tenero'.  È  il  lat.  humilis,  con  la  solita  ridu- 
zione di  terza  in  seconda;  onde  hùmero  nell'ant.  genov.,  e  normal- 
mente wniu  nell'odierno.  Nelle  antiche  'Prose  Genovesi',  è  frequente 
1'  humero  nella  schietta  accezione  di  '  umile  '  ;  cosi  :  sposa  humera 
53''  I,  ecc.  Ma  c'è  un  passo,  in  cui  è  come  profittato  della  massima 
differenza  che  interviene  tra  il  valore  proprio  ed  il  metaforico,  cioè 
tra  'umile'  e  'morbido',  ed  è  questo:  dixe  sani  bernardo,  che  lo  pu 
aspero  cardon  si  fa  lo  drapo  pu  humero,  cosi  pu  aspero  habito  et 
vestimenie  si  fa  la  mente  pu  casta  et  pu  humera,  IP,  pag.  17;  tal 
quale  come  odiernamente  si  direbbe  :  se  fa  u  drappu  cu  umiu  (mor- 
bido). L'originale  latino:  asperior  carduus  pannum  facit  le  ni  or  em 
sicut  asper  habitus  carnem  facit  castiorem. 

Giuseppe  Flechia. 


APPENDICE 

ALLE  PAGINE  303-326  DEL  PRESENTE  VOLUME. 


L'anticipata  distribuzione  delle  pagine  qui  sopra  citate  ha  portato 
con  sé  che  la  molta  benevolenza  di  parecchi  compagni  di  studio  mi 
desse  modo  di  approntare  quest'Appendice  in  tempo  ancora  di  stam- 
parla nella  stessa  puntata  in  cui  le  dette  pagine  son  contenute. 

I.  Continuatori  neolatini  di  Ipsu-. 

Pag,  306.  —  Il  termine  più  settentrionale  a  cui,  per  quisso  quessa, 
mercè  la  squisita  cortesia  del  Monaci  mi  sia  dato  di  arrivare,  è  rap- 
presentato da  un'antica  Passione  inedita  di  Foligno.  Cfr.  l'annota- 
zione che  segue,  sulla  fine. 

Pag,  306-7.  —  Circa  la  genesi  di  esso  'colà,  costà',  il  de  Lollis, 
secondo  che  dalle  sue  lettere  amorevoli  mi  è  dato  di  raccogliere,  ha 
un  suo  particolare  pensiero,  che  certamente  è  degno  di  molta  con- 
siderazione. 

Non  si  rassegna  egli  dunque  a  creder  necessaria  una  base  en-'ssu 
per  ispiegare  l'abruzzese  esse,  o  il  reatino  esso,  e  le  altre  forme  dia- 
lettali, analoghe  e  sinonime  ('colà,  costà').  E  dice:  «Poiché  eccu 
«  [ekke  ecc)  si  mantiene  in  codeste  zone  con  valore  di  avverbio  di 
«luogo,  non  saranno  esse  ecc.  semplicemente  plasmati  su  eccu,  colla 
«  materia  prima  di  ip  s  u?, . ,  S'aggiunge,  che  qualche  dialetto  abruzzese 
«  di  contro  a  cUéhkuóe  ci  dà  di^ste,  dove,  secondo  me.  Vie  contrastante 
«alla  base  ist-  non  può  essere  che  per  influsso  deìVie  legittimo  nella 
«continuazione  di  eccu;  e  ciò  sta  a  dimostrare  la  prepotenza  eser- 
«  citata  da  eccu  su  ist-,  ed  eventualmente  suips-,  adattati  all'ac- 
«  cezione  avverbiale,  — , . .  L'abruzzese  ha  :  akhelld  (in  qualche  zona  : 
«  akhulld)  asselld,  alleld  =  qui  (non  lungi  di  qui),  costà,  colà,  E  questi 
«  ass-  ali-  non  saranno  essi   ricalcati  su  akk-ì  E  quest'assoluta  di- 


396  Ascoli, 

«  pendenza  delle  ultime  due  forme  dalla  prima,  non  varrà  a  confer- 

«  mare  quella  che  io  pretendo  sentire  di  psse  elle  da  ekke  ?  » 

Ora,  io  spero  che  il  de  Lollis  abbia  a  continuare,  appunto  nel- 
l'Arch.  glottoL,  il  discorso  che  gli  è  piaciuto  d'incominciare,  per  let- 
tera, con  me.  Ma  dico  intanto,  che  l'affermazione  del  D'Ovidio,  se- 
condo la  quale  esso  risale  ad  *én-sso  (=»én-ipsu),  sempre  ancora 
mi  seduce,  in  ispecie  per  il  fatto  dell'avv.  elio,  il  quale  patentemente 
risale  a  *èn-llo  (=  én-illu).  E  dico  insieme,  che  questa  affermazione 
punto  non  esclude  l'influenza  di  eccu  a  cui  ricorre  il  de  Lollis,  ma 
ben  potrà  mantenerla  ne'  giusti  suoi  limiti.  Mi  par  cioè  molto  pro- 
babile, dopo  le  considerazioni  del  de  Lollis,  che  l'è  originaria  di 
éllu  sia  facilmente  e  perciò  anticamente  passata  in  e,  per  la  spinta 
che  ad  ellu  veniva  da  eccu,  cosi  prossimo  ad  ellu  per  la  ragion 
fonetica  é  la  semasiologica.  E  avrà  finito  per  risentirsene  anche 
én-'ssu.  Ma  il  pensiero  del  de  Lollis  mi  pare  che  ecceda  nel  volere 
che  l'avverbio  esso  sia  semplicemente  un  issu  con  l'iniziale  modi-" 
fìcata  per  l'attrazione  di  eccu.  Mancherebbe  allora  nell'avv.  esso  quel 
fattore  semasiologico  che  s'ha  cosi  manifèstamente  nell'avv.  elio.  — 
Per  la  geografia  di  elio ^  posso  poi  aggiungere  la  seguente  notizia: 
«In  Val-d'-Orcia  ho  udito  elio  -a,  -i  -e,  che  in  Val-di-Chiana  sono 
«  décculo  -a,  -i  -e  »  ;  e  né  ringrazio  molto  cordialmente  l'autore  (F.-G. 
Pumi).  Par  quasi  un  avverbio,  analogicamente  declinato;  ma  questa 
declinabilità  dev'essere  un'illusione  e  trattarsi  non  d'altro  che  della 
enclisi  del  pronome  {ello-lo  ecc.),  la  quale  provoca,  per  dissimilazione, 
la  perdita  di  una  sillaba;  cfr.  nel  reatino:  ellobi  elloli  ellola  ellole, 
allato  a  eccolu  eccoli  ecc.,  essolu  ecc.  E  risaliamo,  pur  con  l'avv.  elio, 
allo  stesso  limite  settentrionale  che  vedevamo,  sul  principio  di  questa 
Appendice,  raggiungersi  per  quisso  quessa  mercè  d' un  vecchio  testo 
folignese. 

Pag.  314  n.  —  Questa  Noterella,  a  giudicar  da  certe  osservazioni, 
avrebbe  richiesto  un  più  largo  svolgimento  ;  ma  le  proporzioni  del 
discorso  non  l' avrebbero  facilmente  consentito.  Se  io  non  mi  acquie- 
tava a  nessuno  degli  anteriori  tentativi  intorno  al  curioso  obliquo 
provenz.  fem.  lieis  leis  'lei',  ai  quali  alludevo,  ciò  naturalmente  non 


Appendice  alle  pp.  303-326.  397 

avveniva  se  non  dopo  averli  attentamente  studiati  uno  per  uno.  Cosi 
l'acuta  dichiarazione  del  Thomas,  Roman.  XII  334,  che  postula  un 
*illaeius,  mi  par  sempre  che  provochi,  a  tacer  d'altro,  l'obiezione, 
già  accampata  dal  Meyer-Lùbke,  II  25,  del  perchè  s'avesse  a  man- 
tenere il  -s  di  *illaeius  e  non  quello  di  illius^.  Per  me  è  come  di 
'persuasione  istintiva'  che  il  monosillabico  Ijeis  leis  del  provenzale 
non  si  possa  disgiungere  dal  monosillabico  Ijess  [less)  del  grigione;  e 
circa  la  natura  dell' e  nelle  forme  provenzali  (un  particolare  per  il 
quale  mi  son  giovato  della  cortese  amicizia  di  Vincenzo  Crescini), 
confesso  d'essermi  accontentato,  e  accontentarmi  sempre,  della  con- 
siderazione che  leis  rimi  di  frequente  con  voci  in  'eis  estreit',  pen- 
sando per  Ijeis  [lieis]  al  naturalissimo  influsso  dei  sinonimi  lei  lin^  i 
quali  rivengono  ad  illae-i.  Sentirò,  del  resto,  ben  volentieri  quel  che 
ancora  mi  si  possa  dir  contro,  —  Il  de  Lollis  si  fermava  alla  dif- 
ficoltà, da  me  stesso  avvertita,  che  in  Ijeis  leis  ci  mancherebbe  Y  -a 
caratteristico  del  genere;  difficoltà  che  maggiormente  egli  sentiva,  nel 
considerare  mezeissa  accanto  a  mezeis.  Ma  va  d'altronde  considerato, 
che  mezeissa  è  nelle  tranquille  condizioni  della  declinazione  nominale, 
laddove  Ijeis  leis  proviene  dal  molto  agitato  paradigma  di  un  pronome 
di  terza,  senza  poi  ripetere  che  ha  nella  prima  sua  parte  una  tal 
quale  distinzione  del  genere,  distinzione  a  cui  met-  non  si  prestava. 
Né  si  deve  finalmente  dimenticare,  che  punto  non  è  logicamente  ne- 
cessario il  postulare  un  ipsam  per  la  seconda  parte  dell'obliquo  com- 
posto che  è  da  noi  riaff'ermato,  restando  sempre  aperta  la  via,  per 
la  quale  s'era  messo  primamente  il  Diez,  e  sarebbe  di  vedervi  un 
ipsi  od  ipsae. 

II.  Di  sano  per  intiero. 
Pag.  318-20.  —  Non  avendo  io  potuto  ricavare,  dai  vocabolarj  a 
stampa,  esempj  di  sano  per  intiero.^  provenienti   da  scritture  verna- 


'  Circa  la  presunzione,  da  altri  espressa  recentemente,  che  resti  oggi  an- 
cora qualche  traccia  dell'antico  lieis,  sia  qui  per  incidenza  notata  la  con- 
traria affermazione  dei  Chabaneau,  Gramm.  limous.,  p.  178,  il  quale  ha 
forse  appunto  alimentato  quella  presunzione,  col  suo  paradigma  a  p.  176. 


398  Ascoli, 

cole  n  apolitane  più  o  meno  vecchie,  ricorsi  alla  provata  bontà  di 
Enrico  Cocchia,  il  quale  riuscì  a  ottenermi  quanto  segue  dal  lessico 
napolitano,  tuttora  inedito,  del  compianto  Emanuele  Rocco.  Mi  provo 
a  distribuire  gli  esempj  secondo  le  tre  categorie  che  a  suo  luogo  di- 
stinguevo, e  noto  che  nella  seconda  categoria  può  parere  che  anche 
si  scivolasse  alla  mera  significazione  di  'pieno'.  Per  l'età  degli  Au- 
tori, si  posson  vedere  le  'Tavole'  che  son  premesse  al  Vocabolario 
del  D'Ambra. 

1 .  Fasano  :  mente  la  lanza  stette  sana,  Gerus,  3,34;  Capasso 
Nic.  :  vo  vede  si  sso  cuorno  è  rutto  o  sano,  Son.  190.  —  2.  Sgrut- 
TENDio:  voze  sentire  tutta  sana  la  storia  de  le  disgrazie,  Tiorba, 
3,  2  1  ;  Fasano  :  no  munno  avite  sano  sano  de  perzune,  Gerus., 
12,  54;  le  celate  sane  sane,  ib.,  14,47;  Capasso  Nic.:  e  noe  ha 
lassato  mponta  sano  sano  /  no  tierzo  de  revietto  de  velluto  ~  ; 
VoTTiERo:  me  faggio  magnata  sana  sana,  Specch. ,  109.  — 
3.  La  Violeide:  ma  tu  lo  puoje  sentì  no  mese  sano,  Vern.,  6; 
Cerlonb:  na  nottata  sana,  Clor.,  1,1;  Villani  [Ant.]:  sana  sana 
nce  vorria  pe  contarle  na  semmana,  Ep.,  122. 

Pag.  319.  —  Molto  vivo  era  poi  il  mio  desiderio  di  conoscere,  se, 
di  là  dai  confini  dell'Italia,  e  in  ispecie  nella  Spagna,  si  ritrovasse 
sano  per  intiero  anche  nelle  accezioni  che  segnavo  coi  numeri  2  e  3. 
Una  preziosa  raccolta  di  vecchi  esempj  spagnuoli,  che  ora  fo  se- 
guire, ci  mantiene  esclusivamente  all'  accezione  che  segnavo  col  nu- 
mero 1.  Devo  questa  raccolta  al  principe  dei  filologi  spagnuoli,  il 
CuERVo,  e  mio  grazioso  intercessore  presso  di  lui  è  stato  il  Teza. 

Otrosi  non  ha  de  ser  consagrada  de  cobo  [la  iglesia]  si  la 
derribasen  i^oco  d  iwco,  et  la  fiiesen  asi  lahrando;  ó  si  lodo  el 
techo  se  derrihase  ò  se  quemase,  et  fincasen  las  paredes  sanas 


'  Dello  stesso  autore,  e  dall'opera  stessa,  questi  altri  due  esempj  ancora, 
dove  non  discerno  con  sufficiente  precisione  il  significato  di  «  sano»:  ha 
de  cestunia  [testuggine]  no  coperchio  sano,  1,  ì;  avesse  trovato  lo  lino  sano 
sano  e  le  casce  vacante  [casse  vuote],  4,  4. 

^  Questo  esempio  ricorre  pur  nel  D'Ambra;  s.  'revietto',  orlo,  orlatura. 


Appendice  alle  pp.  303-326.  399 

(Partidas,  I,  10,  19:  Tomo  I,  p.  370,  Madrid,  1807).  -  Sepa 
que  ha  otro  seso  encobierto;  ca  si  non  lo  supiere,  non  le  terna 
prò  lo  que  lei/ere;  asi  corno  si  home  levase  nueces  sanas  con 
SUB  cascas,  que  non  se  puede  dellas  aprovechar  fasta  que  las 
parta  è  saque  dellas  lo  que  en  ellas  yace  (Calila  é  Dymna, 
proL:  Bibl.  de  Rivad.  LI,  p.  IP).  -  E  si  tomaren  cabrio,  o 
madera  de  casa,  o  madera  de  cubas,  o  de  arcas,  o  de  trillos, 
0  d'escanos,  o  de  carros   o  de  carretas  sanas,  o  quebradas, 
0  otra  maderade  casa...  (Fuero  Viejo  de  GastiUa,  I,  8, 
4:  p.  43,  Madrid,  1771).  -  Le  parole  di  Svetonio    (Tib.  68): 
'articulis  ita  firmis,  ut  recens  et  integrum  malum  digito  te- 
rebraret',  son  cosi  tradotte  nella  Crònica  General  (I,  108: 
fol.  74  v°,   Zamora,  1541):  Los  artejos  de  las  manos  muy  fir- 
mes,asyquetomava  vna  grand  mangana  sana  e  verde  e  pas- 
sauala  de  parte  a  parte.  -  En  aquel  ano  fue  destroyda  en 
iierra  de  Ponto  la  gibdad  de  Neogesarea,  que  non  finca  y  mnguna 
cosa  sana  sy  non  la  yglesia  solmente  (Cronica  General,  I, 
144:  fol.  127  r°,  Zamora,  1541).  -  Se  romper  lo  que  està  sano,! 
Sé   al  pan  dar  una  mano,  /  Si  de  corner  tengo  gana  (Juan  de 
TiMONEDA,  en  MoRATiN,  Origones  del  teatro  esp.:  Bibl.  de  Ri- 
vad. II,  p.  289»=).  —  Queriendo  alimpiar  la  cana  del  polvo,  puso 
la  punta  mas  delgada  della  en  iierra,  y  cargo  tanto  la  mano, 
2ue  saltaron  dos  pedazos,  que  cada  uno  seria  del  tamano  de 
un  dedo  de  la  mano...   Y  acudiendo  afuera  un  Mjico  desta  se- 
nora,  y  viendo   la  cana  entera,  volvió  cernendo  a  su  madre, 
diciendo,  Senora,  la  cana  està  sana;  la  caTta  està  sana  (Fr. 
Luis  DE   Granada,  Introducción   del   simbolo  de  la  fé, 
II    cap.  27,  §  14:  II,  p.  184,   Salamanca,  1588.  -   Entonces 
ereyó  que  el  anillo  se  habia  quebrado,  y  asi  podia  haberse  ca- 
ldo.  Y  tornandolo  en  la  mano,  vio  que  estaba  entero   y  sano 
(Id.  ib.  IV,  1,  5;  IV,  p.  18,  stessa  ediz.).  —  Dispón  desde  lioy 
mas,  amigo  Sancho,  de  seis  camisas  mias  que  te  mando,  para 
que  hagas  otras   seis  para  ti,  y  si  no  son  todas  sanas,  a  lo 
menos  son  todas  limpias  (^Cervantes,  Quij.  II,  69:  fol.  264  v°. 


400  Ascoli , 

Madrid,  1615).  —  Los  arroyos  que  argentati  /  Las  partes  que 
frecuentan,  /  Cristales  mil  que  crian,  /  0  sanos  lor  envian,  j  0 
rotos  los  aiimenian  (de  Villegas,  Eróticas,  I,  1,  cani.  19; 
I,  p.  170,  Madrid,  1797).  —  /  Con  cuànto  gusto  ven  todos  las 
sutilezas  de  un  jugador  de  manosi...  queinar  un  panuelo  con 
llamaviva,  y  mostrarle  sano...  (Quevedo,  Providencia  de 
Bios:  Bibl.  de  Rivad.  XLVIII,  p.  196^-'0. 

P.  322  n.  —  Dell'assai  probabile  esistenza  di  un  avverbio  d'antica 
età:  bone  =  bene,  non  s'è  qui  potuto  toccare  se  non  con  brevissime 
parole.  Ed  è  un  argomento  che  ne  richiederebbe  molte,  come  altri 
vorrà  forse  mostrare  in  queste  stesse  pagine.  Quando  si  tratti  di  fa- 
velle in  cui  l'atona  finale  di  -no  -ne  si  dilegui  anche  fuor  della  pro- 
clisi {un  omo  bon;  el  fa  ben),  allora  avviene  che  bon  nella  funzione 
di  ben  ci  lasci  spesso  incerti  se  piuttosto  di  un  continuatore  di  *bone 
non  vi  si  abbia  Taggettivo  bono  ridotto  modernamente  (e  per  diverse 
vie)  ad  apparenze  avverbiali;  come  per  esempio  nel  caso  di  un  bon 
esclamativo,  che  equivalga  logicamente  a  un  avverbiale  bene!,  ma  al- 
tro pur  non  sia  se  non  buono!  (buona  cosa!).  In  una  categoria  con- 
genere entrerà,  con  altri,  anche  il  port.  bom,  di  està  botn  =  està  bem. 
Ma  una  molto  ferma  presunzione  per  èon  =  *bone  s' ha  all'incontro 
nelle  locuzioni  dove  bon  resta  immutato  accanto  al  verbo ,  qual  pur 
sia  il  genere  o  il  numero  del  soggetto,  come  avviene  nel  venez.  'pa- 
rer bon  0  nel  friul.  pare  bon.,  'far  buona  figura'.  Per  l'Italia  meridio- 
nale, a  cui  eravamo  condotti  dal  nostro  discorso,  méritan  grande  con- 
siderazione i  modi  sul  tipo  di  'tres  homines  bono  doctos  de  loco' 
che  il  De  Bartholomaeis  raccoglieva  qui  sopra  a  pag.  327.  Ivi  è  pro- 
prio *bone,  ed  è  insieme  l'avverbio  che  volge  a  un'accezione  ag- 
gettivale. Dall'altra  estremità  dell'Italia,  mi  sovveniva  il  Giacomino 
di  un  bon  fag  'ben  fatto'  in  ant.  astigiano,  cioè  nell'Aliene:  s'o  steissi 
attent...  a  savei  quant  a  l'andrà  via,  sarà  bon  fag  per  pu  sureza  (ed. 
mi!.,  p.  69);  e  speriamo  che  non  rimanga  troppo  isolato.  —  Nel  vec- 
chio Forcellini  s'avetà  addirittura  l'articolo  bone,  con  l'avvertenza 
che  Gifanio,  editore  di  Lucrezio,  oltre  l'autorità  di  vecchi  codici,  al- 
legasse quella  di  Carisio   grammatico  (un   cristiano  della  Campania); 


Appendice  alle  pp.  303-326  401 

ed  è  come  dire  che  il  Forcellini  o  i  suoi  collaboratori  avessero  fru- 
gato indarno  nei  libri  di  quel  grammatico;  né  io  m'ebbi  maggior 
fortuna. 

Pag.  322.  —  Modi  da  potersi  rendere  indifferentemente  per  'va  con 
Dio!'  oppure  'va  al  diavolo!'.  Gfr.  Lorenzino  de' Medici  nell",Arido- 
sia',  atto  primo,  scena  terza:  «vatti  con  Dio  in  malora,  fa  quel  che 
ti  piace. » 

III.    VARIA. 

P.  324  n.  —  Circa  ora  in  accezion  plurale,  cfr.  Meyer-Lùbke,  It.  gr. 
p.  202.  —  P.  325.  Già  il  Salvioni,  Studj  di  fìlol.  romanza,  VII  205: 
«...  rom.  cantdmio,  la  cui  storia  non  si  separa  da  quella  di  canta- 
«vio,  cantavate,  e  dev'essere  questa:  da  cantàvivo  s'avea  per  dissi- 
«  milazione  cantdvio,  e  su  questa  forma  andò  modellandosi  anche  can- 
«  tdvimo,  riducendosi  a  cantdmio ...  ». 

p.  ;326.  —  L'etimologia  qui  proposta  del  venez.  bigdlo,  è  parsa 
molto  limpida  al  Nigra  '•,  il  quale  si  compiaceva  di  attutire  il  mio 
scrupolo  circa  la  scarsa  presenza  in  età  latina  e  la  scarsa  continua- 
zione in  età  neolatina  del  gr.  yocuXo-,  con  la  considerazione  seguente , 
suggeritagli  da  un  caso  molto  analogo:  «A  significar  la  mulctra, 
«  abbiamo  il  piem.  canav.  §dvja,  valdese  §dvì/o,  queirasch.  ^dveo  '  ca- 
«  tino  di  legno  o  terra  cotta  per  raccogliere  il  latte  e  anche  per  altri 
«usi  di  cucina'.  Ora,  qui  dovremo  pur  riconoscere  il  lat.  gabata 
«[gabatae]  ''g abita,  la  qual  voce,  comunque  s'abbia  a  intendere 
«  la  sua  relazione  col  ydlpaTa  del  greco  seriore,  non  ha  per  sé,  dagli 
«  Autori,  se  non  i  due  esempj  di  Marziale.  » 

P.  462  del  XIII  volume  {scoglio  ecc.).  —  Mi  sia  lecito  profittare 
di  questo  po'  di  spazio,  per  ricordare  un  altro  esempio,  in  cui  si  deve 
riconoscere  l'esito  lj  da  PL,  e  anzi  senza  l'ajuto  di  forme  in  cui  PL 
fosse  in  protonica,  esempio  che  rimase  stranamente  negletto  in  tanti 


»  Sia  in  quest'occasione  annotato,  allato  all'  it.  bic/oncio  ecc.,  l'abruzzese 
2njoncf  'tini  stretti  e  alti  che  si  caricano  sull'animale,  legandoli  ai  fianchi 
del'  basto'  (De  Bartholomaeis),  curioso  per  la  sorda  iniziale. 


402  Ascoli,  Appendice  alle  pp.  303-326. 

contrasti  intorno  a  scoglio.  Lo  dobbiamo  al  Mussafia,  beitr.  09,  che 
per  l'istr.  [e  triest.]  scajo,  venez.  scagio  [^skago],  'ascella',  proponeva 
la  base  scap[u]la,  ridotta  al  mascolino,  com'è  ^'orecchio  a  uri  e  ala 
e  altrettali.  Poteva  rimanere  qualche  dilficoltà  circa  la  significazione, 
poiché  1'' ascella'  non  é  la  'scapola',  e  anzi  n' é  come  l'antitesi.  Ma 
soccorre  il  venez.  sottoscagio,  pur  citato  dal  Mussafia,  dove  non  ve- 
drei semplicemente  una  preposizione  concresciuta,  quasi  a  dire  'sotto 
l'ascella',  ma  propriamente  un  composto  con  sotto^  per  significare  'la 
sotto-scapola',  cioè  l'ascella.  Tramontato  l'uso  di  scajo  per  'scapola', 
il  'sotto'  parve  poi  superfluo. 

G.  I.  A 


Correzione.  —  Pag.  132,  1.  0-7.  Si  legga:  o  perchè  s'abbia  di  qua 
z  (sordo)  e  di  là  i  (sonoro). 


LA  LINGUA  DELL'ALIONE. 

DI 

CLAUDIO  GIACOMINO. 


I.  Cenno  preliminare. 

L'assunto  di  questo  mio  saggio  è  di  studiare,  sotto  il  rispetto  ge- 
netico ,  quella  forma  peculiare  di  dialetto  pedemontano  che  Giovan 
GrioRGio  Alione  adoperò  nelle  sue  Farse  carnovalesche.  Videro  que- 
ste per  la  prima  volta  la  luce-,  con  altri  componimenti  dell'Alione, 
nell'edizione  astigiana  del  1521,  e  ricomparvero  tal  quali  nella  stampa 
del  1560,  che  porta  la  data  di  Venezia.  Gravi  alterazioni  subi  poi  il 
loro  contenuto  nelle  edizioni  fattene  in  Asti  del  1601  e  in  Torino  del 
1628.  L'edizione  milanese  del  Tosi  (Daelli  e  comp. ,  1865),  condotta 
sulla  prima  astigiana,  si  limita  alle  sole  poesie  in  vernacolo,  esclu- 
dendo così  la  macaronea,  e  le  composizioni  francesi  ^  Altera  frequen- 
temente la  grafìa  dell'edizione  principe,  e  sciupa  il  senso  di  non  po- 
che frasi,  staccando  a  sproposito  gli  elementi  che  le  compongono  ;  tan- 
toché, senza  voler  punto  detrarre  ai  meriti  riconosciuti  del  valoroso 
uomo  che  l'ha  procurata,  si  può  affermar  senz'altro  che  per  lo  studio 
coscienzioso  dell'Alione  e  del  suo  dialetto  nativo  è  pur  sempre  d'uopo 
rifarsi  alla  prima  edizione  astigiana. 

A  questa  pertanto  io  m'atterrò  nel  mio  lavoro-;  il  quale,  dopo 
alcune  avvertenze  intorno  alle  scrizioni  (II),  conterrà  uno  sbozzo  fo- 
nologico (III),  uno  sbozzo  morfologico  (IV),  una  serie  di  note  lessicali 
(V),  e  un  capitoletto  concernente  le  attinenze  del  dialetto  dell'Aliene 
con  altri  volgari  circostanti  (VI).  Anticipando  su  quest'ultima  parte, 
sia  detto  sin  d'ora  che  l'antico  astigiano  (col  qual  nome  designere- 
mo il  volgare  dell'Alione)  risulta  strettamente  congiunto  col  gruppo 
monferrino,  a  differenza  della  odierna  parlata  d'Asti,  che  è  rimodel- 
lata quasi  per  intiero  sullo  stampo  del  volgare  torinese,  secondo  che 
facilmente  si  può  vedere  dalle  note  versioni  del  Papanti. 


*  Che  però  furono  pubblicate  a  parte. 

*  1  numeri  che  accompagnano  gli  esempj,  si  riferiscono  però  all'edizione 
milanese,  l'edizione  principe  non  avendo  lo  pagine  numerate. 


404  Giacomino, 

L'Alione  merita  sicuramente  pur  l'attenzione  dei  cultori  delle  di- 
scipline letterarie,  come  novatore  geniale  e  imaginoso  ch'egli  è;  e 
anzi  il  brio  del  dialogo,  la  verità  delle  pitture,  la  novità  delle  scene, 
che  distinguono  i  suoi  componimenti  drammatici,  non  hanno  forse 
riscosso  in  sino  ad  ora  tutte  quelle  lodi  che  realmente  son  loro  do- 
vute ^  Ma  non  minore  è  il  suo  pregio  sotto  il  rispetto  dialettologico, 
poiché,  mercè  l'ardimento  ch'egli  ebbe  di  sollevare  a  dignità  lette- 
raria il  vernacolo  della  sua  terra,  è  a  noi  dischiusa  una  larga  fonte 
di  parlar  monferrino,  più  di  quattro  volte  secolare.  Nell'arguta  parola 
del  nostro  poeta  si  rispecchia  cosi,  per  una  parte,  la  vita  di  quei 
tempi  assai  agitati  per  l'Astigiano  e  per  tutta  Italia,  tra  le  calate  dei 
re  di  Francia,  il  rimescolarsi,  nelle  nostre  terre,  di  Spagnuoli,  Fran- 
cesi e  Svizzeri,  lo  sgomento  per  l'appressarsi  dei  Turchi,  tra  una  folla 
insomma  di  avvenimenti  storici,  che  immette  come  una  nota  austera 
nelle  stesse  follie  carnascialesche  di  mariti  corbellati,  di  preti  amo- 
rosi, di  donne  cupide,  di  vecchie  ringalluzzite,  e  d'altri  soggetti  con- 
generi; e  dall'altra  rivive  una  fase  passabilmente  antica  di  quel  tipo 
dialettale  che  vige  tuttora,  con  maggiore  o  minore  integrità,  nell'ampio 
territorio  che  movendo  da  Mondovi  e  dalle  Laughe,  e  comprendendo 
pur  Acqui  ed  Alessandria  (un  tempo  anche  Asti),  si  stende  fino  ai 
colli  di  Casalmonferrato. 

Superfluo  avvertire,  che  il  presente  lavoro  sempre  si  riferisce,  per 
la  fonologia,  alla  trattazione  che  è  nel  II  voi.  dell'Archivio  glottolo- 
gico, sotto  il  titolo  Del  posto  che  occupa  il  ligure  ecc.,  come  alla  base 
sulla  quale  si  fondava  ogni  studio  fonetico  del  piemontese  e  del  li- 
gure. Ritengo  d'altronde  non  necessario  il  segnare  in  anticipazione 
le  abbreviature  delle  varie  citazioni  che  si  faranno  nel  corso  della 
ricerca;  poiché,  astraendo  dalle  opere  dei  maestri  della  nostra  disci- 
plina, come  sarebbero  quelle  del  Diez,  del  Flechia,  dell'Ascoli,  del 
Mussafia,  del  Paris,  e  d'altri,  non  riuscirà  diflìcile  il  riconoscere  pur 
le  altre  opere  qui  richiamate,  come  quelle  che  si  citano  con  molta 
frequenza  nei  lavori  e  negli  elenchi  del  Mejer-Liibke,  del  Salvioni, 
del  Kòrting,  e  d'altri. 


*  Trattarono  dell' Alione  con  intendimenti  letterarj  e  storici,  il  Dele- 
pierre  (Macaronéana),  il  Cotronei  (le  Farse  di  G.  G.  Al.),  il  Tosi  breveraento 
nel  preambolo  all'ediz.  mil.,  il  Flògel,  il  Genthe,  e  parecchi  altri. 


L'ant.  astigiano.  —  II.  Scrizioni.  405 

IL  Scrizioni. 

Per  le  vocali,  son  da  chiarire  le  seguenti  grafie  dell'edizione  prin- 
cipe: 

eu  oeu  oe  equivalgono  a  ó;  in  qualche  raro  caso  eu  può  essere 
dittongo.  —  u  vale  di  solito  ù;  ma  sta  per  ù,  in  ciì  'con'  e  in  po- 
che altre  voci.  —  Oli  rappresenta  Vu  schietto;  0  può  valere  e  per  o 
e  per  g.  —  y  compare  per  il  semplice  i  nei  dittonghi  ey  oy  ecc.,  in 
monosillabi,  in  sillaba  accentata  ecc.  ;  di  frequente  però  alterna  nella 
grafia  con  I,  senza  alcun  motivo  apparente.  —  Le  vocali  sormontate 
dal  tilde  s'intendon  seguite  da  nasale,  se  si  trovano  all'uscita;  e  al- 
l'incontro nasalizzate,  se  precedono  una  nasale:  china,  bona  Roma 
tòma,  ecc. 

Circa  le  consonanti,  noteremo  quanto  segue: 

ce  ci  corrispondono  a  gè  gì;  ma,  per  eccezione,  ce  può  anche  va- 
ler ^e.  —  qu  ha  il  valore  della  corrispondente  scrizione  italiana.  — 
chla  già  ecc.  valgono  Ra  ga  ecc.;  gè  gi  corrispondono  a  gè  gi.  — 
Cha  cho,  e  eh  finale,  equivalgono  a  ha  ko  -k  '.  —  ghe  ghl  e  gh  finale, 
equivalgono  a  ()e  §i  -f).  —  g  all'uscita  vale  di  solito  g  [clig  'detto', 
fag  'fatto');  raramente  sta  per  gh,  cioè  g.  —  ia  ie  io  iu  stanno,  a 
quanto  sembra,  per  ga  gè  ecc.  —  cz  corrisponde  a  i;  z  assume  volta 
a  volta  i  valori  di  sorda  {t)  e  di  sonora  [z)\  analogamente  si  dica 
di  s;  mentre  X,  sia  interno,  sia  all'uscita,  non  rappresenta  se  non  la 
sibilante  sorda  rafl:orzata,  come  quando  a  formola  interna  è  scritta  SS 
{cassa).  —  ti  seguito  da  altra  vocale  rappresenta  la  sibilante  sorda, 
p.  ès.  nella  desinenza  -ùon,  ecc.  —  gi,  seguito  o  non  seguito  da  i, 
vale  7;  gn  vale  n. 

Gli  elementi  in  elisi  son  per  lo  più  addossati,  nel  nostro  testo,  al 
verbo  o  al  nome,  o  cementati  tra  di  loro.  Noi  li  separeremo,  quando 
sarà  opportuno,  per  mezzo  di  trattine;  e  non  risparmiereremo  gli  ac- 
centi, dove  li  richiegga  la  chiarezza,  badando  anche  alla  punteggia- 
tura, che  nel  testo  originale  è  difettosa  e  scarsa  oltre  modo. 


^  Oppur  -^. 


406  Giacomino, 

III.  Fonologia. 

Vocali    toniche. 

A.  —  1.  Solitamente  si  mantiene:  pan  286,  mare  'madre'  165,  193, 
pra  'prato'  19,  usa  'avezzo'  264,  vritd  57,  stai  'stato'  20,  contro, 
'contrada'  265,  danza  59,  zavàt  'ciabatte'  57,  pasf  59,  fag  'fatti' 
187;  ecc.  —  2.  Si  riduce  ad  e  nei  seguenti  casi:  I.  nell'-ARE  degli 
infiniti:  andar ^  parler^  guardar,  ster  e  sic,  ecc.;  —  II.  nella  formola 
AR-:  érhor  253,  erch  'arco'  71  294  (donde  ercù  'arcuato'  253},  cher 
'carro'  129,  mascherpa  256;  —  III.  per  antica  ragione  analogica  nel 
solito  gref:  gref  doeu  'grave  duolo'  190,  grev-agre  grev-eyr  'aria 
grave,  fastidio'  313  76  (cfr.  bon  eyr  'buon  aspetto'  125);  e  per 
analogie  seriori,  in  vea  'vada'  foggiato  su  stea-^  nelle  3.^  pi.  dei  per- 
fetti: portéron  '2ol ,  andéron  127  ecc.,  dalle  quali  poi  l'-er-  si  tra- 
sportò ad  altre  persone  del  medesimo  tempo,  come  pigléri  ' presi '^ 
'ìnenérì  'condussi',  ecc.;  —  IV.  nell'AJ  di  attrazione:  cìieyre  'chiare', 
regre  'rare',  hegre  'balie'  281,  allato  a  ragra  50,  bayra  269  ecc., 
derregr  'di  rado'  265,  cliegt  'caduto'  271;  ìnegn  'mani'  27,  segn 
'sani'  188,  iordegn  'tàngheri'  223,  da  iordan  74  296  (v.  less.),  cor- 
tesegn  'cortigiani'  110,  tramontegn  'ultramontani'  ib.  (ma  con  I'aj 
intatto:  mayn  102,  cagn  'cani',  chresiiagn) \  quegng  'quanti',  tegiig 
'tanti',  eyg^  cioè  *ajij,  'altri'.  L'esemplare  cilen  'cittadini'  222  da 
^citegn  (cfr.  in  altra  struttura:  sen  seni  'santo',  sen  Po  2.59,  seni 
Alari  33,  allato  a  segni  62,  e  al  seint  Vangeri  addotto  dal  Renier  nel 
suo  'Gelindo',  9),  ci  olire  la  riduzione  di  ej  in  e.  Il  ditt.  ej  in  luogo 
di  aj  compare  altresì  in  ége-me  'ajutami'  190,  De  t-eg  'Dio  t'ajuti' 
ib.,  da  agér  ecc.,  cioè  in  voci,  nelle  quali  si  spostò  l'accento  d'origine. 
E  serpeggia  in  sillabe  atone:  vegròre  'vajuolo'  361,  egréu  'spiazzo, 
suolo',  megnére  'maniere'  256,  tregtóra  'traditora'  259,  pegld  'pa- 
dellata, frittata'  63  257  ecc.  —  Col  riflesso  di  -arjo,  ovverosia  coll'er 
di  fornér  228,  schiopettèr  37,  cavalèr  168  ecc.  (cfr.  Ascoli,  Arch.  II, 
e  il  Capitolo  della  derivazion  nominale),  si  schiera  quello  di  -area  : 
gera  'ghiaja'  229,  torin.  gajra.  —  3.  Nelle  formolo  alv  aln  als 
ALT  ALD,  Val  si  riduce  ad  a,  come  nel  ligure;  onde:  saa(l)f  'salvi' 
212,  in  rima  con  iraaf;  ana,  fr.  aune,  303,  v.  Diez  less.  ;  cace  '  calze  ', 
cacz   'calzo'   5S  (per  eccezione:    calce  285),  aire   'altre'  74,  ma  di 


L'ant.  astigiano.  —  HI.  Fonol.  ;  voc.  ton.  407 

frequente  pure  altr  "281,  altre,  ecc.,  Montad  'Montalto  o  Montaldo  60, 
cad  'caldo'  156  301,  cada  229,  fade  'falde'  207.  Per  contro,  a  for- 
inola atona  s'ode  ancora  l'w,  svoltosi  primamente  dal  l:  caucér  'cal- 
zari 21  271,  caucid  'calzato'  153,  sauciza  99  (e,  insieme  coli' irre- 
golare salcicza  64,  anche  la  bella  forma  saulciza  291),  haucér  'al- 
zare' 239,  pauirón  'paltoniere'  161  189  '360^  paidrogna  28,  scaudér 
'scaldare'  158,  caudéra  318.  Pare  pertanto  che  in  sillaba  tonica  la 
vocal  di  mag'giore  sonorità  si  dilati  a  spese  della  vocale  oscura; 
cfr.  nella  Morfologia:  ha-tu  sa-tu.  da  '*hai-tu  ecc.  —  Oltre  al  caso 
ben  noto  di  eoa  evva  'acqua'  107  146,  per  il  quale  v.  Ascoli,  Arch.  I 
211  360  347  ecc.,  VII  516  a,  Vili  320,  si  toccherà  nella  Morfologia 
di  altre  modificazioni  secondarie  dell' «,  dovute  a  dittonghi  di  varia 
origine,  come  nelle  3.®  pers.  sing.  dei  perf. :  andè  110,  voi/é  'vuotò' 
17  ecc.,  nelle  2.®  plur.  dell' imper.:  lasse  ecc. 

E  breve.  —  4.  Si  continua  per  e:  her  'jeri'  152  156  220,  221  (er), 
260,  leva  90,  ven  222,  ten  65,  ben  58,  trem  68,  dex  'dieci'  278,  pe 
'piede'  16  18  83  92  ecc.;  in  posiz.  deb.  :  derrer  '  di  dietro'  70;  in  posiz. 
neolat.  :  vegl  'vecchio'  18;  in  posizione  forte:  belle  62,  terra  'terra' 
63,  invern  57,  taverne  58,  averta  ih.,  coerg  'coperchio'  249,  aspegia 
'aspetta'  67  ecc.  Pertanto  mancherebbe  il  riflesso  ie,  e  solo  reste- 
rebbe d'inferirne  la  riduzione  h\  yvry  82,  che  ritorna  a  p.  374  nella 
singolare  grafia  di  yùri^  e  risponde  manifestamente  al  fr.  ivre.^  ora 
portato,  insieme  col  prov.  mod.  iéuvre,  a  ebriu,  cfr.  Gròber,  AIwL.  Il 
276,  e  il  Meyer-Liibke.  Il  tipo  solitario:  bin  'bene'  312  (torin.  bin), 
rappresenta,  come  vedremo,  una  distinzione  dialettale,  voluta  dal- 
l'Alione  medesimo. 

0  breve.  —  5.  Si  riflette  per  6  e  per  o.  Fuor  di  posizione  ab- 
biamo ó,  in  coeur  52,  doeu  'duolo'  190,  faseu  179,  aguegreu  245,  mo- 
cheyreu  'pezzuola'  361,  oeuf  67  69  226  275  ecc.,  noeuf  'nuovo'  85 
275  321  ecc.,  proeuf  prope  102  254,  moeuve  'muovere'  206,  cheuse 
'cuocere'  178,  feu  'fuoco'  63  84  147  189  ecc.,  leu  loeu  'luogo'  68 
94  104  213  ecc.,  voeu  'vuoto'  83  283,  breu  'brodo'  64  360;  ed  o 
all'incontro,  in  fora  for  fo  'fuori'  101,  76,  97  170  237  ecc.,  scora 
'scuola'  275,  parpagliora  (monetuzza)  241,  bestiola  62,  nova  99  104 
163,  hon  bona  a  più  riprese,  om  'uomo',  oly  'olio'  145  230  (non  da 
oleu,  ma  dalla  base  ridotta  oli),  pò  'puote'  16  63  84  98  2oi, poon 
'possono'  20  32  62  ecc.  —  In  posizione  neolatina  s'incontra  il  ri- 
Archivio  glottol.  ital.,  XV.  27 


408  Giacomino, 

flesso  ó:  feuglia  156,  trefoeugl  20,  deuglia  'doglia'  273,  oeugl  'occhi', 
feiiza  'foggia'  108",  tremeuza  trimoggia  ib, ;  ma  in  posizione  forte 
unicamente  o:  fnol  'molle'  233,  fol  'folle'  303,  vols  'volle'  255,  sogn 
'sonno'  151,  pos  'posso'  68  257  238,  poss-i  'posso  io'  103,  og  {og) 
'otto',  cog  'cotto',  7iog  'notte',  7naiota  'ragazza'  263;  ecc.  —  Tro- 
veremo poi,  che  ó  ed  o  alternino  nelle  medesime  voci:  queste  alter- 
nazioni però,  come  altre  congeneri  che  più  tardi  incontreremo,  non 
dipendono  già  da  alcuna  particolare  incoerenza  fonetica  dell' a.  asti- 
giano, ma  bensì  da  ciò,  che  l'autore  varia  od  altera  a  bello  studio 
la  parlata  che  mette  in  bocca  a  certi  suoi  personaggi,  sia  per  farne 
sentire  la  patria  diversa,  sia  per  distinguerne  l'età,  il  sesso,  la  con- 
dizione sociale,  la  cultura,*  la  professione  ecc.  Due  vecchie  ci  fanno 
sentire ,  per  ben  tre  volte ,  zo  '  giuoco  '  232  e  bis  235,  e  sarà  come 
un  arcaismo,  dappertutto  altrove  avendosi  zeu  169  321  ecc.  L'orto- 
lano Nicora  dirà  bo  per  'bue'  266;  ma  nel  prologo  del  Mila- 
neyso  ecc.  leggiamo  heu  da  lag  'buoi  da  latte'  290.  Il  facoltoso 
Spranga  dice  beugl  per  'bolle'  156;  dirà  invece  bogl  318  la  ser- 
vente Minella^  il  linguaggio  della  quale  devia  notevolmente  dalla 
parlata  astigiana,  come  si  scorge  dalle  forme  divergenti  che  addu- 
ciamo qui  in  nota'.  Un  prete  bastonato  dice:  deul  'duole'  94;  doglia 
'dolga'  293  è  voce  del  buffone  che  recita  il  prologo  (cfr.  il  sost. 
deuglia  'doglia'  273).  Forme  consuete  di  'volere'  sono  voi  volon 
vogl  11  lo  125;  ma  voeugl  'io  voglio'  compare  in  rima  con  oeugl 
'occhi'  31,  e,  senza  motivo  apparente,  a  p.  203.  Allato  a  uncòe  308 
(uhkò')^  solita  forma  dell'avverbio  'oggi',  occorre  a  p.  307  la  va- 
riante uncó,  forse  dovuta  a  errore  tipografico.  Notevole  che  il  dit- 
tongo manchi  alle  forme  femin.  nova  bestiola  ecc.,  allato  a  noeuf  faseu; 
ma  però  si  confronti  il  sost.  plur.  preuve  'prove'  205  colla  voce  ver- 
bale pròvon  361. 

E  lungo  el  breve.  6.  Fuor  di  posizione  si  riflettono  per  ei:  can- 
dèyre   54  231  ecc.,   téyra  'tela'  153,  despéyra  'dispera'  254,  seyra 


^  Le  divergenze  accennano  al  torinese  (rustico),  e  sono  le  seguenti: /i«i 
'ho'  319,  dirai  'dirò'  317,  voel  'vuole'  312;  iura,  cioè  giura,  astig.  zura, 
318;  giovon'ÒW,  astig.  zovon;  già,  astig.  za  315  319;  fait  314,  staiti  315; 
homon  317,  plur.  oyman  316,  vardia  317,  bin  'bene',  dna  'cena'  312,  mi- 
stra  317;  chesla  312,  chel  317;  gnant  ib.,  astig,  nent  nenia;  can  'quanto' 
317  318,  tuyt  'tutti'  310;  pa,  fr.  pas,  312  324;  vayre,  astig.  vuar-i  313, 


L'ant.  astigiano.  —  III.  Fonol.  ;  voc.  ton,  409 

238,  -pei)  'pelo'  246,  'peri',  per  'pere'  79,  veyì'  e  vey  'vero',  fre- 
quentissimi, rey  're'  109,  péyver  héyver  ib.,  -eyva  =  -éha.i;  in  posiz. 
deb.  neyra  'nera'  153,  ney  235  (cfr.  il  francese  voire  a  p.  60).  Di- 
nanzi a  nasale  e  in  posizione  forte  abbiamo  e:  sen  'seno'  135,  mena 
'mena'  135,  clima  'catena'  ib.,  cerg  'cerchj'  106,  lengue  76,  pes  'pe- 
sci' 292,  spes  'spesso'  101,  cressa  'cresca'  190,  fresche  108,  lettra 
72,  e  in  posiz.  neol. :  siireza  'sicurezza'  69,  tegna  'tigna'  269,  grame- 
gna  101.  —  Deviano  pur  qui  il  participio  mis  'messo'  30,  cfr.  lomb. 
miss,  e  il  pronome  ist,  ista.  —  Di  ilj  si  ha  doppio  riflesso  :  aureglie, 
cernegl  223,  consegl  367;  semiglia  'somiglia'  180,  caviglia  233.  — 
Nella  formola  CE ,  siamo  all'  i  secondo  la  tendenza  francese  ;  cliiri 
'chierico'  258  294,  eira  'cera'  130  214,  piasi  'piacere'  (sost.)  266 
283,  tasi  'tacere'  (verbo)  201,  dna  312  (ma  cena  167),  asi  'aceto' 
266;  e  cosi  per  CI:  elùsi  'ceci'  224.  —  Inpm  'pieno'  169,  pina  271, 
occorre  una  riduzione  che  non  è  punto  specifica  dell' a.  astigiano. 
Piuttosto  é  da  notare  il  contrasto  che  s'avverte  tra  {e  'fede',  voce 
in  apparenza  semidotta,  e  il  conguagliato  fya  id.  206.  —  Per  l'oscil- 
lazione di  -eyva  ed  -ea  nel  condizionale,  v.  la  Morfologia. 

0  lungo  e  U  breve.  —  7.  Si  riflettono  per  ù  (scritto:  ou  o,  di 
rado  u):  lour  'loro'  193,  gora  'gola'  172,  hoi^a  259,  treyiòra  ib.,  lio- 
nòyi,r  281,  autròu  'altrove'  139,  sason  'stagione'  283,  cason  289,  ie- 
loux  296,  privorouv  'pericoloso'  19  219  279,  spoux  366  267,  sposa 
264,  toux  '  toso  '  59,  tousa  267,  douca  '  duca  '  63  (però  duz  244),  croux 
'croce'  59  178,  louf  'lupo'  99,  sorg  'solco'  266,  cfo?-?a285,  ong  'unti' 
54,  pong  'punto'  232,  óncia  'oncia'  291,  long  16,  lonz  'lungi'  22-3, 
foncz  'fungo'  (sing.  che  pur  qui  sente  il  plur.,  come  porcz  'porco')  73, 
sot  'sotto  223,  7nond  259,  profond  ib.,  pocz poz  'pozzo'  225  150  (posiz. 
neol,),  vorp  e  volp  'volpi'  107  180,  ecc.  —  Degno  di  nota  il  riflesso 
di  ultra,  che  è  autra  autr  'avanti'  69  80  109  152  ecc.  Vorremmo 
all'incontro:  '^gtra  '^gir  (cfr.  nm.  3,  e  ancora  vózelo  'volgilo'  245); 
ma,  poiché  tal  particola  si  dovette  trovar  di  spesso  in  elisi,  sarà  le- 
cito pensare  che  il  dittongo  sia  nelle  origini  un'espansione  di  g  atono, 
analoga  a  quella  che  si  nota  nel  monferrino;  cfr.  auddr  'odore',  aw- 
nór  'onore',  aucas'ión  ecc.,  presso  il  Renier,  Gel.  131,  e  nell'Alione 
stesso  il  frequente  austind  'ostinato'. 

1  lungo.  —  8.  Dà  ^:  manty'  'mantile'  81,  harry'  'barile'  70,  lam- 
bory'  'umbilico'  27:3,  tardy'  'tardivo'  269,  matin  63,  cimna  51,  toj)- 


410  Giacomino, 

pina  'vaso'  60  (per  il  suff.),  fi/  'fico'  60  256,  amy'  'amico'  257,  amia 
195,  anùì/'  'antico'  80  177,  dig  'dico'  193;  qui;  in-si  'cosi';  orcly'  '■gv- 
dito'  305,  vesti  'vestito'  153, ma>-y  'marito'  268,  adormiti lìevt  'addor- 
mentai' 103;  /igl  23  274  284,  /igle  60  61  ecc.  Rari  esempj  di  ^^,  per 
effetto  di  contigua  labiale,  sono  sumia  'scimmia'  383,  come  nel  torin., 
anzùma  anciuma  ''in  cima'  249  129;  truppa,  che  rima  con  puppa  145, 
allato  a  trippa.  Di  i  breve  in  ù  può  parere  esempio  remusg ,  nella 
frase  a  remusg  'a  catafascio'  259;  ma  forse  vi  s'incrocia  mug  'muc- 
chio', cfr.  niuget  229. 

U  lungo.  —  9.  Dà  u.  Citeremo:  gnnna  'nessuna'  17,  pu  'più', 
frequente,  lus  'riluce'  241,  pux  'giudice'  163,  vellù  'velluto'  191, 
fru  'feruto'  322,  bevu  176,  vegnù  188,  scu  'scudo'  118  191,  cric  'crudo' 
61,  nua  'nuda'  265,  su  'suso'  152  190,  fus  'fusse'  184;  us  'uscio' 
(l'o  class.,  riflesso  per  m,  come  dappertutto);  sug  'asciutto'  289,  con- 
strug  'costrutto'  161;  struz  'logoro'  244,  participio  sincopato  di  '^strù- 
zèr.  Manca  all'Alione  Vi  tonico  da  ii,  che  è  caratteristico  del  monfer- 
rino;  non  essendone  validi  esempj:  hrigne  'prune'  257,  comune  ad  al- 
tri dialetti  pedemontani,  e  pi  'più'  120.  Cfr.  il  nm.  15. 

AU. —  10.  Dà  o:  tor  'tori'  295,  sorér  exaurare  'sollevare'  40, 
Po  'Paolo'  219;  cMos  'chiuso',  propriamente  *clausu,  deschiossa 
266,  e  insieme  chióder  37,  chiode  233;  oda  221  223,  chiò  'chiodo' 
*(clau-[d]-o),  237,  eoa  'coda'  110  226  360,  gog  e  goz  'gioja'  281  270, 
povra  109.  —  W  au  protonico  in  Laiirencz  100,  e  lauda  52,  conta 
poco;  ma  notevole  goldré  'godrete'  223,  il  solo  esempio  di  *aul  da  au- 
C'è  bene,  pure  in  protonica:  oidi  'udite'  303,  ma  dato  come  voce  mi- 
lanese. —  AU  secondario  tonico:  oche  109  204;  in  protonica:  ausel 
auselle,  249  61.  —  Dall' -aù'-  ottenuto  per  dileguo  dell'esplosiva,  si 
passa  ad  evf  in  meura  'matura'  29,  torin.  mUra,  afr.  meure;  cfr.  in 
protonica;  eutóri  euteury  37  58  =  *aMZfo^^o,  e  aj  in  ej  al  nm.  1. 

Vocali  atone. 

Protoniclie.  —  11.  L'etlissi  di  protonica,  particolarmente  di  e,  es- 
sendo più  rara  nell'a.  astigiano  che  non  nell'odierno  monferrino  e  nel 
torinese,  ne  viene  che  vi  difetti  l'occasione  dell' a  prostetico,  pro- 
mossa dalla  riduzione  della  formola  iniz.  re-;  e  perciò  pare  eccezio- 
nale l'unico  arbeglia  258,  se,  come  vuole  il  contesto,  riviene  a  '^re- 
beljé  nel  senso  di  'schermirsi,  ricalcitrare'.  La  ragion  del  metro  vale 


L'ant.  astigiano.  —  HI.  Fonol.;  voc.  at.  411 

per  lo  più  a  dimostrare  che  Ve  s'è  realmente  mantenuto  incolume; 
come  ad  es.  nel  verso  seguente:  de  rebulerlo  pr-un  tnoyzon  'di  ribut- 
tarlo come  sciocco^  16,  dove  rebuterlo  è  quadrisillabo.  Il  torinese 
direbbe  arbute'lù,  il  monferr.  arbitelà.  Parimenti  denèr  (torin.  dne) 
è  bisillabo  nel  verso;  che  gli-acconzé  pr-y  soy  denèr  'che  gli  aggiu- 
stò per  i  suoi  denari'.  Di  rimpatto,  il  metro  (che  è  di  solito  il  no- 
venario, tronco  0  piano)  ci  mostra  alle  volte  che  vada  in  realtà  fo- 
gnata l'atona  che  la  scrittura  conserva.  Cosi:  'tn-an  a  r[e]tornerse 
ay  nosg  citen  113;  ne  van  miatug  pfejr  ofrir  candeire  17;  e  di  po- 
stonica: che  vogl  anderm[e]ne  adés  adés  186;  del  zov[e]ne  chi  han 
necessità  254.  —  Ma  ritornando  all'è  mantenuto  in  protonica  iniziale, 
si  osservino  ancora:  ferrougl  'chiavistello'  223,  torin.  frùj;  derìder 
47;  delied  17,  torin.  dlicd;  venirne  'venitemi'  19,  monferr.  cmnime, 
torin.  vnime-  lenir  torin.  fm;  penacèr  'spazzare*,  torin.  p'nassé;  ze- 
nougl  223,  monferr.  znòcc,  torin.  g''nùj\  messer  'messère'  195,  monf. 
amsé,  torin.  mse\  redricér  185,  'riordinare',  torin.  ardrissé;  —  mene- 
stra  222,  torin.  mnestra'^  senestra  101,  torin.  snistra;  semiglia  65, 
torin.  smia;  lessia  'ranno'  265,  torin.  l'sia;'vesine  265,  torin.  vzine; 
besógna  225,  torin  bzoTia'^  mestér  40,  torin.  msté\  ecc.  —  12.  L'è  in 
protonica  iniziale  si  dilegua  però  di  frequente,  dinanzi  a  r-  :  vrità  57 
315,  fnia  'ferita'  361,  cry  'cercare,  *quaerire'  137,  pra  'peliate' 
148,  privo  'pericolo'  363  ecc.,  spranza  23  ecc.;  e  pii!i  frequentemente 
ancora  in  protonica  mediana:  amprid  'imperiale'  (moneta)  197  290, 
desprà  319,  povréta  257,  antrech  'intelletto'  175,  appargld  'apparec- 
chiato 51  261,  cfr.  desparegl  49  ^  ;  onde  il  fenomeno  costante  nei  futuri  e 
condizionali  :  guarr-à  *  guarirà'  89,  tornr-ema  '  torneremo  215.  pansr-ay 
'penserai'  192,  crezr-eu  'crederò'  27,  vegr-ema  'vedremo'  41,  morr- 
éyvon  'morrebbero'  26,  ancalr-ea  'oserei'  26,  venr-eyva  'verrebbe'  ;  ecc.^ 
—  13.  Dinanzi  a  n-,  e  riesce  ad  a.   Degli  esempj  copiosissimi,  ad- 


*  Qui  passino  anche  gli  esempj  in  cui  la  figura  incolume  avrebbe  di  certo 
avuto  Vi:  ansprità  'spiritato*  (nel  verso  omesso  dal  Tosi:  porreylo  fors 
esse  ansprità?  84);  santa  'sanità'  48  231. 

')  Dalle  forme  ancalrèa  venréyva  ecc.  (cfr.  còlra  'collera'  325,  càmra 
'camera'  303),  risulta  che  l'a.  astigiano  è  alieno  da  quell'inserzione  d'e- 
splosive, che  in  altri  linguaggi  (francese,  catalano  ecc.)  è  promossa  dalle 
combinazioni  l  +  r  n  +  r  tn  +  r.  Cfr.  il  prov.  genre  'genero',  ali.  al  frac. 
gendre. 

Archirio  glottol.  ital.,  XV.  28 


412  Giacomino, 

duciamo:  pansdnt  '  pensando'  50  ali.  a  péns-tu  149;  mancìond  53,  de- 
smantid  'dimenticato'  49,  sanlimènt  (per  errore  sentiment  nell'ediz. 
mil.),  tantér  'tentare'  284,  spandréu  'spenderò'  271,  anfióur  'gon- 
fiezza' 38,  ansémAO,  zanzive  'gengive'  244,  languacéra  'linguacciuta' 
40,  [lèngua  42),  anteys  'inteso' 39,  anc?,  an^er  proclit.  'intus  é  inter', 
ampòrta  44,  ampisson  'empiono  e  scompisciano',  amhdton  'imbattono' 
60,  amprandicz  (esempio  duplice)  247  ecc.  In  pochi  esempj,  pur  di- 
nanzi a  r;  sarén  'sereno'  225,  sarrèr  'chiudere'  16,  marcila  'mar- 
cato' 235,  arhette  'erbette'  159.  —  14.  0.  in  più  casi  par  ridotto  ad 
e,  ma  veramente  son  casi  non  specifici  od  illusorj.  Cosi:  r/oncZ  (*reond) 
293  307,  lomb.  redgnd^  dove  è  tondo  come  rifoderato  del  pref.  re 
(Ascoli).  C'è  poi  "summonere,  che  dà  un  se  iniziale  all' a.  astig.  : 
semosa  'invitata'  220,  come  all' a.  génov.  semoxi  o  al  fr.  sémondre. 
In  prefumer  'profumare'  17,  previsi  prevista  49  361  'provvisto',  pre- 
post 'proposito'  249  254,  c'è  come  uno  scambio  di  prefisso,  agevo- 
lato dalla  tenuità  della  protonica  (*pr'fum  ecc,).  In  bechón  bechònet 
'boccone,  bocconcino'  88  78  (cfr.  Gelindo:  p'coh),  hechin  'bocchino' 
282  vi  sarà  incrocio  con  'becco'.  Per  relòry  'orologio'  234  254,  cfr. 
il  genov.  relòjù,  spagn.  reloj,  prov.  relotge.  Degni  appena  di  nota: 
terriboul  'turibolo'  94,  e  sterlóch  'astrologhi'  256,  voce  indubbiamente 
burlésca.  E  genovese  e  dato  per  tale,  seti/'  'sottile':  taglia  se^j/'' ta- 
glia sottile'  147.  —  15*.  Piuttosto  è  degno  di  considerazione:  uncóeu 
'oggi';  nella  quale  forma,  I'm  (m)  iniziale,  sta  di  fronte  aWi  del  lom- 
bardo inkó',  moden.  inkó^  che  è  alla  sua  volta  riduzione  dell' a  di 
ano-.  L'a.  astig.  uncoeu  [unkò)  sarà  rifoggiato  sopra  undoman  359. 
La  correlazione  ideologica  di  'oggi'  e  'domani'  è  più  che  sufficiente 
a  spiegare  il  livellamento  fonetico;  e  circa  il  da  i,  cfr.  il  num.  8, 

Postoniche.  —  15''.  Delle  finali,  si  mantengono:  V a\  Ve  dei  plu- 
rali feminili,  rispettivamente  i  nelle  varianti  dialettali  fìgly^  michi  '  pa- 
gnotte' 62.  S'aggiunge  V-i  internato  dei  pi.  masc. ,  v.  il  nm.  1  e 
la  Morfologia.  —  Alla  perdita  delle  vocali  finali,  combinata  col  di- 
leguo delle  consonanti,  di  cui  in  appresso,  si  debbono  coincidenze  ab- 
bastanza curiose;  come:  dg  'deve'  169,  dg  'dovete'  179;  rg  'rido' 
101,  rg  'ridere'  161,  rg  'ridete'  223;  e  via  dicendo.  —  16.  Per 
quant' è  dei  proparossitoni,  la  prima  postonica  è  sincopata  nelle 
voci  seguenti:  póvre  326,  óeuvra  46,  cólra  'collera'  42  525,  cdmra 
314  320,  fómne  271  [fomena  312),  ìgmósna  'elemosina'  382,  spórle 


L'ant.  astigiano.  —  III.  Fonol.;  voc.  at  413 

'sportale',  voce  forense,  214.  S'aggiungoao  alcuni  infiniti,  che  l'Aliene 
mette  in  bocca  ai  Monferrini  di  Casale,  d'Alba  ecc.:  vivry  scr'wry  131, 
spéndry  inténdry  62,  hèyvri  ib.;  e  insieme  reméttre  43,  che  per  la 
vocal  d'  uscita  è  di  tipo  astigiano.  Nei  nessi  di  verbi  con  pronomi 
enclitici:  vudì'-le  vuàrd-te  79  279  (voce  assoluta:  vuarda),  péns-tu 
{*pensi-tu)  53,  guardém-se  'guardiamoci'  73  (assol.  guardéma);  ecc. 
Solitamente,  però,  la  prima  postonica  resiste;  onde  la  normale  fi- 
gura degli  infiniti  di  tipo  sdrucciolo:  òéyve  e  béyver  143  12,  attènde 
185  ecc.  (cfr.  rème  '  redimere  riscattare  ';  reime  ap,  Flechia  Vili  383), 
e  le  riduzioni  delle  uscite  sdrucciole  ^olo  ^ore  -somo  -covo:  tóuow 'ta- 
volo' 53,  dydo  didvou  'diavolo'  41  81  369  ecc.,  privo  'pericolo',  ter- 
riboul  'turibolo'  Q4i,nlvol  'nuvolo'  80,  mirncou  84,  tabernàcol  284, 
capiton  {'.appiccon)  'capitolo'  161,  hardtton  (:  schiàton)  'barattolo'  147. 
Il  n  degli  ultimi  due  esemplari  può  rappresentare  del  resto  come  una 
incerta  riproduzione  della  consonante  attenuata  in  tali  uscite;  ma 
pur  si  confrontino:  Càrlon  {ipdrlon)  307,  e  Pèron  {:gl-èron)  215, 
nomi  proprj  di  base  letteraria,  rifusi  sulla  falsa  analogia  di  dson  zóvon 
{v.  qui  appresso).  Proseguendo  negli  esempj:  nèspo  '  nespole'  257  ',  ap- 
pósto 'apostolo'  209,  èrbor  'albero'  25.3,  mdrto  'martire'  174,  cfr.  mar- 
tùry  'martore',  284  e  marturià  213,  Jacou  '  Giacomo'  54  255  (cfr.  Jaco- 
miìia  99;  e  il  torin.  Giaciclin)'^  vescho  'vescovo'  130,  torin.  véscù,  e 
vèschon  292  {:pèscon).  Ancora  nel  riflesso  del  sufi",  -bile  (it.  i-vole): 
terribou  ùnpossibou  280,  visiboul  '  visibilio  '  94,  amorèyvo  '221^  onoreivon 
rasoneivon.  —  E  siamo  finalmente  alle  uscite  uso  ^ine  ^ano,  che  si 
riducono,  passando  per  -en,  ad  on  a  (v.  Ascoli,  Arch.  II  159  396, 
M.-L.  It.  gr.  158).  Esempj:  ason  31  109  156  380  ecc.  (la  vocale  di 
trapasso  appare  in  asen-dcz  204,  asen-ón  36),  zovon  249  751,  cfr.  il 


*  Il  torinese  ci  offre  due  esemplari  specifici,  da  ricondursi  all'analogia 
dei  nomi  sdruccioli  in  -olo;  e  sono:  grinnu  'pallina'  (di  zucchero  ecc.), 
ital.  grùmolo,  v.  Koerting,  s.  'grum(m)us',  e  muzu  'muso',  per  il  quale  po- 
stuliamo un  *tnusolo  (parallelo  alla  base  *mu sello  del  fr.  ìnuseau),  rin- 
fiancato  da  picu  (propr.  spìcciolo ,  cioè  'picciuolo,  asticella'),  dall'a.  astig. 
fìvol  256,  che  è  forse  *  fi  colo  'bargiglio  di  gallina',  dimin.  fivorét  129,  e  dai 
tipi  italiani  truogolo  fignolo,  ecc.  Circa  il  trapasso  ideologico  àa,  picciuòlo 
a  picu,  cfr.  nell'Aliene  a/ferrei  el  pncòl  (:coìn  dis  col)  297.  Accrescimento 
per -oLO  ci  darà  anche  l'a.  astig.  relicqiiore  294,  forma  popolare  di  're- 
liquie'. 


414  Giacomino,  .  - 

femminile  plur,  zòvene  254,  pmntó^on/ piantaggine'  i56,  G^rt^son' Gas- 
sino' ni.  50,  òrdoìi  'ordine'  16  184  205,  imàgìon  'imagine'  212,  àr- 
gon 'organo'  129,  Vegievo  'Vigevano'  224;  e,  per  induzione  analo- 
gica, pur  Aómon  317  (col  plur,  oymon  316;  essendo  la  lezione  oyman 
di  certo  imputabile  a  un  errore  di  stampa);  dovè  stuona  fenuz 'ter- 
mine' 173  271,  voce  di  certo  non  popolare,  cfr.  il  torin.  tennù  'ter- 
mine dei  campi'.  Dall'esame  di  codeste  forme,  risulta  più  chiaramente 
che  mai:  l**  che  la  nasale  non  fu  già  assorbita  nell' alterarsi  della 
postonica;  2°  che  il  termine  medio  dell'alterazione  fu  quell'e  che  per- 
siste ad  es.  nei  liguri  aie,  ca'i'ze,  anchizze,  ecc.  Quindi,  nell'o  del- 
l'Alione  e  nell'^  corrispettivo  dei  torin.  gùvtc  ru'zù  calù'zù  fràssù 
péniù  ecc.,  riconosceremo  una  coloritura  particolare  dell' atona  indi- 
stinta (Ascoli),  da  ascriversi  con  grande  probabilità  all'indole  della 
nasale,  che  all^ uscita  si  ridusse  in  piemontese  a  nasal  gutturale.  Il 
carattere  di  siffatta  nasale,  propria  del  torinese  e  del  monferrino, 
sarà  attestato  anclie  per  l'Alione  da  un  caso  congenere,  cioè  dalle 
prime  persone  plurali  dei  congiuntivi  fdcion  'facciamo'  76,  vàgon 
'andiamo'  144,  volésson  'volessimo'  29,  e  altrettali,  nelle  quali  il  w, 
come  residuo  del  m  anteriore,  rappresenterà  una  semplice  vocale 
nasalizzata. 

Consonanti  continue. 

J.  —  17.  Ha  doppio  esito:  z,  che  è  schiettamente  vernacolare,  e 
g  (cioè  ?,  e  di  rado  gì,  nella  grafìa  dell' Alione  •),  che  occorre  pres- 
soché esclusivamente  in  voci  di  carattere  letterario.  Si  osservino: 
zovon  'giovane'  249  255  ecc.,  zeu  169  321,  zué  'giocare'  209  310, 
zuéron  'giuocarono'  222,  za  58  227  ecc.,  zun  'digiuno'  79,  zuré  'giu- 
rare' 192  196,  zohia  'giovedì'  380,  Zan  Zian  Zohan  325  257  86  ecc.; 
maz  'maggio'  270,  pecz  'peggio'  227  228  ecc.  (dovè  cz  vai  proba- 
bilmente zz  2)  conzunt  212,  voce  semiletteraria.  Tutti  codesti  esempj, 
l'ultimo  eccettuato,  hanno  impronta  popolare  e  con  ciò  attestano  la 
congruenza  del  riflesso  astigiano  col  monferrino  e  il  ligure.  Saranno 
all'  incontro  voci  culturali:  iuz  163,  iudez  292,  (usi  231,  iudiché  205,  ior- 
dan  296,  ieloux  '  geloso  '  120  ;  e  d'influsso  francése  :  ioyosa  380,  gioda  80 


*  ia  ie  ecc.  equivalgono  a  ga  gè  pur  nelle  Rime  Genovesi,  Arch.  II. 
^  Per  la  rima  con  despeg,  troviamo,  a  p.  170:  ^e^  'peggio';  ed  è  come 
dire  la  pronunzia  torinese. 


L'ant.  astigiano.  —  III.  Fono!.;  cons.  cont.  415 

'gioja',  ianty'  '3Ì  180,  iantillìom  58  153  296.  In  bocca  a  Minetta,  già  ri- 
conoscemmo legittimo  iura328,  come  nel  torinese.  Finalmente  una  filza 
di  nomi  proprj,  e  vuol  dire  di  forme  che  facilmente  passano  da  paese' 
a  paese:  Jan  {Gian  nell'ediz.  astig.  del  1601),  Jacou  28  84  ecc.,  Ja- 
cotin  205,  Jacomina  90,  Jotla  315,  Juli  100,  Jason  207.  —  18.  RJi 
p<'.i/r  'pari'  265,  chini/r  117,  rayre  281  (Arch.  I  275,  IX  255);  ecc. ; 
cfr.  nm.  1.  —  19.  U,  si  riflette  per  7,  che  nel  moderno  è  J:  figl  97, 
semiglia  180, piglia  ib.,  asutiglia  184,  faldiglia  104,  ventragle  HI],  ecc.^. 
—  20-  NJ:  tegna  'tigna'  269,  gramegna  101,  mgna  137,  brigne  'prune' 
217.  Curioso  è  Ictnie  'pannilani'  271.  Può  parere  non  altro  che  il 
fidane,  laiiges;  ma  '-cm-  accennando  alla  nota  alterazione  di  n  tra  vo- 
cali, saremmo  piuttosto  indotti  a  leggervi  l' i  per  semplice  vocale  o 
tutt'al  più  per  ?,  non  per  g'^  e  avremo  cosi  la  medesima  ragione  di 
strània  295  'strania'  extranea,  >nònm  103  209  'monaca'  *móni[c]a. 
-^  2L  OJ,  viene  a  z:  zu  'giù'  17  ecc.,  mez  'mezzo'  229,  we-^ft  183, 
mózèna  224;  pervez  'provvede'  05,  sezi  'sedete'  99,  sezent  'sedendo' 
49  (*viDjo  *SEDjo)  ;  ai  quali  due  esempj  s'aggiungono  pur  qui  gli  ana- 
logici'^credjo  *CAi)Jo:  crez  'crede'  269,  crezer  277,  caz  'cade'  278, 
cazer  GQ  ecc.  —  22.  TJ' riesce  a  t  nell'uscita,  e  interno  a  e  o  i:  so- 
laez  297,  pocz  *pozzo'  225,  mocz  'mutilo  mozzo'  150;  ìììcz  'ammac- 
cato, livido,  mézzo'  79  (cfr.  anicier  'ammaccare,  sciupare'  227),  dove 
si  potrebbe  ricorrere  senz'altro  a  una  base  aggettivale  mltju,  come 
per  il  sinonimo  torin.  niss  o  anche  per*  il  friul.  ìììzz  'ammaccatura' 
(Pirona)  cfr.  bologn.  nizà  'ammaccato'  (Coronedi),  mentre  per  l'ital. 
mezzo  si  deve  all'incontrò  ricorrere  a  mezzdre,  cioè  alla  riduzione 
dell' ^  nell'atoria;  pitìic^^ posto '209,  piàcia  'piazza'  47;  sacier  'sa- 
ziare' 227,  grada  219;  carece  'carézze'  247,  e  così  altri  per  -itia; 
servisi  305,  despresi  227.  —  TJ  secondario  all'uscita  dei  plurali  masc, 
àà  g:  isg  = '^istj^deng  =.'^dentj ,  qiieyng  'quanti'  234;  cfr.  tuttavia' 
teynt  'tanti'  102';  senza  dir  di  greynd  (dj)  'grandi'  196,  in  bocca  a' 
un  procuratore,  ali.  al  volgare  gregng.  —  Non  punto  specifiche  sono 
leriduzioni  di  ctj  stj  ptj,  in  frezza  'fretta',  *f  rictja,  us  'uscio'  37, 
bissa  'biscia'  268;  cacèr  'cacciare'  37,  civ.  percacz  226.  —  23.  CJ: 
bracz  'brabcia','  propriam.  'bracci'.;  facz  fa  ci  e-  260;  c/iwc;r  'chioccia' 


■*  In  oly  145  230,  annfTrt/'273 -ecc.-si   riflette"  solo  li  e  ri,  non  lj  e  rj, 
cfr.  Ardi.  IX  382  n.  ' 


4Ì6  Giacomino, 

226,  che  va  specialmente  confrontato  con  fecz  'fece  feccia'  248  290- 
V.  all'incontro  vez  ecc.  s.  ce.  Ancora:  jpelicz  masc.  'pelliccia  pellic- 
cione' 260  323,  e  di  certo  pur  pecz  piceo,  'cerotto,  pece'  237;  e 
finalmente  i  derivati  per  -a ce o:  homaycz  'omacci'  280,  matòndcz 
'bambinone'  276,  matdce  accrescit.  di  mala  'ragazza'  283,  brayace 
78  ecc.  lcj:  cace  'calze'  38  101  222  ecc.  —  23.  PJ,  BJ:  sapia  cong. 
295,  in  cui  la  esplosiva  si  mantenne  per  l'antica  geminazione,  cosi 
come  in  delia  25,  dibion  'debbano'  51,  avrabid  272,  ìiebiòeu  'neb- 
biolo'. Con  esito  palatino:  pegioyn  61,  'piccioni'.  E  savia  \<èO,  come 
nell'italiano.  —  24.  VJ:  zobia  jovia  (dies)  380;  feuza  119,  feuze  219, 
foza  295  'foggia',  cioè  fovja.  —  25.  SJ:  bdselo  'bacialo'  277,  ba- 
srèa  'bacerei'  69,  asi  'arnesi,  suppellettili'  106,  186  225  231  ecc., 
V.  less.,  cason  'cagione'  112;-  masnd  37  274  ecc.  *m  ansio  nata; 
messòri  me s sione,  fr.  moisson  289. 

L.  ~  26.  Oltre  che  nelle  formolo  toniche  ALT  ALO  ecc.,  per  le 
quali  V.  il  nm.  3,  tace  all'uscita  in  animd  'animale'  272,  ospid  'ospe- 
dale' 42,  schossd  'grembiale  280,  dyavo,  cumenei/vo  'convenevole' 
273  ecc.;  ma  vi  si  mantiene,  per  influenza  letteraria,  in  cui  allato 
a  cu,  schossdl  323,  cumeneyvol  253  ecc.  '.  —  Tra  vocali,  nella  par- 
lata schiettamente  vernacola,  passa  in  r,  come  nel  monferrino  nel 
genovese,  e  in  parte  nel  lombardo;  ma  all'incontro  apparisce  inco- 
lume nella  parlata  più  civile.  Cosi  avremo:  gora  'gola'  47;  gara- 
verna  'brina,  nebbia',  torin.  galaverna  (Schuchardt,  Rom.  IV  254); 
teyra  'tela'  253,  teyre  305,  candeyra  314  ecc.,  scora  'scuola'  215 
274,  segra  '  sgocciola,  248,  parpagliòra  241  ;  raviòra  203,  Nicora  275; 
e  pure  alla  uscita,  in  zeer  'gelo'  108;  oltre  che  per  ll  in  garine 
270  ecc.,  e  nel  sincopato  antrech  'intelletto'  175.  Invéce  nei  Prolo- 
ghi: scola  Nicola;  e  nelle  farse,  come  voci  più  urbane:  parpagliole 
57,  raviole  224  disio  'dice  egli'  45  in  bocca  all'Omo,  allato  a  beycd-ro 
'  [hai  tu  ancora]  vedùto-lo?',  nella  farsa  semirustica  De  Nicora  et  de 
Sibrina.  —  Nel  pronome  in  elisi  :  lo  la,  e  nell'articolo,  passa  costan- 
temente in  r,  se  gli  precedono  i  s  m  ì,  e  sporadicamente  se  sussegue 
a.  e  d  en:  fat-ro  'fattelo',  284,  veij-tra  'veditela'  veyt-ro  'veditelo' 
265,  las-ra  'lasciala'  s-ra  pò  'se   può'  201,  m-r-d  tu  'me  l'hai  tu, 


*  Circa  il  n  di  baralto-n  capito-n  ecc.  v.  il  nm.   16.  Di  mont  'molto',  v. 
il  less. 


L'ant.  astigiano  III.  -  Fonol.;  cons.  cont.  417 

173,  c.o-gl-r-a.es  'che  ei  glie  l'avesse'  167,  n-r-ancalds  'non  l'osassi' 
195   n-ra  ,ortré,lo  'non  la  porterebbe'  169,  c-ra  facra   che  la    e  la) 
taccia'  257,  e-l-a  fa,  'che   l'ha  fatto'  213;-  s-ra  c^ta     se  la  c.tt 
213,  C-la  mità  'che  la  metà'  257,  c-la  dota  'che  la  dote    261,  d-la 
'de la'  255,  d-ra  195  275  ecc.  -  Si  vocalizza  {ul,  u)  nella  forma  ./ 
dell'articolo  e  del  pronome,  ove  sia  susseguito  da  esplosiva   dentale 
oppure  palatina,  e  da  .,  n,  .  e  l  Epperò   s' hanno  le  due   figure  ^ 
e  0,  al  e  a-u,  del  e  d-o,  con  scissione  analoga  alla  francese  eccetto- 
chè  a  questo  riguardo  1'  a.  astigiano  mostra  maggiore  sensibihta  che 
non  il  francese,  il  quale  non  distingue  se  non  fra  i  casi  d.  vocale  e 
quelli  di  consonante  in  genere.  Il  trapasso  di  el  ad  o  (vale  a  dire  ..), 
opperò  di  del,  per  il  tramite  di  -deu,  a  do,  di  al  ad  au,  e  del  resto 
pienamente  analogo  alla  digradazione  deliba,  fr.  don  deu  donde  il  mo- 
derno du,  ecc.  '.  Esempj:  o  tagliàu  'il  piatto'  77,  o  .|.n..' il  didietro 
69   od,  ^il  dito'  256,  0  sen,  'il  senno'  254,  o  sol  'il  sole    2o6,  o  sca- 
,:.in  'il  cappuccio'  73,  o  salvdn  'il  folletto'  258  o  nas    il  naso  2o3 
o  riz  'il  riso'  291,  o  Uam  'il  letame',  do  temp  'del  tempo      84    do 
dèhit  'del  debito'  361,  do  cervelà  291,  do  nas  284,  do  nostr  2m  da-o 
seynt  'dal  santo'  62,  dau  lavoù  57,  au  toppin  'alla  pignatta  ,  ao  dyavo 
258,  au  stagnin  'alla  pentola'  59,  au  soul   'al  sole'   147  ecc  ;   -  o 
te  refrena  'ei  t'infreni'  161,  com  a  sta  277,  o  sarea  '  ei  sarebbe    LIO, 
o  n-è  za  'ei  non  è  già'  270,  o  glU  Avicena  279;  ecc.  -  All'incon- 
tro" el  cazùl  58,  el  cui  255,  el  pey  'il  pelo'  254'  el  prefond  2d9,   . 
ho  266,  .^  hacharé  41,  eZ  m.^.a^^^  41,  el  fià  38  (e  per  eccezione:  el 
sol  75),  cfeZ  corp  41,  cfeZ  pr..e  258,  del  meys  215,  a^  mone?  216,  al 
feu  63  ecc.;  -  el  crezrà  'crederà'  275,  el  pias  263,  eZ  pormi  po- 
trebbe 79,  el  morrà  'morirà'  38,  el  ven  250  251  ecc. 

L  Complicato.  -  27.  CL  (TL)  a  formola  iniziale  riesce  a  K,  e 
a  formola  interna  tra  vocali  a  l  Così  chioche  plur.,  fr.  cloche  129; 
c^nodi  'chiudiate'  223,  cMaf^,  chiayra  241  (cfr.  sch.iayr  'distingue, 
serve'  271,  ali.  a  sgeyr  102),  cMn  'chierico'  294;  -  veglia  'vecchia 
109  oeugl  'occhi' passim,  aure^Ze 'orecchi'  cat;i^to 233, r.^ro^.5'Z' chia- 
vistello'  223,   apparglid   'apparecchiato'   261.  Preceduto   da   cons.: 


»  Vù  dell'articolo,  nell'odierno  genovese  riviene  all'incontro  all'anteriore 
ru^lo  NeirAlione  stesso  abbiamo  il  motto  genovese:  ...  chiù  regulao  homo 
d-ro  mondo   147.  Circa  l'o,  pronome  nel  romagnolo,  cfr.  Mussafia  1.  e.  63. 


■  -    Giacomino, 


masg  ^maschio'  271,  remusgia  'rimischia' 279,  coerg  'coperchio'  249. 
7,  ^^;^*"'  ^f  ^'§^.^"°^<^°"^'  257,  gera  'ghiaja'  ^22.% giandomse  'ghian- 
dole 27,  e  l'assai  notevole  giosa  'glossa  chiosa'  175  —  29  PL' 
Vièycl  'piato  placito'  178,  'pieydèr  170;  j^iad  183  (con  grafia' anti- 
quata: ^lasir  21),  ^3^-,,«a  'piazza'  47,  pmn^ré^  'pianterò'  149,  'piole 
^zampe,mani'  138, |,.Vma 249, p^b^ni  316.  Ancora:  pe.pzpiù,  cfr.pMr 
IJ  e  pM^or  'parecchi';  pma  'piena'  271,  comp^  'compiuto'  279;-  sem- 
ina 266,  5em)3?e^a  171  ;  accoi/a  'accoppiate'  265.  —  30.  FL:  fyd'fi^W 
30,  fiach  233,  fiori  fiorito  19  (^rm  'fiorino'  166,  262),  anfiour,  'enfia- 
gione'^38,  scónfi  'gonfio'  41, /7/t.m  'fiume'  296;  però,  come  in  ital.: 
trota  246.  —  31.  ^l:  Masièma  'bestemmia'  (lig.  gastéma)  826,  bianc 
53,  è^b«c^«  186;  interno,  trebia  108,  v.   less.,  nebióeu  156,  y.  less. 

R.  —  32.  Iniziale  e  interno,  si  mantiene;  venuto  all'uscita,  è  espo- 
sto ^a  cadere.  Negli  infiniti  prevalgono  le  forme  col  -r:  fer  83  e  fé 
57  'fare',  ster  57  e  sie  83,  agér  'aiutare'  38,  soffìér  ib.,  parler  85, 
respónder  30,  cognésser,  végghe  'vedere'  84,  monV  211  e  mori  205 
mem'  198,  ecc.  Nel  nome:  tregtóu  248  e  tregtóur  188,  Zayói.  359  e' 
lavor  57,  z,ey  e  vegr  'vero'  125  281,  pégve  143  e  péj/m-  17,  ;peyroré 
'pajolajo'  101  e  pegrolér  62.  Le  forme  apocopate  sono  più  genuina- 
mente popolari.  Per  il  tipo  pricdic  ' pvedicatove\  estimdu  'stima- 
tore, ecc.,  V.  la  Morfologia.  Del  resto,  la  relativa  tenacità  del  r  nel- 
l'a.  astigiano  non  persuade  il  supposto  che  esso  già  vi  fosse  trillato  de- 
bolmente {r  alveolare,  'nicht  gerollt'  del  Sievers,  Grundz.  d.  Lautph.^ 
109),  come  è  quello  che  ora  s'  ode  in  quelle  regioni. 

F.  —  33.  Nulla  di  ben  notevole,  ma  a  ogni  modo  registriamo  scar- 
tapacz  290  e  Prol.  dell'aut.,  di  contro  all'italiano  'scartafacci',  e  tra- 
vondré  'inghiottirete'  37,  che,  insieme  col  s^n.  iravoso,  è  ricondotto 
dal  Flechia  a  trasfundere. 

V.  —  34.  Intatto  se  iniziale  e  interno  tra  vocali:  ven  végghe  óeuve 
nova  ecc.  Si  dilegua  per  eccezione  nel  pronome  di  2*  plurale;  e  il 
dileguo  è  costante  nella  proclisi,  laddove  nell'enclisi  s'alternan  vo  ed 
o;  onde:  cli-o  possi  viàrne  la  sentenzia  'che  voi  possiate  ecc.'  117, 
ch-o  ave  ben  el  pis  aj/r  'voi  avete  ben  fretta'  240;  sio  'siete  voi'  150 
263,  sivu  id.  194;  dove  si  può  ricordare  il  v  secondario  caduto  nelle 
forme   verbali:   ségve-tu  '^savéyve-iu  'sapevi  tu".  Venuto  all'uscita, 

')  Sia  anche  avvertita  la  notevole  riduzione  di  nv  a  m  (cfr.  Ascoli,  Arch. 
Vili:  Italia  dialettale),  in  cumenèyoo  'convenevole'  278. 


L'ant.  astigiano.  -  IH.  Fonol.  ;  cons.  cont.  419 

passa  in    sorda,  come   nel  lombardo  e  nel  francese:  chiaf  37,  tvaaf^ 
'trave' 212,  soaaf  302,  noeuf  %o   ecc.,   oeuf  Ql  275,  moeuf    muove 
67.  -  35.  W:  vuàri  268  272  ecc.,  cfr.  il  letterario  guari  272;  vuard-te 
'guardati'  78  279;  vuardón  torin.  verddk,  termine  dei  calzolai  244; 

wa^j^  'guadagno'  133.  /  ^     .     u   tt  ^oP;^ 

S.  —  36.  Susseguito  da  z,  diventa  /a  modo  ligure  (cfr.  Arch.  ii  i.O), 
per  mera  affettazione,  in  scilenMum,  voce  profferita  da  un  giudice,  48. 
M    _  37.  Sempre  ben  fermo,  tranne  che  all'uscita  delle  prime  plu- 
rali,' di  base  proparossitona,  nelle  quali  si  riduce  a  strascico  nasale. 
Sono  le  prime  plurali  dei  congiuntivi:  mòstron  231  'che  mostriamo', 
rrt^o^2  'andiamo'  144;  anddsson  'andassimo'  29;  e  quelle  dei  perfetti: 
s-anvrìéron  'ci   ubbriacammo'    146,  e  la   zuèron  'noi  la    rappresen- 
tammo' 222  (ma,  forse  per  errore  tipografico,  ne  zuèmm  'non  rap- 
presentammo' 223),  da  ^uér  'giocare,  rappresentare'  249.  Altra  grafìa 
incerta:  com  per  'con'  {cu),  in  com  o  dy  'col  dito'  103.  -  MN:  più 
che  non  l'esito  alla  spagnuola  n  in  dagn  133,  scagn  17,  comune  ad 
altre  volgari  d'Italia,  merita  un  cenno   quell'epentesi  di  p  che  pur 
si  nota  n"él  prov.  dampnàr   e  nel  damimai  delle  Fred,  gallo  it.  xvii 
43  e  qui  si  esemplifica  in  calumpnia  183,  conc^ampm  184.  -  MP.  A 
questo  nesso  mi  conduce  amoret  'ampollini'  masc.  146,  che  va  ma- 
nifestamente coi  torin.  àmida  amùlin,  'boccia,  boccetta'.   Nessuno, 
che  io  sappia,  ha  studiato  questa  curiosa  corrispondenza  di  ampulla, 
o  me-lio  d'un   *ampula  che   stesse   ad  ampulla  come   betula  a 
b  e  tuli  a.  Ma  come  ammettere  -m-  =  -mp-?  Dovrebbe  entrarci  una  con- 
taminazione con  altro  vocabolo,  che  si  toccasse  comunque  col  nostro. 
N.  —  38.  Nulla  di  notevole  in  quanto  è  iniziai.  Nel  §  II  già  s'avver- 
tiva che  tra  vocali  si  sdoppia  in  nn,  ovverosia  si  gutturalizza  nella 
prima  parte  dell'articolazione;  cfr.  pure  lo  scritto  postumo  delFlechia, 
Arch    XIV  118.  L' Aliene  rendè  codesta  modificazione  colla  grafìa   n: 
perdoni  93,  mena  99,   eìiena  'catena'  124,  Iona  153,  gona  175,  ro- 
fìàna  tana  361.  Per  una  facile  assimilazione  progressiva,  da  nn  si  riusci- 
rebbe al  ù  ligure  e  torinese  ■;  cfr.  Salvioni,  Fonet.  dial.  mil.,  e  Renier, 

>  Anche  m  tra  vocali  presenta  codesto  fenomeno  di  scissione,  secondo 
che  attestano  le  scrizioni  Roma  65,  ossia  -Rohma,  gròmèt  'cestone' 
V  less.  ecc;  senza  parlare  dei  casi  in  cui  c'era  una  doppia  ongmana 
(sòma  'somma'  380),  o  imputabile  alla  composizione  {còma  'comare  «re- 
còmand  'raccomando'  303). 


420  n- 

uiacomino, 

gel.  135.  Quanto  a  fry  'finirà'  123,  sarà  cauto  che  per  ora  vi  si 
presuma  un  errore  di  stampa,  piuttosto  che  lasciarsi  sedurre  dal- 
l'ipotesi d'una  alterazione  congenere  a  quella  che  la  Spagna  ci  offre 
nel  nesso  m'n  [hembra  hombre  arambre  ecc.),  e  non  è  del  tutto  estra- 
nea  alla  regione  monferrina;  cfr.  fùmra  in  quel  di  Paroldo  (Ceva)  al- 
lato al  torin.  fumna,  astlg.  gomena  271  .312.  -  Al  nm.  16  vedemmo 
che  il  n  all'uscita  si  gutturalizza  e  anche  finisce  per  tacere-  e  ora 
aggiungiamo:  be  bee  'bene'  in  frasi  di  questa  fatta:  renegh  a  \e  'non 
voghe  aver  più  bene',  28  159,  bee,  al-e  insi  'bene,  gli  è  cosi'  59. 

Esplosive. 

CA  CO  CU.  -  39.  Il  e  all'iniziale  si  mantiene;  le  apparènti  ecce. 
zioni:  chiaglia  'calga'  61,  chiambra  120,  son  francesismi.  Interno  tra 
vocali  tende  a  dileguarsi;  cosi  in  protonica;  pnema,  'preghiamo'  249 
prie  225;  7iyér  'annegare'  285,  siónd  'secondo'  265  ecc.  ciógna  'ci- 
cogna' 240;   sura  'sicura'  67,  assur   'assicuro'  265,  arriorcléve  'ri- 
cordatevi' 175,  anterfrià  'logoro'  243,  una  fryd  241,  accorid  'cori- 
cato' 294,  mastid  'masticato'  159,  desmantiè  'dimenticare'  130    zuèr 
'giocare'  249,   alouer   'allogare,    assettare'   231;  in  postonica:  frìa 
'frega'  244,  mg  a  'mica'  ripetutamente,  dga  'dica'   193  (cfr.  diga: 
biga  193),  s-accóna 'si  corichi'  17,  butéa  'bottega'  135;  brdye  'bra- 
che' 17  l:30  216  {braydce  78)  '.  Dove  si  aggiungono  gli  esiti  di  -ico 
-ICA,  sia   ne' proparossitoni,   sia   ne' parossitoni:  carrij  48  198    elùvi 
'chierico'  258  294,  s'^.eW  Quirico'  262,  mania  ^monica,  donni'  103 
mey  'medico'  52  228,  ndye  'natiche'  17,  ami  'amico'  172  amialTo 
anty  'antico'  147  177,  fy  'fico'  204.  In  alcuni  esemplari,' quasi  per 
influsso  culturale,  abbiamo  la  semplice  riduzione  di  sorda  in  sonora: 
zugar  169,  non  astigiano  pur  nella  terminazione;  bugd  'bucato'  113- 
anfregd  113  e  anferghér  'accoccare',  allato  a  frid-  paghér  'egli  pagò'' 
225,  caghé  50  ecc.;  diga,  con  gli  analogici  vdga,  ddgon  ('vada.  diamJ 
e  diano');  fatiga  259  (s'aspetterebbe:  fadia);  ecc.  -  La  gutturale  è 
incolume,  se  preceduta  da  consonante:  earedgn  42,  ealvaeò  'cavalcò' 
368,  aneha  {eh  =  k)  293,  pésehon  'pescano'   292,  bechòyn   'bocconi' 
296,  stravaché  'rovesciò'  (vacca)  293. 


^    '  ey^zot  64  sembra  un  diminutivo  di  voce  rispondente  al  piem.  ayassa 
gazza,  Arch.  II  J28,  e  designa  forse  i  'rigogoli';   la   gutturale   dileguata 
sarebbe  pero  qui  stata  la  sonora. 


L'ant.  astigiano.  —  III.  Fonol.  ;  cons.  espi.  421 

QV.—  40:  guarc/i 'qualche',  quant  {can  317  318  in  bocca   a  Mi- 
netta],  squasi  84,  quara  'quale'  262.   Coi  quali   va  il  molto   singo- 
lare que\  vivo  tuttora  nel  monferrino,  nella  funzione  di  pron.   n.  in- 
terrogativo; que  dono  149,  per  que  173  291,  de  que  320,  e  que  31(5, 
cfr.  Renier  gel   148.  Voci  dotte:  requér  'richieggo   in  via   giudizia- 
ria' 161,  aquitd  'equità'  175  e  simili.  Secondario:  qui,  allato  al  to- 
rin    ?/,  lomb.  hi  Del  resto  abondano  le  riduzioni  solite:  che  chi  ecc.; 
e  anzi'  occorre   nel  tipo   secondario,   come  nel   piemontese,  cast  cQl 
'questo  quello'.  Che  se  poi  fosse   lecito  qui   richiamare  altri  htj,  se- 
condari, ricorderemmo:  cointé  277,  od.  monf.  quinte  cognitare  (Fle- 
chia),  squéUe  'scodelle'  185,  qudgia  'quatta'  104,  cfr.  Ascoli  Arch.  II 
402.  -  Di   em  da   a  qua   già  era  toccato  al  nm.   3;  e  la  doppia  m 
evva  146  è  forse  particolare  testimonianza  di  un  anteriore  ''egua;  cfr. 
in  protonica:  aguegréu  245  360,  come  nel  frnc.  :  aiguière  ecc.  allato 
ad  eau.  —  CT.  41 .  La  risoluzione,  anziché  jt,  come  nel  torinese  e  nel 
ligure  "(cfr.  in  bocca  a  MÌ7ietta;  fait  314,  staita  314,  e   al  'lanter- 
nero  ':  coita  239),  ne  è,  alla  lombarda,  la  esplosiva  palatina,  che  pero, 
tranne  rarissime  eccezioni  (an^rec/i 'intelletto'  175,  gionchia  'giunta' 
291)   si  fa  costantemente  sonora:  dig  'detto'  162  190  ecc.,  fag  'fatto', 
[dagia  'data'  167],  Z.^  'letto'  283,  cog  'cotto'  209  187,  og  'otto'  255, 
nog  'notte'    149  266,   lag  'latte'  220  270,  sug  'asciutto'   109  286, 
anstrùg  'istrutto'  163,  constrùg  'costrutto',  streg  'stretto'  147,  cfe- 
spég  'dispetto'   187,  aspégia  'aspetta'   151    ecc.,   fagiùra   'fattura 
159,  desfagiuré  102;  -  pong  'punto'  322,  ong  'unto'  286;  ma  fran- 
cesemente: segni  (e  sent  seri  in  varie  combinaz.  sintattiche)  62,  dove 
s'aspetterebbe  H'mg.  -  Qui  pure,  anziché  il  riflesso  di  pt,  si  ha  quello 
di   CT    in  scrigiùre  'scritture'   159,  e  con  grafia  pedantesca:  sovra- 
scripgia  'sovrascritta'  75.  -  42.  CS:   tèxer  {tesser)  57,   lessia  265, 

Icissc   /ò  . 

GA  GO  GU.  -  43.  Incolume  la  guttur.  iniziale:  gavégte  'bacini'  279, 
V  Kort.  s.  gabata;  galina  garine  61  227  265,  gdna  175,  gora  'gola' 
195;  gog  e goz  281  270  gaudiu,  ^Wato  ^  gioda  'allegria'  80,  toyosa 
380  regiog'  'rallegrare'  33,  paralleli  all'ital.  gioja,  dal  (v.  jote.  In- 
terno tra  vocali,  si  dilegua:  rua  ruga  360,  brea  220  ecc.  (posto  che 


»  lasca  'lascia  andare'  33;  cfr.  Diez  less.,  Korting  4722. 


■^■^  "       Giacomino, 

'briga'  rivenga  a  base  colla  gutt.  soaorai);  coi  quali  è  lecito  man- 
dare anche  m/rm  'sedia'  270,  torin.  cadrèga.  Mancano  all'Alione  i 
paralleli  degli  esempj  pedemont.  clic' a  'doga',  frola  'fragola'.  Uè  'le- 
gare' ecc.  In  liga  'lega  politica'  131  vediamo  naturalmente  una  voce 
dotta.  —  Preceduto  da  consonante  si  mantiene;  larga '2^2,  angdn'in- 
ganno'  81,  logng  'lunghi'  277.  -  Perduto  l'elemento  labiale  di  ^n  in 
^ctngm,  cacasang  (voce  dotta)  292,  allato  a  sagna  sagnér  'salas- 
sare' 100,  cfr.  Ascoli  1.  e.  e  [Lett.  glottol.  (I)  17.  —  44.  GR.  rie- 
sce a  Jr  in  magra  'magra'  269,  agra  egra's^gva,'  273  82  cfr  Arch 
ir  128.  '       ■ 

CE  CI.  --  45.  Il  e  di  queste  formole   riesce,  nell'iniziale,  a  sibi- 
lante sorda;  se  mediano  e  all'uscita,  anche  a  sonora.  La  pala'tina  non 
SI  mantiene  se  non  in  poche  voci,  d'indole  letteraria:   chiera  'viso 
aspetto.' .232  253,  cfr.  Ascoli,  IV  119,  cMancJnér  192  265,  ces  'dere- 
tano' 179  298;  chiardmia  'cennamella'  94,  fv.  chalumeau;  però  forse 
per  dissimilazione,  anche  in  ckisi  'ceci'   224   112,  torin.  Jiizi,  lomb. 
^Izer.  Esempj  da  riflesso  consueto:  cena' cena'  145  380   torin  sma- 
cerg  'cerchj'  108  torin.  serli;  eira  'cera'  214,  torin.  sirà;  clri  oeven 
294,  cùióù  'moccolo'  368;  cincq  'cinque'  25  37  ecc.,  torin.  swh;  eia 
qua'  (ecce  ha  e),  torin.  ?«,  lòmb.  sa;ciogna  'cicogna'  240;  plasir 
frequente,  tasi  'tacere,  tacete'  201205,  'desént  'decente'  62';   doze 
'dodici'.2'25,^fre^e  -tredici' 277,  ^i/m-e  'quindici'  270,  torin.  dù'd'z 
terd^z  écc.;'gias  'giace'    276; pas  paz  277  229^ 'pace',  vegs   'vece 
volta'  246  (e  vez  65),  m^  'giudice'  163,^  stralùz  'Iraluce'  232,  perniz 
'pernice'  80,  diz  'dice'  passim,  cZea^  'dieci'  279,  desdex  'disconviene' 
ib.,  croux  'croce'  296,  noux  noci  mS;  caucér  'calzari'  21,  anztmia 
'in  cima;'  82;  languacera  'linguacciuta' '40,  hroacér  'sbrodoloni'  148. 
—  sce:  Wfl55erp4s5er' nascere  pascere'  278,  crèsser  1^0 ,  pes    'pe- 
sci' 292;  assension,  374.  .:   • 

GÈ  61.  —  46.  Salvo  alcuni  esemplari  di  tempra  letteraria,  riei  quali 
si  mostra  la  palatina,  quali  sarebbero  geni  273  ecc.,  iantilhomfreq., 
e  il  np.  Glorcz,  s' ha  costante  la  sibil.  sonora,  come  in  zeer  'gelo' 
108,  zéner  'genero'  270,  zanzive  244,  j^enóugl  323;  e  similmenre  in 
léze  'leggere'  290,  frizer  ' friggere ': 63,  fé.^.  'reggere'  18,  rezlóur^ 

'  V.  Ascoli,  Ztschi-,  f.  vgl.  spi-.,  XVI,  125,  Diez  less.  -  NeirAIi'oneTpur 
brega  145.  -■;,...  :  '.  :     .  ■  -    \  * 


L'ant.  astigiano.  -  IH.  Fonol.;  cons.  espi.  423 

're-itori'  221,  reziméM  'governo'  290;  senza  dir  di  ònzer  'ungere' 
225!'an.^V/n« 'ingegnato'  101,  a.cór.^e  ' scorgere '  l\^,  sporz  'spo,rge 
22  ecc.  vòzelo  'volgilo'  245,  ed  altri;  cfr.  l'esito  di  J.  -  In  vma 
'vi-ilia'  294,  virid  'vegliata'  359,  avremo  l'antico  assorbimento,  come 
in  ^mai  paese  vrovana  ecc.  Di  fonte  straniera  le  molte  formazione 
in  .a^.  =  .ATico,  come  viàge  71,  darmàge  229,  oltrdoe  47,  meynage 

il)       GCC 

X    D-  47    Intatti  a  formola  iniziale;  a  tbrmola  mediana  tra  vo- 
cali'in  piena  rotta,  ove  non  li  sorreggano  la  coerenza  morfologica  o 
l'influsso  letterario,  Di  qui,  riduzioni  singolari;  onde  ad  es.   le  basi 
latine  rideo  rides  ridetis   *ridere   tutte  confluiscono  nell  unico 
n,  101   161  223   ecc.;  dove  il  torinese  distinguerebbe  almeno  rm  e 
He,  E  continuando:  chèna  'catena'  98,  frel  'fratello'  205,   tó.^  'le- 
tame', 102  148,  poér  'potare'  270;  voyér  'votare'  63,  torm    .^.y?  ; 
ayd  'aitato'  224,  sey  'sete'  70,  naye  'natiche'  17,  sea     seta    2.0, 
stra  'strada'  62,  espia  'ospedale'  64,  pela  'padella'  17,  peyla    ^pa- 
dellata' 63,  buégl  'budella'  70,  strasué  'trasudare'  226,   pare^s    pa- 
radiso' 275,  trahy'  'traditi'  81,  crenza  'credenza,  credito    147,  oj/r 
15  'udire'  (ma  ócto 'ascolti',  cioè  'oda' 223),  me^.me 'medicine   10 
,ney  'medico'  52  ecc.,  fy  'confido'  80,  eòa  'coda'  226,  nua  'nuda 
61,  grdvia  'gravida'  269,  rosty'e  'arrostite'  (nome)  80;  ecc.  Circa  -a to 
e  datore,  v.  la  Morfei.  -  -tr-,-dk-:  mare  'madre',  165  193:  P.w 
'Pietro',  laroyn  'ladroni'  291;  porrm  'potria'  17  19,  carrea    sedia 
270;  feura  'pelliccia'  153,  fard  162,  fr.  fourrée  (fem.). 

p    B  -  48   laterni  tra  vocali  si  riducono  a  t;  e  in  certe  forme  ver- 
bali si*  dileguano:  cavid  'capitale'    170  259  {caMd    che  si  legge  a 
p    265,  sarà  forse  un  errore  tipografico),  cavéstre  'scapestrate    113 
overt  76  (cfr.  obrir-te  37,  obrigle. 16),  rdva  'rapa'  HO,  ravaz    ra- 
pace' 99,  crave  da  crape  'capre'  (o  meglio  da  ca.r.,   cfr    laver 
da  'labro'  257),    savoùr  'sapore'  88,  maldvi  'male-habitu  ^47    .na- 
«a269,  lavel  labellu  206,  ^.é^/m-  'bere';  seys  'sapesse-  103,  to- 
rin.  m.é;-.a.  Dileguo  in  c^una  ' dobbiamo ',  Miéma,  diima;  n-ey  'non 
abbiate'  (propr.  'non  avere'.;  e  così  in  molte  altre  voci  di  habeo 
e  debeo;  ma  all'uscita:  of  hof  per  -o.  'ebbe';  cfr.  louf  'lupo    99. 
-  L'esplosiva  labiale  restò,  quanda  riusciva  geminata  od  era  prece- 
duta da  consonante:  sdpi  'sappiate'  195,  /me.' '  abbiate  '  53,  dibiade- 
bia   25  293,  puppa   146;  vorp   113;  cgrp  'colpi'  17    lambory    273 


424  Giacomino, 

322  ecc.  Scese  però  a  v  dinanzi  a  r,  come  se  fosse  stata  fra  vocali: 
savna  'saprebbe'  18,  dovréa  2ì3\7jvri/  'ebbro'  82,  Idver  veduto  te- 
sté ;  e  probabilmente  anche  scalafróyn  254  allato  a  scalabròn  272  374, 
se  f  vi  rappresenta  quell'alterazione  di  v  in  nesso  con  r,  che  è  negli 
it.  palafreno,  frana  'voragine'  (cfr.  tuttavia  il  Kurt.  s.  fragmen.),  e 
forsanco  nel  piemont.  frisa  'briciola',  di  fronte  al  bolognese  hrisa  ecc. 

Accidenti   generali. 

Ci  limiteremo  a  indicazioni  più  o  meno  specifiche.  —  49.  Assi- 
milazione. Di  vocali:  lambarint  'labirinto'  52;  sarvdn  salvdn  'fol- 
letto' 83  25S  e  314,  cfr.  Flechia,  Post.  et.  10,  n.  2;  duduméni  188 
plur.,  *' di-domeniche',  cfr.  undomdn  'indomani'  nm.  15*;  scuminid 
'scomunicato'  92.  Di  sillaba  a  sillaba:  berboglid  amberboglié  'rime- 
scolato, voi  rimescolate,  ingarbugliate'  239  278,  di  fronte  all'ital. 
garbuglio,  cfr.  nell'Aliene  stesso,  come  nomi  proprj  :  Sgarbiglia  161 
e  Garbug  1G6  (il  caso  inverso  è  nel  volg.  torinese,  dove  gorgonzòla 
si  dissimila  in  bérggnzóla).  Per  intenzione  comica,  pota  in  rima  con 
cola  261  (il  Tosi  corrègge  malamente  poca).  —  50.  Metatesi.  Tra- 
sposizione di  r:  gròmet'' cestone^  82  86  ecc.,  v.  less.;  infrizd  anfrizèr 
'infilzate'  ecc.  224  68,  crob  'copri'  260,  curb'irse  22o,  anferghér  in- 
fricare  169,  cfr.  anfregd  113,  crastér  'castrare'  225,  crasldu  've- 
terinarj'  223.  Senza  motivo  apparente:  spiantd  spiantò  308  205, 
torin.  spantid;  denomin.  da  '^spanto  expansus.  D'ordine  burlesco: 
potonfìcdl  127  '  pontificale'.  Metatesi  reciproche:  dugichér  323  da  *giu- 
dichér;  ambormind  31  103  204  per  *an-morbina  'ammorbato',  cfr.  in 
lingua  più  colta,  ammorbérne  'ammorbarci'  228.  In  alcuni  casi,  la 
rima  ci  attesterebbe  certe  metatesi  che  non  compajono  nella  scrit- 
tura; così  in  farse:  grasse  215;  conférma  {*confréma):  veghèma  213, 
cfr.  torin.  ferm  e  frem  'fermo'.  —  51.  Prostesi.  Di  v  dinanzi  a  ù, 
in  vuir-ne  'udirne'  117  (cfr.  oy'r  'udire'  15  17),  dovuta  forse  al  com- 
pendio sintattico:  possi-vuirne.  Di  articolo  concresciuto,  in  lamborì 
'umbilico':  and  o  lambori  273,  torin.  ambilri.  Di  a  favorita  dai  nu- 
merosi composti  con  ad,  in  marecomand  303,  astrassin  'strascico' 
268,  s-apparturis,  alla  lettera  'si  partorisce',   per   dire  'partorisce' 


'  Il  nesso   secondario   vr  suole  poi  scempiarsi  nella  parlata  più  umile: 
sarei/- tu  'sapresti'  232;  arcy-vi  'avreste'  234,  aréy-vo  'avreste'  123,  ecc. 


L'ant.  astigiano.  —  III.  Fonol.  ;  cons.  espi.  425 

283,  adv'ina  'indovina'  60.  —  52.  Epentesi.  Di  nasale:  lamharint 
'labirinto'  52,  'parangón  'paragóne'  120.  Di  r:  hesestr  'malanno'  189, 
'bisesto',  cfr.  bissest  279.  Non  diremo  epentetico  o  togli-iato,  ma  piut- 
tosto vorremo  da  gn^  il  v  di  privoic  'pericolo  99  ecc.,  privoróux  'pe- 
ricoloso' 79  (Rime  gen.  perigoròso  212),  cfr.  Prediche  gallo  it.  vii  23: 
seuol  'secolo'  e  poco  più  sotto:  segle.  —  53.  Afe  resi.  Nel  verbo 
'avere':  et/va  'aveva'  ecc.  (v.  Mori".).  Ancora:  ì;/^:  'avviso',  mèviz 
'credo';  uzé  275  'avviate,  avviatevi'.  —  Apocope  burlesca  in  fìlóz 
per  filòsof  283. 

Varia.  —  54.  Difficile  ordinare  in  categorie  ben  distinte  le  cor- 
ruzioni plebee  o  burlesche  di  molti  vocaboli.  Cosi:  sterlòch  'astrolo- 
ghi' 258,  con  assonanza  a  olouch  'allocco'  314;  sovenitd  168  che  pare 
un  compromesso  tra  solennità  e  sovranità'^  tremeléry  che  sarà  un  tri- 
buléri  (lomb.),  contaminato  di  tremare  (cfr.  diavolèri  ecc.);  forti fic  174. 
e  pubblio  291,  che  pajono  parodie  di  pronunzie  francesi;  canlaridés: 
adés  227.  Dell'accento  peculiare  di  certe  forme  nominali  e  verbali 
si  tocca  nei  capitoli  rispettivi  della  Morfologia.  Di  accento  sintattico 
a  scopo  di  rima,  sono  csempj:  fèr  my  ('fare  io'):  tèrmi 'ZÌI]  o  so  my 
('lo  so  io'):  òmy  .34.  Tralasciamo  naturalmente  le  storpiature  delia- 
tino  e  del  francese,  con  le  quali  si  rallegra  il  dialogo  delle  Farse. 


IV.  Morfologia. 

1.    Suffissi  e  prefissi. 

55.  Tralasciamo  i  molti  deverbali  sul  fare  di  guadagno  doglia 
danza  ecc.,  che  l'a.  astigiano  ha  comuni  con  altre  favelle  neolatine 
{vuagn  133,  deuglia  273,  danza  59),  e  adduciamo  soltanto  alcuni  esem- 
plari più  o  meno  specifici,  come:  sperforcz  'sforzo'  S2,percdcz  'pro- 
caccio, questua'  39  226,  prich  (masc.)  'predica'  185,  resi  nella  frase 
la  lanza  an  rest  'la  lancia  in  resta',  redricz  'aggiustatura'  247,  sco- 
pdcz  'scapaccione'  51.  —  Sia  qui  ancora  ricordato  l'aggettivo  (ov- 
veramente  antico  participio)  /ec/i  266,  'gustoso,  ghiotto'.  E  passiamo 
ai  suffissi,  rilevando  soltanto  i  più  notevoli. 

56.  -ia:  punasia  *  fetore  '  205,  chiaramia  'cennamella'  34,  folia^  ecc.  ; 
e  forse  ffolia   146  (dato  che   questa  voce  non   vada  intesa  per  nome 


426  G'acomino,. 

proprio,  leggendosi  nell'ediz.  principe:  viver  da  golia).  Per  -lv  atono 
citiamo  éntia  'innesto'  2'2S^  torìn.  tnta,  fr.  ente \  restia  'filza'  'resta' 
297,  la  qual  voce,  a  parlar  proprio,  è  ampliapaente  della  base  resti-', 
anvie  'voglie'  250,  fr.  envie  (invidia);  senza  dire  delle  voci  lette- 
rarie concordia  41,  miseria  30,  ecc.,  o  di  cativérie  92. 

57.  -ARiu:  (cfr.  num.  2):  correr  28,  iisurèr,  tavernér  383,  hroacér 
'sudicione,  sbrodolone'  148,  lanternér  222,  peyrorér  'pajolajo'  ib.,  hu- 
rattér  225,  archiér  '  arciere  '  294,  vaclièr  e  marghèr  295,  ?nascherpér 
291,  pellicér  113;  languacéra  'linguacciuta'  40,  bertelléra  'ciarlona' 
42,  pettezéra  187;  mortér  'mortajo'  226,  caucér  'calzare'  21;  ecc. 
Di  rado  tace  il  -r:  peyroré  103,  caucé  24,  hacharé  'baccelliere'  41, 
messé^  allato  a  messér,  passim.  In  tutta  la  serie  è  ben  manifesta  l'im- 
pronta indigena. 

58.  -ATORE  -ITORE.  In  protto  astigiano,  riuscivano  ad  -du  e  tour; 
e  quanto  al  primo  esito,  v.  il  §  VI.  Es.:  braglidu  'gridatore'  290, 
crasidu  'veterinario'  103  228,  sgrafìgndu  (burlesco)  'scrivano'  159, 
estimdu  292;  retagliàu  'pizzicagnolo'  290,  torin.  artajur'^  pellucdu 
'spilluzzicatore',  ecc.;  reziòur  'reggitore'  221,  tessióu  'tessitore'  304, 
[treytòur  treytóu  'traditore'  188  248.  Col  riflesso  di  questi  due  suflìssi, 
confluiscono  poi  quelli  di  -atoriu  -itoriu;  onde  l'a.  ast.  ambottdu 
'imbottatojo,  imbuto'  221  (torin.  ambgssù'r)^  cenerdu  'cendrier'  17, 
borniòur  'brunitojo'  234;  e  precedendo  consonante,  couvertóur  'co- 
perta' 271  (cfr.  torin.  levadù'r  'levatojo',  cagadù'r  'latrina',  ecc.). 
Per  -TRicE,  occorrono  i  soli  esempj  guardariz  271,  revandaris  292, 
cfr.  Salvioni,  Ardi.  XIV  241. 

59.  -ATA  (connesso  coi  participj),  peyld  'padellata',  masnd  208  274, 
chirid  'chierica'  276,  lechid  'ghiottornia'  228,  spetacid  'menata,  buona 
dose*  258;  potda  'pentolata'  186  285,  dall'equivalente  del  fr.  pot; 
aglid  'agliata'  214. 

60.  -ENTu:  mascarenta  'maciullata'  237,  erborente  'erbacee'  20; 
una  curiosa  coincidienza  ci  è  qui  ofi'erta  da  benent  242  248,  Benentin 
'Benedettino',  malént  190,  alterazioni  dei  legittimi  continuatori  di  be- 
nedetto maledetto  (cfr.  lig.  beneitu;  beneeita  delle  gallo-it.  pred. 
XVI  41  ;  senza  dire  dei  frnc.  bénit  BenoU;  ecc.). 

61.  -ETTU  -OTTu:  wi'iftói  '  bambinello  '  362,  gallét  2Q3;  mugét  'muc- 
chietto'  229,  cocét  'zucchetto'  65,  lacét  'busto'  190,  pezét  'pezzuola' 
87  gròmet  'cestone'  87  (con  accezione  tutt'altro  che  diminutiva),  bo- 


L'ant.  astigiano.  —  §  IV.  ISIorfol.;  suffissi  ecc.  427 

cìiét  'imboccatura  57;  fangét  'fanticello'  294;  ciriòt  'moccolo'  368, 
stramòt  'strambotto'  21,  camelót  'stoffa  grossolana'  (frnc.)  220;  ma- 
tòta  'ragazza'  263;  }-)isaròta  'sgocciolatura'  274. 

62.  -TIGNE  -SIONE  -ssioNE!  cancìón  'canzone'  21  375;  faetòn  21,  frnc. 
fagon;  sasòn  20,  frnc.  saison  (satione),  mangiasòn  (analogico)  2905 
casòn  (colla  sibil.  sonora)  112;  ìnessòn  291,  fr.  moisson. 

63.  -ACEU,  peggior.  :  vegliàcz  228,  matlonacz  'ragazzaccio',  vilanacz 
269,  cavaldcz  183,  vinacz  152,  homdycz  'omacci'  280;  bestiace  228, 
pollastrdce  112,  hrayàce  78,  laronàce  34.  S'aggiunge:  mostaz  'muso' 
225;  oltre  siacz  'staccio'  226. 

64.  -igeo:  còmaréz  'cicaleccio'  266,  lechéz  'leccornia'  225,  ver- 
menécz  'sudiciume'  51;  pi.  laronici  'ladronecci'  35;  maladicz  39, 
amprandicz  247. 

65.  -ATicu  {-age  alla  francese):  viage  71,  oltrage  Al,  ambassage  43, 
ineynage  47,  mariage  188,  morsellage  (erba)  275. 

66.  -iCLu:  aureglie  219  (di  var.  dial.:  auregi  129);  cunigl  247;  cer- 
négl  223;  cavigla  184  233;  -uclu:  zenougl  223,  avogla  *acucla  57, 
cfr.  ferròugl  *ferruclo  'spranghetta'  223.  Di  batdgl  129  si  può  chie- 
dere se  vada  con  it.  battaglio  o  non  piuttosto  con  it.  battacchio.  Di 
sbindagl  'tappo'  215,  v.  less. 

67.  -OLU  si  riflette  per  -eu  (ò):  eyréu  *areólu  'suolo'  222,  car- 
reyréu  'carratello'  146, /"aséw 'fagiuolo'  48,  linzòeu  189,  jpeyréu  'pa- 
juolo'  245,  griséu  'lampadino',  propr.  'crogiuolo'  230  262,  agiieyréu 
'acquajo'  360,  moclieyréu  'pezzuola'  261.  Deve  il  suo  l  a  moderna  ra- 
gione diminutiva:  Pedroeul  'Pietruccio'  241.  Quanto  a  i-olu^  v.  il 
nm.  16. 

68.  -iNu:  tugin  da  tug^  quasi  'fac-totum'  71,  bechin  'bocchino'  282, 
pollastrin  148,  forcelin  'forchetta'  ib.,  stagnin  'pentolino'  289;  topin 
189,  ioppina  60,  frnc.  topin,  'pignattino';  fantina  'fanciulla'  260. 

69.  -one:  moizòn  'scioccone',  posit.  ìnoicz ,  276;  maschòn  'stre- 
gone' 374,  cfr.  torin.  maska  ' strega.^  ; pautrón  'cialtrone  ribaldo'  189; 
-  mostazòn  375,  chavòn  374,  gambòn  373,  mociglòn  'moccolo'  231, 
stortigliòn  'ritorta'  51;  auregliòn  'schiaffo'  374,  massellòn  'ceffone' 
51;  stricòn  'scossone,  strettone,  sgarbo',  torin.  strihhdn  (cfr.  boi.  stri- 
kdr  *strigicare,  Arch.  XIV  338). 

70.  -onea:  pautrògna  'bruttura'  28,  che  si  combina  col  soprasil- 
vano piitrógn  {pultreTia),  Ascoli,  Arch.  VII  500.  Risaliamo  all'incontro 

Archivio  jflottol.  ital.,  XV.  29 


428  Giacomino, 

ad  -ORNEA.  in  ferzóryna  'vinello'  65,  di  cui  v.  il  less,;  cfr.  pedem. 
hampórTia  st/mphònia,  Ascoli,  Ardi.  XIV  347. 

71.  -amen:  hestidm  102,  lidm  'letame'  ib.,  mar^ram  ' marciume,  su- 
diciume' 133  193;  ancisam  'insalata'  14G,  che  sarà  il  gen.  iazisame, 
travestito  all'astigiana. 

72.  -osu:  privoròux  'pericoloso'  279,  schifìòux  'schifiltoso',  fumóux 
103,  bravóux  'spavaldo'  ib,,  contaminónx  (dotto)  213;  ecc. 

73.  -is^a:  previessa  *presbi/tissa  'bacchettona'  185;  -isca;  fra- 
tesche 'bigotte'  184  369,  fantesche  184,  moresche  (ballo)  129. 

74.  -ARD  :  trufard  180,  gagliart  245,  bausdrd  67,  hausarda  206,  ra- 
gliar da  42. 

75.  Derivazioni  verbali.  —  In  -are:  amhorrè,  ancanòné  57, 
alosnèr  'intontire'  361,  marandèr  'far  merenda'  06,  sorer   40;  ecc.; 

in  -ire:  stampir  54;  ecc.; icarb  :  accoriér  'coricare'  17,  festièr 

'  festeggiare  '  264  ;  arreysiér  '  risicare  '  {arreysiant  232)  ;  —  -idiare  : 
nettezér  226,  pettezér  205,  ranchezér  '  zoppicare  '  380,  ruftanezér  ib.  ; 

aceare:  asfangacer-se  'infangarsi'  176,  penacér  'spazzare'  222; 

ularb:  tremourèr  'tremolare; ottare:  vivotér  380; inare: 

svessinér-se  89,  da  vessa  'vescia'  190; iscere:  ampisson  'empiono' 

60,  scompisson  (burlesco  per  '^compisson  263),  1' una  e  l'altra  forma 
in  doppio  senso,  potendosi  anche  riferire  ad  ampissér  ecc.  'scompi- 
sciare', cfr.  e  mi  gl-ampis  36;  ahoris  'abborre'  ib. 

E  passiamo  ai  prefissi: 

76.  AD-:  acatrèyva  'comprerebbe'  231,  cfr.  il  fr.  acheter,  ma  torin. 
katé'^  assorid'^as sondato  241,  amòrta  'smorzi'  209;  arrordèr  ''''adre- 
'cordare  222,  accorià  'coricato'  17,  astagnd  'stagnato'  246,  arreco- 
'mandém,a  249,  ascurcér  '  scorciare  '  186. 

77.  de-,  de-ex-,  DIS-:  deliherér  (dotto)  22,  devisér  46,  devdz  99  227 
{quasi  de-e-vaso  'riuscito'),  despicd  'staccati'  360,  desfondd  247, 
despresidnt  29,  discordasson  (dotto)  32,  desgeyrds  'dichiarasse'  192, 
destopé  'sturate'  47;  e  col  dis-  illusorio  (cfr.  Asc.  I  530):  desmésti 
'domestico'  221,  desmestia  360. 

78.  EX-:  struz  'strascicato,  logoro'  da  struzèr,  Flecliia,  Arch.  Ili 
155. 

79.  IN-.  Illusione  analogica  vedremo  in  ambiglidvon  105,  frnc.  ha- 
hiller.  Del  resto:  enspia  'guarda'  62,  anspid  'guardato'  231,  anfra- 
schér  'rinfrescare'  233,  angerminér  'generare'  279,  ampia  'impie- 
gato' 42. 


L'ant  astigiano.  —  S  IV.  Morfol.;  suffissi  ecc.  429 

80.  RE-:  rebinà  'ripetuta'  222;  regnachd  'schiacciata'  230,  torio. 
znakd;  se  revéston  'si  travestiscono'  17;  regrignd  'contratto,  rugoso' 
237,  torin.  argrìTid;  remòngna  'brontola'  41  {^remolnj are  'remoli- 
nare'). 

81.  SUB-:  secrold  'scosso,  scrollato  245,  cfr.  il  torin.  sukruld  id.; 
semòsa,  da  summoneo  228. 

82.  EXTRA-,  -TRAS-:  strasué  'trasudare'  246,  stramenti  'mentisci' 
203,  slremén-e  'strameno,  picchio'  127;  stras-óra  'ora  avanzata,  inop- 
portuna', stras-órdon  'disordine'  295. 

83.  INTER-:  anterdod  'dubbioso,  che  è  tra  due  partiti'  29,  anter- 
frid  (-fricatu)  'logoro'  231;  anlerfiché,  storpiatura  di  'significare' 
89  (similmente,  per  ischerzo  :  traculér  per  '  calcolare  '  283). 

84.  BIS-:  besong  'bisunto'  148;  bescavéz  ' garbuglio '  326,  deverbale 
éa.  '^bis-cavez z are,  cfr.  l'ital.  'raccapezzare';  berzignér  'cavil- 
lare' 238,  a.  genov.  berzignar  (M.-L.  II  635),  '"bis+  (in)gegnare; 
bestùt  nella  frase  a  tut  bestut  'a  ogni  costo'  258,  cfr.  il  lomb. ;  Anal- 
mente bissest  (voce  dotta)  279,  che  ritorna,  con  traslato  popolare,  nel 
plur.  isg  besesg  [de  francios)  'codesti  malanni  di  francesi',  e,  con  r 
epentetica,  in  besestr  'diavolo*  188;  dove  è  da  confrontare,  per  il  tra- 
slato, il  frnc.  bissestre  bissétre  'malanno',  Kòrt.  1197  e  1217,  e,  per 
l'epentesi  del  r,  anche  bsèstar  'bisesto,  giorno  intercalare',  presso  il 
Mussafia,  Romagn.  47. 

2.  Flessione  del  nome. 

85.  Genere.  Mascolini  che  passano  al  feminile:  bornia  amour  264; 
pau  'paura'  79  153,  torin.  jmr;  la  ciiglér  'il  cucchiajo'  575;  laventr 
41,  cfr.  il  sanfratellano  la  vaintr,  Arch,  IX  4:39;  colla  sai  bianca,  la 
sa  'il  sale'  146  249,  bella  sogn  'bel  sonno'  230.  Feminili  che  pas- 
sano al  mascolino:  zovént  'gioventù',  da  un  nominat.  juvéntu  (cfr. 
il  ni.  Palo  'palude',  o  i  friul.  jé^e  'età',  nigisse  'necessità',  Ascoli  II 
437)  :  per  me  zovént  (dove  il  Tosi  scrive  erroneamente  sovent)  224, 
per  so  zovént  359;  ìnent,  nella  frase  avég  el  ment  'fare  attenzione', 
50  235,  cfr.  eng.  immaint,  sic.  menti^  M.-L,,  II  426,  e  Renier  gel.  143 
n.  3;  pécour  propriamente  'pecori'  nel  senso  di  'pecoroni'  318;  y 
narìz  'le  narici'  90;  senza  dir  d'altri  che  sarebbero  'sui  generis', 
come  pelicz  'pelliccia'  260  323;  sticz  'goccia'  247,  torin.  stissa,  napol. 
stizza. 


430  Giacomino, 

86.  Numero.  —  Nel  mascolino,  Vi  del  plurale  si  mantiene  al- 
l'uscita ,  ove  sussegua  a  vocale  o  si  fonda  colla  consonante  prece- 
dente; onde:  met/  'miei'  25,  soì/  'suoi'  130  (in  larunici  '  ladronecci' 
31,  Vi  coincide  colla  finale  del  tema,  cfr.  ib.  'ìnalefìci  'malefizio'); 
hegl  211,  fradégl  29,  zambégl  46,  naturdgl  34,  fogl  'folli'  290,  cogl 
'quelli';  iug  'tutti',  nosg,  vosg,  ecc.  (v.  Fonologia,  s.  ./  compi.).  È  al- 
l'incontro internato,  per  modo  che  s'interponga  tra  la  tonica  e  la 
nasale  susseguente  (cfr.  per  il  ligure  ecc.,  Arch.  II  121):  boyn  296, 
crastòyn  'castroni'  ib.,  scalafróyn  'scalabroni'  254,  wzeZóvw  259,  lar- 
róyn  'ladroni'  291,  càyn  chrestiàyn  319,  mayn  e  meyn  'mani'  t^z.^~ 
sim  ;  putéyn  80,  sing.  pwian  '259  314;  cilén  (cfr.  num.  1,  IV);  guaynt 
'guanti'  303,  marchéynl  'mercanti'  173,  scriveynt  'scrivani'  ib. ;  loyng 
65  277.  Inoltre:  peccatdicz  187,  homdicz  'omacci'  280,  poyc  222,  drayp 
'drappi'  185.  Con  doppio  effetto  deWi:  feyng  'fanti'  72,  queyng  = 
quajntj ,  ecc.  Esempio  singolare  è  óymon,  che  sarà  il  plurale  oìni, 
283,  portato  ad  óim  (com'è  nel  torinese)  e  rifoderato  del  termina- 
tivo -o)t.  In  tutti  gli  altri  incontri,  tacque  Vi:  ver  'verri'  221,  2)ì'<^ 
'prati'  19,  ecc.  —  Il  plur.  feminile  va  normalmente  in  e:  done, 
figlie,  anche  'le  anche'.  Quanto  a  ^gli  ecc.,  v.  il  nm.  15*".  Allato  al- 
l'analogico zovene  254,  troveremo  zòvon,  come  aggettivo,  anche  per 
il  plur.  fem.  :  zovon  done  255  (torin.  done  gùvù),  sul  modulo  dei  ma- 
scolini indeclinati  dson  órdon  ecc.  —  Plurali  neutri  ridotti  a  plurali 
feminili:  oeiive  fresche  108;  brace  'braccia'  185,  al  sing.  bracz  101; 
come  256. 

87.  Oasi.  Figure  nominativali:  bar  'briccone'  32,  ^{oi 'ghiottone', 
/ra  209  ecc.  (l'obliquo  fratré  darebbe  fraine,  cfr,  pare,  mare)\  allato 
ad  oyn  16  17  ecc.,  e'  è  anche  omon  117  (ediz.  princ),  di  cui  si  può 
chiedere  se  sia  l'obliquo  h ornine,  o  non  piuttosto  un  analogico  di 
zòvon  dson  ecc.  Circa  le  due  forme  prèver  e  pròve  94  258  'prete', 
non  saprei  sentenziare.  L'accento,  diverso  da  quello  del  prov.  pre- 
véire  (Diez  less.),  ci  richiama  a  una  base  non  dissimile  dal  '^prevedr, 
postulato  dall'Ascoli  I  244 ,  per  alcune  forme  engadinesi.  Di  zovént 
già  s'è  toccato  al  nm.  85. 

88.  Articolo.  — Per  l'articolo  masc.  sng.  dinanzi  a  consonante,  c'è 
el  ed  o,  secondochè  era  mostrato  al  nm.  26;  e  dinanzi  a  vocale  s'ha 
l:  tom  18,  l'èrbor  253  {r  non  compare).  La  forma  ^^o  che  il  M.-L., 
II  125,  vorrebbe  esclusiva  dell'a.  pedemontano,  forse  riferendosi  alle 


L'ant.  astigiano.  —  §  IV.  Morfol.;  Nome.  431 

Prediche  gallo-italiche  ',  ben  ci  spiegherà  la  figura  apocopata  l,  senza 
che  però  si  debba  ritener  esclusiva,  di  fronte  all'eZ  astigiano  e  al  to- 
rinese 7  (7  pan^   7  fui,  ecc.).  —  Nel   masc.   plur.,   l'articolo   è  i  di- 
nanzi a  consonante:  y  nosg  256,  y  maridge  263,  ì/  doze  segn  'le  do- 
dici costellazioni'  256,  y  pe  24,  d-y  néspo,  d-y  bech,  ecc.;    è  gli  (ìi) 
dinanzi   a   vocale:  glicwoglér  'gli   agorai'   38,  gl-eyg  'gli   altri'  18, 
de-gli-agn  'degli  anni'  105,  a-gli-avent  'agli  avventi'  (festa)  242,  ecc. 
Quasi  superfluo  notare  che  la  seconda   figura  manca  all'odierno  to- 
rinese, il  quale  per  normale  evoluzione  fonetica  vien  da  l  ^j'-j  Ori, 
j  prbii,  j  US,  ecc.  —  Per  l'articolo  feminile  al  singolare,  non  e'  è  da 
avvertire  se  non  l'alternarsi  di  la  e  ì^a,  v.  nm,  26,  e  l'elisione  dell'a 
dinanzi  a  vocale:  l'asta  69,  l'umidità  101;  ecc.  —  Al  plurale   femin. 
dinanzi  a  consonante,  occorre  a  volte  l'etimologico  le:  le  vostre  219, 
le  feuze  'le  foggie'  ib.,  le  soe  vache  254,   le  quinze  goz  'le   quindici 
gioje';  270;  solitamente  però  abbiamo  el,  che  materialmente  coincide 
col  masc.  singolare  (nel  monferrino  odierno:  er  ir'r;  cfr.  il  romagn. 
el  al)-^  cosi  el  mole  'le  molle'  93,  el  vote  'le  volte'  74,   el  fìgle  60, 
el  gent  265,  el  cure  103,  el  banche  105,  del  vache  102,  del  povre  fìgle 
254,  al  gent  291,  al  pompe  261,  con  el  done  61,  ecc.  Le  forme  com- 
poste del  al,  originariamente  *dele  '^ale,  poterono  sorgere  facilmente 
da  sequenze    sul  fare   di  del(e)-done,   con  sincope    parallela  a  quella 
che  notoriamente   avvenne   in   delgado   destare   costura  ecc.,  e  aver 
poscia  favorita  la   ditfusione    del   semplice   el   dinanzi  a  consonante. 
Seguendo  vocale,  siamo  al  solo  l  o  r:  l'altre  vote  271,  d-r-dtre  74;  ecc. 
89.  Pronomi  personali.  —  Prima  singolare,  tonica,  mi  per  il 
retto  e  l'obliquo:  iny  v-el  confort  've  lo  raccomando',  e  son  my  'sono 
io'  144,  77iy  si  ve  faréu  'io  si  vi  farò'  22,  ho  my  'ho  io'  256,  anca 
a  my  253,  ecc.;  —  proclitica,  e  per  il  caso  retto  (cfr.  il  torin.  i,  l'a. 
lomb.  e,  il  veneto  e,  Ascoli  Arch.  Ili):  e  vogl  'i'  voglio'  153,  e  me 
son  fora  'i'  mi  sono  impellicciato',  e  son  mez  lourd  'io  sono   mezzo 
intontito'  152,  e  ve  guardrò  'vi  guarderò'  23;  me  m   per  l'obliquo: 
te  me  descdrri  'tu  mi  scarichi'  29,  me  contradirdn  31,  me  dez  'mi 
conviene'  31,   te  me  dy'oi  'mi   dicevi'  258,  me  gratré  la  vriz  'mi 


*  Esempj  di  lo  nelle  Prediche,  le  quali  d'altronde  non  è  punto  accertato 
che  appartengano  a  uno  schietto  filone  pedemontano:  desot  lo  pe  'sotto  il 
piede'  IX  6,  lo  dreiturers  iiides  xi  39,  lo  diauol  xi  74,  ecc. 


432  Giacomino, 

gratterete'  ecc.  35,  m-r-a  cala  'me  l'ha  accoccata'  257,  y  ìn  han 
sarà  de  fora  276,  ecc.;  —  enclitica,  al  retto:  dib-i  'dois-je'  98  270, 
poss-i  103,  sogn-i  'son  io'  82  100,  sarò-y  35,  antandró-y  21,  n-éu-y 
172;  all'obliquo:  tralér-me  256,  dér-7ne  'darmi'  264,  veni-mo  19,fé-me 
'fatemi'  22^  adù-me  'recami,  dammi'  66,  —  Prima  plurale,  tonica, 
ìioy  {nùi)  per  il  retto  e  l'obliquo:  noy  se  arrecomaìidema  249,  noy 
se  mettrèma  275,  con  noy  27  32,  ecc.;  —  proclitica,  e  per  il  caso 
retto  (torin.  ?),  come  al  singolare,  e  non  frequente  :  e  ema  antèys  30, 
e  ema  noy  {jìreys  an  gra)  94;  no  negli  obliqui,  assai  raro,  Que:  za 
ch-i  no  lodon  'poiché  ci  lodano'  267,  ch-o  no  metlria  tug  soi  e  su  27, 
i  ne  mandràn  292,  ch-i  no  làsson  111,  n-han  leva  la  voga,  'ci  hanno 
tolto  ecc.'  109;  —  enclitica,  al  retto  come  per  la  1.*  del.  singolare: 
sèm-y?  'siamo  noi'?  37  267  (senza  l'enclit.  sema  30  81  ecc.),  dy'ni-y? 
'dobbiam  noi?'  81,  darém-y?  235;  ne  all'obliquo,  come  in  proclisi: 
ammorhér-ne  'ammorbarci'  228,  te  basta  l'anini  de  seroir-ne?  233. 

Seconda  singolare,  tonica:  ven  autr  ti  'avanzati  tu'  263,  ma  e  tiì 
153,  7na  ti...  queynch  peccatdycz  devréy-tu  avéy  ecc.  187,  per  ti  33. 
188;  ti  e  spos,  e  chiella  è  sposa  {ti  contrapposto  a  chiella  264;  cfr. 
t'e  testa  mia  'sei  una  zucca  vuota'  265);  —  proclitica,  te  t  {iovin.  it.)x'. 
te  n-liai  mia  pau?,  s-te  pioy  'se  tu  puoi'  190,  t-e  un  vyot  'tu  sei  becco' 
58,  t-hai  bel  giangiér  'tu  hai  bel  cianciare'  189,  te  lassi  andèrì  ti 
lascio  io  andare?  .58,  t-assùr  't'assicuro',  t-è  vegnù  tanter  'è  venuto 
a  tentarti',  t-el  metta  'te  lo  metta'  214,  t-ra  faréu  der  261  ;  in  espres- 
sione riflessiva,  te  te  n-accorzrdi  'tu  te  n'accorgerai'  205;  —  enclitica 
al  retto:  hd-tuì  'hai  tu?'  275,  sd-tu?  'sai  tu?'  145  267,  vòy-taì  83, 
pò-tu  pós-tu?  'puoi  tu?  129  151,  t-ancalrd-tu?  'oserai  tu?'  192,  ond. 
é-tu?  'dove  sei?'  93,  che  di-tu?  'che  di'  tu?'  144,  fus-tu  'fossi  tu' 
191;  obliquo:  spdge-te  'spacciati'  145,  arròrd-te  'ricordati'  146,  va-te> 
'vatti'  159,  son  vegnù-te  regraciér  157,  te  vogV'^dir-te  'ti  voglio  dirti' 
167;  ecc.  —  Seconda  plurale,  tonica,  voy  {v{ii):  e  voy  saréy  stag  ^ e  voi 
sarete  stato'  110,  senza  voy  264,  da  voy,  de  voy  19,  ecc.  Un  lom-. 
bardismo  per  la  rima  sarà  vu  [vu)  253  ter,  cfr.  Salvioni  Arch.  XIV 
248;  —  proclitica,  0  caso  retto  (riduzione  di  vo,  congenere  a  quelhx 
del  piccardo  oz:  h-oz-et  'que  vous  étes'  M.-L.  II  99):  o  pari  squasi 
un  poc  oglid  'voi  parete  quasi  un  po'  pesta'  99,  o  lo  traete  'voi  .lo 
trattate'  104,  ch-o  possi  v  air  ne  la  sententia  'che  possiate  udirne  il 
tenore'  117,  a  la  fé  ch^o  ave  ben  el  pis  ayr  'affò   che   avete  molta 


L'ant.  astigiano.  —  §  IV.  ]Morfol.  ;  Pronome.  433 

impazienza'  240;  ve  v  nei  casi  obliqui:  ve  lasreà  25,  ne  ve  toca  23, 
ve  pdr-lo?  'vi  par  egli'  27,  ne  ve  de  a  la  stiza  'non  datevi  alla  stizza' 
99,  v'acades  23;  —  enclitica,  ancora  -o  e  -vo  al  retto  (torin.  ve): 
véghi-o  'vedete  voi'  33  45,  di-vo?  'dite  voi?'  262,  sl-o  sy'-voì  'siete 
voi?  241  263  275,  ne  usè-vo?  'non  usate?  100,  mangias-vo  'mangia- 
ste voi'  179,  e  una  volta  (in  bocca  a  un  casalese)  savrés-voi?  'sa- 
preste voi?  62;  ve  all'obliquo:  retiré-ve  28,  despagé-ve  'spacciatevi' 
40,  tasi-ve  219  '. 

Terza  singolare,  tonica,  chiel  ch'ella  (monferr.  chU  e  cJiiel  gel.  146, 
torin.  al  fem.  chila),  per  il  retto  e  l'obliquo:  chiel  santend  'egli  s'in- 
tende' 64,  chiel  che  var-lo?  'egli  che  vale?'  105,  chiel  e  o  so  soldcz 
'egli  e  il  suo  contento'  261,  e  iny  pigi  chiel  'e  io  prendo  lui'  263, 
ond  è-la  chiella?  'dov'  è  ella?'  262,  pe)-  chiella  'per  lei'  270;  un  pajo 
di  volte,  e  in  rima  254  259,  s' incontra  lu,  sempre  vivo  nel  casalese, 
e  notoriamente  lombardo;  —  proclitica,  al  retto  e  l'obl.,  masc.  e  im- 
personale, el  0  (v.  Articolo),  lo  (dopo  vocale  e  davanti  a  nessi  di 
conson.)  e  l,  al  feminile  la.  ra  l,  e  al  solo  retto,  ma  d'ogni  genere, 
al  a;  onde:  el  fus  malavi  50,  el  feys  meste  'facesse  d'uopo'  50,  n-el 
féysson  brusér  358;  o  lo  traete  'voi  lo  trattate'  104;  coni  l'accadèt 
'come  accadde'  255,  ciò  c-l  avea  'ciò  che  egli  aveva'  359,  o-l  pò 
savèy  'egli  lo  può  sapere'  361;  o  gl-é  chi  diz  'egli  c'è  chi  dice'  296, 
o  santiti  'lo  sentii'  203;  al-é  col  gioitegli  è  quel  ghiottone'  257,  al-é 
ben  ciò  'egli  è  ben  questo'  62,  al-é  pu  che  Millan  63,  al-é  ben  vey 
'egli  è  ben  vero'  261,  al-an-va  pu  de  sept  'ei  ne  va  più  di  sette' 
59,  al-é  pos  veglia  'ella  è  poi  vecchia'  254,  a  ne  sa  'ella  non  sa' 
257,  a  ne  gl-é  usa  'ella  non  c'è  avvezza'  263,  ecc.  {al  si  direbbe 
migrato  nell'astigiano  dal  torinese,  a  cui  mancano  i  pron.  el  ed  o); 


*  Abbiamo  trovato  paralleli:  no  e  vo  (o),  q  ne  q  ve.  Sta  a  vedere,  se  ne 
e  ve  siano  da  ricondurre  a  forme  avverbiali,  come  gritaliani  ne  e  vi,  o  non 
rappresentino  vere  riduzioni  dei  temi  pronominali.  Se  confrontiamo  col 
si-vo  dell'a.  astig.  il  torin.  se-ve  'siete  voi',  ve  ci  sembrerà  chiaramente 
tralignato  da  vo,  e  si  potrà  credere  che  anche  ne  sia  no  attenuato,  dove 
rammentiamo  i  torin.  sarum-ne  'saremo  noi',  saré-ve  'sarete  voi',  e  l'a. 
astì^.  sarey'me-ni  'saremmo  noi'  307.  S'aggiunge  che  al  pedemontano  sembra 
mancare  la  base  avverbiale  ibi;  poiché  Vi  del  torin.  a-j-e'  e  del  monf.  p-j-é 
riviene  a  illT-c,  secondochè  attesta  l'a.  astig  o-gl-é  260,  in  opposizione 
a  quanto  afferma  il  Renier,  gel.  147. 


434  Giacomino, 

la  sarà  andd  186,  te  men'fréyua' ella  meriterebbe'  361,c-te  ste* ch'ella 
sia',  era  facia  'ch'ella  faccia'  287,  la  trovò  '[egli]  la  trovò'  361,  che 
bella  cura  l'ha  186;  —  enclitica,  lo  (ró)  e  la  {ra)  per  nomin.  e  accus.  : 
dond  é-lo?  'dov'  è  egli',  259,  ve  'pdr-lo?  'vi  par  egli?'  253,  che  var-lo? 
'che  cosa  vale  egli?'  104,  véy-t-ro  'veditelo'  262,  é-la  apparglid?  'è 
ella  pronta?'  261,  teni-la  'tenetela'  258,  Ids-ra  'lasciala'  187;  gle  gV 
(Zj,  omofono  dell'avverbio,  per  il  dativo,  proclitico  e  enclitico:  gle 
stravaché  el  hast  'le  rovesciò  il  basto'  293,  o  gl-é  conces  'ei  le  è  con- 
cesso' ib.,  c-o-gl  daga  dreni  (torin.  k-a-j  ddga  ecc.)  'eh'  egli  le  dia  ecc.' 
259,  e  gle  dis  'e  gli  disse'  79,  arordéve  de  dir-gle  'ricordatevi  di  dir- 
gli' 201,  nionstrdnt-gle  'mostrandogli'  399,  an  proìnettint-gle  'promet- 
tendogli'. [L'avverbio  .^i  presenta  nelle  due  forme  gle  gì  e  ^:  o-gle 
n-é  'ei  ce  n'  è'  189,  coi/  chi  gle  son  'quelli  che  vi  sono'  219,  gl-ha 
aguagnd  'ci  ha  guadagnato',  qualch  aragnd  i  sard,  'qualche  ragna- 
tela ci  sarà'  (torin.  a-J-sarà),  o  n-y  sarea  remedié  'ei  non  vi  sa- 
prebbe rimediare'  51,  ecc.].  —  Terza  plurale,  tonica,  lour  lor^  poco 
frequente:  han  lor  testa  de  hroncz  254,  lor  han  o  relóry  (l'orinolo ') 
ib.,  san  ben  ancóur  lour  291,  eyèr-gle  lour  'ajutarli  loro'  23,  ìneglióur 
de  lour  48;  —  proclitica,  al  retto,  masc.  i,  fem.  el  l  (cfr.  l'articolo), 
all'obliquo  gle  gì,  le  (acc.  fem.);  onde:  ?/  san;  290,  y  ìi-éron  16,  y  han 
bel  criér  'essi  hanno  bel  gridare'  291,  ?/  dison;  el  dib.ion  'esse  debbano' 
51,  el  devréon  'esse  dovrebbero'  256,  el  pòon  'esse  possono',  el  fd~ 
lon  'esse  fallano';  gl-ampisson  'le  empiano'  60,  coy  chi  gle  van per 
l'ongie  'quelli  che  capitano  ad  esse  per  le  unghie'  225,  che  gì  pi-est 
pur  'che  presto  pur  ad  essi  225,  chi  le  refrena  'il  quale  le  infrena' 
295;  — ■  enclitica,  forma  esclusiva  gle  (monferr.  -ji,  torin.  je):  quaìite 
n-dn-gle  mai  anfrizd  'quante  non  n'hanno  essi  mai  infilzate'  360, 
n-dn-gle  ong  y  zippòyn  'non  hanno  essi  unti  i  giubboni'  291,  rosiìr- 
gle  'arrostirli'  63,  amacér-gle  'ucciderli'  215,  coni  sdn-gle  may  fer 
la  grimaza  'come  non  sanno  esse  far  le  smorfiose'  225,  dbi-gle  com- 
passion  '  compatitele  '  255,  guarde-gle  ay  pe,  '  guardate  abbasso  ad 
esse'  ib. 

Riflessivo.  Tonico,  si  {sy),  cfr.  niy  ty^  e  colle  preposizioni  fa  le 


*  Il  pronom.  riverrà  alla  base  illl  (circa  la  vocale  d'uscita,  v.  Arch.  IX 
75);  seppure  l'avverbio  non  prese  il  posto  del  pronome,  come  sappiamo 
del  §e  lorab.,  del  hi  sardo,  del  ci  ital.,  M.-L.  II  104. 


L'ant.  astigiano.  —  §  IV.  Morfol.;  Pronome.  435 

veci  del  pron.  personale  di  terza;  es.  :  da  si  mei/sm  'da  se  stesso' 
104,  da  per  sy  'di  per  se'  67  278;  lasréu  fé  a  sy  'lascierò  fare  a 
lui'  161,  se  n-an  savèysson  tant  com  si  'se  non  ne  sapessimo  tanto 
quanto  lui'  278,  a  ster  con  sy  'a  star  con  lui'  67,  noy  con  si  'noi 
con  essi  113,  a  costionér  con  sy  'a  litigare  con  lui''.  Atono  se  s: 
tut  se  guida  227,  o  ne  s-accorz  'egli  non  s'accorge'  227,  s-accoria  zu 
'si  corichi  giù'  17,  o  s-é  lassa  'egli  s'è  lasciato'  165;  iochér-se  256, 
curhir-se  'coprirsi'  225,  per  affettazione  tenir-si  224.  L'apparente  sy 
protonico  della  frase  o  sy  fard  schioplé-y  el  naye  17,  si  risolve  in  s-y 
'se  le',  dicendosi,  con  ridondanza  tipica  di  pronomi;  'ei  se  le  farà 
batter-le  le  natiche'. 

90.  Pronomi  possessivi.  Sing.:>ma;  to  toa-,  so  soa-  nostr  vostr; 
vostra  ecc.  {so  anche  per  'loro');  plur. :  mey  (dirado  ine:  ìney  hoyn 
fradegl  29,  7ney  santiment  25,  i  me  fradegl  18,  i  me  cyncq  saniiment 
23,  mey  begl  oeugl  e  me  car  fìgl  23),  m,ie;  toy  toe;  soy  ecc.  (anche 
seu  147  172  ecc.);  nosg  vosg-  nostre  vostre.  Nell'odierno  torinese,  la 
distinzione  del  numero  grammaticale  non  si  mantenne  se  non  nel  fe- 
rainile. 

91.  Pronomi  dimostrativi.  —  Caratteristici  dell'a.  astigiano  e 
del  monferrino:  ist  ista,  isg  z.9^e  =  iste  ecc.,  col  valore  di  'questo', 
allato  ad  is  issa=  ipse  ecc.,  col  valore  di  'codesto';  cfr.  la  recentis- 
sima trattazione  dell'Ascoli  in  Arch.  XV  303  segg.  Per  is  issa,  ai 
passi  citati  in  quel  lavoro  (76  98  316  242)  aggiungiamo  :  chi  é  is  chi 
tamhussa  ?  '  chi  è  costui  che  picchia  ?  '  72,  al-é-is  pautron  '  egli  è  co- 
desto cialtrone'  161,  is  d-ra  feura  negra  'costui  dalla  pelliccia  nera' 
153,  is  chi  parla  282,  is  pechiacz  'codesto  pettaccio'  .360,  che  anzegn 
è  is?  'che  arnese  è  codesto'?  236,  is  fraton  'codesto  fratacchione' 
321,  chi  è  is  chi  m'appella?  'chi  è  costui  ecc.?  275,  fé  tasi  issa  ber- 
lenga  'fate  tacere  codesta  linguacciuta'  205,  che  gl-ày-tu  may  achatd 
do  to  ch-issa  benenta  cotta?  'che  codesta  benedetta  gonna'  324.  Per 
il  contrasto  tra  issa  'codesta'  e  ista  'questa':  fa  an  eia  issa  roca 
te,  piglia  ista  haspa  (nell'ediz.  mil.,  per  errore:  issa  aspa)  98.  Ora 
per  ist  ecc.:  ist  89  264  (ter),  isg  26  61  105  293  298  299  305  ecc.; 
ista  26  89  108  189  ecc.;  ma  ch-iste  fonine  'solo  che  queste    donne' 


*  Gfr.  Salvioni,  Arch.  XIV  249  n.  1;  e,  per  altro  turbamento  di  funzione, 
Ascoli,  ib.  Vn  456. 


436  Giacomino,  ^ 

271.  —  Raro  cost  costa  ecc.  (cioè  il  comune  tipo  pedemontano):  per 
cost  'per  ciò'  186,  con  costa  anvia  'con  questa  voglia'  34,  costa  vota 
'questa  volta'  40.  La  variante  dialettale  chesta  312  {M inetta)  sta 
a  costa  (o  da  -uè)  come  chel  317  sta  al  solito  col.  —  Il  dimostrativo 
di  lontananza  è,  come  nel  resto  del  Piemonte:  col  (una  volta,  per  ec- 
cezione, il  già  citato  chel,  sèmpre  di  Mine  ti  a)  68  69  76  174  257 
297  ecc.;  pi.  coy  15  17  381,  cogl  255  383  ecc.;  colla  185  205,  colle 
61  255  309  382.  Assume  col  anche  il  valore  di  neutro:  deinità  a  col 
'destinato  a  ciò'  50,  s'ampagion  de  col  chi  n-y  toca  'impacciano  di 
ciò  che  non  li  riguarda'  76'.  Una  volta,  271,  ha  questa  funzione  an- 
che lo:  senza  lo  c-la  devantrd  'senza  quello  che  essa  diventerà';  nella 
qual  forma  si  può  forse  scorgere,  con  diverso  accento,  quella  compo- 
sizione con  hoc  (ill-hóc)  di  cui  tratta  l'Ascoli,  Arch.  XIIE  2942.  pj^j 
corrente,  come  neutro,  è  ciò  (torin.  snn)  =  ecce-ììoc:  per  ciò  41, 
olirà  de  ciò  89,  ciò  ch-é  qui  'quale  che  è  qui'  231,  a  ciò  che  265  ecc. 
Parallelo  a  ciò  abbiamo  co  in  per  co  che  'per  questo  che'  107,  cfr. 
il  sanfratellano  percò  nel  senso  di  'perchè'  Arch.  IX  439;  il  quale 
-co  starà  a  ciò,  come  il  prov.  aquo  sta  a  aisso  so. 

92.  Un  substrato  dimostrativo  riconosceremo  ancora  di  certo 
neW  ol  che  funge  da  particola  affermativa.  Nessuno  vorrà  staccarlo 
dai  frane,  oil  oul  aol  oal,  v.  Gaston  Paris,  Rom.  XXIII,  e  cfr.  nelle 
Pred.:  oel  ben  'si  bene'  i  73,  oe  'si'  x  22.  Riserviamo  al  §  VI  la  di- 


*  Sta  il  fatto,  che  col  colla  sono  ridotti  da  '^ciiel  ^cucila.  Ora,  di  fronte 
a  queste  forme,  come  s'intenderanno  le  altre  forme  piemontesi,  già  citate: 
chiel  chielìaì  Sarà  difficile  pensare  alla  composizione  con  atque,  voluta 
dal  M.-L.,  II  506,  per  aquel  ecc.,  stante  la  poca  probabilità  che  Ve  di  -que 
si  conservasse  nell'iato.  Dovremo  noi  dunq\ie  imaginare  che  atqul  si  so- 
stituisse ad  atque,  o  non  piuttosto  ammettere  un'antica  confusione  tra 
eccu  ed  ecce,  la  cui  risultante  fosse  *'ekke-,  donde  *'kki-eUuì  I  provenz. 
aicel  disso  accennano,  pare,  ad  *aci-el  *aci-o,  cfr.  nell'a.  ast.  ciò.  —  Sia  an- 
cora-ricordata  la  forma  torinese  hila,  che  ci  richiama  al^^  tipico  del  mon- 
ferr.  ist  is  ecc. 

^  I  torinesi  loii  soii  ('quello',  'questo'),  pare  all'incontro  che  ci  ricon- 
ducano ad  *ill-hùnc  ed  ecce-hiinc,  incrociati  con  *illhóc  ecc.  La 
combinazione  dei  due  temi  pronominali,  che  avremmo  in  *illlioc  ecc.,  fu 
ammessa,  oltreché  dal  Diez,  anche  dallo  Schuchardt,  per  la  figura  lui. 
Fuor  d'accento,  la  vocale  è  oscurata  nei  torin.  lu-lì  su-sì  'quello  li,  que- 
sto qui'. 


L'ant.  astigiano.  —  §  IV.  Morfol.  ;  Pronome.  437 

scussione  delle  attinente  di  questa  forma;  ed  ecco  intanto  gli  esempj: 
ol  92  121  245  273;  ol  ol  33  201  303  304;  ol  ben  27  35  78  167  19(3 
274  277  291  324,  ol  daveijre  'si  davvero'  86;  ol,  ma  47  126  127. 

93.  Pronomi  relativi  e  interrogativi.  Unica  forma  per  il 
relativo  personale  è  chi^  nella  quale  pure  si  compendia,  come  nel- 
l'ital,  il  nesso  sintattico  'quello  che'  ecc.  Es.:  tosi  va  chi  De  tràmet 
87  275  'tosto  se  ne  va  colui  che  Dio  spedisce'  (all'altro  mondo),  chi 
trufa  autrù  'colui  il  quale  ecc.'  254,  ehi  vols  aveyrla  'il  quale  volle 
averla'  255,  chi  se  faìi  schergne  'i  quali  si  fanno  belFe',  del  povre  figle 
chi  n-an  mya  'delle  povere  ragazze  le  quali  non  hanno'  254,  de  chi 
e  me  fy  'del  quale  mi  fido'  26.  Ed  è  naturalmente  pure  interroga- 
tivo di  persona:  chi  met  i  i-osg  pe  and-y  caucérì  'chi  vi  mette  i  piedi 
nelle  scarpe?'  21;  inoltre  153  169  320  ecc.  Per  le  cose,  vale  chi  al 
retto  come  relativo,  e  che  come  accusativo  e  interrogativo:  le  pompe / 
che  porton  el  done  64,  ista  è  una  magna  astrologia  /  che  te  me  alle- 
ghi 26,  col  chi  me  toca  'quello  che  mi  tocca'  20,  che  è  ciò  chi  ma- 
sharluca?  'che  è  questo  che  m'abbaglia?'  98,  ecc. 

94.  Allato  al  che  essenzialmente  atono,  di  cui  nel  precedente  nu- 
mero, l'a.  astigiano  possiede  una  bella  forma  di  pron.  n.  interrogativo, 
essenzialmente  tonica,  ancora  mantenuta  in  odierne  parlate  monferrine 
(cfr.  Renier  gel.  148),  cioè  que^  in  cui  è  limpida  la  base  quid,  come 
nel  fr.  quoi  (a.  fr.  quei,  dove  pure  avrà  sonato  I'm  della  base  latina). 
La  pronunzia  moderna  toglie  ogni  dubbio  circa  il  modo  di  leggere 
la  scrizione  dell'Alione.  Es.  :  e  de  quei  19,  e  quei  316,  savy'  que,  bri- 
gadaì  'sapete  che  (v'ho  a  dire)?'  31,  e  veugl  savey  de  que  e  de  quant. 
18,  si  han  de  que  an  tnan  's'ils  ont  de  quoi'  139,  un  gran  que  188; 
e  te-I  vogl  dy i per  que  te  in-hay  dog  'tei  voglio  dire  perchè  m'hai 
dato'  173,  a  ca  dy  groes  per  que  ognun  papa  'quattrini  a  casa,  per- 
chè ognuno  pappi'  291,  de  que  con  cui,  per  modo  che'  320.  Si  man- 
tiene dunque  in  questa  forma  tonica  l'ant.  ku,  come  in  quant  qual, 
0  come  il  Am  secondario  in  qui^  lomb.  ki^  quiló  =  'kkitilloc.  Il  solo  k 
ritornerà  all'incontro  in  coglélo  coglé  'che  c'è'  307  229,  da  divi- 
dersi cosi:  c-o-gl-e-lo  'che  ei  c'è  egli?',  cfr.  il  torin.  cosa  c-a  j-é 
' cosa  che  ei  e' è ',  e  il  frnc.  qiCest  ce  quii  y  a,  dove  a,  e  rispett.  il, 
corrispondono  all'o  astigiano. 

95.  L'inde  in  proclisi  riesce  ad  an  n:  rn-an  pagréu  'me  ne  ripa- 
gherò' 150,  ne  s~an  pò  spassar  'non  se   ne   può  passare'  253,   n-an 


438  Giacomino, 

■porréon  iru  'non  ne  potrebbero  più'  254,  queyng  gle  ìi-e-lo  da  marier 
'quanti  non  ce  n' è  egli  da  maritare'  254;  ecc. 

96.  Perifrastici,  avverbiali  e  varj.  we-s-c/i  ' non  so  quale ' 
84  224,  ne-s-che  'non  so  quali'  (fem.  pi.)  224,  ne-s-qudr  81  88,  ne- 
s-quante  110,  ne-ss-ónda  'non  so  dove',  cfr.  an  ne  seu  ond  'non  so 
dove'  302.  Per  formazioni  analoghe  nel  ladino,  v.  Ascoli,  Ardi.  I  48, 
nel  dialetto  di  Valchiusella,  Nigra  ,  ib.  XIV  379,  inoltre  il  rumeno 
nescarea  niscare.  —  Col  valore  del  fr.  on,  occorre  una  volta  om:  quant 
e  pensas  ch-om  me  deys  lez  'che  mi  si  dettasse  legge'  266,  cfr.  Fa. 
genov.  in  Arch.  X  166.  —  Appena  meritano  un  cenno:  qualch  260,  quarch 
268  295,  pi.  queych  265,  queycliun  111;  altr  {atra)^  pi.  eyg,  autrù 
254 ;  tug  ' tutti ' ;  minca  =omniunquam,  in  mirica  di  ' sempre '  230 
279  292.  Un  altro  composto  con  'di'  è  forse  ta-dy'  che  pare  signifi- 
chi 'sempre',  e  nella  prima  parte  ricorda  il  primo  membro  del  ta- 
vola 'talvolta'  54.  Ancora:  pwsó/*  262,  piusòr  127;  pai^egl  'parecchi' 
290  (anche  'uguali'  213);  asse  292;  ogni  280,  ognun  225;  e,  forse  at- 
tratto da  chascùn  289  e  da  queychùn  111:  l'-un-chùn  {de  noy  doy) 
'alteruter'  175;  negativi:  gnun gnùa  173,  nent  'niente'  174  267  292 
(che  funge  pur  da  particola  negativa).  Seguito  da  che,  ma  ha  il  valore 
di  'che  solo'  'soltanto'  (cfr.  torin.  niac):  se  n-eys  inia  pos  ma  ch-una 
branca / de  carn  'se  poi  non  avessi  più  d'una  spanna  di  carne';  che 
crez  ma  ch-y  quatrin  servisson  'che  credo  soltanto  i  quattrini  bastas- 
sero, 220,  pur,  ma  che  gli  onza  ben  el  mostdz  '  pure  solo  che  io  gli 
unga  bene  il  muso'  225;  e  ib.,  come  in  Lombardia:  doo-ma  che  n~eys 
ist  mal  de  rea  'solo  che  non  avessi  questo  mal  di  reni'.  —  11  pro- 
nome d' identità  é  meysm  42,  meysma  212,  meysmament  254. 

97.  Numerali:  un  una  278  279  ecc.;  masc.  doy  146,  fem.  doe 
363  [deux  174  è  un  francesismo)  ;  masc.  trey  146,  fem.  tre  271  ;  quatr 
290;  cincq  16  ecc.;  sex  271;  sept  257;  og  255;  new/"  279;  dex  147; 
doze  256,  treze  211 ,  quinze  270,  tre  forme  che  poco  divergono  dal 
tipo  ligure  e  provenzale,  ma  hanno  accanto  a  sé:  dodes  128,  quatór- 
des  131,  quindes  147,  che  sono  di  stampo  torinese;  vini  105;  tranta 
130  278;  ceni  161.  Ordinali:  p?'w«iér  18  285, premerà  261;  tercz  147; 
sexén  (come  nell'a.  lomb.,  nell'a.  ligure  e  nel  provenzale);  derré  'ul- 
timo', prov.  derrér-s  (*de re  trarlo  Kórt.). 


L'aiit.  astigiano.  —  §  IV.  Morfol.;  Verbo. 


439 


3.  Flessione   del   verbo. 

98.  Conjugazioni.  Mancano,  pressoché  intieramente,  esem^.j  spe- 
cifici di  passaggio  da  una  conjugazione  all'altra;  uno  è  mettir  194,  al- 
lato a  reméttre  43;  e  ricorderemo  anche  sentir  'districare'  escutere, 
sebbene  coincida  con  lo  spagn.  sacudir  succutere.  Del  resto:  sup- 
plì compi  pari  fati  cusi  226,  come  nell'italiano;  tollir  117,  toUit  103, 
come  nell'a.  fr.  tollir,  nell'a.  sp.  tullir;  cry  'cercare'  quaerere, 
a.  gen.  querir,  fr.  querir  (ma  arcaico  pur  querre^  che  appunto  oc- 
corre neir Aliene,  348);  végglier  vègghe  234  *vidére,  con  tutto  il 
Piemonte  e  col  Veneto;  càzer  cadere,  che  all'incontro  è  fedele  alla 
base  latina,  come  il  ligure  ca'ze  e  il  majorcano  caur-er,  M.-L.  II  157. 
Singolari  sono  arreysy'  'risicare'  228  (v.  léss.  ;  e  cfr.  arreysiàni  'au- 
dace' 223),  e  il  dénom.  lumany'  'farsi  umani,  mitigarsi' 65.  Rispetto 
ai  due  tipi  d'infinito;  léze  290  e  béyvry  63,  v.  il  num.  16  e  cfr.  nel 
valdese  rùmpre  hèure,  allato  a  òse  reime,  M.-L.  II  157.  Per  gl'incoa- 
tivi [anzorgnissi  'tu  assordi'  2S3,  pmy's  'prude'  22,  ecc.,  non  ci  sco- 
stiamo dalle  corrispondenti  forme  pedemontane  e  lombarde. 

99.  Il  movimento  vocalico  per  la  ragion  dell'accento  è  meno  esteso 
che  non  altrove,  perchè  manca  il  dittongo  dell' e,  e  vi  è  oscillante 
quello  dell' d.  Sien  notati:  mòeura  39  ali.  a  morir  211;  vèugl  31  {vogl 
23)  ali.  a  vorréy-tu  33  vorréy-vi  301  vorrdvì  276;  tróeiwa  39  ali.  a 
trovànt.  D'altra  maniera:  crob  'copre'  260  ali.  a  curhir-se  'coprirsi' 
225;  e  un'alternazione  ci  sarà  stata  anche  nel  caso  di  dormi  307  (con 
o)  ali.  dormint  dormi  (con  o),  cfr.  i  provenz.  Iróba  e  trobar  M.-L.  II 
231,  benché  la  scrizione  imperfetta  la  nasconda.  E  finalmente,  per  la 
ragione  del  num.  13:  pens  172,  pèns-tu  'pensi  tu'  33  173  ali.  a.  pan- 
sàvy  74;  sent  26  ali.  a  santint  375;  anténd-i  'intendo  io'  208  ali.  a 
antandró-y  'intenderò  io'  21. 

100.  Presente  indicativo.  L'o  di  prima,  salvochè  in  alcuni  dei 
5  verbi  singoli',  é  normalmente  caduto,  come  nel  monferrino  (circa  il 
contrasto  col  torinese,  v.  il  §  VI):  cotifés  22,  mmig  20,  renegh  38, 
vogn  26,  digh  197,  ecc.  —  Nella  II  sing.,  l'uscita  è  i,  tacendovi  il  s 
dappertutto  ',  dove  il  torinese  pur  ne  conserva  qualche  reliquia  (§  VI)- 


»  pòs-tu  151  (allato  a  po-tu  di  cui  vedi  la  nota  seguente)    ripeterà    il  -s 
dal  pos  di  1*  pers. 


440  Giacomino, 

quindi:  hai  158,  say  270,  vay  161,  hdy-tu  344,  sdy-tu  167,  vóy-tu  S3 
154';  tórni  72,  scusi  316,  antèndi  246,  dormi  307,  ecc.  —  III  siug.  ; 
m/'«'«  'carica'  50,  schiayra  'vede'  ib.,  lasca  'emette'  33;  ten  291, 
sporz  22,  guaris  103;  oltre  cZy  'deve'  168,  è  est.  —  I  plur. :  -éma 
per  le  conjug.  in  are  ed  ere,  -ima  per  quella  in  -ire  (v.  §  VI): 
lasséma  138,  andéma  139,  volèma  51,  éma  '^avéma  'abbiamo'  54 
[per  eccezione  dorméma  308,  cfr.  dorm'won  297,  dormint  gerund.]; 
tenima  tenim-se  da  te««V  109;  e  per  livellamento  analogico,  dy-ma 
'dobbiamo'  253.  —  II  plur.:  per  la  conj.  in  are,  l'uscita  suona  -é; 
per  -ere:  -é  -éy  ~i;  per  -ere:  -i  atono,  e  vuol  dire  conguaglio  colla 
Il  sing.,  come  è  nel  torin.  per  tutte  le  conjugazioni;  per  -ire:  -i. 
Onde:  lasse  69,  amherhoglé  'ingarbugliate'  278,  savé  e  savy'  260  (i  = 
ei  da  e),  havé  236  e  havy'  37,  cogli  analogici  sy  'siete'  162,  dy  'do- 
vete' 214;  s-o  me  deféndi^se  mi  difendete'  200,  vèghi-o  33 ~;  dormi 
dormi-vou  314.  —  III  plur.,  -on  (torin.  -ti)  per  tutte  le  conjugazioni, 
ove  ne  togliamo  le  'forme  singole' uan  6;ton  ecc.  Q.\x\nà\'.  réston,  mdn- 
gion,  poon  'possano'  20,  rólon  107,  dison  109,  vénon  195,  ténon  146, 
fornìssoìi  108  ecc.  Circa  le  attinenze  di  queste  forme  col  ligure, 
V.  §  VI. 

.  101.  Presente  congiuntivo.  Il  riflesso  di  -am  -at  s'è  esteso 
per  la  I  e  III  sing.  a  tutte  le  conjugazioni;  la  II  sing.  che  coincide 
colla  stessa  persona  del  plur.,  esce  in  -i\  e  per  la  III  sing.  s'ha  an- 
cora un  filone  arcaico  della  conjug.  in  -are,  nel  quale  manca  ogni 
vocal  d'uscita,  o  in  altri  termini  si  risale  ad  -et,  rappresentato  pur 
dal  valmaggese  canti  cantet,  dal  bergam.  eànte  cantem  e  an- 
te t,  ecc.  —  Ora  agli  esèmpj.  Di  I  e  III  sing.:  vedda  232  262,  vea 
'ch'io  vada'  230,  diga  193,  córra  31,  ónza  225,  léza  75,  asbissa  'esi- 
bisca' 175,  tégna  202,  végna  261,  che  mangia  '  eh'  io  mangi'  37,  mey- 
sina  'medichi'  38,  ognù  s'adóvra  's'adoperi'  37;  all'incontro  di  terza 
in  locuzioni  tradizionali:  ve  schiat  'vi  schiatti,  faccia  schiattare '  219, 


*  Nella  combinazione  col  pron.  enei,  il  dittongo  può  ridursi:  hà-tii,  sd-tu, 
pó-tu  129  210  (v.  la  nota  preced.).  Pei-  la  qual  riduzione  nella  sili,  tonica, 
-si  posson  confrontare:  bécha  'guarda'  201  ali.  a  beychér  bcyché  86  273; 
schiàr-tu  251  ali.  schcyrìr  324;  cad  156  ali.  a  catidéra;  atre  'altri  74,  ali. 
a  autróu  'altrove'   139. 

Il  metro  attesta  il  parossitono:  l'hom  vcyhio  el  fa  mestér  che  sy'a. 


L'ant.  astigiano.  —  §  IV,  Morfei.;  Verbo,  441 

faffèr  't'afferri'  269,  re  sec  'vi  secchi' 205,  Dé^  m-el  perdòn  'Dio  me 
lo  i)erdoni'  254,  De  ve  saalf  'Dio  mi  salvi'  212,  cìriascun  se  guarà 
'si  guardi'  180,  Domnidé  fjuard  la  casa  258'.  Di  II  sing.  e  plur.  : 
me' ni  265,  tòmi  T2,  mandi  ib,,  haWs^Wx  tu'  192,  vogli  41,  vaghi  265. 
CQiténdi  266;  pensi  'pensiate'  36,  dèg  'diate'  161  hdbl  'abbiate'  36 
206,  sdpi  25  195,  vivi  325,  faci  'facciate'  28,  chiodi  'chiudiate'  223, 
anténdi  'intendiate'  200  240,  odi  'udiate'  161,  ecc.  Di  I  e  III  plur.: 
pdgon  314,  tàson  325,  vàgon  275,  dàgon  258,  fdcion  220  265  282, 
dormon  314,  ecc.;  perdùnon  215,  piglon  249,  tasón  54,  fdcion  ib., 
mèlLon  220.  Il  regresso  dell'accento,  da  cui  nella  I  plur.  va  ripetuta 
l'uscita  -on  e  quindi  la  coincidenza  colla  III  pi,  sarà  da  attribuire 
all'attrazione  di  tutte  le  altre  voci  di  questo  modo  {canta  canti  canta  \ 
canti  cdnton);  e  non  parrà  di  ricorrere,  per  questo  livellamento,  come 
vuole  il  M.-L.  II  185,  all'imperfetto  dell'indicativo,  col  quale  il  cong. 
pres.  non  ha  alcun  rapporto  ideologico.  Andrà  piuttosto  considerato 
l'analogo  livellamento  nell'imperf.  cong.,  dove  anche  l'italiano  ha  fa- 
cessimo (fecissé  mus),  faceste  (fec  issétis). 

102.  Imperativo.  —  Il  s'mg.:  piglia  SQ,  ascóuta  261,  guarda  211, 
pày-te  per  *pdga-te  ""-paghe-te  248,  èye-me  per  '-^éyam-e  'ajutami'  190, 
vòze-lo  'volgilo'  245,  ven  151,  met  145.  La  II  pi.  coincide  colla  stessa 
voce  dell'indicativo:  guardò  (*-«e)  277,  comancé  18,  use  101,  tome  43, 
cointé  'contate'  277,  retiré-ve  28,  sez-i  'sedete'  99,  tasi  291,  reniani 
137,  corry'  81,  metti  76,  dormi/  258,  veni  22,  teni  38  277;  e  nei  verbi 
singoli:  fé,  ste,  dy  'dite',  ecc.  Resta  incerto  se  sia  da  leggere  prendi 
(come  nell'indie),  o  prendi,  nel  verso:  pirendi,  monsùr,  fé  cogliaciòn 
'prendete,  signore,  fate  colazione'  137.  Per  la  prima  del  plurale,  serve 
l'indicativo,  il  quale  farà  capo  alla  sua  volta  al  cong.  lat.  in  -are; 
ed  è  la  figura  che  esce  in  -erna.  —  L'inibitivo  è  reso  coli' infinito: 
ne  te  fiyé  'non  fidarti'  233,  ne  me  stoffér  'non  m'annojate';  non  par- 
ler l  ma  prènde  isg  guaynt  et  secrolér  /et  —  penacér  via  '  non  par- 
late, ma  prendete  —  scuotete  —  sbrattate'  303;  dal  qual  ultimo  esem- 
pio si  vede,  come,  precedendo  un  inibitivo,  posson  seguire,  per  con- 
tinuazione di  costrutto,  degli  infiniti  in  luogo  di  semplici   imperativi. 


*  arri,  nella  frase:  chiascun  arri  con  y  seti  'ognuno  se  ne  stia  co'suoi' 
17,  posto  che  non  si  risenta  d'influsso  letterario,  sarebbe  un  bell'arcaismo, 
anteriore  alla  fase  di  affer  rjuard  ecc.  Letterario  sarà  senz'  altro  addrici 
'indirizzi'  (III)  68. 


442  Giacomino, 

103.  Participj  in  funzione  d'aggettivi:  marchdnt  (pi.  mardièynt 
173),  rtn-eysmnf  ' arrischiato,  audace'  110  233,  contènta  pandént  130, 
scrivént  'scrivano'  35  173,  lus'ml  'lucenti'  130.  —  I  gerundj  con- 
fluirono coi  participj,  stante  il  passaggio  della  finale  sonora  in  sorda, 
cfr.  Arch.  VII  483;  onde:  sfangacidnt  380,  ranchezdnt  'zoppicando'  ib., 
vivotdnt  293,  disént  359,  crezént  'credendo'  297,  santini  375,  dormint 
297,  nessint  'uscendo'  361,  ecc. 

104.  Imperfetto  indicativo.  L'accento  è  sempre  sulla  penul- 
tima. Es.:  I  sing.  ynanddva  325,  féyva  'faceva'  360,  mettiva  323;  II 
sing.  éi/vi  'avevi'  361,  sèyve-tu  'sapevi  tu'  ib.,  dive-tu  'dovevi  tu' 
323,  dy'vi  'dicevi'  251;  III  sing.  anddva  132,  pansdva  358,  agrezdva 
'eccitava,  aizzava'  206,  manchdva  128,  cercdva  51,  féì/va  'faceva' 
360,  éyva  'aveva'  207,  déyva  'dava'  106,  dasèyva  id.  375,  valiva  112 
360;  I  pi.  'prestdvon  237,  s'amhigldvon  'ci  acconciavamo'  105;  II  pi. 
parlavi  824,  fdvy  'facevate'  41  123  226,  vozévi  'volgevate'  323;  III 
pi.  rebutàvon  53,  dansàoon  127,  tréyvon  'traevano'  130,  dèyvon  e  dèon 
'davano'  130,  faséon  'facevano'  359,  dormivon  297,  lusivon  'luce- 
vano', venion  'venivano'  374. 

105.  Imperfetto  congiuntivo.  L'accento  anche  qui  livellato 
secondo  le  persone  del  singolare  e  della  III  pi.'.  Es. :  I  sing.  dispen- 
sds  225,  mandds  73,  podés  ib.,  devés  266,  adimpis  20,  suffris  221,  fa- 
lis  315;  II  sng.  acagdssi  193,  anddssi2QS,  éyssi  34  280,  fùssi  147;  III 
sng.  erì'ds  56,  andds  27,  se  greusas  'si  lagnasse'  213,  acadés  225, 
savès  e  sèys  57  229  103,  éys  'avesse'  17,  piasis  'piacesse'  68,  metis 
276,  vents  79  228;  I  pi.  camhidsson  106,  volésson  29,  dovèsson  27, 
éysson  211;  II  pi.  v-assettassi  ^ sedeste^  223,  mangids-vo  179,  narrdssi 
20,  volessi  42,  éyssi  105,  féyssi  43,  stéyssi  69;  III  pi.  umilidsson  ac- 
corddsson  16,  fèysson  358,  avésson  213,  fusson  10,  ecc.  U-ei  di  *-é'ssem 
non  s'è  esteso,  come  nel  torinese,  anche  alle  altre  conjugazioni;  ma  per- 
sistettero le  vocali  tematiche  a  ed  i  dei  verbi  in  -are  e  -ire.  Le 
coppie  éysson  e  avésson  séys  e  savès  spettano  a  due  diversi  strati, 
più  e  meno  popolari. 

106.  Perfetto.  Gli  esemplari  di  questo  tempo,  notevoli  anche  per 


*  Nelle  forme  dialettali  lombarde  calabresi  ecc.,  che  ci  danno  il  tipo 
amàssimo  amassimo  amàssono,  coU'enclitica  della  2.*'  pi.  si  ottiene  anche 
risometria  sillabica. 


7      /    H.  L'ant.  astigiano.  —  §  IV.  Morfol.  •  Verbo.  443 

la  loro  frequbnza  {né  tocca  il'^I.-L.,  it.  ^r.  180,  rem.  gr.  II  308  218), 
si  spartiscono  in  avanzi  di  forme  l'orti  latine,  e  in  formazioni  seriori 
e  deboli.  Alle  forme  forti  appartengono: /?^ 'feci'  50  53  110  254  363 
(cfr.  il  francese  e  il  provenzale),  fisoìi  'fecero'  129  183,  fofou  fu  16 
184  254  363,  hof  of  'ebbe'  29  350  359  382  (cfr.  M.-L.  II  .325,  Bartsch 
Ghrest. ;  e  spagn.  huho)^  sop  'seppe'  .360,  pog  'potè'  1.39  (prov.  saup 
e  poc),  de  'diede'  16  374;  dis  'disse'  233  297  (il  presente  'dice'  è 
scritto  per  lo  più  diz  258  ecc.),  vóssi  'volli'  359,  vols  'volle'  25.5, 
l'ólson  e  vósson  '.vollero'  10  131.  È  all'incontro  debole  di  sua  natura 
il  tipo  analogico,  dipendente  dall'estendersi  dell'er  di  III  plurale,  p.  es- 
di  andèron  (cfr.  M.-L.  II,  §  270);  e  così:  I  sing.  squarreri  'scivolai' 
106,  m'ammaleri  'm'ammalai'  103,  paghéri  156,  menéri  271,  trovéry 
359,  chinery  'chinai'  196,  piglére  274  i,  furi  'fui'  103  260;  II  sng. : 
pigléry  'pigliasti'  208,  aferértu,  'afferrasti  tu'  209,  tochèr-tu  'tocca- 
sti tu'  280;  III  sng.  parler  188,  se  cacèr-lo?  'si  cacciò  esso?'  100; 
I  pi.  s-ciHvrieron  'c'inebbriammo '  146,  e  zuéron,  zuèrmn  'rappresen- 
tammo' {iv.  Jouer)  222  223;  II  pi.  levèri  'levaste'  196;  III  pi.  por- 
tèron  257,  piuméron  'spennarono'  184,  informéron  202,  tractéron  ib. 
andèron  'andarono'  127,  andér-gle  130,  cfr.  le  forme  forti  déron  'die- 
dero' 208,  furon  'furono'  16^.  Di  stampo  debole  è  altresì  una  filza  di 
forme  in  é,  nella  III  sing.:  voyé  'vuotò'  16,  reste  35  359,  trovò  79, 
andò  110,  menò  112,  adiate  'comprò'  \2Q^  presanté  ih.,  cigno  'cènno' 
359,  desmantiò  130,  angané  150,  denunciò  559,  descarrié  255,  strava- 
ché  'rovesciò'  293,  portò  212,  se  zuò  'si  rappresentò'  254,  stranito 
'sternutò'  bidè  'gettò'  296,  chiapé  'prese'  297,  arrivò  ib.,  revertié 
'rivoltò'  ib.,  ecc.  Pajono  queste  forme  riduzioni  di  forme  in  -er,  ap- 
partenendo esse  tutte,  come  quelle  che  vedemmo  in  -r,  alla  coniugaz. 
in  -are,  e  poco  arridendoci  l'ipotesi  che  possono  continuare  nn-dii^ 
da  contrapporre  a  quell'-àvt  -aut,  cui  si  riconducono  le  forme  ve- 
neziane in  -ci  Arch.  Ili,  le  italiane  e  spagnuole  in  ó,  ecc.  Ancora  da 


A 


*  Qui  Ve  d'uscita  forse  dipende  da  confusione  coli' enclitica  -i  -e  (s<re- 
jwen-e  'picchio'   117). 

*  Diffusione  analoga  OC  er  ir  s'avverte  nel  provenzale,  nel  l'riburghese, 
nel  valdese,  nel  friulano,  e,  per  le  sole  persone  del  plurale,  anche  nel  ru- 
meno. Nel  prov.  la  diffusione  dell'  er  avrà  trovata  una  spinta  nell'antica  con- 
servazione del  piuccheperf.  indie.  ;  cfr.  le  forme  nostre  meridionali  accet- 
terà vidéra  ecc. 

Archivio  glottol.  ital.,  XV.  30 


444  Giacomino, 

spinte  analogiche  vanno  ripetute,  nella  I  sing.:  santiti  'sentii'  203, 
m-adormiti  'm'addormentai';  nella  III  sing.:  accadét  'accadde'  255, 
battèt  361,  bevét  297,  fuzit  363,  tollit  103,  oy't  'udì'  204,  venit  79, 
nessit  'usci'  101  (l'ediz.  mil.  porta  erroneamente  nessir);  e  nella  III 
pi.;  bevéton  178,  veniton  128,  Siamo  qui  al  tipo  degl'ital.  temetti,  ecc., 
dei  soprasilvani  vangit  antschavet,  Ascoli  Arch.  VII  472,  all' a.  lom- 
bardo morite^  viti  'vidi'  ecc.  Ed  anche  nell'a.  astig.  s'incontra  viti, 
101,  coir  incrociato  visti  (I)  104  128  359,  allato  a  vist  (III)  129  (par- 
ticip.  vist  ih.);  cfr.  il  romagn.  vest  e  M.-L.  II  346.  . 

110.  Futuro.  I  sing.:  mandr-éu  268,  trovr-éu  20,  mostrer-éu  19, 
sur-éu  giocherò  2^,  porr-éu  1'^^  par-éu  'sembrerò'  35,  bevr-éu  285, 
crezr-éu  'crederò',  dir-éu  19,  obrir-éu  ' aprirò '  44 ;  an(ir-ó  98, pa^r^'-ó 
232,  sar-ó  187,  cfr.  sar-éu  193;  saró-y  35,  antandró-y  21;  li  sng. 
chianchr-ày  265,  'parr-ày  34,  savr-ày  98,  fornir-ày  ib.,  morr-dy  34  ecc.; 
Ili  sng.  tocr-d  49,  star-d  16,  avr-à  35,  venr-d  113, pruir-d  'pruderà' 
35,  guarr-d  'guarirà'  89;  l  pi.;  alevr-èma  281,  tornr-éma  215,  rasonr- 
èma  30,  vegr-éma  'vedremo'  41,  ecc.;  II  pi.:  gratr-é  35,  sezr-é  'se- 
derete' 99,  crezr-é  'crederete'  ib.,  e,  col  normale  riflesso  astig.  dell'e: 
far-éy  far-y'  200  194,  veggr-éy  'vedrete'  34;  III;  pi.:  biastemr-dn  31, 
vorr-dn  113,  porr-dn  112,  dirdn-gle  'diranno  essi'  ecc.  Come  si  vede, 
cade  di  continuo  l'è  dell' -er  infinitivale,  ove  non  sia  preceduto  da 
nessi  di  consonanti;  in  qualche  caso,  Vi  di  -ir. 

111.  Condizionale.  Ad  habéba-  corrisponde  in  questo  modo 
-eiva  ed  ea;  cfr.  la  stessa  alternazione  nell'a.  lig. ,  Arch.  XV  26, 
nm.  64.  Avremo  cosi,  alla  I  sing.:  vorr-èyva  26,  e  coll'enclit.  vorr- 
éyv-i  301,  far-éyv-i  225,  aucalr-éa  'oseroj'  26,  lasr-éa  25,  degnr-éa  27, 
avr-éa  20  ;  alla  II  sng.  :  ar-éyvi  (per  avr-éyvi)  ;  inoltre  la  figura  del  tipo 
incerto  vorréy-tu,  potendosi  essa,  per  via  à^\xn*vorréyv-tu,  ricolle- 
gare con  vorrèyvi;  ma  più  probabilmente  sarà  da  vorréa,  come  vor- 
réy  284,  te  devréy  208;  cfr.  i  torin.  it  venie,  it  devrie\  alla  III  sing.: 
bastr-éyva  211,  venr-éyva  79,  durr-éa  'durerebbe'  243,  dovr-èa  213, 
savréa  17,  pon-éa  'potrebbe'  ib.,  saré  (per  saréa)  100;  alla  I  pi.:  sa- 
rèon  'saremmo'  31,  avréon  ecc.  •;  alla  II  pi.,  pari  alla  II  sing.:  sta- 


*  sarey'me-ni  'saremmo  noi',  con  wt  =  'ne'  enclit.,  307,  presenta  in  sa- 
reyme-  una  forma  affine  al  sareimu  sarijmu  dell'alto  monferrato,  in  vece  di 
uno  schietto  astigiano  *sarejvon. 


L'ant.  astigiano.  —  §  IV.  Morfol.  ;  Verbo.  44.5 

rky  105,  farèy  200;  alla  III  pi.:  mangr-éon  'mangerebbero'  224, 
morr-éyvon  'morrebbero',  servir-éon  'servirebbero',  come  nella  I  pi. 
—  In  qualche  esemplare,  la  perifrasi  si  fa  coli'  infinito  e  il  perfetto  : 
vorr-dvy  vorr-dv  'vorreste'  87  98  267;  cfr.  Vave  avi  dell'a.  lomb.  e 
a.  venez.  —  Del  resto  l'oscillazione  tra  le  forme  in  -eyva  e  quelle  in 
-ea,  nelle  quali  ultime  l'ausiliare  può,  per  sinizesi,  contare  come  mo- 
nosillabo, è  giustificata,  in  parte,  dalle  esigenze  del  metro. 

Verbi  singoli. 

112.  Habere  e  sapere.  —  Presente  indicativo  di  'habere';  la 
I  sing.  e  più  frequente:  eu  (ò),  58  77  85  87  93  104  ecc.,  eu-y  79 
172  ecc.  ',  cfr.  i  futuri  amazr-éu  316,  trovr-éu  20  ecc.;  ma  pur  s'in- 
contra ho  67  1:39  149  208  284;  similmente  nei  futuri;  carrier-ó  150, 
dir-ò  223,  antandr-ò-y  21,  ecc.;  II  sing.:  hai  82  90  93,  153,  ecc., 
hd-tu  190  242;  III  sing.:  ha  83  100,  ecc.,  hd-lo  64  67,  ecc.;  I  pi.: 
éma  17  94  179  224  314,  ecc.;  II  pi.:  havéy  1:37,  havy'  79  84  319. 
havé  136  233;  III  pi,  han  58  61  93  102,  ecc.  —  Di  'sapere'  la  I  sing. 
seu  79  80  104  149  154  187  196,  ecc.,  séu-y  123  196;  so  123  124,  san 
(come  von,  ecc.,  cfr.  Arch.  I  449  n.)  ;  II  pi.:  say  270,  sd-iu  146  152,  ecc.  ; 
III  sing.  sa  57  140  158;  pi.  (manca);  II  pi.:  savy' 229  235,  savé  124, 
se  121;  III  pi.:  san  107  119  299,  san-gle  'sanno  essi'  59  2.  _  p^g. 


*  Per  errore  tipografico  ou  325. 

'  Vedemmo  la  prima  sing.  di  'avere'  e  'sapere'  oscillar  tra  le  forme 
eu  seu,  ho  so.  All'ipotesi  del  M.-L.,  it.  gr.  279,  che  o  sia  alterazione  idio- 
matica piemontese  dell'ital.  ho,  preso  a  prestito  dal  monferrino,  s'oppone 
non  solo  la  poca  probabilità  d'un  accatto  di  tal  genere,  ma  pur  la  ragione 
dei  suoni  ;  poiché  nelle  voci  letterarie  italiane  e  francesi  passate  nel  pie- 
montese l'p'  si  mantiene,  o  al  più  tende  a  oscurarsi  in  p;  cfr.  i  piem. 
faro  (it.  falò)  pappi  pómpa  rondo  ecc.  Piuttosto  ricondurremo,  come  è  ov- 
vio, la  forma  dell'a.  astig.  ho  so  ai  tipi  *habo  *sapo,  attestati,  tra  al- 
tro, dai  logudoresi  hapo  sapo,  imaginando  l'evoluzione  fonetica  *avu  *au  o, 
poiché  *av  non  avrebbe  potuto  darci  se  non  af,  siccome  *aMU  =  habui  ci 
diede  of.  All'a.  astig.  sarebbe  estraneo  quel  tipo,  donde  provenne  il  torin. 
ai,  colle  note  forme  francesi,  spagnuole  ecc.,  e  che  mancherebbero  pure 
all'a.  genovese,  cfr.  Parodi,  Arch.  XV  23,  n.  Ora  é  un  fatto  già  da  noi  av- 
vertito (v.  nura.  5)  che  in  alcune  voci  verbali  d'uso  frequente  il  riflesso 
dell'  ó  oscilla  tra  o  ed  o  ;  onde  s'ottengono  le  figure  vogl  e  veugl,  troef  100, 
troeuva  39  e  trova  111,  deul  'duole'  94  e  doglia  'dolga'  293;  parimente, 
benché  nel  verbo  'potere'  1' a.  astigiano  si  sia  ridotto  all'o,  forse  per  la 


446  Giacomino , 

sente  congiuntivo;  I  sing.:  dbia  73  80;  II  sing.  (ibi  192;  III  sing. :  dhia 
53  87  108  296,  ecc.;  II  pi.:  dbi  42  89  100  184,  ecc.;  Ili  dbion  50 
51  220,  ecc.;  Ili  sing.:  sapia  W  85;  II  pi.:  sapi  25  195;  III  pi.:  sd- 
pion  227  292.  Vale  il  congiuntivo  anche  per  l'imperativo;  é  la  II  pi. 
ei/  81  s'identifica  coli' indie,  avéi/.  —  Imperfetto  indicativo;  II  sing. 
éì/vi  365;  III  ét/va  85  207,  éyve-lo  'aveva  egli'  106;  III  pi.:  èyvon 
112,  avéon  367;-  II  sing.  séyve-iu  'sapevi  tu'  361;  III  séyva  255, 
séyve-la  'sapeva  ella'  220,  savèa  204  295.  —  Imperfetto  congiuntivo. 
I  sing.  etjs  46  70  225  293,  avés  154;  II  èyssi  34;  III  eys  17  86  215,  ecc.; 
I  pi.  éysson  211;  II  èyssi  105;  III  éysson  63,  avèsson  213;  II  sing. 
séyssi  192;  III  seys  103  242,  savés  229;  II  pi.  seys  223;  III  savésson 
112.  —  Condizionale;  I  sing.  avrèa  292,  area  285;  II  aréyvi  (*«w_ 
eyvi)  266;  III  avrèy-gle  'avrebbe  loro'  80,  avrèa  271,  area  306;  II 
pi.  arèyvi  234;-  I  sing,  savrèa  360;  II  sarèy-tu  (per  *savrèy-tu)  232; 
III savrèa  17,  sarèa  291.  —  Futuro;  avrèu  21  270,  avrò  308;  I  avray 
64  235;  II  pi.  avrè  33  233;  III  rtvr«n  24;-  I  sing.  savrèu  69  241  322, 
savrèu-y  259;  II  savrd-tu  259;  III  srtym  103;  III  pi.  savrdn.  Quanto 
ai  perfetti  hof  e  sop,  v.  nm.  109. 

113.  Esse.  —  Presente  indicativo  I  sing.  son  39  84  92,  ecc.,  sogn-i 
'sono  io'  82  100  104  279,  ecc.;  II  ey  322,  e  ee  58  92  234  248  265 
282,  ecc.,  è-iu  'sei  tu'  84  151  157  188  322,  ecc.;  Ili  é  18  26  32,  ecc., 
è-lo  296,  è-la  188;  I  pi.  sèma  15  81  188  270  281,  ecc.,  sem-i  'siamo 
noi'  37;  II,  nell'analogia  dell'altro  ausiliare:  sy  97  123  124  137,  ecc., 
sy'-vo  'siete  voi'  241  322,  sì-o  263,  III  pi.  son  16  59  60J,  ecc.,  son- 
gle  'sono  io'  240;  e  variante  dialettale  (d'Alba)  in  129  ,  cfr.  il  lomb. 
e  il  toscano  énno.  —  Congiuntivo;  II  sing,  sey  266  (forte  da  *5m,  cfr. 
la  stessa  pers.  del  pi.);  Ili  sia  15  58  185,  ecc.;  II  pi.  syi  Al  153  368, 


prevalenza  delle  voci  in  cui  1'  o  era  in  posizione  {poss  ecc.),  non  è  impro- 
babile che  un  tempo  ivi  pure  s'ondeggiasse  tra  pò  16,  e  *po  (vivo  nel 
monferrino  e  nel  torin.  poi),  ecc.  Quindi,  chi  rifletta  all'intima  connessione 
ideologica  di  'volere'  e  'potere'  con  'sapere'  e  'avere',  sarà  tratto  ad 
argomentare  che  ho  so  siano  diventati  o  so  per  attrazione  di  quelle  altre 
voci  verbali,  in  cui  ò  era,  od  è,  normale  continuatore  di  o'  latino.  Circa 
ad  una  fase  oj  anteriore  ad  o,  di  cui  il  Renier  in  una  breve  nota  del 
gel.  188,  avvertiamo  che  l' i  enclit.  s'aggiunge  anche  ad  eu  seu,  cfr.  6() 
79  123  190  313  317  ecc.,  come  nell'a.  lig.  e  nei  dialetti  delle  Langhe,  ac- 
canto a  so,  io,  plurali  di  so,  to  ('suo  tuo')  troveremo  so)  tój  ;  la  qual  cosa 
pare  escludere  ogni  influsso  fonetico  dell'i  sulla  vocale  o. 


L'ant.  astigiano.  —  §  IV.  Morfol.  ;  Verbo.  447 

sey  82  368;  III  sy'on  51/61,  ecc.  —  Imperfetto  indie.  I  sing.  èra 
257;  II  èri  214  gl-eri  'c'èri'  208;  III  èra  85  150  310  315  319;  I  pi. 
èron  105  20(3  323;  II  èri  322;  III  eron  322  326.  —  Imperfetto  con- 
giiint.  I  sing.  fas  59,  ^ùss-i  198;  II  fàs-tu  259;  IH  fas  16  93  129  189; 

I  pi!  fàsson  303;  II  fùssi  185,  fòssivo  'foste  voi'  302;  111  fùsson  16. 

—  Condizionale;  I  sing.  saréa  79  325;  II  sar-èyvi  92,  sarèy-tu  'sa- 
resti tu'  59;  III  sarèa  87  270,  sarèy-lo  '  sarebb'egli'  238;  I  pi.  sa- 
rèon  31  sarèyrae-ni^  vedi  addietro  il  nm.  111.  —  Futuro;  I  sing.  sa- 
rèii  29,  sarò  187,  saró-y  35;  II  sarai  33  179;  III  sarà  63  69  82 
183  ecc.;  I  pi.  sarèma  290;  II  saré  197.  —  Alle  forme  di  perfetto: 
furi  268,  fo  e  fa,  furon,  ecc.,  nm.  109,  aggiungiamo:  fos-tii  'fosti', 
col  pronome  enclit.  di  li,  82. 

114.  Stare.  —  Presente  indie;  II  sing.  stay  282;  III  sta  68  86 
215  I  pi.  stéma  276;  II  ste  20  89  (e  come  imperativo  75  99,  ecc.); 
ni  stan  147  152  234.  —  Presente  congiunt.;  Ili  sing.  stéa  48  117 
255,  stdga  01.  —  Imperfetto  indie;  II  sing.   stèyve-tu  'stavi  tu'  92. 

—  Imperf.  cong.  Ili  sing.  steys  230;  I  pi.  stéysson  68;  II  stéyssi  69; 
III  stéysson  80  111.  —  Condizionale;  II  sing.  staréy  272,  plur.  id  105. 

—  Futuro;  III  pi.  stare  223. 

115.  Vadere,  ecc.  —  Pres.  indie;  I  sing.  vad  75,  vagh  80  155, 
von  149,  vogn  69  261  311;  II  vay  33  161  vd-tu  75  (imperat.  va  157 
159  ecc.);  Ili  va  59  71  293,  và-lo  241,  vd-la  161;  1  pi.,  in  funzione 
d' imperat.  andè-ma  80  249:  Il  (imperat.)  andè  148  207  298;  lllvan 
107  147  :303,  ecc.  —  Pres.  cong.;  II  sing.  vddi  71  72;  III  vdda  91 
293,  véa  30  106;  I  pi.  vdgon  109;  III  mc?on  54,  vdgon  dO,  vèon 'SSl. 

—  Imperfetto  cong.;  I  pi.  anddsson  29.  —  Futuro;  I  pi.  andréma  139. 

116.  Fa  ce  re.  —  Presente  indie;  I  sing.  facz  70  99  100  260 
265,  ece;  II  fay  280,  fa-ta  70;  per  l' imperat.  fa  e;  fa  83  198;  III 
fa  85,  ecc.,  fd-lo  104;  I  pi.  féma  106;  II  fé  26  104  (imperat.  80  87, 
fe-ve  'fatevi'  264);  III  fan  80  109  247  242,  fdyi-gle  60.  —  Pres. 
congiunt.;  I  sing.  fdcia  20  (II  fdci)\  III  fdcia  100;  I  pi.  fdcion  98 
254;  II  fdci  28  68,  —  Imperf.  indie;  I  sing.  féyva  350;  Ili  feyva  305; 

II  pi.  fdvy  123  226.  —  Congiuntivo;  I  sing.  feys  59;  Il  féys-tu  246; 

III  feys  50  104  221  265  324.  ecc.;  II  pi.  fèyssi  43  68  892  303;  III 
féysson  298  358.  —  Condizionale;  I  sing.  faréyv-i  'farei  io'  225;  III 
farèa  86.  —  Futuro;  I  sing.  faréu  266;  II  pi.  faréy  200,  faivj'  194, 
fare  21. 


448  Giacomino,  L'ant.  astigiano.  —  §  IV  Morfei.  Verbo. 

117.  Dare.  —  Presente  indie.  I  sing.  dag  59,  (II,  dell' imperat.;  da 
237,  dd-gle  97,  dà-gl-ra  'dagliela'  71);  I  pi.  dòma  215;  II,  in  fun- 
zione d' imperat.  de  99,  dé-gle  'dategli'  36,  dé-ne  'datene'  292;  III 
dan  64  168  254,  ecc.,  ddn-gle  64.  —  Congiuntivo  ;  I  sing.  daga  159 
210;  II  pi.  ddgon  258.  —  Imperfetto;  III  sing,  déyva  106,  daséyva 
375;  III  pi.  dèyvon  290,  dèon  363.  —  Congiunt..;  I  sing.  deys  92;  III 
deys  79  266  274.  —  Condizionale;  I  sing.  daréa  112.  —  Futuro;  I 
pi.  darèma  XVI;  IH  daràn  184. 

118.  Dicere  e  debere.  —  Registriamo  solo  alcune  forme  spe- 
cifiche. Pres.  indie;  I  sing.  digh  26  32  81  108,  ecc.;  II  di-tu?  'dici 
tu?';  II  pi.  dy  113  di-vo  262,  di-me  'ditemi'  21;  III  dison  212,  dis- 
gle  'dicon  essi'  215;  —  Congiunt.;  I  sing.  dya  é  diga  193;  I  pi. 
diéma  78.  —  Imperf. ;  I  sing.  dy'va  214.  —  Indie,  pres.;  I  sing.  deh-i 
dib-i  232  30  98;  III  dy  88  189  213  249,  dij'-lo  107;  I  pi.  dima  232, 
dini-i  'dobbiamo  noi'  246.  —  Congiunt.;  II  sing.  dibi  210;  III  pi.  d'i- 
bion  51.  —  Imperf.  II  sing.  dive-tu  323.  —  Condiz.;  II  sing.  te  de- 
vrèy  208;  III  decréa  215,  devrèy-la  210,  dovria. 

119.  Infiniti:  avéyr  17  32  117,  avèy  154  210  ecc.;  savéy  18  33  154 
(occorre  pur  nell'uso  del  fr.  'à  sa,YOÌr^  :  retorné  dy  una  parola  /  al  pa- 
tron, savéy  s-la  bestiola / porréa  béyvri,  ecc.  Q2;  devéy  'dovere'  come 
sostant.  235;  èsser  29  188,  èsse  64  84,  e  come  variante  dialettale^ca- 
salese:  syr  (cioè  'sedere'  per  '  essere  -  da  *5eéyr  "^«eyV,  cfr.  lo  spagn. 
ser):,  sler  30  67,  ste  15  57;  andèr  50,  andèr-me-ne  186;  fer  '21  57  63, 
fer-gle  16  fé  31  57  101,  fer  fé  'far  fare'  270;  der  82  93  102,  de  71 
77  ecc.;  dir  41  62  67,  dy  62  69  ecc. 

120.  Tra  le  forme  participiali  ricordiamo:  liahyù  (cfr.  hgu  al 
S.  Bernardino,  Ascoli,  Ardi,  I  271),  nella  frase  /b^«  tenip  liabyii,  dove 
probabilmente  'avuto'  vale  'stato'  ('fu  stato  tempo',  per  significare 
'una  volta'). 

[Continua.] 


LE  BASI  ALNUS,  ALNEUS, 
NE'  DIALETTI  ITALIANI  E  LADINI. 


DI 

C.  SALYIONI. 


1.  La  base  aliius  si  trova  popolarmente  riflessa,  oltre 
che  nel  frane,  aune  e  nel  rum.  arin  (Kurting,  2*  ediz.,  526), 
nel  friul.  aal,  Ascoli  I  487,  nel  sard.  dliriu,  nel  piem.  dona, 
vere,  auna  (v.  Gius.  Camisola,  Flora  astese;  Asti  1854;  p.  345), 
nel  verzasch.,  mesolc.  dina  (IX  210),  valcanobb.  dàw/ia,  Zst.  f. 
r.  phil.  XXII  471,  forme,  le  ultime,  dove  anche  c'è  conservato 
il  genere  della  voce  latina  (cfr.  piem.,  lomb.  póbja  pioppo)  ^  Il 
mascolino  ricorre  in  Lombardia  pure  nella  forma  di  dldan  (Valle 
di  Elenio),  àwdan  (Leventina),  che  l'Ascoli  ^  riconduce  con  molta 
ragione  ^  a  un  anteriore  *aldmc  *aldn  '^. 

La  base   alneus   -a  ha   una   genuina   continuazione,  di   qua 
dall'Alpi,  nel  bregagl.  agn  (Ascoli   I  276,  Rodolfi,   Zst.  f.  rom. 


'  Anche  del  frane,  aune  si  hanno  esempj,  come  di  un  feminile,  ma  in 
età  meno  recente;  v.  il  Dict.  gén.  Gli  esempj  di  alno,  fem.,  nel  Voc.  it. 
sono  evidentemente  fattura  di  letterati. 

-  I  261.  È  da  qui  che  il  Korting  ha  tolto  la  forma,  attribuendola  però 
alla  Bassa  Engadina. 

^  Una  analoga,  per  quanto  non  pienamente  uguale,  risoluzione  di  In  si 
ha  nel  lomb.  ^aM,  sp.  jalde  dall'a.  frane,  jalne. 

*  Il  Flechia,  Nomi  loc,  deriv.  di  nome  di  piante,  8,  si  fonda  su  àiidan 
per  ispiegare  Làdano  e  O'deno^  nome  locale  della  Valmaggia  il  primo,  del 
territorio  bresciano  il  secondo.  Non  so  che  dire  di  questo  ;  ma  circa  al 
nome  valraaggino,  che  ha  1'  ó  aperto,  debbo  osservare  che  a  questo  dialetto 
mancherebbe  ogni  altro  esempio  di  aie  da  di-.  U  o  ci  impedisce  poi  d'al- 
tra parte  di  riconoscere  nella  nostra  forma  la  intrusione  di  queir  g'no  di 
cui  si  tocca  più  in  là.  —  Un  lùdan  attribuisce  il  Biondelli,  Saggio  268,  al 
parmigiano.  Sennonché  i  vocabolaristi  di  questo  dialetto  hanno  lodàn,  e 
non  esiteremo  quindi  a  riconoscere  come  errata  la  forma  del  Biondelli. 
Di  questo  lodàn,  v.  più  avanti.  —  Sicuri  derivati  che  qui  spettano  sono  poi 
il  friul.  Aonedis,  Flechia,  o.  e,  e  i  lad.  centr.  Alneit,  Anneyd  -da,  ecc., 
Schneller,  nell'opera  che  tantosto  s'allega,  66. 


450  Salvioni , 

phil.  Vili  166)  ;  di  là,  negli  aign  agna,  oig»,  ogna,  aogn  del- 
l'Engadina  e  di  Sopraselva  (Ascoli  I  13,  Pallioppi  s.  'agna', 
Pali,  Le  parler  de  Sent,  89)  ^  Vi  si  riducono  anche  parecchi 
nomi  locali  engadinesi  (v.  Parmentier,  Vocab.  rhétoroman  des 
principaux  termes  de  chorographie;  Parigi  1896;  p.  39)  e  lom- 
bardi [Agno,  Sagno,  Soragno,  Bollett.  st.  d.  Svizz.  it.  XXII  99), 
e  i  derivati  Agnuzzo  (Lugano),  Agnedo  -da  ^,  Flechia,  o.  e, 
basso-eng.  Dandida,  Pult,  o.  e,  86,  89,  lad.  centr.  Agneid, 
Schneller,  Beitràge  zur  ortsnamenkunde  Tirols,  III,  66. 

2.  Allato  a  questi  limpidi  riflessi  delle  due  basi,  per  l'Alta 
Italia  ne  corrono  altri  nei  quali  Vài-  è  rappresentato  da  ó  o 
da  un  suo  succedaneo,  un  ó,  di  cui  non  saprei  asserire  se  in 
questo  0  quell'ambiente  si  possa  giustificare,  ma  che  certo  non 
potrebb'essere,  in  tutti  i  torri torj  dove  lo  troviamo,  un  legittimo 
continuatore  di  di-:  veron.,  vie.  pno^,  giudic.  thiu,  gen.  óna, 
trent.,  mani  ogn,  bresc,  valcam.  dna  ^. 


^  V.  anche  il  derivato  sopras.  iùù  alnaja  (Ascoli  I  549;  Bollett.  st.  d. 
Svizz.  it.  XXI  85;  e  lo  stesso  suffisso  nel  raonf.  arnii  bosco  di  ontani,  e 
nel  berg.  Onore,  ni.).  —  Non  ho  poi  i  dati  sufficienti  per  escludere  sen- 
z'altro che  taluna  tra  le  forme  engadine  non  sia  da  mandare  colYón  alto- 
italiano  che  più  in  là  si  studia.  Il  Pult  accoglie,  per  Sent,  la  forma  Oria, 
con  un  ò  che  non  figura  nella  spiegazione  dei  segni;  e  non  so  quindi  se 
la  forma  si  possa  mettere  sullo  stesso  piede  di  hon  bagno. 

^  Un  Agneda  c'è  anche  ai  piedi  del  Generoso,  nel  distretto  di  Lugano. 

*  Manca  la  forma  vicentina  ai  vocabb.  di  questo  dialetto;  ma  essa  m'è 
guarentita  dal  mio  caro  collega  e  amico,  il  vicentino  prof.  V.  Belilo. 

*  Il  Camisola,  o.  e,  363,  ha  un  piem.  ounia  di  cui  tace  la  più  precisa 
origine.  Provarrà  forse  d  Ile  regioni  pedemontane  che  pendono  verso  la 
Liguria.  Da  questa,  e  più  propriamente  dalla  valle  del  Polcevera,  il  Pen- 
yÀg  (Flora  popolare  ligure.  Primo  contributo  allo  studio  dei  nomi  volgari 
•delle  piante  in  Liguria;  Genova  1897.  Estr.  dagli  Atti  d.  Società  lig.  di 
Scienze  Nat.  e  Geogr.,  ann.  Vili,  fase,  iii-iv)  allega,  insieme  a  jonne,  un 
iimnia  (pp.  51,  100).  —  Anche  qui  rimane  assodato  l'p';  e  quanto  al  ni  della 
forma  piem.,  esso  ben  potrebbe  essere  non  altro  che  un  n  male  inteso  o 
realmente  pronunciato  come  nj  o  nj,  ma  anche  si  può  pensare  ad  *alnica. 
Se  poi  umilia  continui  *ùna  o  un  ipotetico  *ii>nia  (v.  Meyer-Lùbke,  It. 
gramra.  §  255),  da  porsi  in  relazione  colle  altre  forme  contenenti  m  e  di  cui 
si  parla  più  avanti,  non  saprei  dire.  —  I  nnll.  che  dipendono  dalle  basi 
studiate  in  questo  numero,  si  leggono  presso  il  Flechia,  o.  e,  e  vi  si  può 
aggiungere    O^na  frazione  di    Intragna  (Locamo)   e  di   Oltressenda  Bassa 


Le  basi  alnus,  alneus,  ne' dialetti  italiani  e  ladini.  451 

3.  Dalle  basi  di  cui  si  discorre  al  num.  I,  si  hanno,  sempre 
col  valore  del  primitivo  : 

A.  Tic.  al-  arnisa  (v.  Boll.  st.  d.  Svizz.  it.  XIX  143,  s. 
^alnizia'),  ossol.  aunis  (Pioda),  valses.  aunlccia,  lad.  centr.  ao- 
nice  (Alton)  ^,  colle  quali  forme  si  connetton  foneticamente  {mn 
da  iDy%\  V.  Bollett.  citato)  il  lugan.  (Malcantone)  amnìsc,  gli 
ossol.  amnica  (Villette)  -isola  (Vallantrona)  ;  vaiteli,  anis  (mon- 
tagn.  nis,  borm.  anìc)',  -  mil.  olnisa  -niz  -niza. 

Derivato    ulteriormente    dalla    base    'alniccio'    o    meglio    da 
"^'alnicceto',  è  il  fermano  e  ascol.  ancetà  -tana  -. 

B.  Bellun.  aìviér  ^,  friul.  au-  e  olndr  *. 


{Giasone),  oltre  che  Ognias  ap.  Schneller,  Beitràge  zur  ortsnaraenk.  Tirols. 
Ili,  6(3.  Ma  circa  V  Ono  di  Valcamonica,  la  pronuncia  dialettale,  eh"  è  Do,  im- 
pedisce di  connetterlo  conino,  che  avrebbe  dato  Bgn.  E  cosi  è  errato  nella 
base  il  ragionamento  con  cui  lo  Schneller,  Die  rom.  volksm.,  I  282-84,  vor- 
rebbe qui  raddurre  il  nome  della  valle  di  Non.  —  Per  i  derivati,  cfr,  Ognato 
a  Brandico  (Brescia),  Oneda  a  Sesto  Calende  (Gallarate),  Unéi  in  Val  Gar- 
dena, Schneller,  1.  e,  Onecchia  -cchioni,  nella  Toscana,  a  tacere  delle  forme 
come  Ne'cchiori  ecc.,  dove  è  incerto  se  sia  caduto  o-  ari-  on-  oppùr  al-; 
V.  Pieri,  Toponomastica  delle  Valli  del  Serchio  e  della  Lima,  77-8.  Ma  il 
lomb.  Lanate  è  Logonale  nelle  vecchie  carte. 

'  Quand'io  (Zst.  f.  rom.  phil.  XXIII  527)  riconnettevo  a  queste  forme  il 
calabr.  auzinu,  non  sapevo,  quello  che  ho  in  seguito  appreso  dall'Aecat- 
tatis  (Vocab.  calabr.;  nella  parte  italiano-dialettale  s.  'ontano';  ma  nella 
parte  dialettale  :  aicinu),  che  si  trattasse  di  àuzinii.  INIa  anche  adesso, 
non  mi  pare  di  poter  scindere  l'una  dall'altra  le  due  basi.  Lo  sdrucciolo 
si  spiegherà  o  da  un'accentuazione  di  quartultima,  o  dallo  scambio  di  -ino 
con  -ino  (Meyer-Lùbke,  Rom.  gramm.  §  454)  o  dall'influsso  del  sinonimo 
ilcinu.  Il  qual  ticinu,  alla  sua  volta,  si  staccherà  difficilmente  da  alnus: 
sarà,  cioè,  *[alj-  o  *[anjcitinu,  *alniccétino,  da  paragonarsi,  ne'  suoi  ele- 
menti tematici,  col  march,  ancetà.  Se  un  ostacolo  paresse  venire,  il  che 
io  non  credo  (cfr.  pasticcili  pasticcio),  dal  e,  si  potrebbe  anche  pensare  a 
* alnicétu  (cfr.  più  avanti  dlnia=  * alnica),  *an-  o  alc'itu,  *citinu,  poi,  con 
metatesi  reciproca,  ticinu, 

*  Ho  le  forme  marchigiane,  che  qui  e  altrove  accade  di  allegare,  da  Spa- 
doni, Xiloteca  picena  (Macerata  1826),  Voi.  I,  p.  64,  e  da  Paolucci.  Flora 
marchigiana  (Pesaro  1890),  p.  131. 

^  Ett.  de  Toni,  Sui  nomi  vernacoli  di  piante  nel  Bellunese,  S.  1^  e  2*. 
Estr.  dagli  Atti  del  R.  Istituto  Veneto,  1897-8  e  1898-9. 

*  V.  I  487.  Tocca  qui  l'Ascoli  di  olnar,  aunar,  non  escludendo  che  si 
tratti  di  aiiìì-  ohi-  da  aln-,   Cfr.  del  resto    anche  Aonedis,  p.  449,  n.  4. 


452  Salvioni, 

C.  Nap.  autdno,  piazzarm.  auidngJi  [sic.  autdnu  larice], 
pesar,  antèn  (K^Coiiti,  Vocabolario  metaurense  ;  Cagli  1898-), 
march,  lentàno  ;  a.  venez.  olclano  ^  ;  sarzan.  agnetàn ,  bella 
forma  ^,  che,  colle  altre  in  -etano  che  già  si  sono  allegate  e 
ancora  s'allegheranno,  conferma  V  *  a  In  et anu  co&i  ieììcemente 
intuito  dal  Diez,  a  proposito  del  tose,  ontano. 

D.  [Valm.  àlnia  pioppo,  'àlnica';  v.  IX  209.] 

4.  Dalle  basi  di  cui  al  num.  2  : 

A.  Ossol.  (Varzi),  com.  ^,  mil.  onlsa  *,  mil.  onizza,  novar. 
ounlssa  (Camisola),  [a.  berg.  uniz  ornus,  Lorck  Altberg.  sprach- 
denk.,  137,  209],  berg.  onlss,  ùnizz,  ònéss,  enéss,  niss ,  mil. 
onizz  -is,  crem.  onéz,  cremon.  ounizz,  pav.  on/p,  piac.  onizy  e, 
con  forma  diminutiva  e  aferetica,  nizzól^,  pav.  e  lodig.  lu- 
e  imigi]  cremon.  ougnizz,  mantov.  ogniss  -izz. 

B.  Trev.,  venez.  onè}\  vie,  pad.  onàro. 

C.  Tose,  ontano,  parm.  loclàn.  La  forma  toscana  si  rag- 
gaaglierà  a  un  anteriore  "^onetdno^;  e  cosi  pure  si  spiega,  nel 
miglior  modo,  la  parmigiana;  che  sarà  *onocldno,  col  secondo  o 
assimilato  al  primo,  con  o-  successivamente  caduto,  e  con  n-n 
dissimilati  per  l-n. 


'  V.  Rossi,  Lettere  di  Andrea  Caluio,  GIoss.  —  0  non  fosse  da  leggere 
òldano  e  da  giudicarsi  come  Vdldan  di  cui  al  num.  1  ? 

^  Datami  dal  sarzanese  signor  dott.  Carlo  nob.  Bernucci,  segretario  ge- 
nerale della  Università  di  Pavia. 

^  Il  Monti,  s.  'oniscia',  ha  quest'esempio  del  1499  :  j^ic^ntis  salicum,  po- 
hinrum  et  oniziarum. 

■*  E  oniscèe  -scéra  alnaja;  com.  oniscèta  alno  nero. 

*  Uoniccio  che  registra  il  Voc.  con  un  esempio  di  Leonardo  è,  secondo  che 
il  Pieri,  1.  e,  già  aveva  sospettato,  un  non  dubbio  lombardismo.  Ma  che 
la  base  valesse  un  di  anche  per  la  Toscana,  lo  prova  il  ni.  Lunceta  addotto 
e  dichiarato  dallo  stesso  Pieri.  Se  poi  si  paragona  questo  Lunceta  col 
ni.  friul.  Oncedis,  Flechia,  l.  e,  col  marchig.  ancetà,  col  calabr.  àuzimi,  ri- 
sulterà che  la  derivazione  per  -Tciu  s'estendeva  su  tutta  l'Italia. 

*  Si  può  anche  pensare  a  lo  *antano  (cfr.  il  ni.  Antatio,  se  qui  spetta,  apud 
Pieri,  0.  e,  78),  lo  'ntàno,  l'  ontano  (cfr.  ombuto  imbuto,  ecc.,  e  v.  Il  Pianto 
delle  Marie  in  antico  volgare  marchigiano,  da  me  pubblicato,  num.  9  delle 
Annotazioni).  Ma  l'aversi  nella  Toscana  stessa  Lunceta  ecc.  (v.  Pieri,  1.  e; 
ma  VOneta  quivi  ricordato  va  diversamente  giudicato,  avendosi  per  esso 
la  forma  medievale  Aunita\  spetta  al  num.  3),  ci  fa  decidere  per  l'o-  eti- 
mologico. 


Le  basi  alnus,  alneus,  ne' dialetti  italiani  e  ladini,  453 

5.  Accanto  alle  basi  fin  qui  studiate,  le  quali,  in  ultima 
analisi  e  tenuto  conto  di  quanto  qui  sotto  si  espone,  ritornano 
a  ALN-,  abbiamo  una  serie  di  nomi  nei  quali  la  base  par  essere 
ALM-  senz'altro,  o  alm-  con  intromessa  una  vocale  tra  l  e  m  : 

1.  Valm.  (Cavergno)  dima. 

2.  Friul.  dmbli  alno  bianco.  Starà  questo  per  "^cllemo,  onde 
poi,  con  metatesi  reciproca  *dmelo,  quindi  *àmlo. 

3.  Macerat.  olmeld. 

4.  March,  ameddno,  boi.  amddn  ^.  La  voce  marchigiana, 
lo  Spadoni  non  ci  dice  donde  l'abbia.  Possiam  quindi  supporre 
che  provenga  dalla  regione  metaurense ,  quella  regione  cioè 
delle  Marche  che  geograficamente,  e  in  parte  anche  dialettal- 
mente, continua  le  Romagne.  Anche  potrebb'essere  voce  da  qui 
accattata.  Dico  questo,  perchè  nell'ambiente  emiliano  amdàn 
altro  non  sarebbe  che  un  ^almetàno  ^almeddn  *almddn,  che 
starebbe  al  macerat.  olmetd  come  il  pesar,  antèn  'antàno',  sta 
al  tose,  ontano. 

5.  Come  si  spiegherà  ora  questo  alm-?  Lo  sp.  ha  diamo 
pioppo,  il  port.:  àlama,  -emo^,  pioppo  e  alno.  Il  Diez,  less.  416, 
ragionando  di  queste  voci  vorrebbe  derivarle  senz'altro  da  alnus, 
e  Im  vi  sostituirebbe  il  men  solito  In.  Ma  è  questa  una  dichia- 
razione che  oggi  più  non  sapremmo  menar  buona,  tantopiù  che 
codesto  Im  occorre  in  altri  territori  neolatini.  Ond'io  preferisco 
attenermi  alla  spiegazione,  proposta  dagli  etimologisti  spagnuoli  e 
dal  Diez  respinta,  secondo  cui  nel  nesso  -hn-  s'incontrano  'alno' 
e  'olmo'.  Dal  Diez  stesso  risulta  che  i  due  alberi  possono  confon- 
dersi, e  la  confusione  ho  potuto  riconoscere  qualche  volta  anch'io. 

Questa  intrusione  di  'o'imo'  è    quella   che  a  parer  mio  deve 
spiegarci  To'  delle  forme  considerate  nel  num.  2^  Poiché,  da 


^  La  voce  amedano  l'accoglie  anche  il  Voc.  con  un  esempio  del  Crescenzi. 
Sarà,  come  lioertizio  (Romania  XXIX  556  n)  e  tant'altre  voci  di  quella 
scrittura,  un'importazione  cisalpina, 

^  Galiz.  almo. 

^  Se  si  bada  alla  glossa  dell'ani,  vocab.  berg.  :  tmiz  :  ornus,  si  può  pen- 
sare che  anche  l'  ó-  di  questa  pianta  (it.  Cjrno)  abbia  forse  esercitato  una 
qualche  influenza.  Tanto  più,  che  anche  il  sic.  agùrnu  -ùrru,  cioè  'avorno' 
è  venuto  a  dire,  secondo  il  Pasqualino,  'alno';  e  che  da  avorno  si  poteva 
facilmente  venire  a  *arjrno  *fJrno. 


454  Salvioni, 

ima  parte,  il  tipo  óno  -no,  coi  derivati  suoi,  oltrepassa  i  limiti 
territoriali  del  fenomeno  per  cui  da  al-  si  viene  a  o,  e  dall'altra 
r  0  che  nasce  da  di-  è  o  e  non  p  ;  ma  un  *óno  *óno  o  manca 
interamente,  o,  se  in  qualche  punto  occorresse,  vi  si  tratterà  di 
un  caso  speciale  in  cui  veramente  si  abbia  *o'^^o  =  duno  =  alnu. 
Con  questo  criterio  non  avremmo  dunque  ragione  del  si  dif- 
fuso p,  il  quale  sarà  appunto  dovuto  alla  immissione  di  'o'imo', 
di  quella  stessa  pianta  cioè  che  è  riuscito  a  introdurre  in  alnu 
anche  il  suo  m  ^. 

6.  A  Muggia  l'alno  si  chiama  aulenar,  XII  339.  Rinuncio 
a  vedervi  senz'altro  un  *auhiar',  ma  penso  piuttosto  a  una  in- 
fluenza di  aulàna  avellana  (XII  338).  Il  nocciuolo  selvatico  e 
l'alno  possono  venire  e  vengono  da  molti  in  realtà  confusi  l'uno 
coU'altro. 

Tra  le  forme  marchigiane  dello  Spadoni  ve  alano.  Sarà  quasi 
un  *alnd)m,  nel  quale  confluiscono  alno  e  qualcuna  delle  molte 
forme  marchigiane  in  -duo,  e  dove  i  due  n-n  sono  poi  stati  dis- 
similati col  sacrificio  d'uno  di  essi. 

7.  Circa  ai  significati,  le  voci  da  noi  studiate  s' adoperano 
sempre  per  l'alno,  nelle  sue  parecchie  varietà.  Solo  l'a.  berg. 
icniz  sta  per  'orno',  il  valm.  dinia  dice  'pioppo',  e  il  sic.  au- 
iànu  s'adopera  per  'larice'.  Che  anche  nella  Sicilia  però,  questa 
forma  abbia  un  giorno  significato  'alno',  ce  lo  dice  il  dialetto 
lombardo  di  Piazza  Armerina,  che  la  voce  autdngh  non  potrebbe 
non  aver  preso  a  prestito  dal  siciliano,  ma  che  le  mantiene  il  signi- 
ficato di  'alno'  che  certo  le  spettava  quando  il  siciliano  la  prestò. 

8.  Di  altre  basi  che  siano  venute  a  designare  il  nostro  al- 
bero, non  conosco  che  il  celt.  *verna  (Thurneysen,  Keltorom., 
115,  Kg.  3693,  Flechia,  1.  e),  estendentesi,  allato  ai  riflessi  di 
ALNUS  ^,  per  il  Piemonte  e  la  Liguria  ^.  —  Ma  al  significato  di 


*  Imitile  soggiungere,  che  'olmo'  potrebbe  ritrovarsi  anche  in  olnisa,  ol- 
nàr,  che  io  però  ho  preferito  spiegare  colle  sole  norme  fonetiche. 

^  Notevole  per  la  convivenza  in  uno  stesso  luogo  della  base  celtica  e 
della  latina,  che  il  Glossario  monferrino  del  Ferrare  registri  verna  ontano, 
ma  armi  bosco  di  ontani. 

'  vérnja  ontano,  m"è  guarentito  pel  suo  paese,  nelle  vicinanze  d'Ancona, 
dal  signor  ispettore  scolastico  Giuseppe   Bianchi,   ora   a  Pisa.   E  esempio 


Le  basi  alnus,  alneus,  ne' dialetti  italiani  e  ladini.  455 

'alno'  è  invece  venuto  il  nome  di  qualche  altro  albero;  cosi 
r'avornio'  nel  siciliano,  e  (forse  solo  parzialmente)  1'* avellana' 
nel  muggese,  e  la  'lentana'  nel  march,  lentànu.  A  tacere  dell'in- 
fluenza che  abbiamo  dovuto  riconoscere  a  'olmo'  e  forse  a  'o'rno'. 
9.  Conclusione.  Nella  Ladinia,  e  in  quasi  tutta  Italia,  il 
nome  per  1'  'ontano'  riflette,  dove  più  dove  meno  genuinamente, 
quando  come  mascolino  quando  come  feminile,  qua  come  pri- 
mitivo, là  come  derivato,  le  basi  latine  alnus,  alneus  -a  ^  11 
primitivo^  occorre  ne' Grigioni,  nel  Friuli,  nella  Sardegna,  in 
qualche  parte  delle  alte  Alpi  lombarde ,  del  Piemonte  ^,  della 
Liguria,  nel  territorio  bresciano-trentino-veronese-vicentino-man- 
tovano. Di  un  derivato  in  -Iciu  son  tracce  anche  nell'Italia  cen- 
trale e  nella  Calabria;  ma  la  sua  vera  patria  è  la  Lombardia 
da  dove  s'estende  alle  contermini  parlate  emiliane  (Pavia,  Man- 
tova, Piacenza),  alla  Ladinia  centrale  e  alla  piemontese  Valse- 
sia.  I  dialetti  A^eneti  e  il  friulano,  che  sogliono  derivare  per 
-a'riu  i  nomi  di  alberi,  hanno  anche  qui  onèr^  ecc.  A  mezzo- 
giorno d'una  linea  che  va  dalla  Spezia  a  Parma,  e  da  qui  a 
Bologna,  compare  dappertutto,  eccezion  fatta  della  Calabria,  un 
derivato  in  *-etànu  *,  i  cui  elementi  protonici  si  son  venuti  quasi 


notevole,  per  quanto  la  vicina  Sinigaglia  basti  a  spiegarlo.  Ma  allora,  po- 
tremo attribuire  a  *verna  qualche  altro  nome  locale,  oltre  a  quelli  del 
Piemonte;  v.  Flechia,  o.  e,  23,  e  Di  alcune  forme  ecc.,  93,  dove  il  lomb. 
Yernate  pur  si  deriverebbe  da  verna,  che  manca  all'odierna  Lombardia. 

*  Veramente  :  *aneus  -a  (cfr.  bagno  balneum).  Le  forme  come  '''^no,  ben  si 
intende  che  non  rappresentano  un  *anus,  ma  si  spiegano  altrimenti.  Non 
improbabile  tuttavia  che  in  qualche  posto  un  *^lno  si  possa  essere  modifi- 
cato sotto  l'influenza  di  gno. 

^  È  dotto  l'it.  (Uno,  e  così  crederei  di  ogni  analoga  forma  che  s'incontri 
ne' territori  di  -etàno',  per  es.  il  reat.  àrnu. 

'  Non  è  sempre  facile  scernere  ne'  vocabplarj  che  si  chiaman  'piemon- 
tesi' quello  che  veramente  spetta  alla  xoiyrj  dagli  elementi  che  vi  si  sono 
introdotti  dalle  parlate  o  dagli  strati  a  questa  ribelli.  Crederei  tuttavia  di 
poter  affermare  che  la  voce  della  xoii^^  è  verna,  e  che  dona  spetti  a  delle 
varietà,  come  per  es.  alla  vercellese.  Del  resto,  nella  region  pedemontana 
è  legittimo  anche  il  sospetto  ohe  vi  sia  penetrato  il  frane,  aune  in  una 
antica  fase  del  suo  sviluppo. 

*  Certo  dal  collettivo  ^alnetum,  essendosi  prima  designato  l'alno  come 
r  '  albero  -dell'alneto'. 


456     Salvioni,  Le  basi  alnus,  alneus,  ne'dial.  italiani  e  ladini;  ecc. 

in  ogni  luogo  variamente  stremando.  —  L'elemento  iniziale  o-, 
che  ricorre  in  molta  parte  della  Ladinia  e  dell'  Italia,  talvolta 
è  il  giusto  prodotto  di  ai^  tal  altra,  si  deve  all'essersi  intruso 
in  *àlno'  T'olmo'  e  T'o'rno'.  L'^olmo'  immette  il  suo  m  pure 
in  certe  forme  del  Friuli,  delle  Alpi  lombarde,  dell'Emilia  e 
delle  Marche. 


asp.  yengo,  etigar,  enguedad. 

Il  molto  istruttivo  articolo  che  la  signora  Carolina  Michaelis  de  Vascon- 
cellos  ha  testé  consacrato  a  queste  voci  (Miscellanea  Ascoli,  523  sgg.),  con- 
vince ognuno  che  la  loro  dichiarazione  etimologica  debba  muovere  da  in- 
genuus  ecc.  Ma  è  forse  un  po' artificioso  il  modo,  per  cui  l'egregia  autrice 
suppone  che  dalla  latina  si  venga  alla  voce  volgare.  A  me  parrebbe  ovvio 
di  partire  da  *gènuu3  (cfr.  l'it  /an^e  =  infantem  ecc.),  tenendo  presente, 
da  una  parte,  l'evoluzione  di  yerno  genero,  yema  gemma  (e,  se  si  vuole, 
per  la  vocale  delle  forme  ;  rizotoniche,  pur  di  enero  gennajo),  dall'altra 
quella  di  menguar  =  *va\vi\ia.T(ì  (Kòrting*,  num.  6187).  Che  -guo  diventasse 
-^0,  mi  pare  cosa  ben  liscia,  anche  per  l'influenza  attrattiva  che  dovevano 
esercitare  i  nomi  in  -engo;  e  i  livellamenti  tra  forme  rizotoniche  e  arizo- 
toniche spieghino  il  resto. 

Quanto  alla  forma  portoghese  engeo,  chiedo  a  chi  ne  sa  più  di  me,  se 
non  sia  da  leggere  engéo,  cioè  *ingéno,  e  considerarla  voce  dotta,  solo 
parzialmente  assimilata. 


asp.  brecuelo  culla  (v.  Sanchez,  Glossario). 

La  Sardegna  ha  vìculo,  la  Corsica  béhulo,  la  Toscana  ghiécolo  die-,  nel 
significato  stesso,  e  son  tutte  forme  che  ci  riconducono  a  vehì^culum 
(XIV  407,  XV  215-6,  Misceli.  Ascoli,  93).  Ora,  a  questa  stessa  base,  attra- 
verso *béklo  *blého  (cfr.  l'asp.  blago  =  *baglo  baculu),  e  coll'aggiunta  del 
suffisso  -uelo,  riverrà  pur  la  nòstra  voce  spagnuola.  Per  il  b-,  si  pensi  a 
*behiculum  (v.  Parodi,  Rom.  XXVIl,  227  sgg.),  o  all'intolleranza  del 
nesso  *vr-  (*orecuelo),  per  il  quale  si  passasse,  dopo  che  l-l  s'era  dissimi- 
lato in  r-l.  —  Quanto  al  k,  esso  torna  nella  voce  sarda ,  né  sarà  irrego- 
lare, trattandosi  per  avventura  di  *vejkulu,  come  si  tratta  di  *réjcere  nel 
lorab.  rei  recere  (Kòrting^  7916). 

C.  Salvioni. 


LA  YOCAL  TONICA  ALTERATA 

DAL  CONTATTO 

D'UNA   CONSONANTE   LABIALE. 


DI 

SILVIO  PIERI. 


Sommario. 

§  I.  Esordio.  —  §  II.  Esemplari  in  cui  la  vocal  tonica  è  preceduta  o  seguita:  A.  da  p;  B. 
da  6;  C.  da  f;  D.  da  v;  E.  da  nu  —  §  III.  Esemplari  che  pajono  peculiari  all'italiano 
e  con  alterazione  forse  d' età  non  antica.  —  §  IV.  Ipotesi  che  la  vocal  tonica  possa 
venire  alterata  da  una  cons.  labiale,  malgrado  la  liquida  frapposta.  —  §  "V.  Con- 
clusione. 


I. 

L' efficacia  d'una  cons.  labiale  sulla  vocale  tonica  fu,  in  certi 
casi,  riconosciuta  o  supposta  da  un  pezzo.  Cosi  per  essa  l'Ascoli, 
a  tacer  d'altro,  spiegava  il  passaggio  d'I"  ad  o  in  fo?nUa  fe- 
mina  (Giudicarle),  piem.  e  \omh.  fomna;  e  illustrava  elegante- 
mente il  friul.  postóime  postema  (  Ardi.  I  313,  488).  E  il  For- 
ster s'occupò  dell'azione,  che  nel  francese  esercitassero  sulla  to- 
nica un  i;  ed  un  m  (oltre  che  un  r)  seguenti  ;  ma  senza  giungere 
ad  alcun  risultato  probabile  ^  Meglio,  per  lo  stesso  francese,  il 
Paris  trattò  d'un  influsso,  che  gli  pajono  aver  sulla  tonica  pre- 
cedente, il  wr,  il  />•,  e  forse  il  v  ^.  Mio  proposito  è  ora  mostrare, 
o  dimostrare,  in  generale,  che  una  cons.  labiale  (p  b  f  v  m),  la 
quale   preceda   o  segua  la  vocal  tonica,  ha   facoltà   d'abbre- 


*  Forster,  Schiksale  des  lat.  ò  im  Franzòsisch;  Rom.  Studien  del  Bòhmer, 
in  174-90.  Cfr.  in  ispecie  a  pg.  185-6  e  188. 

^  Paris;  o  ferme;  i2om.  X  36-62.  Cfr.  in  ispecie  a  pg.  48-50  e  53;  e  del 
Forster  in  nota  a  pg.  44  e  49.  Anche  v.  M.-Lùbke,  rg.  I  132;  il  quale  nel 
passaggio  d'M  in  o  davanti  a  labiale  ravvisa  un  fenomeno  di  dissimilazione, 
ed  avverte  che  esso  è  normale  per  il  rumeno. 


458  Pieri, 

viaria  o  di  tramutarla,  se  breve,  in  quella  prossima  di  suono  più 
chiaro  (i  in  e,  u  in  o);  onde  avremo,  tralasciata  per  ora  Va: 

è  i  {e)  in  e  (e),  z  in  ì  (e), 

ó  ù  (p)  in  ò  (o),  ù  in  u  (p). 

Come  sì  vede,  il  mio  assunto  è,  in  buona  parte,  nuovo  del  tutto 
(e  cosi  non  fosse  per  parer  troppo  audace!);  perchè,  almeno  a 
quanto  io  ne  so,  nessuno  riconobbe  fin  qui  l'azione  d'una  labial 
precedente  sulla  tonica,  se  non  parzialmente  e  in  siugoli  terri- 
torj  (per  esempio:  Meyer-Liibke,  Rom.  gr,  I  113);  e  anzi  taluno 
la  negò  espressamente  (per  un  esempio:  v. Gròber,  Vulg.  Sub- 
strato s.  moria). 

Pur  senza  pigliar  le  mosse  dai  famosi  speca  e  velia,  citati 
da  Varrone  come  dell'uso  contadinesco,  dove  la  vocale  probabil- 
mente era  lunga,  perchè  risultava  da  contrazione  d'un  origina- 
rio dittongo  ei  (cfr.  Lindsay,  The  lat.  language  ii  14  e  17);  per 
parecchi  vocaboli  l'alterazione  appar  molto  antica,  come  quella 
che  si  riscontra  in  tutti  gli  idiomi  romanzi,  e  non  di  rado  è  at- 
testata anche  dal  latino  letterario  *. 

Questa  prima  serie  d'esempj,  a  cui  spero  di  farne  tra  poco 
seguire  un' altra,  m' era  fornita  in  molta  parte  da  uno  spoglio 
diligente  dei  'Vulgàrlat.  Substrato'  di  G.  Grober  (Wolfflin's  Ar- 
chiv,  I-VII)  e  dello  studio  sul  Vocalismo  italiano  di  Fr.  D'Ovidio 
(Grundr.  1500-26).  Un  certo  numero  d'esempj,  massime  de' no- 
stri dialetti,  ho  desunto  anche  da  questo  Archivio,  il  quale  darà 
per  la  nuova  serie  un  assai  più  largo  contributo;  e  altri,  per  lo 
più  toscani,  ho  potuto  aggiunger  del   mio.  Nutro  fiducia  che  la 


^  Per  esempio,  in  vendico  ali.  a  vindico  (cfi'.  il  laccìì.  vendico),  e  in 
mentha  ali.  a  mintha  /j,iyQrj  (cfr.il  srd.  mento,  XIV  132),  v.  Georges.  Un 
esempio  ben  antico  di  questa  alterazione  ci  è  offerto,  se  non  erro, da  men- 
tii la.  L'è  suo  fu  considerato  come  lungo  per  rispetto  all'etimo  che  alla 
voce  si  assegna  (=  *mej  e  nt  ula,  da  mejo,  v.  Georges).  Ma  mentre  danna 
parte  l'ant.  tose,  minchia  (onde  il  ben  vivo  minchione)  ed  il  srd.  minca  esi- 
gono una  base  con  i,  a  questa  da  un'  altra  parte  s' adatta  anche  il  sicil. 
minchia  ('sic.  i=e  od  T),  ecc.  Potremo  dunque  avere,  già  nel  lat.  classico, 
mentìila  =  mintìila  coli' evoluzione  indicata  al  §  II  per  parecchi  esem- 
plari simili  ;  e  negli  esiti  italiani  si  rispecchierebbe  la  forma  più  antica. 


La  vocal  tonica  alterata  dal  contatto  d'una  consonante  labiale.      459 

norma  da  me  presunta  sia  per  ottenere  piena  conferma  dagli 
altri  fatti,  che  ci  sarà  poi  dato  raccogliere.  Del  resto,  anche  quelli 
che  qui  seguono,  sebbene  in  gran  parte  noti,  penso  che,  disposti 
ora  con  ordine  ed  esaminati  —  uno  per  uno  e  in  complesso  — 
da  questo  nuovo  punto  d'osservazione,  abbiano  a  produrre  un  ef- 
fetto nuovo. 

II. 

A. 

it.  peggio,  fcnc.  pire  pis,  ecc.  Da  pèjor  -us=  pèjor  -us;   cfr.  Gròber  s.  v.     P® 
Il  lucch.  peggio  (sul  quale  si  modellava  poi  meglio),  v.  XII  111,  esige  per 
avventura  e  conferma  il  classico  pèjor  -us. 

pori. pega  gazza.  Da  ^pica  =  pTca.  Secondo  il  Gròber  s.  piccus  (seguito  dal     P  ^ 
M.-Lùbke,  rg.  1 65,  e  dal  Kortiag,  6119),  Ve  sarebbe  dovuto  ad  influsso  di 
pega  pece,  stante  il  colore  del  dorso  gazzino. 

tose,  (sen.)  papejo  papéo,  vnz.  e  pad.  pavéro,  lad.  pavaigl  ecc.  (v,  Asc.  I  177  n)>  P  ^ 
lucignolo;  (vnc. papier,  mì\. palpée,  carta.  Da  *papyriu  =  papyriu  (cfr. 
qui  s.  c'òpja,  e  per  le  due  ultime  forme:  frnc.  métier,  mil.  mestèe,  me- 
stiere) '.  E  cfr.  Gròber  s.  papTIus,  il  quale  a  torto  mostra  credere,  a  tacer 
d'altro,  che  in  pavaigl  ecc.  si  continui  un  I  (e  così  pure  il  Kòrt.  5877). 
L'equivalente  spgn.  pàbilo  potrà  forse  esser  dichiarato  da  *papyrus; 
mentre  il  \)ort  papel  deve  esser  papi'lu  (cfr.  Cornu,  grundr.  I  723). 

*  Nel  'Dict.  general'  si  deduce  papier  da  un  ant.*papir=  papyrus.  Ma 
i  paragrafi  della  'teorica',  a'  quali  si  rinvia,  non  danno  un  sufficiente  con- 
forto a  codesta  ipotesi.  -  Anche  il  tose. papio  (Montepulciano)  ben  potrà 
esser  *papyriu  (cfr.il  tosc.maceja  -éa  -ia,  ecc.). 

■  it. pe'ntola.  Da  ^pinctula  =  plnctìila,  se  questo  etimo,  come  io  credo,  è     p~ 
giusto;  v,  D'Ovidio,  grundr.  I  508  (cfr.  M.-Lùbke,  ig.  47)  *. 

*  Essi  danno  bensì  pentola,  (e.  avremmo  allora  un  grado  ulteriore  di 'af- 
fezione'); ma  a  me  non  risulta  che  questa  voce  si  profferisca  con  e  in 
alcuna  parte  della  Toscana  (cfr.  Fanfani,  Gradi,  Petrocchi,  ecc.). 

tose,  (sen.)  2J?S'>  pisello,  frnc.  j30is,  ecc.  Da  *prsura  =  pTsum  {nlaov);  cfr.     pi 
Gròber  s.  v.  Ma  non  par  sicuro  V  T. 

lad.(grig.)  spiert   spirito,  anima;  v.  Asc.  I  20  n.  Da   *3p  er'to  =  s  pi'r  to  =     pi 
spTritus,  con  doppio  grado  di  alterazione  (cfr.  qui  s.  espieule). 

lad.  (engad.)  pJeeiZa  pi'ey^a,  V.  Asc.  I  206  n.    Da  *p  ècula  -  p  i  cula  (cfr.  ivi     pi 
spieuel  spievel  specchio). 

fnu\.(m\igg.)  piel  pelo,  v.  Asc.  I  491.  Da  *p  elu  =  pilu.  p  i^ 

frnc.(piccardo)  espieule.Da  spèouìa  =  spie.  =  spie.*;  cfr.  Gròber  s.spm'la,     pi 

Archivio  fflottol.  ital.  XV.  31 


460  Pieri, 

al  quale  il  termine  in  questione  appariva  non  conciliabile  direttamente 
con  spTcula. 

'  Circa  il  doppio  grado  di  alterazione  della  vocal  tonica,  cfr.  qui  spiert^ 
groppa  s.  groppo,  nozze,  nieble,  fetrm^  stiévola  s.  esteva,  mieugla,  ecc. 

pi  a.(f  ne.  espiet,  it.  spiede  -o,  spgn.  espiedo  ;  cfr.  Kòrting.  7673  e  '88.  Da  *spet  = 
spit  (germ.),  punta. 

piever,  v.  ip. 

pi  lad.  (sopraselv.)  pieung  strutto  (sost.);  v.  Salvioni,  Nuove  postille  s.  v.  Da 
*pènguis  =  pingui  s. 

piì  na.^.  pgl§c§;  cerign.  pocfec^,Zingarelli  XV  88;  carapob.  ^pcf,  D'Ov.IV  155;  ecc. 
Da  *pulice  =  pulice;  cfr.  Gròber  s.  v.  E  cfr.  M.-Liibke,  ig.  37,  il  quale  è 
ricorso  alla  metafonesi. 

pipvego,  V.  ub. 

pomice,  V.  ùra. 

pu  afrnc.  pm's  puis,  une.  puits.  Da  *p6teu  -  pìiteu,  con  esito  affatto  normale. 
Il  M.-Lùbke,  rg.  I  139,  dà  questo  esempio  come  tuttavia  inesplicato.  Nel 
'  Dict.  general',  123  e  s.  v.,  si  parte  da  pùteu,  cercando  di  giustificare  la 
vocal  lunga  con  influsso  di  *puttu  =  pùtidu  (ma  cfr.  ivi  122). 

poppa,  v.  ìip. 

ep  ìt  siepe.  Piuttosto  che  a  saepes,  da  riportare  a  ^sépes^sèpes,  al  cui 
i  accenna  tutto  il  resto  della  romanità;  cfr.  Gròber  s.  v.  (e  qui  s.  fieno). 

7p  spgn.  tràpano,  V.  Die/,  s.  v.  Da  *trypanum=trypanum  (tQvnai'oy);  cfr. 
il  b.  lat.  tre  panum  (e  qui  s.  gesso)  *. 

*  Secondo  il  D'Ovidio,  grundr.  I  524,  la  base  avrebbe  v',  ma  questo,  se 
vedo  bene,  è  sempre  lungo  in  tQvncéo)  non  meno  che  in  TQvnavov  ecc.  Non 
so  poi  da  qual  parte  al  Diez  arrivasse  un  it.  tràpano  (passato  anche  al 
Kòrt.8405;  e  al  M.-Lùbke,  ig.  16,  che  non  bene  manda  codesta  voce  insieme 
a  libeccio  gheppio  ecc.);  mentre  non  par  che  occorra  in  nessun  Diziona- 
rio, e  non  è  oggi  per  nulla  in  uso. 

ip  friul.  (mugg.)  jjtewer  pepe;  v.  Asc.  I  491.  Da  *p  epere  =  pipere.  La  spinta 
ad  alterare  la  vocal  tonica  era  anche  qui  doppia. 

ip  lo mh.  ceppa  cheppia;  v.  Salvioni,  Postille  s,  v.  Da  *clepea  =  clipea;  cfr. 
qui  s.  c'òpja. 

ip  {rnc.  genièvre;  lad.  ziniéor,  v.  Asc.  I  327;  tose,  (lucch.)  ginepro,  XII  111-2.  Da 
*junep'r  u  =  j  unip'ru.  Secondo  il  M.-Lùbke,  rg.  I  119,  le  due  prime  for- 
me ch'egli  adduce  son  sempre  da  dichiarare.  Il  Paris,  Rom.  X  49-50  n,  ci 
sottrarrebbe  l'esemplare  francese,  proponendo  un  lat.  *junepiru,  con 
metatesi  dovuta  a  un'etimologia  volgare  da  piru.  Il 'Dict.  general',  118 
e  s.  v.,  dà  genièvre  come  un'alterazione  recente  ed  inesplicata. 


La  vocal  tonica  alterata  dal  contatto  d'una  consonante  labiale.       461 

it.  adesso,  aspgn,  adieso.  Da  *ad  epsum=ad  ipsum  (sott.  'moinentum'  o     Ip 
'punctum').  E  cosi  torniamo,  dopo  molte  controversie  ed  ipotesi  (cfr.  Kòrt. 
161,  anche  'Nachtrag';  Nigra,  XIV  269;  ecc.),  alla  felice  proposta  del  Diez, 
essendo  ora,  credo,  rimosso  il  maggiore  ostacolo  ad  accettarla,  come  par 
che  risulti  anche  dall'omofono: 

it.  gesso,  spgn.i/eso  (=  *jieso  di  f.  a.).  Da  *gèpsum  =  gypsum  (yvxpog;  e     ip 
cfr.,  anche  per  la  ragion  generale:  D'Ovidio,  grundr.  I  523-4;  M.-Lùbke, 
ig.  15-6). 

frnc.  antienne  antifona.    Da   *an  tephona  =  antiphona.  Cfr.il  Dict.  gene-     iph 
ral  161,  dove  s'afferma,  senza  spiegare  in  qual  modo,  che  l'alterazione  è 
dovuta  a  volgare  etimologia. 

boi.  óppa  coppia.  Da  *clopa  =  cop'la.  Si  contrappone  infatti  a  dàppi  iu-     op 
p\u,  stappa  stùppa,  e  va  d'accordo  con  stìpp  stloppus  (e  cir. roda  fiplQcc.y . 
Qui  anche:  arpin.  kokkia,  v.  XIII  305;  ecc.  L'it.  (fior.)  coppia,  di  rimpetto 
al  lucch.  pis.  ecc.  coppia,  deve  esser  notato  a   parte,  perchè  si   potrebbe 
anche  dichiarare  da  *copp'la  (cfr.  qui  s.  fiopa). 

'  Piuttosto  rimane  oscuro  il  p  (come  pur  in  fìppa,  cui  v.),  perchè  seguendo 
alla  vocal  tonica  doveva  mutarsi  in  u  e  raddoppiarsi  (cfr.  skdvva  scopa, 
pdover  pepe,  ecc.).  Forse  la  metatesi  da  cui  risultava  il  -p^  è  posteriore 
all'età  in  cui  per  norma  esso  digradava. 

boi.  fìgpa  pioppo.   Da   *flopa  =  plopu;  cfr.  Gròber  s.  v.  (Meyer-Lùbke,  ig.     op 
163,  e  qui   s.  c'opa).    Di  pioppo  avremmo  ragione  anche   da  pluppu;  v. 
Suppl.  Arch.  V  225  n.  Aggiungo,  a   ogni  modo:  a^vnc.  pueple   pioppo;  v. 
Paris,  Rom.  X  53. 

it.  cuojjre,  afrnc.  cuevre,  eco    Da  *copri  t  =  coprit  (cooperit);  cfr.  Paris,     op 
Rom.  X  52.  Che  qui  avvenisse  non  l'elisione  ma  la  contrazione,  e  da  età 
molto  antica,  ci  è  attestato  da  Lucrezio  ('coperuisse',  'coperta',  ecc.). 

it.  groppo,  rail.  grppp,  ecc.  (ali.  a  it. gruppo,  m'il. griipp,  ecc.).  Da   un  gemi,     ùp 
*krùppo  =  kruppo,  cfr.  Kòrt.  4587.  Con  alterazione  'terziaria'  (  cfr.  qui 
s.  espieule):  it.  groppa. 

afrnc.  rectievre  (cfr.il  ìacch.  ricovero,  XII  113).  Da  *recop'rat=  recìipe-    un 
rat;  cfr.  Paris,  Rom.  X  52,  60  n. 

afrnc.  cuevre  coevre,  frac,  cuivre,  rame;  port.  co&re.  Da  *copru,  -eu  =  cìi-     up 
pru,  -eu;   cfr.PARis,  Rom.  X  49  n,  52;   Grober  s.  v.;  Meyer-Lùbke,  rg.  I 
132;  Dict.  general  s.  v.  ;  Gornu,  grundr.  I  726. 

lomb.  (bellinz.)  copja  coppja  cheppia.  Da  *clopea  =  clupea  xXvnéa  (cfr.     Qp 
Salvioni,  Postille  s.  v.).  -E  ^cllpea  =  clypea  nitidamente  si  continua, 
oltre    che   nel   wen.chiepa  ecc.,  nelV  it  cheppia,   are.   chieppa  (ambo   da 
*chieppia,  per  dissimil.),  che  al  Diez  appariva  quale  una  grave  deforma- 


462  Pieri, 

zione  di  clupea,  e  che  da  nessuno  fu  ben  dichiarata  fìnquì  (cfr.  Kort. 
1961  ;  M.-Liibke,  ig.  42). 

up  it.  nozze,  frnc.  ngces,  ecc.  Da  *n(5ptiae  =  nuptiae;  cfr.  Paris,  Rom.  X 
397-8;  Grober  s.  v.  ;  ecc.  Il  ripeter  l'o  da  infl.  di  novus,  come  il  Paris 
ha  fatto  con  generale  approvazione,  a  me  parrebbe  un  vero  sforzo  per 
rispetto  air  it.  (centrale  e  merid.),  dove  codesto  aggettivo  non  vedo  che 
desse  alcuna  voce  per  'sposo'  o  'novello  marito'.  Se  poi  nel  lat.  volgare 
si  profferì  realmente  niiptu  e  nùptiae,  avremo  anche  in  questo  esem- 
plare un  doppio  grado  di  'affezione'  (cfr.  qui  s.  espieule). 

ùp  ì-dd.  (gv'ig.)  poppa poappa.  Da  *poppa  =  puppa;  v.  Asc.  I  38  e  235.  Anche 
in  questo  esemplare  la 'spinta  labiale'  era  doppia. 

B. 

be  ìt.bieta  biètola.  Da  *beta  =  beta.  Abbiamo  così  il  vantaggio  di  non  dover 
ricorrere  a  *blèta  da  *betula  (sicché  biètola  sarebbe  un  'secondo'  di- 
minutivo), a  cui  orasi  mostra  incredulo  anche  il  D'Ovidio  (v.  XIII  363); 
né  a  blitum,  da  cui  discorda  per  genero  e  per  significato*;  né  ad  un 
*baeta,  come  ha  postulato  il  Gròber. 

*  Si  continua  questo  in  biedone(^ amavanthns  blitum'),  che  a  causa  del  <^ 
credo  voce  esotica  (cfr.  per  es.il  friul.  &Ze(ion,  Asc.  1515  n;  e  XV  377).  E 
cfr.  del  resto:  D'Ovidio,  grundr.  I  510;  M.-Lùbke,  ig.  164. 

b  1  afrnc.  aviere  (ali.  ad  arvoire).  Da  *arbetri  um  =  arbi  trium;  cfr.  M.-Lùbl^e' 
rg.I  119,  Kòrt.695. 

bièvre,  v.  ib. 

bù  fvnc. vioj'ne  (fera.),  viburno.  Da  *viborna  =>  viburna  (pi.  di  '-urnum');  cfr. 
Paris,  Rom.  X  56,  il  quale  dà  questa  voce  come  anormale,  e  Dict.  gene- 
ral (dove  viorne  è  mal  ragguagliato  a  viburna). 

éb     mod.  prov.  zewure,  frnc.  tur^.  Da  *ebriu  =  ebriu;  cfr.  Gròber  s.v.  *. 

*  Tralascio  l'it.  ebbro,  perché  si  potrebbe  coonestare  anche  in  altro  modo 
(da  *ebbriu,  cfr.  qui  s.  trebbia);  e  perché  nome  oggi  non  volgare,  quan- 
tunque non  debba  esser  mai  andato  del  tutto  fuor  d'  uso  e  debba  aver 
sempre  sonato  così.  Non  'comprendo  poi  il  Korting,  che  afferma  non  es- 
ser qui  necessario  il  postulare  la  breve  (cfr.  M.-Lùbke,  rg.  I  150;  Dict.  ge- 
neral s.  ivre). 

Tb  ^ovi.escreve.  Da  *scribit  =  scrTbit.  Secondo  il  M.-Lùbke,  rg.  1 65,  s'avrebbe 
qui  l'è  da  escrevir,  cioè  dalle  forme  rizàtone. 

Tb     friul.  lere  (ali.  a  lire),  v.  Asc.  I  493.  Da  *Ubra  =  libra. 

Ib  it.  trebbia.  Da,  *trrbla  =  trTbla;  cfr.  Gròber  s.  v.  Il  quale  sospetta  che  il 
nostro  termine,  discorde  dai  corrispondenti  romanzi,  si  modellasse  su  al- 
tri italiani  in  -ebbia.  Piuttosto  l'i  potrebbe  anche  esser  chiarito  da  *trib- 
b'ia  (cfr.  qui  s.  c'opa,  ecc.).  E  ciò  vale  anche  per  trebbia  -at.  Sarebbe  del 


La  vocal  tonica  alterata  dal  contatto  d'una  consonante  labiale.     463 

resto  un  doppio  stento  il  considerare  il  sost.  come  estratto  dal  verbo,  e 
ripeter  Ve  di  questo  dalle  forme  rinàtone.  Il  M.-Lùbke,  ig.  36,  dichiara 
trebbia  da  t  r  ìb  u  1  u  m  4- 1  r  i  b  u  1  a. 

afrnc.  nieble  falco  de'  polli.  Da  *meblu  =  mi  blu  =  mi  blu  per  milbu  (mll-  ib 
vus,  mlluus),  con  doppio  grado  d'alterazione  (cfr.  qui  s.  espieule,  e  per 
la  dissimilazione:  com.  norbio  morbo;  M.-Lùbke,  ig.  164),  come  doppia  era 
anche  per  questo  esemplare  la  spinta  ad  abbreviar  la  vocale.  Il  Gro- 
ber  parte  da  un  ipotetico  neb'lus  (e  intende  neb'lus),  col  quale  è  in- 
conci liabile  il  nibbio  e  le  altre  forme  italiane  da  lui  citate.  Parrà  poi  cu- 
riosa la  sua  affermazione,  che  l'T  s'adatti  soltanto  a  nibbio  (e  non  a  sicil. 
nic/ghiic,  mìl.  nibbi,  hol.  n(^bbiì.).  Il  Kòrting,  5296,  immagina  un  ravvici- 
namento, per  volgare  etimologia,  a  nebula!  Essendo  il  suono  iniziale, 
che  s'otteneva  con  la  dissimilazione,  proprio  di  tutti  i  riflessi  neolatini» 
potremmo  bensì  muover  da  un  lat.  volgare  niblus. 

frnc.bièvre  castoro.  Da  beber  =  ^biber  (lo  stesso  che  fiber);  cfr.  Paris,     ib 
R.om.  XIII  446,  Dict.  general  s.  v.'  Un  metatetico  ^bifer  s'adatterebbe  del 
pari  a  più  d'una  forma  neolatina  (cfr.  l'aspgn.  fte/re).  Anche  per  questo 
esemplare  notiamo  la  doppia  spinta  labiale  ad  alterare  la  tonica  '. 

*  Dovrei  registrare  altresì  Vitbéoero,  se  fosse  voce  viva  o  profferita  con 
é,  come  pone  il  Gròber;  ma  è  voce  più  che  arcaica  e  profferita,  nondi- 
meno, con  (■'. 

a^rnc.  ìnueble,  {cnc.meuble;  port.movel.  Da  *mobili  s  =  mobilis  ;  cfr.  Pa-     ob 
Ris,  Rom.  X  50,  Gròber  e  Dict.  general  s.  v.,  i  quali  tutti  dichiarano  Vite 
con  l'o  di  movere;  Cornu,  grundr.  I  725.  Anche  qui  era  doppia  la  spinta 
labiale. 

lad.  (grig.)  niebel  niebla;  pori,  nobre.  Da  *nobilis  =  nobilis;  v.  Asc.  I  25     ob 
e  28,  e  cfr.  ivi  183;  Cornu,  grundr.  I  725;  Kòrt.  5625.  In  contrario,  v.  Grò- 
ber s.  V. 

iafvnc.  oiteKvre  (ì).  Da  *oct6'bre  =  octobre;  cfr.  Paris,  Rom.X  50n^52n]     513 

wen.pj^vego,  irìul. piovi.  Da  *plìibicu  =  plùbicu  (publicu);  v.  Asc.  IV     {j^ 
341  n,  Salv.  Postille  s.  v.  (e  cfr.  Suppl.  Arch.  V  225  n).  Il  Salvioni,  quanto 
al  primo  termine  (anche  titolo  d'un'antica  magistratura;  v.  Boerio  s.  v.), 
ne  ripeteva  l'o  da  influsso  di  jygve  (''plebe');  v.  §  V  in  fine. 

it.  sóoero  (Sannazaro;  e  perciò  dato  giustamente  dal  Tramater  come  napol.),     ^jj 
port.  sobro,  ecc.  Da  *suber  =  sriber;  cfr.  M.-Liibke,  rg.  I  77,  ig.  50. 

it,  gorbia  0  s' gorbia,  scarpello  a  doccia  per  intagliare.  Da  *g6  bia  =  gù  bi a;     iib 
cfr.  Gròber  s.  v.  -  Il  termine  it.  potrà,  nella  sua  parte  postonica,  rispec- 
chiar la  variante  gulbia,  come  affermava  già  il  Diez.  Ma  potrà  anche  es- 
ser da. gobbia=  *g6bia,  con  la  geminata  distratta  per  r(cfr.  XII  152-3,  ecc.)- 
Un  it.  gubbia,  che  molti  adducono,  non  par  che  figuri  in  alcun  lessico;  e 


464  Pieri, 

il  liicch..s' gubbia  s'adatta  a  gubia  (cfr.XlI  110),  onde  di  certo  il  port. 
goiva,  icncgouge. 

ub  inil.^òp/)  gobba  (v.  Salvioni,  Fon.  mil.  67),  ìt.  gobbo  -a.  Da  *gobbus  =  gub- 
bus  Cgibbus');  cfr.  Kòrt.  3668. 

ub  sri.colora,  spgn.  culebra,  a.ù'nc.  coulueore,  f ma. -euore,  ecc.  Da  *colo'bra  = 
colu'bra;  v.  Paris,  Rom.  X  49,  52  n;  Gròber  e  Dict.  general  s.  v.;  M- 
Lùbke,  rg.I  132,  ig.41\ 

*  Il  Baist,  grundr.  I  701,  suppone  per  la  forma  spagnuola,  con  metat.  di 
vocali  :  cu  lò'bra. 

C. 

fé  ìt. fiera,  ecc.  Da  *fèria  =  feria  ('feriae');  cfr.  Gròber  s.  v.,  il  quale  nega 
recisamente  l'influsso  del  suono  iniziale.  E  v.  qui  s.  viera. 

fé  it.fieno.  Anziché  da  fae-  foenum,  sarà  da  *fenum  =  fenum,  alla  quale 
ultima  forma  rispondono  le  altre  lingue  neolatine;  cfr.  Gròber  s.  v.  (e  qui 
s.  siepe). 

fé  lad.  (grig.)  fiasta,  spgn.  fiesta,  ìt.  festa,  ecc.  Da  *f  està  =  fèsta  ;  cfr.  Gròber 
s.  V.  (e  per  l'È,  v.  anche  Lindsay,  The  lat.  lang.  iv  151). 

fi  ìt.  fegato,  irne,  foie,  ecc.  Da  ^ficatu  =  fica  tu;  cfr.  M.-Lùbke,  rg.  64.  Dap- 
prima egli  imaginava  che  l'alterazione  dell'i  fosse  subordinata  alla  ri- 
trazione dell'accento;  ma  appresso,  ig.  36,  rinunziava  a  codesta  ipotesi 
attendendo  una  dichiarazione. 

fiens,  V.  im. 

fi  dSvnc.fesle,  frnc.  féle,  canna  per  soffiare.  Da  *f  ist'la  =  fist'la;  cfr.  Gròber 
e  Dict.  general  s.  v.  *. 

*  La  vocal  lunga  originaria  è,  a  tacer  d'altro,  attestata  secondo  noi  da 
fischia,  ch.e  deve  esser  flst'lat.  Giacché  non  potrà  stare,  che  nell'ita- 
liano E  ed  1  davanti  a  schj  si  ripercuotano  a  un  tempo  per  e  ed  i,  come 
afferma  il  Gròber  s.  fìsc'lare;  e  nemmeno  che  vi  s'abbia  i  per  metafonesi, 
come  insegna  il  M.-Lùbke  (rg.  I  99,  ig.  46)  ;  di  che  intendo  riparlare  tra 
breve.  E  cfr.  qui  s.  ve.sco  mesce. 

fi     spagn.  Mende,  it.  fende.  Da  *f  én  di  t  =  f  in  d  i  t. 

fi  lad.  (sottoselv.)  fearm^,  v.  Asc  I  131;  tose,  (lucch.)  fenno,  XII  111-2;  sicil. 
fermu;  ecc.  Da  ^fèrmu  =  firmu  2. 

*  Cfr.  lad.  (sopraselv.)^er,  che  appare  in  tschiens  fier  canone,  livello  (='cen- 
sus  fìrmus'),  v.  Asc.  I  24.  —  ^  Se  il  latino  ebbe  realmente  flrmus,  come 
par  che  ci  attesti  la  grafìa  di  qualche  iscrizione  (cfr.  Lindsay,  The  lat. 
lang.  II  145),  Vìi.  fermo  e  il  frnc. /enji  ecc.  rappresenterebbero  il  primo 
grado  di  'affezione'  (cfr.  M.-Lùbke,  rg.  I  89),  e  le  forme  sopra  addotte  il 
grado  ulteriore  (cfr.  qui  s.  espieule). 

fi  s^gn.  feltro,  ^ort.  feltro.  Da  *f  éltr  uni  =  f  ì  Itrum  (germ.filt);  cfr.  Cornu, 
grundr.  I  722,  Kòrt.  3255. 


La  vocal  tonica  alterata  dal  contatto  d'una  consonante  labiale.      465 

as^ign.  fuerma  e    huenna  (che  s'inferiscono   da   aspgn. /ermoso,  spgn.  her-     fó 
woso,  cfr.  Diez  s.  v.).  Da  *fo  r  ma  "=■  for  m  a.  La  spinta  potè  esser  doppia, 
cfr.  §  IV.  ». 

*  Andrebbe  qui  anche  il  sicll. /orma  (ali.  a  /arma),  v. Schneegans  41,  se 
fosse  bene  indigeno,  come  del  resto  sembra  che  risulti  dalle  particolari 
accezioni  e  locuzioni  in  cui  occorre  (v.  Traina  ed  altri). 

sp gn,  fuesa  huesa,  ìt.  fossa,  ecc.  Da  *f63sa=  fossa;  cfr.  Grober  s.  v.  L'alte-     fo 
razione  è  assai  antica;  cfr.  ^wffaa  e  tpoaaa,  Marx  s.  v. 

ant.  ven. /bne  fune;  v.  Salvioni,  Postille  s.  pruna.  Da  *funis  =  fùnis.  fu 

lì.  fosco,  spgn.  hosco,  ecc.  Da  *fuscus  =  f  uscus;  cfr.  Grober  s.  v.,  Georges     fu 
s.  furvus.  Dalla  forma  con  u  può  dipendere  cosi  il   svd.  fusco,  come  l'it. 
infruscare  mescolare  o  confondere  (le  idee  a  qualcuno),  quasi  'abbujare' 
(infuscare);  cfr.il  lucch.  infuscato,  Fanf.  u.  t. 

ìt.fo'laga;   arpin./'wpZ^Aa,  XIII  305;  sic.  forr/ia  foggia,  11399;  ecc.    Da   *fo-     fìi 
lica  -Ice  =  fuHca  -ice*. 

'  La  voce  italiana,  a  causa  del  suo  ^g-,  proverrà  veramente  dal  litorale 
tosco-ligure.  Per  l'ettlissi,  che  è  nella  voce  sicula,  cfr.  il  frnc.  foiilque  ecc. 

spgn.joder.  Da  *fòtere  =  futuere;  cfr.  Storm,  Rom.  V  179,  Grober  s.  v.       fìi 

it.  fiocina,  gen.  fosina,  friul.  fgssine;  cfr.  Salvioni,  Nuove  postille  s.  v.  Da  *f6-     fu 
scina  =  f  ù  scin  a;  e  v.  la  nota*. 

*  All'alterazione  della  tonica  s'aggiunge  qui  per  la  risposta  italiana  il 
fatto,  che  pur  bisogna  spiegare,  dell'i  (j)  sorto  dinanzi  ad  essa;  poiché 
non  par  possibile  il  separar  fiocina  dall'equival.  fu  sci  n  a,  come  fa  il  Gro- 
ber, Appendice  s.  v.  *  Già  il  Diez  accolse,  pur  non  senza  esitare,  il  giusto 
etimo  del  Ménage;  e  in  fiocina  sospettò  a  ragione  'un'epentesi  d'i  =  1 
come  in  fiaccola''  (cfr.  Kòrt.  3537).  Ora  questo  sarà  appunto  un  altro  ef- 
fetto della  cons.  labiale:  che  dietro  ad  essa  si  svolga,  anche  malgrado  la 
'posizione',  lo  stesso  j  risultante  da' nessi  cl-  pl-  ecc.  Gli  esempj,  che 
a  me  pajano  o  certi  o  probabili,  non  abbondano;  ma  sono  perciò,  credo, 
tanto  più  degni  d'attenzione;  e  la  lista  potrà  anche  essere  allungata. 
Ecco  intanto:  ìt.  bietta,  sorta  di  cavicchio  o  di  cuneo,  (metaf.)  bazza,  da 
vèctis,  secondo  la  giusta  dichiarazione  dell' Ulrich  (Zeitschr.  XI  557), 
senza  bisogno  per  noi  di  ricorrere  al  dimin.  ipotetico  (vect'la,  onde  vle- 
cta),  perchè  basta  vectis  (in  quanto  vale  'stanga'  o  'chiavistello',  ecc.), 
passato  alla  prima  declinazione**;-  ìt.  ghierla  averla,  da  avi]  vernula, 
come  mostro  altrove,  adducendo  una  nuova  serie  d' esempj  che  offrono 
//M  =  V  latino;-  irnc.vierge  {^vov.  verge):;-  it.  fiàccola,  la  cui  volgarità 
mi  par  bene  assicurata  anche  dal  -ce"-  (lo  -le-  e  -re-  dell' ant.  it.  fàlcola 
e  dell'abruzz.  farchia  si  dovranno  ripeter  da  distrazione  della  doppia;  cfr. 
borchia),  da  facìila;-  ant.  lucch.  fieccia,  v.  XII  HO,  anzi  che  da  faecea 
piuttosto  da  fecea  (a  cui  pure  andrà  riportato  il  Imok.  feccia);-  afrnc. 
fierce  fierge,  la  regina  degli  scacchi,  dal  pers.  ferz  condottiero,  visir  (v. 
Diez  s.  V.);-  lucch.  (versil.)  fetta  fetta,  qualunque  sia  l'etimo  della  voce 


466  Pieri, 

(cfr.  M.-LùbkG,  Zeitschr.  XXIV  141);-  ìt.  fiosso,  che  già  indicava  la  'parte 
inferiore  del  calcagno'  (Fr.  Sacch.  )  e  indica  oggi  la  'parte  più  stretta 
della  scarpa  presso  al  calcagno',  e  che  fu  giustamente  ricondotto  al 
ted.  fusz  piede  (v.  il  Traniater  s.  v.). 

*  E  curioso  che  egli  avverta,  come  ostacolo  all'equazione,  il  timbro  dell'o 
(aperto),  oltre  il  e  da  se  (di  questa  alterazione  sporadica  ritoccherò  tra 
poco  altrove),  senza  dir  nulla  poi  dell'i,  che  doveva  opporre  anche  per  lui 
una  seria  difficoltà.  —  **  Avverte  il  Parodi,  Rom.  XXVII  216,  che  a  co- 
desto etimo  contraddice  risolutamente  Ve  (chiuso).  Ma  si  potrà  osservar 
come  un  ie  risulti  eslege  in  tutti  i  modi,  perchè  il  toscano  allarga  analogi- 
camente ogni  ic  etimologico  (c^v.  pieno  ecc.)-  E  d'altra  parte  in  quasi  tutto 
il  territorio  lucchese  (cfr.  XII  111  n)  e  in  quello  aretino  (v.  mie  'Note',  8) 
non  si  conosce  che  Vie,  onde  vien(e),  pie{de),  ecc. 

fu  spgn  lineila.  Da  *follat  =  f  ùlla  t;  cfr.  Grober  s.v.  Il  quale,  in  questo  esem- 
pio, attribuisce  l'esito  terziario  a  infl.  del  palatile  II. 

ùf  \m\.tgff  tgffa  fiuto  (ali.  a  <»//"  tanfo);  v.Salvioni,  Fon.mil.  81.  Da  *tiiphus 
=  t  ùph  US  (zvffog). 

yf  spgn.  molto,  port.  ìnofo,  muffa.  Da  *miif  =  mùf  muffato  (oland.);  cfr.  Diez  s. 
muffo.  Per  doppia  spinta  labiale. 

Qf  ìt.  soffre,  a.{rnc.  sue fre.  Da  *soffrit  =  sùffert;  cfr.  Paris,  Rom.  X  52  n,  60. 
-  Il  M.-Lùbke,  rg.  I  138,  cercava  spiegare  il  fatto  per  via  delle  forme  ri- 
zàtone  (cfr.  qui  s.  siembra);  e  poi,  ig.  41,  con  ravvicinamento  ad  offre,  come 
aveva  già  proposto  il  D'Ovidio,  grundr.  I  518. 

uf  s^ign.  snella.  Da  *sofflat  =  stifflat;  cfr.  Grober  s.v.  Egli  ripete  l'esito  ter- 
ziario da  influenza  del  palatile  II. 

D. 

ve  ca.m'po}:).  abbiele  e  s'biele  ('velare'),  IV  148;  e  cfr.  l' alatrino,  X  168  n,  che 
in  questi  esempj  rispecchia  egualmente  un  e.  Da  *vélas  =  ve  las.  Il 
M.-Lùbke,  rg.  I  199,  pensò  ad  influenza  di  gelare. 

-  spgn  cerveza,  fcnc.  cervoise,  ecc.  Da  *cervrsia  =  cervTsia;  cfr.  Grober  e 

Dict.  general  s.v.  Ma  non  pare  ben  certo  l'i  originario. 

Y^  frnc. Evreux,  prov.  Limòtges  -òges.  DaEburovices,  Lemovices,  =  -vTces; 
cfr.  Grober  s.  Lemovices. 

yY  ìt.velrice,  prov.  ve;o  ve^/e  (M.-Lùbke,  ig.  36).  Da  *v  latice  =  viti  e  e.  Il  M.-L. 
mette  ora  in  dubbio  la  lunghezza  originaria  dell'i,  che  pare  invece  ben 
certa  (v.  Lindsay,  The  lat.  language  iv  12),  quantunque  manchino  esempj 
da'  poeti;  mentre  egli  prima,  rg.  I  64,  aveva  pensato  a  contaminazione  con 
vetro. 

-  rum.  viata.  Da  *vrta  =  vita.  11  dittongo  occorre  anche  atono,  in  voci  de- 

rivate, sotto  la  forma  ie  (v.  Gihac  s.  viu). 


La  vocal  tonica  alterata  dal  contatto  d'una  consonante  labiale.        467 

ant.  it.  «esco  e  veschio,  ca.t.  vesc,  ecc.  Da  *vrscu  -sc'lu  =  vTscu  -sc'lu.  Pa-     vT 
ralloli  a  questi  occorrono  i  riflessi  con  z;  cfr.  Gròber  s.  v.  *.  E  cfr,  qui  s. 
fesle  mesce. 

*  Tra  i  quali  credo  che,  o  prima  o  poi,  sarà  definitivamente  ascritto  pure 
il  frnc.  gui  (cfr.  M.-Lùbke,  rg.  I  89);  e  offrirà  esso  un  altro  esempio  di 
gu  =  v  latino  (cfr.  in  nota  s.  fiocina)  *. 

*  Nel  'Dict,  generar  si  parte  da  *vvlscum,  che  sarebbe  =  viscum  +  aat. 
wiz  bianco. 

ìt.viera,  ghiera  (=  guiera,  XII  157),  friul.  viarie.  Da  *ve  ria  =  vi  ria;  v.  Asc.     vi 
I  488  (cfr.  Kort.  8751).  E  cfr.  qui  s.  fiera  *. 

'  Son  per  tal  guisa  eliminati  i  due  più  notevoli  esempj  di  propaggina- 
zione regressiva,  o  d'attrazione,  di  ^*  postonico  in  iato  (cfr.  D'Ovidio, 
grundr.  I  510;  M.-Lùbke,  ig.  38),  che  potessero  parer  proprj  del  toscano 
(fiera  viera),  dove  è  pur  manifesta  la  propensione  contraria  (cfr.  ar/«,  &à- 
lio,  patita,  ecc.  ).  Il  secondo  j  cadde  per  dissimilazione  {pera,  da  */?e- 
ria,  ecc.),  venendo  cosi  a  mancare  il  solito  prodotto  (per  cui  avremmo 
*fteja,  ecc.). 

tose,  (versil.)  vietro.  Da  *ve  trum  =  vi  trum.  vi 

\\xcch..  ghiécolo  culla,  ch.\a.n.  vie  guelo  erpice;  v.  XV  215-6.  Da*veculu  =  vi-  vi 
culu  ('vehiculura'). -Il  M.-Lùbke,  Zeitschr.  XXIV  144,  afferma  che  nel  ditt. 
si  contìnua  qui  l'ei'  della  base.  L'osservazione  è  molto  ingegnosa  di  certo; 
ma  che  in  veiculum  la  vocal  prò  tonica  in  iato  si  mantenesse  cosi  a  lungo 
da  attender  codesta  evoluzione,  a  me  par  tutt'altro  che  verosimile;  e  del 
resto  cfr.  qui  vietro  ecc. 

tose,  (versil.)  verde:,  sardo  (gali.)  veldi,'K.\Y  132;  lece,  erde  (pl.jerdi),  IV     vi 
129;  ecc.  Da  *vér'dis  =  vir'dis;  cfr.  M.-Lùbke,  ig.  38. 

sicil.  Ver^rim  ;  lece.  Er gene  IV  129;  córso  verdine  XIV  132;  ecc.  Cfr. M.-Lùbke,     vi 
ig.  38.  Da  *v  ergi  ne  =  virgine.  Cfr.  vierge  in  nota  s.  fiocina. 

an t. lucch.  fieuoZo  tieulo,  v.  XII  109   (testo  e  nota;  e  tieulo   anche  'passim'     ev 
negli  Stat.  del  fondaco  del  1590,  come  ho    da  Idelf.  Nieri).   Da  tegulu. 
E  un   esemplare   importante,  perchè   offre  la  vocale  abbreviata  da  un  v 
secondario  (cfr.  però  l'alban.  tiégule,  grundr.  I  808).  E  cfr.  qui  s.  esteva. 

inni,  deve,  strada  declive,  v.  Asci  493;  vaiteli,  cfe/"  (Bormio),  ce/"  (Ponte),     Tv 
clivo,  V.  Salvioni,  Nuove  postille  s.  v.  Da  *cHvu  =  cllvu. 

spgn.  esegua,  it.ste'gola.  Da  *stiva  -ùla  =  stTva  -ùla.  Con  grado  ulteriore     Tv 
di  'affezione*  (cfr.  qui  s.  espieule):  lucch.  stiéoola  stiéola  (Idelf.  Nieri);  cfr. 
qui  s.  tievolo.  E  v.  [xire  M.-Lùbke,  rg.  1  65,  ig.  36. 

it.  (arce  dial.)  e  spgn.  nzcyc,  prov.  neew.    Da  *ne vis  =  nivis;   cfr.  Gròber     Jv 
s.  V.  *.  -  Si  pensò  a  dichiarar  niece  da  nievica  (v.  D'Ovidio,  grundr.  I  505; 
e  cfr.  M.-Lùbke,  rg.  I  119,  ig.  39);  ma  anche  più  strano  che   in  nieve,  se 


468  Pieri , 

procedesse  da  ì",  sarebbe  il  dittongo  in  nievica,  cioè  in  una  condizione, 
dove  spesso  manca  pure  il  dittongo  normale  (eie.  tenero,  Stefano,  ecc.) \ 

*  In  Italia,  accennano  anche  a  *nèvis:  friul.  neo,  Asc.  I  493;  arpin.  neve, 
XIII  302. 

prievel,  v.  §  IV. 

iv  lece,  néroecu  (=  néyrecw),  annerisco,  IV  129.  Da  nigrico.  Anche  in  que- 
sto esemplare  avremmo  la  vocale  abbreviata  da  un  v  secondario;  cfr.  qui 
s.  tievolo.  In  altro  modo  il  M.-Lùbke,  ig.  38. 

ov  ìt.  uovo,  spgn.  tieoo,  Irne,  oeuf,  ecc.  Da  *ovum  =  o  vum;  cfr.  Paris,  Rora.  X 
53;  M.-Liibke,  rg.  I  132,  ig.41. 

ìiv  aù'nc.flueve.  Da  *flovius  =  fluvius;  cfr.  Paris,  Rom.  X  52  n,  Gròber  s.  v. 
(anche  Append.). 

ùv  aivnc.jueone  juene,  itnc.jeune;  pori,  jooem  '.  Da  *j6venis  =  jìivenis;  cfr. 
Paris,  Rora.  X  53,  Dict.  general  s.  v.;  Cornu,  grundr.  I  726. 

*  Non  vi  metto  insieme  un  it.  *giovane,  dato  erroneamente  dal  Gradi,  e 
accolto  disgraziatamente  dal  Gròber  s.  flovius  (e  dal  M.-Lùbke,  rg.  I  132, 
ig.  50). 

ìiv  \t.  piovere,  lad.  {gvig.)  piover,  Asc.  I  34;  ìt  pioggia,  frnc.pluie;ecc.  Da  *p  Io- 
ere,  *pl6j  a  =  pluere,  plìiv  ia;  cfr.  Gròber  s.  v.  (Suppl.  Arch.  V  180). 

E. 

me  emil.  (ferr.)  mieda;  pori.meda.  Da  *méta  =  mèta;  cfr.  Flechia  II  56,  M.- 
Lùbke,  ig.  39,  che  adduce  l'esempio  italiano  come  tuttavia  inesplicato  ^; 
Cornu,  grundr.  I  720. 

*  Credo  che  oggi  nessuno,  in  questo  singoiar  caso,  vorrebbe  ripetere  il 
dittongo  dalla  forma  diminutiva  con  metatesi  (*m  le  t a),  come  proponeva 
pur  dubitando  il  Flechia  al  luogo  cit. 

me  spgn.  mte^^a,  una  pianta.  Da  *Mèdica  =  Medica  (sott.  'herba');  v.  Diez  e 
Georges  s.  v. 

me  irne. Nantes.  Da*Nammètes  o  *Name  tes  =  Namnè  tes;  cfr.  Gròber  s.v. 
L'abbreviazione  della  vocale  sarebbe  posteriore  all'assimilazione,  che  non 
si  stenterà  a  riconoscere  antica,  essendo  normale  nel  francese  (cfr.  femme 
lame  ecc.). 

me  \i. cammello,  iene.  cJtameaic,  ecc.  Da  *caraellu  =  camellu;cfc.  Gròber  s.  v. 
-  Il  sicil.  camicMu,  che  è  camèllu  {clv.stidda  da  stella),  mostra,  se 
non  erro,  per  le  altre  forme  qui  citate,  non  la  sostituzione  del  suff. -èllu, 
ma  veramente  una  tardiva  abbreviazione  della  vocal  tonica  (ma  pur  v. 
Schneegans  31). 

m  T  afrnc.  ermoise,  frnc.  ai-moise,  una  pianta.  Da  *a  r  t  e  m  i  s  i  a  =  artemisia;  cfr. 
Gròber  e  Dict.  general  s.v.  Però  non  pare  ben  certo  IT. 


La  vocal  tonica  alterata  dal  contatto  d'una  consonante  labiale.        469 

rum.  k^mease.  Da  'cantisi  a  =  caralsia;  v.  Miklosich,  Lauti,  der  rum.  dia-     ni  l 
lecte  s.  I.  -  Alla  base  con  I  son  da  riportare  :  it.  camicia,  frnc.  chemise,  ecc.; 
cfr.  Gròber  s.  v.  Al  quale  venne  fatto  di  dar  la  forma  rumena  come  còn- 
sona alle  altre  forme  romanze. 

\ad. meif/l;  vum.meiìi  mei;  pvov.  meilh,  mod.  prov.  me^/i  ;  ecc.  Da  *milium     ^^  ' 
=  mllium  ('mille   passus');   cfr.  Grober,  Append.   La  vocal    lunga  ci  è 
attestata  con  certezza  soltanto  dalla   Penisola   iberica  (spgn.mijo,  port. 
milho);   perciò    potremo    pensare  che  l'abbreviazione  avvenisse   in  quel 
meno  antico  latino,  che   si  rispecchia  nelle  altre  lingue  romanze. 

it'.mezzo  molto  maturo.  In  quanto  proceda  da  *mrtio  =  mTtio  (cfr.  il  ven.  ^^ 
miz so,  st.  sign.  ;  Boerio).  Ma  si  può  anche  partire  da  *mrttio  (cfr.  qui 
s.  fiopa,  ecc.)  come  ha  avvertito  già  il  D'Ovidio,  non  ricordo  ora  dove.  Il 
M.-Lùbke,  rg.  I  65,  pone  anche  questo  fra  gli  esemplari  inesplicati;  e  cfr. 
ig. 36,  dov'egli  anche  mostra  dubitar  dell'etimo  mitis.  -  Qui  anche:  port* 
meigo,  spgn.mego,  dolce,  piacevole;  forma  tronca  di  participio,  da  *m  T- 
tig[atu]  =  miti g-  (cfr.  Diez  s.  v.). 

spgn.  al-meja  nicchio.  Da  *mrt'lus  =  mlt'lus,  mutato  il  genere;  cfr.  Grò-     niT 
ber  s.  v.  (D'Ovidio,  grundr.  I  507). 

ìt.  mesce,  me'scola   m,eschia,  mesta  ;   aù'nc.  mesler,  {vnc.  meler.   Da  *mrscit,     ^^ 
miscìilat,  mixtat  =  mlscit,  ecc.  Mostrano  la  vocal  lunga,  secondo  noi, 
Vìt.  mischia  e  misto.  E  cfr.  qui  s.  fesle  vesco. 

lad.  (engad. )  mieugla  mieula  mievla;  v.  Asc.  I  203  n.  Da  *mGcula  =  ^mic-     ^^  ^ 
=  mTcula,  con  doppio  grado  di  'affezione'  (cfr.  qui  s.  espieule). 

nieble,  v.  Ib. 

frnc.  demi.  Da  *d i m e d i u ra  =  di m  id i  u m ;  cfr.  M.-Lùbke,  rg.  1119,  Dict.  gè-     rii  i 
néral  s.  v. 

spgn.  comien;:^,  lecce  aìcW.  cumen  za  (cfr.  M.-Lùbke,  ig.  38),  ecc.  Da   *co-     mìi 
men'tiat  =  co  mi  n' tiat. 

lucch.  e  pis.  mettere,  v.  XII  1 1 1-2  e  '43;  sicil.  mettivi  (ali.  a  niìttiri)  e  mentiri,     m  i 
v.  Asc.  II  146,  Hùllen  23,  il  quale  pensò  a  influenza  del  suono  iniziale.  Da 
*mettere  =  mittere. 

miieble,  v.  ob. 

STpgn.  muestra.  Da  *mòstrat  =  mostrat.  mo 

{viu\.  cumón  {Comóne,  ni.);  v.  Asc.  I  499.  Da  *commù'nis  =  commùni s.        mù 

frìul.móscid  pastoso;  v.  Asc.  I  500.  Da  *mùsci  du  =  mùscidu  ('miiscus');     mù 
cfr.  Gròber  s.  v.  Qui   fors' anche  Vìt.  moscio  (ali.  a  moscio),  vizzo,  floscio 
(cfr.  però  XV  217),  il   quale  stante  lo  s  non  può  ad  ogni    modo  esser  da 
mùccidus,  come  pone  il  Gròber  s.  v. 


470  Pieri, 

moho^  V.  ùf. 

mòmia,  v.  um. 

niù  sicW.Muorica  Modica  (cfr.  Hiillen  36).  Da  *Mòtica  =  Mìitica  ('Mutyce'). 
Il  Grober  rimanda  al  Georges,  il  quale  non  dà  questa  voce;  e  si  resta 
poi  meravigliati  a  sentir  da  lui,  che  la  forma  Movzovxa  'salvo  che  per 
la  vocal  di  penultima,  è  più  vicina  a  Modica  che  la  forma  latina'. 

mii  ìt.moja  (e  salamoja;  frinì,  salmuerie,  Asc.  I  495),  irne,  muire.  Da  *raoria  = 
mùria;  cfr.  Grober  s.  v.  *.  Giusta  il  M.-Liibke,  rg.  I  136  (ciò  che  egli  però 
non  ripete  nell'altra  sua  opera),  Yo  di  mgja  sarebbe  dovuto  al  suono  se- 
guente. E  ìmcire  nel  'Dict.  general  '  è  dichiarato  da  *muria;  e  non  si 
cerca  nemmeno  di  coonestare  la  presunta  lunghezza  dell'  u  con  qualche 
appoggio  analogistico  (cfr.  qui  s.  puiz). 

*  Si  deve  trovare  in  qualche  parte  anche  un  ant.it.  miioja  (cfr.  stuoja), 
che  ora  non  riesco  a  rintracciare. 

mù     frnc.  e  p ro v.  mo<.  Da  *mottum  =  muttum;  cfr.  Paris,  Rom.  X  58-9  ^ 

'  Tralascio  V ìt.  tnotto,  che  forse  è  un  francesismo  (cfr.  Grober  s.  v.;  M.- 
Lùbke,  rg.  I  138,  ig.  41),  come  farebbe  credere  anche  la  sua  troppo  breve 
vita  nel  parlare  schiettamente  volgare. 

mu     friul.  ììiuess.  Da  *mocceu  =  mucceu;  cfr.  GrSber  s.  v. 

em  spgn.siembra.  Da  *seminat  =  sèminat;  cfr.  M.-Lùbke,  rg.  I  119.  Egli  ri- 
pete il  dittongo  dal  fatto  che  nelle  forme  rizàtone  i  verbi  con  e  radicale 
lunga  e  quelli  con  breve  hanno  ugualmente  e;  perciò  alcuni  verbi  con 
vocale  lunga  si  sarebbero,  pur  nelle  forme  rizotoniche,  conformati  ad  altri 
con  breve  {siembra  come  aderta,  ecc.).  Ma  codesta  analogia,  od  influenza, 
non  è  essa  troppo  'longe  petita'  e  però  un  vero  'rimedio  eroico'?  E  cfr. 
qui  s.  nieve. 

Tm  port.  Zes;nffl  lumaca.  Da  *irraax  =  ITmax.  Quanto  al  nesso  -sm-,  credo  che 
si  debba  pensare  a  un  *lemasa  (o  simile),  onde  *lesama,  lesma,  (Lo  Schu- 
chardt  appunto  da  limax  +  a;  v.  Grober,  Appendice  s.  liraacius.) 

Tm  macerat,  e  reat.  cémece,  cerign.  (Foggia)  cem§ce,  v.  Salvioni,  Rom.  XXVIII 
554,  Zingarelli  XV  86.  Da*crmice  =  cimice  (cfr.  ivi  85  c'et-er^cece,  ecc.). 
Il  Salvioni  spiega  qui  l'anormalità  della  vocal  tonica  al  modo  stesso  che 
in  lémite  (vedi  s.  v.). 

Tm  march.  Zemiìe  e  r/liémito,  reat.  lémete,  nap.  lémmeto,  tevsim.jemmete;  v.  Sal- 
viOxM,  Rom.  XXVIII  553-4.  Da  *irmite  =  limite.  In  gliemito  ecc.  avremo 
un  grado  ulteriore  di 'affezione'.  Secondo  il  Salvioni,  all'i  che  v'occorre 
per  giusta  norma  al  plur.  e  che  era  sentito  o  presunto  come  l'effetto  della 
metafonesi,  si  sarebbe  contrapposto  nel  sng.  un  e. 

Tm  lad.  (grig.)  prem,  che  occorre  in  empr-  amprém',  v.  Asci  20  n.  Da  *prrmu 
=  prlmu.  -  Al  luogo  cit.  è  anche: 


La  vocal  Ionica  alterata  dal  contatto  d'una  consonante  labiale.       471 
lad.  (grig.)  em,  che  occorre  in  entadém.  Da  *imu  =rmu',  ìm 

*  Ometto  gliemma  (ali.  a  glimma)  lima,  che  ivi  pur  s'  adduce,  perchè  la 
vocale  in  questo  esempio  si  potè  forse  abbreviar  col  raddoppiamento  della 
labiale. 

ÌL  insieme  e  assieme  (lecc.nziemi,  sic.  nzétìimula,  IV  128;  srd.  (gali.)  insembi,  ii'ti 
XIV  132;  ecc.),  aspgn.  ensiemo,  VMm..  aseamene.  Da  *insè'mul  =  insi'- 
mul,  ecc.  Cosi  non  c'è  bisogno,  per  render  ragione  della  tonica  nei  ri- 
flessi romanzi,  di  ricorrere  al  raro  in  se  mei  (v.  Gròber  s.  v.),  che  altresì 
quadra  men  bene  pel  significato  (cfr.  Hamp  in  'Wòlfflin's  Archiv',  V  364-5), 
ma  che  avrà,  unitamente  a  semel,  concorso  in  qualche  caso  a  modificar 
la  desinenza  di  *sèmul.  E  v.  Asc.  II  406-7,  454  n. 

aivnc.fienSy  {rnc.  fiente,  raod.  ^vov.  fiendo,  spgn.  fiemo,  aspgn.  Menda,  sterco,     lui 
Da  *fèrau,  *f  èmita  =  fimu,  *frmrta;  cfr.  Grober  s.  v.  (e  Dict.  general 
s.  fiente).  Il  Gròber,  Append.  s.  v.,  cercò  di  coonestar  Vie  con  ravvicinam. 
a  faetere.  Il  M.-Lùbke,  rg.  I  119,  afierma  che  è  difficile  il  dichiarar  que- 
ste voci  da  f  imus.  La,  spinta  ad  abbreviar  la  vocale  anche  qui  era  doppia. 

srd.  emmo  sì,  avv.  d'affermazione.  Da  *emmo  =  immo;  cfr.  Gròber  s.  v.  im 

lece,  e  (ali.  a  ciitnu)  sic.  comu,  calabr.  cuomu,  aspgn.  cuemo.  Da  *como  =  om 
corno  (quo modo);  cfr.  Gròber  s.  v.  Altri  riflessi  neolatini  esigono  o  con- 
sentono comò  (it.  corno  -e;  frnc. come -mme ;  ecc).  Il  Baist  (grundr.  1  697) 
e  il  M.-Lùbke  (rg.  I  185)  ripetono  il  ditt.  della  voce  spagnuola  dall' uo 
originario.  Ma  benché  la  Penisola  iberica,  come  tutti  sanno,  continui  per 
certi  rispetti  una  fase  del  latino  più  antica,  ciò  non  par  verosimile   in 

.   questo  caso  (cfr.  lo  spgn.  e  port.  corno). 

lad.  (Val  di  Gardena)  wieem  nome,  v.  Asc.  l  365-6;  campob,  nome  (pi.;  e  non     om 
*nu}ne),  IV  153;  lece,  nomu  (e  non  *numu),  ih.  131;  siciLnomu  nuomu, 
Hullen  43;  ecc.  Da  *n6men  =  nomen;  cfr.  De  LoUis  XII  16,  Zing.  XV  88. 

tose,  (versil.)  rómica^,  afrnc.  ron^e  (ali.  a  runge),  rumina.    Da   *rùmieat     ùm 
-gat  •=  rùminat,  mutato  il  suffisso;  cfr.  Paris,  Rom.  X  59,  Gròber  s. -i ga- 
re, Dici,  general  s.  v.  '. 

*  Insieme  con  remico  rumine,  che  non  affermerei  ricavato  dal  verbo.  — 
^  Ove  a  ragione  si  distingue,  come  il  Paris  aveva  insegnato:  ranger  1.  ru- 
minare ('rùmigare'),  2.  rodere,  rosicchiare  ('rodicare').  Ma  l'o  vi  sarebbe 
eslege  in  ambo  gli  'omeótropi'. 

frnc.  gloume  loppa.  Da  *glùma  =  gluma  ;  v.  Asc.  Ili  463.  ùm 

it. pgmice,  spgn.pomez,  ecc.  Da  *p  ùmico  =  pùmice;  cfr.  Gròber  s.  v.  Il  quale     ùm 
muove  da  pùmmice  (come  ho  poi  fatto  anch'io  pel  luce. piumice,  XII 
HO);  ma  è  impossibile  il  conciliar  questa  forma  coi  riflessi  neolatini,  per- 
chè tutti  offrono  la  nasale  scempia  (lo  stesso  frnc.  ponce,  secondo  il  Dict. 
general,  è  da  pùmice).  Anche  in  questo  esemplare  poi,  a  parer  nostro, 


472  Pieri, 

la  spinta  ad  abbreviar  la  vocale  era  doppia.  Il  M.-Lùbke,  rg.  I  81,  afferma 
che  pomice  è  tuttavia  inesplicato. 

um  ait. e  aspgn.  caZo^na -na,  a.ivnc.chalonge,  ecc.  Da^calurania  =  calùmnia. 
-  La  lunghezza  originaria  dell' u  pare  a  buon  diritto  accertata  dalTetimo- 
logia  ("calùmnia  =  *caluumnia,  da  caluor  e  al  v  or). 

iìm  spgn.  mómia  mummia.  Da  *muraij  a  =  raumij  à  (pers.);  cfr.  Diez  s. mummia. 
Per  doppia  spinta  labiale. 

ìim     lad.  (grig.)  chiembel  mucchio.  Da  *cì3m'lo  =  cumulus;  v.  Asc.  I  38. 

um  lad.(grig.)  diemher  numero.  Da  *nome  ro  =  nùmerus;  v.  Asc.  I  38.  Qui 
potrebbe  forse  spettare  anche  l' it.  novero,  che  per  altro  non  è  oggi  del- 
l'uso volgare  *. 

*  Forse  non  sarà  superfluo  avvertire,  come  non  par  che  abbia  alcun  fonda- 
mento nella  realtà  dei  fatti  la  norma  stabilita  dal  M.-Lùbke  (ig.  50,  §  78), 
per  la  quale  nell'italiano  si  ridurrebbe  ad  ov  ogni  gv  del  lat.  volgare. 
Basti  dir  che  de' cinque  esempj  addotti  oltre  novero,  e  cioè:  cova,  giova, 
rovo,  gomito,  giovane,  neppure  uno  ha  V  o  aperto. 

III. 
In  parecchi  esemplari  (e  parlo  qui  del  solo  italiano),  a  con- 
tatto di  cons.  labiale  troviamo  bensì  la  vocale  aperta  (e,  o),  an- 
ziché quella  chiusa,  ma  non  il  normale  dittongo  che  ci  aspette- 
remmo dalla  vocale  abbreviata.  Penso  che  questo  fatto  anche  si 
abbia  a  ripeter  dalla  medesima  causa,  la  quale  agisse  con  mi- 
nore efficacia  in  quanto  agisse  più  tardi  ;  giacché  la  labiale  con- 
tigua esercitava  per  avventura,  in  questo  o  in  quel  caso,  la  sua 
influenza  in  ogni  tempo.  Quando  la  vocale  é  in  posizione,  poiché 
di  regola  nell'italiano  vi  manca  il  dittongo,  si  potrà  restare  in 
dubbio  se  la  vocale  aperta  risponda  alla  vocal  latina  abbreviata 
o  se  sia  invece  un'alterazione  più  recente.  Ed  ecco,  per  ora,  l'e- 
lenco di  parecchie  altre  voci  italiane,  dove  la  qualità  della  vocal 
tonica  è  o  potrebbe  esser  giustificata,  a  parer  nostro,  dalla  con- 
tigua labiale,  senza  bisogno  di  ricorrere  ad  attrazione  analogica 
o  a  contaminazione  o  ad  altro  espediente  simile  : 

spero  (ant.  pad.  spiero,  v.  Wendriner  8;  lece,  spero  -ieri,  IV 
123;  ecc.),  che  ripugna  il  considerar  come  voce  dotta  (quando  mai 
s'è  potuto  o  si  potrà  fare  a  meno  di  questo  verbo?)*;  mi  perito 


*  Che  veliemi  terrienu  ecc.  del  calabrese  siano  voci  italiane  assimilate  al 
dialetto,  dovrà  parer  più  che  probabile;  ma  che  tale  pur  sia  spieru,  nonché 


La  vocal  tonica  alterata  dal  contatto  d'una  consonante  labiale.        473 

(lucch.  pi-);  spegner'e  (lucch.  spe-)',  sposo  -a,  che  dovrà  essere  di 
tradizione  volgare,  malgrado  l'anormalità  pur  della  sibilante; 
sporco;-  seppi  -e  (lucch.  se-),  v.  qui  la  nota  1;  scettico,  volg. 
scettrio  (scèptrum)  ;  coppa  (lucch.  co-)  ;  grolla  (crupta)  ;  lucch. 
lopporo,  XV  374  ; 

henda  (lucch.  he-)\  sovenle,  dove  potremo  però  aver  pronunzia 
dotta  di  voce  già  disusata  ;  bozzolo  (lucch.  &p-)  ;  bossolo  (lucch. 
busso  -olo);  borchia;  lucch.  borica;  zavorra;-  debbo  devo  (lucch. 
de-);  ebbi  -e,  amerebbe  ecc.  (lucch.  ebbi  -e,  ecc.)  ^;  sosia  (sìibstat); 

foja^;-  soffice  (lucch.  so-),  soffoco  (lucch.  so-); 

primavera;  lucch.  e  pis.  venne  e  vendere;  divolo; 

lucch.  meta,Xll  111  (cfr.  §  II  me);  ahimé,  rispetto  al  quale 
si  pensò  ad  effetto  della  pausa;  menomo;  mestica  (cfr.  §  II  mi), 
ne'  quali  il  M.-Lùbke,  ig.  37,  riconosce  pronunzia  dotta  ;  moro 
•a  (anche  il  'rovo'  ed  il  suo  frutto),  cfr.  M.-Lùbke,  rg.  I  139; 
molo  (cfr.  l'are,  tremuoto  ^)  ;  moccolo  (lucch.  mp-)  ;  morchia  *  ; 
rimorchio  ;•  remo  ^  ;  estremo  stremo  (  cfr.  strema,  vb.  )  ;  lucch. 
teme,  maremma,  nome  (cfr.  §  II  om). 


fiermu  yniettu  (v.  §  II  fi  mi),  come  vuole  il  M.-Lùbke,  ig.  38,  forse  si  potrà 
ormai  negare  senza  esitazione. 

*  A  un  *hebui,  dal  quale  o  pressappoco  in  ogni  modo  bisogna  pur  muo- 
vere, modellato  su  de  bui  ecc.,  s'adatterebbe  del  pari  secondo  noi  la  forma 
italiana  e  la  lucchese;  e  lo  stesso  si  dica  di  seppi  e  seppi,  se  postuliamo 
un  *sepui  (cfr. M.-Lùbke,  rg.  II  325,  ig.  249). 

*  A  ogni  modo  in  foja,  più  non  essendo  questa  una  voce  dello  schietto 
uso  volgare,  l'o  non  infirma  punto  il  giusto  etimo  del  Diez  (fùria),  come 
assevera  il  Gròber  s.  moria. 

^  A  cui  corrisponde  l'alban.  terméh.  E  qui  siano  notati,  dallo  stesso  ter- 
ritorio: tmer  timore;  plép  pioppo  ('plopus');  pem§  frutta  ('pomum');  v.  Gu- 
stavo Meyer,  grundr.  I  810.  Ne'  quali  esemplari  1'  e  deve  essere  il  resto 
del  ditt.  uè,  che  s' otteneva  dalla  vocal  latina  abbreviata  (cfr.  vepr§  opra, 
verh  orbo,  dove  lo  stesso  Meyer  ammette  che  il  ve-  continui  il  dittongo). 

*  A  spiegare  l'anomalia  di  questo  riflesso,  avverte  il  Grober  s.murga,  che 
l'it.  ha  soltanto  voci  in  -orchio  -a.  Sennonché  queste  voci,  oltre  torchio,  non 
sono  che  borchia  (v.  sopra),  morchia  e  rimorchio! 

^  Fu  da  altri  scartata  come  voce  marinaresca  e  non  indigena  a  Firenze 
(v.  M.-Lùbke,  ig.  37).  Ma  barche  sull'Arno  ce  n'era  di  certo  a  Firenze,  anche 
prima  del  mille;  e  il  mare  era  presso  Pisa! 


474  Pieri , 


lY. 


Ma  c'è  di  più.  Altri  esempj,  in  parte  molto  significanti,  pajono 
fatti  proprio  per  favorire  l'ipotesi  che  una  labiale  abbia  potuto 
esercitar  sulla  tonica  l'azione  sua,  malgrado  una  liquida  frap- 
posta. Il  fenomeno  fu  riconosciuto  già,  in  qualche  caso,  a  ri- 
spetto d'una  vocale  atona,  che  si  adattasse  alla  cons.  labiale  per 
assimilazione  (cfr.  Asc.  I  43,  e  Suppl.  Arch.  V  86  s.  ervilia);  e 
però  la  nostra  ipotesi,  per  ardita  che  sia,  non  par  tale  da  esser 
rigettata  *a  priori'.  Avremmo  dunque  per  ora: 

prl      it.ant.  e  tose,  coni,  prr/ncipe.  Da  *pri  ncipe  =  principe  *. 

*  L'are,  e  poet.  prence  potrà  essere  o  no  un  francesismo  (cfr.  D'Ovidio, 
grundr.  I  508);  cfr.  a  ogni  modo  gli  arce  coni,  prenci  pio  -ipiare  -ipale, 
che  come  si  risenton  di  ^jre;icipe,  così  n'attesteranno  la  volgarità. 

prT  sìW.kabbredd^  capretto,  v.  XIII  337  n.  Si  dichiarò  da  capre  tu;  v.  Salvioni, 
XIII  485  n;  ma  esso,  insieme  con  le  simili  forme  che  ivi  s'adducono,  po- 
trà rivenir  piuttosto  a  ^capri'tu  =  caprltu,  cioè  ad  un  tema  formato 
per  mezzo  di  quel  suflf.  -Itu,  che  è  il  punto  di  partenza  per  i  dimin.  in 
-etto.  E  cfr.  qui  s.  ombrene. 

pr  1  lad.  fgrig.)  prieuel  prievel,  v.  Asc.  I  20G  n.  Da  *preculo  =  prrculo  (' pe- 
riculum').  E  dell'alterazione  si  potrebbe  aver  qui  ragione  del  pari  anche 
dal  V  secondario  ;  cfr.  §  II  s.  tievolo. 

prS     ani.  \en.  prona;  v.  Salvioni,  Postille  s.  pruna.  Da  *pruna  =  prima. 

blT  ìt.hieco.  Da  *oblì'cu  =  obllcu;  cfr.  Diez  s.  v.  E  sarebbe  così  superata  la 
sola  ma  grave  difficoltà  ad  ammettere  un  etimo,  che  s'impone  con  la  sua 
evidenza,  malgrado  le  leggi  fonetiche.  ^ 

*  Un  caso  suppergiù  come  quello  di  lordo  ecc.,  che  nessuno  osò  mai  se- 
parare da  luridu! 

v-pY      gen.  breiga.  Da  ^briga  =  briga;  cfr.  Flechia  Vili  334  ecc. 

bri  it-  brezza,  vento  freddo  o  fresco.  Da  *brrsa=  brlsa,  d'incerta  origine.  E 
sarà  un  altro  esempio  italiano  di  -s- in  -z'z-  (v.  XV  187  s.  razzare).  La 
vocal  tonica  lunga  attestano  gli  equivalenti:  lo mb.  &ris'a,  frnc.  frisse,  ecc. 
Cfr.  Kòrt.  1348. 

fri  iv\\x\.  ombréne.  ombra  e  ombrello;  v.  Asc.  I  493.  Da  *umbri'na  =  umbrlna. 
E  cfr.  qui  s.  kabbredde. 

fri  it.  freddo,  frnc.  froid,  ecc.  Da  *fr  ig'du  =  frlg' du;  cfr.  Gròber  s.  v.  Che  l'i 
non  sia  dovuto  alla  posizione  seriore,  almeno  per  l'italiano  risulta,  se 
non  erro,  dal  lucch.  (mt  )  fredo  -a;  v.  Suppl.  Arch.  V  1^6. 


La  vocal  tonica  alterata  dal  contatto  d'una  consonante  labiale.      475 
spgn. /"rie^a.  Da  *frècat  =  frica  t.  fpi 

aspgn.  fruente,  spo;n.  frente.  Da  *fpo  nte  =  fronte;  cfr.  Gròber  s'.  v.   Mala     f  i- 1 
lunghezza  originaria  dell' o  non  si  può  dir  certa,  sebbene  paja  che  la  esi- 
gano il  sìcilfriinti  e  il   calab./>wn<e   (v.  Schneegans  32;  M.-Lùbke,  rg.  1 

172). 

it  fìo'to,  il  movimento  del  mare  agitato.  Da  *fluctus  =  f lùctus.  Dato  che     flù 
Vo  fosse  antico,  dovremmo  supporre  anche  qui  un  grado  ulteriore  d'al- 
terazione (cfr.  qui  s.  espieule). 

afrnc.  hierche  (Scheler);  lad.  ierpi,  Asc.  I  175;  tose,  (lucch.)  erpice  (e  anche     irp 
erpico,  vb.).  Da  *her pex  =  hTr pex.  E  cfr.  Schuch.  vok.  II  59;  M.-Liibke, 
rg.1119,  ig.37. 

\t. sterpo,  port.  estrepe  (v.  Cornu,  grundr.  I  722).  Da  *sterpe  -  stirpe;  cfr.  ipn 
Gròber  s.  v. 

Sono  anche  da  notare,  a  questo  proposito,  gli  esemplari  italiani:  pretto, 
se  àa.  puretto;  prò  (lucch.  prò),  dove  altri  vede  un  effetto  della  pausa  ;- 
storpia,  vb.  ('turpis')  *;  ÌMCoh..  Elba  (Uva). 

'  Non  ho  alcun  dubbio  circa  l'origine  di  storpiare  (onde  stroppiare,  con 
metatesi;  e  non  viceversa  I),  da  *exturpìare  (cfr.  D'Ovidio,  grundr.  I 
516),  e  perciò  in  perfetto  accordo  col  sinonimo  spgn.  es^orpar  (cfr.  Cornu, 
Rom.  XIII  300). 

V. 

Quanto  alle  vocali  é  l  o  u,  che  si  ripercuotono  nel  neola- 
tino come  brevi,  ci  sarebbe  da  pensare  che  in  certi  casi  la  loro 
quantità  (come  pare  avvenisse  sempre  per  1'  a)  fosse  meno  sen- 
tita; e  che  soltanto   allora    la  labiale   contigua   riuscisse  a   ri- 
durle a  vere   brevi.   Similmente  si  potrebbe,   per   le   brevi   che 
digradino  in  altre  brevi  («',  ù  in  è,  ò),   ammetter  che  in   certi 
casi  il  loro  timbro  normale  {e,  p)  fosse  meno  spiccato,  cioè  meno 
strettQ  {e,  o),  e  che  allora  soltanto,  a  contatto  della  labiale,  s'al- 
largassero. Del  resto,  il  fatto  che  la  labiale  non  operò  in  ogni 
esemplare  questa  alterazione,   ma  in  alcuni   di    essi,   e  non    di 
rado  -  per  un  dato  esemplare  -  in  uno  o  più  idiomi  e  non  in 
tutti,  è  tale  di  certo  da  esigere  nuovi  studj  ;   ma    non  par  che 
la  norma  da  me  proposta  si  debba  perciò  rifiutare  o  impugnare 
senz'altro. 

A  ogni  modo  s'opporrà  che   nelle  lingue   romanze   parecchi 
altri  n'occorrono  de'  cosiddetti  esiti  terziarj,  che  son  comuni  a 

Archivio  g-lottol.  ital.,  XV.  32 


476  Ascoli, 

più  territorj  o  proprj  d'un  solo.  Certamente,  né  io  pei-  me  vor- 
rei già  negare  questa  verità.  Ma  chiedo  alla  mia  volta  :  Dove 
è  un'altra  efficacia,  come  quella  da  me  presunta  nelle  labiali 
contigue,  che  valga  a  render  ragione  d'un  ugual  numero  di 
fatti  ?  Gli  esemplari  che  rimangono  oscuri  o  difficili  non  giun- 
gono forse  alla  metà  di  quelli  che  dalla  nostra  ipotesi  vengon 
chiariti  ;  e  sarà  lecito  imaginare  che  le  cause  dell'  anormalità 
per  essi  siano  più  d'una  e  che  essi  costituiscano  varj  gruppi  in- 
dipendenti l'uno  dall'altro,  e  anzi  qualche  esempio  per  avven- 
tura faccia  parte  da  sé. 

Del  resto,  anche  per  altri  e  ben  diversi  cambiamenti  della  vo- 
cal  tonica,  che  appajono  eslegi  e  che  si  cercò  di  spiegare  o  con 
l'analogia  o  con  la  contaminazione  o  in  qualche  altro  modo,  è 
molto  notevole  il  fatto  che  si  riscontrano  per  lo  più  in  esemplari, 
ove  alla  tonica  precede  o  succede  una  cons.  labiale.  Onde  sorge 
spontaneo  il  sospetto,  che  da  essa  si  debba  anche  in  questi  casi 
ripeter  l'alterazione.  E  basti  ricordare:  it.  vuoto  ecc.;  rail.  merza 
marza;  alban.  moZe  ('mèlum');  rum.  vorììà]-  it.  gi^eve  e  chiovo 
-do  ecc.;  sp.  cueva  ('cava');  ìtghiova;  ven.  piove  ('plèbe');  i 
quali  fanno  parte  d'una  assai  lunga  lista. 


OSSERVAZIONI  AL  PRECEDENTE  LAVORO. 


Questo  Saggio  del  nostro  Pieri  '  intorno  alla  vocal  tonica  al- 
terata dal  contatto  d'una  consonante  labiale'  merita  di  certo 
una  ben  attenta  considerazione;  e  poiché  l'Autore  annunzia  che 
il  suo  lavoro  sarà  presto  continuato,  potrebbe  a  prima  vista  pa- 
rer ragionevole  che  la  critica  sospendesse  per  ora  le  proprie 
obiezioni.  Presumo  io  tuttavolta,  che  le  seguenti  osservazioncelle 
non  si  debbano  giudicare  del  tutto  inopportune  o  intempestive. 
Mi  persuade  a  non  tacerle,  anche  il  fatto  che  la  mia  ingerenza 
nella  direzione  di  quest"* Aì'cliivio  cessa  col  volume  che  ora  si 
chiude. 


Osservazioni  intorno  al  precedente  lavoro.  477 

Tornerebbe  superfluo  avvertire,  che  nulla  v'ha  in  effetto  di 
comune  tra  il  caso ,  per  es. ,  di  un  i  (  ^  lat.  )  che  passi  in  u  u, 
o  di  un  e  qualsiasi  che  volga  ad  ò,  per  effetto  di  consonante  la- 
biale attigua  (cfr.  per  es.  I  540  b,  364  in  f.),  od  altri  casi  con- 
simili, e  le  abbreviazioni  o  rimutazioui  che  il  nostro  Autore  vor- 
rebbe qui  ripetere  dalla  labiale  attigua;  se  non  giovasse  insi- 
stere sul  fatto,  che,  menti'e  l'azione  della  consonante  labiale  è 
in  quei  casi  un  molto  evidente  fenomeno  di  assimilazione,  nelle 
abbreviazioni  (e  in  è;  ecc.),  all'incontro,  o  rimutazioni  [ì  in 
è',  ecc.),  pensate  dal  Pieri,  essa  rimarrebbe,  almeno  per  ora, 
senza  alcuna  specie  di  legittimazione  fisiologica. 

Un'  e,  cosi  ottenuta  da  è,  avrebbe  poi  a  darci,  secondo  il  no- 
stro Autore,  un  ie  neolatino,  e  analogamente  si  dovrebbero  am- 
mettere, per  le  altre  riduzioni,  tali  riflessi  neolatini,  quali  s'hanno 
da  basi  propriamente  latine  ;  il  che,  a  ben  vedere,  equivale  a  far 
risalire  codeste  riduzioni,  tutte  o  in  grandissima  parte,  a  età 
propriamente  latina.  Ora  io  credo  che  questo  pensiero  ci  debba, 
per  varie  guise,  risultare  più  che  audace. 

Di  certo,  ritornando  alla  fisiologia,  se  la  proporzione  tra  la 
serie  dei  casi ,  in  cui  s'  hanno  codeste  riduzioni  essendo  atti- 
gua alla  vocale  una  consonante  labiale,  e  le  serie  in  cui  si  av- 
vertano essendo  di  altr' ordine  la  consonante  attigua,  riuscisse 
davvero  di  gran  lunga  maggiore  per  la  labiale,  bisognerebbe 
chinar  la  testa ,  aspettando  rassegnatamente  che  la  fisiologia 
venga  tosto  o  tardi  a  illuminarci.  Ma  la  proporzione  vorrà  es- 
sere, prima  di  tutto,  molto  rigorosamente  calcolata.  Le  guttu- 
rali, supponiamo,  saranno  in  effetto  due  sole  [k,  g) ,  quando  le 
labiali  son  cinque  {p  h  f  v  m)  o  anzi  sei,  poiché  il  nostro  Au- 
tore afferma  anche  l'azione  di  un  v  che  provenga  da  u.  Se  dun- 
que i  fenomeni,  di  cui  si  discorre,  si  avessero,  per  la  serie  gut- 
turale, nella  ragione  di  solo  un  terzo  di  quello  che  per  la  serie 
labiale,  non  perciò  la  serie  labiale  potrebbe  ancora  vantare 
alcuna  intrinseca  preminenza.  Andrebbe  anche  ricercato  il  rap- 
porto, che  passa  tra  le  diverse  consonanti,  nel  senso  della  varia 
loro  frequenza  nel  vocabolario  neolatino.  E  va  da  sé,  che,  nel 
confronto  tra  le  serie  diverse,  i  rispettivi  esempj  non  andrebbero 
solamente  contati,  ma  anche  pesati,  e  vuol  dir  considerati  secondo 


478  Ascoli , 

il  numero   e  l'importanza   delle  varietà  idiomatiche   di  cui  cia- 
scuno fosse  proprio. 

Ma  limitandoci  intanto  alla  serie  labiale  e  passando  a  osser- 
vazioni concrete,  io  vengo  primamente  a  un'altra  considerazione 
di  natura  statistica.  Sono  125  gli  esempj  che  ci  offre  il  §  II;  e 
può  parer  singolare  che  l'Autore  non  badi  mai  a  scernere  tra 
i  diversi  tipi  delle  voci  ch'egli  manda  insieme,  come  alla  rin- 
fusa. Il  tipo  parossitono,  con  la  prima  sillaba  aperta  (tipo  óvo), 
non  ha  se  non  soli  21  esempj;  e  sceverata  che  sia  questa  povera 
falange,  si  vedrà  tantosto  cora'  essa  poi  si  squagli  per  modo,  da 
non  restarne  se  non  un  gruppetto  i)iù  che  meschino.  Gli  altri 
104  esempj  sono  di  antica  posizione  (tipi  festa  forma  mettere 
filtro  colubra',  37),  di  proparossitoni  intatti  o  ridotti  (tipi  po- 
mice vetrice ,  verde,  pòplo;  47),  e  di  quasi-proparossitoni  con 
Vi  di  penultima  (tipi  ebrio  camisia  gubia]  20). 

Come  dunque  non  venir  sùbito  (o,  a  dir  meglio ,  non  tornar 
sùbito)  al  pensiero,  che  la  vocale  smarrisca  facilmente  la  sua 
primitiva  nitidezza,  e  perciò  anche  s'arrenda  più  di  leggieri  alle  ■ 
seduzioni  analogiche,  quando  porti  il  peso  della  posizione  antica 
0  moderna  {festa  verde  gubja)  o  il  peso  delle  due  postoniche 
{pómice  ecc.)?  —  In  altri  termini,  il  caso  di  lordo  lùridu,  elee 
Ilice;  ginocchio  genùclu,  ecc.;  doglio  doliu;  o  quello  delle  parlate 
in  cui  stella  (come  vendere)  perda  la  primitiva  qualità  della  to- 
nica {e). 

La  categoria,  che  terremo  la  più  decisiva,  quella  delle  voci 
piane  colla  prima  aperta,  non  ci  dà,  dicevamo,  se  non  21  esempj, 
o,  a  dir  meglio,  par  che  ce  li  dia.  Come  già  si  accennava,  noi  do- 
vremo pur  qui,  0  anzi  qui  in  ispecie,  presumere,  di  regola,  che 
la  riduzione  risalga  a  un  periodo  fontale,  cioè  alla  vocale  an- 
cora latina;  e  dovremmo  perciò  generalmente  aspettarci,  se  non 
l'unanime  consenso,  com'è  per  *dD0,  la  risposta  concorde,  non 
solo  in  molte  parlate,  ma  in  più  regioni  neolatine.  E  troviamo, 
all'incontro,  proprio  tutt'altro.  Cosi,  pega  'gazza'  p.  459,  è  del 
solo  portoghese;  —  piel  'pelo'  459,  d'una  sola  varietà  friulana, 
sola  ed  evanescente,  la  stessa  che  darebbe  pur  giènere,  I  491  ; 
—  fohe  'fune'  465,  solo,  pare,  da  un'antica  fonte  veneziana;  — 
cimión  'il  comune'  469,  forma  friulana  assolutamente   accesso- 


Osservazioni  intorno  al  precedente  lavoro.  479 

ria,  il  cui  scarsissimo  valore  è  manifesto  :  cfr.  I  499  e  il  Pi- 
rona;  -^  gloume  'gluma'  471,  forma  disusata;  del  solo  fran- 
cese. —  Notevole  di  certo  il  friul.  deve  (che  del  resto  ha  l'esclu- 
sivo significato  di  'strada  declive'),  cui  starebbero  allato  le  forme 
valtellinesi  clef  cef\  467.  Va  però  avvertito,  che  questi  sareb- 
bero i  soli  rappresentanti  vernacoli,  in  sino  ad  ora  conosciuti, 
del  lat.  clivus,  in  quanto  nome  comune.  E  viene  anche  da 
chiedere,  se  forse  non  vi  si  risenta  il  tipo  clivja  clivjo 
(dove  è  in  ispecie  da  considerare  il  fri.  cmnese,  camicia)  ;  cfr. 
i  nll.:  C/iyio  (Varese),  Clibbio  (Salò),  Ghieve  (Crema),  Chievo 
(Verona),  Soccìiieve  =  Socie f  {Ami)Gzzo),  Cleulis  (Tolmezzo)^ 
Cliievolis  (Spilimbergo),  e  forse  Cleives  (Aosta).  —  Un  incrocio 
dei  due  riflessi  diversi  dell' o  di  nomen,  471,  dovuti  primamente 
alle  due  diverse  figure  flessionali  (nome  nom'ne),  potrebbe  dar 
ragione  dell'oscillar  che  si  fa  tra  nome  e  nome.  —  Quanto 
a  siepe  460,  fieno  464,  insieme  471,  bieta  462,  son  pronte  le 
altre  dichiarazioni  che  l'Autore  stesso  ricorda;  e  così  per  l'asp. 
escreve  462.  —  E  quanto  alle  pronuncio  soprasilvane  pre^n 
*  primo',  ecc.,  470-71,  vi  potremo  si  vedere  l'influsso  del  w,  ma 
ben  piuttosto  in  quanto  nasale,  che  non  in  quanto  labiale.  Cfr.  I 
23  n,  31  n,  128-29,  174  n,  233. 

Che  se  passiamo  alle  altre  configurazioni,  la  critica  non  istenta 
di  certo  ad  accampar  difl^coltà.  —  Il  ni.  Nantes^  468,  che  è 
insomma  Namnites  (Namnètes)  o  poniam  pure  N  animi  te  s 
Nammètes,  con  l'accento  gallicamente  portato  sulla  prima  sil- 
laba, non  è  davvero  un  esempio  da  cui  l'Autore  possa  ricavare 
alcun  costrutto  per  l'assunto  suo.  —  E  nel  dittongo  del  rumeno 
viatà  'vita'  466,  punto  non  si  continua,  checche  infelicemente 
paresse  al  Cihac  od  al  Kòrting,  il  mero  t  di  vita;  poiché  la 
voce  rumena  risponde  etimologicamente  all'it.  vivezza.  Uie  pro- 
viene dal  dileguo  normale  del  v  intervocalico,  e  V-a-  dipende 
dalla  vocal  di  uscita  {vi[e]a(à)  ^.  —  Il  'franginiento  seriore',  che 
è  nel  grig.  fearm  ^ fermo'  464,  da  e  secondario,  è  lo  stesso  che 


*  Cleudis  (Ampezzo)  del  'Dizionario  geografico  postale',  sarà   uno   sba- 
glio per  Clendis  {y.W  Pirona). 

*  È  egli  corretto  l'accento  che  dà  il  Cihac  11776:  v'iatàì 


480  Ascoli,  Osservazioni  intorno  al  precedente  lavoro. 

si  ha  da  e  primario  in  tearz  ecc.,  I  131  127-28,  cfr.  175  n.  3, 
171  n.  5  (181-82  n);  e  null'affatto  concliiude  per  l'assunto  del- 
l'Autore. —  Il  soprasilv.  niebel  (feni.  nohla ,  Carigiet;  alto- 
engad.  nòbel  ndhla)  'nobile'  463,  sia  o  no  veramente  indigeno, 
rimarrà  senz'altro  spiegato  dalla  semplice  ragion  della  posizione, 
0,  per  dire  più  precisamente,  dall'analogia  delle  coppie  normali 
per  Vo  breve:  jerfen  orfna  'orfano  orfana'  ecc.,  1  28-29.  E 
similmente,  checche  io  stesso  ne  dicessi,  I  38,  si  avranno  a  spie- 
gare per  semplice  ragione  analogica:  dièmbev  'numero'  472,  al- 
lato a  dumhràr  numerare  (cfr.  dièver  ali.  a  duvrar,  I  29,  38  n), 

0  chiembel  '  cumulo'  472,  ali.  a  *cumldr.  —  Nel  soprasilv. 
pieung  'il  grasso'  (pingue)  460,  imagina  il  Pieri  un  ie  da  e 
per  i.  Ma  si  tratta  invece,  a  dir  breve,  di  piung  pihmg,  cfr. 
liunga  Wmiga,  ecc.,  I  112-13.  Cfr.,  in  altra  configurazione:  vi- 
dua  viua  vtuva  I  22n;  e  con  Vi  dai  lat.  leu:  auditu  i^dm 
udi^u  ecc.,  acetu  aziu  azi^u  (^iziéu),  uva  iva  iua  i^ua,  I  21 
33  ^  ;  e  ora  Huonder,  Der  vokalismus  der  mundart  von  Disentis, 
Erlangen  1900,  p.  49-50.  —  E  così  non  è  punto  un  ie  da  è  se- 
riore negli  engàdmesì  pieida  'pi  cu  la'  469,  mieugla  mieula 
'raicula'  469,  prieuel  'peri cui um'  474,  o  neanche  nel  pie- 
cardo  espieule  'spicula'  459,  e  in  altrettali;  ma  avremo  sem- 
pre a  ricomporre:  plugla  priugl  ecc.,  piida  ecc.,  pipala  ecc., 

1  206  n  (cfr.  Flechia  111  174-75),  M.-Liibke  1  62-63;  e  cfr.  pure 
Huonder,  1.  e.  60-61. 

Siene  dunque  raccomandate  queste  avvertenze  all'antico  e  stre- 
nuo collaboratore  di  questo  Aì'chivio. 

Ct.  I.  A. 


*  Nel  quale  esempio,  Vie  non  solo  non  sarebbe  promosso  dalla  conso- 
nante V,  ma  anzi  appunto  si  ripeterebbe  dal  fatto  che  il  v  si  riducesse  alla 
vocale  li. 


POSTILLE  LESSICALI  SARDE. 


e.  NIGJRA. 


centr.  alipedde  alihedde  'pipistrello'.  —  Da  *alipellis  'che 
ha  l'ali  di  pelle'.  Bell'esempio  di  composto  di  duo  sostantivi.  Nello 
stesso  dialetto,  con  un  aggettivo  nella  seconda  parte  del  composto: 
acupintu  '  ricamato  ',  alipintu  alibintu  '  fringuello  '.  Cf.  còrso  pilibrunu 
'bruno  di  pelo'  (Tommaseo,  Canti  pop,  corsi,  158  n.);  e  v.  Spano  s. 
alibintu;  e  anche  Thomas  s.  rubican,  in  Rom.  XXIX  189. 

mer.  angiài  'figliare'.  —  Dicesi  delle  bestie  in  generale;  e  ri- 
sponde ad  un  *agnare  da  agnu.  In  altri  idiomi  neolatini,  il  verbo, 
tratto  dal  dimin.  agnello,  come  it.  agnellare,  fr.  agneler  ecc.,  signi- 
fica soltanto,  come  vuole  l'etimologia,  il  partorire  delle  pecore  ^. 

centr.  annodilare  'conoscere  alquanto'.  —  Riflesso  di  "^ad-noti- 
tare,  frequentat.  di  notare,  sul  tipo  di  cantitare  ecc.  (v.  Fred,  Ta- 
ber  Cooper,  Word  formation  in  the  Roman  sermo  plebeius,  205  sg.). 

aper.  —  Questa  voce  latina  si  conserva  nel  centr.  porcdhru  porcu 
ahru,  nel  sett.  polcavru,  'cinghiale',  e  nel  dimin.  centv.  porcheddu 
dbrìnu  '  cinghialetto  '. 

mer.  argióla,  centr.  arsola,  'ajuola'.  —  Da  '^arjóla  *areóla, 
dimin.  di  area,  come  già  vide  l'Asc.  II  137  138,  e  non  già  da  arvum 
come  suppose  l'Hofmann   18. 


*  Abbreviature:  mer.  =  dialetto  meridionale  o  campidanese;  centr.  =  dia- 
letto centrale  o  logudorese;  sett.  =  dialetto  settentrionale  o  gallurese.  —  1 
vocaboli  qui  esaminati  appartengono  principalmente  ai  due  primi  dialetti.  E 
conservata  la  grafia  dei  lessici  di  Porru  e  Spano;  e  quindi:  e  g  dinanzi 
ad  e  i  valgono  e  g;  eh  gh=k  ^;  i'c  dinanzi  ad  e  t  =  s;  x  =  :.  —  Le  fonti 
da  cai  i  vocaboli  provengono,  quando  non  siano  espressamente  citate,  s'in- 
tendono i  lessici  di  Porru  e  Spano,  e  gli  scritti  del  Guarnerio  (Arch.  XIII, 
XIV).  Sono  poi  citati  col  semplice  nome  dell'autore  e  per  pagine,  lo  stu- 
dio di  G.  I,  Ascoli  nel  II  dell'Archivio,  e  quello  di  Gustavo  Hofmann,  in- 
titolato 'Die  logudoresische  und  campidanesische  Mundart',  Marburgo  1885, 

^  Da  agnu,  il  calabr,  aniàrese,  l'accoppiarsi  della  pecora  col  montone; 
Flechia,  Postilla  8. 


482  Nigra, 

centr.  arigar  za  ali  garza  'radice'.  —  Alterazione  à\*raigarza 
rispondente  a  *radicaria,  come  il  berg.  aria  'radice'  è  alterazione 
di  rais.  Per  il  dileguo  del  d  intervocalico,  si  compari  specialmente 
l'equivalente  mér.  raìga. 

mer.  arrùi  'indomito,  brado,  austero', —  Spogliato  dell' a  proste- 
stetico  dinanzi  a  r,  che  é  un  fenomeno  caratteristico  del  dial.  meri- 
dionale (v.  Ascoli,  II  138  150),  arrùi  risponde  alla  base  lai.  rude-. 

centr.  astuddare  'arricciarsi'. —  Suppone  una  base  *astulla  da 
astula  'scheggia'  che  qui  prenderebbe  il  significato  di  'truciolo'.  Il 
verbo  sardo  direbbe  etimologicamente  'arricciarsi  a  guisa  di  tru- 
ciolo'. Cfr.  mil.  rizz  'riccio'  e  'truciolo'. 

centr.  halire  'fìaschetto'.  —  S'aggiunge,  con  l'apparente  aferesi: 
alire  'bariletto'  (Spano).  Metatesi  di  barile. 

centr.  barig àdu,  mer.  abarigdu,  'dopo  domani'.  —  Sono  pro- 
priamente participj  pass,  del  centr,  barigare,  mer.  '^abarigài,  'pas- 
sare, oltrepassare' =  it.  varcare  da  varicare.  Deve  qui  sottinten- 
dersi 'domani',  e  barigàdu  significherà  'passato  (domani)'.  Cf.  piem. 
passadumah  ecc.  Altra  forma  comune  al  centr.  e  al  mer.,  per  signi- 
ficare 'dopo  domani',  è  pusticrds,  che  va  coll'ait.  poserai  ecc.  e  nella 
prima  parte  ricorda  l'isolato  pustis  'poscia'  d'entrambi  i  dialetti  (al- 
l'incontro: pusehena  'colazione'  nel  logudorese  di  Dorgali,  =  soprasilv. 
pusein  ecc.,  Arch,  VII  545). 

mer.  bentrùxu  guntrùxu  'avoltojo'.  — E  si  aggiunge  contrùxiu. 
Rispondono  i  centr.  bentùrzu  antàrzu  imtùrzu ,  collo  stesso  signifi- 
cato. Da  ^vultTiriu,  per  l  in  n  come  nel  centr.  anz énii  =  a.\iénu, 
si  ottiene  la  base  centrale  '"^vunturzu.  Circa  la  base  meridionale  *vun- 
truzu,  V,  s.  padrarzu.  Curiosa  la  sorda  in  contrùxiu,  che  ricorda  chin- 
dalu  allato  a  ghindalo  'guindolo',  e  il  centr.  creva  gleba. 

centr.  binchiza  'vimine'.  —  Rispondo  al  tose,  vinciglia. 

mer.  birdiu  'patrigno',  birdia  'matrigna'.  — Metatesi  di  bidriu. 
Da  aggiungersi  ai  riflessi  di  vitricu  citati  in  Kòrting^  10254, 

centr.  bisare  'sognare,  credere'.  —  Da  *visare,  che  è  nel  Ir. 
viser  e  nei  composti  tose,  avvisare.^  fr.  aviser  ecc.,  con  significati  al- 
quanto divergenti.  Al  significato  di  'sognare'  ci  ravvia  il  tose,  visione. 

centr.  (Olzài)  brabu,  mer.  bràii  bldu,  centr,  òiaUtu,  'azzurro, 
cilestro'.  —  Rispondono  foneticamente  e  semanticamente  agli  it.  biavo 
e  "^biavetto  (tose,  biadetto,  can,  bjuvètt  ecc.).  V,  Diez  s.  biavo;  e  cfr. 
l'ant.  piem.  (1410)  banda  bioua  'banda  azzurra'. 


Postille  lessicali  sarde.  483 

mer.  braxòlu,  centr.  arsólu,  'orzajuolo'.  —  Il  centr.  arzòlu 
è  fatto  risalire  dal  Caix  432,  e  dal  Korting^  4617,  al  lat.  pop.  hor- 
deólu.  Ma  la  forma  mer.  ci  avverte  che  la  centr.  deve  essere  inte- 
grata in  barzòlu.  Ed  entrambe  le  forme  risaliranno  a  *variolu,  onde 
Vìi.  vajuolo.  Questa  spiegazione  è  confermata- dal  piem.  vers'òl  'or- 
zajuolo', che  finora  fu  erroneamente  fatto  provenire  anch'esso  da 
hordeólu,  e  risale  invece  a  *variceolo;  cfr.  V \i.  varicella  'va- 
juolo spurio'. 

centr.  cdbidu  'capo,  bandolo'.  —  Da  aggiungersi  al  rum.  càpet^ 
in  quanto  risalgono  entrambi,  benché  portati  al  tipo  della  declina- 
zione in  -0,  all'obliquo  capite;  cfr.  Asc.  II  4.33  (St.  crit.,  vers.  ted., 
77),  Kòrting-  191 1.  Il  riflesso  sardo  di  *capu  è  capu  cahu. 

centr.  mer.  e  ama  'calore  del  meriggio  estivo'.  —  Sembra  proce- 
dere, come  già  congetturò  il  Porru,  dal  vi.  cauma  gr.  xaoaa  'arder 
aestus  ',  passato  nei  neol.  it.  sp.  pg.  cabna^  lad.  cduma  ecc.  Il  verbo 
lad.  camar  (Kòrting^  2032),  fr.  chùmer,  can.  cornar  ecc.,  significa  or- 
dinariamente il  'meriggiare'  delle  gregge.  Il  dileguo  dell'in  di  du  è 
normale  in  sardo,  sempre  quando  si  presenti  un  u  nella  sillaba  susse- 
guente, come  in  centr.  mer.  pagu  'paucu',  centr.  sett.  larii  'lauru'  ecc., 
il  qual  fenomeno  fu  primamente  osservato  dall'Ascoli,  II  139.  L'esem- 
pio di  cama  sarebbe  il  solo ,  finora  notato,  a  presentare  il  dileguo 
dell'ti  neìVdu  non  seguito  da  altra  sillaba  con  m,  poiché  il  mer.  aràxi 
'brezza',  se  procede  da  aura,  il  mer.  caliscu  daccanto  a  cauHscic^ 
i  centr.  pamensile,  daccanto  al  mer.  'pomentu  =  *pau-pavinientu , 
disaùra  bonaùra  ecc.  (augùr-),  il  mer.  atòngiu  'antunno',  ecc.,  ri- 
salgono ad  AU  in  protonica.  Esiste,  è  vero,  un  centr.  sett.  tara 
'labbro'.  Ma  si  deve  presumere  che  sia  l'antico  plurale  di  '^laru  <= 
''Hauru  '^lavru  labru.  Perciò  sarà  prudente  di  sospendere,  per  ora, 
il  giudizio  definitivo  sull'etimologia  o  sull'evoluzione  di  cama.  —  Com- 
posto mer.  raeicdma  'meriggio,  caldana',  nella  cui  prima  parte  sarà 
da  riconoscere  l'antico  me[d]iu. 

mer.  cantréxu,  centr.  cantérzu,  algher.  cantélgiu,  'guan- 
cia'. —  Queste  forme,  come  già  vedeva  il  Guarnerio  in  Rom.  XX  62, 
postulano  una  base  *cantériu,  lat.  canthériu,  gr.  y-xw^rilioi;,  'trava- 
tura del  tetto  '.  Secondo  il  significato  etimologico  del  vocabolo  sardo, 
la  guancia  sarebbe  dunque  il  sostegno,  la  travatura  del  capo.  Il  Guar- 
nerio  preferisce   scorgervi  'la   sponda   dei   denti,   il   parapetto   della 


484  Nigra, 

bocca',  e  rettamente  compara  il  sardo  com.  barra  'guancia'.  —  Il  ri- 
flesso gallurese  è  feminino:  cantèggliia.  —  Circa  la  desinenza  merid. 
^réxu^  V.  s,  padrarzu. 

mer.  cardiga  'graticola'.  —  Da  craticula,  come  origa  da  au- 
ricula.  Con  diversa  icfetatesi,  il  centrale  ci  dà  cadrija.  Da  codesti 
sostantivi  parrebbero  provenire  il  merid.  cardiggidi  è  il  centr.  car- 
diare^  'arroventare'.  Ma  il  centr.  càrdia^  'ferro  rovènte',  sarebbe  al- 
lora un  deverbale. 

mer.  claviglia  'cavicchia'.  —  È  un  notevole  riflesso  popolare  di 
clavicula,  per  la  conservazione  del  l  del  nesso  iniziale;  v.  Kòr- 
ting2  204.5. 

centr.  e  od  le  'rimasuglio'.  —  Riflette  un  cedale  da  còda.  E  la 
coda  è  usata  qui,  come  spesso  altrove,  nel  senso  di  estrema  parte; 
cfr.  i  centr.  coizza  'estremità,  co?>«re 'tralasciare',  quasi 'lasciare 
in  coda'. 

mer.  e  oberai  'riscuotere'.  —  Da  recuperare,  taciuto  il  re-  che 
pareva  superfluo.  Il  corrispondente  centr.  è  coberare  cobrare  'esi- 
gere, acquistare'. 

centr.  coinzòlu  'cofanello'.  —  Per  via  di  '^coviniòlu,  risale  a 
*cophineólu  da  cophinu,  gr.  xo-^ivo;. 

sett.  coisdica  'cutrettola'.  —  La  prima  parte  di  questo  compo- 
sto, coi-,  equivale  a  '^codi-  (cf.  mer.  coixedda  'codicella',  centr.  coizza 
'estremità'  s.  coale),  e  -sdica  dovrà  riferirsi  al  sett.  saicd,  centr. 
saigare,  'barcollare  muovere'.  Il  composto  sarà  dunque  un  sinonimo 
dei  tose,  codilrèmola  batticoda,  novar.  tremacùa^  fr.  branlequeue  ho- 
chequeue,  Berry  batqueue,  Salerno  guigneqiieue,  ecc.  Negli  equiva- 
lenti centr.  sett.  culisaida  culisdlida  la  prima  parte  del  composto  pro- 
viene da  cula  (cfr.  centr.  cidifùrriu  'culbianco',  culilàghe,  mer.  culu- 
lùxi,  'lùcciola',  ecc.);  la  seconda  parte  -sdlida  -salda  avrà  per  base 
sai-io,  come  già  congetturò  il  Mussafia  in  Baitr.  110  n. 

centr.  mer.  coja  'maritaggio'.  —  Deverbale  di  cojdi  mer.  'spo- 
sare', che  rispecchia  '^cojuare  da  conjugare.  Il  centr.  ha  anche  il 
masc.  coju  daccato  a  cojuonzo  'conjugio'.  Da  coja  deriva  il  mer. 
cojanza  'dónora'. 

centr.  cudre  'nascondere'.  —  Da  cubare.  Donde  il  deverbale 
cùa  'nascondiglio',  dimin.  cuetta  id.  Altro  derivato:  cuadórzu,  mer. 
cuadróxu,  quasi  *cubatoriu  'ripostiglio'.  —  Cfr.  Asc.  st.  crit.  127. 


Postille  lessicali  sarde.  485 

rner.  cui  li  'covile',  centr.  cuile  'ovile'.  —  La  voce  meridionale 
riflette  senza  dubbio  cubile.  Nei  centr.  cuile  'ovile',  euilarza  'pe- 
corile', si  può  chiedere  se  non  vi  sia  confluenza  di  cubile  e  ovile. 
Ma  i  verbi  centr.  acciaiare  accuiletlare,  mer.  acculidi^  'accovacciarsi' 
confermano  la  base  comune  cubile. 

centr.  cuynbessia  'loggia  tettoja  ricovero'.  —  Equivarrà  ad  un 
"^convessiva  da  combessii  =  convexu. 

centr.  disaùra  is tr aura  'sciagura',*  bonaùra  'fortuna'.  — 
Son  composti  dei  prefissi  dis-  ed  extra-  (e  dell'agg.  bona)  con  -aura 
=  acjura  (che  è  nelFit.  sciagura),  deverbale  di  augurare. 

centr.  esitale  'stivale'.  —  Hofmann  (p.  31)  riproduce  l'etimologia 
liei  Ducange:  a  e  stivai  e,  accettata  dal  Diez.  Ma  gli  stivali,  in  Sar- 
degna, come  nelle  altre  parti  d'Italia,  non  si  usarono  e  non  si  usano 
nell'estate,  salvo  da  chi  va  a  cavallo.  La  vera  etimologia,  come  fu 
dimostrato  in  XIV  299,  ci  riporta  a  strivale,  che  è  nel  mil.  valses. 
vs.  strival^  berg.  stridi,  va.  (Courm.)  estreval,  e  si  connette  coll'afr. 
estrief^  cat.  estreb,  sp.  estribo  ecc.,  'staffa';  cosicché  stivale  signtfica 
propriamente  la  'calzatura  per  la  stafi"a,  cioè  per  cavalcare'. 

centr.  falò r dia  'baldoria'.  —  Trasposizione  da  'Sfaldarla  per  bal- 
doria. Il  cangiamento  di  b  it.  iniziale  in  f  non  si  verifica,  di  regola, 
nel  centrale,  fuorché  nel  nesso  br-  :  frabu  '  bravo',  fruscu  'brusco',  ecc. 
Converrà  perciò  qui  ammettere  una  contaminazione  nel  suono  iniziale, 
che  ben  si  potrebbe  attribuire  all'equivalente  it.  falò. 

centr.  far  rase  a  'graflìatura'.  —  Metatesi  di  '""raffasca  per  *(jra^- 
fasca.,  della  stessa  radice  da  cui  proviene  l' it.  graffiare. 

mer.  fèngia  'invidia'.  —  Si  direbbe  forma  nasalizzata  di  ''^veggia 
[inveggia  Purg.  V  20).  Il  dileguo  dell' z  iniziale  si  produce  pur  nelle 
forme  nap,  e  sic.  'mmidia  (Arch.  Vili  114).  Per  v-  in  f-,  si  confron- 
tino: mer.  fascetta  -  vasc-,  fentana  °  vent-^  fianda  '  vivanda',  ecc.  E  per 
di  in  li,  pmw^m  =  prandiu ,  ecc. 

centr.  fentòmu  'nome'.  —  È  un  deverbale  di  feniomare  per  H^en- 
tomare,  metatesi  di  mentovare,  già  avvertita  da  Hofmann  118  e  Beh- 
rens  42. 

ferula  h arala  morula.  —  l  riflessi  di  queste  voci  latine  sono 
i  mer.  feùrra  aùrra  rneùrra  col  significato  originario  delle  corrispon- 
denti voci  latine  ;  ed  hanno  questo  di  particolare,  che,  oltre  l'inter- 
namento àeVCu  di  postonica  e  l'assimilazione  di  ri  in  rr,  patiscono  la 
progressione  dell'accento  (^féurla  feurra  feùrra).  —   Cfr.  s.  gioiva. 


486  Nigra, 

centr.  fi  amor  e  'amore'.  —  Risulta  dalla  fusione  di  fiamma  e 
amore;  cfr.  le  voci  italiane  studiate  dal  Caix,  St.  p.  199-203. 

mer.  fi  ancia  'pasta  per  cibo'.  —  Bevìvato  :  ^andéri  'vermicellajo' 
Daccanto  a  queste  forme  stanno  le  equivalenti,  col  v  iniziale  origi- 
i,'inario,  mer.  vianda  v'iandéri.  Da  vivanda;  sp.  vianda,  ecc.;  can. 
vianda  'minestra  di  farina'. 

mer.  filigrésu  -a  'parrocchiano  -a'.  —  È  manifestamente  l'equiva- 
lente sp.  feligrés^  con  cui  vanno  lo  sp.  feligrésia  'parrocchia'  ed  i  cor- 
rispondenti pg.  freguez  e  freguezia;  v.  Kòrting^  3753. 

mer.  flaca  fiacca  fraca  fracca  'fiamma,  frugnolo'.  —  Siri- 
sale  naturalmente  a  fa  e' la.  Ma  il  riflesso  diretto  di  fa  e' la  non  po- 
trebbe essere,  nel  mer.,  che  faga  (cfr.  ogu  origa  ecc.),  e  quello  di 
*flaca  o  flacula  sarebbe /?a_5ra  o  fraga  (cfr.  frigàri  =  f ricare,  ecc.). 
Crederemo  perciò  clie  flaca  fiacca  sia  la  metatesi  di  un'  antica  forma, 
metatetica  alla  sua  volta,  cioè  di  *falca,  la  sorda,  scempia  o  gè 
minata,  accusando  l'antico  nesso  liquida  +  esplosiva.  Si  confrontino  i 
merid.  craccdi  calcare,  croccai  corcare,  pruppa  polpa,  pruppù  polpo, 
prappónis  tastone  'palpone',  strobbài  disturbare,  centr.  isdrobbare, 
centr.  frobbire  forbire  ;  ecc. 

centr.  fraile  'fucina',  fraigdre  'fabbricare'.  —  La  prima  voce 
sta  per  */7"ayi/e  =  fabriie,  la  seconda  per  *fravìgare  =  io.hvìcdive: 
entrambe  col  dileguo  di  v  (da  b),  riuscito  tra  vocali.  Cosi  frdu  'fab- 
bro' sta  per  *//'aww  =  fabr u.  Da  fraile  provengono  frailare  'fuci- 
nare' e  fraildrzu  'ferrajo'. 

centr.  mer.  franca  'artiglio'.  —  Coincide  con  l'it.  branca,  per 
via  di  BR-  in  //'-,  come  in  questi  dialetti  frequentemente  occorre. 
Deriv.  centv.  affranchiar e  (anche  affranciare)  'abbrancare'.  Ma  si  di- 
staccano i  mer.  ferranca,  farrunca,  'zampa,  branca'. 

centr.  f randa  'grembiale'.  —  Sta  per  fralda  (che  è  nel  porto- 
ghese), dissimilato  da  fald'la,  dimin.  di  falda  'grembiale',  come  il  sardo 
frunda  sta  per  *fund'la  dimin.  di  funda  (v.  flaca).  Il  significato  di 
falda  è  veramente  'grembo',  come  appare  dalle  correspondenti  voci 
piem.  can.  monf.  sic.  aprov.  fdada,  queir,  fdudo,  va.  fada,  afr.  faude, 
sav.  foda  ecc.,  donde  piem.  fauddl,  can.  faudèr,  sic.  fadali  fodali  ecc., 
'grembiale'.  Il  vocabolo  centr.  sarebbe  perciò  qui  usato  in  senso  esten- 
sivo. Per  il  cangiamento  di  /  in  n,  cfr.  il  sic.  fantali  'grembiale'. 

mer.  frandig di   'lusingare'.    —    È*blandicare   nelle    veci    di 


Postille  lessicali  sarde.  487 

blandiri.  S'aggiunge  il  deverbale  francUgu  'carézza'.  Per  /)*-  da  bl-, 
BR-,  cfr.  s.  falordia  frastimai  franca.  —  Il  tipo  verbale  in  -icare  è 
singolarmente  vegeto  nei  dialetti  sardi.  Eccone  alcuni  altri  esempj  : 
mer.  appetigdi  'calpestare',  carrigdi  'calcare',  attittirigdi  'intirizzire', 
iinboddicài  'involgere',  sparigdi  'spajare';  centr.  affìnigare  'affinare', 
affortigare  'afforzare',  pudrigare  'putrefare';  ecc. 

centr.  fraóne  'ciambella'.  —  Rispecchia  un  *  flavone^  da  *  flavo, 
che  alla  sua  volta  procede  da  *fav'lu  dimin.  di  favu  'favo  di  miele'. 
Si  compari  il  tose,  flavo  che  sta  a  *favulu  come  fiaba  sta  a  fabula; 
e  l'art,  flaca.  Allato  a  fìavo,  occorron  nel  toscano  gli  equivalenti  fiale 
fuilone  fiadone. 

mer.  frastimdi,  centr.  -«re,  'bestemmiare'.  —  Ancora,  con  bl- 
[br-)  in  />-  (v.  frandigài),  il  solito  *blastemare,  propagatosi  per 
tutta  la  romanità  in  concorrenza  con  blasphemare  (Kòrting^  14G2). 

mer.  friargiu  e  fidrgiu  'febbrajo'.  —  È  freargm  negli  Statuti 
sassaresi,  del  sec.  XIV,  centr.  frearsu  frealzu,  sempre  col  dileguo 
del  h  diventato  intervocalico.  In  fiargiu,  l'ettlissi  del  primo  r  si  può 
insieme  ripetere  dalla  spinta  dissimilativa  e  dall'  influsso  di  gen- 
nargiu, 

mer.  fràngia  'frasca'.  —  Risale  a  ^frondea  da  fronde-;  cfr. 
mer.  prara_</m  =  prandi u.  Il  corrispondente  centr.  è  frunza  'verga'. 

mer.  gessa,  centr.  morighessa  [e  murig.)  'moro  gelso'.  —  Le  forme 
centr.  equivalgono  al  lat.  morus  e  e  Isa.  In  gessa  -ghessa  v'é  assimi- 
lazione del  nesso  ls,  come  in  mer.  mussórgiu,  di  cui  sotto.  Nei  ter- 
mini sardi  è  conservato  il  genere  feminino  della  base  latina. 

mer.  ghidni  'morello'.  —  Risale  a  cyaneu,  cioè  al  gr.  x-jàveo?, 
nel  senso  di  'ater,  fuscus'. 

centr.  gidgu  cazu^  varietà  di  Bitti  cracu,  'quaglio'.  —  La  prima 
forma  sta  per  '^clagu^  quasi  *cloagu^  per  la  solita  metatesi  del  l  di 
coagulu.  La  seconda  riflette  coagulu,  per  la  via  di  *ca^'«  ecc.  Nel 
cracu  di  Bitti,  è  strana  la  sorda  della  seconda  sillaba. 

centr.  giaìnpu  'salto',  giampare  'saltare'.  —  Mal  si  possono 
disgiungere  dagli  it.  zampa  zampare,  che  si  sono  ravvicinati  ai  germ. 
lapjpe  'zampa',  zappeln  'sgambettare'. 

centr.  gioiva  giorva  'laburno  fetido'.  —  Feminino  proveniente 
dal  pi.  di  ebìilum,  che  significa  però  un'altra  specie  di  pianta,  l'eb- 
bio. L'zf  attratto  ancora  dalla  tonica:  *ebula  *éulba^  e  con  progresso 
dell'accento:  '^eùlba,  donde  *iùlba  e  gioiva  (v.  l'art,  ferula  ecc.). 


488  Nigra, 

mer.  gurdoni  'grappolo'.  —  L'equivalente  centrale  hudrone  ci 
porta  manifestamente  al  lat.  botru  'grappolo'.  Per  la  forma  meri- 
dionale, si  deve  ricorrere  a  un  *-vudrone-^  cfr.  s.  bentruxu. 

mer.  imbovài  'aggirare,  gabbare'.  —  Il  significato  di  ''gabbare' 
procederà  dal  più  antico  'aggirare',  e  questo  ci  condurrebbe  alla 
base  bova  'serpente'  e  'traccia  tortuosa',  di  cui  furono  studiati  al- 
tri riflessi  neolatini  in  Ardi.  XV  279.  Da  *bovone  discenderà  poi  il 
centr.  imbuvonare  'abbindolare  sedurre'.  Il  centr.  e  mer.  bòveda 
^  volta'  non  sarà  poi  altro  che  l'equivalente  sp.  bòveda  (come  già  sup- 
pose Hofmann  p.  155),  avente  esso  pure  la  medesima  base. 

centr.  inghiriùngia  'panereccio,  pipita'.  —  E  una  giustapposi- 
zione di  inghiri  'intorno,  in  giro',  e  ùngia  'unghia',  o  dice  quindi 
etimologicamente  'intorno  all'unghia'. 

cexiiv.  jana  'fata'.  —  È  certamente  un  riflesso  di  Diana  (v.  Guar- 
nerio,  Rom.  XX  Q^,  n.  1)  ;  un  erudito  ricordo  della  mitica  dea  dei 
boschi,  che  si  perpetuò,  non  solo  nel  nome  popolare  della  stella  mat- 
tutina in  gran  parte  d'Italia,  ma  ben  anche  nelle  esclamazioni  per 
Diana,  per  Diana-Bacco,  ancora  in  uso  in  Piemonte,  Toscana  ed  al- 
trove. Proviene  da  Diana  pure  il  nap.  jandra  'versiera'  (Salvioni, 
St.  di  fil.  rom.  VII  221),  e  l'astur.  xana  'hada'  (Rom.  XXIX  376). 

centr.  laèra  'piastrella',  lain,a  'squaccheramento'.  —  Si  viene  a 
laéra  da  laverà,  e  la  base  n'  è  lava,  che  fu  studiato  in  Arch.  XIV 
284,  e  a  cui  risale  anche  l'istr.  laverà  laura  'muriella'.  —  La  stessa 
base  è  postulata  per  il  centr.  laina  '  squaccheramento',  da  un  anteriore 
lavina,  che  esiste  infatti  in  it.  prov.  ecc.,  col  significato  di  'frana'. 
Non  occorre  spiegare  la  relazione  logica  tra  i  due  significati.  Basti 
citare  il  piem.  can.  silicica  che  dice  'squacchera'  e  'scoscendimento'. 

centr.  lampalùghe  f.,  mer.  lampaluxi  m.,  'barlume'.  —  Composto 
di  lampa  e  lughe,  lampa  e  liixi  ^. 


*  [Sarà  veramente  un  beli' esempio  di  composto  nominale  di  due  impe- 
rativi (tipo  saliscendi)',  quasi:  '  balena-riluci' ;  cfr.  M.-L.  rg.  II  582.  Qui  non 
si  può  trattare  delTindicativo,  che  darebbe  lampat  ecc  ;  né  di  due  sostan- 
tivi, poiché  nel  sardo  non  c'è  il  sostantivo  lampa;  e  il  diverso  genere  del 
composto  (fem.  nel  centr.,  masch.  nel  mer.)  conferma  che  lughe  luxi  non 
sieno  in  concezione  nominale.  • —  Il  Guarnerio,  da  me  consultato,  aveva  an- 
ch'egli  avuto  lo  stesso"pensiero  intorno  a  questo  composto;  al  quale  ag- 
giunge, come  di  doppio  imperativo:  mer.  fai  s'andebéni  {Q.\\à'-<ìi-\Q.x\\)  'far 


Postille  lessicali  sarde.  489 

mer.  lèa  'zolla'  —  Rillesso  di  gleba,  con  aferesi  deila  gutturale 
dinanzi  a  l  (v.  lobu)  e  dileguo  del  v  (da  h)  intervocalico  (v.  Kòrt.- 
426r3);  cfr.  centr.  creva.  Altre  forme  della  stessa  base:  leòsu  glebosu, 
leàda  'solco  piovano',  leura  dimin.  di  téa,  collo  stesso  significato, 
donde  il  verbo  leurdi  'romper  le  zolle',  leurósu  *glebulosu.  Dac- 
canto a  lèura^  v'è  in  mer.  l'equivalente  leòra^  con  progresso  dell'ac- 
cento tra  vocali  attigue,  come  in  centr.  liéru  libéru,  mer.  feùrra 
ecc.,  V.  s.  ferula. 

mer.  léggiu  'brutto'.  —  Riviene  a  *laidiu,  cfr.  sicil.  Ididu  Iddiu; 
ed  è  notoriamente  l'agerm.  laid,  aat.  leid  (Mackel  117,  Kòrting^  5392). 
Per  é  da  di  si  compari  il  sardo  com.  legu  =  laicu.  Occorre  anche  il 
verbo  derivato,  con  s  intensivo,  sleggidi  'sfilgurare,  sformare'. 

centr.  limetta  'animella',  —  Per  ammetta^  con  aferesi,  e  dissi- 
milazione di  n  in  /,  come  nel  tose,  alma,  ecc. 

centr.  lobu  'laccio',  lobare  'accoppiare'.  —  Stanno  per  *clobii 
-are,  metatesi  di  *cop7M  =  copulu  -are.  Altre  forme  della  base 
stessa:  centr.  clobare  'accoppiare',  mer.  croba  crobare,  centr.  gioba 
giobare  'coppia  accoppiare',  centr.  loba  'gemello',  giobu  'cappio'. 
L'aferesi  della  gutturale  dinanzi  a  l  è  fenomeno  non  raro  nei  due  dia- 
letti. Cosi:  centr,  lande,  mer.  Idndiri  glande;  centr,  lómpere  mer. 
-iri  'giungere,  maturare' =  *cfó/wpere  metatesi  di  compiere  con 
regresso  dell'accento;  e  nella  nostra  serie:  lea  lórumu. 

centr.  mer.  Ione  'coreggia,  guinzaglio'. —  Riflesso  intatto  del  lat. 
loru.  Deriv.  centr,  loramenta  'ordigno  di  cuojo  che  si  attacca  al  ti- 
mone dell'aratro'. 

centr.  lórumu  'gomitolo'.  —  È  metatesi  àx*lómuru,  Asc.  II  424, 
e  risponde  al  mer,  lòniburu  con  aferesi  di  g  (per  l'aferesi,  v.  lobu 
qui  sopra,  e  per  ^mb-  da  ^m-  in  simil  tipo  proparossitono,  Caix  St, 
631,  Asc,   I  309),    Gli   equivalenti  tose,  ignòrnmero  (Caix  339),  nap. 


cilecca',  e  come  d'imperativo  reiterato:  mer.  suisvi  (didu  suisùi)  'pane- 
reccio'. E  aggiunge  ancora,  come  esempio  di  doppio  imperativo  in  fun- 
zione avverbiale:  centr.  abbericunza,  mer.  -cuìigia  'aperi-cunea'  (laxare 
sa  porta  abbericunza,  'in  maniera  mezzo  aperta'),  e  di  imperativo  reite- 
rato, nella  stessa  funzione:  centr.  islare  fui  fui  'fuggiacchiare',  il  quale 
esempio  entra  in  serie  coi  'frequentativi'  considerati  dallo  Spano,  ort.  I  161, 
e  trascurati  dai  comparatori.  —  Allato  al  centr.  fui  fui,  lo  Spano  ha  nel 
vocabol.  un  mer.  fuis  fuis,  che  sembra  di  seconda  d'indicativo.  —  G.  I.  A.]. 


490  Nigra, 

(jliuómmero,  rum,  pi.  ghemuri,  autorizzano,  anche  per  le  voci  sarde,  la 
base  *glomuru  per  glomere  (con  -e-  in  -u-  dopo  cons.  labiale,  e 
col  solito  cangiamento  di  declinazione),  anziché  quella  di*glomulu. 
Da  lòrumu  procedono  i  verbi  centr.  lorumare  '  rotolare  ',  allorumare 
'aggomitolare',  e  la  dizione  lòruma-lòruma  'rotoloni'. 

mer.  luiri^  centr.  luire^  'riscattare'.  —  Dal  lat.  luére,  con  pas- 
saggio alla  conjugazione  in  -ire;  se  pure  non  procede  direttamente 
dall'equivalente  it.  reluire  con  abbandono  del  re-,  stimato  superfluo 
(v.  Spano,  Ort.  sarda,  §  121). 

centr.  lùttiu  'gocciolo'.  —  Rappresenta  un  tema  *glutti  u  ,  come 
si  deve  presumere  dal  pi.  glutla  (■=  guttula)  'grondaja'  del  Codex 
Cavensis  (Arch.  XV  844),  e  dagli  it,  ghiozzo,  ven.  giozo  (v.  Pieri, 
Arch.  XV  213),  con  i  quali  ultimi  il  vocabolo  sardo  ha  comuni  il  si- 
gnificato e  la  formazione.  Per  il  dileguo  del  g  di  gì-,  v.  lobu. 

macula  —  Col  significato  di  'maglia'  risponde  a  codesta  base  la- 
tina, nei  varj  dialetti  sardi:  maglia,  cioè  la  comune  voce  italiana.  Le 
voci  sarde  per  significar  'macchia',  sono  all'incontro:  1.°  centr.  mer. 
màcula,  centr.  indgula,  che  non  abbisognano  di  spiegazione;  2.''  centr. 
mdija  '  macchia  di  piante  ',  conja  =  e  '1  a,  come  nel  centr.  oju  da  o  e  '1  u  ; 
3.'^  mer.  ìnarga  'macchia',  metatesi  di  '^magra  ■=  *macla,  da  compa- 
rarsi coi  centr.  ogni  (marghinese),  oglu  -■=  oc'lu.  Nel  centr.  vi  è  anche 
il  verbo  margulare  maculare.  Il  centr.  e  mer.  mància  'macchia'  è 
voce  spagnuola  (mancha). 

malva.  —  Al  lat.  malva  rispondono  gli  equivalenti  mer.  narba 
narbedda  narbónia^  centr.  narmizza,  con  m  iniziale  dissimilato  in  ??, 
come  in  rum.  nalbà,  ven.  nalba.  Il  centr.  ha,  col  significato  di  'malva- 
vischio':  parm«mcMprammamcM;  e  il  sett.  ho.  palmuz za  col  senso  di 
'malva'.  I  centr.  parma  pramma  significano  palma,  e  -riseti  sta  per 
vriscu,  metatesi  di  '^viscru  '^visc'lu  =  ìt.  vischio  dimin.  di  ibis  cu.  Si 
avrebbe  dunque  in  parmariscu  il  riflesso  etimologico  di  palma-vischio., 
comunque  sia  poco  percettibile  l'analogia  tra  il  'malvavischio'  e  la 
'palma'.  La  confusione  fu  probabilmente  agevolata  nel  linguaggio  po- 
polare dalla  facile  metatesi  di  malva  in  '^valma  (cfr.  ment.  varma 
'malva'). 

mer.  mascu^  centr.  masciu,  'ariete'.  —  Propriamente  'masc'lu'. 
Il  vicentino  masco  significa  invece  il  'verro'.  Questi  diversi  signifl- 
cati  di  'maschio'  confermano  la  spiegazione  del  piem.  bi/ro  (fr.  dial. 
beroù),  'ariete',  che  si  fece  risalire  a  verro  in  Arch.  XIV  356. 


Postille  lessicali  sarde.  491 

mer.  meri  'padrone  -a',  centr.  ine  re  'padrone'.  —  Da  major. 
Per  la  riduzione  della  figura  nominativale,  si  confrontano  opportuna- 
mente mer.  sorrt,  centr.  sorre,  soror.  E  per  e  da  aj,  v.  qui  sopra, 
s.  laggiù  è  legu.  In  queste  due  voci  1'  e  non  è  però  accompagnato , 
nel  dizionario  del  Porru,  da  alcuna  notazione  che  ne  determini  il 
suono,  mentre  sotto  meri  è  espressamente  detto,  che  l'è  è  'claru', 
cioè  aperto. 

mer.  mongili  'soggolo'.  —  Quasi  'monachile',  da  mangia  'mo- 
naca'. 

mer.  mungetta,  centr.  monzetta^  'chiocciolina.  —  Quasi  'mona- 
chella', perchè  rinchiusa  nel  guscio.  GQniv.monzu  'chiocciola',  moaza 
de  domo  'testuggine'.  Così  in  Linguadoca  mounjo  moimjetto,  e  in 
Provenza  mourgueto  ecc.  son  nomi  di  varie  specie  di  helix  (v.  Rolland, 
Faune  pop.  III).  E  già  lo  Spano  rimandava  a  tapada  (v.  più  in  là). 

mer.  murigdi,  centr.  morigare,  'rimestare'.  —  Come  indica 
l'allotropo  mer.  romigài  'ruminare',  queste  forme  procedono,  per  me- 
tatesi reciproca,  da  rumi  gare.  I  deverbali  mer.  mùriga^  centr.  mo- 
riga^  significano  'marra  del  calcinajo'. 

mer.  mussórgiu,  centc.  mussórzu ,  'secchione  per  mungere'.  — 
Sono  riflessi  di  *mulsGriu  da  mulgere.  Daccanto  al  centr.  mus- 
sórzu^ lo  Spano  riferisce,  con  egual  significato,  i  mer.  ìnussorxu  e  mu- 
stroxu.  Il  primo  di  questi  vocaboli  è  scritto  certamente  per  tnussòr- 
giu.  Il  secondo,  se  la  grafia  è  giusta,  dovrebb' essere:  *mussroxii 
(v.  s.  padrarzu),  con  la  naturale  epentesi  tra  la  sibilante  sorda  e  r. 

mer.  óbia  'incontro',  obi  di  'incontrare'.  —  Dal  lat.  obviam  ob- 
vi are.  La  forma  nominale  obja  occorre  in  piem.  collo  stesso  signi- 
ficato (v.  Arch.  XIV  372).  Ma  non  sono  ben  chiari  i  centr.  abboja 
'incontro',  abbojare  e  coviare  'incontrare'.  Il  e  dell'ultima  forma  è  ri- 
tenuto da  Hofmann  (p.  119)  come  prostetico. 

centr.  padràr zu,  mev.pardàxu  'guardaboschi,  campajo'.  —  Le 
due  forme  rispondono  a  *pratariu  da  pràtu,  che  si  rispecchia 
nel  centr.  padru  e  nel  mer.  pardu.  S'ha  in  entrambe  la  metatesi  del  r 
di  pratu.  Ma  nella  forma  mer.  v'è  inoltre  il  dileguo,  per  dissimilazione, 
del  secondo  r  di  *pratariu.  —  Com'è  noto  (Asc.  II  137  139),  lo  R.r 
di  -ario  ecc.  è  rz  nel  centrale  e  rg  nel  meridionale  {bennàrzu  gen- 
ndrgiu  gennajo;  ferzo  fergiu  ferie;  ecc.).  Ma,  data  la  metatesi  o 
l'ettlissi  del  rispettivo  r,  nel  merid.  si  rimane  col  suono  che  l'ortogra- 
Archivio  g-lottol.  ital.,  XV.  33 


492  Nigru , 

fia  indigena  rende  per  x;  cosi:  cróxu  coriu,  porcdxu  porca  [r]  in, 
■partòxa  parto[r]ia;  ecc. 

centr.  mer.  parlerà  'puerpera';  mer.  'ajuola'.  —  Il  centr.  mér. 
partera  'puerpera',  quasi  *part[u]aria  'quella  del  parto',  non  può 
essere  voce  indigena,  poiché  i  dial.  sardi  vorrebbero  parlar  za  ecc. 
Lo  sp.  partera,  legittimo  riflesso  di  parlarla^  significa  'levatrice', 
che  è  ancora  'quella  del  parto'.  Gli  equivalenti  centr.  partórza^  mer. 
piarlòxa^  ci  porterebbero  a  un  singolare  *partoria.  Gìvcdk  parlòxa, 
V.  ancora  l'articolo  che  precede.  — WmeT.  parlerà  'ajuola'  altro  non 
sarà  clie  il  fr.  piarterre. 

mer.  pedrbu  'balzano  al  piede'.  —  Quasi  '^piè-alho  da  p  e  de  e 
albu.  Altri  composti  con  -alba:  mer.  coàrhu  'balzano  alla  coda', 
cambarbu  'alla  gamba',  corrarhu  'alle  corna',  facciarbu  'alla  faccia, 
sfacciato  ',  fiancarbu  '  al  fianco  ',  genugarbu  '  al  ginocchio,  pizzarbir 
'al  muso';  e  inoltre:  spinarbu  'biancospino',  linnarbn,  centr.  fustialvii^ 
'pioppo'  (legno  albo,  fusto  albo). 

mer.  peùdu  'granchio'.  —  Risponderà  ad  un  'Spedato,  e  il  gran- 
chio dovrà  questo  nome  ai  dieci  zampini  di  cui  è  fornito.  Per  il  di- 
leguo di  d  protonico,  cf.  peùncu  'pedule',  p^a^urt  'piedestallo',  peada 
'pedata',  ecc. 

centr.  ranzòla  'gragnuola'.  —  Non  difierisce  dal  tose,  gragnuola. 
Il  g  iniziale  scompare  dinanzi  a  r,  come  in  centr.  ranu  'grano',  ràida 
^gravida'  ,  raltare  'grattare',  ecc.  (v.  Arch.  II  143,  IX  1345). 

mer.  rattu  'momento,  istante'.  —  Risalirà  a  rapidu,  come  l'agg. 
it.  ratto  'rapido'  (v.  Arch.  XV  121). 

céntr.  ruéddula,  sett.  rubeddula^  'girella'.  —  La  base  non 
difterirà  da  quella  del  piem.  rubata  'girella'. 

mer.  sciddi^  centr,  ischidare,  'svegliare'.  —  La  base  di  questi 
verbi  è  excitare,  anziché  *de-excitare  com'è  per  l'it.  destare, 
il  lomb.  dessedd  ecc.  (v.  Ascoli,  II  142). 

mer.  scovili  'graspo'.  —  Foggiato  su  scova,  per  la  rassomi- 
glianza del  'graspo'  colla  'scopa'. 

mer.  scrobdi  'disgiungere'.  —  Da  c/'oi« 'coppia',  per  *c^o^rt,  la 
nota  metatesi  di  *cobla  (copula),  col  prefisso  s- =  ex-: 

mér.  s^ah'iàz  'districare'.  —  Presupporrebbe  un  ingaUtdl  'intri- 
care', che  non  si  vede.  Siamo  veramente  a  una  metatesi  di  *galillarc 
Si  confrontino:  maat.  fé rr.  iagatUar  ' 'mtvìciire\  dasgattiar  e  dsgattiar 


Postille  lessicali  sarde.  493 

'districare'.  La  base  è  fjatla  nel  senso  di  'bruco';  e  i  derivati  allu- 
dono all'arrotolarsi  abituale  dell'insetto;  cfr.  vb.  an-  des-kaniljar  in 
Ardi.  XIV  353.  Il  mil.  iH^r/a^tó  passò  al  significato  di  'accalappiare'. 

mer.  singra  'femina  che  non  ha  figliato'.  —  Riflette  il  lat.  sin- 
gula.  Per  il  significato,  cfr.  sp.  salterò  -a  'nubile',  che  passò  pure 
nei  mer.  saltèri  sarteri,  f.  soU-  sortera  collo  stesso  significato,  ed  ha 
per  base  so  1  ita  ri  u. 

mer.  sjìindula  'zipolo'.  —  Da  spinula,  con  nf^  per  n  postonico 
in  voce  proparossitona.  Cosi  \x\  inndida  'pillola'  da  *pinnrila,  per 
dissimilazione  da  *pillula.  Cf.  Arch.  I  308,  311,  371  n.  6;. Muss. 
Romagn.  mund.  §  118;  perug.  colanda  (e  cristaldo),  Pap.  42. 

mer.  landa  'quota'.  —  Apparentemente  da  tanta,  sottintendendo 
parte,  corno  nel  corrispondente  quota. 

mer.  tapdda  'chiocciola'.  —  Vale  'tappata'.  Il  vocabolo  è  pure 
usato  nello  stesso  senso  in  Provenza  :  tapat  iapada  tapet  ecc.  (v.  Rol- 
land,  Faune  pop.  Ili),  e  nel  sic.  di  Palermo:  m.  attupateddii  che  ha 
il  significato  proprio  di  'chiocciola  sigillata  nel  suo  guscio'.  Cf.  s. 
mungetta. 

centr.  testile  'coccio'.  —  Ha  per  equivalente  il  mer.  tistivillii,  già 
rilevato  dal  Caix  (St.  61),  e  comparato  col  tose,  stoviglia,  che  fu  fatto 
risalire  dall'Ascoli  è  dallo  stesso  Caix  ad  un  pi.  *t  estui  li  a,  da  te- 
stu  della  4.-'^  declinazione.  Il  centr.  testile -può  essere  foggiato  sul  sing. 
*testulle  con  dileguo  di  u  dinanzi  ad  ^  tonico;  ma  può  anche  avere 
per  base  testa  o  testu  della  2.-'  deci,  ed  equivalere  ad  un  presunto 
vi.  *te stile.  —  Daccanto  al  tose,  stoviglia  si  trova,  pur  con  l'aferesi, 
l'equivalente  lucch.  masc.  stivillio. 

mer.  lira  'striscia,  lista'.  —  Sostantivo  deverbale  da  tirare'^  cfr. 
frc.  tire  '  rangée  '. 

mer.  tumbu  'timo'.  —  Risponde  a  thymu;  ma  risalirà  a  *tu- 
mulu,  V.  Arch.  I  309  n,  II  424. 

mer.  vasidi  'vuotare'.  —  Denominativo  da  vacTvu.  Sono  voci 
identiche  i  can.  loas'if  zcas'ivar  '  vuoto  vuotare  ',  fr.  vassive,  prov.  va- 
civo^  VA  vey s'iva,  can.  icas'iva,  'non  pregna',  e  simili,  sulla  cui  for- 
mazione veggasi  Horning  Zeitschr.  XXI  460. 


NOTE  ETIMOLOGICHE  E  LESSICALI. 


e.  NIGRA. 


Quinta  serie  (v.  voi.  XV,  p.  275-302). 


1 .  — ■"  it.  armellino  ^  albicocco  ',  ven.  a r  m  e l  i  h  *  albicocca  '. 

Forme  dissimilate  di  "armenino,  da  Armenia ,  che  è  il  pre- 
sunto luogo  di  provenienza  di  quest'albero,  e  gli  diede  anche  il 
nome  scientifico  prunus  armonia  e  a  (Lin.).  Cfr.  gli  equiva- 
lenti it.  armenico,  meliaco,  umiliaca,  armeniaca,  bresc.  romi- 
gnaga  =  3iVm.eiiiàca,  piem.  can.  armunan,  ecc. 

2. —  mil.  hottùm  'cocci,  rottame'. 

11  Salvioni  in  'Studi  di  fil  rom.'  VII  225,  spiegò  boitùm  come 
forma  dissimilata  da  *bùiùm  proveniente  da  òùtd  'buttare'.  Ma 
la  base  di  boitiÀm  è  il  mil.  bott  'coccio',  a  cui  s'è  aggiunto  il 
suffisso  di  collettività:  -urne.  Dunque  bott  'coccio'  e  bottilm  'ac- 
cumulazione di  cocci'. 

3. —  bellun.  bulista  'scintilla',  f olisca  'favilla'. 

Entrambe  le  forme  risalgono  a  *favillisca.  In  bulista,  ol- 
tre l'aferesi  della  prima  sillaba,  vi  è  passaggio  di  i  in  u  per 
l'attiguità  della  consonante  labiale,  come  nell'  it,  favolesca. 

4. —  altit.  burar  bo'rar,  fr.  bourrer,  prov.  bourrà  ecc.; 
altit.  bórrer  ecc.  (v.  Schneller,  Siidtir.  119;  Schuchardt,  Rom. 
et.  II  132,  Zeitschr.  XXIV  417);  lomb.  bori  ecc.  (v.  Mejer- 
Lùbke,  Zeitschr.  XX  529)  \ 


*  Etimologie  proposte:  da  Schneller,  aat.  purjan  piirjen purren;  da  Meyer- 
Lùbke,  aat.  burian  'erigere'  (etimologia  approvata  anche  da  A.  Thomas, 
Rom.  XXVIII  175);  da  Schuchardt,  onomatopea  gemi,  burr  !  purr  !,  usata 
per  fugare  uccelli,  insetti  ecc.,  donde  le  forme  verbali  burren  piirren. 


Note  otimologiche  e  lessicali.  495 

Il  verbo  che  qui  si  riprende  in  esame,  dopo  le  ricerche  degli  au- 
tori precitati,  ci  si,  presenta  in  Francia,  in  Provenza,  nell'Alta  Ita- 
lia ',  sotto  le  spoglie  delle  tre  conjugazioni  neolatine  -are  -ire -ère. 

A. are:   fr.   bourrer   'pousser  la  bourre  dans  le  bàt,  la 

selle  etc,  dans  les  armes  à  feu;  reniplir,  presser;  poursuivre  le 
gibier  à  poil,  se  dit  des  chiens  courants^;  enlever  du  poil  à  un 
lièvre,  se  dit  du  chien  qui  saisissant  un  lièvre  lui  enlève  du 
poil  (Alberti,  Littré);  maltraiter'; — prov.  dourrd  bouìrl  boulà 
M)ourrer  le  bàt,  le  fusil  etc;  remplir,  pou«ser,  serrer  de  près, 
charger  l'ennemi,  exciter  le  cliien,  maltraiter';  —  gin.  bourrer 
*pousser  rudement  après  soi';  —  pieni,  bure,  can.  burar,  'ab- 
borrare;  spingere  la  borra  nel  fucile;  pressare;  istigare;  per- 
seguitare; rintracciare  e  inseguire  la  selvaggina  da  pelo,  e  di- 
cesi dei  segugi,  e  quindi  squittire,  scagnare';  — mant.  borar  'dar 
sotto,  scovare  la  selvaggina';  —  trent.  burar  'cozzare';  —  de- 
verb,  piacent.  dà  la  borra  'scovare';  —  con  .9  prefisso:  it,  sbor- 
rare, piem.  sbiiré,  can.  s'burar,  'cavar  la  borra;  buttar  fuori'; 
can.  'sdrucciolare;  ejaculare',  che  è  di  molti  dialetti;  piem.  'sco- 
var la  selvaggina';  —  trent.  sòorar  'sventare';  — mil.  sborà 
•lo  stesso  che  sborl  v.  ;  —  con  altri  prefissi,  it.  abborrare^  ùn- 
■borrare,  'empir  di  borra';  prov.  abourrà  =  bourrà  ecc. 

B. ire:  mant.  ven.  borir  barir  'dar  sotto,  scovare  e  inse- 
guire la  selvaggina';  —  lomb.  ferr.  romagn.  bori  'spingere,  scac- 
ciare, pressare,  incalzare,  inseguire  la  selvaggina';  ferr.  'assalire, 
slanciarsi,  sgridare,  adirarsi';  —  mil.  coni,  'schiattire';  romagn. 
'garrire';  bresc.  'abboccare',  dicesi'dei  levrieri;  —  boi.  burinr 
abburrir  (daccanto  a  buriar,  Schuchardt)  'rincorrere,  dar  sotto, 


^  Lo  Schuchardt,  nelle  'Rora.  et.'  qui  sopra  citate,  adduce  anche  lo  sp. 
«.burrir  'molestare ',  G  il  l^^-  burrada  'colpo*. 

^11  barrare  h  proprio  dei  cani  da  seguito,  e,  per  tutto  il  territorio  da  noi 
esplorato,  principalmente  dei  segugi,  che  abbajando  rintracciano  e  rincor- 
rono la  selvaggina  da  pelo.  Malgrado  le  testimonianze  di  certi  dizionarj, 
non  si  dice  barrare  un  uccello,  se  non  impropriamente  e  per  estensione. 
Il  cane  da  fermo  non  deve  barrare,  e  se  borra  è  punito:  «Un  chien  d'arrét 
èowrre  quand  il  cherche  à  prendre  le  gibier  après  1' avoir  arróté...  C'est 
une  gròsse  faute  qui  mèrito  une  so  vére  punition„;  La  Citasse  moderne, 
-Paris,  Larousse,  1900,  s.  v. 


496  Nigra, 

assalire';  —  fi'iiil.  &ì«y 'scovare';  —  con  .<?  prefisso:  mant,  sho- 
rir  'rincorrere';  ven.  'sbucar  fuori';  berg.  sbori  sbùri,  gen. 
shurrl  'cacciare,  incalzare,  inseguire';  mil.  5&on  ^prorompere  ; 
scoppiare;  sbottare'; —  ven.  vie.  can  da  hurr'lda  'segugio'; 
bo?nda,  sborida,  'rincorsa';  mil.  'scacciata'^. 

Anche  in  frane,  e'  è  il  verbo  Ijourrir,  afr.  butHr,  che  il  Dict. 
gén.  spiega:  «se  dit  des  perdrix  qui  partent  de  gayeté...  ou 
d'elles  mémes»,  e  ancora:  «  fai  re  bruire  ses  ailes  (en  parlant 
de  la  perdrix),  en  prenant  son  voi  »  ;  nelle  quali  spiegazioni  ap- 
parirebbe un  significato  quasi  di  controsenso,  sia  perchè  si  tratta 
di  selvaggina  da  piuma,  sia  perchè  si  indica  il  rumore  delle  ali 
della  pernice  che  si  leva  da  sé,  senza  essere  barrata. 

C. —  -ere:  trent.  bórrer,  bresc.  bórer,  'dar  sotto,  scovar  la 
lepre;  bociare';  —  valses.  buri  *  dicesi  del  segugio  quando,  sen- 
tita al  fiuto  la  fiera,  schiattisce  e  la  leva  del  covo'  (Tonetti); 
s'aggiunga:  *e  l'insegne';  —  piac.  boì^r  'scovare,  sfrattare;  — 
berg.  sbori  'scacciare';  mil.  bor,  lo  stesso  che  lomb.  bori,  v. 
s.  ;  ecc.,  cfr.  Schuchardt,  1.  e. 

Tutte  queste  forme  accennano  ad  una  provenienza  comune.  E 
verosimile  che  il  verbo  originario  appartenesse  alla  conjuga- 
zione  in  -dre,  donde  sarebbe  passato,  in  varj  idiomi,  alla  conju- 
gazione  in  -ire.  Le  due  forme  si  trovan  talora  convivere  nello 
stesso  idioma  (mant.  mil.  ecc.).  Le  forme  spettanti  alla  conjuga- 
zione  in  ^ere  sono  probabilmente  dovute  a  spinta  analogica,  che 
qui  sarebbe  quella  di  kurr  kure  kuri,  daccanto  a  kurir,  'cor- 
rere', come  accadde  ad  altri  riflessi  dialettali  di  verbi  originaria- 
mente uscenti  in  -ire,  p.  e.  a  quelli  di  bollire  aprire  ecc. 

La  genesi  del  significato  ci  appare  questa:  'calcar  la  borra 
nel  basto  ecc.';  quindi  'pressare  spingere',  poi  'inseguire'  e 
'inseguire,  scagnando,  l'animale  da  pelo'.  Da  questi  si  possono 
facilmente  dedurre  gli  altri  significati:  'eccitare,  slanciarsi, 
assalire,  maltrattare,  cozzare,  squittire,  garrire'^,  ecc. 


'  L'imol.  e  boi.  d'burida  'di  primo  volo,  di  volo',  è 'detto  per  estensione. 
li  significato  proprio  è  'di  primo  slancio',  <  come  fa  il  cane  volendo  assa- 
lire» (Ferrari,  voc.  boi.);  cf.  urbin.  tire  d'hurita  'tirare  senza  mirare'. 

*  Il  significato  di  'squittire'  ecc.  è  implicito  nella  glossa  di  Papias:  burrit 
'vox  belluae'. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  497 

E  si  risalirà  dunque  al  tema  borra  burra.  L'azione  dell' im- 
porrare spiega  a  sufficienza  il  passaggio  a  'calcare,  spingere'; 
onde  'inseguire'.  Sia  poi  lecito  notare  (senza  trarre  alcuna  ar- 
gomentazione da  questa  coincidenza)  che  la  selvaggina  horrata 
è  soltanto  quella  vestita  di  borra. 

5. —  it.  cacchione  'larva  dell'ape,  e  del  verme  di  mosca'. 

In  Arch.  VII  518,  l'it.  cacchio  'bottone  o  primo  tralcio  delia 
S'ite'  fu  fatto  risalire  dall'Ascoli  al  lat.  catulu.  Ora  cacchione 
è,  in  etimologia,  la  stessa  parola  con  suffisso  accrescitivo.  In 
Arch.  XIV  279-81,  si  è  dimostrato,  con  numerosi  esempj,  come 
i  nomi  del  'gatto',  e  anche  quelli  del  'cane'  (fr.  chenille  *  ci- 
niglia', mil.  cagnon  'cacchione,  baco')  siano  adoperati  nei  paesi 
romanzi  per  significare:  1."  varie  specie  di  bruchi,  2."  l'amento 
di  certi  alberi  e  gli  alberi  stessi  che  lo  producono  ^. 

6. —  Ancora  l'it.  carpo  ti  e. 

La  provenienza  di  carpone  dall' aat.  krapfo,  neoted.  krappe^ 
'branca  artiglio',  con  cui  fu  pure  connesso  il  fr.  crapaud,  data 
in  Arch.  XV  281,  trova  un  appoggio  nel  frinì,  in  grapp  che  si- 
gnifica egualmente  'carpone',  ed  è  confermata,  quanto  al  signi- 
ficato, dall'equivalente  dizione  di  Valverzasca  a  sciat  {sciai  'ro- 
spo'), e  dal  com.  andà  a  ranon  'carpone'  (Monti),  dove  il  ra- 
non  dirà  pure  'rospo'. 

Questi  due  ultimi  vocaboli,  sciat  e  ranon^  suggeriscono  il  pen- 
siero che  l'it.  carpone,  il  piem.  fjrapuh  o  il  friul.  grapp,  ab- 
biano una  stretta  connessione,  non  solo  rispetto  all'origine  eti- 
mologica, che  è  evidentemente  comune,  ma  an(^he  rispetto  al  si- 
gnificato specifico,  con  il  fr.  crapaud.  La  dizione  italiana  andar 
ca7'pone,  carpare,  equivarrà  non  soltanto  a  caminare  colle  zampe, 


*  Alle  voci  ritenuto  in  Arch.  XIV  279,  si  possono  aggiungere:  1."  friul. 
giàte  'larve  di  alcune  farfalle,  e  certi  insetti'  (Pirona);  còrso  malmignatto 
'specie  di  aracnide'  (Tommaseo,  Canti  pop.  corsi  73  n);  2.°  friul.  giàtid 
ver.  gatoler,  'salix  caprea';  friul.  tningule  'amento',  vallon.  minon-sa  ' saule 
marseau';  svizz.  rom.  menet^  f.  minetta,  'gatto  -a',  ed  'amento  di  salice'; 
istr.  kadela  kadena  'mignolo'  (Ive,  Dial.  istr.  171). 


"498  Nigi-a, 

ma  a  camminare  a  guisa  del  rospo,  che  muove  alternamente  le 
quattro  zampe  strisciando  a  terra,  non  mai  con  l'andamento  del 
trotto  0  del  galoppo  come  altri  quadrupedi,  o  del  salto,  come 
la  rana. 


Questo  articolo  era  scritto,  quando  per  cortesia  dell'autore  mi 
fu  comunicata  mia  nota,  non  ancora  pubblicata,  del  Pieri  su  car- 
pone [Misceli.  Ascoli,  428].  Questi  fa  risalire  carpone  al  verbo 
carpare  'andar  carpone',  che  ravvicina  al  lat.  carperò,  usato 
talora  in  significati  che  gli  sembrano  preludere  a  quello  di  car- 
pare,come  negli  esempj  carperò  terram  pedibus,  alis  aera. 
È  ima  spiegazione  che  ha  in  suo  favore  la  perfetta  omofonia  della 
sillaba  iniziale;  e  l'argomento  è  serio,  ma  non  Inasta  a  determi- 
nare l'etimologia.    Ammettiamo  volentieri   che  il   lat.  carperò 
influisse    nel  trasformare   in   carp-    la  sillaba   iniziale   del  tose. 
carpone,  la  quale  originariamente  dovette  essere  krap-^  poiché 
è  trasformazione  non  solita   nel   toscano.  Però  il  significato  di 
carperò,  anche  negli  esempj  citati  dal  Pieri,  è  veramente  troppo 
lontano  da  quello  tutto  speciale  ò\  carpone  e  carpare,  perchè 
possa  parere  legittima  la  presunzione  di  una  prossima  parentela 
tra  il  verbo  latino  e  i  vocaboli  toscani.  L' ipotesi  più  verosimile 
rimarrà,  che  carpone  e  carpare  risalgono  al   radicale  germa- 
nico krap-,  al  pari  del  ted.  svizz.   lirdpen  'andar  carpone'.    E 
carpone  non  sarà  già  un  deverbale  di  carpare,  ma   starà  alla 
forma  semplice,    che  appare  nei  friul.  grapp,  come  p.  e.  catel- 
lone  sta  a  catello,  guiocchione  a  ginocchio,  boccone  a  bocca  ecc. 
-Codesto  friul.  grapp  avrà  avuto  originariamente  il  significato  di 
'zampa',  come  il  ted.  krappe  eà  il , tose,  grappa,  ma  potè  avere 
anche  quello  di  'rospo',  come  il  dial.fr.  crape  (Lisieux).  Quindi 
l'andare  in  grapp  friul.,  a  grapun  piem.,  carpone  tose,  equi- 
varrà certamente  a  camminare  'colle  quattro  zampe',  ma  a  guisa 
dello  sciai  di  Valverzasca  e  del  ranon  di  Como,   cioè  come  fa 
•il  rospo.  Si  compari  il  piem.  a  gatanàu,  vie.  ven.  a  gatogndo, 
pad.  in  gatolon,  'carpone',  cioè  'a  guisa  di   gatto',  e   si  consi- 
deri specialmente  l'equivalente  gen.  in  gaton,  che  sta  a  gatt  o 
gatta,  come  il  com.  a  ranon  sta  a  ì^ana,  forme  che  nessuno  di 
certo  vorrà  '  deverbali  '. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  499 

7. —  it.  cesso  'latrina' 

La  provenienza  di  cesso  da  secessu,  accolta  da  Diez  e  dai 
lessicografi  italiani,  è  impugnata  ora  dal  Pieri  (Ardi.  XV  150), 
che  preferisce  la  base  recessu  coll'aferesi  del  prefisso  'come 
inutile'.  Ma  questa  nuova  etimologia  si  urta  contro  la  diver- 
genza del  significato,  poiché  recessus  risponde  ad  un  'tirarsi 
indietro',  mentre  secessus  'luogo  appartato'  dà  la  giusta  signi- 
ficazione di  cesso.  D'altra  parte,  l'aferesi  del  prefisso  è  meno  fa- 
cile a  spiegarsi  in  recessu  che  in  secessu.  La  ragione  del- 
l'inutilità del  prefisso,  invocata  per  recessu,  se  fosse  buona, 
varrebbe  anche  per  secessu.  Ma  la  vera  ragione  dell'aferesi 
starà  nella  dissimilazione  delle  due  prime  sillabe  di  secessu, 
dissimilazione  che  non  si  può  invocare  per  recessu.  Del  resto, 
la  questione  è  risolta  dal  fatto  che  daccanto  a  cesso  esiste  un 
it.  secesso,  con  identico  significato.  L'antica  etimologia  dovrebbe 
dunque  mantenersi,  anche  se  non  ne  avessimo  la  bella  conferma 
nei  Glossar]  Amploniani:  latr  ina  =  secessum. 

8. —  marchig.  dami) oli  ciammuotto  'rospo'. 

Entrami)!  i  vocaboli  provengono  dalla  Marca  d'Ancona,  il 
primo  da  Sinigaglia,  il  secondo  da  Fabriano  (v.  L.  L.  Bonaparte, 
'Neo-latin  names  of  reptiles').  TI  tema  spogliato*  del  suffisso  è 
ciamb-  ciamm-,  equivalente  allo  zamp(a)  che  è  nell'it.  zara- 
haldo  e  nel  romagn.  zanibeld  'rospo'.  Quindi  ciambott  ciani- 
muotlo  diranno  etimologicamente  zampotto,  quasi  'zamputo', 
come  zambaldo,  e  apporteranno,  al  pari  del  ngr.  ^d(j,7ta  'rospo', 
una  nuova  conferma  dell'  etimologia  da  noi  data  del  fr.  cva- 
paud,  Arch.  XV  109. 

9. —  fr.  dial.  ciò  elle  'avannotto  d'anguilla'. 

Il  vocabolo  è  usato  nell'Aujou,  a  Nantes,  e  nella  Sarthe  (E.  Fiol- 
land.  Faune  pop.  Ili  100).  È  un  diminutivo  di  cive,  e  questo  è 
il  feminino  di  eia  afr.  =  caecu.  La  voce  dialettale  francese  ri- 
sponde quindi  all'it.  ciecoUua,  pisano  e  pistojese  cieca,  'piccola 
anguilla',  che  è  così  chiamata  per  la  sua  supposta  cecità,  come 
la 'cecilia'.  Per  la  determinazione  fonetica  del  vocabolo  dialettale 


500  Nigi-a,      ' 

francese,  si  compari  Y-àù\  grhi  'greco'  e  il  fem.  grive  'tordo', 
letteralm.  'la  greca*. 

10. —  tose.  dial.  co  faccia  'schiacciata'. 

È  metatesi  reciproca  di  focaccia,  come  i  sardi  centr.  corazza, 
sett.  Guazza,  d'egual  significato.  Da  cofaccia  provengono  i  dimin. 
tose.  Gofaccella,  cofaccina,  e  il  v.  scofacoiare  'schiacciare  come 
focaccia  ' . 

11. —  it.   litnicare  lamicare  'piovigginare', 
limmecàola  lama  caglia  'pioggerella'  (Caix  s.  v.). 

II  Diez  ravvicinò  lamicare  ad  un  *1  ambi  care  'leccare';  e 
il  Caix  risaliv^a  a  ^amicare  per  *humigare,  traendo  lumaca- 
glia  da  *l'umicaglia ,  con  agglutinamento  dell'articolo,  esteso 
poi  al  verbo.  Entrambe  le  spiegazioni  non  reggono.  Il  verbo 
originale,  come  a})pare  anche  dalle  forme  vicentina  e  veneta,  è 
limicare  ed  ha  per  base  lima.  La  formazione  di  verbi  in  -io- a  re 
da  temi  nominali,  già  usata  nel  latino  classico  (nigricare  clau- 
dicare folli  care  ecc.),  passò  nel  vi.  (imbricare  ignicare 
amylicare  ecc.),  e  negli  idiomi  romanzi  {caì'ricare  cloppicarc 
affamicare,  sardo  mer.  sparigdi  ecc.),  cfr.  Meyer-Lùbke  rg.  II 
§  577.  In  lamicare  v'  è  dissimilazione  del  primo  i  in  a,  provo- 
cata da  lama,  e  in  lumacaglia  appare  chiara  l'influenza  di  lu- 
maca. Il  lavoro  lento  e  monotono  della  'lima'  fu  facilmente 
paragonato   al   cadere  lento   e   monotono   della   pioggerella. 

Il  vie.  limegare  significa  'agire  con  svogliatezza';  la  forma 
veneta  ha  il  s  intensivo  prefisso  ed  è  più  ricca  di  significati, 
poiché  slimegar,  oltre  che  'piovigginare',  dice  'gemicare,  grillare, 
biasciare',  nei  quali  è  pur  sempre  sensibile  la  continuità  mono- 
tona dell'atto  0  del  suono. 

12. —  Riflessi  neolatini  di  mata  ri  s  'giavellotto*. 

È  vocabolo  celtico,  trasmessoci  dai  Romani  nelle  forme  ma- 
tàris  matéris  (Strabone  ^uaJa^»*?).  I  riflessi  francesi  e  proven- 
zali postulano  anche  la  forma  mattar is  -éris,  poiché  a  questa 
debbono  risalire,  con  suffisso  aumentativo,  gli  afr.  prov.  cat.  mal- 


Note  etimologiche  e  lessicali.  501 

teì'as  matnis,  appov.  malralz,  '  asta,  dardo  da  l)alesti'a  spuntato 
e  anche  'stanga,  verga  di  ferro'.  La  somiglianza  della  cuspide 
triangolare  spuntata  d'un  dardo  colla  testa  dei  serpenti  fece  ap- 
plicare il  vocabolo  a  certe  specie  di  tali  rettili.  Cosi  nell'Istria 
veneta  tnadraso  macb'asko,  nel  Friuli  ìnadvahk^  significano  la 
biscia  detta  dai  zoologi  coluber  natrix  e  tropidonotus  na- 
trix;  il  mant.  marass  e  l'it.  marasso  dicono  'vipera'  (v.  Ive, 
Dial.  istr.  QQ,  dove  questi  vocaboli  sono  fatti  risalire  a  natrix 
con  immissione  di  ma  ter).  Alla  sua  volta  la  forma  del  serpente 
avrà  suggerito  questa  stessa  denominazione  per  il  collo  curvo  e 
sottile  dei  lambicchi  di  vetro,  detto  in  Italia  matraccio,  in  Fran- 
cia matras. 

Altri  vocaboli,  il  cui  significato  originario  è  quello  di  'gia- 
vellotto', o  d'altra  arma  a  punta  triangolare,  furono  applicati  a 
serpenti  o  ad  altri  rettili  aventi  la  testa  in  forma  di  triangolo, 
come:  it.  saeltone,  iàculo  (Bonaparte,  'Neo-latin  names  of  repti- 
les'),  'serpe  d'Esculapio',  Saintonge  ciarde  derd  'serpe  uccella- 
tore', nap.  saiellone,  lancelloUo,  'ramarro',  ven.  lanza  anza^ 
'cecilia'.  E  vi  sarà  conflusso  di  lance  a  con  lacertus  nel 
ven.  lanzardo  'lacerto',  negli  svizz.  rom.  lancerda  lanzer  lain- 
zar  lansè  ecc.  'lucertola'. 

13. —  Un'antica  metatesi:  Micone-Cimone. 

È  nota  la  tradizione  di  Perona  (o  Xantippe,  secondo  Igino), 
che  alimentò  col  proprio  latte  il  vecchio  padre  incarcerato  e 
condannato  a  morir  di  fame.  Il  nome  del  padre  in  Igino  (fab.  254) 
è  scritto  Micone  (Myconi  patri),  ma  in  Valerio  Massimo,  V  4, 
si  legge  Ci  mona. 

Già  il  Muncker  (ad  Hyg.  fab.  254)  aveva  sospettato  che  il 
nome  Cimo n a  fosse  erroneamente  scritto  invece  di  Mycona,  e 
che  l'errore  fosse  originato  dal  Cimo  che  figura  iella  narra- 


*  Il  principe  L,  L.  Bonaparte  separava  i  ven.  lanza  anza  (con  zats, 
quindi  =  lane  e  a)  dai  mant.  ansa  àngia  'serpe  di  Esculapio ',  boi.  hessa 
ansia,  romagn.  àniiila,  'biscia  acquajuola',  che  egli  faceva  risalire  ad  un 
fera.  *angèla,  ricordando  che  nelle  leggende  popolari  le  fate  (qui  sctim- 
biate  in  angeletle)  si  trasformano  talora  in  serpenti. 


502  Nigra, 

zione  consecutiva  di  Valerio  Massimo;  e  il  Kempf,  nel  riferire 
l'opinione  del  Muncker,  vi  diede  il  suo  consenso  (Val.  Max.  ed. 
C.  Kempfius,  Berol.  1854).  Anche  Halm  corresse  nel  testo  Va- 
leriane Mycona  (Lips.  1865,  ed.  C.  Halm).  Però  l'ultimo  edi- 
tore di  Igino,  Maurizio  Sclimidt,  stampò  tra  gli  uncini,  come 
dubbia,  la  lezione  del  suo  autore. 

Che.il  vero  nome  sia  Micone,  e  non  Cimone,  è  confermato 
ora  da  un  dipinto  pompejano  recentemente  scoperto  e  accompa- 
gnato da  iscrizioni  in  cui  si  legge  Micon  Miconem  (Atti  della 
R.  Acad.  dei  Lincei:  Notizie  degli  scavi,  maggio  1900).  E  sic- 
come il  dipinto  pompejano  e  il  libro  di  Igino  sono  anteriori  a 
Valerio  Massimo,  è  chiaro  che  cosi  si  debba  leggere. 

Da  tutto  ciò  sembra  risultare  ben  possibile,  od  anzi  probabile, 
che  il  nome  Cimone,  anche  nelle  fonti  di  Valerio  Massimo,  sia 
uno  sbaglio  di  penna.  Ma  è  anche  possibile  che  il  nome  del 
padre  incarcerato,  trattandosi  di  una  leggenda  ben  nota,  corresse 
■sulle  bocche  nelle  due  forme,  e  che  Cimone  per  Micone  fosse  il 
risultato  d'una  metatesi  popolare.  In  tal  caso,  il  fatto  non  sarebbe 
senza  importanza,  poiché  confermerebbe,  che  al  1  secolo  dell'era 
volgare  il  suono  dell'antica  gutturale  latina  dinanzi  ad  i  non 
erasi  ancora  convertito  in  schietta  palatale,  la  metatesi  non  es- 
sendo possibile  che  tra  Micone  e  Kimone,  non  Cimone. 

14. —   it.   mi  vola,  can.   nilbja,  sp.   nublo,    prov.    nubi  e 
nible,  ven.  pad.  nlbia,  prov.  ìiìdouI,  pieni,  nivio  ecc. 

L'it.  nùvola  postula  una  base  *nùbiila,  che  può  essere  o  un 
diminutivo  di  nubes,  o  una  modificazione  di  n libila  per  ana- 
logia di  nebiila.  Ma  da  nubilu  -la  procederà  certamente 
il  can.  nilbja  'nebl)ia',  accanto  allo  sp.  nublo.  La  base  del 
prov.  Qiuble  sarà  poi  la  stessa,  portata  al  tipo  di  S.""  declina- 
zione. Per  contro,  i  prov.  nioou  nìvoul,  pieni,  nivit,  can.  nivid 
'nuvolo',  ven.  pad.  oiìbia  'nebbia',  non  possono  risalire  uè  a 
nébiil-  né  direttamente  a  iiu))il-.  Ma  suppongono  una  base 
*nibul-  {^nib'l-),  e  questa  non  potrà  esser  altro  che  una  metatesi 
di  nu1)il-.  A  nibid  per  nfibil-  risalirà  parimente  il  prov.  lini. 
nible  'nuvola',  passato,  come  gli  equivalenti  nuble  neble,  alla 
3."  declinazione. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  503 

Il  Thomas,  Rom.  XXIX  585,  spiega  il  nibles  di  Boezio  «par 
un  type  *niibilis  hybride  de  nubes  et  de  nebula».  Ma  Vi 
di  nibles  non  ])nò  ricavarsi  da  *nubilis,  a  meno  che  non  si 
ammetta  la  metatesi  in  *mbiilis  ^nib'lis  ;  ed  in  questo  senso  do- 
vrà probabilmente  intendersi  la  spiegazione  del  Thomas. 

15. —  Riflessi  di  oblata  oblatum. 

1  lat.  oblatum  e  oblata  (hostia)  passarono  in  Germania, 
insieme  con  altri  vocaboli  ecclesiastici,  fin  dai  primi  tempi  del- 
l'introduzione del  cristianesimo  in  quella  regione,  e  vi  passarono 
col  significato  di  'ostia  per  la  messa'  o  di  'offerta  religiosa'. 
Si  aggiunsero  poi  gli  altri  significati  di  'cialda',  ostia  per  in- 
volgere rimedj  e  per  sigillar  lettere  '.  Le  forme  germaniche  an- 
tiche sono:  aat.  oblata,  mat.  obldte  f.  e  oblcU  f.  n.,  passati  nel 
neoted.  óblate  e  obldte  f.,  e  oblat  n.  Quest'  ultima  forma,  col 
significato  sacro,  è  citata  nel  diz,  dei  Grimm.  Col  senso  profano, 
il  riflesso  del  neutro  oblatum  esiste  soltanto  nel  mat.,  e  nel 
composto  neoted.  oblatblatt  'foglio  di  pasta  per  far  ostie'.  Dalla 
Germania,  nel  periodo  del  mat.,  il  vocabolo  latino  ha  dovuto  far 
ritorno  in  Italia,  fermandosi  in  Piemonte  e  Lombardia,  e  pas- 
sare in  Francia.  In  ques'ultimo  paese,  nella  forma  di  afr.  oblaie, 
nfr.  oublie,  f.  (v.  Diez  s.  v.),  si  ridusse  al  significato  di  'cial- 
done'; nell'Alta  Italia  conservò  quello  di  'ostia  per  sigillare  e 
per  involgerò  rimedj'.  A  Bergamo,  obiada  ha'  il  significato  di 
'ostia,  cialda',  ma  la  forma  aferetica  f,  pi.  biade  vi  passò  a  si- 
gnificare le  'croste  di  polenta  rimaste  aderenti  all'interno  del 
pajuolo'.  Altre  forme  alto-ital.:  piem.  iibjdd  ùbjdl  ilbjd,  can. 
objd,  lomb.  obhida  obbiadin  ecc.,  'ostia  per  sigillare  o  per  in- 
volger rimedj  '. 

16. —  bellun.  ó«i e  (7 a  ^nausea'. 

Sta  per  vómega,  colla  solita  aferesi  del  v  dinanzi  a  vocal  la- 
biale (cfr.  ole?'  'volere',  ose  'voce',  ecc.),  e  risponde  quindi  a 
vomica. 

17. —  com.  0 rabbi  'mestatojo'. 
La  base  è  *rotabulu:  e  orabbi  è  metatesi  di  roabbi. 


504  Nigra, 

18. —  ven.  bellun.  orlivo,  orvivo,  IViul.  orviv. 

Composto  risultante  dalla  fusione  d'un  sostantivo  con  un  ag- 
gettivo. Riviene  a  orlo-vivo^  che  è  nel  marcliigiano,  e  significa 
vivagno,  cioè  l'orlo  nudo  della  trama.  Ne  viene  conferma  al- 
l'etimologia che  di  quest'ultima  voce  diede  il  Pieri  in  Arch.  XY 
220.  Si  compari  il  sardo  merid.  voraviva  che  ha  la  stessa  com- 
posizione {vora  'orlo'),  ma  significa  'fustagno'. 

19. —  pieni,  pèssì  hèssi  ani p essi  anipsi  amhessi, 
can.  ambdssiy  monf .  a psi,  gen .  abbessìu,  ' i ntirizzito  ' . 

Si  dice  delle  dita  irrigidite  dal  freddo.  Il  Parodi,  Rom.  XXVII 
228,  partendo  dalla  forma  genovese  ahesm,  e  dalla  pieni,  am- 
hèssi  (da  lui  trascritta  'nhési,  dal  Gavuzzi  'nhèssì),  pose  per 
hase  a  queste  voci  un  hitiu  per  vitium,  comparando  l'it. 
avvizzito.  Ad  una  tale  spiegazione,  oltre  l'ostacolo  della  labiale 
sorda  in  parecchie  forme,  si  oppone  la  divergenza  di  senso  tra 
'intirizzito'  e  'avvizzito'.  Il  significato  di  'avvizzito',  o  d'altro 
simile  riflesso  di  vitium,  non  si  può  veramente  applicare  alle 
dita  irrigidite,  non  essendo  razionale  l'equiparare  il  floscio  o  il 
corrotto  al  rigido,  il  molle  al  duro.  Le  voci  pedemontane  e 
ligure  equivalgono  in  realtà  al  fr.  empesé  'rigido',  ed  hanno 
comune  con  questo  la  provenienza  da  pi  ce.  Il  significato  eti- 
mologico di  ampsi  abh-  abesiu  ecc.  è  dunque  ^impecito.  Per  la 
conjugazione  in  -ire  si  compari  lo  svizz.  rom.  apedjì  'empoisser' 
(Bridel).  Si  può  obbjettare  che  il  pieni,  ha  ampèjs'é  ampès'è 
per  impeciare.  Ma  è  ovvio  il  rispondere,  che  tanto  ampèjs'é 
quanto  ampèsst  sono  formazioni  dialettali  che  provengono  di- 
rettamente, il  primo  da  ampèjs  'pece',  il  secondo  dall'equiva- 
lente riflesso  dialettale  di  picea,  che  con  altro  significato  è  nel 
can.  pessa  e  nel  pieni,  pessra  'pinus  picea'. 

20. —  ven.  vie.  bellun.  pietà  'piega'. 
Da  pi  e  et  a  'treccia',  pi  e  e  te  re  'piegare';   cfr.  Arch.   I  304. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  •  505 

21. —  engad.  pina^  berg.  pegna  pigna,  'stufa'. 

Da  pi  ne  a  'pina'.  La  stufa  deve  questa  denominazione  alla 
forma  ordinariamente  conica  della  sua  parte  superiore.  Così,  per 
il  medesimo  motivo,  sarà  stato  dato  nella  Svizzera  romanza  il 
nome  di  pignatta  ad  una  specie  di  'vaso  d'argilla',  e  di  'sco- 
della'. Da  questi  nomi  vien  confortata  la  nota  etimologia  del- 
l'it.  pignatta  (in  berg.  anche  pignetta,  in  Savoja  pegnotd). 

22. —  it.  pupazzo  e  pazzo. 

Agli  esempj,  citati  in  Arch.  XV  292,  di  vocaboli  aventi  base 
comune  e  i  due  significati  di  'pazzo'  e  'fanciullo',  si  possono 
aggiungere  i  gr.  fxwQÓg,  att.  f.i(JÒQog  'stultus'  \  lat.  mórus  morio, 
daccanto  ai  neogr.  /ncoQovòdxt,  C']]ìvo  fxcoQÓv,  Chio  fxcoQÓ  'fanciullo', 
senza  contare  le  voci  venete  e  istriane  riferite  dall'  Ive  (Dial. 
istr.  6-7  n). 

23. —  ven.  rabosa  (gaza)  'ghiandaja'. 

L'aggettivo  rabosa  qui  significa  'codata',  e  ben  s'addice  alla 
ghiandaja  dalla  lunga  e  larga  coda.  Deve  aggiungersi,  daccanto 
agli  sp.  rabo  'coda',  raposa  'volpe',  ai  vocaboli  che  si  fecero 
risalire  alla  base  rapu  rapa  in  Arch.  XIV  373. 

24. —  bellun.  in  rata  parazion  'in  giusta  misura'. 
Deformazione  della  locuzione  curiale  in  rata  portione. 

25. —  it.  rospo,  veron.  trent.  rosc(o),  lad.  ruosc  rusc^; 
afr.  bruesche ,  sardo  bricsciu,  sp.  brujo. 

Toccando  incidentalmente  dell'  etimologia  dell'  it.  ì'ospo  in 
Arch.  XV  111,  abbiamo  osservato  che  questa  voce  doveva  stare 


*  Anche  i  lessici  del  greco  moderno  danno  /hcoqos  'pazzo'. 

*  Dal  Bonaparte  (Neo-lat.  names  of  reptiles)  e  da  altre  fonti  si  raccol- 
gono le  seguenti  denominazioni  del  'rospo*:  engad.  rusc,  ruscg,  rostg,  riio- 
schel,  basso-engad.  ruosc,  Fassa  rosch,  Ampezzo  aorosch,  Buchenstein 
ourost,  tvent  rover.  rosc/i,  veron.  roseo;  e  di  rincontro:  basso-engad.  ruosp, 
frinì,  rospy  tose,  rospo,  nap.  ruospo,  sic.  rospu,  lece,  respu;  finalmente  per 
'rana':  veron.  rosea,  padov.  rospa. 


506  ■  Nigra, 

«per  roseo,  siccome  indicano  gli  equivalenti  trent.  teosofo), 
lad.  rusc  ruosc,  che  sarebbero  voci  aferetiche  risalenti  all'aat. 
f)'Osk  ».  Quell'osservazione  deve  essere  in  parte  spiegata  e  in 
parte  rettificata. 

Potè  sembrare  a  prima  vista  che  ì^osco,  in  seguito  ad  aferesi 
di  f,  venisse  a  coincidere  col  germ.  frosk  'rana',  e  che  d'altra 
parte  l'it.  rospo  rispondesse  a  7'osco  per  sk  in  sp,  cangiamento 
che  si  potrebbe  infatti  legittimare  con  qualche  esempio.  Ma,  se 
ben  si  consideri,  queste  ipotesi  si  risolveranno  in  mere  illusioni: 
né  roseo  ha  subito  l'aferesi  di  un  /";  né  rospo  ripete  il  suo  sp 
da  uno  sk. 

Le  voci  romanze  risaliranno  invece  a  un  vi.  "^'broscus,  che 
non  sarà  diverso  dal  bruscus  'rubeta'  di  Papias.  Nelle  forme 
ladine  e  trentina  vi  fu  aferesi  del  b  iniziale,  il  cui  suono  é  an- 
cora lievemente  sensibile  neìVaorosch  di  Ampezzo  e  neìYourost 
di  Buchenstein.  Queste  forme  ladine  accennano  ad  aferesi  che- 
avvenisse  dopo  l'attenuazione  del  b  in  v,  passato  alla  sua  volta 
in  vocale.  L'equazione  roseo  =  *brosco  fu  già  intravveduta  dallo 
Schuchardt,  che  ravvicinava  ?mse  rose  al  bruscus  di  Papias 
(v.  Kuhn's  Zeitschr.  XX  254). 

In  rospo  conviene  invece  ammettere,  anteriormente  ad  ogni 
aferesi,  una  di  quelle  metatesi  reciproche,  che  importano,  oltre 
allo  spostamento,  anche  il  cangiamento  qualitativo  delle  esplosive, 
le  quali  passano  reciprocamente  dal  suono  sordo  al  sonoro  e 
dal  sonoro  al  sordo,  come  p.  e.  negl'  it.  hranea  =  grampa,  bran- 
cueeia  =  ivìiil.  gratnpuzze  'ditola'  e  nel  mant.  sandoc  =  sangoty 
'singhiozzo'.  Per  effetto  di  tal  metatesi,  broseo  si  convertì  in 
grospo,  e  questo,  decapitato  dall' aferesi,  si  ridusse  a  rospo.  Il 
vi.  *broscu  diede  così,  danna  parte:  fbjrosco,  e  dall'altra: 
(g)rospo. 

Che  la  forma  fondamentale  delle  voci  romanze  sia  questo  pre- 
sunto vi.  *broscu,  pare  comprovato  anche  dalle  voci  rumene 
broaseà  'rana,  rospo',  broseom  'rana',  già  ricondotte  a  questa 
base  da  Gustavo  Meyer,  insieme  col  ngr.  f.i7TQàaxa  '  rospo  ',  e  col- 
l'alban.  breske  'testuggine'  (Etjm.  wbch.  d.  alban.  sprache,  67). 
.  Lo  stesso  tema  *broscu  sarà  probabilmente  da  riconoscere 
pur  nei  bl.    broxae  'maleficae  et   sortilegae   muliercu- 


Note  etimologiche  e  lessicali.  507 

lae',  afi\  briiesche  'sorcière',  sp.  brujo  -a,  sard.  brusciu  -a,  'stre- 
gone strega',  se  si  ammette  che  il  significato  originario  di  queste 
parole  sia  quello  di  'rospo',  cioè  dell'animale  che  nelle  leggende 
medioevali  era  considerato  come  un  essere  fatato.  Infatti,  in  parm. 
mant.  mirand.  e  altri  dialetti,  il  rospo  é  detto  fada  'fata'. 

L'origine  del  vi.  bruscus  *broscus  e  del  gevm.  frosk,  e  le 
loro  possibili  relazioni  reciproche,  rimangono  ancora  allo  stato 
di  problema,  e  richiedono  nuove  indagini.  Queste  dovranno  por- 
tarsi anche  sui  vocaboli  celtici  e  greci  significanti  'rana'.  I  primi, 
airi,  (fjlosgdn,  armor.  gwesklén,  corn.  guilschin,  spogliati  del 
suffisso,  presentano  un  tema  vlosk-  vlesk-,  non  molto  dissimile 
dal  vi.  broscu  e  dall'alban.  breské.  I  vocaboli  greci,  che  fanno 
capo  all'aristofanesco  ^Qozaxog,  costituiscono  tutta  una  serie  di 
trasformazioni,  in  cui  sono  da  notarsi:  1.°  il  cangiamento  della 
vocal  radicale  e  la  metatesi  del  q  in  ^cuQaxog,  ^QÓraxog,  ^ÓQtaxog; 
2."  la  mobilità  dell'aspirazione  che  passa  successivamente  in 
ciascuna  delle  tre  esplosive,  ^QÓraxog,  ngr.  ^QÓd^axog,  (foqòaxàg-^ 
3.°  il  passaggio,  diretto  o  indiretto,  del  vocabolo  greco  in  ru- 
meno, in  albanese  e  nei  dialetti  calabresi,  cioè  rum.  hróatec, 
alban.  ìjrelèk,  che  Gustavo  Meyer  faceva  risalire  a  ^QÓra%og  per 
mezzo  d'un  vi.  *brotacus,  e  calabr.  vrótaku  vrùdahu  vrótiko 
e  vrósaku  (v.  Arch.  XII  83). 

È  abbastanza  curioso  il  fatto  della  coesistenza  dei  riflessi  del 
vi.  bruscus  e  del  gr.  ^QÓTCìxog,  sia  in  Italia  nelle  forme  roseo 
7'ospo  e  vrótaku  vrósaku,  sia  in  Romania  nelle  forme  broscom 
e  bróatec. 

26. —   afr.    escharpe,   it.  scarpa,   bellun.    sgarba', 
tose,  pò  e  eia,  e  i  àccia,  fr.  podi  e,  prò  v.  pousso. 

Fu  spiegato  altrove  (Arch.  XIV  287,  377),  che  il  tema  anordfr. 
*skarpa  dal  significato  originario  di  'brandello,  squarcio  di  stoffa 
0  cuojo',  era  passato  a  quello  di  'saccoccia,  tasca,  poi  corredo' 
(sved.  skrdppa,  aat.  aoland.  seharpe,  afr.  escharpe,  it.  scarsella, 
mil.  skerpa'^),  ed  a  quello  di  'calzatura'  (it.  scarpa).  Ivi  si  tentò 


*  V.  ora  la  bella  serie  di  esempj  bl,  raccolti  e  spiegati  dal  Salvioni  in 
Arch.  XV  3G3  segg. 

Archivio  g-lottol.  ital.,  XV,  34 


503  Nigra, 

di  spiegare  la  relazione  semasiologica  tra  queste  voci,  mercè  la 
somiglianza  tra  una  'tasca'  e  una  'scarpa',  essendo  questa  come 
una  '  saccoccia  per  il  piede  '. 

Ora  la  stessa,  anzi  una  più  stretta  rassomiglianza  esiste  tra 
una  'saccoccia'  ed  una  'mammella'  di  vacca  pecora  capra  ecc.; 
e  quindi  non  avrebbe  a  parere  sti*ano  che  questi  due  oggetti  si 
denominassero  con  vocaboli  di  una  stessa  base.  Ma  più  volte 
accade  qui  appunto,  che  alla  seduzione  di  certi  riscontri  si  op- 
pongano delle  resistenze  metodologiche  tutt'  altro  che  trascura- 
bili. Cosi,  di  contro  al  fr.  escharpe  it,  scarsella  ecc.  'tasca', 
troviamo  nel  dial.  bellunese  sgarh  sgarha  col  significato  di 
'poppa  turgida  di  capra  o  pecora';  ma  le  due  sonore,  benché 
possano  essere  giustificate  da  varj  esempj,  non  sono  senza  dif- 
ficoltà. l,fr.  pocìie  afr.  puche,  prov.  pocìii  podio,  guasc.  potscho, 
'tasca',  TproY.  pouchoun  'gousset' ^,  s'incontrano  con  Vìì.póccia 
(ali.  al  metatetico  cipppa)  e  con  i  prov.  pousso  pouchino,  ment. 
'j)0ss-aecc.  'mammella,  tetta  d'animale',  guyenn.  pouchinà  'téter', 
romanesco  pocciòlo  'poppatojo',  tose,  aioppaì^e  metat.  di  poc- 
ciare  'poppare'  ecc.  Ma  i  vocaboli  fr.  poche,  prov.  podio,  it. 
póccia,  presentano  un  substrato  evidentemente  diverso  da  quello 
dei  prov.  pousso  ment.  possa,  poiché  i  primi  risalgono  normal- 
mente a  pùppea  puppja  (Caix,  Pieri),  laddove  i  secondi  non 
si  possono  ridurre  alla  medesima  fonte  se  non  per  ipotesi  che 
richiedono  ulteriori  indagini. 

Daccanto  a  póccia  v'  é  pure  l'equivalente  tose,  dóccia,  che  è 
la  stessa  parola.  Il  e-  di  dóccia  è  attribuito  dal  Pieri  (Arch.  XY 
210),  credo  giustamente,  ad  assimilazione;  però  non  panni  che 
vi  sia  bisogno  di  ricorrere  alla  spinta  onomatopeica.  Ora  é  no- 
tevole che  questo  vocabolo  coincida  col  roman.  ciòcia  'calzatura 
dei  contadini'.  La  coincidenza  può  essere  non  soltanto  estrinseca. 
Ad  ogni  modo,  la  relazione  ideologica  tra  dóccia  '  mammella' 
e  cióccia  'calzatura'  sarebbe  la  stessa  che  forse  pur  é  tra  il 
bellun.  sgarha  'poppa'  e  l'it.  scarpa. 


'  Il  fp.  poche  significa  anche  'ciicchiajo',  come  il  sav.  di  Albertville  pósle 
(st  =  s),  il  VA.  jìotse,  lo  svizz.  rom.  potsche,  il  vb.  pula  ecc. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  509 

27. —  tose,  strabiliare  strabilire  'meravigliarsi  straordi- 
nariamente'; gen.  stralahià  'far-neticare',  còrso  siralàhiu 
'stravagante,  pazzo'. 

La  base  del  verbo  toscano  dovrebbe  essere  strabu,  e  più  pre- 
cisamente *strabiliu  che  ha  conferma  dal  n.  lat.  Strabilio, 
dato  in  Porcellini  come  un  diminutivo  di  s  tra  bus,  e  tradotto 
^guercetto'.  Il  significato  etimologico  di  strabiliare  sarebbe,  se- 
condo questa  ipotesi,  'guardare  con  occhi  stravolti',  come  accade 
quando  si  è  in  presenza  di  cosa  oltremodo  meravigliosa.  Per 
contro  il  Parodi,  in  Rom.  XXVIl  212,  propone,  con  riserva 
però,  la  procedenza  di  strabiliare  da  *extravariare.  La  ri- 
serva è  più  che  giustificata  dalle  difficoltà  che  solleva  una  tale 
etimologia,  sia  rispetto  al  senso,  sia  rispetto  alla  fonetica. 

D'altro  lato,  il  gen.  stralabià  'farneticare  delirare'  non  ha 
punto  che  fare  con  strabiliare,  di  cui  il  Parodi  lo  suppone  una 
metatesi.  I  due  vocaboli  hanno,  non  solo,  come  bene  appare,  un 
significato  diverso,  ma  anche  una  base  fonetica  diversa,  poiché 
il  gen.  stralabià  accenna  ad  astro  labium.  L'equiparazione  tra 
il  misurar  gli  astri  con  uno  strumento  e  il  farneticare,  non  di- 
sdice punto  alla  logica  popolare,  che  ha  spesso  confuso  il  con- 
cetto di  astrologo  con  quello  di  stravagante.  Il  còrso  stralàbiu 
^stravagante,  pazzo',  anziché  un  riflesso  diretto  di  astrolabi um, 
sarà  un  deverbale  di  stralabià. 

28. —  VB.  tur  dal  ^orzajuolo'. 

Risale  a  *triticeòlu,  come  gli  equivalenti  pg.  trecol  tercolj 
daccanto  a  torgào ,  e  altri  indicati  da  C.  Michaelis  e  citati  da 
Kòrting  3993  (v.  anche  Mejer-Lùbke  rg.  II  475).  11  d  valbros- 
sese  qui  rappresenta  s'  i,  e  il  passaggio  del  fonema  -cj-  nel  so- 
noro d  =  s'  dovrà  attribuirsi  all'analogia  dell'equivalente,  pur 
A'albrossese,  or  dot  e  can.  piem.  ors'òl  da  hordeólu. 

In  piem.  v'é  un'altra  forma,  equivalente  nel  significato,  ver- 
}>'òl.  Ma  questa  ha  un'origine  diversa,  ed  é  studiata  altrove 
col  sardo  merid.  braxóhc,  centr.  {b)arzolu  [v.  qui  sopra,  a 
p.  483]. 


510  Nigra,  Note  etimologiche  e  lessicali. 

29. —  VB.  US  ella  'rondine', 

E  il  fem.  di  usell  'uccello'.  Il  vocabolo  merita  di  essere  no- 
tato per  il  significato  e  per  il  cangiamento  di  genere. 

La  forma  feminina  era  pure  usata  nell'avenez.  per  indicare  i 
5  uccelli  {osèle  salvddeglie  dai  pie  rossi),  che  il  Doge,  per  de- 
creto del  1275,  era  obbligato  a  regalare  ogni  anno  a  ciascun 
patrizio  del  Gran  Consiglio.  Il  dono  degli  uccelli  fu  di  poi  so- 
stituito da  una  medaglia  d'argento,  che  prese  il  nome  di  osèla 
(Boerio). 

30. —  VB.  ut  vùi  ut  a,  vs.  èutre,  va.  e  sviz.  rom.  dutre,  ant. 
astig.  autra,  delfin.  avutila  ayutra  ecc.,  'oltre';  pieni. 
lutra  'lungi',  ecc. 

Questi  vocaboli  procedono  dal  lat,  ultra,  e  sono  spesso  ac- 
compagnati dall'avverbio  di  luogo  là  o  lì:  vb.  la-ut  li-ùt  lì-vùt 
la-ùia,  VA.  le-dutre,  'là  oltre,  lì  oltre'.  L'avverbio  concresciuto 
dovrà  pure  riconoscersi  negli  equivalenti  vb.  làuta,  vs.  léutre, 
e  nel  piem.  lutila  'lungi',  oltreché  in  laut  'colà',  che  occorre 
nella  'Raccolta  di  voci  romane  e  marchigiane',  Osimo  1768. 
I  delfin.  avutra  ayutra  'au  dela',  e  di  certo  anche  l'antica  forma 
astigiana,  si  presentano  con  un  accompagnamento,  il  quale  potrà 
essere  ab-  o  ad-  ^. 


'  [Gli  ant.  astig.  (hitra  aùtr,  sono  addotti  qui  sopra,  a  p.  409;  e  il  Gia- 
comino vi  ritorna  nel  §  V,  che  s'avrà  nel  prossimo  volume.  —  Anche  nel 
milanese:  a  voltra  (v.  Cherubini  s.  vóltra),  avolter,  che  viene  alla  significa- 
zione di  'fuori'.  Cosi  il  Porta,  nel  '  Sonettin  col  Covon':  g'ho  Com  (il  Dio 
Como)  eh' el  tira  a  voltra  el  bon  e  'l  beli;  Il  Rajberti  nelT'Arte  poetica': 
quand  capita  al  tir  giiist,  tirali  avolter -j-  se  poeu  ris'ciassev  de  tiramni 
avolter  quai  (qualche)  caratter  ecc.;-  i  rob  imitil  che  se  tira  avoltra;-  e  nel 
'Po ver  Pili':  guardee  come  i  penser  vegnen  a  voltra,  —  G.  I.  A.] 


INDICI   DEL    VOLUME. 


e.  SALVIONI. 


I.    Suoni. 


à,  di  sillaba  aperta,  in  ce  :  83  ;  in 
ei  :  ib.  ;  in  e  :  ib.  ;  di  sillaba  chiusa, 
intatto  :  83-4. 

•ó,  per  effetto  di  ~i,  in  té  :  83. 

«  nell'iato,  seguito  da  i  e  da  ti,  in 
e:  1. 

à  di  -are,  in  e  :  406. 

-d  in  ce;  83;  in  a:  ib.  ;  in  ei  :  ib.  ; 
in  e  :  ib. 

a-  caduto:  88  ;  in  e  :  1. 

a  protonico,  in  e:  1;  caduto:  ib. 

a  protonico,  per  l'influenza  di  atti- 
gua consonante  labiale,  in  o,  u: 
88,  215. 

a  postonico,  in  e:  1-2,  257;  in  e: 
88,  quindi  dileguato  :  ib. 

-a  di  voci  proclitiche,  caduto:  323-4; 
in  e  :  88;  intatto,  date  certe  com- 
binazioni sintattiche  :  231, 

-a  analogico  :  4. 

«a  in  a  :  16. 

Accento:  373,  425;  suoi  effetti  :  7-8, 
9-10,227  ;  risospinto  sulla  seconda 
di  due  vocali  attigue  :  18,  485, 
487,  489;  spostato  per  ragioni 
analogiche,  soprattutto  nella  fles- 


sione verbale:  24,  204  n,  441,  442; 
di  quartultima:  451  n;  di  quar- 
tultima in  nomi  locali  :  245-6;  sin- 
tattico, a  scopo  di  rima:  425;  se- 
condario: 137  n;  nel  gallico  :  479; 
■  di  voci  latine  passate  nel  germa- 
nico :  284  ;  proclisia  e  suoi  ef- 
fetti: 9,  89,  90,  92,  95,  308  n,  324; 
semiproclisia:  191;  proparossito- 
nia  e  suoi  eflfetti  :  478. 
Accidenti  generali:  1,  2,  3,  4,  265, 
368,  424,  452  (Assimilazione  tra 
vocali);  10,  144  n,  265,  379  (As- 
similazione tra  consonanti  disat- 
tigue); 261,  263,  451  (Assimila- 
zione tra  consonanti  attigue);  215, 
424  (Assimilazione  sillabica)  ;  1, 
265,  500  (Dissimilazione  tra  vo- 
cali) ;  7,  8,  9,  44,  90,  92,  94,  95, 
137,  139,  184,  185  n,  199,  216  n, 
229,  261,  265,  302,  374,  375,  378, 
452,  458,  463,  486,  489,  490,  493 
(Dissimilazione  tra  consonanti  di- 
sattigue) ;  6,  7,  8,  162,  182,  265. 
325,  316  n,  424,  454,  461,  467, 
487,    491-2    (Dissimilazione    otte- 


512  Indici.  —  I.  Suoni. 

nuta    sopprimendo    uno    dei    due  15,  18,  265    ('Assorbimenti   e  con- 

elementi   da     dissimilarsi)  ;    396,  trazioni). 

499  (Sdoppiamento  sillabico);  463,  de:  88. 

465    (Geminazione  distratta)  ;    13,  ce  atono  :  90. 

92,  94,  95,  108,  155  n,  156,  194  n,  ae  in  ce:  15. 

201,   213,    264-5,    281,   379,   424,  -ae:  3. 

475,  482,  484,  485,  486,  487,  489,  -de:  15. 

490,  491,  492,  503,  507  (Metatesi);  né:  15. 

13,  44,  91,  92,  98,   101,  104,  121,  di    secondario:    440  n  ;    in   e:    329, 
157,  217,  226,  228,  229,  265,  296,  489,  491. 

368,  374  n,  387  n,  424,  451  n,  453,  ai  secondario  atono  :  440  n  ;  in  ei  :  K 

470,  482,  485,  489,  490,  491,  492,  -di  in  ae  :  25. 

500,  501-2,  506,  508  (Metatesi  re-  -ai  in  ae  :  3. 

ciproca    tra    consonanti);    377  n,  dj  in  ej  :  406;  in  f  :  286. 

502    (Metatesi    reciproca    tra  vo-  aj  atono,  in  ej  :  406. 

cali);    14-5,    265,    406,    467,    487  -dj  in  e:  300,  301. 

■  (Attrazione);     265     (Propaggina-  di-:  448  n,  451. 

■  zione);2,94,  I95n,264,  424,  424-5,  alt,  ald,    ecc.:    4,    4  n,    6,   92,    260, 
.  482  (Prostesi);    8,  11,  89,  90,  95,  406-7. 

96,    155  n,    226,   264,    378  n,    382,  aln:  260. 

425,  429,449,453,465,491  (Epen-  ar  atono:   1. 

tesi  di  consonante);    11,   92,    94,  àr-  in  er- :  406. 

228,  264,  296  (Epentesi  di  vocale);  -do  in  o  :  2. 

3  (Epitesi);  92,  226,  229,  230,  264,  -ariti  -a:  254-5,  406;    e  v.  il  2.°  di 
373,  376,  377,  380,  381,  382  (Rad-  questi  Indici, 

doppiaraenti)  ;  230  (Rinforzamento  du:  88,  257;  in  o  o  :  410,  373. 

iniziale    di    voci    enfatiche);    18,  au  atono:  173  n,    258;    in  ol:  410; 
92,  118-9,  158,  228,  230,  232,  238,  in  o  :  4  ;  in  a  :  90,  483. 

239,  275,  424,  452  n,  510  (Elementi  dii  secondario:  440  n. 

concresciuti);   178,  232  (Elementi  au  secondario  atono:  440  n. 

iniziali  caduti  per    l'illusione  che  aii'  in  eu  :  410. 
fossero  elementi  formali);  11,  88, 

89,  90,    264,    380,    425,    451,  452,  b:  264. 

485,  489  (Aferesi)  ;    11,    188,291,  6-  in  v  :  230. 

293,   294,    494    (Aferesi    d'intiera  b  di  br-,  caduto:  506. 

sillaba);    232   (Caduta    di    sillabe  -b-inv:  10,    230,    423;   dileguato: 
postoniche);    11,    228,   425  (Apo-  423;  in  bb  :  230. 

cope);  11,  298  (Sincope);  95,  264  bj  :  416;  in  (/:  5;  in  gì):  90. 

(Ettlissi);    264    (Ettlissi    per    so-  bl:  418,  487;  in  bbj  :  93;  in  j  :  ib.  ; 
vrapposizione       sillabica)  ;       229  in  ^  :  7  ;  in  gghj  :  93  ;  in  br  :  7. 

.  (Scerapiaraenti);  13(Troncamenti)  ;  br  in  fr:  485,  486,  487. 


r,j:  216: 

;  in  5  :    5  ; 

in  zz  :  90  ;  in 

ii:  ib.  ; 

in  e  :  ib. ; 

in  e  :    ib.  ;  di- 

leguato  ; 

:  5. 

dr-  in  ir: 

220. 

-dr-  in  jr 

:  9  ;  in  fjr  : 

;    170  n ;    in  r  : 

423. 

d't:   10. 

Indici.  —  I.  Suoni.                                              513 

-hr-:  424;  in  vr  :  10. 
h'i:   10. 

e  in  s:  422. 

-e-  in  </:    376-7,    381-2,  .385;    in  s' 

276,  422;  dileguato:  9,  381-2. 
ce  e  :;;  in  voci  d'origine  germanica  : 

288-9. 

ce,  ci:  227,  203,  422.  e  in  ei:  408-9;  in  i:  97,  2.55. 

-ci:  18.  è  di  sillaba  aperta  e  di  base  paros- 

cj\  415-6;    in    ce:    91;    in    zz-,  91,  sitona,  dati  -a -e -o,  in  ei,  ai:  84, 

260;  in  s  :  5.  85;  dati  -u,  -i,  in  pi:  ib. 

cZ:  260,  ecc.;  in  k:  ib.  ;  in  ^:  486;  e  di  sillaba  chiusa  e  di  base  propa- 

in  _/ :  490.  rossitona,  dati  -a  -e  -o,  in  e:  84-5; 

ci-:  489;  in  chj,  M.,  e:  92,  417,  6.  dati  -i  -u,  in  i:  ib. 

-ci-  in  ^^:  6;    in  ^r:    ib.  ;    in    cchj  :  è  di  posizione,  in  e:  409. 

92;  in  gghj  ;  ib.  ;  in  l:  417.  e,  preceduto  da  e,  in  i:   409. 

cr:  262.  e,  preceduto  da  nasale,  in  e:  409. 

cr-  in  ^'r:  227.  e'  in  t,  dati  -u  ed  -i:  253. 

-cr-  in  gr  :  8-9,  227;  quindi  '\nger:  >/  nella  vicinanza  di  consonante  la- 

227.  biale,  in  e  :  458  sgg. 

q'r  in  str  :  491.  e  seguito  da  m^  in  o:  457. 

cs:  262,  421.  ^:  255  ecc.;  in  e:  407. 

-cs-  in  ss:  96;  in  i':  ib.  e,  dati  -a  -e  -o,    in    e;  :    85;  dati  -i 

et:  262;  in  «:  227;  in  jl:   10,  421;  -w,  in  ??  :  ib. 

in  e:  298,  421  ;  in  r/ :  421.  è  di  posizione,  dati  -a  -e  -o,  in  e:  85. 

c'j  :  91.  ^  delle  forinole  eu  eo,  in  pi:  85. 

E  V.  s.  'k'.  e-  in  a:  2,  47,  257;   caduto:  88-9. 

e  atono,  nella    vicinanza    di    conso- 

-i- primario  0  secondario,  dileguato  :  nante  labiale,    in    o,  u,    «  :  2,  89, 

9,  423,  482,  492.  97,  126,  490. 

-d-  in  t:  217,  219,    229,  378;  in  /•  :  e  atono,  nella    vicinanza    d'  conso- 

378  n.  nante  palatina,  in  i  :  2. 

d'c:  10.  e  protonico,    in    i:    257;   in  e:  88; 

-di:  415.  in  a,  soprattutto  se  seguito  da  r: 

Dittonghi:  14,  15,  ecc.  2,  89,  411,  412;  espunto:  411. 

Dittongo  deiré  e  dell'o.  Manca  per  e  postonico,  in  e:  88;  in  a,  soprat- 

l'influenza  di  attigua  labiale:  472  tutto    se    seguito  da  r:  88;  in  /, 

sgg.  dato  -i  :  2.57. 

dj:  41.5.  -e  intatto:  258,  412;  in  i:  412,  413; 

dj  in  g:  485,  487;    in  j:    259;    in  in  e:  88;  caduto:    11-2,  324. 


514 


Indici.  —  I.  Suoni. 


éct:  10. 

ed:   10. 

ee  in  ei:  15 

èj  in  e  :  406. 

en-  in  an  :  41 1-2. 

er  in  ar:  200  n. 

Esplosive    sorde    nell'italiano  :    369 

SCO'. 

ew,  d'origine  greca,  in  o  :  382  n. 
ew  in  ò  :  1. 

?;:  255. 

f:  418. 

Fenomeni  fonetici  d'ordine  sintat- 
tico 0  transitorio:  11,  13,  95,  96, 
228-9,  231,  232. 

fi  :  260,  ecc.  ;  in  //-  :  7  ;  in  s  :  ib. 

-fi-  in  fj:  93;  in  j  :  ib.  ;   in  /V  :  ib. 

-ffJ-  in  cc/uj  :  93. 

§-  \n  k:  482. 

^-  in  ^  :  9,  422. 

-g-  in  j  :  286,  300  ;  in  /i  :  227  ;  in  w, 
davanti  a  m:  228;  dileguato:  262, 
386  n,  421-2. 

g  che  estirpa  l'iato:  170  n,  231. 

-g-  in  z  :  422-3  ;  dileguato  o  assor- 
bito :  9,  228,  423. 

gè-:  456. 

gè  gì  :  263,  422-3  ;  in  ce:  228. 

gj-  in  dj:  157. 

5[;'  in  /:  228,  260;  in  ii  :  218;  in 
e:  90. 

/7Zr  6,  260,  418,  ecc.;  in  gr  :  6,  260. 

gì-  :  489,  490,  ecc.  ;  in  ghj  :  93  ;  in 
bl:  290  n;  in  br  :  ib. 

•5'^-  in  gghj  :  93. 

.g-m:  262-3. 

gn:  9,  ecc.;  in  n:  228,  261  ;  in  n: 
228  ;  in  m  :  262;  in  ìu)  :  228,  261. 


gr-  in  ur  :  290  n,  29S  ;  in  br  :  290  n  ; 

in  r:  228,  492,  506. 
-gr-  in  jr  :  422  ;  in  rg  :  490. 
gw  :  228,  422. 

-h-  germanico  :  286. 

i  intatto:  409-10. 

i  di  base  parossitona,  in  oi  :  86;  di 
base  proparossitona  e  in  posi- 
zione, intatto  :  ib. 

i  nell'iato,  in  gi  :  86. 

t  in  e  :  255  ;  in  ei  :  408-9. 

t  di  base  parossitone  e  di  sillaba 
aperta,  dati  -a  -e  -o,  in  ei  ai  :  84. 
85  ;  dati  -i  -u,  in  pi  :  ib. 

i  di  base  proparossitona  e  di  sil- 
laba chiusa,  dati  -a  -e  -o,  in  e: 
84-5;  dati  -i  -u,  in  i:  ib. 

i,  nella  vicinanza  di  consonante  la- 
biale, in  u,  u:  298,  410,  494. 

ì,  nella  vicinanza  di  consonante  la- 
biale, in  e  :  458  sgg. 

t  protonico,  intatto,    dato  é  :  386  n. 

i  protonico,  in  e:  3,  258;  in  e: 
89;  in  a:  3,  89. 

i  protonico,  espunto:  89,  411  n. 

i  postonico,  in  e:  3,  217;   in  e:  89. 

i  postonico,  espunto:  89. 

i  atono,  nella  vicinanza  di  conso- 
nante labiale,  in  o,  m,  u:  3,  89, 
166  n,  298. 

i-  caduto  :  89,  485. 

-i  in  e:  258. 

•i:  17-8,  430;  attratto  o  internato: 
17-8;  caduto:  12. 

i  epentetico:  193  n. 

i  da  s:   15. 

Iato:  8,  89,  90,  91,   170  n,  231. 

ìct:  10. 

ie'  in  ie  :  466. 


Indici.  — 

-iéit-:  10. 

ii  in  t:  16. 

ilj:  409. 

Ut:  6. 

iìi-  atono,  caduto  :  456. 

in-  sostituito  a  e-:   II. 

in-  in  en:  3;  in  u  :  ib. 

-ine  -0  in  e:  8;  in  o:  413-4. 

Influenze  varie  della  vocal  d'uscita, 
principalmente  di  -z,  nella  deter- 
minazione della  tonica:  13-4,  83, 
84-5,  85,  86,  87,  88,  252-3,  408. 

j:  259,  ecc. 

.;■-  in  i:   4,    209  n,   414;   in    rj:   414; 

in  gg:  90;  in  e:   ib.;  intatto:  ib. 
-j-  in  ii  :  414;  in  gg:  90;  in  e:  ib.; 

dileguato:  4. 
j  dei  dittonghi  ej  vj,  assorbito  nella 

susseguente  nasale:   14. 
j  epentetico  :  227,  228. 
jo  in  i'.  4. 
jil  in  i:  410. 

/.•-  in  ^:  226,  262,  388-9. 

-k-  intatto:  9,  226;  in  g:  8,  226-7, 

262,    374-5,    376,    380-81,    384-5, 

420;  dileguato:  420. 
kr-  in  gr:  388-9;  in  r:  295. 
-kr-  in  gr:  388. 
hw:  263,  421,  437;  in  k:  136  n. 
E  V.  s.  'e'. 

/in  n:  6, 

7-,  per  l'illusione    dell'articolo,  ca- 
duto: 298. 
-l-  in  r:  6;  in  r:  416. 
-l-  raddoppiato:  92. 
-/  caduto:  6,  416. 
icons.  in  r:  6. 

Ident.  jn    ,j.    4^56. 


I.  Suoni.  515 

l  m  j:  99. 

Labiali  (consonanti).  Loro  effetti  sul- 
la tonica:  457  sgg.,  476  sgg. 

Icj:  91,  260,  416. 

Vd  in  II:  92. 

-li  -Ili:  430. 

Ij  in  T:  5,  259,  415  ;  in  j:  431  ;  in  g: 
5;  in  gghj:  90-91  ;  in  ry:  5. 

-ZZ-  in  cZtZ:  92;  in  r:  416. 

Z-Z  in  r-l:  92. 

Zm  in  ZZ:    174  n. 

Vn:  449. 

Znj  in  nj,  n:  455  n. 

Z'r:  411  n;  in  rZ:  92,  95. 

Is  in  z  :  96. 

-m-:  419  n;  raddoppiato:    226,  264. 

-m:  430;  in  n:  419;  caduto:  226. 

im-  in  m&:  489. 

m&ji':  90;  in  n:  259. 

Metafonesi  nella  Liguria:  14. 

mj  in  n:  5,  91,  259. 

m'Z:  453. 

mm  in  wi&:  144,  226;  scempiato:  95. 

mn:  468;  in  mpn\  419;  in  w:  ib. 

m'n  :  420. 

mjo  \n  mh\  230;  in  pp:  262. 

m'r:  411  n. 

in-  in  hn:  8,  419. 

-n  caduto:  420. 

-n  di  -jn,  caduto:   18. 

n-  caduto:  8. 

n'Z*:  230. 

nb  in  »im,  m  :  230. 

iiQ  in  i  :  96. 

nò  in  n^  :  227,  263. 

ncj:  91. 

nel  in  «:  92;  in  ghj:  93. 

Mci:  10. 

«cZ  in  nn:  229,  263;  in  n:  229. 


516  Indici.  — 

-mi  in  nt:  412. 

ndj:  90;  in  ng:  259. 

nf  in  mb  :  06. 

nff  :  228,  263. 

ngl  in  n  :  93. 

[njgui  in  ^i:  329. 

-ni  in  ni  :  8. 

nj:  415;  in  n^:  4;  in  n:  91,  259. 

nft  in  ng:  227,  262. 

n'^  in  Ih  226. 

nn  in  n:  229;  in  nei:  493. 

iin  in  h:  419. 

n^:  230. 

n'r:  411  n;  in  rr:  217;  in  rn:  95. 

ws:  261. 

nsj:  91. 

ncsn  in  sn  :  3l)l. 

n<:   10;  in  ne/:  228-9,  263. 

ntj:  91,  259-60. 

nv  in  ?n&:  95;  in  mm:  ib. 

nw  in  nv/u:  456. 

o  :  253,  ecc. 
6  in  n:  409. 
<;  di  sillaba  aperta  e  di  base  paros- 

sitona,  dati  -a-e-o,  in  ou  au:  86-7; 

dati  -i  -u,  in  u  :  ib. 
ò  di  sillaba  chiusa  e  di  base  propa- 
•  rossitona,  dati  -a  -e  -o,  in  o:  86-7; 

dati  -t  -te,  in  u:  ib. 
ó:  256,  445  n,  ecc. 
o  in  o:  307;  in  ó:  ib. 
ó,  dati  -ffl  -e  -0,    in    oi«:    87;  dati  -ì 

■  u,  in  i<f:  ib. 
ó  di  sillaba  chiusa    e    di  base  pro- 

parossitona,   dati    -a    -e  -o,  in  n  ; 

87-8;  dati  -i  -u,  in  ite:  ib. 
d  di  posizione,  in  o:  408;   in  ó:  ib. 
t/,  dati  -i  -u,  in  m:  253-4. 
p',  nella  vicinanza  di  consonante  la- 
biale, in  o:  458  sgg. 


I,  Suoni. 

*?'  in  p  :  238. 

0-  in  a:  3,  89;  in  au:  409;  caduto: 

90. 
0  atono,  in  ic:  4. 
0  protonico,  in  n:  89,  258;  in  u:  3; 

in  i:  ib.;  in   a:  4;   in   e:   3,  412; 

in  e:  89-90;  caduto:  90. 
0  postonico,  in  a:   t;  in  §:  90. 
-0  in    n:  4;    in  e:    90;  caduto:  324" 

439. 
olt  ecc.:  6. 
do:  472. 

-i>:  229,  ecc.;  in  &:  229-30,  380;  in 
bb:  230;  in  v:  10,42,229,  379-80, 
383,  386,  461;  in  vo:  461;  rad- 
doppiato: 229;  dileguato:  42. 

pj:  260,  416;  in  e:  5;  in  ce:  91. 

fjl:  418,  ecc. 

pi-  in  ^J:  203n;  in  e;  6;  in  pr: 
260. 

-;3Z-  in  j  =  /;-:  401-2. 

Posizione.  Suoi  effetti:  478. 

pp:  229. 

pr-  in  br:   101,  389. 

-pr-:  264,  ecc.;  in  i-r:  10,  388. 

ps:  304  n;  in  s:.  96. 

i/<:  10. 

pt  in  g:  421. 

pfj:  91  ;  in  s:  5. 

2m:  9,  263,  421,  ecc.  E  v.  s.  'kw'. 
—  Tace  0  permane  l'elemento  la- 
biale, a  seconda  che  seguano  -a 
-0,  od  -e  -i:  227. 

qu  in  gu:  227. 

qua-  in  ko:  353. 

Quantità.  Vocal  tonica  allungata  da- 
vanti a  -i -u  caduti:  12;  allungata 
pure  davanti  a  -r  caduto:  7. 

que  qui  in  ce  ci  :  227. 


Indici.  —  I.  Suoni. 


517 


r  in  l:  7,  366. 
-r-  in  n  :  7. 
-r  caduto  :  7,  418. 
r  nell'ant.  astig.  Sua  natura:  418. 
r  epentetico  :  94,  147, 
r  di  ir,  str,  caduto:  95,  108  n,   126. 
rdj:  90. 
rj:  263. 

Ricostruzioni    fonetiche    per    analo- 
gia: 413-4. 
rj:  415;  in  7-;:  491;  in  rt):  ib. 
ri  in  r>-:  485. 

rs  in  ss:  95;  in  5:  ib. ;  in  2^:  ib. 
rs:  7. 

r^t  in  rd:  229. 
rtj:  91,  260. 
rv:  94. 

s.  in  ^:   96,  261. 
è-  in  e:  219. 
s-  prostetico:  10,  37  n. 
s-  intensivo:  107,  196,  299,  300. 
s'  in  H:  3S2n. 
-s-  in  /:  10;  in  iJ:  474. 
-s-  -5S-  e  -;-    in  voci  d'origine  ger- 
manica :  288-9. 
s  dietro  a  liquida,  in  z:  261. 
-5:  96,  439. 
sce  sci:  261. 

si  in  s:  260;  in  si:  419;  in  ;/:   10. 
-si  in  i?  :  10. 

s/:  416,  ecc.;  in  s:91,  260:  ine:  91. 
sk  in  ìk:  96;  in  sp:  111,  506. 
skj  in  iA:  93. 
s^Z  in  sk:  93. 
5^:  193  n. 
sp-  in  s^  :  194  n. 
s})l  in  sA;:  93. 

-ss-:  96;  postonico,  scempiato:  ib. 
ssj  in  i  :  5. 
st  in  sk:  368. 


s/;:  91-2. 
so  in  iZ^:  95. 

-<-  intatto,  9,  228,  229;  in  tt:  228, 
229;  in  d:  378,  385,  423;  in  l:  229; 
in  r:  ib.;  dileguato:  9,  121,  423. 

-ti:  415,  430. 

tj  in  ;c:  91,  259;  in  Ss:  91;  in  /: 
415;  in  s:  5;  in  q  0  ::  415;  in^: 
5;  in  hj:  216;  in  e:  108  n. 

r/Z  in  Z^:  93,  quindi  in  dd:  93. 

tm:  10. 

ir:  201,  ecc. 

-tr-  in  (Zr:  387,  423;  in  jr:  9-10;  in 
r:   10;  intatto:  228. 

?i  in  ti:  410;  in  ?°:  88;  in  0:  ib. 

M  in  n:  409;  in  0:  256. 

«  di  sillaba  aperta  e  di  base  paros- 
sitona,  dati  -a  -e  -0,  in  ou,  au: 
86-7;  dati  -i  -u,  in  u:  ib. 

ù  di  sillaba  chiusa  e  di  base  propa- 
rossitona,  dati  -a~e  -0,  in  0:  86-7; 
dati  -i  -u,  in  -u:  ib. 

«  di  posizione,  in  à:  461, 

?i,  nella  vicinanza  di  consonante  la- 
biale, in  p  :  458  sgg. 

u'  in  i:  410;  in  0:  282  n. 

?<-  caduto:  90. 

u  atono,  in  0':  4. 

u  protonico,  in  o:  113,  258;  in  ;:  4; 
in  a:  90;  in  e:  4;  in  e:  90;  in- 
tatto: ib. ;  caduto:  ib. 

il  protonico,  dato  i,  in  ic:  386  n. 

t<.  postonico,  in  a:  4;  caduto:  90. 

-u  in  0:  258-9;  in  e:  259;  caduto: 
11-2. 

-n  da  -wiJo,  ecc.:  118,  413. 

uè-  in  uè:  473  n. 

i<é  in  li:  227. 

i{ei  ih  tn':  16. 


518 

lei  in  te:  227. 

vi  in  «:   10. 

l'ie  in^'e:  215. 

telò  ecc.:  6. 

-ìilo,  ecc.,  in  u:  102,  413. 

v:  257,  258,  460. 


Indici.  —  II.  Forme. 


anche  mediato,  di  consonanti  la- 
biali: 457  sgg.,  474,  476,   477  sgg. 

Vocali  postoniche  espunte:  412-3. 

Vocali  finali  cadute;  412. 

vr  in  fr:  424 

-vr-  in  r:  424  n. 

-vv-  in  bb:  95. 


v:  264,  ecc.  io:  96,  11.5,  215-6,  263,  419. 

V-:  95,  eci'..  ;  in  gic;  96,  465,  467;  in  w  in  v:  8. 

f.  485,  486;  dileguato:  418,  503.  -wi  in  wéj:  18. 

-t>-  in  ^  :  8;  dileguato:  7-8,  95,  127,  wn  in  mn:  451. 

262,  418,  479,  486,  487,  489. 

-V  in  f:  419,  423.  x,  di  voci  dotte,  in  s':  382  n. 
ty:  416,  ecc.;  in  ^:  5;  in  ^^:  90. 

vo  in  go:  219.  e  in  s:   HO,  212  n;  in  s:  ib. 
Vocali  toniche  alterate  dal  contatto, 


ir.    Fonile. 


-àbile:  31,  270. 

-àccio:  416. 

-àce:  291. 

-acew:  31,  270,  291,  427. 

■àcu:  286,  300,  301. 

-àculu  :  291. 

-adgre  :   371-2  n. 

-adùra  :  372  n. 

-d^re:  423,  427. 

•àggio  :   136  n. 

-àie:  32,  270,  291,  298. 

-àìne  :  428. 

-an  :  32. 

-anco  :  294. 

-àneo  :  220. 

-anjco  :  270. 

-ano:  32,  270,  185  n. 

-ànlia  :  32. 

•drcio:  32,  291,  428. 

-àrio  -a:  32,  84,  91,   126,  182  n, '270, 


291,  426,    451,    455,    491.    E  v.  il 

1.°  di  questi  Indici. 
•àta  :  426. 
•  afelio  :  378. 

■  àtico:  32,  270,  282,  423,  427. 
-àio  -a:  32,  271. 
-atòre  :  426. 
-atório  :  426. 
~atrice:   10. 
-bile:  413. 
-àbile:  31. 
-éca  :  373. 
-é^/o:  33,  271. 
-éngo  :  456. 
-éno  :  23,  33. 
-énse  :  33,  271. 
-ensiàno  :  33. 
-éntia  :  32. 
-én<o  :  426. 
-èo  :    174. 


Indici. 

-e'o'lo:  33,  87,  253,  254. 

-ério  :  33. 

-étto:  33,  426-7. 

-e'to:  33,  271,  300,  301,  373  n. 

-?a:  426. 

-la  :  33,  425. 

-ibile:  31. 

-iceo  :  427. 

-ìcio:  33,  271,  427,  451,  452,  455. 

-iclo:  427,  292. 

•  icto:  271. 

-iculo:   271, 

-Trfo:  35-6,  HO,  381. 

■iere  -i  :  182  n. 

-ile  :  36. 

-iZe:  491,  492,  493. 

-Ine  :  36. 

-Ingo  :  33. 

-Tno  :  451  n. 

-ino:  33,  271,  427. 

-io  :  34,  271. 

-iòne  :  33,  427. 

-beo:  34,  271. 

-issa:  34,  428. 

■tsfo  :  34. 

-Ì5iro:  271. 

-ita  :  32. 

-i^id  :  5,  34. 

-tties  :  17. 

-itóre:  426. 

-iiório  :  426. 

-i<o:  271. 

-i«o:  33. 

-iuo:  34,  86,  113,  485. 

-lènto  :  33. 

-ménta  :   34. 

'ócio  :  271. 

-àio:  291,  427. 

-wV:  271. 

-óne:  34,  86,  271,  427. 

•ónea  :  427. 


II.  Forme. 

-ani:  281. 

-óre:  34,  86,  175. 

-Orio:  35,  86,  91,  271,  450  n. 

-orna  :  428. 

-òso  :  35,  271,  428. 

-òtto:  271,  427. 

-tate  :  35. 

•tiòne  :  33. 

-ifóre  :  35. 

-«>nce:  35,  426. 

-tro  e  -èro:  368. 

•tura  :  35. 

-Mceo  :  271. 

-Udo:  427. 

-tidme  :  36. 

-idlo:  271. 

-iHo:  36,  118,  413  n,  486,  487. 

-idu  da  -eòlo  :  253,  254. 

-urne  :  494. 

-?'(ra  :  35,  271. 

-lito:  32,  271. 

ad-:  36,  272,  428. 

his-:  429. 

cato-:  272. 

(Ze-:  37,  272,  428. 

de-ex-:  428. 

des-:  37. 

dti-:  428. 

ea;-:  272,  428,  492,  495,  4^6. 

extra-:  38,  429. 

in-:  38,  272,  428. 

intet-:  38,  429. 

re-:  38,  272,  412,  429. 

ri-  e  rm-  :  73. 

per-  :  38. 

^re-  ;  38. 

pre-  e  prò-:  412. 

sub-:  38,  429. 

supra-  :  38. 

trans-  :  38. 

-fros-:  429. 


519 


520 


Indici.  — 


Scambio  tra  prefissi,  saffissi  o  fini- 
menti nominali:  2,  3-4,  16,  284, 
298,  373,  428. 

Prefisso  omesso  perchè  apparente- 
mente superfluo  :  484. 

Deverbali:  31,  47,  120,  124,  127, 
139  n,  151,  157  11,  158,  159,  160, 
164,  165,  166,  168,  169,  170,  181, 
182,  183,  184 11,  188,  190,  195, 
197,  199,  201,  202,  204,  205,  206, 
207,  209,  213,  218,  272,  385  n, 
389,  425,  484,  485,  487,  493,  495, 
498,  509. 

Tipi  nominativali  :  17,  90,  158,  159, 
161,  162  n,  185,  190,  196  n,  199, 
210,  213,  219,  265,  429,  430,  491; 
in  nomi  locali:  241,  429;  in  nomi 
proprj  :  241,  265. 

Obliquo  de' neutri  in  -iis:  120. 

Genitivo  :  17  ;  in  nomi  locali  :  237, 
266. 

Genitivo  plurale  in  nomi  locali:  266. 

Locativo  in  nomi  locali  :  266. 

Vocativo  esteso  oltre  i  suoi  limiti  : 
276. 

Vocativo  di  ragione  neo-latina  :  157, 
228,  232. 

Plurale  dei  masc,  in  -a:   18. 

Plurali  con  distinzione  interna:  13-4, 
17-8,  85,  86,  87,  88,  430;  con 
doppia  distinzione  :  430. 

Plurale  nel  singolare:  17,  18,  68, 
430,  483. 

Singolare  nel  plurale  :  10,  206,  228, 
232,  409. 

Il  sing.  deU'aggett.  masc.  sul  plu- 
rale e  sul  femin.  :  11. 

Plur.  femin.  sul  plur.  masc:   14, 

Mascolini  di  3,^,  alla  2.^:  16,  87, 
160,  175,  210,  266,  483,  490. 

Mascolini  di   1.^  alla  2.^:    16. 


II.  Forme. 

Feminili  di    3.^    o    di    5.^,  alla  1.^ 
16,  232,  266,  299,  361,  43u. 

Feminili  di   1.%  alla  3.^:  381. 

Aggettivi  di  2.^  alla  3.*:  170. 

Plurale  neutro  :  17,  266. 

Plurale  neutro  del  tipo  tempora, 
esteso  ad  altri  nomi  :  232,  266. 

-a  nel  masc.  di  aggettivi  di  quan- 
tità :  232. 

Genere  mutato  :   17,  ecc. 

Mascolino  in  feminile:  88,  232, 
429. 

Feminile  in  mascolino:  46,  70,  84, 
187,  210,  352,  402,  429. 

Plurale  feminile  in  -e  da  neutri  in 
-a:   17. 

Feminile  singolare  in  -a  da  plu- 
rali neutri  in  -a:  85,  87,  142,  232, 
283,  430,  487. 

Feminile  in  nome  di  alberi:  449. 

Comparazione:  232. 

Articolo:  18,  92,  230-31,  267,  303, 
310,  417,  417  n,  430-31;  diversità 
tra  forma  pre vocalica  e  forma  pre- 
consonantica dell'articolo:  431. 

el  artic.  fem.  plur.:  431. 

Pronome  :  19-23,  233,  267-f!,  303  sgg., 
431-8,  ecc. 

Pronome  enclitico:  19,  325,  396, 
431  sgg.,  413,  416-7. 

Pronomi  personali:  19,  267-8,  233, 
431,  ecc. 

tibi:  267. 

teve:  267  n,  e  quindi  meve;  ib. 

e,  a,  al,  pronomi  soggetti  enclitici 
d'ogni  genere  e  numero:  20,  433. 

li,  z,  gì,  gè,  gle,  dativo  atono  per 
ogni  genere  e  numero:  20-21. 

gè,  id.  id.  :  20. 

ce,  id.  id.:  233. 

'lei'  ambi<.?enere:   19. 


Indici.  —  II.  Forme. 


521 


*ill  ae-i  :  3')T. 

lieis,  leis  :  3 1 4  n ,  396-7. 

chiel,  chiella,  chiUa:  430  n. 

nus  :  316  n. 

«ns  :  315. 

ne:  433  n. 

o:  432;  ve:  433  n. 

'homo':  438. 

Pronomi    o    aggettivi   dimostrativi: 

22,  227,  268,  435-6. 
ille:  231. 

iste  -u:  310  n,  304,  43.5: 
ipso   -u:    303  sgg.,    309,    309-10  n, 

435. 
-hùnc:  436  n. 
*ille-ipse:  314n. 
*ist  e-il  le:  305  n. 
*i  psu- ili u:  315-6. 
*eccu-tibi-istu:  309. 
*eccu-ips-:  395. 
*èccu-ist-:  395. 
*èccu-hoc:  308  n. 
*en' ss'lioc:  307. 
*en'ssn:  307,  396. 
*en'llu:  307  n,  396. 
«5^:  409. 
es:  304. 
ese:  304. 
esse:  304. 
exe:  304  n. 
esso  :  314. 

-esso  di  sovr-esso  ecc.:  3i5. 
eis:  314. 
€ix:  311. 
lezz:  314  n. 
ìjess:  397. 
steli  305  n. 

^kku-esso  ecc.:  303,  305,  308  n. 
arpiese  -esse  -eix  -es:  304,  304  n. 
csa,  cuissa  :  311  n. 
cost,  col:  436. 


codesto:  309. 
desso:  314. 
Ih-I'i,  si(-si:  436  n. 
lon,  san:  406  n,  436. 
co:  436. 
Pronomi  relativi  e  interrogativi:  22, 

437. 
que  que?:  421,  437. 
quid:  437. 

chi^  pronomo  relativo  soggetto:  22. 
che,  pronome  relativo  oggetto:  22. 
chi,  relativo  neutro  :  22. 
Pronomi  pos.sessivi:  22,  87,  435. 
to,  so,  atoni,  ambigeneri   e   ambinu- 

meri  :'  22. 
Riflessivo:  20,  434-5. 
Pronomi    indeterminati    e    aggettivi 

pronominali:  23. 
Pronomi  perifrastici;  43S. 

Verbo. 

-aceare :  428. 

-ccare:  107,  281. 

-icare:  36,  119,  428,  487,  500. 

-idjare:  36,  272.  428. 

-inare  :  204  n,  428. 

-i score  :  428. 

-ita7'e  :  481. 
■  -ottave:  428. 

-idare-:  428. 

Scambio  tra  prefissi,  suffissi  o  fini- 
menti verbali:  384,  412. 

Denominali  :   36. 

Influenze  analogiche  nella  conjuga- 
zione  :  18,  23,  25,  26,  27,  28,  29, 
30,  85,  88,  96,  229,  233,  234,  235, 
268  n,  325,  401,  406,  439  sgg., 
480,  496. 

Il  tema  del    presente  esteso  oltre 
suoi  limiti  :  415. 


522  Indici.  — 

La  forma  delle  voci  arizotoniche, 
portata  nelle  rizotoniche  :  2,  3, 
46,  47,  218,  219-20,  415,  380  n, 
368. 

Il  tema  verbale  determinato  dal  par- 
ticipio passato  0  dal  perfetto  ; 
367. 

Verbi  che  passano  dalla  2-3  conju- 

.  gaz.  alla  4.^:  26-7,  439,  490;  dalla 

2.a    alla   3.»:    439,  489;   dalla  1.=^ 

alla  3.*:  496;    dalla  4.^   alla  3.^: 

ib.  ;  dalla  3.*  alla  1.^:  72. 

Infinito  :  448  ecc.  ;  forma  sincopata 
e  forma  integra  nell'inf.  in  -ere: 
439. 

Il  Participio  presente  in  -en^e,  esteso 
alla  1.^  conjugaz.  :  27;  in  -ante 
esteso  alla  2-3.*  :  ib. 

Participio  passato  :  448  ;  debole  in 
-l'ito  :  270  ;  forte  :  27,  233. 

Participj  'accorciati':  141,  153, 
156  n,  166,  170,  179,  180,  181,  195, 
203,  210,  211,  218. 

Gerundio:  442;  della  4.*,  in  •iando: 
27;  in  -int:  442. 

Presente  indicativo  :  439-40,  ecc. 

-0  analogico,  nella  1.*  pers.  del 
pres.  indie.  :  23. 

Congiuntivo  presente  :  440-41,  ecc. 

Il  congiuntivo  presente  della  2-4.^, 
nell'analogia  della  1.*:  26. 

Imperativo:  441-2,  ecc. 

Imperfetto  :  442,  ecc. 

L'imperf.  indie  della  1.%  nell'ana- 
logia della  2-3.«  :  233. 

-éa  ed  -èva  ;  24,  26. 

•àmio  nella  1.*  plur.  dell'imperf.  in- 
die: 325,  401. 

•àvio  nella  2.^  plur.  dell'imperf.  in- 
die. :  325,  401. 

Perfetto  :  24-5,  442-3,  ecc. 


II.  Forme. 

Perfetto  debole  in  -étti  ;  444. 

Perfetto  debole  in  -ér-,  sull'analogia 
della  3.*  plur.:   443. 

Il  tipo  'habui'  a  base  del  perfetto 
debole  :  234-5. 

-si  nella  2.*  pers.  del  perf.  :  24. 

La  3.*  plur.  in  -àmio  325  n  ;  in 
-orno,  -èrno  'imo  :  ib. 

Perfetto  forte  :  24,  234-5,  325  n, 
443. 

Perfetto  forte  in  -vi  :  233-4. 

visti  :  444. 

Piuccheperfetto  indicativo  :  443  n. 

Futuro:  444,  ecc.;   perifratico:  234. 

Futuro  col  tema  infinitivale  ridotto: 
411,  444;  col  tema  analogicamente 
portato  al  tipo  della  1.*:  89. 

Condizionale:  444-5,  ecc.;  col  tema 
infinitivale  ridotto:  411,^444;  col 
tema  analogicamente  portato  al 
tipo  della  1.^  :  89. 

Seconde  persone  con  distinzione  in- 
terna :  14,  83,  85,  86,  87,  88. 

La  1.*  plur.  in  -a;  440;  in  -n:  414. 

Conjugazione  incoativa:  270,  439. 

Passivo  :  270. 

Verbi  irregolari: 

'essere':  27-8,  226,  235,  268,  446  7. 

s'è:  28  n. 

'avere'  235,  268-9  n,  445-6,  ecc. 

ó:  445  n. 

habui:  443;  riformato  su  de  bui: 
473  n. 

'sapere':  445-6. 

s  a  p  u  i  :  443. 

*  s  e  p  u  i  :  473. 

'stare':  447. 

'dare':  448. 

'fare':  447. 

'  vadere':  447. 

' dovere':  448. 


Indici.  —  III.  Funzione  e  Sintassi. 


523 


'dire':  448. 
'gire':  31. 

Numerali:  23,  267,  438,  ecc. 

'due'  e  'ambo'  declinati:  267. 

diciassette  :  223-4. 

diciannove:  223-4. 

diciaotto,  dÀcidotto:  224. 

Numeri  ordinali  in  -éno  :  23,  438. 

Indeclinabili. 

Preposizioni:  40-41,  274. 
Congiunzioni:  40,  273-4. 
et:  222,  224. 
a  e  e  at  que:  223-4. 
qva:  273. 


Interjezionì:  41. 
Avverbj:  38-9,  272-3,  ecc. 
•  mente  -i:  13,  38-9. 
-óne  -i:  498. 

-a  analogico  nell'avverbio  :  2. 
inde:  233,  268,  437. 
ibi:  433  n. 
il Ile:  433  n,  434. 
hi:  432. 

elio,  esso;  307  n,  396;  loro  limiti  geo- 
grafici: 396. 
aJckfllà,  assilla,  aliali:  395, 
ora  indeclinabile  :  324  n. 
iinkó':  408. 
intus:  412. 
Affermazione:  436-7. 


III.   Funzione   e   Sintassi. 


Pleonasmi:  42,  233. 

Ablativo  assoluto:  327. 

Il  tipo  'più    meglio'    per  'meglio': 

232. 
Avverbio  concordato  col  sostantivo: 

66. 
Pronome  possessivo  posposto  :  233. 
Pronome  possessivo  affisso  :  233. 
Pronome  enclitico  posposto:  432-3; 

incorporato  nella  forma  verbale:  13. 
'io'  per  'noi'  :  432. 

I  pronomi  enfatici  mi  ti  in  funzione 
di  soggetto:  19. 

II  pronome  personale  oggetto  di  3.^ 
persona,  in  funzione  di  riflessivo 
enfatico:  20. 

chi  per  'di  cui':  23. 
Il  relativo  che,  in  funzione    di  obli- 
quo indiretto:  327. 
ipsu   che   funge   da  dimostrativo  di 
Archivio  glottol.  ital.,  XV. 


2.^  persona:  306  sgg.  ;  limiti  geo- 
grafici del  fenomeno:  313-4. 

ipsu  in  funzione   di   articolo:    267, 
303,  311. 

'kkn-esso;  sua  funzione  e  diffusione: 
304-5,  306,  310-11  n. 

L'infinito    'essere'   incorporato   nel 
verbo  ond' è  retto:  13. 

Il    presente  indie,    per    il    presente 
cong.  :  235. 

Il  presente  cong.  in   funzione  d' im- 
perativo: 41. 

L' imperfetto  cong.  per  il   presente 
cong.:  235. 

L'imperfetto  cong.  in  funzione  di  im- 
perativo proibitivo:  41. 

Il  condizionale  per  l'imperfetto  cong.: 
235. 

Il   gerundio    per    il    participio   pre- 
sente: 327. 

35 


524 


Indici.  —  III.  Funziono  e  Sintassi. 


Sostantivo  in  funzione  di  aggettivo: 

185  n. 
Aggettivo    in    funzione    avverbiale  : 
232. 

Avverbio  in  funzione  aggettivale: 
322,  322  n;  in  funzione  pronomi- 
nale: 434  n. 

Infinito  sostantivato:  36. 

Participio  sostantivato:  36. 

Participio  presente  in  funzione  di 
aggettivo:  442. 

Il  tipo  'non  sii  cantando'  per  'non 
cantare':  235. 

L'inibitivo  del  tipo  'non  ti  fidare': 
441. 

Il  tipo  sintattico  'vattelappesca': 
221  sgg.;  323;  suoi  limiti  territo- 
riali: 221-2;  sua  estensione  ad  al- 
tri tempi  e  modi:  221-2;  come  si 
dichiari:  222-3. 

et  frapposto:  231. 

-óne,  in  funzione  di  diminutivo:  192. 

'acconciare'  per  'castrare':  134. 

'accumulare'  per  'appoggiare':  330. 

'ala'  per  'ascella':  96. 

'alno'  per  'larice':  452,  454. 

*alno'  per  'pioppo':  452,  454. 

'alno'  per  'orno':  453  n,  454. 

'angoscia'  per  'nausea':  45. 

'animale'  per  'quadrupede':  49. 

'antico'  per  'vecchio':  330. 

'arrivo'  per  'riposo':  95. 

'avorno'  per  'alno':  453  n,  455. 

'avuto'  per  'stato',  nelle  funzioni  di 
ausiliare  :  448. 

'bambola,  ragazzina'  per  'rosolac- 
cio': 122. 

'barda'  per  'basto':  230. 

'barra'  per  'guancia':  484. 

'bestia'  per  'asino':  91. 

'beveraggio'  per  'rinfresco':  32. 


'bollire'  per  'sbigottire':  296. 

'brandello,  'squarcio'  per  'saccoc- 
cia, tasca':  508. 

'campo'  per  '  seminatorio ':  3.59. 

'cane'  per  'bruco':  497, 

'cane'  per  'amento':  497. 

'castratore'  per  'veterinario':  424. 

'catino'  per  'stagno':  88. 

'cedro'  per  'cocomero':  338, 

'ceppo'  per  'vite':  232. 

'cesso'  per  deretano':  422. 

'cibo'  per  'miccia':  230. 

'cieco'  per  'avannotto  d'anguilla, 
piccola  anguilla':  499-500. 

'coda'  per  'parte  estrema':  484.. 

'colare'  per  'ammollare':  75. 

'compire'  per  'maturare':  489. 

'conciare'  per  'spremere':  339. 

'conciare'  per  'vagliare':  339. 

'condizione'  per  'faccenda,  avveni- 
mento': 54. 

'contestare'  per  'negare':  153. 

'coppia'  per  'gemello':  489. 

'corba'  per  'mastello':  94. 

'covare'  per  -nascondere':  484. 

'covaticcio'  per  'stantio'  :   120. 

'crogiuolo'  per  'lampadine':  427. 

'cuccuma'  per  'capo':  156  n. 

'cuccuma'  per  'rabbia':    156  n. 

'Diana'  per  'fata':  488. 

'dimora'  per  'sollazzo':  57. 

'domestico'  per  'gentile':    382  n. 

'dosso'  per  'baccello':  283. 

'ebbio'  per  'laburno  fetido':   487. 

'essere'  per  'avere'  nelle  funzioni 
di  ausiliare  :  234,  327. 

'falda'  per  'grembiale':  486. 

'fantoccio'  per  'pazzo':  293-4. 

'fata'  per  'rospo':  507. 

'favo'  per  'ciambella'  :  487. 

'fiatare'  per  'sofiiare  il  naso':  93. 


Indici.  —  III.  Funzione  e  Sintassi, 


525 


'fisica'  per  'medicina':  61. 
'fuoco'  per  'fulmine':  345. 
'gatto'  per  'bruco':  497. 
'gatto'  per  'amento':  497. 
'giavellotto'    per   'serpente':    500- 

501. 
'giocare'   pei    'rappresentare':  419. 
'imborrare'    per  'calcare,   spingere, 

inseguire':  497. 
'intricare'  per  'accalappiare' :    493. 
'indietro'  per  'iterum':  95. 
'infetto'  per  'cattivo':  96. 
'inguine'  per  'edera':  368. 
'lastrico'    2)er    'torrazzo,    casa    con 

terrazzo' :  331. 
'latino'  per  'facile,   chiaro,  largo': 

377  n. 
'legno    bianco,    fusto    bianco'    per 

'pioppo':  492. 
'maschio'  per  'ariete':  490. 
'maschio'  per  'verro':  490. 
'matto'  per  'ragazzo':  292. 
'mela'  per  'guancia*:  68. 
'mela'  per  'natica':  68. 
'monaca'  per  'chiocciola':  491.' 
'monaca'  per  'testuggine':  491. 
'muscolo'  per  'omero':  93-4. 
'no'  per  'né  '  :  230. 
'oblata'  per 'crosta  di  polenta':  503. 
'onde'  per  'dove':  273. 
'orbo'  per  'cieco':  53. 
'ordine'  per  'filare':  86. 
'oscura'  per  'vedova':  356. 
'parete'  per  'muro   di  cinta   a  sec- 
co '  :  350. 
'pece'  per  'cerotto':  416. 
'pensile'  per  'pietra,  rupe':  94  n. 
'pietrajo'  per  'ventriglio  dei  polli': 

120. 
'pigna'  per  'stufa':  505. 
'pingue'  per  'strutto':  460. 


'pomo'  per  'frutto':  473  n. 
'quadrupede'  per  'lucertola,  ecc.': 

110. 
'rapido'  per  'ripido':  13,  492. 
'rapina'  per  'rabbia':  186. 
'riccio'  per  'truciolo ':  482. 
'riprendere'  per  'biasimare':  218. 
'rospo'  per  'strega':  507. 
'rossigno'  per  'salice':   114. 
'sano'  per  'pieno':  398. 
'sano'  per  'intiero':  317  sgg.,  397- 

40)  ;  fondamento  latino  di  questa 

significazione:  321. 
'scheggia'  per  'truciolo':  482. 
'scolare',  per  'asciugare':  7.5. 
'scopa'  per  'graspo':  492. 
'sedere'  per  'essere':  448. 
'segnare'  per  'incidere':  85. 
'senno*  per  'senso':  75. 
'sera'  per  'jeri  sera':  75. 
'sermone'  per  'rimprovero':  296. 
'sonno'   per  'tempia':    226    (cfr.    il 

ven.  sono). 
'sperare'  per  'temere':  77. 
'stazione'  per  'bottega':  78. 
'straniero'  per  'rozzo':  382  n. 
'tasca'  per  'corredo.':  508. 
'tasca'  per  'scarpa':  508. 
'tentenna'  per  'sonaglio':   117. 
'terriera'  per  'ereditiera':  297. 
'trave'  per  'guancia':  483. 
'umile'  per  'morbido,  tenero':  394. 
'veicolo'  per  'culla':  456,  467. 
'veicolo'  per  'erpice':  467. 
'venire'  per  'divenire':  80. 
'vicenda'  per  'faccenda':  81. 
'vicino'  per  'concittadino':  81^ 
'vivanda'  per  'pasta':  486. 
'zamputo'  per  'rospo':  109,  499. 
'zuffqlare'  per  'sdrucciolare':  219, 


526 


Indici.  —  IV.  Lg 


I  V.   Lessi 


ICO 


abari gau  482. 
abbericimza  489  n. 
abbessiu  504. 
^abbie'lg''  466. 
abboja  491. 

abbojare  491. 

abborrare  495. 

abburrir  495. 

a&ée  275. 

abesiu  504. 

abourrd  495. 

aburrir  495  n. 

a  e  223. 

acampeirà  275-6. 

accuilare  ecc.  485. 

acheter  428.  , 

*acucla  427. 

acupintu  481. 

adesso  461. 

adieso  461. 

àffaga  370  n. 

affranchiare  486. 

affranciare  486. 
a  gatariàu  ecc.  498. 
a^n  ecc.  449-50. 
agnellare  ecc.  481. 
agnetàn  452. 
agnu  481. 
agourro  113. 
agueyréu  421,  427.. 
agugella  371  n. 
agùrnu  453  n. 


ahimé  473. 
aiguière  421. 
àingla  368. 
diamo  ecc.  453. 
«/({no  454. 
albu  492. 

àldan  ecc.  449,  452  n. 
alienu  482. 
alipedde  ecc.  481. 
alipintu  ecc.  481. 
a  «re  482. 
allorumare  490. 
alluda  375. 
aitona  453. 
almeja  469. 
«Zwo  453  n. 
*a?neifanM  452. 
*alnétu  455  n. 
alneus  -a  449  sgg. 
a/wta  452. 

*aZn"?ca  450  n,   452. 
oZnJs"  -sa  ecc.  451. 
alnus  449  sgg. 
alosì%èr  428. 
ambessi  ecc.  504. 
ambii  453. 
aìnborminà  424. 
aìnbgssu'r  426. 
ambottdu  426. 
amburi  424. 
amddn  453. 
ameddno  453. 


ajnjs'  276. 

amoret  419. 

amorlèr  428. 
amoscino  97. 

qmpèjs  504. 

ampejsé  504. 

ampessi  ecc.  504. 

ùmida  4Iy. 

ctwce^à  -àna  451. 

ancisam  428. 

andebéni  488  n, 

*ane  u  455  n. 

anferghèr  424. 

àngia  501  n. 

angiài  481. 

anidrese  481  n. 

ani/  ecc.    451. 

annoditare  481. 

anspid  428. 

ansundér  97. 

antàpa  106. 
antén  452,  453. 
anierdod  429. 
anterfiché  429. 
antienne  461. 
antrech  416. 
antrevar  276. 
antór^t*  482. 
anuie  426. 
ansa  501. 
awja  501  n. 
anienif  482. 


*  Non  si  tien  conto,  di  regola,  delle  voci  che  aprono    i   singoli  articoli 
delle  serie  alfabetiche  ricorrenti  a  pp.  42-82,  134-213,  328-62. 


ànsula  501  n. 
anzùma  422. 
aorosch  506. 
apedjl  504. 
aphaca  370  n. 
appetigài  487. 
aprii  481. 
apsì  504. 

a  qua  280  n,  407,  421. 
a  ranon  497. 
aràxi  483. 
arbeglia  410. 
ar bitri um  462. 
area  481. 
argióla  ecc.  481. 
argriììà  429. 
arigarza  ecc.  482. 
«nn  449. 
«ris  482. 
arista  368. 
armary  415  n. 
armellino  494. 
«rmenmca  ecc.  494. 
armoise  468. 
«rmMJÌan  494. 
arnér  451. 
órnM  455  n. 
«rnw  450  n,  454  n. 
tìrpa  277. 
arpion  277. 
arpja  211. 
arreys'i  439. 
arrordér  428. 
arrMi  482. 
artaju'r  426. 
artemisia  468. 
arvoire  462. 
arseina  105. 
«rime  105. 
arzòlu  483. 
arò  ohi  509. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

a  scta<  497. 
'  asciugacapo  '  367. 
ascurccr  428. 
assaisonner  368. 
assorta  428. 
astrolabi  um  509. 
astuddare  482. 
atòngiu  483. 
atque  223-4. 
attitlirigài  487. 
attupateddu  493. 
augello  376  n. 
augurare  485. 
aulenar  454. 
ai'irra  485. 
autàngh  454. 
aliano  eoe.  452. 
aMtre  510. 
àuzinu  451  n. 
aveschd  ecc.  Ili  n. 
aviere  462. 
avisché  ecc.  1 1 1  n. 
awje  277. 
avogla  427. 
avoUer  510  n. 
rt  voltra  510  n. 
awi'rfra  510. 
avvizzito  504. 
ayassa  420  n. 
ayutra  510. 

bacheca  373. 
bacoco  373. 
bacucco  375. 
b  a  e  u  l  u  456. 
òaZire  482. 
band.a  bioua  482. 
barbasto  118. 
bar  càia  211. 
barigadu  482. 
bas'otto  382  n. 


527 


batàgl  427. 
batassare  385. 
^(XTQaxos  1 12. 
/;a<<oZa  382. 
bausàrd  428. 
bazzècola  373. 
bazzotto  382  n. 
6&M&&W  230. 
6ea  275. 
bechòn  412. 
béculo  456. 
b  ed  al  e  275. 
bedum  275. 
èe/re  463. 
*belirculum  456. 
behlhon  ecc.  99-100. 
beliscar  98. 
belletegd  97-8. 
benda  473. 
benént  426. 
bennarzu  491. 
bentriixu  ecc.  482. 
berboglià  ecc.  424. 
bergajré  275. 
bergonzóla  424. 
6e>-o  490. 
beroù  490. 
bertelléra  426. 
bertisse  277-8. 
berzigner  429. 
bescavéz  429. 
besestr  429. 
fceso  275. 
èè'ssi  504. 
èestói  429. 
èew  275. 
bàvero  463. 
fte^aZ  275. 
ftiatie  503. 
biaìttu  482. 
Jiauo  ecc.  482. 


528 

bicc  99. 

bicocca  12S. 

hicolàn  ecc.  278. 

bicoquin  ecc.  128. 

bie  275. 

bieco  AIA. 

biedone  462. 

bieta  462,  479. 

bietta  99,  465. 

ftièure  462,  463. 

biffe/  100. 

bigo'lo  401. 

bigoncio  401  n. 

bigutta  376  n. 

&2;"a  99. 

Z^iTZe  99. 

&i7Zon  99. 

fti^of  99.      ■ 

binchiza  482, 

bìrdiu  482. 

&iro  ecc.  278. 

&/rro  278. 

birru  278. 

bis  ecc.  279. 

bisare  482  (cfr.  mil.  vi- 

ò'orà). 
biscebaggi  279. 
bisciabova  ecc.  278,  279i 
&we  279. 
bisibosa  278. 
6J5S«  278. 
bissa-kupera  279. 
bissa-scudellera  279. 
bissest  429. 
bissétre  429. 
bissicelo  279. 
bito'rzolo  377. 
bitsella  270. 
bitshm  270. 
bituro  -rro  377  n. 
èrnia  373. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

bj alerà  275, 

bjana  100. 

è;"o/.-;i  100. 

&;'z<n   100. 

bjuvélt  482. 

bizzuca  279. 

è^a^fo  456. 

bledgcir  ecc.  97. 

^^Zede^  97. 

bledon  462. 

6oa  279. 

bocciuolo  103-4. 

bogon  280  n. 

bomberaca  373. 

bonaga  373. 

bondura  483. 

bonaùra  485. 

*bone  322  n,  400-401. 

&0W  É-yr  406. 

Z>or  ecc.  496. 

6ore  114. 

borar  ecc.   494-7. 

borchia  473. 

&ori  ecc.  494-7. 

borida  496. 

&orra  114,  497. 

borra  473. 

borrare  495  n. 

borre  ecc.  1 14. 

bórrer  494-7. 

&os'e  278. 

òós'oZe  278. 

bossolo  A73. 

botru  488. 

&o«  494. 

bottum  494, 

bould  495. 

bourrer  494-7. 

bourret  ecc.  114. 

bourrique  ecc.   114. 

bova  279. 


&oy«  288,  488. 
òoyaZ  280. 
bóveda  488. 
bòvolo  279. 
6o'=3oZo  473, 
brabu  ecc.  482. 
bragiuola  130. 
bragliau  426. 
branca  ecc.  100-101. 
branche  100-101. 
branco  ecc.   100-101. 
brancucce   101. 
braxólu  483,  509. 
brecuelo  456. 
ère^a  421-2. 
breiga  AIA. 
breto  114. 
?>rei7a  290  n. 
brévad  290  n. 
&rei~a  290,  474. 
bribbiddosu  290  n. 
bricco  ecc.  114. 
brigne  410. 
brisciamento  290  n. 
Z^rba  290,  424. 
&ris<3  474. 
brisou  290  n. 
&r2ssó  290. 
brivido  290. 
brivilegio  389. 
brizzatino  389. 
brizzolato  389. 
broacér  422,  426. 
broascà  406. 
bròatec  507. 
brobbio  388. 
brombla  102. 
brombo   101-2. 
brómbol  102. 
brombolàr  101. 
brómbula  101-2. 


broscdhi  40G. 
*b rose  US  506, 
*brotacus  507. 
^QÓtu^og  112. 
hroxae  506. 
bruesche  505  sgg. 
hrugna  389. 
hrujo  505  sgg. 
brumesta  290  n. 
brunella  389. 
brusciu  505  sgg. 
bruscus  506. 
bséstar  429. 
&(7«to  122. 
&;■(■&&«  122. 
&t(&6oZa  380,  383. 
bucato  103-4. 
buccella  278. 
buccinello  381  n. 
bucina  381  n. 
bùcine  381. 
budrone  488. 
&Mée  102-4. 
bugada  102-4. 
bugigatto  371  n. 
&2«<7io    371  n. 
6i'ma  103. 
bùnà   103. 

bulimaca  -naca  373. 
bulista  494, 
biillitigà  97. 
&t«re  495. 
buriar  495. 
burir  496. 
burlim  114. 
burra  114,  497. 
biirrada  495  n. 
burri t  496  n. 
&?<sso  473. 

c«&ù;?«  483. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

ca&i«  483. 
cacapuzza  378. 
cacaràulo  104. 
cacaràuno   104. 
cacc  ecc.  104. 
cacchione  497. 
caciocavallo  104. 
caecTlia  376. 
caecu  499. 
cagadii'r  426. 
cagelt  104. 
cagnòn  497. 
calapat  105,   110. 
calappio  388  n. 
catapuzza  104. 
calenzuolo  389-91. 
calhet  ecc.  287. 
calhould  287. 
caligariu  388. 
calimon  105. 
caZisczj  483. 
calma  e  ce  ,  483. 
cahnousète  105. 
calogna  472. 
e  a  1  u  m  n  i  a  472. 
cama  483. 
camar  483. 
cambarbu  492. 
cambis  280. 
camelót  427. 
camese  479. 
camicia  ecc.  469. 
camiddu  468. 
cammello  ecc.  468. 
camparar  275. 
*campariu  275-6.   .    > 
can  c?a  burrida  496. 
canfguni  367  n. 
cantègghia  484. 
cantheriu  483. 
cantréxu  ecc.  483. 


529 

capassa  379. 
capassone  379  n, 
*capera  106  n, 
e  a  p  e  r  a  r  e   1 06  n , 
capernaturg  ecc.  100  n. 
ca^jei  483. 

capézzolo    107.  . 

capifuoco  391-3. 
capistejo  379. 
capite  483. 
capitone  392. 
capofùoco  392-3. 
cappare  262  n. 
capre'z'zo  387. 
capriccio    387. 
caprùggine   106  n,    387. 
*c  a  p  u  483. 
caragiau   104. 
caracàuno   104. 
caracol  104. 
carasja  104. 
carcarazza  104. 
càrdia  484. 
cardiga  ,484. 
cardiggidi  484. 
caròi  -e  106. 
carpare  497,  498. 
carperò  498. 
carpone  281,  497-8. 
carreyrèu  A21. 
carron    106. 
cascaval  104. 
catapuzza  378. 
catapuzzo  105. 
catelina  107. 
catr'icola  387. 
ca<ro  380  n. 
catulu  497. 
cauma  483. 
caudica  128. 
cfutno  104. 


530 

cavdél  107. 
cavedon  ecc.  392  n. 
cavrenzol  ecc.  390  n. 
càzer  439. 
cazu  487. 
cedornella  379  n. 
cef  467,  479. 
cèmece  ecc.  470. 
ceneracciolo  103. 
cenerau  426. 
cèjpJr  108. 
ceppa  460. 
cernègl  427. 
cervoise  ecc.  466. 
C5-  citracca  387. 
ces  422. 
cesso  499. 
chalonge  472. 
chambis  280. 
champayrar  ecc.  275. 
c/iè&e  109  n. 
chenille  497. 
cheppia  461. 
cherebizzo  302. 
chiaramia  422. 
chiembel  472,  480. 
chiepa  461. 
cJiieppa  461. 
chindalu  482. 
chiocz  415-6. 
chioepp  108. 
chiavo  -do  476. 
chirià  426. 
g/ijsi  ecc.  422. 
chómer  483. 
ci«  422. 
ciambott  499. 
ciammuotto  499. 
ciampa  110. 
cianta  110. 
cibeca  373. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

ciciglia  376. 
cicigna  376. 
cieca  499. 
ciecolina  499. 
fiénere  478. 
ciòcia  508. 
ci(Jccia  508. 
cipppa  508. 
cioppare  508. 
cjo^oZa  382. 
etri  422. 
cirighin  283. 
ciue^fe  499-500. 
cbi  108  n. 
clavicula  484. 
davi  glia  484. 
cZe/-  467,  479. 
cZeue  467,  479. 
cliapo  108. 
cK^p  108. 
clTvu  467,  479. 
cloche  417. 
clìipea  461-2. 
coagiilu  487. 
coa^e  484. 
coàrbu  492. 
coberài  484. 
cobre  461. 
coca  128. 
cocca  128. 
cocei  426. 
coc/ie  128. 
codesto  378  n. 
*cod?ca  128. 
cofaccia  500. 
com^ó^M  484. 
coisàica  484. 
coizare  484. 
cois^a  484. 
coja  484. 
cojm  484. 


cojanza  484. 
coJm  484. 
cojuonzo  484. 
colora  464. 
cornar  483. 
cdmaréz  427. 
come  ecc.  471. 
*comien:ra'  ecc.  469. 
conjugare  484. 
contruxiu  482. 
e  o  n  V  e  X  u  485. 
cp'^a  461. 
cop  hinu  484. 
co^y'a   46 1 . 
coppa  473. 
coppia  461. 
co^we  128. 
coquelicot  122. 
corax  104. 
corata  371  n. 
coresto  378. 
corrarbu  492. 
cosita  283. 
cotyla  382  n. 
couettepay  110. 
coMZweure  464. 
coviare  491. 
craccài  486. 
cracu  487. 
crampon  101. 
crapan  109. 
crapaud  109,  497,  499. 
crape  109. 
crapeux  109. 
crapot  109. 
crastàu  424,  426. 
cratìfcìila  484. 
crécelle  109  n. 
cremia  91. 
-crepolo  387  n. 
crétamo  -no  382. 


creva  482,  489. 
cridalésimi  118. 
criolès  ecc.  118. 
crithinum  382  n. 
croha  492. 
<;roccai  486. 
cróxu  491. 
cry  411,  439. 
cucire  484. 
cubare  484. 
-cubile  485. 
cuemo  ecc.  471. 
cuetta  484. 
cueva  476. 
cMtZe  485. 
cuivre  461. 
culebra  464. 
culifùrriu  484. 
culilùghe  ecc.  484. 
«wZisazda  484.- 
cumbessia  485. 
cMOTÓn  469,  478-9. 
*cuopre''  ecc.  461. 
•cyaneu  487. 
E  V.  s,  'k'. 

<irt  Za  borra  495. 
damascenu  97. 
dar  de  501. 
dasgattiar  492-3. 
daiissa  283. 
davos  284  n. 
<?aiona  449. 
d'burida  496  n. 
'de&&o'  473. 
<iemi  469. 
derd  501. 
derré  438. 
desmèsti  428. 
dessedà  492. 
dèsslè  283. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

destare  492. 
dètraquer  107. 
<:ieua5  428. 
Diana  488. 
dicatto  375. 
didèlc  101. 
diember  472,  480. 
diewer  472,  480. 
dipanare  372. 
disàura  483. 
disaùra  485. 
ditole  101. 
divoto  473. 
dledger  98. 
doglio  478. 
dolium  478. 
doZm  283. 
fZorso  283. 
d  0  r  s  u  m  283. 
dossa  283. 
dosséf  283. 
dwm&rar  480. 

ea«  421. 
*e&&i'  473. 
eZ^&ro  462. 
èbriu  407. 
ebulum  487. 
ecna  ecc.  368. 
eZce  478. 
em  471. 
emme  471. 
empesé  504. 
engar  456. 
engeo  456. 
enguedad  456. 
énguen  368. 
én<rt  426. 
entadèm  47). 
ente  426. 
enfia  426. 


531 


epa  373. 
erborante  426. 
erfcoZina  121. 
erZo  112. 
èrpice  475. 
escharpe  507-8. 
'escrewe'*  462,  479. 
espiei  460. 
espieule  459,  480. 
esquirpe  364  n,  367. 
esteva  467. 
estiale  485. 
estorpar  475. 
estremo  473. 
estrepe  Alo. 
estreval  485. 
estrie f  ecc.  485. 
ew^re  510. 
ei-a  407. 
e  X  e  i  t  a  r  e  492. 
escutere  385  n. 
exoticu  382. 
eyazot  420  n. 
eyréu  427. 

fabrlle  486. 
facili  a  465,  486. 
/a<ia  507. 
fadali  ecc.  486. 
facciarhu  492. 
facies  415. 
falappa  284. 
falbalà  ecc.  283-4. 
falcala  465. 
faloppa  284. 
falórdia  485. 
faluppa  283-4. 
fantali  486. 
fantina  122. 
farbello  ecc.  284 
farchétola  382. 


532 

farchia  465. 
jaribolà  302. 
farrasca  485. 
farrimca  486. 
fata  .507. 
faude  ecc.  486. 
favagello  371  n. 
*favillisca  494. 
favolesca  494. 
/earwi  479-80. 
/ec^  416. 
fe'gato  ecc.  464. 
/i^Ye  464. 
^ fende''  ecc.  464. 
féngia  485. 
fentana  485. 
fentòmu  485. 
fermo  464. 
ferranca  486. 
ferròugl  427. 
ferula  485. 
ferzórgna  428. 
/esto  ecc.  464. 
festuga  372  u. 
feùrra  485. 
/?a6(2  487. 
fiàccola  465. 
fiadone  487. 
^aZe  487. 

fLammarata  ecc.  284. 
fiamore  486. 
fiancavo u  492. 
fianda  485,  486. 
fiargiu  487. 
^auo  487.  ^ 
fieccia  465. 
fieltro  ecc.  464. 
/temo  471. 
/(<?wo  464,  479. 
fiente  éce.  471. 
/?t;r  464. 


Indici. 


IV.  Lessico. 


/(er«  464,  467. 
fiere  e  -gè  465. 
fiermu  473  n. 
/(e«a  465-6. 
filigrésu  486. 
filugello  377. 
fiocina  465. 
fiocine  381. 
^pj^a  461. 
/«osso  466. 
/?o<<o  475. 
fidente  104. 
/iyoZ  413  n. 
fjatnales'na   112. 
/?aca  ecc.  486. 
floces  381  n. 
flueve  468. 
/oja  473. 

folaga  370  n,  465. 
folisca  494. 
/bne  465,  478. 
/ora  423. 
forfice  129. 
forgia  465. 
/p5co  ecc.  465. 
fósina  465. 
/ossa  ecc.  465. 
fèssine  465. 
fradlask  368. 
fraigare  486. 
fraine  486. 
fralda  486. 
franca  486. 
franda  486. 
frandigài  486. 
fraóne  487. 
frappa  ecc.  284. 
frastimare  487. 
freargiu  ecc.  487. 
freddo  ecc.  474. 
/■/•Cdo  474. 


fre'go.'o  380  n. 
freguez  ecc.  486. 
frente  475.  . 
fretza  415. 
*  friega  '  475. 
frlgère  290  n. 
friggio  290  n. 
/risa  424. 
frisson  290  n. 
/Hjìo  290  n. 
frobbire  486.      : 
/"ro^re  ecc.  129-30. 
/ro^a  422.' 
frondea  487. 
fràngia  487. 
/ros  129. 
/■r?y   411. 
friinda  486. 
frunti  Alò. 
frunza  487. 
/ri/  420. 
fui- fui  489  n. 
fuis-fuis  489  11. 
fìinda  486. 
fustialvu  492. 

gabata  230,  401. 
gaceia  376  n. 
*g  accula  285. 
*gacu  286. 
*gacùlu  287. 
gaggia  ecc.  285. 
gagian  285. 
gagnolare  218. 
^rai  ecc.  287.~ 
gaion  285. 
gaitzà  285. 
^faj  ecc.  285. 
gajda  ecc.  288. 
gajetta  286. 
^raJeWo  286-8. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 


53c 


gajo  285. 
yojola  287. 
y elianto  376. 
galaverna  416. 
gald  449  n. 
galera  388  n. 
galigajo  388. 
galjon  106  n. 
galletta  163  n. 
galy  287. 
gamba  280. 
gambis'a  ecc.  280. 
gamella  388  n, 
^aw/-  280-81. 
gamurrino  62. 
gancio  213. 
gàngola  215. 
ganza  213  n. 
garavell  296,  299. 
garza  106. 
gasgia  285. 
yass  127. 
ydaiga  95. 
gatolér  497  n. 
;7a««  493. 
^aif  112. 
gaucholo   112. 
gaudiuia  112,  421. 
gaujolo  112. 
gaule  ecc.  106  n. 
y«DAo-  401, 
gavèyle  421. 
gavgnchio  379. 
gàvja  ecc.  401. 
^eai  284-5. 
^e>  286. 
genièvré  ecc.  460. 
genugarbu  492. 
gèrlohyere  289. 
^esso  461. 
gheda  ecc.  288. 


gJiemuri  490. 
gheppio  460. 
gherbino  164. 
gìiiaccio  136. 
ghiado  124. 
ghiàm.  487. 

ghiécolo  215,  456,  467. 
ghierla  465. 
ghinghellare  216. 
ghiozzo  490. 
ghiova  476. 
ghiribizzo  288. 
giaccio  164. 
giaggo  127. 
gidgu  487. 
i^'iai  285. 
giamjjare  487. 
giandousse  418. 
/7m<e  497. 
gidtul  497  n. 
^rtau  104, 
^ma  105, 
ginocchio  478. 
^(o6a  489. 
^rzoc^a  421. 
gioiva  ecc.,  487. 
gionda  112  n. 
^20sa  418. 
^tosa  213. 
giulivo   113. 
giuncare  148  n. 
giungina  112n. 
gladiu  124. 
glande  489. 
gianduia  215. 
gleba  482,  489. 
gliemito  470. 
gliemnia  471. 
glisciare  290  n. 
glisser  290  n. 
gliuòmmero  490. 


glomère  490. 
gloume  471,  479. 
(yZtj«a  490. 
yvàd-og  164. 
gnagnaroel  291. 
^naZ  ecc.  291. 
gnarel  ecc.   291. 
gnarre  291. 
^nas'  291. 
fifo  285, 
gobbo  464, 
gobiu  213. 
^rodd  62. 
gogna  216 n, 
5»Oii5«  464. 

^oZa  112-3. 
^oZi«  425-6. 
gonga  215. 
gonghia  216. 
gongolare  216. 
^or  114. 
goranèi  114. 
gorbia  463. 
^ore<  114. 
^oro  ecc.   114. 
gorra  ecc.  113-4. 
gorrin  114, 
gorrion  114. 
gouge  464. 
goupillon   115-6. 
gourro  113. 
i/oy  421. 
gracidare   385  n. 
grada  379, 
graecu  500. 
grampa  101,  406. 
gratnpuce  101. 
grampuzze  406. 
granel§  229. 
grànfia  101. 


634 

granone  92. 
grapalt  ecc.  100. 
grapard  109. 
grapiette  109,  295. 
grappa  ecc.,  109,  281. 
grappin  109. 
graps  109. 
§rapun  497. 
grastg  95. 
gratuita  62. 
gravida  492. 
5^re  62. 

grebolà  ecc.  117. 
grebolon  ecc.  117. 
^reZoi  117,  289. 
grelotter  117. 
grene  91. 
greu'ions  289. 
greuletta  ecc.  117. 
greuller  ecc.  117. 
grevayre  406. 
greve  476. 
gribouler  ecc.  289. 
griccele  289. 
griccio  289. 
gricciolo  118. 
gricciore  289. 
gridi  liana  114. 
^rJ/fe  166  n. 
^n'/b  166  n. 
^n7  289. 
grilera  ecc.  289. 
grillare  ecc.  290. 
grillet  ecc.  289. 
grilletto  289. 
^rzVZo  288. 
grillane  289. 
grillotto  289. 
grimiillar  290. 
grinfia  101. 
griséu  427. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

grisou  290  n. 
grispignolo  388. 
^Tw   116,  500. 
^rmZ  118. 
§riva  116. 
<7riue  500. 
grivelé  288. 
griveler  116. 
grivillosu  290  n. 
grivois  116-7. 
grivoise  116-7. 
grivouard  116. 
^riwé  116. 
grìzzolo  118. 
grobelhou  117. 
gràmet  426. 
gronco   101. 
gropal  109. 
groppa  461. 
groppo  461, 
grotta  473. 
grouler  ecc.  289. 
grufolare  166  n. 
^rwiiw  118. 
grulons  117. 
grulotte  117. 
griimu  413  n. 
^riimestja  290  ii. 
gruppo  461. 
gruviggiu  288. 
gruzzolo  389. 
<7r'tfó  289. 
gr'volà  289. 
guaitare  44. 
guaraguasco  ecc.  118. 
guhbia  463. 
gii  bla  463,  464. 
guernoter  290. 
guglia  136  n. 
fugala  112. 
^wi  467. 


guiera  407. 
guignequeu  484. 
guipon  115. 
g  u  1  b  i  a  463. 
gunélu  62. 
guntrùxu  482. 
gurdoni  488. 
guril  113. 
gurin  113. 
gurra  113. 
glissa  76. 
gymbu  228. 

harula  485. 
hermoso  465. 
héru  112. 
Menda  471. 
hierche  475. 
h  i  r  p  e  X  475. 
hoc  anno  89. 
ho  mi  ne  430. 
hospitàle  416. 
houlette  113. 
huella  466. 
liuerma  465. 
huesa  465. 
h ùmile  394. 

mo  5. 
iàculo  501. 
iaciilum  157. 
ibis  cu  490. 
zrfre  ecc.  63. 
t'erpt  475. 
iéuvre  462. 
iaghje  91. 
ignómmero  489. 
ilia  91. 
^7<e  84. 

imborrare  495. 
imbavai  488. 


imbovolar  279. 
imbucatare  103. 
imbuvonare  488. 
immo  471. 
immoscadare  375. 
imparnigar  288. 
impensu  230. 
impiccare  107. 
imprenta  167. 
IiiLu  471. 
ina  105. 

*incaeniàre  227. 
ihcagà  38. 
incagliare  192  n. 
inclipà  108. 
inderer  39. 
indùcere  227. 
infernu  241-2 n. 
infruscare  465. 
infìindere  229. 
infuscato  465. 
ingastada  374. 
fn  gatolon  498. 
,  m  gaion  498. 
ingattiar  492-3. 
ingenuitate  456. 
ingènui!  456. 
inghiriùngia  488. 
inginna   105. 
m^Ze  368  n. 
ài  grapp  497. 
inguen  368. 
inguanto  4. 
inguinale  -aria  368. 
ingurfa-se  62. 
m&ó'  ecc.  412. 
insieme  ecc.  471,  479. 
insula  93,  237. 
interrogare  276. 
intrebd  276  n. 
intrettìre  216. 


Indici.  —  IV.  Lessico, 
t>2<ro  41  n. 
intufare  205  n. 
in?^  450  n. 
inveggia  485. 
inventao  80. 
invezendà-se  81. 
invidia  426,  485. 
inzisame  428. 
ischidare  492. 
isdrobbare  486. 
jsfrawra  485. 
ita  283. 
jyre  462. 
turi  407. 

Ja&Ze  ecc.  105-6. 
jalde  449  n. 
jalhat  287. 
J«na  488. 
jandra  488. 
jante  281. 
^az^f  90. 
Jé<e  429. 
Jwa  105. 
joder  465. 
JoZee  ecc.  112  n. 
;oZi  113. 
io  Zi/  112-3. 
jonne  450  n. 
j  ovia  416. 
jucundu  112  n. 
jiievne  ecc.  468. 
nwe  86. 
j  u  V  e  n  e  u  90. 

habbreddf  474. 
hadela  497  n . 
kadélu  52. 
hadena  497  n. 
/£aZ-  104-5,  HO. 
i%am&-  280. 


535 


kampòrna  427. 
Tcanàula  280. 
kanta-rana  109  n. 
Aar-  106. 
karabocc  (a)  104. 
&ar(io  106. 
karkaré  105,  106. 
karrà  106. 
harrelé  106. 
Aa5M  52. 
;cceTa   227. 
Aató  428. 
xttvfia  483. 
kfmease  469. 
xévTQov  227. 
;«oj/;fi;Aio»'  85. 
knhkia  461. 
kdmentu  54. 
y.oQvvri  154. 
kouatt-pesse  ecc.  1 10 
A;rfrj3/o  281. 
krdpia  281. 
Arf&ts  288. 
krepa  106. 
krijalés'im  118. 
^/(èa  56. 

kuetebras  ecc.  11 0. 
kuintd  54. 
xvy.vos  85, 
kuhpresùn  33. 
kustu  74. 
kiiviss  120. 
ftiotys  120. 
E  V.  s.  'e'. 

Zrtcca  168  n. 
lacchetta  185  n, 
Zace«  426. 
Zace«  298. 
ladino  "òli  n. 
?a(iiw  489. 


53G 

laéra  488. 
Xayava  227. 
la[j§n§  227. 
lama  488. 
lainzar  501. 
lamicare  500. 
lampa  31. 

lampalùglie  ecc.  488. 
lampreda  387. 
lancellotto  501. 
lancercla  501. 
Zónc^e  489. 
langorir  65. 

Zàni'e  415. 
lanza  501. 

latizardo  501. 

lapidei!  379. 

Zara  483. 

larme  227.    , 

Zascrt  421  n. 

Zas/t^  96. 

latrare  65. 

latlicrépolo  S87  n. 

Zawf  510. 

làuta  510. 

Zaua  488. 

laverà  ecc.  488. 

laveggio  379. 

lavina  488. 

lawèju  ecc.  65. 

Zea  489. 

ledda  489. 

Zec/i  425. 

leciiéz  427. 

lèggiti  489. 

*legrmen  65. 

legnopuzzo  104. 

Ze^fw  489. 
lembrugiare  393-4. 

lemhr  ligio  393-4. 

Ze"?Mi  65. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

lémite  ecc.  470. 
lengue  308  n. 
tentano  452. 
Zenianw  455. 
Zeóra  489. 
Zere  462. 
losca.  44. 
lesma  470, 
les'na  ecc.  112. 
lettiga  374. 
lèttigli  291. 
Zéwra  489. 

lèutre  510. 
levanti  116. 

libeccio  460. 

llberu  489. 

Zjerw  489. 

lima  500. 

IT  max  470. 

limetta  489.  ' 

limicare  500. 

limitare  298. 

ITmtte  170,  298. 

limtnecàola  500. 

Zimpidu  170. 

innàrbu  492. 

Zts't<  66. 

livgn§  228. 

livertizio  453  n. 

ITvì^du  66. 

Ztu20  66, 

livrar  56. 

Zo&are  489. 

Zo&M  489. 

ZocZón  449  n,  452. 

logorare  170. 
loitan  9. 
lòmpere  489. 
*lonctanu  9. 
Zpn:ra  171  n. 
Zoni^o   171  n. 


lópxioro  374,  473. 
loramenta  489. 
Z^rdo  474,  478. 
Zorw  489. 
lo  rum  489. 
lóruma-lóruma  490. 
lòrumii  489. 
Zot<pf  86. 
Zpua  375.  . 
Z?.«cc-a  282  n. 
Zt'fcj'a  376  n. 
lucia  150  n. 
lue  re  490. 
Zwlri  490. 
lumacaglia  500. 
lumdsa  66. 
lùme'a  66. 
Zim  302. 
l'unchiln  438. 
lunigi  452. 
Zw^a  171  n. 
lur care  170  n. 
luridu  171. 
lutan  44. 
Zt(<ra  510. 
Zi<<<m  490. 
lìitura  86. 
Zwuro  118-9. 

mac  438. 
macà'  90. 
maccu  293. 
mac  cu  293. 
tnaceja  ecc.  459. 
màciolo  130, 
maciullare  385  n. 
maciila  490. 
ma  desi  67. 
madie  67. 
tnadiere  -o  379. 
madonina  122. 


madornale  379. 
tnadrakk  501. 
■madrasko  501. 
madraso  501. 
madtina.  48. 
magello  376-7. 
(Muyyayov  228. 
magiestay  4. 
màgiolo  130. 
magistru  84  n. 
màgula  490. 
tnaidé  67. 
màija  490. 
marnò  67. 
maitmaa  9. 
major  90,  491. 
nialént  426. 
malézo  119. 
ma^  fraysse  ecc.  125. 
malìgen  119. 
malmignatto  497  n. 
malot  67. 
malva  490. 
malva  ibiscu  490. 
màmmola  299. 
mancha  490. 
mància  490. 
jnanfc^  229. 
mctnme  101. 
manngile  229. 
m,anso  130. 
man  sue  s  130. 
marachella  217. 
marange  226. 
marasso  ecc.  501. 
marchio  172. 
'marcio  381  n. 
marculu  172  n. 
marga  490. 
margulare  490. 
m,aremma  473. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

marinarla  33. 
■marmolues  67. 
marràj)eto  217. 
>narrfli*  172  n. 
marron  1 73. 
marrone  172  n. 
marrubi  um  188. 
?77arsw  66. 

war^in  pescatore  143. 
mas  173. 
tnasahan  67. 
mascaa  67. 
mascu  ecc.  490. 
inaska  67,  427. 
masnd  416. 
masnada  374-5. 
fidzaiog   173  n. 
matàris  500-501. 
fiazia  173  n. 
7natota  292  n. 
matraccio  501. 
matras  501. 
matratz  501. 
wi««  292  n. 
*raattaris  500-501. 
matteras  500-501. 
matterò  173. 
matto  173. 
ma  tu  173. 
mautone  ecc.  173  n. 
mazzQcà'  91. 
mazzone  173  n. 
mbgise  230. 
ìnbonne  229. 
'm§cunkel§  90. 
me^ro  469. 
meicàma  483. 
tneigo  469. 
meilh  ecc.  469. 
tnéler  469. 
wé^c^je  119. 


537 


meliaco  494. 
mèliga  370  n. 
melletta  174  n. 
melllgine  119. 
m  è  1  u  m  476. 
ìnenante  174. 
menet  497  n. 
m§ninn§  233. 
ménta  458  n. 
mentha  458  n. 
men  tùia  458  n. 
merch§  84. 
men  eoe.  491. 
merlila  485. 
merza  476. 
merzo  119. 
'■m.e'sce'  ecc.  469. 
Tnesiàu  48. 
me s sione  416. 
^messilore^  35. 
^mestica''  473. 
meta  468. 
weia  473.    • 
m  et  ère  68. 
metone  91. 
m.éttere  ecc.  469. 
meicble  463. 
Miet«'ra  485. 
ìnezzejamiende  226. 
mezzo  41.5,  469. 
mica  372  n. 
mie u la  480. 
mieda  ecc.  468. 
m,ielga  468. 
'■miettu'  473  n. 
mieula  480. 
mmca  438. 
m,incMa  458  n. 
minchione  458  n. 
minetta  497  n. 
m'mgule  497  n. 


538 

ministraciom  33. 
minon-sà  497  n. 
mischia  ecc.  469. 
mitigare  469. 
mltis  469. 
*mìtju  415. 
tnizzo  469. 
moccolo  473. 
mocheyréu  427. 
mociglón  A21. 
moho  ecc.  466. 
ììioicz  A'ìl. 
moineau  114. 
??ioja  470. 
molàgine  119. 
moltone  175. 
mómm  472. 
monr/ili  491. 
moni!  416  n. 
ìnonza  de  domo  491. 
monzu  491. 
morato  176. 
morchia  4731 
moresche   428. 
moro  -a  473. 
mortaise  106. 
mortasa  106. 
mòscid  469. 
moscio  217. 
moscio  469. 
mosso  294. 
mostaz  427. 
moi  470. 
moto  473. 
motta  373. 
mo/!<o  470. 
ììionnjo  491. 
mour guato  491. 
rnovel  463. 
mudare  385. 
mness  470. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

'mMesira'  469. 
muire  470. 
wwZe  176  n. 
^mulsoriu  491. 
mungetta  ecc.  491. 
muoja  470. 
ìnup§  228. 
mnriga  ecc.  491. 
murigdi  ecc.  491. 
mwsa  69. 
musei  du  469. 
m  u  s  e  ìi  1  u  93. 
museau  413  n. 
muskg  93. 
mr(ssòrgiu  ecc.  491. 
mustroxu  491. 
musu  68. 
muju  413. 
ìnu'zzolare  218. 
micina  66. 
myxone  173. 

nagghjgre  92. 
nalba  ecc.  490. 
«a^"  ecc.  291. 
napu  379. 
>7arc^  291. 
naske  89. 
naWa   177  n. 
nazzecd'  226. 
n  a  u  e  1  e  r  u  92. 
navone  379. 
nc&&i  463. 
neclenza  292. 
weco  69. 
n  e  q  u  u  69. 
?7erp  ecc.  291. 
''nérvecu''  468. 
nescarea  438. 
nósc/i  438. 
nesquanfe  438. 


wes^t^iir  438. 
nessón(^fl  438. 
weue  468. 
'nganars§  227. 
'n^^a^^  227. 
'ngucete  228. 
«iVcda  ecc.  291-2. 
nmis  ecc.  291. 
nibbio  463. 
wi&ta  502. 
wiifó  502. 
nibles  503. 
nicchia  119-20. 
nicchiare  119-20. 
mcc/i/o  119-20,  292. 
nicher  119. 
nÌQisse  429. 
nidi  zia  292. 
*nidaZe  291. 
nTdu  291-2. 
wte^^eZ  463,  480. 
nieble  463. 
nieue  467-8. 
nigghiu  463. 
nigier  119. 
nigricare  468. 
J2i7ja  ecc.  292. 
ni7Zà  292. 
nilloeu  292. 
nzsc  ecc.  291. 
niscare  438. 
ntss  ecc.  415. 
niuoieZ  502. 
niiJM   502. 
nizzól  452. 
ngbre  463. 
M0/M5  473,  479. 
nomu  ecc.  47 U 
noure  87. 
novellessa  34. 
ììo'oero  472. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 


539 


nozhe  6. 
nozze  ecc.  462. 
nilbja  502. 
niihle  502. 
nuhlo  502. 
nùvola  502. 

ohhiadìn  503. 

òbia  491. 

ohiada  503. 

o&iai  491. 

oblata  -tum  503. 

obliqui!  474. 

obraucatu  90. 

obviam  491. 

obviire  491. 

oca  213. 

odia  32,  69. 

of  al  cérik    ecc.  282-3. 

ogna  ecc.  450. 

ognedumi  224. 

o^n?  243. 

ognizz  ecc.  452. 

oitetivre  463. 

oZ  436-7. 

oldano  452. 

*olT  407. 

olioso  69. 

olivetum  84. 

olmetà  453. 

olnnr  451,  454  n. 

oZnifrt  ecc.  451,  454  n. 

0/1/  415  n. 

ombuto  452  II. 

ombrane  474. 

omecio  5. 

omega  503. 


o;non  430. 
óna  450  n. 
^/ìa  eoe.  450. 
ondro  ecc.  452. 
oniccio  452  n. 
o?zisa  ecc.  452. 
oniscée  452  n. 
p'wo  ecc.  450. 
owftìno  452. 
opàcu  286. 
orabbi  503. 
orci«  178. 
orrfóZ  509. 
organar  69. 
orlivo  504. 
orreza  70. 
ors'ó7  509. 
orvivo  ecc.  504. 
oseegle  80. 
osè?a  510. 
ostaggio  198  n. 
osfer  32. 
ós't«  70. 
ostiere  178. 
o«a<o  158. 
oublie  503. 
ounia  450  n. 
ourost  506. 
òua  280. 

dwe7  ^0' 
òwe>z  551. 

pdbilo  459. 
pacif  i  cu  370. 
pacco  107. 
padire  385  n. 
padrarzM  ecc.  491. 


pairé  45. 
29aZèo  220. 
p  a  1 1  a  t  i  u  m  70. 
palmuzza  490. 
palpée  459. 
pamensile  483. 
panna  179  n. 
pannare  179  n. 
papejo  459. 
papel  459. 
pàpero  383. 
papier  459. 
papìo  459. 
-pappjare  5. 
para-mboler  101. 
parazion  505. 
pardu  ecc.  491. 
parezar  36. 
parlascio  70. 
parmariscu  490. 
pariéra  492. 
parterre  492. 
partoxa  ecc.  491. 
passadumàn  482. 
passétta  gaja  287- 
passetto  180. 
patiens  *  130. 
pattare  180  n. 
pautrògna  427. 
pautròn  427. 
pavaigl  459. 
pavéro  459. 
pavimentum  483. 
pazz'iaro  294. 
j5aÌM  70. 

jsa^so    91,    130,   292-3, 
505. 


*  II  significato   di  'pazzo',  a  cui  sarebbe  venuto  patiens,  ha   bel  con- 
forto da  i  n  s  a  n  u  s. 


Archivio  glottol.  ital.,  XV. 


36 


540 

peada  492. 
■peagna  70. 
peagno  61  n. 
peàrhu  492. 
peca  294. 
pectore  120. 
pectus  120. 
fecu  295  n. 
pecz  416. 
p  ed  le  a  294,  383. 
pe  d'un§  95. 
'pega  459,  478. 
peggio  459. 
peggio  459. 
pegioyn  416. 
piegnota  505. 
pe'gola  380  n. 
pejor  90,  459. 
jje^a  71. 
_?jeZic^  416,  429. 
penacér  428. 
penoun§  91. 
pe'ntola  459. 
péntola  459. 
j)erdicioni  33-4. 
perle ulum  425,  474, 

480. 
^éWe  120. 
*  perito  '  412-3. 
pérnts  §aja  287. 
^e?5a<«rf  91. 
peserà'  96. 
pescrellone  ecc.  96. 
^fso  459. 
ptVssa  504. 
|jè,ssi  504. 
péssra  504. 
^esfw'mw  71. 
*pessulu  93-4  n. 
petenier  125. 
petrai  125. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

petrosello  ecc.  378. 
_2:)e«?;f  227. 
jjei'fdu  492. 
peùncu  492. 
piagna  492. 
piana  70. 
pice  504. 
picea  504. 
pice  u  416. 
p  icr  Ide  387  n. 
2>*c2<  413  n. 
pi  cu  la  180-81. 
2n'ó^  459,  478. 
pieskf  93. 
^ie<a  504. 

pieula  ecc.  459,  480. 
pieung  460,  480. 
pieoer  460. 
pieyd.  418. 
pignatta  505. 
pignetta  505. 
pigtiolta  505. 
pigolare  386. 
pi  gru  70. 
pijonc'f  401  n. 
pila  71. 
pilibrunu  481. 
pìmgn§  228. 
^ùla  505. 
pindula  493. 
pingue  460,   480. 
pinzo  181. 
2)i'oZo  181  n. 
pioppo  461. 
^i'ofó  418. 
piova  184  n. 
^ioi>e  476. 
pióoere  ecc.  468. 
ptVe  4.59. 
pisaròta  427. 
piscia-cozza  279. 


J52ÒÒ-0    125. 
2niale  377-8. 
2)i<ro  ecc.  120. 
pittiere  182  n, 
piulare  386  n. 
piùmice  471. 
p)iurare  386  n. 
pivar  69. 
piviere  182  n. 
pizzarhu  492. 
2jizzera  125. 
pjanca  294. 
2}jove  463. 
pjg'vego  463. 
piaci  tu  9,  418. 
*plag  e  a  6. 
p  1  a  n  e  a  92. 
plectère  504. 
plorar!  386  n. 
jj?ouj  463. 
p' nasse  411. 
i^óa  122. 
pobia  7. 
poccia  508. 
poccia  211  n. 
pocciare  508. 
pocciólo  508. 
poche  508. 
pocho  508. 
pód§c§  88. 
podere  378. 
podestà  378-9. 
potna  107. 
J302S  459. 
p^l§ce  460. 
lìollare  183. 
pome  144  n. 
pomentu  483. 
pgmice  ecc.  471. 
ponce  471. 
popona  122. 


poppa  107,  462. 
porcàbru  ecc.  481. 
porcàxu  491. 
porcheddu  ahrinu   481. 
porciata  205, 
poserai  ecc.  482. 
póste  508  n. 
jao^rta  426. 
p  5 1  i  5  n  e  72. 
pótrorof/o  120. 
^otfe  508  n. 
pouclvinA  508. 
potichon  508. 
poìieta  125. 
poiiisso  125. 
poiisso  508. 
prappónis  486. 
*p  r a  tarili  491. 
pratu  491. 
j9rè  120  (cf.  lomb.  j9re- 

precungje  91. 
pre faglili  284  n. 
2jrem  470,  479. 
prence  474. 
pre'ncipe  474. 
prencipio  ecc.  474. 
pretto  475, 
prevéjre  430. 
préver  430. 
pricar  15. 
j5ric/i  425. 
prieuel  474,  480. 
prima  102. 
primavera  473. 
primma  72, 
j9?nuot<  425. 
prizzato  389 
jjro  475. 
probaciom  34. 
prqbbio  388. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

procanto  149. 
proda  183-4  n. 
prgise  9>A. 
prò  ma  102. 
prona  474. 

TTQOVUUOU    102. 

provana  379. 
pirovim,  58-9  n. 
*p  r  ?7  >n  rt  1 02. 
prilma  ecc.  102. 
prùna  474. 
pruppa  486. 
pruppu  486. 
p?<  7. 
|)«a  122. 
p  u  b  1 1  e  u  463. 
^2<ca  508  n. 
pìtiche  508. 
pudrigare  487. 
pueple  461. 
j9t<in«  294-5. 
pidser  120. 
j9i«'<5  460. 
piilesso  184  n. 
puliga  370  n. 
*pulleu  71. 
pulsare  120. 
pultrena  427. 
/(Mwasia  425, 
pupa  107,  122. 
gl'epa  107. 
pupazzo  505. 
piipla  122. 
*puppa  107. 
pùppola  380. 
pùppor'a  185. 
purer  77. 
puschena  482. 
piisein  482. 
pusòr  438. 
pustis  482. 


541 

pussar  120-21. 
piissja  125. 
pMi«n  430. 
^z<<e  125. 
piitelo  185  n. 
pìiteu  121-2. 
j92<<mn  299. 
j9!<<mo  104. 
piitrogn  ATI. 
puttana  185  n. 
pi<<<o  185  n. 
puvie  6. 

quaerère  439. 
quaggia  421. 
qiiarcadunii  224. 
*gt<aerlre  41 1. 
quatre-pieds   ecc.  HO. 
querquedula   382. 
quinte  421. 

rabita  13. 
raèo  505. 
ràbosa  505. 
raccappezzare  429. 
racchetta  185  n. 
raganella  109  n. 
raggricciarsi  289. 
raic^a  492. 
ral^a  482. 
raina  14. 
raincier  121. 
ramarro  186- 
ramf  295. 
rampa  101,  295. 
rampo  101. 
ranchezér  428. 
rancio  381  n. 
*ranea  14. 
rànpa  101. 
ranno  186  n. 


542 

ransola  492. 
rapa  295. 
rapace  368. 
rapidu  121,  492. 
ràpola  295. 
raposa  505. 
rappa  ecc.  296. 
rascia  186  n. 
r asciane  186  n. 
ratèll  121. 
ratta  ecc.  121. 
rattavello  377. 
ratto  121,  492. 
rattu  492. 
rai^a^Mro  187. 
razzente  187  n. 
razsese   187  n, 
rebbio  295. 
re&ma  429. 
rebuìse  74. 
recens  130. 
recessu  150,  376. 
reciner  50. 
recuevre  ecc.  461. 
recuperare  484. 
redimere  413. 
•?-edo  60. 
regnachà  429. 
re^ro  46. 
regrignà  429. 
régrulé  117. 
r  e  1  e  e  r  e  456. 
reime  413. 
reirf  229. 
rekolenne  121. 
relicquore  413. 
re^oj  ecc.  412. 
reluire  490. 
remo  473. 
remongttér  429. 
remusg  410. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

reo  ecc.  60. 
ré  pere  188  n. 
rèppa  296. 
reppia  295. 
rei  130. 
r^i  456. 
res/ia  368. 
resòu  31. 
res«  122. 
rèsfj'a  426. 
retagliàu  426. 
relensar  121. 
retia  85. 
re^ma  105. 
rhombu  178. 
ribeca  373. 
ribrezzo  290,  387  n. 
ricotta  194  n. 
rigattare  218. 
rz^o  188  n. 
rima  188. 
rimorchio  473. 
rimproverare  386  n. 
rincer  121. 
rintuzzare  203. 
riond  412. 
rìpido  383. 
ripire  188  u. 
Wsia  ecc.  121-2. 
rtso'  73. 
r!s«eZ^  122. 
ritréciìie  381. 
W«a  ecc.  121-2. 
rTvu  188  n. 
rocchetto  189  n. 
rogare  276-7  n: 
ro«e<  289  n. 
'rpmtca''  471. 
romigài  491. 
ronde  367. 
ranger  471. 


ron<  367. 

ron^òar  189  n. 

ròppere  367. 

rosea  505  n. 

roseo  ecc.  Ili,  505  sgg. 

rosolaccio  122. 

ros^3a  505  n. 

rospo  111,  505  sgg. 

rótter  367. 

rouver  276-7  ii. 

rosnar  189  n. 

roiirt  189. 

rubata  492. 

rubeddula  492. 

rùbeu  188. 

riibia  188. 

rucf/à  91. 

ruche4ta  372  n. 

rude  482. 

rueddula  492. 

rw^a  372  n. 

rugiada  371,  374. 

ruguar  217  n. 

r  u  m  i  g  à  r  e  491. 

*r  M  m  j)  i  M  s  367. 

riipja  ecc.  296. 

ruspa  190  n. 

rt<ss  ^ajo  287. 

rutabùlum  377,  503, 

rMheare  38-5. 

rM^3oZa  220. 

sa  422. 
sabau  111. 
sa&o<  1 1 1  n. 
sacudir  439. 
saeculum  425. 
saettane  501. 
saézimu  53. 
*sagTmen   226. 
•  sabina  190. 


sagmariu  246. 
sagnér  422. 
sagra  386  n. 
sagro  386  n. 
saicà  ecc.  484. 
saiettone  501. 
sajgime  226. 
sajòtt  ecc.  123. 
sakun  123. 
salacca  190  n,  193  n. 
salamoja  ecc.  470. 
salebra  368. 
salédra  368, 
*saletra  368. 
saligastro  371  n. 
salis  190. 
saZtomard?i  123. 
salton  123. 
sampa  110. 
sampatt  123. 
sanctu  406. 
sandaraca  373. 
sandracca  373. 
san/a  110. 
sanna  212  n. 
sapata  1  II  n. 
sa/30  111. 
sappa  111  n. 
saraino  74. 
saramun  296. 
sarole  ecc.  229. 
sartagine  90. 
srtsón  427. 
sa te  110. 

satione  368,  427. 
satt  ecc.  110. 
sattgi§  89. 
sauterelle  123. 
sauticot  123. 
savate  111,  IH  n. 
sayg  111. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

sbakd'  95. 
sballare  191. 
sbargar  296. 
s'b  erg  arar  275. 
sbiasu  50. 
V6ie7,e'  466. 
sbigorare  198. 
shindagl  427. 
sblissar  ecc.  290. 
s'òòj    124,  290  n,  296. 
5&q;j  296. 
shorida  496. 
s'bragd  51. 
sbraitare  51. 
sbrus'wa  51. 
i&ma  290. 
sbrissar  ecc.  290. 
5ca<7^  124. 
scagio  ecc.  402. 
scagnardo  378. 
scala fròyn  424. 
scalperò  218. 
scalpitare  218. 
scampejré  275. 
scanagghjf  229. 
scannello  192  n. 
scarna  74. 
scapùla  402. 
scarabocchio  288. 
scaravdce  88. 

T 

scariola  87. 
scaroule  87. 
scarpa  507-8. 
scarpar  74-5. 
scarsella  508. 
scartapacz  418. 
scarzar  75. 
scassare  192  n. 
scassinare  204  n. 
scatenato  378. 
scassa  ecc.  296. 


54E 


scazzueppele  87. 
scedgne  192  n. 
5céptr  108. 
scettro  473. 
schgrischar  289. 
schgrischur  289. 
schiantare  199  n. 
schidione  194  n. 
s'chierp  -pa  365. 
schiribizzo  302. 
schirpa  364  n. 
schirpin  364  n. 
schizzare  50. 
schizzinoso  50. 
schossd  416. 
sciagura  485. 
sciainato  218. 
sciarada  193. 
sciatto  HO. 
sciaoerare  218. 
saawero  218. 
sciddi  492. 
scilacca  193  n,  373. 
scipito  379. 
scivolare  218-9. 
scoglio  193-4  n. 
scotola  385  n. 
scotolare  385  n. 
sco«a  194  n. 
scovili  492. 
scrobài  492. 
scrocar  56. 
scucetate  228. 
scumce'a  78. 
scuriada  374  n. 
scurkà'  91. 
sentir  439. 
sdilinqinrsi  11. 
sdriipa    89. 
seccagna  220. 
secesso  499. 


544 

s  e  e  e  s  s  u  m  499. 
secrolà  429. 
s§cutà'  227. 
segghjuzze  93. 
segle  425. 
ségolo  380  n. 
seira  75. 
sémondre  412. 
semósa  429. 
semoxi  412. 
sentar  46. 
560  76. 
'seppV  473. 
sereno  141  n. 
servitrice  5. 
seson  368. 
5e<M  76. 
setto Z  425. 
s/bjra  300. 
sgaj  124. 
sgalitài  492. 
sgarba  507-8. 
s'§arbell  296. 
sgarzeivel  289. 
sgatàr  ecc.  296. 
s'gatjà  297, 
s^èrvassa  106. 
s'gorhia  463. 
sgrafa  101. 
sgrafignàu  426. 
sgretolare  385- 
sgrifa  101. 
sgrifare  166. 
sgrisaróla  118. 
sgrisor  ecc.  118. 
sgrìsul  ecc.  289. 
sgrisular  290. 


ladici.  —  IV.  Lessico. 

s^ris^wZ  289. 

sguazzare  216. 

s'gubhia  464. 

S2&Zar  219. 

sti?>o<  HI. 

Sidrf^  96. 

^siembra'  470. 

siepe  460,  479. 

s'i^M  66. 

siguu  ecc.  76. 

s'ima  81-2. 

s'Imi  82. 

sìngra  493. 

singulu  493. 

s'itòxo  82. 

sizzigorru  baveri  279. 

sizzigorru  nudu  279. 

skago  ecc.  402. 

skàhdula  52. 

shanià'  93. 

sfcéZ/a  364. 

sherpa  ecc.  363   sgg.  *, 

507. 
shile'hte  75. 
skirpa  364. 
sftoii  75. 
skrakd  75. 
shrinus'u  74. 
skroia  106. 
skrusi  75. 
skrusu  75. 
skuga  77. 
skurid  75. 
skwica  488,  551. 
slimegar  500. 
smeriglio  195  n. 
smerlo  195  n. 


so&ro  463. 
sòccida  37 d  n. 
soccotrinu  387. 
socer  88. 
sòciu  87. 
soffice  473. 
'soffoco'  473. 
^soffre'  ecc.  466. 
solitariu  493. 
solleticare  98. 
solletico  291. 
soltéri  493. 
solferò  493. 
soner  47. 
sorer  428. 
sor  or  491. 
som'  ecc.  491. 
sos'nà  368. 
sosto  196  n. 
'so'sta'  473. 
so<e  41. 

sottoscagio  402. 
soue  -yer  41. 
sovenità  425. 
sovente  473. 
sóuero  463. 
sovrano  388. 
sòwra  74. 
spa^o  196  n. 
sparigài  500. 
speca  458. 
spe'gnere  473. 
'■spero''  472. 
spetacid  426. 
spiccare  197  n. 
spiede  460. 
spiert  459. 


*  Cfr.  ancora  Tabruzz.  scèrpe,  che  si  deve  ritenere,  se  qui  spetta,  voce 
culturale,  introdotta  da  chi  leggeva  per  s'è  uno  sce  =  s/tt". 


spinarhu  492. 
spindida  493. 
spili u la  226,  493. 
spizzea  373. 
sporco  473. 
spòrte  412-3. 
sporto  239. 
spos'o  473. 
sprecare  384. 
spremesse  11. 
spresa  31. 
sprhnacciare  77. 
sprind  58  n. 
sprinn  68  n. 
spulezzare  184  n. 
spuns'ia  77. 
spurtigo'a  71. 
squacc  124. 
squai  124. 
squillente  75. 
s'rèjnsar  121. 
«teca  108  n. 
stacio  78. 
staggio  198  n. 
stagnin  427. 
stàgu  77. 
«toAe  188  n. 
statione  78. 
statoig  86. 
stazon  78. 
stegola  467. 
sterlòch  425. 
5<ermé  ecc.  297. 
sterpare  199  n. 
sterpo  475. 
stervetta  126-7. 
5«tcj  429. 
stTpes  199. 
stirpa  365  n. 
stivale  127,  485. 
stivillio  493. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

''Storpia^  475. 
storpiare  475. 
storti glión  427. 
stoviglia  493. 
strabiliare  508-9. 
strabu  508. 
straccale  108. 
straccare  107. 
stracche  108. 
sfràe  17. 
strafìzzeca  373. 
stralabid  508-9. 
stralòhiu  508-9. 
strame'si  68. 
straraòt  427. 
stramiid  69. 
strània  415. 
strapazzare  199. 
strasonar  47. 
stravaché  420. 
strerà  297. 
stremenér  429. 
stremo  473. 
strepicciare  385-6  n. 
strèpito  383. 
strepita  385  n. 
streva  126. 
stridi  ecc.  127. 
stricón  427. 
*strigicare  427. 
strikdr  427. 
strinare  200. 
strihhon  427. 
strival  ecc.  485. 
strobbdi  486. 
stropicciare  385-6  n. 
stropiccio  386  n. 
sirucar  ecc.  282. 
strupo  200  n. 
strwj  428. 
striizid  ecc.  282. 


545 

s<M/)a  121. 
stupore  386. 
subbuglio  124. 
sìibstans  196. 
subterior  302. 
succhio  200  n. 
succutere  439. 
suella  466. 
sugacóo  ecc.  367. 
suisui  489, 
sukruld  429. 
s^^marre  91. 
summonere  412. 
supeditar  76. 
surchja    93. 
surldska  368. 
5Msné  393. 
susnon  393. 
5us<é  394. 
suston  394. 
sutalj  123. 
svessinér-se  428. 
symphonia  89  n,  428. 
si/r  448. 
'''a'/Kvraonovlog  87. 

ia&t<<  78. 
tocco  200. 
«occoto  200-201  n. 
taccolare  201. 
taccolino  201  n. 
tdccolo  201  n. 
toc?t/'  438. 
talfgin§  229. 
tamarin  124. 
tamaris  ecc.  124. 
tamassin  97. 
<ana  79. 
landa  493. 
faw/o  47. 
<anne  227. 


546 

tapada  491,  493. 
tapat  ecc.  493. 
tarabuso  203  n. 
taranoule  89. 
tarso  201  n. 
tartaruga  37t, 
tarullo  205. 
<«s  201. 
tata'  ecc.  228. 
tcambossé  302. 
^earj  180. 
i«f_9a  374. 
tégulu  467. 
téjla  d'risia  122. 
tellecare  291. 
'■teme''  473. 
temelina  124. 
iemell  ecc.  124. 
tentenne  117. 
tepidu  108  n. 
tèpulu  108. 
terminaciom  34. 
ternois§  84. 
terracrépolo  387. 
terrangce  387  n. 
ferrare  ecc.  297. 
terrienu  472  n. 
terruqqar  282. 
tertugghje  92. 
testile  493. 
testu  493. 
*testnllia  493. 
teuthide  382  n. 
t  heriàca  373. 
thymu  493. 
«icmif  451  n. 
tievolo  467. 
timier  124. 
timor  210,  219. 
h>a  493. 
nre  493. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

tistivillu  493. 
* titillicare  98. 
tocativo  34. 
toccapoma  144  n. 
toccare   107. 
noceto  203. 
tp^  -^a  466. 
toleta  5')  n. 
<pma  219. 
<oma<iO  219. 
tornito  219. 
tonico  202. 
iopa  373. 
<o^m  427. 
torqào  509. 
torcaro    ecc.  297. 
torcon  299. 
torebùseno  203. 
«oro  125. 

<oro  marino  203  n. 
<or<or  297. 
tortùca  92. 
foia  292  n. 
totano  382. 
totirié  125. 
trabocco  203. 
trabùeine  203. 
tracollo  56. 
*tractore  298. 
traculér  429. 
tracùr  ecc.  297-8. 
tragettatore  127. 
traghetto  127. 
*tragìcàre  107. 
tragittare   127. 
trainare  204  n. 
trajectoriura  297-8. 
tramazeira  124. 
tramesso  79. 
<rrtj30  59. 
trappiind're  92. 


traquer  107. 
trascinare  204  n. 
traturo  297. 
travagd  79. 
Hravondré'   418. 
<rf&&ia  462. 
«refoZ  509. 
tre' gola  380  n. 
tremacii'a  484. 
tremble  ecc.  126. 
tremola  ecc.  124. 
tremeléry  42.5. 
trernoQOS  126. 
tremuoto  473. 
tr  enfiar  e  219. 
tràpano  460. 
trepidare  216. 
tresgetteur  127. 
frf^^a  216. 
tretticare  216-7. 
trettolare  385. 
triaca  373. 
tricoise  117. 
<r2(7««  127. 
trigiarol  297. 
tritici!  509. 
iroc  ecc.  281. 
tromboun  203. 
tronfiare  219. 
«roM^^o  220, 
trottola  220. 
truccare  ecc.  281. 
<rz<ccone  ecc.  282. 
«rwc/xe  282. 
'^trudicdre  282. 
trufard  428. 
<r(V^a  281. 
ZQvTcavov  460. 
triis'd  ecc.  282. 
t  rugare  282. 
trusjar  282. 


trùsjun  282. 
trussante  ecc.  282. 
trussar  282. 
truzzari  282. 
tùf  46G. 
tugm  427. 
tuissié  ecc.  125. 
tùUora  202  n. 
tumbane  89  n. 
tumbu  493. 
<Mmf  86 
tilmell  301. 
tumfne  92. 
tùmidu  219. 
tìiiiior  219. 
tiàphu  466. 
turdòl  509. 
turpe  475. 
turtajo'  297. 
turunda  203. 
n«<p}'e  377-8. 
tympaniu  89  n. 

wa^  ecc.  280. 
ùber  118-9. 
?'<&/«  ecc.  503. 
uccello  376  n. 
ùdus  205. 
tigella  376  n. 
uggia  205  n. 
ultra  409,  510. 
umbilicu  424. 
tondaZ  298. 
l't'niiu  394. 
timnia  450  n. 
tmcoèu  412. 
^<n^c:  452. 
«<n<i'«"w  482. 
^<Oì;o  ecc.  462. 
us'ella  510. 
-ustulàre  94. 


ludici.  —  1\^  Lessico. 

ut  510. 
Mica  280  n. 
uxore  87. 
lizza  205. 

vacare  384. 
racca  176  n. 
vacivo  493. 
vacTvu  493. 
vacquattù  225. 
vagellare  385. 
vajuolo  483. 
raZèa  298. 
valva  298. 
vammacà'rg  230. 
vamrnàre  226. 
varicella  483. 
variu  483. 
varma  490. 
varoule  89,  91. 
war^eZ^  290  n,  298-9. 
varplqtt  299. 
va."^^  96. 
vaselce'a  80. 
v«5iaj  493. 
vassive  493. 
vcQad  81. 
vecciere  84. 
vecte  299,  465. 
ve' dar  127. 
v§ddgike  90. 
véggher  439. 
vehiculum   215,  456, 

467. 
ve^a  80. 
velienu  472  n. 
velia  458. 
*velliticare  98. 
véndere  473. 
vendicare  458  n. 
*  vemie'  473. 


547 


re^)ro  387. 
vera  72. 
verasus  368. 
verbascu  118. 
verde  ecc.  467. 
verdello  391. 
vfrd^ìi  419. 
verdone  389-91. 
vergappa  277-8. 
ver^i  126. 
vérgini  ecc.  467. 
veri   127. 
vermenécz  427. 
*  verna  454. 
verna  301,  454,  455. 
vernja  454  n. 
verre  490. 
verruca  51. 
vers'ó7  483,  509. 
ver  tiempo  72. 
vesco  -Schio  467. 
ve'scouo  380. 
vélacule  88. 
vetère  127. 
ve'trice  382,  466. 
ve^/a  299. 
vé<M^a  299. 
vetìistu  368. 
veys'ìva  493. 
ve-o  466. 
ve^2wca  279. 
vza^o  81. 
v/a/a  466,  479. 
vibùrnum  462. 
vice  422. 
vTcu  202. 
vicwto  456. 
vtrfwa  80. 
vie  207  n. 
vieguelo  216,  467. 
vz'era  467. 


548 

V terge  465,  467. 
vietro  467. 
vigliare  207. 
vikulu  215. 
v'ilia  80. 

viola  zoppa  299. 
viór  genoggin  299. 
viorne  462. 
v'f^6-A  368. 
vipillon  115. 
VI  ri  a  89,  467. 
viscard    1 1 1  n. 
viscla  115. 

UÌ5C0>'    111. 

ujò-ft  1 1 1  n. 
viské  111  n, 
Ul.<JJO    111. 

vissinèl  ecc.  279. 
vTtice  486. 
vi  tri  cu  482. 
vitta  299. 
vivagno  220,  504. 
viverra  278. 
vora  504. 
vorace  368. 
vorav'wa  504. 
vorbà  476. 
voeugia  280. 
vo<7a  280. 


Indici.  —  V.    T'arm. 

vomere  81. 
vomica  503. 
vorticà  98. 
vròsahu  1 12,  507. 
vròtaku  112,  507. 
vrudahu  507. 
vulpginti  90. 
U2<o<o  ecc.  476. 
v?<rra  113. 
uili  510. 

wasi/"  493. 
wisca  115. 

a;awa  488. 
xbo'ir  74,   296. 

XQr^azóg  155. 

yengo  456. 
2/(350   461. 
2/yr?/   424. 

:;am  208. 
zakkon  ecc.  123. 
zambaldo  109,  499. 
zambra  208. 
zampa  487,  110. 
zampéttola  II  1  n. 


^ancrt  110. 
zapata  111  n. 
zapetta  1 1 1  n. 
5aj90   111. 
zappa  111  n. 
zatt  110. 
;;flMa   HO. 
zavorra  473 
zblestgar  290  n. 
zfjane  89. 
zejna  105. 
cena  105. 
cesza  6. 
i^frf^i-c  289. 
zgrizur  ecc.  Ili 
zhantea  58  n. 
zigd'r  219  n. 
zinna  ecc.   105-i 
zipun  ecc.  82. 
i»Ta^a  429. 
ioZ/a  209  n. 
^opa  299. 
20«ffl  299. 
if?a"co  382. 
zovént  429. 
cMcca  294. 
jKCcoZo  294. 
zuccotto  151  n. 
zumbitnoie  89. 


V.  Varia. 


Fiorentinità  o  toscanità  della  lingua 

italiana:  390-91. 
'voce    fiorentina'  e  'voce  italiana': 

390-91. 
Il  dialetto  elbano  :  236  n. 
Il  dialetto  astigiano  antico  :  403. 
Il  dialetto  astigiano  moderno  :   403. 
Voci  germaniche  nel  latino:  100-101. 
Voci  greche  nel  latino:    458  n,  459, 

460,  461. 
Voci    greche    ne' dialetti    dell'Italia 


meridionale:  85,  86,  87,  92,  95, 
112,  227,  228,  330,  333.  336,  337, 
338,  339,  340.  341,  344,  3t8,  349, 
352,  360,  362,  507. 

Voci  greche  nel  rumeno  :  507. 

Basi  celtiche:  280,  282,  454. 

Voci  longobarde  in  Italia  :  288,  363 
sgg. 

Voci  germaniche  in  Italia:  100,  102, 
105,  IH,  123,  126-7,  288-9,  295, 
296,    382,    449  n,    461,    466,    489, 


Indici. 


V.   Varia. 


549 


494  n,  497-S,  503,  508;  in  Fran- 
cia :  508. 

Voci  tedesche  nel  canavesano  :  97. 

Voci  italiane  nello  spagnuolo:  192 n. 

Voci  spagnuole  nel  sardo  :  486,  488, 
490,  492,  493;  nell'Italia  meridio- 
nale: 227. 

Voci  venute  di  Francia  in  Italia  : 
84,  99,  113,  147  n,  208  n,  285,  379, 
420,  421,  422,  42(3,  427,  449  n, 
455  n,  470;  nel  Piemonte:  116; 
nel  genovese  :  9,  32,  33,  43,  44, 
46,  48,  61,  62,  63,  64,  m,  68,  69, 
70,  72,  76,  77,  78,  79;  nel  sardo: 
492;  nell'Italia  meridionale:  84; 
in  Ispagna  :  449  n. 

Suffissi  francesi  in  voci  italiane:  423, 
427. 

Voci  provenzali  nell'  italiano  :  287  ; 
nel  francese  :  119. 

Voci  catalane  nel  genovese  :  63. 

Voci  dialettali  italiane  nel  toscano 
e  nel  vocabolario  italiano  :  60,  99, 
129-30,  185  n,  187  n,  203  n,  212, 
374,  375,  377,  378,  379,  382,  452  n, 
453  n,  465. 

Voci  letterarie  assimilate  nei  dia- 
letti: 472  n. 

Voci  di  latino  ecclesiastico  nel  te- 
desco :  503. 

Voci  latine  nell'albanese:  473  n. 

Voci  popolari  estinte,  rimesse  in  uso 
dai  letterati  :  373  n. 

Stratigrafia  dialettale  :  83  n. 

Nomi  celtici  e  greci  della  rana:  507. 

Nomi  della  tartaruga  :  279. 

Nomi  della  ghiandaja:  284-6. 

Nomi  della  cutrettola  :  484. 

Nomi  del  tarabuso  :  203  n. 

Nomi  del  rosolaccio  :   122. 

Nomi  dell'alno:  449  sgg. 

Nomi  d'alberi  in  -ggine:  119. 

Nomi  della  primavera:  72. 

Nomi  di  uccelli  da  nomi  proprj:  143. 

Nomi  proprj  personali  o  nomi  d'in- 
dole personale,  adoperati  a  signi- 
ficar cose  :  150. 

Nomi  proprj  in  -èo  venuti  al  signi- 
ficato di 'baggèo,  minchione':  174. 

Voci  onomatopeiche  :  230,  494  n. 

Alterazioni,  formazioni,  travesti- 
menti scherzosi,  gergali  e  plebei: 
96,  175,  412,  424,  425,  428,  429. 

Kaccostamenti  gergali  :  135. 

Pronuncie  volgari  applicate  alla  let- 
tura del  latino  :  254  n. 


Pronuncia  erronea  di  voci  cadute  in 

disuso  :  171. 
Cronologia  relativa  di  fenomeni  fo- 
netici :  12,  107,  296,  461. 
Incontro    di    basi    germaniche    con 

basi  latine:  74-5,  215-6. 
Commistione    di    temi,    fusione    di 
voci  sinonimo   o   quasi  sinonimo  : 
3,  99,  279. 
Etimologia  jiopolare  :  182,  193. 

alleggerire'  e  'digerire':  229. 

altalena'  e  'bilancia':  49. 

ascella'  e  'scapola':  402. 

assediare'  e  'accidia':  47. 

avellana'  in  'alno':  454. 

bagordare'  e  'bevere':  48. 

bestia'  e  'animale':  49. 

bocca'  e  'becco*:  412. 

borrare'  e  'correre':  496. 

brag-'  e  'brug-'  :  51. 

brivido'  e  'bollimento':  290  n. 

bruno'  in  'pruna':  389. 

bucare'  e  'frugare':  214-5. 

calenzuolo'  e  'verdone':  289-91. 

cappio'  e  'laccio':  388  n. 

capriccio'  e  'ribrezzo':  387  n. 

collo*  e  'gola'  :  56. 

contestare'  e  'contrastare':  153. 

cubile'  e  'ovile':  485. 

falò  '  iu  '  baldoria  '  :  485. 

fiamma'  in  'amore':  486. 

fiato'  e  'fetente':  377  n. 

finire'  e  'fornire':  95. 

gemere'  in  'gemma':  81-2. 

gennajo'  e  'febbrajo':  487. 

inter'  e  'intus'  :  41. 

lama*  in  'lamicare':  500. 

lentana'  in  'alno':  455. 

lumaca'  in  'limicare':  500. 

lunedì'  su  'martedì':  17. 

meglio'  su  'peggio':  459. 

melarancia'  in  'ararfcio':  226. 

oggi'  e  'domani':  412. 

olmo'  in  'alno':  453-4. 

palma'  in  'malva':  490. 

parlamento'  in  'palazzo':  70. 

pazzo'  e  'ragazzo':  292-3,  505. 

pazzo'  e  'buffone':  293. 

peggio'  e  'peggiore':  4. 

*picciolo'  e  'picciuolo':  413  n. 

pigna'  e  '  poppa'  :  107. 

prugna'  e  'brombola';  102. 

rebbio'  e  'tetta'  :  295. 

ricotta'  e  'mammella':  294-5. 

ripa'  e  'rivo'  :  374  n. 

scarpa'  e  'mammella':  508. 


550 


Indici.  —  Giunte  e  correzioni. 


'schiuma'  in  'fiumara':  78. 
'scoscendere'  e  'squaccherare':  488 
'skerfa'  e  'esquirpe':  367. 
'sonno'  e  'sogno':  226. 
'stirpe'  e  'scherpa':  365  n. 
'tartaruga'  in  'bizzuga':  279. 
'tartuca'  in  'bizzuca':  279. 
'toro'  e  'tarabuso':  203  n. 
'veliere'  e  '*titillicare' :  99. 
'velo'  in  'carta  velina':  206  n. 
'volente'  in  'volontà':  4. 
Composti  del  tipo  'pettirosso':  392, 

481,  484,  492. 
Composti    imperativali:    272,    484; 

d'imperativo  reiterato:   489  n  ;  di 

due  imperativi:  378  n,  488-9  n. 
Composti  di  due  sostantivi:  272,  481. 
Composti  di   sostantivo  +  aggettivo  : 

272,  481. 
Composti  di   aggettivo  +  sostantivo  : 

272. 
Composti  di  giustaposizione:  488. 
Composti  genitivali:  272,  387  n. 
Composti  possessivi:  326. 
Soppressione   di  elementi  superflui 

nel  composto  :  402. 
Primitivo    dal    derivato  :    170,    187, 

370-71. 
Derivato  sul  primitivo:  136,387n,388. 
Nomi  locali:  82,  84,  86,  87,  88,  90, 


92,    93,   94  n,    121,    127,  212,  236 

sgg.,    286,    300-302,   386  n,    387, 

429,  466,  468,  469,  470,  475,  479,  • 

501-2. 
Nomi  locali  derivati  dal  nome  dell' 

'alno':  449  n,  450,  451,  4.52. 
Nomi  locali  derivati  da  'clivo':  479. 
Chiatri:  386  n. 
Cimane  :  501-2. 
Cuorqné  :  300. 
Borei:  300. 
Elba:  475. 
Ewreux  :  466. 
lèke:  93. 
Limoges  :  466. 
Lottate  :  451  n. 
Modica- Miiorica:  470. 
Nantes:  468,  479. 
Xòn  :  451. 
Pesco:  93. 
Vernate  :  455  n. 
Nomi  proprj:  76,  79,  89,  90,  91,  156, 

174,  226,  228,  229,  230,  241,  252, 

386  n. 
Cognomi  :  5,  424. 
Omeotropi  :  134  sgg. 
Grafie:  51,  249-51,  405,  414  n,  481  n; 

grafie  etimologiche:   18. 
Bibliografia:  42-3  n,  83  n,  403,  404, 

481  n. 


Paj 


GIUNTE    E    CORREZIONI. 
(V.  anche  a  pp.  246,  302.) 

98  I.   1  :  per  dledger,  1.  dledger. 

231  1.  1  :  per  megghje^  1.  ìnmegghjf. 

362,  nota  1,  1.  1  :  per  'Mayer',  1.  'Meyer'. 

367  1.  4  :  in  luogo  di  'per',  i.  'par'. 

422  1.  17  :  per  èiier,  1.  siler. 

449  1.  2.  Togli  il  rum.  arin,  che  è  arin,  e  di  cui  vedasi  invece  Meyer- 
Lùbke,  Rom.  gr.,  I  405  —  É  invece  da  aggiungere  il  trent.  òcen, 
che  s'ha  fresco  fresco  dal  Vocab.  del  Ricci,  e  che  si  raggua- 
glierà  a  *o'wn  *dwn[oJ.  Per  il  v,  cfr.  il  pure  trent.  favo  allato 
a  fou  e  foo,  faggio. 

456  1.  29:  per  '227  sgg.',  1.  '197'. 

488  1.  27  :  per  shwica,   1.  skwica. 

497  1.  24:  per  'o  il',  1.  'ed  il'. 

497  n.  1.  1  :  per  'ritenute',  1.  'riferite'. 


'l'i 
pi'